UNA PAROLA NUOVA

UNA PAROLA NUOVA

Tocchiamo di volo, con un esempio, la molto agitata questione delle parole nuove.

Scrivendo intorno a un paese dell'Europa settentrionale, dove l'arte dello scivolare sul ghiaccio è in grandissima voga, dovevo parlare molto minutamente di quest'arte, e non vedevo modo di parlarne senz'adoperare la parolapatinaree le sue derivate, che non si trovavano allora in alcun vocabolario italiano[1]; e mi peritavo ad adoperarle, prevedendo che i puristi, ed anco i non puristi, i quali qualche volta sono assai più pedanti, m'avrebberodato sulle dita. Prima di mettere sulla carta quelle terribili parole, mi rivolsi a un linguista rigorosissimo, di quelli a cui unluimesso invece d'uneglimanda a male il desinare, e gli domandai con umili parole il suo parere.

— Non ci può esser dubbio, — mi rispose, —patinareè una parola barbara; bisogna scriveresdrucciolare.

— In teoria — dissi, — consento; ma nel caso pratico.... Per esempio, scriverebbe ella che un contadino olandesesdrucciolò dall'Aja ad Amsterdame che uno studente di Leidasdrucciolò per tre ore di seguito?

— E perchè no? mi domandò il linguista con accento severo.

— Le citerò degli altri esempî, — continuai; — direbbe ella in una conversazione che una certa signorasdrucciola, che ha l'abitudine di sdrucciolare, chesdrucciolò molte volte nello scorso carnevale?

Il linguista strinse le labbra e rimase sopra pensiero.

— Vede, — io ripresi, — che ne potrebbero nascere delle conseguenze spiacevoli. Ma lasciamo pur da parte questi esempi a doppia faccia. Io le voglio fare un breve ragionamento. A Torino e a Milano moltissime signorepatinano, e la maggior parte di esse tengono conversazione; e nelle loro conversazionisi parla dipatinamento, usando le parolepatino,patinatrice,patinatore. Orbene, risponda alla mia domanda, e sia franco. Dovendo fare in una di queste conversazioni un complimento alla padrona di casa ch'ella avesse visitapatinareil giorno prima, di quale parola si servirebbe? Intendo un complimento a voce, in presenza di molta gente, badi bene.

Il linguista esitò un momento e poi disse:

— Certo che.... se io dicessibrava sdrucciolatrice.... anche rimossa ogni idea d'equivoco.... quei signori.... e forse anche la signora.... si metterebbero a ridere; ma, caro signor mio, qui si tratta di scrivere e non di parlare!

— Ma che Dio la benedica, caro signor linguista, — io esclamai; — ma per chi si scrive, dunque? e che altro è lo scrivere che un parlare colla penna? e perchè una parola non deve essere più quella quando è messa sulla carta? Veda, nessuno mi leva dalla testa che sia appunto questo falso concetto delle due lingue, la parlata e la scritta, la cagione principalissima dellapoca leggibilitàdei libri italiani. Faccia la prova lei che parla perfettamente la così dettalingua povera. Apra un qualunque buon libro francese, legga supponendo di parlare in una conversazione di gente colta e senza pedanteria, e vedrà che rarissimamente le occorrerà una parola o un'espressione che strida colla naturale e logicasemplicità del linguaggio parlato. Pigli un libro italiano anche dei meglio scritti, e se supporrà di dire ella stessa quello che legge, dovrà arrossire ogni momento. Guardi, apro a caso il primo libro che mi vien sotto le mani, è un romanzo: —Quando primamente si guardò nello specchio....Oserebbe ella dire in una conversazione:quando primamente mi guardai nello specchio, invece di dire laprima volta? Apro un altro libro, una novella: —Deposi sulla tomba dei miei genitori una semplicetta corona di fiori.Crede ella che ci sia mai stato un orfano in Italia che abbia espresso quel pensiero servendosi della parolasemplicettain quella maniera? Un altro libro, un racconto: —La leggiadra e innamorata fanciulla....Crede ella che ci sia mai stato un italiano ragionevole il quale abbia una volta sola in vita sua, altro che per ischerzo, dette quelle tre parole in quell'ordine?

— No, — rispose il linguista; — ma....

— Ma, — ripresi io, — che cos'è dunque questo arsenale di frasi e di parole che non si possono dire senza far ridere e che si scrivono nelle scritture più famigliari, come se passando dalle labbra sotto la penna, cambiassero senso, suono, natura? E viceversa che cosa sono tutte queste parole che tutti dicono, che tutti capiscono, che tutti sono costretti a usare, e a cui nessuno può sostituirne dell'altre senza farsicanzonare, e che malgrado ciò, secondo lei, secondo mille altri, non si debbono scrivere? Ella mi potrà dire, a proposito delpatinare, che questa parola si dice nell'Italia settentrionale ma non in Toscana; e io le rispondo che non è colpa dell'Italia settentrionale se nella Toscana non sipatina, primo; e secondo, che sono disposto a scommettere cento contr'uno che in nessuna città di Toscana, in nessuna conversazione, nessunissima persona domanderebbe mai a un Torinese o a un Milanese se quest'anno, per esempio, si èsdrucciolatooscivolatoal Valentino o nell'Arena, ma domanderebbero tutti se si èpatinato; e quelli che ignorano questa parola, dopo averla intesa per la prima volta, l'adopererebbero costantemente per la semplice e indiscutibile ragione che è necessaria.

Il linguista stette un po' pensando e poi disse:

— Eppure.... un'altra parola ci deve essere. Il Bentivoglio, nella suaStoria della guerra di Fiandra, parla di quest'arte di sdrucciolare sul ghiaccio. Si ricorda ella della parola che usa?

— Me ne ricordo, caro signor mio. Non adopera veramente nessun verbo che si possa sostituire alpatinare, perchè tocca la cosa di volo, e toccando una cosa di volo si può sempre esprimersi con una perifrasi. Ma sa ella come se la cava l'eminentissimo cardinale per indicare ipatini? Gli Olandesi, scrive,si mettono ai piedicerte, dirò così, ali! Pare a lei un'azione da galantuomo il chiamarealidegli zoccoli?

— Ebbene... adoperi la parolapatinarein carattere corsivo.

— Così fece il Giusti, risposi. Ma quest'uso di scrivere le parole in corsivo non mi va; mi pare una transazione puerile; eccetto che la parola così scritta non debba essere adoperata che una volta sola. Seguendo quest'uso si verrebbe a poco a poco a veder dei libri stampati metà in corsivo e metà no, e ad avere una lingua doppia, bastarda, ridicola. Che significa il corsivo? Che riprovate la parola. Se la riprovate perchè l'usate? Perchè non ce n'è altra. E se non ce n'è altra, perchè riprovate quella?

La conversazione non terminò qui; ma non approdò a nulla perchè il linguista non ebbe il coraggio di dare il suo consenso assoluto alla parolapatinare. Allora mi rivolsi a uno scrittore e parlatore elegantissimo, — un uomo che il Giusti dicevapieno zeppo d'ingegnoe del quale il Manzoni faceva grandissimo conto in materia di lingua, — e questo signore ebbe la bontà di scrivermi la lettera che segue:

«E il suopatiner? Ella ha senza dubbio preso a quest'ora il suo partito, e io mi sarei trovato molto impicciato a suggerirgliene uno. Che vuole!Il bimbo si battezza dove nasce, e poi gira il mondo portando attorno per tutto il suo nome. Così le cose che a noi vengon di fuori ci vengono col nome che hanno, e la parola che è stata per noi il mezzo di cognizione, il più delle volte rimane. Per questo non c'è la minima difficoltà in nessuna parte del mondo, econsommé, per dirne una, è parola di tutte le lingue, che si dice a Londra e a Pietroburgo come a Parigi. Noi italiani facciamo prima le boccacce e ci proviamo chi in un modo e chi nell'altro a tenere indietro queste parole forestiere, e a peggio andare, per non usare la parola scansiamo di nominare la cosa. Ma le sono ubbie queste, e i fatti son fatti, e sono all'ultimo i padroni del mondo. La conclusione è che noi abbiamo dato agli altri le parole finchè abbiamo dato le cose. Ma ora che di maestri siamo diventati discepoli, invece di dare prendiamo, e questo è sempre meglio che nulla. Io direi dunquepatinareessendo questo il solo modo di dire la cosa. Non volendo passare sotto queste forche, uno scrittore ha sempre modo di uscirne. Si descrive, si definisce invece di nominare. Si pigliano vocaboli che hanno un senso affine, e con qualche aggiunto, o colla loro collocazione, si fa tanto che il lettore capisce quello che s'è voluto dire; ma capisce insieme che la parolavenuta alla bocca non era quella, e che l'autore ha dovuto stillarsi il cervello per trovarne un'altra, la quale sarà in ogni caso una traduzione più o meno felice della prima, che un altro rifarà poi a suo modo, più o meno felicemente; cosicchè invece d'aver un modo spiccio, sicuro, comune, se n'avrà molti, anzi nessuno, perchè i molti e il nessuno son pure sinonimi quando si parla di lingua.»

Dunque? Dunque io direi d'aver sempre presenti, in fatto di lingua, questi due detti: uno del Leopardi, l'altro del Giusti.

Il Leopardi, domandato da suo fratello Carlo se una certa parola, che non si trovava nei buoni autori, si potesse usare: —È vero, — rispose, —che i buoni scrittori non l'hanno usata; ma non hanno nemmeno lasciato per testamento che non si potesse usare.

E il Giusti, a proposito didiligenza, parola francese, che, a suo avviso, aspettava cittadinanza dalla Crusca e la doveva ottenere perchè il

cambio delle vociFra gente e gente, come l'ombra al corpo,Tien dietro al cambio delle cose umane

cambio delle voci

Fra gente e gente, come l'ombra al corpo,

Tien dietro al cambio delle cose umane

disse:

Nè straniero vocabolo corrompeL'intrinseca virtù d'una favellaQuando lo stile riman paesano.

Nè straniero vocabolo corrompe

L'intrinseca virtù d'una favella

Quando lo stile riman paesano.

Ammessa questa massima, ci sarebbe da divertirsi a raccogliere tutte le espressioni e i vocaboli ricercati e ridicoli che usarono gli scrittori troppo teneri della purità per scansare le frasi e le parole nuove. Per esempio il Tommaseo esprime l'idea della giustezza, o come si dice militarmente, della precisione del tiro delle artiglierie, dicendo chei cannoni con dottamente computato émpito mandano la strage nelle mura merlate. L'Ugolini suggerisce di direviene da ornarsi,sta ad ornarsi,vado ad ornarmi, invece di viene dalla toeletta, sta alla toeletta, va a far toeletta. Ma, signor Ugolini, io gli vorrei dire se avessi l'onore di conoscerlo, mi può ella giurare che se una signora di sua conoscenza dicesse a lei: — m'aspetti un momento,vado ad ornarmi, — ella non dovrebbe fare un leggiero sforzo per trattenersi dal ridere? — Così un dotto, ma troppo tenace purista, voleva che in scritti destinati principalmente ai soldati, io scrivessidrappelloinvece diplotone,berrettoinvece dicheppì,fiaschettainvece diborraccia. Ma se non posso — io badavo a rispondergli; — perchè il plotone non è un drappello, il berretto non è un cheppì, la borraccia non è una fiaschetta; — e se adopero una parola per l'altra, non mi capiscono più. — Non importa, — avrebbe voluto rispondermi; ma non osava, e non volendo d'altra parte rendersi complice dei mieibarbarismi, si stringeva nelle spalle e mi lasciava nelle peste.

O Dio buono! Altro è dire in un vocabolario, in un trattato, in un elenco di modi errati, questa parola non va e questa frase è barbara; altro è dover esprimere quella tal cosa in una commedia, in una novella, in un qualunque scritto destinato al pubblico, dove una perifrasi sciupa una bella idea, un'espressione non immediatamente compresa manda a male un dialogo, una parola affettata o vaga o equivoca guasta tutta una descrizione. Per dare degli esempi di difficoltà superate, si citano le prose di questo o di quello, che trattano di storia, di letteratura, di morale, e si dice: — Trovateci una parola o un modo impuro, se potete. — Non ci si trova, lo so benissimo. Ma vorrei che questo e quello scrittore avessero raccontato un viaggio in strada ferrata, descritto un salotto alla moda, riferita una conversazione di signore, rappresentato un accampamento di soldati, e scritto tutto questo con spontaneità, grazia ed efficacia, senza farsi cogliere in fallo dai puristi: allora sì che mi rimetterei e mi darei del bue. Ma dove sono i modelli di questo genere di scritti? Andiamo, via; allarghiamo un po' la manica e facciamo a compatirci.


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