CAPITOLO QUARTO.La donna superba.

CAPITOLO QUARTO.La donna superba.Sul principio dell'anno 1589 comparve a Napoli un cavaliere romano giovane, a maraviglia bello, sfarzoso di vesti, di famiglia e di cavalli; chi avesse avuto usanza con Paolo Pelliccioni avria giurato, che fosse desso, senonchè i capelli e i baffi di questo nerissimi, un certo fare alla grande, il suono della voce un po' diverso dal comune potevano metterlo in dubbio; di vero, si diceva, ch'egli venisse dai lontani paesi delle Indie, ma non si sapeva con sicurezza se orientali od occidentali; aggiungevano pel suo grande valore essere salito in grazia di un Kan, o Mammalucco, o Pretegianni, che fosse, il quale prepostolo a, non so nè manco io, quante centinaia di migliaia di cavalieri, aveva riportato strepitosevittorie sopra i signori emuli, esteso il dominio su milioni e milioni di popoli, e messo nel museo reale trentadue sacca di teste di principi ribelli; dopo sì stupendi gesti il Kan o Mammalucco di che si è detto, mancando di prole maschile, avergli profferto in moglie la sua unica figliuola, la quale si era per modo intabaccata del cavaliere, che per poco, vinta d'amore, non si buttava sommersa in mare con un sasso al collo, cercando refrigerio all'arsura onde avvampava; e non dispiaceva nè anco a lui, perchè veramente sembrava un occhio di sole; ma, siccome mettevano per condizione ch'ei si avesse a far turco e circoncidersi, egli, da veroindalgocristiano, essendo disposto anzi a ricevere il martirio, che a rinnegare la fede, notte tempo spulezzò con solo un cavallo, dei tanti suoi tesori solo portando seco parte delle gemme, le quali pure si pregiavano un tesoro capace di comprare qualunque grossissimo reame della Cristianità.Se sopra questa trama dalle comari ci trapuntassero rabeschi, pensatelo voi, per guisa, che le gentildonne ne andavano invisibilio; e, dove appariva, fanciulle e maritate traevano a mirarlo come formiche al grano, comecchè nei sembianti fingessero non vederlo o scansarlo; che le vergognose del Camposanto non occorrono solo a Pisa, nè sempre dipinte, e questo ha la barba bianca; ma tanto è, donne, diplomatici e preti, quantunque le furberie loro abbiano messo il tallo, non sanno buttarle da un canto; le monache poi facevano grappolo dietro le grate, e tutte lo avrebbero voluto per santo attaccato al muro; udita una volta la storia dei suoi casi esse piangevano, con mani giunte e pietosi occhi contemplavano il cielo, ardevano, gelavano, massime quando sentivano il pericolo che aveva corso di restare circonciso.I preti tenevano il bordone, anzi rincaravano la posta, dacchè il cavaliere non mancava mai alla messa ogni giorno, a' vespri, a' tridui, alle novene, alle processioni, insomma alle svariate rappresentanze cattoliche, nelle quali a quei tempi entrava tutta la religione, e poi le mani di lui stillavano proprio il balsamo delleelemosine. Gli uomini, a parlare giusto, non lo amavano gran fatto, taluno ancora lo guardava a stracciasacco, pure co' modi cortesi, le parole oneste, gli offici servizievoli egli parte ammansiva e parte si rendeva benevoli.Tra le tante gentili damigelle di cui la città di Napoli va sempre smaltata come un giardino di fiori, o smagliante come l'emisfero di stelle (il lettore può scegliere tra questi due paragoni quello che meglio gli gusta), alcuni credevano ch'egli avesse posto gli occhi sopra Donna Violante di Ayerba, della quale questo diremo per ora, che tanto si mostrava superba, che per comune opinione si giudicò, se si fosse trovata con Lucifero a entrare in palazzo, questi cavandosi il cappello le avrebbe detto: —passi eccellenza!Nè, se la Violante andava a' versi di lui, pareva che egli piacesse meno alla Violante, argomentandolo i popolani da questo, che ogni volta ella compariva alla Chiesa del Carmine, ecco il cavaliere dietro come la rocca al fuso, dicevano le donne; e gli uomini, come San Rocco eil cane; nè basta: quantunque Gesù Cristo con la sua santa bocca abbia insegnato gli uomini tutti esser uguali, e i preti lo predichino dai pulpiti, e gli altri uomini fuori dei pulpiti, pure e' si dice così per dire, perchè nè in vita, nè in morte, nè in chiesa, nè fuori, gli uomini ti appariranno uguali; e per non andare lontano, mira, alla Violante di Ayerba, appena tocca del piè la soglia della chiesa del Carmine, le occorre affaccendato il sagrestano con seggiolone, e cuscino, mentre il plebeo o sta ritto o s'inginocchia sul marmo; quanto alla morte, popolo e letame, a carrate si buttano là in terra, mentre il Beniamino della fortuna ha la sua brava cassa e sepoltura in chiesa, e l'inventario, a guisa di epitaffio, delle virtù che possedeva, e delle altre che non possedeva, inciso nel marmo sopra la sua testa........ Voi mi tentennate del capo.....; lo so quello che mi volete dire: che monta questo? — Certo dopo morti simili novelle non arrecano caldo nè freddo, ed una di queste lapidi panegiriche vid'io, or fa due dì, adattata per predella colà dove il tacerne è onesto; ma tutte questo prelibatezzelusingano la nostra superbia in vita, e, come ognuno può conoscere, ci dispongono a quel senso di benevolenza universale, che darà l'ultima mano di vernice al nostro perfezionamento civile, politico, religioso, e metto punto. —Quantunque la Violante fosse religiosissima gentildonna e specchio vero di carità fraterna a modo suo, avrebbe prima toccato la pancia della vipera che la mano di una popolesca, o di un popolano, i quali le avessero offerto l'acqua benedetta; e taluno che ci si provò fu lasciato con le dita ritte in su come gli spunzoni di un cancello di villa; al contrario quando gliel'aveva offerta il cavaliere, magari s'ella l'aveva accettata! Da principio parve nicchiare, ma e' fu per parere, perchè poi stese a furia la destra, dalla paura che il gentiluomo ritirasse la sua; sicuro! ella aveva abbassato gli occhi, e la verecondia talora costuma così; ma più sovente l'anima semplicetta che sa nulla, non avendo cosa meno che pura da celare, non piglia vergogna di ciò che manifesta, mentre la passione, abbassando le palpebre su le pupille,lo fa a modo dello amore, il quale con la mano ripara la fiaccola, o per tema gliela spenga il vento, o per meglio nasconderne il fuoco. Ed una volta donna Violante sdrucciolò peggio, almeno così giudicarono unanimi tutte le sue amiche, quando lo seppero: e' fu che un giorno entrando in chiesa, dopo avere ella vibrato lo sguardo innanzi, e dopo averlo storto obliquo con isforzo da restarne stramba per tutta la vita per iscoprire il cavaliere, e non lo vedendo, colta da impazienza, prese a tentennare rigida a destra, e a manca, pari ad arbore di nave in burrasca: all'ultimo non si potendo più tenere... oh fallo! che non varranno a stingere tutte le acque del regno di Napoli! ella si voltò verso la porta di chiesa a mirare se giungeva. — Commesso appena l'atto bieco, se ne accorse, e se ne pentì, secondo il solito quando non lo poteva più dirittamente emendare. Allora tanto più si attaccò a ripararlo storto, onde dardeggiava due occhiatacce che parvero saetto, e parole da mettere i brividi addosso al povero morino affricano, che correggendole lo strascico se ne stava lì impalato secondo il solito.— Perchè mi tiri dietro lo strascico, che Dio ti mandi la mal'ora e il malanno?— Comandi?Ed ella con labbra tumide.— Perchè mi hai fatto voltare tirandomi lo strascico?Il morino da capo non intendendo come trasognato ripeteva:— Comandi vostra signoria?— Comando, tu vada al diavolo che ti porti....E fingendo un grandissimo rovello per sempre più colorire la cosa, tornata a casa, tante seppe contarne a danno della povera creatura, che fattogli prima toccare un carpiccio di bastonate persuase il padre a rivenderlo a un muratore che lo mise a servire da manovale, dove inassueto portando pesi eccessivi alle forze, morì di corto per isfiancamento di cuore.I gentiluomini anzichè cavare le induzioni di chiesa le desumevano dalla Corte, essendo loro parso gran caso, e veramente era, che nell'ultimo festino di Don Giovanni Zuniga conte di Miranda vicerè di Napoli, donna Violante avesse quasi laintera notte ballato col cavaliere romano, e verso lui fosse comparsa non meno pieghevole della persona, che co' modi, consentendo a riporre la propria destra nella destra di lui: nè con minore maraviglia notarono com'ei la conducesse al posto, mentre con gli altri si mostrava rigida, e intirizzita al pari degli orologi di legno.Chi afferma voce di popolo voce di Dio, e chi la moltitudine fucina di menzogna; una parte e l'altra secondo i casi ha ragione: adesso poi non solo il popolo indovinava, ma i ferri erano caldi più che non supponeva.Declinava una limpidissima notte di luglio, notte gioconda per gli astri infiniti che paiono tremare di voluttà, notte vocale che d'innumeri suoni ne compone uno solo, dove ogni uomo distingue la voce, che più desía la sua anima inebriata di amore o dolore. Chi è che tema spettri per queste tenui tenebre? Le Lamie vengono esse col vento che porta l'odore del gelsomino? o la Strega può cavalcare per lo emisfero sopra un raggio della stella di Venere? Lo stesso Rimorso sente assopire le sue viperealla mesta letizia della notte d'Italia; la notte fra noi, massime a Napoli, esulta festosa come colei, che con le discrete tenebre vela l'imeneo dello Amore con la Natura.Lo strepito dei passi dell'uomo si fa ogni ora più rado; una dopo l'altra si chiudono le finestre; la prima, e la seconda volta passò la corte, e, non avendo trovato persona disposta a turbare cotesto sereno dono di Dio, ci è da mettere pegno che se ne andrà a dormire senza venire la terza... ecco non si ode più rumore di cosa animata, se togli a quando a quando l'ululo di qualche cane lontano e lo stridere sottile del grillo cantaiolo... silenzio! m'inganno... e' doveva essere così; non tutti dormono, nè possono dormire in queste notti; a modo che adesso le cardenie, le magnolie, e le bolcamerie dagli aperti calici spandono il tesoro dei più eletti profumi, i cuori innamorati esalano i più cocenti desii... sta bene! precede un soave arpeggio di corde, perchè l'armonia guida sempre per mano l'amore pudibondo.Accostiamoci alla finestra munita diferrata, che ascolteremo il colloquio di amore di Paolo Pelliccioni e della Violante D'Ayerba; solo noto, che per quanto ci affrettiamo non giungeremo a tempo per sentirlo incominciare; di fatti Paolo ora dice:— Faccio voto a Dio, che per quanti paesi abbia corso, e visto popoli (e prego vostra signoria, a credere, che ne ho visti e corsi molti così del vecchio come del nuovo mondo), non mi è occorsa gentil donna divina al pari di voi. Arrivai fino in Golconda, vissi un tempo nei monti del Caucaso; colà vidi le bellissime fra le Georgiane, e le Circasse, evoto a Diosle sono belle da fare venire le lacrime agli occhi, e pure non mi sembrarono degne di reggere nè manco lo strascico a vostra signoria; costumano in cotesti paesi paragonare quelle portentose creature ai fiori, alle farfalle, alle stelle, al sole, alla luna... io, signora, non oso paragonarvi a nulla; tutto conosco minore alle vostre bellezze... e mi dichiaro pronto a sostenerlo con lancia e spada, a piedi come a cavallo contro chiunque presumesse smentirlo.Però non trovando modo di paragone degno alle vostre mirifiche bellezze mi contento adorare e tacere.— Cavaliere, rispose con sussiego la Violante, e con un cotale suono di voce arrotato, io non posso come vorrei palesare la mia gratitudine a Vostra Signoria, perchè, considerato come merita, il vostro discorso, trovo ch'ei pecca in quattro punti; primo, voi avete rammentato due volte il nome di Dio invano, e questo quanto sconvenga a cavaliere cresciuto in grembo di santa madre Chiesa, lascio, che avvertita, la vostra Signoria giudichi da sè: secondamente, quantunque le parole vostre lusinghino il mio cuore, tuttavia come cristiana e cattolica non posso astenermi da ammonirvi essere peccato, e peccato grave glorificare la creatura, quando anco questa creatura fossi io: terzamente, signor cavaliere, mettetevi la mano su la coscienza, e ditemi in grazia se nelle vostre parole non ci entra per lo meno un quarto di piaggeria; forse più: per ultimo, non vi posso nascondere, nè devo, che quel mulinarvi nel cervello femmine saracine, eturche, e mettere la mia immagine in mezzo con quella di loro, non mi sembra cosa di che io mi abbia a tenere onorata.— Santa Prudenziana non avrebbe potuto favellare parole nè più pie, nè più gravi di quello che abbia fatto Vostra Signoria; e, comecchè la condanna dalla vostra bocca mi tornerebbe gradita quanto l'assoluzione o poco meno, pure io imploro dalla vostra giustizia licenza per difendermi; e se la giustizia si trovasse corta, aggiuntatevi un po' della vostra cortesia, la quale vado convinto arriverà a qualunque sterminata lunghezza.— Parlate, cavaliere, noi ve lo concediamo.— Signora: si legge nel decalogo: tu non rammenterai il nome di Dio invano; e va bene, ma chi potrà dire, che io lo ricordi indarno quando lo chiamo in testimonio della vostra bellezza? Voi, signora, vi appellaste alla mia coscienza; permettete, che a mia volta io mi richiami alla vostra. Quanto alla glorificazione della donna, signora, valga il vero, il nostro Signore quale scopo si propose egli nellacreazione della femmina? Non ho mestiero d'inventarlo io, dacchè egli volle palesarcelo: egli ebbe in mente di compire l'uomo, insomma di farlo perfetto; nè poteva Dio presentarlo di dono più sublime, dacchè corre fama credibile, che dapprima voleva donargli una stella, ma ci pensò meglio e gli largì la donna. Chi mai, chi mai, domando perdono se mi scaldo, potrà appuntarmi di glorificare la donna, quando il Re dell'universo la elesse figlia, e madre sopra la terra e pari alla sua gloria nei cieli? Rispetto a piaggeria, io respingo risoluto l'accusa da me, e allego a prova della mia innocenza testimoni superiori ad ogni eccezione, quali sono i vostri specchi, tutti i laghi dei vostri giardini, ogni cosa lucida dentro la quale vostra Signoria voglia far grazia di effigiare la propria immagine; che se non vi piace accettarli come testimoni, orsù, condannateli per miei complici, e sono contento. Ah! signora, se non temessi avventurarmi troppo, io direi come la soverchia modestia talora sia superbia. In un punto dubiterei se dovessi chiamarmi in colpa, ed è loavere messo la Vostra Signoria in confronto con le monsulmane, e le saracine; ma dopochè i reverendi padri Gesuiti si conducono in coteste regioni per pescare quelle anime alla fede cattolica, così io anco qui mi penso giustificato; ad ogni modo in questa parte mi rimetto nel vostro savio intendimento.— Cavaliere, mi accorgo tardi, che troppa è la vostra sapienza, ond'io possa senza taccia d'incauta continuare la disputa con voi; concedete, finchè ne ho tempo, ch'io mi ripari alla riva; e tuttavia, confessandomi vinta, io vi dichiaro, che non mi sento persuasa nè anco a mezzo.— Avrei guadagnato un altro quarto; affrettatevi a pentirvi, perchè, voi lo sapete, la incredulità è il peccato che offende massimamente Dio. E adesso, potrò senza tremore offerire un mazzetto di gelsomini alla mia signora? Si presentano gigli, e viole alla Madonna santissima dei sette dolori, e non gli sdegna, per quanto io sappia, se offerti divotamente: ora io mi dichiaro indegno sì, ma insuperabile divotoalla bellezza divina della signoria vostra illustrissima...— Ma Cavaliere... Cavaliere, sono queste parole che possano intendersi da me senza offesa della nostra santa religione...?—Por las cuentas[11]de mi rosario, santo Ignazio di Loiola non si bandì cavaliere di Nostra Signora, madre di Dio? Forse si legge, che la Madonna se ne arrecasse? Ovvero gli dicesse: — cavaliere, statevi a vostra posta a casa, che la nostra purità non ha mestiere di essere provata con cappa e con spada?— Certo non ho letto in verun libro che questo gli dicesse la Madonna, ma santo Ignazio non ardeva per la beatissima Vergine madre di Dio del medesimo amore, che voi, signor Principe... ditemi, in grazia, siete principe... o duca?— Duca, però che se la mia casa annovera parecchi cardinali di santa Chiesa, non fu sortita fin qui all'altissimo onore di dare un Papa alla cattedra di San Pietro....— Mentre voi, signor Duca... ardete...credo... m'immagino... di amore legittimo certamente, ma profano.— Senza fallo; pure io credo, che se la stessa fonte di tutta purità avesse mirato il povero santo Ignazio avvampare dello amore, ond'io ho acceso il petto, non avrebbe consentito a farne un san Bartolomeo durante il giorno, e un san Lorenzo la notte.— Lasciamo queste cose da canto, signor Duca: ciò che avete detto basta a chiarire, che il paragone di santo Ignazio con la Madonna non tornava in chiave...— Sì, ma pel corpo di santo Alfonso, che riposa in Zamora, come volete, mia signora, ch'io vi ami? Lasciamo questo velo di terra che ci fascia, e pure ci è caro; diventiamo anime, e come nudi spiriti amiamoci; allora fieno nostri diletti correre sopra gli aliti della notte, i quali fanno tentennare i fiori come capi d'innamorati, che si accostano per baciarsi, o voleremo pei cieli a cavallo di quale stella più splende amorosa; o meglio ancora ci avvolgeremo deliziando nell'onda armonica, che esce dalle corde dell'arpa di Davidquando suona i salmi di laude al trono di Dio... ma finchè questo connubio della materia con l'anima dura, deh! non mi sia colpa amarvi come Adamo amò Eva, come i Patriarchi amarono le mogli loro... e così essendo, perchè ricuserete la umile offerta? Sara non respinse i doni di Faraone, e di Abimelec, e cotesti doni diversi dai miei, ed anco dati per fine meno santo davvero.— No, Duca, nelle vostre parole non ci ha cosa che io non possa udire, nè nelle profferte vostre, cosa che io non possa accettare; solo ci sono cose che nè dovrei udire, nè posso accogliere prima del signor marchese mio padre. La notte amica cuopre il mio rossore, però protetta dalle sue ombre mi attento, signor Duca, porgervi la mia mano in pegno, che il vostro affetto non mi torna sgradito.La mano della Violante fu strinta bramosamente da entrambe le mani di Paolo, e baciata con sì focosi baci, che per poco non ci levarono sopra le galle; e tra un bacio e l'altro non si udivano che esclamazioni: —o suma bondad! o muis contiento!gioie maravigliose anzi divine!o mia querida prenda!anima dell'anima mia!mio dulce cuidado!con altre più voci di cui va composto il grande dizionario italiano e spagnolo dello Amore. Fin qui, come avranno potuto notare i miei lettori, e sopratutto le mie amabili leggitrici, i discorsi dei nostri amanti sonarono perfettamente imbecilli: cotesto non si nega; ma non è mia colpa; chi se ne intende mi accerta la imbecillità essere vizio proprio dei colloquii di amore, il quale essi possiedono in comune co' discorsi di apertura dei Parlamenti, che i ministri mettono su la bocca alla corona, e co' discorsi dei ministri stessi, eccetto quando parlano di gravarci con nuovi balzelli le spalle, nel medesimo modo che i favellii di amore cessano di comparire vacui quando danno la stretta del matrimonio; chè quanto a questa faccenda non ci ha femmina al mondo, la quale non valga a reggere il bacile al piùinvolpitofra i diplomatici; nè la Violante era donna da dimenticare il fatto suo; di vero, appena riscossa la mano al rapace amatore che ne menavastrazio (già s'intende co' baci), ella mostrando vaghezza di allontanarsi favellò:— Addio, signor Duca; il Signore vi tenga nella sua santa guardia... continuate ad amarmi come io vi amo; — di tanto vivete sicuro, che mi sarà grato portare il vostro nome, e il titolo di Duchessa, ma al medesimo tempo, non vogliate obliare mai che in questa casa non si entra se non per la porta, e consenziente mio padre... intanto scrivete a Roma, fate venire le prove della vostra nobiltà, le carte concernenti il Principato... voleva dire la Duchea, i feudi, e i maggioraschi vostri, e dopo che tutto questo sarà chiarito, ventilato e cribrato, persuadetevi, mio signor Duca, che voi non potrete desiderare più zelante avvocato di me presso il signor Marchese mio padre, perchè vi conceda la mia mano.Detto questo, ella si allontanò intostita, piuttosto radendo che mutando passi sul pavimento, come quelli che le videro, affermano costumare le statue quando, scese dai coperchi dei sepolcri per fare le faccende loro, si affrettano ritornare al posto. —Paolo rimasto solo chiuse a pugno la destra e poi l'aperse di forza avventando dietro costei una imprecazione che a cotesti tempi ricorreva spesso sopra le labbra dei vassallacci di Roma, e vi s'incontra anco ai nostri, ma che non può trovare onestamente luogo in questo libro.La Violante condottasi nella sua camera si pose innanzi tratto genuflessa davanti a bellissimo crocifisso di avorio, avvertendo bene, che il cuscino di velluto non le cascasse di sotto le ginocchia, e quivi si accusò, e si pentì del peccato commesso contro la religione, i costumi di gentildonna cristiana, e soprattutto contro il decoro d'idalgaspagnuola, concludendo col fermo proponimento di tornare da capo alla prima occasione. Dopo ciò, parendole di avere saldato il conto della giornata, si mise a giacere.Ed ora che dorme guardiamola un po' adagio, e procuriamo in succinto porgere idea della sua persona. Vi ricordate la cara statuetta di Canova, che rappresenta Psiche con la farfalla tra le mani? Canova la donò; altri la vendeva; adesso sitrova in Baviera, ma voi ve ne ricorderete. Or bene, nel modo che la farfalla sta tra le dita di Psiche, l'anima della Violante si trovava imprigionata fra quelle della Superbia; ma ohimè! con sorte quanto diversa; Psiche l'accarezza, e ne scuote soavemente la tenue forfora dalle ali dorate, mentre la Superbia mena strage dell'anima caduta nel suo fiero dominio. I tratti che la benevolenza s'industriava condurre sopra cotesto sembiante, l'asperità ostinavasi cancellare: le labbra di lei, comecchè vermiglie ignoravano le molli curve onde la bocca di donna sorride quei placidi sorrisi somiglievoli a sfumature di odore soverchiamente acuto, nè gli occhi suoi conoscevano i lunghi sguardi e miti come le mestissime tinte della luce che tramonta: anco per gioia i suoi sopraccigli aggrondavansi, e guardavano il supplichevole del pari che lo irreverente; e quante volte i suoi labbri si atteggiavano a sorriso facevano greppo come fanciullo che si disponga a piangere. Dalla madre spagnuola ella ebbe i capelli neri, lucidi quanto bitume giudaico, e la pelle colorita di un pallidogentile arieggiante l'umore più puro che si cava dalla pingue oliva toscana, altro da lei non ebbe, che la lasciò bambina; nè forse più nè meglio avria potuto cavarne, allevata come fu in corte di Spagna, dove respiravasi sempre un'aura di superstizione che emanava dall'arca d'Isabella regina, tenuta aperta dalla sacra crudeltà dei frati..... Signore! Quando considero cotesta donna levata a cielo, non pure dai vetusti, bensì anco dai moderni scrittori, e perfino da quelli che nacquero e crebbero fra popoli liberissimi, la mia mente si sbigottisce[12]. Per me mi sento ribollire il sangue alla ipocrita ferocia, e alla stolida credulità di costei, la quale o fingeva, o sperava spegnere con alcune poche lagrime lo incendio dei roghi della Inquisizione, ch'ella pure aveva suscitato. Ormai a estinguere il maledetto fuoco mantenuto vivo dalla cupida rabbia dei frati, non che lacrime di donna, basterà appena il diluvio di sangue di cento generazioni. —Quali fossero le doti dell'animo di Violanted'Ayerba questo racconto andrà significando a parte a parte; intanto, per terminare con quelle del suo corpo, conchiuderemo, che bella appariva nel volto, e nelle membra per eccellenza disposta, e non dimanco tale, che un pittore antico l'avrebbe tolta a modello di Melpomene, la Musa della Tragedia, mentre un moderno ci avrebbe cavato la immagine di Erodiade che, tra le sorrise parolette brevi, e le blandizie proterve della voluttà, domandava a Erode le s'imbandisse sopra la mensa il capo mozzo del Battista, deliziosissimo sopra ogni frutto all'ira muliebre, che non perdona mai.

Sul principio dell'anno 1589 comparve a Napoli un cavaliere romano giovane, a maraviglia bello, sfarzoso di vesti, di famiglia e di cavalli; chi avesse avuto usanza con Paolo Pelliccioni avria giurato, che fosse desso, senonchè i capelli e i baffi di questo nerissimi, un certo fare alla grande, il suono della voce un po' diverso dal comune potevano metterlo in dubbio; di vero, si diceva, ch'egli venisse dai lontani paesi delle Indie, ma non si sapeva con sicurezza se orientali od occidentali; aggiungevano pel suo grande valore essere salito in grazia di un Kan, o Mammalucco, o Pretegianni, che fosse, il quale prepostolo a, non so nè manco io, quante centinaia di migliaia di cavalieri, aveva riportato strepitosevittorie sopra i signori emuli, esteso il dominio su milioni e milioni di popoli, e messo nel museo reale trentadue sacca di teste di principi ribelli; dopo sì stupendi gesti il Kan o Mammalucco di che si è detto, mancando di prole maschile, avergli profferto in moglie la sua unica figliuola, la quale si era per modo intabaccata del cavaliere, che per poco, vinta d'amore, non si buttava sommersa in mare con un sasso al collo, cercando refrigerio all'arsura onde avvampava; e non dispiaceva nè anco a lui, perchè veramente sembrava un occhio di sole; ma, siccome mettevano per condizione ch'ei si avesse a far turco e circoncidersi, egli, da veroindalgocristiano, essendo disposto anzi a ricevere il martirio, che a rinnegare la fede, notte tempo spulezzò con solo un cavallo, dei tanti suoi tesori solo portando seco parte delle gemme, le quali pure si pregiavano un tesoro capace di comprare qualunque grossissimo reame della Cristianità.

Se sopra questa trama dalle comari ci trapuntassero rabeschi, pensatelo voi, per guisa, che le gentildonne ne andavano invisibilio; e, dove appariva, fanciulle e maritate traevano a mirarlo come formiche al grano, comecchè nei sembianti fingessero non vederlo o scansarlo; che le vergognose del Camposanto non occorrono solo a Pisa, nè sempre dipinte, e questo ha la barba bianca; ma tanto è, donne, diplomatici e preti, quantunque le furberie loro abbiano messo il tallo, non sanno buttarle da un canto; le monache poi facevano grappolo dietro le grate, e tutte lo avrebbero voluto per santo attaccato al muro; udita una volta la storia dei suoi casi esse piangevano, con mani giunte e pietosi occhi contemplavano il cielo, ardevano, gelavano, massime quando sentivano il pericolo che aveva corso di restare circonciso.

I preti tenevano il bordone, anzi rincaravano la posta, dacchè il cavaliere non mancava mai alla messa ogni giorno, a' vespri, a' tridui, alle novene, alle processioni, insomma alle svariate rappresentanze cattoliche, nelle quali a quei tempi entrava tutta la religione, e poi le mani di lui stillavano proprio il balsamo delleelemosine. Gli uomini, a parlare giusto, non lo amavano gran fatto, taluno ancora lo guardava a stracciasacco, pure co' modi cortesi, le parole oneste, gli offici servizievoli egli parte ammansiva e parte si rendeva benevoli.

Tra le tante gentili damigelle di cui la città di Napoli va sempre smaltata come un giardino di fiori, o smagliante come l'emisfero di stelle (il lettore può scegliere tra questi due paragoni quello che meglio gli gusta), alcuni credevano ch'egli avesse posto gli occhi sopra Donna Violante di Ayerba, della quale questo diremo per ora, che tanto si mostrava superba, che per comune opinione si giudicò, se si fosse trovata con Lucifero a entrare in palazzo, questi cavandosi il cappello le avrebbe detto: —passi eccellenza!

Nè, se la Violante andava a' versi di lui, pareva che egli piacesse meno alla Violante, argomentandolo i popolani da questo, che ogni volta ella compariva alla Chiesa del Carmine, ecco il cavaliere dietro come la rocca al fuso, dicevano le donne; e gli uomini, come San Rocco eil cane; nè basta: quantunque Gesù Cristo con la sua santa bocca abbia insegnato gli uomini tutti esser uguali, e i preti lo predichino dai pulpiti, e gli altri uomini fuori dei pulpiti, pure e' si dice così per dire, perchè nè in vita, nè in morte, nè in chiesa, nè fuori, gli uomini ti appariranno uguali; e per non andare lontano, mira, alla Violante di Ayerba, appena tocca del piè la soglia della chiesa del Carmine, le occorre affaccendato il sagrestano con seggiolone, e cuscino, mentre il plebeo o sta ritto o s'inginocchia sul marmo; quanto alla morte, popolo e letame, a carrate si buttano là in terra, mentre il Beniamino della fortuna ha la sua brava cassa e sepoltura in chiesa, e l'inventario, a guisa di epitaffio, delle virtù che possedeva, e delle altre che non possedeva, inciso nel marmo sopra la sua testa........ Voi mi tentennate del capo.....; lo so quello che mi volete dire: che monta questo? — Certo dopo morti simili novelle non arrecano caldo nè freddo, ed una di queste lapidi panegiriche vid'io, or fa due dì, adattata per predella colà dove il tacerne è onesto; ma tutte questo prelibatezzelusingano la nostra superbia in vita, e, come ognuno può conoscere, ci dispongono a quel senso di benevolenza universale, che darà l'ultima mano di vernice al nostro perfezionamento civile, politico, religioso, e metto punto. —

Quantunque la Violante fosse religiosissima gentildonna e specchio vero di carità fraterna a modo suo, avrebbe prima toccato la pancia della vipera che la mano di una popolesca, o di un popolano, i quali le avessero offerto l'acqua benedetta; e taluno che ci si provò fu lasciato con le dita ritte in su come gli spunzoni di un cancello di villa; al contrario quando gliel'aveva offerta il cavaliere, magari s'ella l'aveva accettata! Da principio parve nicchiare, ma e' fu per parere, perchè poi stese a furia la destra, dalla paura che il gentiluomo ritirasse la sua; sicuro! ella aveva abbassato gli occhi, e la verecondia talora costuma così; ma più sovente l'anima semplicetta che sa nulla, non avendo cosa meno che pura da celare, non piglia vergogna di ciò che manifesta, mentre la passione, abbassando le palpebre su le pupille,lo fa a modo dello amore, il quale con la mano ripara la fiaccola, o per tema gliela spenga il vento, o per meglio nasconderne il fuoco. Ed una volta donna Violante sdrucciolò peggio, almeno così giudicarono unanimi tutte le sue amiche, quando lo seppero: e' fu che un giorno entrando in chiesa, dopo avere ella vibrato lo sguardo innanzi, e dopo averlo storto obliquo con isforzo da restarne stramba per tutta la vita per iscoprire il cavaliere, e non lo vedendo, colta da impazienza, prese a tentennare rigida a destra, e a manca, pari ad arbore di nave in burrasca: all'ultimo non si potendo più tenere... oh fallo! che non varranno a stingere tutte le acque del regno di Napoli! ella si voltò verso la porta di chiesa a mirare se giungeva. — Commesso appena l'atto bieco, se ne accorse, e se ne pentì, secondo il solito quando non lo poteva più dirittamente emendare. Allora tanto più si attaccò a ripararlo storto, onde dardeggiava due occhiatacce che parvero saetto, e parole da mettere i brividi addosso al povero morino affricano, che correggendole lo strascico se ne stava lì impalato secondo il solito.

— Perchè mi tiri dietro lo strascico, che Dio ti mandi la mal'ora e il malanno?

— Comandi?

Ed ella con labbra tumide.

— Perchè mi hai fatto voltare tirandomi lo strascico?

Il morino da capo non intendendo come trasognato ripeteva:

— Comandi vostra signoria?

— Comando, tu vada al diavolo che ti porti....

E fingendo un grandissimo rovello per sempre più colorire la cosa, tornata a casa, tante seppe contarne a danno della povera creatura, che fattogli prima toccare un carpiccio di bastonate persuase il padre a rivenderlo a un muratore che lo mise a servire da manovale, dove inassueto portando pesi eccessivi alle forze, morì di corto per isfiancamento di cuore.

I gentiluomini anzichè cavare le induzioni di chiesa le desumevano dalla Corte, essendo loro parso gran caso, e veramente era, che nell'ultimo festino di Don Giovanni Zuniga conte di Miranda vicerè di Napoli, donna Violante avesse quasi laintera notte ballato col cavaliere romano, e verso lui fosse comparsa non meno pieghevole della persona, che co' modi, consentendo a riporre la propria destra nella destra di lui: nè con minore maraviglia notarono com'ei la conducesse al posto, mentre con gli altri si mostrava rigida, e intirizzita al pari degli orologi di legno.

Chi afferma voce di popolo voce di Dio, e chi la moltitudine fucina di menzogna; una parte e l'altra secondo i casi ha ragione: adesso poi non solo il popolo indovinava, ma i ferri erano caldi più che non supponeva.

Declinava una limpidissima notte di luglio, notte gioconda per gli astri infiniti che paiono tremare di voluttà, notte vocale che d'innumeri suoni ne compone uno solo, dove ogni uomo distingue la voce, che più desía la sua anima inebriata di amore o dolore. Chi è che tema spettri per queste tenui tenebre? Le Lamie vengono esse col vento che porta l'odore del gelsomino? o la Strega può cavalcare per lo emisfero sopra un raggio della stella di Venere? Lo stesso Rimorso sente assopire le sue viperealla mesta letizia della notte d'Italia; la notte fra noi, massime a Napoli, esulta festosa come colei, che con le discrete tenebre vela l'imeneo dello Amore con la Natura.

Lo strepito dei passi dell'uomo si fa ogni ora più rado; una dopo l'altra si chiudono le finestre; la prima, e la seconda volta passò la corte, e, non avendo trovato persona disposta a turbare cotesto sereno dono di Dio, ci è da mettere pegno che se ne andrà a dormire senza venire la terza... ecco non si ode più rumore di cosa animata, se togli a quando a quando l'ululo di qualche cane lontano e lo stridere sottile del grillo cantaiolo... silenzio! m'inganno... e' doveva essere così; non tutti dormono, nè possono dormire in queste notti; a modo che adesso le cardenie, le magnolie, e le bolcamerie dagli aperti calici spandono il tesoro dei più eletti profumi, i cuori innamorati esalano i più cocenti desii... sta bene! precede un soave arpeggio di corde, perchè l'armonia guida sempre per mano l'amore pudibondo.

Accostiamoci alla finestra munita diferrata, che ascolteremo il colloquio di amore di Paolo Pelliccioni e della Violante D'Ayerba; solo noto, che per quanto ci affrettiamo non giungeremo a tempo per sentirlo incominciare; di fatti Paolo ora dice:

— Faccio voto a Dio, che per quanti paesi abbia corso, e visto popoli (e prego vostra signoria, a credere, che ne ho visti e corsi molti così del vecchio come del nuovo mondo), non mi è occorsa gentil donna divina al pari di voi. Arrivai fino in Golconda, vissi un tempo nei monti del Caucaso; colà vidi le bellissime fra le Georgiane, e le Circasse, evoto a Diosle sono belle da fare venire le lacrime agli occhi, e pure non mi sembrarono degne di reggere nè manco lo strascico a vostra signoria; costumano in cotesti paesi paragonare quelle portentose creature ai fiori, alle farfalle, alle stelle, al sole, alla luna... io, signora, non oso paragonarvi a nulla; tutto conosco minore alle vostre bellezze... e mi dichiaro pronto a sostenerlo con lancia e spada, a piedi come a cavallo contro chiunque presumesse smentirlo.Però non trovando modo di paragone degno alle vostre mirifiche bellezze mi contento adorare e tacere.

— Cavaliere, rispose con sussiego la Violante, e con un cotale suono di voce arrotato, io non posso come vorrei palesare la mia gratitudine a Vostra Signoria, perchè, considerato come merita, il vostro discorso, trovo ch'ei pecca in quattro punti; primo, voi avete rammentato due volte il nome di Dio invano, e questo quanto sconvenga a cavaliere cresciuto in grembo di santa madre Chiesa, lascio, che avvertita, la vostra Signoria giudichi da sè: secondamente, quantunque le parole vostre lusinghino il mio cuore, tuttavia come cristiana e cattolica non posso astenermi da ammonirvi essere peccato, e peccato grave glorificare la creatura, quando anco questa creatura fossi io: terzamente, signor cavaliere, mettetevi la mano su la coscienza, e ditemi in grazia se nelle vostre parole non ci entra per lo meno un quarto di piaggeria; forse più: per ultimo, non vi posso nascondere, nè devo, che quel mulinarvi nel cervello femmine saracine, eturche, e mettere la mia immagine in mezzo con quella di loro, non mi sembra cosa di che io mi abbia a tenere onorata.

— Santa Prudenziana non avrebbe potuto favellare parole nè più pie, nè più gravi di quello che abbia fatto Vostra Signoria; e, comecchè la condanna dalla vostra bocca mi tornerebbe gradita quanto l'assoluzione o poco meno, pure io imploro dalla vostra giustizia licenza per difendermi; e se la giustizia si trovasse corta, aggiuntatevi un po' della vostra cortesia, la quale vado convinto arriverà a qualunque sterminata lunghezza.

— Parlate, cavaliere, noi ve lo concediamo.

— Signora: si legge nel decalogo: tu non rammenterai il nome di Dio invano; e va bene, ma chi potrà dire, che io lo ricordi indarno quando lo chiamo in testimonio della vostra bellezza? Voi, signora, vi appellaste alla mia coscienza; permettete, che a mia volta io mi richiami alla vostra. Quanto alla glorificazione della donna, signora, valga il vero, il nostro Signore quale scopo si propose egli nellacreazione della femmina? Non ho mestiero d'inventarlo io, dacchè egli volle palesarcelo: egli ebbe in mente di compire l'uomo, insomma di farlo perfetto; nè poteva Dio presentarlo di dono più sublime, dacchè corre fama credibile, che dapprima voleva donargli una stella, ma ci pensò meglio e gli largì la donna. Chi mai, chi mai, domando perdono se mi scaldo, potrà appuntarmi di glorificare la donna, quando il Re dell'universo la elesse figlia, e madre sopra la terra e pari alla sua gloria nei cieli? Rispetto a piaggeria, io respingo risoluto l'accusa da me, e allego a prova della mia innocenza testimoni superiori ad ogni eccezione, quali sono i vostri specchi, tutti i laghi dei vostri giardini, ogni cosa lucida dentro la quale vostra Signoria voglia far grazia di effigiare la propria immagine; che se non vi piace accettarli come testimoni, orsù, condannateli per miei complici, e sono contento. Ah! signora, se non temessi avventurarmi troppo, io direi come la soverchia modestia talora sia superbia. In un punto dubiterei se dovessi chiamarmi in colpa, ed è loavere messo la Vostra Signoria in confronto con le monsulmane, e le saracine; ma dopochè i reverendi padri Gesuiti si conducono in coteste regioni per pescare quelle anime alla fede cattolica, così io anco qui mi penso giustificato; ad ogni modo in questa parte mi rimetto nel vostro savio intendimento.

— Cavaliere, mi accorgo tardi, che troppa è la vostra sapienza, ond'io possa senza taccia d'incauta continuare la disputa con voi; concedete, finchè ne ho tempo, ch'io mi ripari alla riva; e tuttavia, confessandomi vinta, io vi dichiaro, che non mi sento persuasa nè anco a mezzo.

— Avrei guadagnato un altro quarto; affrettatevi a pentirvi, perchè, voi lo sapete, la incredulità è il peccato che offende massimamente Dio. E adesso, potrò senza tremore offerire un mazzetto di gelsomini alla mia signora? Si presentano gigli, e viole alla Madonna santissima dei sette dolori, e non gli sdegna, per quanto io sappia, se offerti divotamente: ora io mi dichiaro indegno sì, ma insuperabile divotoalla bellezza divina della signoria vostra illustrissima...

— Ma Cavaliere... Cavaliere, sono queste parole che possano intendersi da me senza offesa della nostra santa religione...?

—Por las cuentas[11]de mi rosario, santo Ignazio di Loiola non si bandì cavaliere di Nostra Signora, madre di Dio? Forse si legge, che la Madonna se ne arrecasse? Ovvero gli dicesse: — cavaliere, statevi a vostra posta a casa, che la nostra purità non ha mestiere di essere provata con cappa e con spada?

— Certo non ho letto in verun libro che questo gli dicesse la Madonna, ma santo Ignazio non ardeva per la beatissima Vergine madre di Dio del medesimo amore, che voi, signor Principe... ditemi, in grazia, siete principe... o duca?

— Duca, però che se la mia casa annovera parecchi cardinali di santa Chiesa, non fu sortita fin qui all'altissimo onore di dare un Papa alla cattedra di San Pietro....

— Mentre voi, signor Duca... ardete...credo... m'immagino... di amore legittimo certamente, ma profano.

— Senza fallo; pure io credo, che se la stessa fonte di tutta purità avesse mirato il povero santo Ignazio avvampare dello amore, ond'io ho acceso il petto, non avrebbe consentito a farne un san Bartolomeo durante il giorno, e un san Lorenzo la notte.

— Lasciamo queste cose da canto, signor Duca: ciò che avete detto basta a chiarire, che il paragone di santo Ignazio con la Madonna non tornava in chiave...

— Sì, ma pel corpo di santo Alfonso, che riposa in Zamora, come volete, mia signora, ch'io vi ami? Lasciamo questo velo di terra che ci fascia, e pure ci è caro; diventiamo anime, e come nudi spiriti amiamoci; allora fieno nostri diletti correre sopra gli aliti della notte, i quali fanno tentennare i fiori come capi d'innamorati, che si accostano per baciarsi, o voleremo pei cieli a cavallo di quale stella più splende amorosa; o meglio ancora ci avvolgeremo deliziando nell'onda armonica, che esce dalle corde dell'arpa di Davidquando suona i salmi di laude al trono di Dio... ma finchè questo connubio della materia con l'anima dura, deh! non mi sia colpa amarvi come Adamo amò Eva, come i Patriarchi amarono le mogli loro... e così essendo, perchè ricuserete la umile offerta? Sara non respinse i doni di Faraone, e di Abimelec, e cotesti doni diversi dai miei, ed anco dati per fine meno santo davvero.

— No, Duca, nelle vostre parole non ci ha cosa che io non possa udire, nè nelle profferte vostre, cosa che io non possa accettare; solo ci sono cose che nè dovrei udire, nè posso accogliere prima del signor marchese mio padre. La notte amica cuopre il mio rossore, però protetta dalle sue ombre mi attento, signor Duca, porgervi la mia mano in pegno, che il vostro affetto non mi torna sgradito.

La mano della Violante fu strinta bramosamente da entrambe le mani di Paolo, e baciata con sì focosi baci, che per poco non ci levarono sopra le galle; e tra un bacio e l'altro non si udivano che esclamazioni: —o suma bondad! o muis contiento!gioie maravigliose anzi divine!o mia querida prenda!anima dell'anima mia!mio dulce cuidado!con altre più voci di cui va composto il grande dizionario italiano e spagnolo dello Amore. Fin qui, come avranno potuto notare i miei lettori, e sopratutto le mie amabili leggitrici, i discorsi dei nostri amanti sonarono perfettamente imbecilli: cotesto non si nega; ma non è mia colpa; chi se ne intende mi accerta la imbecillità essere vizio proprio dei colloquii di amore, il quale essi possiedono in comune co' discorsi di apertura dei Parlamenti, che i ministri mettono su la bocca alla corona, e co' discorsi dei ministri stessi, eccetto quando parlano di gravarci con nuovi balzelli le spalle, nel medesimo modo che i favellii di amore cessano di comparire vacui quando danno la stretta del matrimonio; chè quanto a questa faccenda non ci ha femmina al mondo, la quale non valga a reggere il bacile al piùinvolpitofra i diplomatici; nè la Violante era donna da dimenticare il fatto suo; di vero, appena riscossa la mano al rapace amatore che ne menavastrazio (già s'intende co' baci), ella mostrando vaghezza di allontanarsi favellò:

— Addio, signor Duca; il Signore vi tenga nella sua santa guardia... continuate ad amarmi come io vi amo; — di tanto vivete sicuro, che mi sarà grato portare il vostro nome, e il titolo di Duchessa, ma al medesimo tempo, non vogliate obliare mai che in questa casa non si entra se non per la porta, e consenziente mio padre... intanto scrivete a Roma, fate venire le prove della vostra nobiltà, le carte concernenti il Principato... voleva dire la Duchea, i feudi, e i maggioraschi vostri, e dopo che tutto questo sarà chiarito, ventilato e cribrato, persuadetevi, mio signor Duca, che voi non potrete desiderare più zelante avvocato di me presso il signor Marchese mio padre, perchè vi conceda la mia mano.

Detto questo, ella si allontanò intostita, piuttosto radendo che mutando passi sul pavimento, come quelli che le videro, affermano costumare le statue quando, scese dai coperchi dei sepolcri per fare le faccende loro, si affrettano ritornare al posto. —

Paolo rimasto solo chiuse a pugno la destra e poi l'aperse di forza avventando dietro costei una imprecazione che a cotesti tempi ricorreva spesso sopra le labbra dei vassallacci di Roma, e vi s'incontra anco ai nostri, ma che non può trovare onestamente luogo in questo libro.

La Violante condottasi nella sua camera si pose innanzi tratto genuflessa davanti a bellissimo crocifisso di avorio, avvertendo bene, che il cuscino di velluto non le cascasse di sotto le ginocchia, e quivi si accusò, e si pentì del peccato commesso contro la religione, i costumi di gentildonna cristiana, e soprattutto contro il decoro d'idalgaspagnuola, concludendo col fermo proponimento di tornare da capo alla prima occasione. Dopo ciò, parendole di avere saldato il conto della giornata, si mise a giacere.

Ed ora che dorme guardiamola un po' adagio, e procuriamo in succinto porgere idea della sua persona. Vi ricordate la cara statuetta di Canova, che rappresenta Psiche con la farfalla tra le mani? Canova la donò; altri la vendeva; adesso sitrova in Baviera, ma voi ve ne ricorderete. Or bene, nel modo che la farfalla sta tra le dita di Psiche, l'anima della Violante si trovava imprigionata fra quelle della Superbia; ma ohimè! con sorte quanto diversa; Psiche l'accarezza, e ne scuote soavemente la tenue forfora dalle ali dorate, mentre la Superbia mena strage dell'anima caduta nel suo fiero dominio. I tratti che la benevolenza s'industriava condurre sopra cotesto sembiante, l'asperità ostinavasi cancellare: le labbra di lei, comecchè vermiglie ignoravano le molli curve onde la bocca di donna sorride quei placidi sorrisi somiglievoli a sfumature di odore soverchiamente acuto, nè gli occhi suoi conoscevano i lunghi sguardi e miti come le mestissime tinte della luce che tramonta: anco per gioia i suoi sopraccigli aggrondavansi, e guardavano il supplichevole del pari che lo irreverente; e quante volte i suoi labbri si atteggiavano a sorriso facevano greppo come fanciullo che si disponga a piangere. Dalla madre spagnuola ella ebbe i capelli neri, lucidi quanto bitume giudaico, e la pelle colorita di un pallidogentile arieggiante l'umore più puro che si cava dalla pingue oliva toscana, altro da lei non ebbe, che la lasciò bambina; nè forse più nè meglio avria potuto cavarne, allevata come fu in corte di Spagna, dove respiravasi sempre un'aura di superstizione che emanava dall'arca d'Isabella regina, tenuta aperta dalla sacra crudeltà dei frati..... Signore! Quando considero cotesta donna levata a cielo, non pure dai vetusti, bensì anco dai moderni scrittori, e perfino da quelli che nacquero e crebbero fra popoli liberissimi, la mia mente si sbigottisce[12]. Per me mi sento ribollire il sangue alla ipocrita ferocia, e alla stolida credulità di costei, la quale o fingeva, o sperava spegnere con alcune poche lagrime lo incendio dei roghi della Inquisizione, ch'ella pure aveva suscitato. Ormai a estinguere il maledetto fuoco mantenuto vivo dalla cupida rabbia dei frati, non che lacrime di donna, basterà appena il diluvio di sangue di cento generazioni. —

Quali fossero le doti dell'animo di Violanted'Ayerba questo racconto andrà significando a parte a parte; intanto, per terminare con quelle del suo corpo, conchiuderemo, che bella appariva nel volto, e nelle membra per eccellenza disposta, e non dimanco tale, che un pittore antico l'avrebbe tolta a modello di Melpomene, la Musa della Tragedia, mentre un moderno ci avrebbe cavato la immagine di Erodiade che, tra le sorrise parolette brevi, e le blandizie proterve della voluttà, domandava a Erode le s'imbandisse sopra la mensa il capo mozzo del Battista, deliziosissimo sopra ogni frutto all'ira muliebre, che non perdona mai.


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