MANUEL MENENDEZ(RACCONTO)
La canzonetta andalusa intitolataDon Manuel Menendezè una favola che non ha quasi punto che fare col fatto vero, il quale si può sapere soltanto dai Sivigliani che conobbero intimamente il personaggio, e che son rari, perchè egli partì da Siviglia di quattordici anni, quando perdette il padre e la madre; non vi tornò che dieci anni dopo, e ne ripartì per sempre in capo a pochi mesi. In questo breve tempo riempi la città del suo nome. Non stava però sempre in città: partiva, tornava, spariva, senza che nessuno sapesse nè perchè, nè dove; e qualche volta la notizia del suo ritorno giungevainaspettata ai suoi amici insieme con quella d'un colpo di spada ch'egli aveva dato o toccato fuori della Porta di Cordova per una quistione di donne o di politica. Molti dicevano che aveva un ramo di pazzia, e la credevano conseguenza d'una cornata nel capo che aveva ricevuto, a tredici anni, da un toronovillo, nei giochi domenicali del circo. L'aveva ricevuta infatti, e ne portava ancora la traccia; ma il suo cervello n'era rimasto illeso. Aveva una meravigliosa esuberanza di vita che espandeva in amore, in moto, in versi, in lacrime, in sangue, senza riuscire a trovar pace; un cuor grande, un orgoglio satanico, degl'impeti di rabbia in cui si sfracellava una mano contro il muro, una forza d'animo da far fremere e il coraggio d'un forsennato. Una signora aveva detto di lui uno scherzo che gli si attagliava a meraviglia: — Io mi son fitta in testa che se nelle comete ci sono degli uomini, debbono essere tutti come Manuel Menendez. — La sua parola non usciva, esplodeva, e pareva sempre che una parte della sua vita fuggisse nel suono della sua voce. Quando untorero, impaurito, vibrava un colpo da traditore o straziava l'animale senza ucciderlo, il più formidabile: — Codardo! — che risonasse nel circo di Siviglia, era il suo; nel teatro di San Fernando, quando si sentiva improvvisamente nel silenzio d'una scenasublime, uno di queibravofuggiti dalle viscere, che fanno correre un brivido per la platea, nessuno domandava di chi fosse: tutti sapevano che era di Manuel Menendez. Qualche suo amico diceva ch'egli aveva untalento colosal; ma era una pura sballonata andalusa. Le sue liriche non erano che un solo lungo periodo, un'ondata di parole sonore e d'immagini luccicanti, che finiva in un verso inaspettato, il quale doveva fare un gran colpo; e tutta la poesia era architettata su questo verso, che il più delle volte non si capiva. Non si capiva la sua poesia come non si capiva la sua vita. Chi lo vedeva a mezzanotte attraversare laHalameda de Herculessenza cappello; chi lo vedeva uscire all'alba da una piccola porta della Cattedrale; chi lo vedeva andare e venire tutta una mattinata per la famosa strada delle cento svoltate, colla testa bassa, come se cercasse uno spillo; nella sua casa, dalla strada, di notte, ora si sentiva leggere, ora ridere sgangheratamente, una volta spezzare i vetri delle finestre, un'altra volta singhiozzare una donna; qualunque cosa si raccontasse di lui, fuorchè una vigliaccheria, era creduta. Tutta Siviglia lo conosceva. La società alta, che bazzicava poco, lo guardava di mal occhio un po' per diffidenza e un po' per paura; il basso popolo lo rispettava perchè aveva salvato un vecchio facchino dalle acquedel Guadalquivir; e non v'era forse un ventaglio in tutta la città, da quello della Governatrice a quello dell'ultima operaia della fabbrica di tabacchi, il quale, almeno una volta, fingendo di riparar dal sole il viso della sua padrona, non avesse lasciato passare tra le sue stecche uno sguardo o curioso o provocatore, diretto a quell'indomabile scapato; poichè Menendez aveva un bel viso d'arabo, contornato da una selva di capelli neri, e il suo vestire strano, ma elegante, segnava come una maglia le forme vigorose e signorili del suo bel corpo di ventiquattr'anni. Così era Menendez, e non una specie d'animale selvaggio come lo dipinge la canzone popolare, non certo stata fatta dal popolo; o così fu almeno fino all'ultimo dì del settimo mese del suo soggiorno in Siviglia, che è la data del suo gran cangiamento. Il suo amico don Hermógenes, che vive ancora, si ricorda di quel giorno come di ieri, e assicura che egli presentì quel cangiamento fin da quel giorno. — Manuel — gli disse — tu sei un uomo sfrenato; codesto non è il modo di vivere; tu ti uccidi; tu hai bisogno d'un amore potente che ti soggioghi; finora hai sempre comandato, ora bisogna che tu obbedisca; bisogna che tu trovi un'anima più forte della tua; bisogna che tu trovi una dominatrice. — L'ho trovata — rispose sorridendo Manuel. — Chi è? — domandòcon aria incredula don Hermógenes — Fermina! disse Menendez, — Fermina? gridò l'amico; Fermina del sobborgo di Triana? Fermina di Granata? Fermina laprincesa? — Menendez accennò di sì. — Don Hermógenes balzò d'un salto alla finestra e gridò con voce solenne: — Sivigliani don Manuel Menendez è morto!
Un mese dopo, Manuel Menendez era un altro. Tutti i Sivigliani che avevano una testina capricciosa da governare, respiravano. Egli non si vedeva più nè alla Villa Cristina, nè al Circo, nè al San Fernando. Chi l'avesse voluto trovare, avrebbe dovuto passare il ponte di ferro, voltare a sinistra, andare innanzi lungo il fiume fin quasi all'estremità del borgo di Triana, salire al secondo piano d'una casa bianca posta in faccia alla Torre d'oro, e guardare per il buco della serratura in una cameretta modesta, ombreggiata dagli alberi della riva destra del Guadalquivir. Egli era là, seduto ai piedi della più bella e più strana creatura dinanzi a cui si fosse mai curvata la sua fronte di saraceno, e versava l'anima in un torrente di parole amorose e insensate, ch'essa ascoltava in silenzio, lavorando a una corona di fiori — Fermina, — le dicevaa bassa voce; — tu sei un mistero. Tu sei una creatura d'un altro pianeta. Da che mondo sei venuta? Come hai fatto a innamorarti d'un uomo? Io giurerei che ci fu un tempo che tu avevi i capelli azzurri e le pupille rosse. Perchè non ridi mai? Tu mi fai paura. Non sto volentieri solo con te. Tu, con quegli occhi, devi veder qualche cosa o qualcheduno che io non vedo, e che forse è qui, dietro di me, che ti guarda. La tua anima dev'essere un'anima trasmigrata, la tua voce dev'essere contraffatta, e la tua lingua non è certamente lo spagnuolo. Forse se mi parlassi tutt'a un tratto colla tua voce vera e colla tua lingua nativa, io rimarrei pietrificato. Però son contento d'essere amato da te; il tuo amore è un anello che mi congiunge col soprannaturale. Dimmi la verità: chi hai amato nell'altra vita? Io son geloso d'un abitante di Sirio. — A queste parole Fermina con un movimento rapido e vigoroso della mano gli sconvolgeva tutti i capelli e Menendez metteva un grido d'amore. Poi, a un tratto, essa aggrottava le sopracciglia e fissava uno sguardo sospettoso sopra un leggiero segno rosso del collo di lui. — Che cosa guardi? — domandava il giovane meravigliandosi. — Nulla, — rispondeva lei rassicurata; — ma.... guardati, Manuel! — E dopo qualche momento soggiungeva freddamente: — Io andrei a pugnalare una regina.
Fermina era tale veramente da ispirare a chiunque la vedesse le bizzarre fantasie che passavano pel capo a Menendez; la sua indole, la sua bellezza e la sua vita erano ugualmente singolari. Nel sobborgo di Triana la chiamavanola princesa; i giovani sul serio, le ragazze con ironia; ma queste più d'ogni altri sentivano ch'essa meritava veramente l'onore di quel soprannome. Era forse la più alta ragazza del sobborgo: Menendez, che sarebbe stato un bel corazziere della guardia reale, non la passava che di mezza la fronte. Il suo occhio nero e triste e le larghissime soppracciglia che si toccavano, davano al suo viso bruno, d'una struttura un po' africana, un'espressione quasi di minaccia; la quale si cangiava a un tratto in una ilarità dolcissima, appena schiudeva le sue labbra tumide e irrequiete. Ma come le diceva Menendez, essa non sorrideva che una volta al giorno; e per solito teneva gli occhi socchiusi quasi in atto di disprezzo. Portava una rosa nei capelli, una mantiglia di trina bianca, un busto nero, una veste rosea, e due stivaletti di stoffa chiara che stringevano vigorosamente il suo piede di bimba e la sua gamba fina e nervosa. Era questo il costume invariabile in cuiFermina si mostrava, una volta la settimana, ai mille sguardi curiosi, amorosi, rabbiosi, impertinenti, procaci, che la saettavano da tutte le parti. Nessuno però osava d'accostarsele, nemmeno quando era sola, poichè si sapeva che le tre o quattro mani audaci che s'erano stese sopra di lei, nella prima settimana del suo soggiorno in Siviglia, s'erano tirate indietro insanguinate. — O è un angelo — si diceva, — o è un mostro; — ma nessuno sapeva sicuramente quello che fosse. Si diceva che fosse venuta da Granata, si sapeva che stava sola, si credeva che vivesse del suo lavoro; e sul resto non si facevano che congetture; nè i suoi vicini di casa, nè le poche ragazze con cui scambiava un saluto, conoscevano i fatti suoi meglio di chi la vedeva passare per strada. Essa s'era invaghita di Menendez, e Menendez era pazzo d'amore per lei; s'adoravano; erano alteri l'un dell'altro; si guardavano lungamente, con una attenzione profonda, senza sorridere; si temevano; si trattavano qualche volta, per eccesso d'amore, con modi violenti e brutali, che provocavano lacrime di rabbia dalle due parti, e finivano in pioggie di baci ch'eran tocchi di ferro rovente e in espansioni di tenerezza da cui rimanevano prostrati. Una sola cosa turbava la felicità di Menendez: un sentimento vago e intermittente di gelosia, ch'essa, senza volerlo, alimentava, respingendolocon una fierezza, la quale pareva a Menendez troppo sdegnosa, e quindi non sincera. Ma s'ingannava, perchè Fermina sentiva veramente più che disprezzo, orrore per tutti quei piccoli e bassi sentimenti che pullulano dall'amore anche più schietto nelle anime volgari. — Manuel, — gli aveva detto una volta — il giorno in cui tu mi crederai capace d'averti tradito, ossia d'essere una creatura spregevole, il mio amore sarà morto. Pensaci bene. Io non sono una donna come le altre donne; tu non devi essere un uomo come gli altri uomini. Voi altri siete quasi tutti vigliacchi. Io ho posto amore a te perchè non me lo sei parso. Non lo diventare. Io sono superba. T'ho dato il mio onore: rispettalo. Non giocare col mio amore. Io non son di quelle che perdonano. Se si cade una volta dal mio cuore, non vi si rientra più. Fermina t'ha detto una volta che t'ama: ti basti per tutta la vita. Stampati bene queste parole in fondo all'anima, Menendez.
S'amavano, e tutta Siviglia lo sapeva, o piuttosto lo vedeva. Andavano a passeggiare di notte in mezzo ai platani d'Orientede las delicias de Cristina; andavano in barca, sul Guadalquivir, sino aSan Juan d'Aznalfarache, a passar le ore calde all'ombra degli aranci; ed era ben raro che qualcuno vedesse Fermina inginocchiata dinanzi all'enorme altar maggiore della Cattedrale, senza riconoscere un momento dopo nell'ombra di qualche cappella vicina, la figura elegante ed immobile di Menendez. Per strada erano guardati da tutti con quel sentimento amaro insieme e voluttuoso di invidia, che ispira anche ai giovani la vista di due amanti felici, poderosi e superbi. Essi passavano come due principi in mezzo al mormorío della folla, Fermina, guardando al di sopra delle teste, Menendez, cercando inutilmente uno sguardo che si fissasse nel suo; gettavano il loro amore in faccia a Siviglia; portavano la loro felicità in trionfo; e per tutto dove passavano, lasciavano una larga traccia d'orgogli feriti e di amoruccoli schiacciati. A grado a grado, però, Fermina s'era acquistata la simpatia di molta parte del sesso femminino del suo ceto; molte avevano piegata la testa dinanzi alla sua invincibile alterezza; era considerata quasi come un ornamento del sobborgo; era presa a modello; aveva suscitato delle imitatrici; c'eran molte rozze e facili Gitane, che s'erano messe a camminare col capo rovesciato indietro e gli occhi socchiusi, lasciando sporgere fuor del busto il manico d'un pugnale, che non avrebbero mai adoperato.
In questo stato di cose, un improvviso rivolgimento seguì nell'animo del Menendez. Nessuno, a Siviglia, ne seppe la cagione, fuorchè colui o coloro che ne furono colpevoli; ma tutti quelli che conoscevano il carattere di lui, non se ne meravigliarono punto. In certe nature esiste sempre intera e pronta la formidabile macchina del sospetto, alla quale basta buttare un nome e dare una scossa, perchè il più forte affetto vi rimanga stritolato. Chi, in vita sua, non è stato almeno una volta o vittima o colpevole d'una di queste precipitose distruzioni? Un dubbio leggerissimo, che c'era passato un giorno per la mente, e di cui avevamo sorriso, trova nella riga d'una lettera, nella parola d'un amico, in un avvenimento fortuito e insignificante, una presa fatale che lo rialza lentamente, come una lenza, dalla più oscura profondità dell'anima dove stava sepolto, e ce lo rimette sotto gli occhi come un insetto schifoso che agita con furia orribile le sue cento braccia smaniose di preda. Atterriti per un momento, ripigliamo coraggio e fede, e schiacciamo il piccolo mostro. Ma è inutile. Già da tutti i ripostigli della memoria, sono usciti, come una folla di piccoli cattivigenii, mille ricordi, fino allora sopiti, di sorrisi sfuggevoli, di mezze parole, di movimenti appena percettibili delle sopracciglia e delle labbra, d'una porta socchiusa, d'un rumor di passi, d'un fruscío, d'un bisbiglio, d'un'ombra, che prima ribollono confusamente nel capo, e poi si congiungono e si combinano, pigliano forza, fuoco e parola, denunziano, affermano, provano, stravolgono il cuore e la ragione, mettono in mano il pugnale o la penna, e spingono al delitto o alle offese che non si perdonano, in minor tempo che non ci saremmo spinti dalla evidenza immediata della realtà. Quando questo accadde a Menendez, erano le undici di sera; egli si trovava in casa, ritto dinanzi a un tavolino, con una lettera fra le mani. Sul primo momento, temette d'essere impazzito; balzò in piedi, si slanciò alla finestra, e rimase qualche tempo immobile come una statua, con una mano sulla fronte e l'altra sul cuore, guardando fissamente in mezzo alla piazza. Poi mise un grido soffocato d'angoscia e di rabbia, e si precipitò fuor di casa. Attraversò come una freccia la piazza del Trionfo, girò intorno allaCaridad, oltrepassò quasi correndo la Torre D'Oro, saltò in una barca, raggiunse la riva destra del fiume, si slanciò nella casa di Fermina e percosse la porta.... Fermina non c'era! Per un caso straordinario non aveva ancora potuto tornare a casa,e per la sciagura di tutti e due quell'assenza, in quell'ora, corrispondeva fortuitamente a un'indicazione della calunnia, era un'accusa, una prova, una maledizione. Menendez rimase come pietrificato davanti alla porta. Il dolore dell'amante era già morto dentro al suo cuore, e non vi fremeva più che l'ira feroce del suo enorme orgoglio ferito. Un pensiero satanico gli balenò alla mente, scese di volo le scale e si diresse di corsa verso casa. Arrivato al ponte, si fermò. Un altro pensiero gli aveva quasi percosso e schiacciato il primo. — E se non è vero? — si domandò, e per un momento gli brillò l'anima. Ma la fatalità lo perseguitava. In quel punto gli passò accanto una donna, lo guardò in viso e gli disse fuggendo: — Fermina ti tradisce! — A quelle parole il furore, risollevandosi impetuosamente, gli velò l'intelletto, e lo ricacciò innanzi come un dannato. Per colmo di sventura, rientrando nella sua stanza trovò una lettera di Fermina che diceva: — domattina non sarò in casa; — e anche quest'annunzio avverava sciaguratamente una previsione. Allora Menendez perdette affatto il lume della ragione, ruggì, rise, maledì, afferrò la penna, scrisse a grandi caratteri sopra un foglio di carta il nome di Fermina, un epiteto, l'indicazione d'un'ora e d'un prezzo, un insulto orrendo; poi volò fuor dicasa con quel foglio, rifece la via di prima, arrivò alla casa dì Fermina, attaccò alla porta con le mani convulse il cartello infame, e si cacciò digrignando i denti giù per le scale. Arrivato in fondo, si fermò: sentì aprirsi quella porta, vide illuminarsi la scala, e udì quasi nello stesso punto un grido disperato e il rumore della caduta d'un corpo. Dopo pochi momenti sentì aprire altre porte, — scender gente, — una donna leggere il biglietto — e molte voci prorompere in un grido d'indignazione: —Mentira!(Menzogna!)...
Un'ora dopo egli si trovava nello stato d'uno che si svegli da un sogno spaventoso. Quel grido l'aveva svegliato. Inutilmente aveva subito tentato di riadunare e di ricomporre insieme prove, indizî, argomenti, ricordi, ombre; tutto era fuggito e svanito colla stessa rapidità fulminea con cui s'era raccolto, e aveva preso forma e saldezza. Come poca cosa era bastata a farlo credere, così un grido era bastato a disingannarlo. Egli era rimbalzato da una certezza a un'altra certezza; non aveva più bisogno di prove; s'era spiegato tutto; aveva capito tutto; sentiva dentro ed intorno a sèun silenzio solenne, e non vedeva più che la figura immobile, bianca e sinistra di Fermina, e fra loro un abisso. Egli la conosceva, capiva che non avrebbe più perdonato, sentiva che l'aveva uccisa. Un avvilimento profondo, uno sgomento mortale, un amor nuovo rinvigorito dal rimorso e dalla disperazione, un desiderio immenso di morire, e insieme una prostrazione di forze che gl'impediva un qualunque atto risoluto, s'erano impadroniti di lui. Passò la notte disteso in terra, vicino alla finestra, e la mattina all'alba, si trovò, senz'accorgersene, sul ponte di ferro, dove rimase improvvisamente inchiodato. Fermina veniva verso di lui. Appena la vide, capì ch'essa lo aveva visto, e lesse nel suo volto e nel suo atteggiamento una risoluzione che gli troncò l'ultimo filo di speranza. Era vestita come nei giorni festivi; veniva innanzi a passo franco, quasi impetuoso, colla testa alta, coll'occhio socchiuso e fisso dinanzi a sè, col viso pallido ed immobile come una maschera di marmo. Quando gli fu vicina, egli aprì la bocca per parlare, ma la parola gli restò dentro. Essa passò senza guardarlo, dritta e maestosa, colla morte nel cuore e col disprezzo sul volto, mandandogli in viso un'ondata d'odor di rosa, e s'allontanò senza voltarsi. Menendez vide come un velo nero stendersi fra lei e i suoi occhi e sentì che tutto era finito.
Tutto quello ch'egli fece quel giorno e il giorno dopo, lo fece quasi macchinalmente, e senza energia, perchè era senza speranza. Era il primo solenne castigo che riceveva il suo carattere orgoglioso e violento, e n'era come istupidito. Scrisse a Fermina una lunga lettera; non ebbe risposta; non se ne stupì, e quasi nemmeno se n'accorò, tanto era sicuro che questo doveva accadere. Le riscrisse; la lettera questa volta gli ritornò intatta; la riprese e la buttò in un canto senza badarci. Andò, a sera inoltrata, col cuore tremante, a picchiare alla sua porta; c'era il lume alla finestra; lei era in casa; ma la porta non s'aperse. Tornò dopo un'ora; il lume c'era ancora; la porta rimase chiusa. Se n'andò a casa, e passò mezza la notte seduto alla finestra, col capo appoggiato sopra una mano. Il giorno dopo non iscrisse più, nè andò più a cercar Fermina, e forse, se non fosse uscito, non avrebbe mai più osato cercarla. Ma uscì, e gli seguì un caso che decise della sorte di tutta la sua vita. Era giorno di festa: girando a caso, di strada in strada, quasi senza coscienza di sè, si trovò nei viali della Cristina. Era l'ora della passeggiata; dalla Torre d'oro al palazzo di san Telmoformicolava una folla brillante e gaia; una musica festosa riempiva l'aria; il sole dorava le acque del Guadalquivir; Menendez si sentì per un momento alleggerito del peso mortale della sua tristezza, e si lasciò trascinare dalla corrente. All'improvviso una ragazza del popolo, passandogli accanto, gli gridò all'orecchio: —Es mentira, Menendez!— e disparve. Menendez impallidì e cercò di sottrarsi agli sguardi curiosi dei vicini che avevan sentito; ma quasi subito un'altra ragazza, distante da lui una decina di passi, gridò più forte: —Mentira!— Menendez si voltò dalla parte opposta, confuso e sgomento, e cercò di fendere la folla, per uscire dal passeggio. Ma una terza, una quarta, e poi un gruppo di ragazze del sobborgo di Triana, che l'avevano riconosciuto, gli gridarono alle spalle: —Mentira, Menendez, mentira!— Molta gente si fermò; altre ragazze, avvicinandosi, ripeterono quel grido; il suo nome corse di bocca in bocca; la folla s'aperse per fargli circolo intorno; e questo fu il suo salvamento. Approfittando di questo vuoto, si slanciò, stravolto e bianco come un cadavere, fuori del viale, raggiunse una carrozza, vi saltò dentro, e s'allontanò rapidamente udendo ancora per un buon tratto le grida lontane delle sue persecutrici. Appena entrato in casa si coperse il volto colle mani e diede in uno scoppio di pianto desolato e rabbioso. — Dunque lavoce s'è sparsa! — gridò — Io sono il ludibrio di Siviglia! Io non potrò più mostrare il viso in mezzo alla gente! Io son disprezzato, insultato, disonorato! — A questo punto un'idea grande e nuova gli balenò alla mente, la sua anima generosa vi rispose con un rimescolamento profondo, il suo volto s'illuminò, tutte le sue fibre si rinvigorino, tutto il suo sangue s'accese. Poi, come se la voce d'un amico invisibile gli avesse susurrato una preghiera nell'orecchio: — Sì, — rispose con un accento di condiscendenza: — ancora una prova. — E si slanciò fuor di casa.
Fermina lavorava, col lume, in un angolo della stanza, quando sentì un passo rapido e leggiero su per la scala, e s'accorse, troppo tardi, che aveva lasciata la porta socchiusa. Ebbe appena il tempo di alzarsi e di ricadere sulla seggiola: Menendez si precipitò ai suoi piedi, curvò la fronte sul pavimento, e gridò singhiozzando: — Perdono, Fermina!
Essa non rispose.
Aveva il viso pallidissimo, e stava rivolta verso la finestra, cogli occhi dilatati e colle labbra tremanti.
— Fermina! — continuò Menendez con una voceche pareva gli dovesse spezzare il petto — perdonami! Sono stato un vile e un pazzo! Tu sei un angelo! Io sono un disgraziato! Mi sono lacerato il cuore colle mie mani, ho pianto lacrime di sangue, m'hanno insultato per le strade, credevo d'impazzire, non posso più vivere così, perdonami, rendimi il tuo amore, non mi condannare a uno strazio eterno, dimentica, amami! Vedi, io mi striscio ai tuoi piedi, batto la fronte per terra, non ho più voce, non ho più lacrime, non ho più stima di me, non ho più onore nel mondo, non ho più che l'amore che mi strazia e la disperazione che mi uccide! Fermina, abbi compassione di Menendez!
Fermina continuava a guardar la finestra; aveva il viso stravolto e convulso, il seno ansante, tutta la persona agitata da un tremito febbrile; pareva che facesse uno sforzo per ottenere prima da sè stessa quello che Menendez voleva da lei; che aspettasse essa pure un improvviso cangiamento del proprio cuore; e Menendez osservava con profonda ansietà tutti i movimenti del suo viso. Finalmente proruppe con accento disperato:
— È inutile, Menendez! Non posso! non sento più niente! son vuota! son morta! Potresti supplicarmi per tutta la vita, ucciderti sotto i miei occhi, diventare un re, un santo, un Dio.... è inutile! Non credo più! Non amo più! M'hai uccisa!Hai capito, Menendez? Hai forse dimenticato che cos'hai fatto? Fermina t'aveva dato il suo onore e tu v'hai sputato sopra in faccia a tutta Siviglia! Dio! Dio! Dio! E questo è stato possibile! e tu vuoi che io ti perdoni! — Poi, facendo un violento sforzo, si ricompose, e soggiunse freddamente: — Va, Menendez, lasciami sola, lasciami nella mia tomba, tutto è finito, addio.
— Pensaci ancora, — disse Menendez con voce supplichevole.
Fermina si svincolò da lui e gli accennò la porta senza guardarlo in viso.
— Ma sei dunque senza cuore! — gridò il giovane balzando in piedi colla rabbia nel sangue e la minaccia sul volto.
Fermina lo guardò.
Menendez diede indietro e si gettò fuor della porta.
Appena tornato a casa, si mise a preparar le sue robe per partire la mattina dopo. Egli aveva deciso d'andare a passar un mese a La Rinconada, piccolo villaggio circondato d'oliveti, poco lontano dalla città, dove stava don Luis de Guevara, suo amico d'infanzia,facultativo, ossia medico condotto,che gli aveva più volte offerto la sua casa per quando volesse fuggire i grandi calori di Siviglia. Terminato ogni cosa, si buttò sul letto, e per la prima volta dopo la sera fatale del suo delirio, dormì. All'alba si svegliò più tranquillo, corse alla finestra, fermò la prima carrozza che vide passar sulla piazza, si vestì, fece portar giù le sue valigie, si mise a tracolla il suo fucile da caccia, discese rapidamente, e montando sul legno, ordinò al cocchiere di condurlo sulla riva destra del fiume, in faccia alla Torre d'oro. Un gran cangiamento era seguíto in lui; non pareva più l'uomo del giorno innanzi; il suo volto non esprimeva più nè ansietà nè dolore; era pallido e portava le traccie della tempesta dei giorni scorsi; ma risoluto e quasi altiero. Scese dinanzi alla casa di Fermina, salì le scale con passo deciso, sospinse l'uscio e si piantò ritto immobile sulla soglia.
Fermina fece un atto di sorpresa sgradevole, e si voltò verso la finestra.
— Una sola parola, Fermina, — disse con accento pacato Menendez.
Fermina voltò la testa verso di lui, tenendo gli occhi socchiusi.
— Sei profondamente sicura — disse Menendez, — puoi giurarmi sul tuo onore, per la memoria di tua madre, per la salvezza dell'anima tua, che lostato presente del tuo cuore non è l'effetto d'uno sforzo che fai sopra te stessa? che senti veramente e immutabilmente di non amarmi più?
— Sì — rispose con accento risoluto Fermina.
— Addio — disse Menendez, e disparve.
Fermina mise un sospiro, lasciò cadere il suo lavoro e chinò la testa sopra una mano. Essa vedeva partire Menendez senza dolore, ma non senza tristezza. Non era più il suo amante che perdeva, è vero; ma era pure un'immagine cara, la forma umana in cui le si era presentata per la prima volta la felicità; l'aspetto dal quale non avrebbe mai più potuto scindere il ricordo dei più bei giorni della sua giovinezza. Sul primo momento, anzi, mentre sentiva ancora il rumore lontano della carrozza, che credeva lo conducesse via da Siviglia per sempre, fu colta da un dubbio improvviso, che la fece tremare, e sentì il bisogno d'interrogare ancora una volta sè stessa, di frugare ancora una volta nel più profondo dell'anima se mai vi fosse rimasta una scintilla, una speranza, una promessa. Ma interrogò, frugò, e non vi trovò nulla, e ne sentì quasi un sollievo. Ripetè anzi a sè medesima, e con maggior sicurezza che per l'addietro, che in quell'animanon c'era mai stato e non ci poteva essere il grande, cieco e tremendo amore ch'essa aveva sognato; l'unico amore che la sua natura virile e superba potesse accettare e rendere; l'amore di Menendez era un delirio passeggiero della mente, non una febbre profonda e perpetua del cuore; Menendez non l'aveva capita perchè non l'aveva stimata; se si fossero riconciliati, si sarebbero rotti un'altra volta; essa non avrebbe più potuto amarlo che per pietà, ed egli avrebbe diffidato daccapo, alla prima occasione, e con fondamento; forse anche in lui era morto l'amore, e non era più che l'orgoglio umiliato e il rimorso che l'aveva spinto a chieder compassione e perdono; e d'altra parte s'era accomiatato coll'animo più tranquillo, cominciava forse a rassegnarsi, a dimenticare; col tempo avrebbe dimenticato; era meglio per tutt'e due che tutto fosse finito in quella maniera. — Sia così, — disse sospirando Fermina: — è un sogno svanito, io gli perdono, e Dio l'accompagni. — E riabbassò sopra il lavoro la sua bella fronte pensierosa.
I giorni passarono; nessuno a Siviglia vide più Menendez; qualcuno disse ch'era partito per Cuba; tutti lo credettero, e qualche raro amico lo rimpianse; mala maggior parte non lo rammentarono più che per vituperare il suo nome. Fermina, invece, dopo che s'era sparsa la notizia dell'avventura, aveva acquistato, anche sull'altra riva del Guadalquivir, una piccola celebrità romanzesca, d'una parte della quale si sentivano un po' altere tutte le ragazze di Triana, come se il raro esempio di sdegnosa fermezza dato da lei, avesse rialzato in faccia a Siviglia la dignità di tutto il sesso femminino del sobborgo, non generalmente presa sul serio prima d'allora. Un poeta sconosciuto aveva scritto dei versi sul muro della sua casa; la moglie del Capitano generale d'Andalusia le aveva data un'ordinazione di fiori per aver modo di parlarle; le ragazze, incontrandola per strada, le dicevano: —Muy bien, Fermina!—; tutti la guardavano con una certa curiosità rispettosa, e ci fu tra gli altri un panciuto negoziante di telerie, marito d'una indiavolata brunetta di Badajoz, che incontrandola due giorni dopo la partenza di Menendez, esclamò con uno slancio di gratitudine: — Benedetta lei,senorita, che ce ne ha liberati! — Ma Fermina viveva più che mai raccolta e sola, e tutta occupata del suo lavoro, non lasciandosi vedere che raramente dalle vicine di casa. Non era contenta, ma tranquilla, e non pensava più a Menendez che con un sentimento di vaga mestizia, come avrebbe pensato ad un morto.
Erano passati quindici giorni dalla partenza di Manuel Menendez. Una mattina, poco dopo il levar del sole, Fermina stava lavorando nella sua stanza, seduta accanto alla finestra, e alzava di tratto in tratto la testa, per rivolgere uno sguardo malanconico al fiume, alla Torre d'oro, alla Cristina, alle guglie lontane della cattedrale, a cento luoghi e a cento cose che le rammentavano il suo immenso amore svanito, e sospirava. In quei momenti, avrebbe voluto poter riamare Menendez, anche sapendo di non doverlo mai più rivedere, non foss'altro che per dare un alimento alla sua anima vuota; e andava frugando, infatti, dentro all'anima, non più col timore, come aveva fatto altre volte, ma colla speranza di ritrovarvi ancora qualche cosa. Ma anche in quei momenti o non vi trovava nulla, o vi trovava soltanto un resto di sdegno pronto a riaccendersi, e s'affrettava a spegnerlo cacciandovi sopra un altro pensiero. — Morto, morto —, diceva tra sè, scrollando la testa con tristezza, e sentiva profondamente che se anche Menendez le fosse ricomparso davanti, essa l'avrebbe ricevuto come le altre volte, senza risentirne la più leggiera scossa, senza dubitare un momento dell'immutabilità del suo cuore, senza doverfare il menomo sforzo per ripetergli: — Va, lasciami sola nella mia tomba, tutto è finito.
Il corso dei suoi pensieri fu improvvisamente interrotto da un leggiero fruscío; si voltò, mise un grido e balzò in piedi.
Menendez era dinanzi a lei.
Fermina si ricompose subito; ma non potè far a meno di fissare per qualche momento uno sguardo inquieto sopra di lui.
Il suo viso era pallido e dimagrato; il suo occhio, smorto; le sue labbra, livide. Aveva la cappa sulle spalle e una borsa da viaggio a tracolla. Stava ritto sulla soglia della porta, un po' curvo e colle gambe un po' piegate; e fissava Fermina con uno sguardo profondo, pieno d'amore e di mestizia.
— Siete stato malato! — gli disse lei con un leggiero accento di pietà.
Menendez esitò un momento e poi rispose con voce debole:
— Sì.... un poco.
Fermina abbassò la testa.
— Ed ora parto —, soggiunse il giovane.
— Per dove? — domandò Fermina senza alzare la testa.
— Per Cuba.
— Oggi?
— Adesso.
— Per sempre?
— ..... Per sempre.
Fermina mise un sospiro, si passò una mano sulla fronte, e poi disse con un accento pietoso: — Ebbene.... addio, Menendez; il Signore t'accompagni.... e.... addio!
— Non hai altro da dirmi? — domandò Menendez colla voce tremante — sei sempre la stessa?
Fermina gli rivolse uno sguardo che rivelava il suo cuore desolato di non potergli dare che una triste risposta.
— Ebbene, — disse allora Menendez avvicinandosi al suo tavolino;.... — poichè non ci vedremo più, fammi una grazia, Fermina. Accetta questo ricordo. — E dicendo così, mise sul tavolino una piccola cassetta di mogano, colla chiavina nella serratura. — Non respingerlo, Fermina! te ne prego! Non è un dono. Non contiene che un foglio di carta in cui è rivelato un segreto che tu devi conoscere; un segreto di famiglia, che non ho rivelato ad altri che a te; una cosa sacra. Accettalo, Fermina; ti giuro sul mio onore che è necessario che tu lo accetti; riconoscerai tu pure questa necessità quando avrai visto di che si tratta, e dirai che avevo ragione e che ho fatto il mio dovere..... Ed ora non ho più altro da dirti. Addio, Fermina!.... dimenticami e sii felice!
Fermina si asciugò una lagrima e gli porse una mano, voltando il viso dall'altra parte.
Menendez le coprì la mano di baci e si diresse verso la porta.
— Menendez! — disse vivamente Fermina.
Menendez si voltò.
— Addio! — ripetè la ragazza con voce alterata, ma ferma; — sono più sventurata di te, perchè non ho più nulla nel cuore! Va, Menendez! Va, e il Signore sia sulla tua strada!
Menendez uscì, socchiuse la porta e cominciò a scender lentamente la scala, coll'orecchio intento, col respiro sospeso, col cuore che gli batteva come se volesse rompergli il petto.
A un tratto sentì il rumore della chiavina della cassetta che girava nella serratura.
Le gambe gli piegarono sotto e un velo nero gli si stese sugli occhi.
Si appoggiò al muro del pianerottolo.
Passarono alcuni secondi.
All'improvviso, un grido sovrumano di dolore, di terrore e d'amore, risonò di cima in fondo alla casa, come un colpo di fulmine; la porta si spalancò, Fermina balzò d'un salto in fondo alla scala, si precipitò dinanzi a Menendez, e prese a baciargli con una furia disperata i piedi, le ginocchia, i panni, singhiozzando, gridando, chiedendo perdono, invocandoIddio, fin che la voce le mancò, gli occhi le si chiusero e cadde svenuta.
I vicini erano già accorsi, e fra essi il signor Luis de Guevara, che aveva accompagnato Menendez dalla Rinconada a Siviglia, e lo stava aspettando nella strada.
— Don Luis, — gli disse Menendez appena lo vide, sollevando Fermina svenuta, e voltandola in modo ch'egli la potesse vedere nel viso: — ti presento mia moglie.
Quindici giorni dopo, infatti, il segretario dell'amministrazione del Circo dei tori di Siviglia, dovendo mandare a Fermina la chiave del trentesimo palcodel lado de la sombra(della parte dell'ombra), indirizzava la lettera: —A doña Fermina Menendez; — ed essendo quella la prima lettera ch'essa riceveva col titolo didoñae col proprio nome legato a quello del suo amante, baciò tre volte la busta e la mise in serbo come una cosa preziosa. Qualunque altra Sivigliana, però, avrebbe in quel giorno baciato invece della busta la chiave, poichè per il felicissimo arrivo di Sua Maestà la Regina Isabella, la quale per la prima volta si faceva vedere a Siviglia colla corona,l'Impresario del Circo aveva preparato uno spettacolo unico nei fasti deltoreoandaluso; e basti il dire che la prima spada si chiamava ilTato, e che si sarebbero slanciati nell'arena otto tori, comprati a peso di dobloni novi,doblones de Isabel, nei pascoli dell'eccellentissimo marchese di Veragua, primo allevatore della Spagna. Per questo, sebbene lo spettacolo cominciasse alle due pomeridiane, laplazaera già quasi piena a mezzogiorno, e al tocco non ci si poteva più entrare. Era una delle più belle giornate che si possan vedere a Siviglia nel mese di settembre. Il vasto Circo poligonale presentava sulle sue trenta gradinate una meravigliosa confusione di visi bruni, di treccie nere, di ventagli agitati e di mani per aria; vi brillava il fiore della bellezza del sobborgo di Triana, v'erano le più famose danzatrici delleescuelas de baile, centinaia d'operaie della fabbrica dei tabacchi colle sottane bianche o rosee, gruppi di gitane con mazzetti nei capelli e sul seno, i più belli e più terribili schermitori di coltello della provincia, coi loro cappellotti di velluto nero e loro cinture rosse ed azzurre; tutto il più ardente sangue andaluso che circolava in quel tempo dal Campo della fiera alla porta di San Juan e dalla Cartuja alla Trinidad; un'immensa raccolta d'amori, di gelosie, di capricci, di gioie, di miserie, un incrociarsi rapidissimo e continuo d'apostrofi clamorose e di occhiate furtive,di fiori e di risa, di parole galanti e d'aranci: tutto ciò rallegrato da una musica strepitosa e saettato da un sole ardente. Alle due precise, glialguacilesentrarono nell'arena per far sgombrare la folla, e nello stesso momento, da due lati contigui del Circo, cento visi si voltarono quasi tutti insieme verso un punto solo e al gridío generale seguì improvvisamente un profondo silenzio. Fermina, vestita di bianco, con un gran mazzo di fiori fra le mani, col viso splendido d'una letizia dignitosa e severa come la sua bellezza, era comparsa nel suo palco, insieme con Menendez, pallido e sorridente, in mezzo a una corona d'amici. Al primo silenzio, seguì dopo pochi momenti un lungo mormorío favorevole, quasi amoroso e altri mille sguardi si fissarono sui due sposi. Tutta Siviglia sapeva quello ch'era accaduto. A un tratto, una gitana seduta sul primo gradino sotto il palco, balzò in piedi, si levò una rosa dai capelli e buttandola a Fermina, gridò: —A ti, doña Fermina Menendez, y Dios te dé la buena suerte!— Subito dopo un'altra ragazza buttò un mazzetto a Menendez e gridò: —A ti, don Luis Menendez, cuor valoroso! — L'esempio fu rapidamente imitato: da tutti i gradini vicini al palco cominciarono a piovere fiori sugli sposi, accompagnati da un gridío appassionato e festoso: — A te, bella creatura! — A te, sangue di prode! — A voi, la più bella coppiadi Siviglia! — Amatevi! — Buona fortuna! — Molti giorni come questi! — Dio vi protegga! — In pochi minuti la notizia e l'entusiasmo si propagarono per quasi tutto il Circo, e da ogni parte si buttarono fiori, si agitarono fazzoletti e mantiglie, si mandarono evviva e saluti; tanto che Fermina, sopraffatta dalla commozione, lasciò cader la testa sulla spalla di Menendez, e la Regina Isabella, che aveva già preso posto nel palco reale con tutto il suo corteggio, si voltò a domandare al giovane generale Serrano chi fossero i due personaggi che mettevano sottosopra i suoi sudditi. Ilgeneral bonito, il bel generale, come si chiamava allora il futuro vincitore d'Alcolea, si fece innanzi rispettosamente, e disse col tuono più dolce della sua voce: — Sono due sposi, Maestà. La sposa è la più bella giovane di Siviglia, e lo sposo è un giovane che ha fatto onore al sangue andaluso. In un accesso di gelosia, avendo offeso mortalmente la sua fidanzata con un cartello infamante, e non essendo riuscito in altro modo a farsi perdonare e riamare, ottenne l'una e l'altra cosa presentandole una cassettina nella quale c'era la penna fatta in due pezzi, che aveva scritto il cartello; sotto la penna, un foglio di carta con su scritto col sangue: —Espiazione, e sotto il foglio di carta la sua mano destra....
Mentre la Regina appuntava il cannocchiale verso gli sposi, le trombe squillarono, la folla gettò un altissimo grido, e il primo toro dell'eccellentissimo signor marchese di Veragua si slanciò muggendo in mezzo all'arena.