DALL'ALBUM D'UN PADRE(A VITTORIO BERSEZIO.)
Questa creatura che occupa tanta parte della mia vita, e senza la quale mi sembra che non potrei più vivere, come se fosse legata a me da un'arteria invisibile, tre anni sono non esisteva nemmeno nella mia mente! È strano. Mi pare che ripensando profondamente al mio passato, dovrei trovarne qualche traccia, qualche preannunzio. Cos'è quest'apparizione? Di dove vieni? Chi sei? Che sei venuto a dire nel mondo? Qual è il tuo perchè, straniero? Che cosa cerchi, sconosciuto? Perchè al mio appellohai risposto tu, cogli occhi celesti, e non un altro cogli occhi neri? Rispondi, personaggio misterioso.
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L'età più bella dei bimbi, per chi ha occhio d'artista oltre che cuore di padre, è quando passano ancora ritti sotto la tavola e si può reggerli con una mano sola, portarli a cavalluccio sul collo, nasconderli sotto un giornale, metterli in prigione in mezzo a due vocabolari; e tutto il loro vestiario, dalla scuffietta alle scarpe, sta comodamente dentro un vecchio cappello del babbo. A quell'età la madre impazzisce per infilare una calza al suo bimbo; ma quando una volta su dieci egli vi spinge il piedino dentro da sè, essa lo abbraccia con impeto ed esclama alteramente: — Sei un uomo!
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Hanno un visetto che pare una mela cogli occhi, un collo esile che si cinge quasi col pollice e l'indice, due manine che c'è bisogno di guardarle per persuadersi che hanno già tutt'e cinque le dita e un piedino che proprio non si può pigliare sul serio. La loro testina, secondo il momento che glielafiutate, ha odore di passero, di micio, di coniglio, di nido di rondini, di mattoni, di legno, di vernice, d'olio di lume, di tutto quello che c'è in casa, che essi possan toccare; e il fiato un leggiero odore latteo misto colla fragranza di non so che fiori; un fiato che, ad aspirarlo, par che debba far bene al sangue, come l'aria della campagna.
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Eppure v'è chi non ama queste creature! Io vedo col pensiero un bambino roseo e ridente che dalle braccia di sua madre tende tutt'e due le mani in atto amoroso verso un signore lungo, stecchito e severo, il quale dà indietro con un movimento quasi di ripugnanza, e facendo un sorriso forzato, gli agita dinanzi agli occhi un dito nodoso che non vuol essere toccato. Oh uomo lungo, stecchito e severo, sii pure un grande ministro o un letterato famoso o un fondatore di opere pie: io ti detesto.
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Bisogna vedere come sono atteggiati nella culla, la mattina, prima che si sveglino. Chi può trattenere i baci e le risa? Sono atteggiamenti di soldati morti sul campo di battaglia, atti di dolore disperato,contorsioni d'acrobatici, abbandoni svenevoli d'innamorati languenti. Ora son tutti in un gomitolo sul cuscino, ora rintanati sotto, ora capovolti, in modo che cercando il visetto trovate la punta dei piedi, e volendo afferrare un piede ficcate il dito nella bocca. E allora è bello pigliar tutto in un fascio bimbo, lenzuola, coperta e coltrone, e fuggir per la casa, colla preda calda fra le braccia.
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Chi vede senza ridere un bambino di tre anni, quando appena svegliato, vestito e messo in terra, rimane un momento immobile, soffregandosi gli occhi, e poi va innanzi a passo lento, tutto d'un pezzo insonnito, scarmigliato, di malumore, piagnucolando e guardando la gente di traverso; — o quando è preso dal freddo, che ha il nasino livido, e cammina a passetti di marionetta, facendo la gobbina, e mille vezzi e graziette minuscole, come per dire: — Son piccino, sono una cosa da nulla, scaldatemi o sparisco; — o quando tuffa mezzo il capo in un tazzone di caffè e latte tenuto a due mani, e tracannando avidamente, fa la guardia colla coda dell'occhio a un pezzo di biscotto sul quale sospetta che voi abbiate qualche intenzione ostile; — chi vede queste cose senza ridere, non ha un senso comico delicato.
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A quell'età nulla di più bello che il vederli correre. La loro corsa ha qualche cosa del saltellare d'una palla elastica, del barcollamento d'un ubbriaco e dei movimenti d'una foglia portata dal vento. La piccola creatura si spicca dallo sgabello, si slancia fuori della stanza, inciampa nel gatto, rovescia una seggiola, infila un corridoio, e via sgambettando e annaspando colle mani, di stanza in stanza, inseguito dalla madre, fino all'angolo più lontano della casa, dove si rifugia dietro un sacco da viaggio, e di là tenta un'ultima resistenza per strappare una concessione al nemico. Ah! invano! Bisogna lasciarsi lavare la faccia.
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Chi può dire che cos'è la voce dei bambini? C'è il gorgheggio dell'usignuolo, il pissi pissi della rondine, il pigolío dei pulcini, il gnaulío del gatto. Son note di flauto, mormorii e bisbigli infinitamente soavi, strida e garriti che lacerano le orecchie, trilli di soprano, scoppi di voce virile, stonature di tenore sgolato, falsetti di maschere, fioriture e passaggi strani; tutti i suoni che escono da una gabbia dicento uccelli e da un'orchestra di cento strumenti. Accostate il viso alla loro bocca e fatevi mormorare qualche parola nell'orecchio: alle volte n'esce un suono che vi rimescola; vi pare d'aver posto l'orecchio allo spiraglio d'una porta misteriosa e sentito una voce sovrumana.
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Egli ride. Non l'ho mai visto ridere così di cuore. È un riso smodato, squarciato, sgangherato. Ho perfin paura che gli manchi il respiro. Si butta a destra e a sinistra, rovescia la testa indietro, gli si empion gli occhi di lagrime, gli si fa il viso pavonazzo. Ora basta, via, ti puoi far male, smetti di ridere. È un riso inestinguibile, una convulsione, un riso da schiantare le viscere. Ma finiscila una volta! Ma perchè ridi? Che cos'è stato?... Ah! non m'ero accorto che m'ha messo un cappelletto di carta sulla testa.
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Vestiti paiono qualche cosa: spogliati, non son più nulla. Si palpa quel corpicino, si sente quell'ossatura sottile, che par che si debba spezzare a premervi sopra la mano, e si trema pensando a chetenue filo è legata quella cara vita. Quanto tempo e quanti dolori, per lui e per chi l'ama, prima che questo piccolo braccio possa respingere l'offesa di un uomo! Guardatelo lì ignudo nato quest'ometto spoppato ieri! Come! Ha da venire un giorno in cui tu avrai la barba e il cappello cilindrico? e capirai Tito Livio? e saprai risolvere un'equazione di secondo grado a tre incognite? Eh via! spaccone, questo non può essere.
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Dovrei proprio guarirmi da questa debolezza. Sono seduto a tavolino, scrivo, ho la testa piena di pensieri gravi, la menoma distrazione m'inquieta, mi preme di finire; e con tutto ciò, bisogna che lasci la penna, che m'alzi, che attraversi la stanza rimovendo le seggiole, inciampando nei giocattoli e scomodando quattro o cinque persone, per andare a stringere fra l'indice ed il pollice, per un momento solo, la polpina di quella gambetta che dal mio posto vedevo biancheggiare in un angolo oscuro dietro la spalliera della poltrona. Appagato questo capriccio ritorno al tavolino col cuore in pace e colla mente disposta. Altrimenti, non mi riusciva di finire la pagina.
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Gran voluttà quella di malmenare un bambino e di coprirlo di vituperi! Sei un fantaccione, sei pesante, sei rotondo, sei duro, sei brutto; mangi come un bue e dormi come una talpa; sei un ignorantone e un fannullone che mi rovini e mi fai dannar l'anima; un giorno o l'altro ti do un carico di legnate, non ti voglio più, ti butto fuori di casa, farai una cattiva fine, sei un soggetto d'ergastolo, sei la mia vita, t'adoro!
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Anche l'amore dei bambini ha le sue furie. Un vero padre si sente qualche volta un po' antropofago e vorrebbe stare in una casa isolata per poter saziare la sua fame senza che accorrano i vicini alle grida della vittima. Non strillare, hai inteso? Il mio dovere è di mantenerti, il tuo è di lasciarti baciare, sulla testa, — negli occhi, — nella bocca, — sul petto, — nel collo, — fin che mi resta fiato. Strilla! Strilla! Che m'importa? Pur che io mi sazi. Ah! se non avessi paura di soffocarti! Già, è scritto: un giorno o l'altro ti finisco.
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Questa mattina passeggiavo per la stanza con lui disteso sulle braccia, come in una culla. Egli teneva gli occhi chiusi e lasciava spenzolare la testa e le gambe. La fantesca disse: — Par morto. — Questa parola mi agghiacciò il sangue. Mi misi a pensare che cosa seguirebbe di me se egli morisse. Mi parve che sarei impazzito. M'internai in quell'immaginazione. Prenderei sulle braccia il bambino morto, — pensai, — uscirei di casa, attraverserei la città, piglierei la campagna, e via, di sentiero in sentiero, di villaggio in villaggio, di giorno, di notte, al vento, alla pioggia, muto, infaticabile, stringendo colle mani irrigidite quel corpicino freddo, fin che arriverei in mezzo a una pianura immensa e sinistra, dove darei tutt'a un tratto in un tale scoppio di pianto che mi si romperebbe una vena nel petto e cadrei senza vita.
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Ha rotto un bicchiere, ha rovesciato un lume, straccia la tappezzeria, sbatacchia gli usci, fa tintinnare i vetri,... getta in aria i fantocci,... copre la voce di tutti.... Che inferno in questa casa! che pace nel mio cuore!
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Quando son triste, vedo in ogni suo trastullo l'immagine di una disgrazia che gli potrà accadere, e mi perdo in mille presentimenti dolorosi. Rompe una gamba a un fantoccio: io penso: si romperà una gamba in una caduta? Gioca colle pallottole: io mi domando: — Diventerà un giocatore? Quando suona il tamburo, m'immagino che possa morire in guerra; quando rovescia un altarino, temo che diventi uno scettico; quando lo vedo rannicchiato in un cantuccio in mezzo a due seggiole, mi pare che un giorno abbia da essere gittato in una prigione. Lui! Son sogni. Fin che io vivo non gli seguiranno disgrazie. Lo seguirò come l'ombra il corpo. Sarò il suo amico, il suo confessore, la sua sentinella. Ma poi? Ah! Il pensiero di lasciarlo solo nel mondo mi spaventa, ho paura della morte, son diventato pusillanime. Vorrei vivere un secolo, ridurmi decrepito, cieco, paralitico, inchiodato perpetuamente sopra una seggiola; purchè nei giorni di dubbio o di pericolo, potessi afferrarlo per la mano, toccargli il capo, supplicarlo, se non potessi più colla voce, almeno coi gesti e colle lagrime, di non uscire dalla via dell'onore.
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È una cosa che fa fremere. Qualche volta, guardandolo, io mi raffiguro le molte migliaia di bambini dell'età sua, nati nello stesso paese, e che in questo mentre sono come lui innocenti, amorosi, carezzevoli; me li raffiguro nelle loro culle, fra le braccia delle loro madri, coperti di baci e chiamati coi più dolci nomi della lingua umana; vedo nel cuore dei loro genitori le medesime speranze, lo stesso presentimento ch'essi saranno onesti e contenti, anzi la medesima profonda certezza, e non altrimenti fondata, che io nutro riguardo al mio: e penso che non di meno da tutta questa legione di angioletti usciranno dei ladri, dei falsari, degli assassini, dei parricidi, che getteranno la disperazione e il disonore nelle loro famiglie. Quando questo pensiero mi s'inchioda nel capo, mi tocca fare un grande sforzo per liberarmene. Questa mattina presi il mio bimbo sulle ginocchia e gli domandai: — Bimbo, sarai un'assassino tu? — Egli non capisce ancora il significato di questa parola. — Si, — rispose — ma voglio dei dolci.
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Se potessi indovinare il suo avvenire, come fanno le zingare, dalla palma della mano! Che cosa tratterà questa manina? La spada? Il pennello? La penna? L'archetto del violino? Il coltello anatomico? Povera manina, quante volte sorreggerà la testa stanca d'un lavoro ingrato o d'un pensiero doloroso! Di quante lettere listate di nero romperà il suggello! Quante destre di falsi amici e di donne indegne gli occorrerà di stringere! Ma tu la conserverai pura d'ogni macchia, figliuol mio, e se quando ti colpirà un grande dolore immeritato, ti verrà fatto di levarla in alto, non la leverai per maledire, ma per giungerla coll'altra, come ogni sera e ogni mattina t'insegna a fare tua madre.
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Guardo la sua manina, la stringo, la nascondo tutta nel mio pugno, e sorrido pensando che passarono per questa forma anche le mani dei guerrieri più formidabili e degli artefici più potenti del mondo. E da questo pensiero son condotto alla mia immaginazione prediletta dell'infanzia degli uominigrandi. Mi raffiguro Omero che si dispera perchè gli hanno rubato una pesca; Cesare che trema dinanzi a un topo; Dante che salta in sella a un cavallino di legno; Michelangiolo, che mentre suo padre gli mostra una statua, è tutto intento a schiacciare un nocciolo coi piedi; e la signora Buonaparte che dice al futuro vincitore d'Europa: — Vergogna! Alla tua età, quando se n'ha bisogno, si dice, e non s'imbratta in codesto modo la casa.
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Se diventasse un grand'uomo! È un sogno di tutti i padri; ma non è impossibile. Egli è un enimma infine; un geroglifico il cui significato è ancora ignoto; una parola della quale non è scritta che la prima lettera; un numero dell'immenso lotto umano. Questo dubbio è il più dolce alimento della mia vita. Mi pare di possedere uno scrigno misterioso, nel quale è possibile che ci sia un pugno di sabbia o un mucchio di perle. Son vicino a trent'anni, e il mio avvenire che cominciava a restringersi, s'è improvvisamente allargato; ho perduto le ultime illusioni della gioventù, ho ritrovate le speranze infinite dell'infanzia. Che importa che i miei capelli cadano? I suoi diventan folti. Che importa che io discenda? Egli sale.
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E se riuscisse invece d'intelligenza scarsa e di fibra debole, non solo da non uscire dall'oscurità, ma da rimanere degli ultimi in mezzo agli oscuri? Quando mi coglie questo pensiero, sento un irresistibile bisogno di stringermelo al petto e di coprirlo di carezze, come per domandargli perdono della vana ambizione che me lo fa sognare diverso da quello che forse egli è destinato ad essere. Sento il bisogno d'assicurarlo fin d'ora che quanto sarà più angusto il posto che gli è riservato nel mondo, tanto sarà più grande quello ch'egli avrà nel mio cuore. Pensando che un giorno, forse, tornando dalla scuola egli mi dirà piangendo: — Son l'ultimo; — io mi sento uno struggimento d'amore per lui. Ma questo non sarà, perchè io l'aiuterò nei suoi studî, mi rimetterò al greco e alle matematiche, veglierò con lui, e gli verserò tanto affetto nel cuore, che il cuore illuminerà la mente. Quando qui sotto v'è un tesoro, anche qua sopra v'è qualcosa.
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I bambini sono grandi consolatori. Chi lo sa più di te, povera vecchia fantesca? In casa tu sei amata; ma la tua testa calva, il tuo viso rugoso, tutta latua persona deformata dagli anni, ti rendono incresciosa alle persone che ti sono più care e sono cagione ch'esse non ti rendano, ora che ne avresti tanto bisogno, le carezze che tu prodigasti loro quand'erano bambini. Alberto, giovinetto, si ritira bruscamente indietro quando tu accosti il tuo volto al suo per guardare le vignette del libro ch'egli sfoglia; Enrico da molto tempo non vuol più che tu gli faccia il nodo della cravatta per non sentire il tuo alito e il contatto delle tue mani; e quando vuoi baciare Adelaide, la ragazzina che hai portata in braccio per tanti anni e divertita con tante istorie nelle lunghe sere d'inverno, sei costretta, perchè non ti respinga, a baciarla furtivamente quando dorme. V'è una sola creatura al mondo che non respinge le tue carezze, che ama la tua testa calva e il tuo viso rugoso, che ti compensa di ogni ingratitudine e d'ogni amarezza, ed è questo bambino di tre anni — Ernesta, — egli ti dice baciandoti sulla bocca, — tu sei bella.
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E sempre ricasco nel pensiero della bellezza. Non credevo che un padre, oltre l'affetto che tutti comprendono, dovesse nutrire pel suo figliuolo un sentimento così affine a quello di uno scultore per lasua statua. Io pure spio con trepidazione il viso di chi lo guarda, interpreto i sorrisi e commento i complimenti come un artista incerto dell'opera sua. Ogni sua bellezza mi pare un merito delle mie mani, ogni sua imperfezione l'effetto d'una mia svista. Ogni giorno mi si presenta in un aspetto diverso. Lo guardo e lo riguardo, di faccia, di profilo, davanti, di dietro, di sopra, di sotto; correggo cogli occhi certi suoi tratti; rimango perplesso; ci ripenso; ma finisco sempre col darmi una fregatina alle mani e dire che è un bel lavoretto.
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Gran livellatori del cuore umano i bambini! V'è una povera donna con un bimbo in braccio seduta sullo scalino della porta, che vede passare una signora in carrozza con un bimbo sulle ginocchia. Il bimbo della signora è vestito di velluto, il suo è vestito di cenci; quello ha un fascio di giocattoli, il suo non ha mai avuto giocattoli; quello mangia dei confetti, il suo rosicchia un pezzo di pan nero. Eppure degli sguardi che le due donne si scambiarono sui propri figliuoli, quello che espresse un sentimento d'invidia è quel della signora! La povera donna se n'accorse ed esclamò con un fremito di orgoglio: — Il mio è più bello!
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Io non so se tutti i padri vedano nei loro bambini quello ch'io vedo nel mio; so che più lo guardo e più ammiro l'infinita amabilità dell'infanzia, che mi pare un compenso dato da Dio alle ansietà e alle cure ch'essa ci costa. Ha dei movimenti di capo, delle espressioni di stupore, dei lampi di sorriso, dei gesti sfuggevoli, dei vezzini, delle civetterie, dei nonnulla inesprimibili che mi strappano un grido d'amore. — Non provocarmi! — gli dico qualche volta. E in questa grazia incantevole di gesti e di atteggiamenti, una varietà immensa, una trasfigurazione continua, una sorpresa ogni momento. Mi pare che chiuso con lui in un castello solitario, senza libri, senza lavoro, senz'altra cura che di custodirlo, non avrei un'ora di noia.
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Comincia, parlando, a legare insieme due proposizioni. È un gran piacere per me il seguire attentamente l'estrinsecazione laboriosa del suo pensiero, vedere con che bizzarri artifizî esprime l'idea più semplice, con che buffe contrazioni del viso pronunzia ogni parola nuova, come tira e scontorce espreme il suo piccolo capitale di venticinque parole; che stroppiature mostruose, che sgrammaticature colossali, che spropositi enormi e incredibili, mette fuori colla più ingenua sicurezza, e qualche volta guai a chi gli ride in faccia! E notare come in questo suo linguaggio stravolto e spropositato, un giorno si raddrizza una parola, un altro giorno si combina una concordanza, e a poco a poco i vocaboli si dispongono in ordine, e le consonanti difficili escono spiccate e sonore, fin che lo strumento completato e accordato, potrà prendere parte al concerto della conversazione domestica, non facendo più che qualche stonatura per caso.
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È strano ch'io ci pensi oggi per la prima volta: questo visetto, questa vocina, questa grazia angelica, che ora rallegra la mia vita, fra qualche anno non saranno più. Ogni giorno che passa mi ruba qualche cosa di questo bambino roseo. Fra qualche anno egli avrà un altro viso, parlerà con un'altra voce, gestirà in un'altra maniera, e della creatura d'oggi non mi rimarrà che qualche ritratto e qualche reminiscenza. Questo corpicino non è che una forma che mi passa dinanzi e che deve svanire. Sono irragionevole; ma è un pensiero che mi rattrista.
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Non capisco più, ora, come io abbia potuto vivere tanto tempo, ed essere quasi felice, in una casa sempre tranquilla —, dove non c'era mai una seggiola fuori di posto —, dove non si rompeva mai una bottiglia — dove non s'inciampava mai in una marionetta —, dove non si facevano mai delle oche di carta —, dove non si vedeva mai nessuno sotto una tavola —, dove non c'erano che dei letti enormi —, dove non si sentivano mai che dei passi lenti e gravi —, dove non s'udivano che voci pacate che dicevano senza errori di grammatica delle cose sempre ragionevoli.
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Sovente, vedendolo così ben vestito e ben pasciuto, con un monte di ninnoli davanti, io dico tra me: — E se un rovescio improvviso di fortuna mi costringesse a non trattarlo più in questa maniera? Tutto il mio sangue si rimescola violentemente a questo pensiero, e nello stesso tempo la mia fronte si solleva e la mia anima ingigantisce. Ah! non sarà mai, bambino mio! dovessi comprare ogni tuo giocattolo con una notte di lavoro, scontare ogni tuovestitino nuovo con una ruga della fronte, pagare ogni tuo giorno di contentezza con una ciocca di capelli bianchi, conservare il color di rosa del tuo volto colla tortura del mio cervello e delle mie ossa! Che m'importerebbe che la gente ridesse della mia faccia scarna e del mio vestito logoro? Io ti condurrei a passeggiare con me in qualche parte solitaria della campagna, e starei a veder tramontare il sole premendomi la tua testa sul cuore. Ah, non temere! Fra te e la povertà, ci sono i miei trent'anni, la mia volontà indomabile e le forze smisurate dell'amore che mi divora.
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Oggi gli ho fatto fare un bagno in una zuppiera rotta, e vedendolo così tutto nudo e bello che grondava acqua e rideva, pensavo: — Eppure queste povere creaturine, la febbre le consuma, il vaiuolo le accieca, la tosse convulsiva le soffoca, il crup le strozza, e bisogna vederli diventar neri, dibattersi, stralunar gli occhi pieni di lagrime, chieder soccorso agitando le manine, e rimanere irrigiditi; bisogna vederli chiudere in una cassetta, vederli portar via ravvolti in un panno nero, vederli calare in un fosso e coprir di terra e di sassi; e poi tornare a casapensando ch'essi sono là soli sotto la neve, in mezzo a un campo pieni di scheletri; e rientrando in casa, rivedere i loro giocattoli e i loro vestiti, la culla vuota, la seggiolina vuota, la stanza vuota, tutto l'universo vuoto, e sentir risuonare in quell'orrendo silenzio le risa dei bimbi dei vicini! Ah! quando questo accade, mi par che non si possan far che due cose: o spezzarsi il cranio contro una parete o cadere in ginocchio e rimanere perpetuamente colla fronte inchiodata sulla culla.
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Dopo che la mia vita è legata a questa creatura, il pensiero della morte non mi atterrisce o non mi rattrista più se non in quanto si lega a quello del suo avvenire. Ma se per la sua vita dovessi sacrificare la mia; se dovessi, colla sicurezza di salvarlo, fargli scudo del mio corpo, e difenderlo senza difendermi, immobile con lui nelle braccia, e dieci assassini alle spalle; oh! io fremo di non so che voluttà feroce e superba a questo pensiero: io credo, sento, giuro che mi lascerei crivellare di pugnalate, coprendogli la testa di baci, senza aprir la bocca per gridare: — Pietà! — e senza versare una lagrima sul mio destino.
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Questa mattina, fra le altre sue stranezze, ho scoperto ch'egli crede che gli uomini siano fatti di legno, e per quanto gli abbia detto.... — Interrotto dalla caduta d'una palla di gomma elastica che rovesciò il calamaio.