CAPITOLO VIII.Sangue romano.Aveva le costole in pezzi, si cimentava a sentirsele ridurre in tritoli peggio che mazzamurro, e nondimeno, assillato dal demonio dell'avarizia, don Ignazio come prima potè si condusse al palazzo del marchese d'Ayerba; barellava per via, pareva, che camminasse sopra brace accesa, torceva in isconcie guise la bocca come se masticasse fette di limone, o sorbisse aura di aceto, con gli occhi, con le spalle, con tutta la persona scontorcevasi, divincolavasi quasi colpito dal malore, che ha nome da santo Vito: e pur sempre coll'arco del pensiero teso ai dugento ducati perduti, un po' malediceva la sua rea fortuna, un po' quella sua smania di perfidiare, viziacciovecchio per cui ne aveva rilevato più di un carpiccio delle buone, e sua madre lo rimproverò sovente dicendogli: Ignazio, tu cerchi il male come i medici. — Ma ormai a naso tagliato non valgono occhiali; però tentiamo, se questo strappo si possa rammendare, e ne vale il pregio, perchè que' dugento ducati... e largheggiava fino a trecento... poh! meriterei proprio la frusta su l'asino.... ma poniamo solo dugento, farebbero proprio la mano di Dio. —Queste ed altre tattere nel suo cervello almanaccando, costui arrancava verso il palazzo del Marchese, dove giunto levò di sè le meraviglie tra i servi, i quali lo credevano all'olio santo; non mancarono cotesti tristi di dargli la soia, ma così sottile, che costui, comunque maliziato quanto un famiglio degli Otto, non se ne accorse; — e poichè dopo alquante parole egli chiese vedere don Valente, risposergli, crederlo difficile, tuttavia ne farebbero motto a don Diego; aspettasse in anticamera. Siccome di aspettare in anticamera così crudo crudo egli non si era mai sentito dire in faccia, massime di proprio motodai servi, argomentò e bene, che insolentendo la ciurma, il pilota non reggesse più il timone. Non avendo don Diego trovato da opporre impedimento, anzi reputando che potesse giovare, si fece incontro al Parroco, e lo condusse al cospetto del suo padrone; don Ignazio pensò rinvenire il Marchese giacente in letto, ma anch'egli cadde in errore, dacchè spalancati all'improvviso gli usci della sala gli comparve dinanzi. —Heu! quantum mutatus ab illo: il tempo con un colpo di falce frullana gli aveva levato dieci anni di stianto; le carni flosce gli cascavano giù come impazienti di restare più oltre attaccate alle ossa; e di livide si erano convertite in cenerine, colore sopra tutti prediletto dalla morte; pure non fu il Marchese che gli recava maggiormente stupore; maraviglia, stizza e paura gli fece l'aspetto del salone convertito in cappella mortuaria, e ciò per consiglio del Medico, il quale, comecchè con poca speranza, volle provare se non contrastando la mania del Marchese, anzi secondandola, potesse raddrizzargli lo intelletto.Andava la sala, parata di gramaglia, intorno piena di cartelli ove ricorrevano le più strane inscrizioni, parto della mente travolta del misero uomo, sebbene e' fosse più che verosimile, come nello stato ordinario di salute non avrebbe saputo fare di meglio. Una presso a poco diceva:il Padre eterno avendo fatto la rassegna degli angioli, trovò che uno di loro aveva disertato dalla bandiera dei cieli, allora chiamò a sè la signora Violante mia figliuola per riempire il posto vuoto:— un'altra:le stelle dispettando, che gli uomini intendessero a contemplare gli occhi della illustrissima marchesa d'Ayerba con più svisceratezza, che i raggi loro tanto vantati, glieli hanno spenti in sempiterna notte... le astiose!— Sentite questa:I dottori di santa madre chiesa mandorno a chiamare per espresso la nobile erede dei marchesi d'Ayerba, la sapientissima donna Violante, per risolvere un punto di teologia, ma se aspettano per licenziarla ad apprendere quanto ella può loro insegnare, ormai si prevede, che non calerà più dal paradiso, — orgoglio ad un puntoed ambascia dell'eccelso suo genitore. — Tanto basti, e tutto questo dettato in parole spagnuole così strepitose da parere che sonassero il tamburo. Così è, ogni popolo ha il suo debole; gli Spagnuoli trovano gusto a lanciare campanili all'aria, e lo ha notato ilBrantôme, che ha dettato un libro dirodomontate spagnuole; se gli Spagnuoli raccogliessero quelle dei Francesi ne compilerebbero due; ma provvidenza volle, che ognuno vedesse il vizio dello amico, il proprio no, donde, la immaginativa di Plutarco che il mondo fosse una processione in tondo dove ognuno portava i suoi difetti scritti sopra un cartello appeso dopo le spalle. —Ma quello che più strinse don Ignazio di affanno, e' fu la vista di un catafalco in mezzo della sala, coperto di velluto con belle frange di oro, la ghirlanda di fiori, e il crocifisso di argento sopra; di argento parimente i candelabri intorno, ed il suo bravo scheletro da piedi; niente insomma mancava, anzi ci s'incontravano di più parecchie urnette di argento sopra i gradini del feretro, dove ardevano timiamifuori dell'usato deliziosi a sentirsi. Don Valente se ne stava seduto accanto al catafalco sur un seggiolone foderato di velluto nero cosparso di lagrime di argento; teneva i gomiti appoggiati ai braccioli, e le mani con le dita conserte, chiusi gli occhi, la faccia china sul petto, le gambe altresì incrociate, e non diceva motto, non faceva atto, sembrava nè anco alitasse: pareva, secondo il detto di Cosimo il vecchio dei Medici, ei si avvezzasse a morire.Don Ignazio aveva appreso a non fidarsi a cotesta bonaccia, simile al villano di Salerno, il quale rifuggiva commettersi in balía delle chete acque del golfo di Napoli dopo il naufragio dei fichi, però si adoperava dalla lontana di richiamare per via di rumori l'attenzione del mentecatto, e tante ne pensò, e tante ne fece, che per maledetta saetta e' fu mestieri, che il Marchese aprisse gli occhi: conseguito questo primo vantaggio il Parroco prese ad alzarsi, ad abbassarsi, a coccoveggiare meglio, che su la gruccia non costumi la civetta, e non approdò, chè il Marchese teneva pese e scure le pupille sopra di lui nonaltramente, che fossero palle di piombo. Allora don Ignazio si appressò risoluto, e con parole pietose in suono dolcissimo predicò un lungo sermone, dove toccava un poco di tutto, del cielo, e della terra, dello inferno, del purgatorio, e del paradiso, sopra i sette sacramenti fece parecchie ricerche come il sonatore arguto passaggi e fughe su la tastiera del gravicembalo; e favellando della penitenza, insistè molto intorno la utilità della confessione, buona di estate e meglio d'inverno, tentando di metterne la voglia nel Marchese, e così tratto quel primo dado appiccare lo addentellato a faccende più utili; quando capitò la eucaristia si slargò un miglio su la virtù delle messe; e su quella delle elemosine disse cose da farne strabiliare i cani; tra le altre, che quale praticava la elemosina non aveva mestieri di lavarsi nè anco le mani e il viso, perchè la elemosina pensava a tenere netto così il di dentro come il di fuori, e citò san Cipriano[18]: certo, ella fu predica tra lebelle bellissima e da disgradarne le più famose, almeno lo affermò poi don Diego, che ritto sopra la porta ebbe la ventura di sentirla intiera; ed hassi a credere, che avrebbe smosso il Marchese, se non che toccandolo si accorse com'ei fosse caduto in profondissimo letargo. Non ci fu rimedio, don Ignazio ebbe a lasciarlo alla rovescia della mignatta, che questa casca quando è pinza di sangue, mentr'egli tornossene alla canonica vuoto di fiato. Don Diego lo accompagnò fino a capo di scala, e quivi sul punto di pigliare commiato da lui gli disse:— Reverendo, oggi abbiamo sperimento di cosa, che stimo di grande utilità per la salute dell'illustrissimo signor Marchese.— E quale? rispose il Parroco, levando la faccia rischiarata da un filo di speranza; io davvero non ce la so vedere...— Domando mille volte perdono, vostrasignoria ha potuto di per sè sincerarsene, il suo discorso conciliò nel signor Marchese un sonno profondo....Don Ignazio reputandosi uccellato, vibrò gli occhi rabbiosi contro l'onesto cameriere, imprecando perchè non possedessero la virtù del basilisco per poterlo stecchire sul tiro, ma la faccia di don Diego così apparve ingenuamente sincera, così atrocemente benevola, che la speranza del parroco, la quale si reggeva con grande stento a galla, si sommerse allora nel mare dell'amarezza, e più non mise il capo fuori.La passione, che prima levò la cresta nell'anima di donna Violante al rapporto dell'accoglienza ricevuta dal suo messo al palazzo del padre, fu l'ira, la quale le persuase a tenersi oggimai chiusa in sè, ed attendere che la venissero a cercare; ma presto sgonfiò per aprire il varco alla paura, e questa di mano in mano così si estese, e mise radice in cuor suo, che indi a un'ora la donna tutta raumiliata conmano tremante scrisse la seconda lettera piena di tenerezza verso il padre, e indusse, comecchè restío, il messaggiero a portarla di nuovo; il quale infatti la portò, nè ebbe a provare il brutto tiro, che gli avevano minacciato, ma neppure tornò con buone nuove, però, che don Diego, presa la lettera gli dicesse con sembianza umana, il padrone per allora non trovarsi al caso di leggerla; quanto prima gli capitasse il destro l'avrebbe consegnata, e dove al signor Marchese piacesse darle riscontro, sarebbe stato pensiero suo di farla consegnare a casa la Duchessa; le quali parole in buon latino significavano ch'egli non andasse a pigliarla; nondimanco l'onesto cameriere si era informato della salute di donna Violante, certo un cotal poco alla trista, ma per quanto sembrava non mica per manco dì affetto, bensì per paura, come persona che si versi in cosa proibita, e che risaputa poi potrebbe recargli danno.Quante volte in coteste ore di passione la Violante si affacciò alla finestra! quante in ogni lontano passeggere sperò il messodesiderato, che tardi camminando vide poi col gemito del cuore trapassare oltre senza pure avvertire a lei che aveva la morte dipinta sopra la faccia! Immaginando ora, che un famiglio pedestre avesse mosso dal palazzo del Marchese per portarle la lettera, si mise a noverarne i passi: e giunse per fino, non potendo reggere allo spasimo cocente, a lanciarsi giù per le scale irrompendo senza consiglio nel mezzo della via. Nulla!... nulla!Fosse morto il padre suo? E perchè? Ma sappiamo noi le più volte, perchè si muoia? E quanto la passione picchi forte sopra un'anima, e quanto un'anima possa resistere all'urto della passione? — No, questo non era, però che non avrebbero mancato di venirglielo a dire, e di corsa:non rimaneva lei erede?Ah! troppo di leggieri ella aveva creduto il suo genitore placabile.... egli chiuso nella sua severità la respingeva, e chi avrebbe ella posto adesso tra mezzo a raumiliarlo con mansuete parole? Essa aveva atteso a farsi obbedire, ed anco temere dai famigli, a farsi amare non aveva pensato mai... chiavrebbe creduto, che un dì potesse avere bisogno anco di loro! Reietta dal padre come non sarebbe stata giudicata enorme la sua colpa? Compassione finta, ed anco vera, motti acerbi, o benigni, tutto stava per cascarle addosso come calce viva. Senza credito, priva di aderenze, lacera nella fama,povera!... chi sa che da un punto all'altro non la pigliasse in fastidio quell'uomo stesso, il quale pure l'aveva condotta a tale stremo? E questo pensiero proprio le strisciò sul cuore ghiaccio come la serpe; rimase disfatta la misera donna; invano richiamava intorno a sè le sue virtù, ed anco i suoi vizi; — vizi e virtù erano disertati da lei; non ardiva levare la faccia verso Paolo, il quale appariva rado, si tratteneva poco, e passeggiava su e giù per la stanza senza fare motto. La natura l'era stata avara di lacrime, o l'acerba educazione gliele aveva inaridite dalle sorgenti; pigre le diventarono le membra, peso il capo, gli occhi gravi, e inetta al sonno, prepotente la occupava la voglia di dormire; un altro, ch'io dirò demonio, le si era cacciato addosso, lo sbadiglioirrefrenato e continuo: di assenzio si volgeva per lei la prima luna del matrimonio, e non bene ancora compito il quarto dì! Verso sera come se rompesse la maligna incantagione, ella si sentì capace di prendere qualche partito, ma così rinvenne il suo spirito spossato, così il suo cuore giù in terra, che non seppe ricorrere ad altro che a replicare una lettera a suo padre, mettendola dentro ad altra che mandò a don Diego. Questa era un miscuglio di superbia vecchia e di umiltà nuova, pregava a un punto e comandava, e non sapeva imporre compassione nè rispetto; col padre poi i molti affetti, rotto l'argine, traboccavano, e gli diceva: «per quanto amore portava alle cinque piaghe di Gesù e ai sette dolori della beatissima Vergine le permettesse di condursi ai suoi piedi per sentire le sue discolpe: avrebbe fatto toccargli con mano come se immune di peccato ella non era, la fortuna avversa, o il demonio che fosse, essercisi messo tra mezzo per ispingere lei improvvida dentro un abisso di guai; temeraria per la sua parte lasperanza del perdono, nondimanco volere sentire pronunziare dalla sua bocca la condanna; avrebbe acconsentito ad ogni pena più fiera, rassegnata a tutto, purchè la salvasse dalla vergogna: a questo pensasse, che sangue suo era quello che le scorreva dentro le vene: nè potersi lei coprire d'infamia senza che alla nobilissima casa d'Ayerba ne venisse macchia non cancellabile mai.»Don Diego o per abito di riverenza o per bontà di animo non si accorse dei fumi intempestivi di donna Violante, o se pure se ne accorse non li curò, e presa la penna stette un pezzo in forse se avesse, o no a risponderle; al fine ci si dispose, ed ammonì con parole succinte la sciagurata Signora, come senza giovare a lei, e con rovina certa di sè avrebbe porta la lettera al Marchese suo padre; nè lo stato di salute nel quale egli si versava adesso avrebbe conceduto speranza di esito profittevole; piuttostochè lettere gioverebbero l'autorità e l'esortazioni di personaggi, i quali per costume dal Marchese fossero tenuti in pregio: si attenesse aquesto consiglio; e andasse persuasa, intorno al padre suo stare persone che dei suoi affanni si affliggevano; nè per loro si sarebbe rimasto di fare officio, che le tornasse in benefizio.Dalle oneste parole di don Diego ritrasse la Violante un cotal poco di consolazione, e si rimproverò di non essersi mostrata con esso lui più cortese; ruminando poi le cose avvertite nella lettera, quantunque parecchie le rimanessero oscure, tuttavia deliberò attenersi ai ricordi del buon famiglio; al quale effetto, avutane licenza dal novello sposo, ella si fece a ricercare, nelle persone che avevano usanza in casa sua, quelle, che le sembrava procedessero a lei più parziali; innanzi tratto ricorse il suo pensiero a don Giovanni Cespedes cappellano maggiore della cappella regia e confidò che, dove questi avesse preso a perorare la sua causa, ella poteva consolarsi col dettocosa ragionata per via va, pur questa speranza non ispuntò fiore, imperciocchè il segretario di don Giovanni veramente l'accolse con un sobbisso di cerimonie, ma informato del fine ond'ellaveniva, prese a schermarsi allegando che non sapeva se sua reverenza fosse uscita di casa, andrebbe a vedere; quindi a poco di ritorno l'accertava, che per faccende di premura lo aveva mandato a chiamare monsignore arcivescovo cardinale, e la bugía gli camminava su per la faccia come una mosca.La Violante scese le scale della Canonica col cuore stretto incolpando la fortuna che proprio non ci aveva colpa, mentre il guaio veniva dal prete, che allora non si credeva, o s'ignorava fosse senza viscere, mentre adesso si crede e si conosce anco troppo; dopo scese le scale del prete si erpicò per quelle del Giudice, e le parve duro; molto più che avendo posta ogni sua speranza nel prete, giudicava perduto ogni altro passo. Certo il Vicecancelliero Alfonso Crivella, secondo la sua indole brusca, le favellò parole acerbe, taluna anco di strazio, ma vista allibire la donna come panno lavato, smise ogni durezza, tuttavia la chiarì del misero stato in cui adesso si ritrovava ridotto, a cagione del suo trascorso, il Marchese; aggiunsenutrirsi poca speranza di guarigione; e per riparare la maggiore ruina, forse il meglio era così, dacchè come alienato di mente non avrebbe potuto privarla della eredità delle sue sostanze: ormai che il male era fatto si sarebbe ingegnato di rattopparla alla meno trista; e siccome la Violante piangendo protestava, che avrebbe preferito le mille volte ramingare pel mondo nuda, e mendica, che vivere nell'auge dell'opulenza a costo della infelicità paterna; egli stecchito rispose, che tutte le secchie tirate su dal pozzo gocciolavano, e tutte le donne commesso il peccato piangevano; ma poi più benigno osservò, che a lei come figliuola, e giovane, toccava dire così, e a lui come vecchio, e pratico della natura umana apparteneva giudicare a modo suo; nondimanco stesse di buono animo, che il bandolo di questa matassa arruffata, in un modo o nell'altro lo avrebbe saputo trovare. Nè l'uomo dabbene mise tempo fra mezzo, facendo fondamento non mica nella tenerezza del Marchese, e neppure nel suo giudizio; tutt'altro, egli si assicurava nella compita pazzia di quello,imperciocchè in simile caso per lui si sarebbe procurato gli ponessero il curatore, e per simil guisa mettere in sesto le faccende. Introdotto don Crivella al Marchese, secondo l'uso lo salutò, e quegli duro; lo richiese come si sentisse, e l'altro più duro che mai; si allargò in propositi, che conosceva per abitudine molto caldeggiati da don Valente, e fu fiato perso; egli era lo stesso che favellare al muro: al Vicecancelliero pareva ormai di trovarsi a cavallo; però non volle, nè ragionevolmente poteva omettere il tasto della figliuola, disse conveniente perdonarle il fallo involontario. A tali parole, come se per queste sole gli rimanesse l'udito, il Marchese rispose pacato: — è morta.— Sicuro, rispondeva l'altro, non ci ha dubbio, ella è morta, tuttavolta mi parrebbe più giusto ascoltare le sue discolpe che, contraffacendo ogniiuscosì divino come umano, condannarla senza sentirla prima in esame.— È morta; replicava don Valente.— E non lo contrasto, ma anco i morti devono comparire al giudizio, e per memetto pegno, che se voi citaste donna Violante, ella non si rimarrebbe dal comparirvi dinanzi...— Potrebbe darsi, ma ora state a sentire un po' me, don Alfonso; e così dicendo gli occhi del Marchese si schiarirono come se lo intelletto li riaccendesse della sua luce: io so troppo bene, che la mia sciagurata figliuola non è morta fisicamente, ma per me la tengo morta moralmente, e voi, ed altri non meno autorevoli di voi, bene potrete turbarmi il cervello già abbastanza stravolto, ma farmi mutare di proponimento voi non potrete. Voi per giudizio universale celebrano uomo pieno di dottrina, ed io l'ho creduto sempre a mia posta e lo credo, ma credo altresì che non tutta la scienza si comprenda nei libri, così vero questo, che io conosco a prova come voi non ci abbiate mai letto certo ricordo, il quale insegna così: — tra carne e ugna non sia uom che ci pugna! —Il Vicecancelliere rimase proprio su la botta; perse le staffe, e si sentì confuso non pensando manco per ombra, che unlucido intervallo avesse così alla sfuggita illuminato la mente del Marchese, onde mal sapendo che cosa si facesse o dicesse, con mille riverenze ed inchini, pregando venia se troppo si fosse inoltrato nelle faccende di sua eccellenza, uscì.Riferito l'esito della pratica alla Violante, appena possiamo con parole significare quanto fastidio l'assalisse; certo grande l'era stato dolore udire come suo padre fosse dello intelletto infermo, ma a cento doppi più la trafiggeva il pensiero di saperlo adesso in ogni parte sano, e pure così inesorabile nell'odio contro di lei; combattuta da tanto spasimo l'assalsero fiere convulsioni, onde corsero per don Orazio, che informato del caso, non si fece aspettare; avendola rinvenuta a tale da mettere in grave apprensione, il medico dabbene la vegliò tutta la notte, la soccorse con cristiana carità, nè quinci si rimosse, finchè avendo la donna ripreso i sensi potè giudicare passato il pericolo: innanzi di accommiatarsi però volle sapere la causa ond'era venuto tanto sconcerto, la quale conosciuta, accertò la Violante, che ilGiureconsulto aveva preso un granchio; pur troppo il marchese d'Ayerba aveva dato nei gerundii: perchè non si sarebbe mai indotto a credere che uomo cristiano e padre, se bene in cervello, avesse voluto chiudersi le orecchie per non sentire la voce del sangue; egli, che prestava allo infermo l'opera sua conosceva pur troppo com'ei fosse alienato di mente; avere già seco stesso disposto di tentare una prova per ricondurre il Marchese al consueto stato di salute; forse il meglio era procrastinarlo per un altro poco tempo, adesso volerlo anticipare per ismentire il Forense, il quale, secondo l'indole solita dei forensi più trista dei tre assi, altro non sapeva che pensare al male: gli farebbe toccare con mano se respingere da sè la sciagurata figliuola, se ridurre una povera creatura alla disperazione fosse lavoro da genitori sani, ovvero da scemi.In questo proponimento del medico ci entrava non sappiamo in quale misura molta bontà di animo, ed altresì molta gara, miscuglio eterno di bene e di male che governa le menti dei mortali.Presi pertanto gli opportuni concerti, il giorno dopo per tempo si fece a visitare il Marchese confidando trovarlo sempre a giacere, ma s'ingannò, che quegli fino dall'alba si era condotto a vegliare il feretro: non si rimase per questo, bensì mutate alcune parti del disegno, si presentò a don Valente ponendosegli allato quanto meglio potè leggero; gli parve assopito, epperò si mise con molta pazienza ad aspettare, ma dopo buono spazio di tempo avendo egli, tratto un lungo sospiro, aperti gli occhi, Orazio gli domandò:— Eccellenza, come si sente ella stamane?Il Marchese lo sogguardò placido, ma non rispose niente.— Come abbiamo passato la notte?Sempre silenzio; allora il Medico speculò il polso, e approfittandosi della pacatezza dello infermo gli pose la mano sul cuore, e poi tentennò il capo come se il sì e il no gli tenzonasse dentro; al fine parve deciso, imperciocchè assettatosi di faccia al Marchese prese a dire:— Eccellenza, questo suo stato addolorail Vicerè, i suoi nobili Colleghi e la famiglia desolatissima, e bisogna finirla.....Soprastette alquanto, poi continuò; — bisogna finirla, dacchè non occorra causa per continuarla... no... davvero non occorre causa ragionevole. Io comprendo ottimamente che la regina Giovanna (Dio abbia in gloria l'anima sua), la regina Giovanna ava di S. M. il Cattolico nostro re, vegliasse il capo del re Filippo suo consorte perchè era matta...[19]Il Marchese intese il volto come persona che ascolti con attenzione, onde il Medico con voce alquanto più vibrata proseguiva: — sicuro, era matta... la povera Signora; quantunque poi nella sua follìa occorresse connessione d'idee, conciossiachè estimando ella che il suo marito non fosse morto, bensì dormisse, non pativa, gelosissima com'era, che svegliandosi gli occhi di lui incontrassero altra faccia, eccetto la sua. Ora, come vede, vostra Eccellenza non è matto....— No, la Dio mercede, io non sono matto...— Per lo appunto era quello che diceva ancora io.— Nè la sua preclarissima figliuola, donna Violante, è morta...— Chi afferma, chi, che la mia figliuola non è morta?— Lo affermo io, che la so viva...— Non è vero...— È verissimo, perchè io l'ho veduta.— Già... lunga e distesa nel cataletto...— No signore, su ritta, e parlante, e smaniosa d'inginocchiarsi ai suoi piedi per domandarle perdono...— Giuro a Dio, voi mentite per la gola!— Giuro ai Santi che vostra Eccellenza è... in errore; ve l'affermo viva.— No, è morta...— Ed io vi dico ch'è viva...— Ma sì... ma sì ch'è morta... o non istà ella riposta qui dentro?— Qui dentro non ci è nulla...E così dicendo il Medico dava una solenne spinta al catafalco mandando candelieri, torce, crocifisso, ghirlande, ogni cosa sossopra; rotolò la cassa per terra,e staccandosene il coperchio fece manifesto come fosse vuota. Al tempo stesso si udì fragorosamente aprire la porta di faccia, e fuori di quella prorompere donna Violante co' panni onde apparve vestita l'ultima volta, che si trovò con suo padre, e con passi concitati, le braccia supplichevoli, la voce piangolosa precipitarsi alle ginocchia del Marchese urlando disperatamente:— Perdono! Perdono!Il Marchese d'Ayerba già si era ritto e tremava da capo alle piante; i denti batteva e gli occhi, e ansava come persona a cui venga mozzo il respiro, salvatico, e trasognato agitava le mani per grancire qualche cosa; al nuovo strepito, all'urlo, alla vista improvvisa, a mo' di stecchi gli si drizzarono sopra la fronte i capelli, e dopo avere in orribile guisa dilatate le palpebre, gli s'irrigidirono le membra, e cascò giù come corpo morto.E per morto lo tenne anche Orazio, il quale smaniava quasi rampognando sè stesso:— Il troppoamenmi ha guasto lamessa... e te lo diceva l'arte, che la corda non era da tirarsi con mano atroce... su, don Diego, vediamo di adagiarlo sul tappeto... mettetegli sotto il capo il guanciale. Voi altri andate per le fasce e la catinella....E siccome la Violante, a posta sua più morta che viva, andava domandando:— Ma l'avrò il suo perdono? Dovrò perdere il padre mio senza essere perdonata?Il Medico rispondeva:— O signora mia, io temo forte, che il signor Marchese in questo mondo non aspetti più perdonare nè essere perdonato.Il sangue spicciò vivido dalla vena, sicchè con quello ed altri argomenti il Marchese anco per questa volta fu restituito alla vita, però sembrava ci volesse fare piccola fermata; verso sera, mentre temeva il Medico si aggravasse il male, quasi la Natura avesse preso a compito di uccellarlo, lo infermo migliorò tanto da giudicarlo la dimane fuori di pericolo. Erano duri i nostri vecchi a morire. Tuttavia don Orazio, sia che a cotesto miglioramentonon si fidasse, o come in malo odore intorno alle faccende della fede, procedesse cauto per non inciampare co' preti, ordinò si amministrassero allo infermo i sacramenti.Pregato, andava don Alfonso Caraffa arcivescovo di Napoli, uomo provato dalle sventure, e per pietà riputatissimo, perocchè quel severo suo parente Paolo IV se lo fosse tenuto al fianco educandolo nel timor di Dio, le quali cose però non valsero a salvarlo dalla prigionia, nè dall'accusa, nè dalla condanna, travolto nella ruina dei suoi: venuto al letto dello infermo, da prima con parole soavi lo confortò a rassegnarsi, e a questo il Marchese di leggieri assentiva; dipoi aggiunse, che bisognava perdonare; e poichè l'altro pertinace accennava di no, egli rincalzando diceva: — pensate, signor Marchese, che Cristo ordinava ai suoi discepoli perdonassero non sette, nè settanta, bensì settanta volte sette; ora voi ci ricuserete a perdonare una volta? E come un uomo mortale vorrà conservare odio immortale? Rammentatevi, che fra poche ore voi vitroverete davanti al Giudice eterno trepidante per una parola di perdono...— Se non mi vuole perdonare non me ne importa niente, io non perdono....— Non lo dite, figliuolo, cacciate via simili consigli, che vi suggerisce il demonio... Perdona Dio ch'è perfetto, e non vorrete voi, uomo pieno di colpe, di cui i peccati superano forse i minuti della vostra vita?...— Fo voto a Dio, voi mi oltraggiate...— Io non vi oltraggio, bensì vi ammonisco cristianamente, e vi raumilio...— Non intendo essere umiliato... io...— Aggiungete agli altri peccati anco quello della superbia per farvi più degno di comparire al cospetto del Demonio, che meritò appunto per la sua superbia, di re della luce, essere tramutato nel re delle tenebre; chinate la dura cervice innanzi a me...— A voi?— Sì, a me, che rappresento in terra il Creatore dell'universo...— Levatevi di qua; voi mi rappresentate sangue di omicidi della propria moglie,voi uscite dal ventre dove si fabbricano i calunniatori...— Marchese d'Ayerba, che dite voi?— Io dico, che tu sei un avanzo di corda, e di mannaia... — Va a pregare pel tuo zio cardinale strozzato, o per l'altro di Palliano decapitato...— Il diavolo vi tenta... — Marchese, il diavolo... e qui lo segnava divotamente, onde l'altro vie più indracato...— Va via... va pentiti per te... e prima rendi alla Camera apostolica i venticinquemila ducati che le hai rubato...[20]All'atroce ingiuria il buono Arcivescovo vacillò come persona percossa sopra la testa, e sebbene d'indole mansueta, parve sostenere dentro di sè una lotta per prorompere, e forse lo faceva, se di repente don Diego avventandosi al Marchese non lo avesse chiuso nelle sue braccia, come dentro una morza, e don Orazio, pigliando lui per la veste, non lo tirava fuori della camera; imperciocchè il Marchese colto da impeto di frenesia, cacciati lungi da sè lenzuolo e coperta, spingeva le gambe ignude a terra dal letto, e con le pugnachiuse minacciava il cardinale. Tanta era la sua furia, così veemente l'accesso della frenesia di costui, che fu mestieri l'aita di parecchi servi a tenerlo fitto nel letto; le bende squarciaronsi, il sangue scorse a rivi, prima che, caduto in deliquio, il Medico potesse fasciarlo da capo; quando, indi a qualche giorno, potè articolare parola con un filo di voce talora ripeteva a sazietà: = no... no... non voglio perdonare; = e tal altra; = è morta... è morta... è morta...E Paolo intanto, che faceva? Egli andava, veniva, consigliava, spendeva a larga mano moneta ricavata dalla vendita degli ultimi arnesi di pregio rimastigli, a modo del giocatore avventurava l'estremo scudo sopra l'estrema carta, e poichè lo stringeva la necessità di vincere, secondo il solito non vinse; tutte le sorti gli mostravano il viso dell'uomo d'arme; non gli approdò l'espediente del forense, che confidava nella insania del Marchese, gli riuscì fallito l'altro del Medico, che aveva fatto capitale sopra il ricuperato intelletto di lui. — Quanto più metteva industria adistricare il nodo, più gli si aggruppava fra le dita, e questa volta di filo di ferro.La Violante lo voleva al lato, in pochi dì la sventura l'aveva ammansita, dacchè una prova o due di lei partoriscano maggior frutto che i quaresimali di quanti frati domenicani predicarono al mondo; umile, rimessa, proprio non pareva più quella, e quantunque la passione nell'animo suo avesse divampato al soffio della paura di perdere Paolo, e di tornargli incresciosa, ora ch'ei la vedeva reietta, e forse appunto in grazia di questa paura, con tutte le viscere adesso lo amava.Però mirandolo aggirarsi torbido per la stanza, sovente lo chiamava a sè co' dolci nomi che suggerisce amore, e lo veniva ad ogni momento interrogando se l'amasse, se per lei sentisse quello che per lui sentiva ella, frequenza che, carissima sul primo ardore, appena rimette un po' del suo bollimento tu provi mortalmente uggiosa, e fa fuggire a tiro di ale amore di là donde egli saria partito di passo e tardo; lo supplicava le sedesse al fianco, lo blandiva, le chiome gli componeva, lobaciava, ed egli si lasciava fare, ed anco le corrispondeva, però che il cuore umano per salvatico che sia bisogna che alla carezza di donna amante acconsenta, ma intanto che Paolo con gli atti sta allato alla sua consorte, col pensiero vaga lontano da lei, e considera i fieri casi, che lo premono, e più da vicino lo tribola la stretta del non sapere come tirarsi innanzi domani, imperciocchè Ciriaco non meno confuso di lui gli avesse detto non avanzargli più nè anco uno scudo: mentre così internamente si rode, la mano candidissima della donna dalle chiome scendendo gli si posa sopra la guancia, e nel passaggio gli sfolgora gli occhi con un baleno di luce; egli allora spinto da subito moto gliel'acciuffa e cova con ardente sguardo le anella, che molte, e preziose ne ornavano le dita. Il bisogno fa l'uomo ladro, ed egli, che in onta ai sofismi della sua coscienza era stato ladro anco senza bisogno, sentiva ribollirsi dentro il sangue, sicchè stava lì lì per darle l'arraffata, quando la Violante inuzzolita da cotesto atto, che suppose vezzo, favellò:— O Paolo, con questa mano io ti detti il mio cuore...Paolo rabbrividì come se fosse stato colto col furto addosso, e per nascondere il suo turbamento, altro non seppe che baciarle la mano quattro volte e sei, onde Violante vie più commossa:— Stringila, Paolo mio, stringila come testimonio di fede, che non ti verrà mai meno: possa io dire sempre così della tua! Se le cose e le persone noi teniamo care alla stregua di quello che ci costano, io comincio, cuore mio, a costarti molto, e pur troppo lo comprendo, sai? — E tu pure, Paolo, e sallo Dio, tu pure mi costi. —E l'altro incapace a dare risposta che gli paresse buona, baciava e ribaciava la mano, per lo che la donna uscì fuori con queste altre parole:— E' vi fu, e non ha molto tempo, un'ora in cui non ti bastò baciare la mano, ed io te ne feci rimprovero, dovrei adesso adirarmi teco perchè ti basta?— No, Violante, no, ma sarebbe da ingrati disprezzare la chiave dopo che viaperse la porta del palazzo; — e sì parlando l'abbracciò, e dopo averla baciata su la bocca, allegando certe sue scuse, toglieva commiato da lei; caso mai tardasse durante la notte, non istesse in pensiero, che doveva trattenersi a lungo con persona amica, la quale all'alba si partiva per Roma. Niente di questo era vero, ma in quel momento non si sentiva forte da dominare la burrasca scatenatagli dal diavolo nell'anima eccettochè fuggendo; Ciriaco, senza aspettare invito, gli tenne dietro secondo il solito. Chiuso in sè, senza dire parola, di tratto in tratto bifonchiando, Paolo si dilungò pel lido del mare, non avvertendo l'ora, nè la stagione. Arrestandosi allo improvviso, come se in cotesto punto risensasse, a voce alta esclamò:— Dove sono?E Ciriaco fedele rispose:— Egli è un bel pezzo, che camminate su e giù come un cane, che abbia preso il fungo di levante; vedete; ci troviamo a Chiaia; e fo conto che se non sonò la mezzanotte, poco più abbia a stare.— Torniamcene a casa Ciriaco; dammibraccio; ma sai, che ci siamo messi in tale selceto, donde mi parrebbe miracolo cavarne le gambe a salvamento?— Pare anco a me, che abbiamo fatto un buco nell'acqua...— Capisco che le sono faccende, che col tempo si accomodano, ma per ora arrovello a trovare una via per uscire di angustie: danari...?— Nè anco un ducato...— Gioie...?— Quelle che vi procureranno i figliuoli quando ne avrete...— Tu che mi amasti sempre come fratello, Ciriaco, ora stillati il cervello, e consigliami un po', che pesci io mi abbia a pigliare?— Caro signor Paolo, che io vi ami come fratello e più, la è cosa, che si trova anco su i boccali di Montelupo, ma non mi sento al caso di consigliarvi: tuttavia, parlando secondo il cuore, non secondo il giudizio, mi sembra che qui a Napoli vi bisogni stare, perchèin primisa Roma con Sisto V non tira vento per le nostre vele; e persone per salutarci non ci desiderano,e amministratori per renderci conto delle nostre sostanze non ci temono: qui, cotesto indemoniato di Marchese dovrà alfine dare la capata; la batterà fra mesi; forse tra settimane; ed una volta ito agli alberelli noi entriamo in possesso dei suoi beni: alla signora Violante, povera donna, che va intabaccata di voi come gatti in fregola, daremo ad intendere, che i pennati[21]volano, e co' panni nuovi rifaremo le stanghe, procurando, se ci è verso, di scampare quel maledetto nodo scorsoio, che non mi esce mai dalla fantasia...— E dálli con questo nodo scorsoio! Per guarirti della paura del capestro meriteresti che ti tagliassero la testa stanotte; come in premio di questo bel sermone meriteresti ch'io ti cacciassi capo fitto in mare; non ricordi che mentre il grano cresce l'asino muore?... Tu pure soventi volte lo hai rammentato a me?— È vero; ma che volete? non rovesciatela colpa addosso a me; ciò accade perchè proprio il mal panno non offre cimosa. Io mi sarei tagliato la mano, prima che chiudere di testa mia la porta del palazzo del Marchese, ma non so disobbedirvi; me lo diceva il cuore, che noi andavamo a metterci a sedere sopra i cavicchi con quei diavolii di finti ammazzamenti e andirivieni su e giù per la via...— Taci se non sai dirmi altro, danno fatto guado chiuso, e qui voglionci scudi non guai...— Se col mio cuore si potesse battere moneta, io vi direi pigliatevelo e conciatevelo; se la mia pelle fosse di ermellino, possa morire senza sacramenti se io non mi scorticherei per voi.— Se almeno fossimo al tempo in cui il diavolo comprava le anime!— Lasciamo stare questi tasti, Paolo, che non sappiamo come nè quando ci toccherà a morire; le disgrazie, diceva il venditore di orvietano, stanno sempre apparecchiate come le tavole degli osti; non ischerzate co' santi...— E chi rammenta santi? Mi sembraavere discorso del diavolo; pure sta quieto, Ciriaco, tante sono le anime le quali si dannogratisal diavolo, che questi ormai non sa più dove ficcarle, ed io so di buon luogo, che ei pensa aprirne canova a rinvilìo. Se non mi capita meglio torneremo a Roma...— Dio ci scampi e liberi, ora che il vento schianta gli alberi saranno risparmiate le foglie? Vedete non ha potuto reggere il Mangone, il quale, dái dái, ebbe a trovarsi alla delizia di sentirsi attanagliato, arrotato, e per ultimo mazzolato qui in Mercato...— Storie vecchie, Ciriaco; da cotesto casaccio in poi è già trascorso un anno, e intanto è sorto Marco Sciarra nello Abruzzo, e seco va il fratello Luca che vale oro quanto pesa; nè papa Sisto con le sue bravate, nè questo don Giovanni di Zunica, comecchè d'accordo con Roma, la possono sgarare con esso loro, e bada, che li protegge a spada tratta il signore Alfonso Piccolomini da Venezia: insomma sembra a me, che ci avanzi stoppa per filare, e tu avresti a sapere che chi hapaura che le passere becchino non semina mai panico...Mentre così, per divertire tetri presentimenti, alternano costoro colloqui in apparenza giocondi, ecco nella via Toledo comparire da lontano il chiarore di torce a vento. Chi sia che va a cotesta ora così? Certo qualche gran signore ha da essere; forse egli uscirà da festino, da nozze, o da battesimo: Paolo e Ciriaco per istinto di bandito, o per usanza vecchia si addopano al cantone, gli occhi tutti intesi, e gli orecchi; mano a mano che si accostava il lume essi videro un fiero barone di vesti sfarzoso, e di ordini cavallereschi, e di gioie, con infinito sussiego seduto dentro una lettiga parata di damasco bianco; lo precedevano di alcuni passi due staffieri, che portavano le torce, e due altri di forme da Morgante sostenevano la lettiga; tutti erano abbigliati ad una livrea celeste e argento. Appena Paolo se li vide venire da presso si volse a Ciriaco, e gli disse sommesso:— Mira! il diavolo protegge i suoi devoti, Dio fece trovare al patriarca Abramoun becco con le corna, a noi il diavolo mette innanzi un patrizio co' tosoni.... ti basta l'animo di dare dentro...?— Magari!— Che armi ti trovi addosso?— Il coltello. Non basta?— E' non ci ha da scialare; pure buttati addosso agli staffieri che portano le torce; agli altri penso io, e bada a spegnere subito le torce; caso mai ci dilungassimo l'uno dall'altro, nel buio ci riuniremo al grido di...— Maria.— Perchè Maria? Piuttosto Tuda...— No... Maria.— Ebbene, Maria, come vuoi...Maria e Tuda per ambedue costoro nomi fatali. — Poi ultimo avvertimento, che ormai il tempo non concedeva lunghe parole, per parte di Paolo fu:— Tu spoglia i servi, io il gentiluomo...— Ammazza l'orso e poi vendi la pelle, che dal fare al dire ci è che ire, disse Ciriaco; poi tratto il coltello gridò: su, addosso...— Addosso...— Signore vi raccomando l'anima mia! strillò un povero staffiere investito da Ciriaco con una coltellata nel cuore; cotesto misero si struggeva di voglia di tornare a casa per rivedere la moglie, la quale pure ieri gli aveva partorito il primo figliuolo, sicchè anco a costo di rilevarne dal padrone una carta di male parole, e forse qualche tristo fatto, allungava il passo, quasi intendesse vincere il palio; quando per avere precorso troppo gli toccava a fermarsi, od a tornare indietro, sudava acqua e sangue: ed ora dopo essersi accartocciato sulle selci della via come foglia esposta all'ardore del fuoco dà parecchi tratti, mano a mano più languidi, e con un soffio fumoso cessa sospirando:— Maria!...Cotesto era il nome della moglie, che lo aspettava; quello del figliuolo non potè profferire o perchè gliene mancasse la balía, o perchè non glielo avesse anco imposto al battesimo.Paolo, brandita appena la spada, vide i due seggettieri scappare vilissimamenteabbandonando il padrone, il quale sguizzò fuori con singolare prestezza, e tratto a sua posta la spada, si mise su la parata: qui cominciò un duello nelle regole, ora schiarito dalle torce, ed ora, pel subito eclissarsi di quelle, sepolto nel buio; nè stette guari, che gli schermidori conobbero l'un l'altro nella pratica delle armi spertissimo; onde presero a combattersi con molto riguardo; certo lo svantaggio pendeva dalla parte dello assalito, però che la sua spada cinta al fianco per pompa, di lunghezza e di costola non sopportasse paragone con l'altra, molto più che veniva trattata da mano di ferro; cosicchè tra per questo difetto della spada e la sorpresa dell'animo, il cavaliere stava su le parate come persona, che si chiamerebbe arcicontenta a cavarsi d'impiccio. Dal lato di Paolo s'instava con furia premendogli finirla, ma appunto per questa furia s'impigliava non ritirando dalla sua superiorità tutto il profitto che avrebbe potuto; il gioco procedeva netto, chè non ci era luogo a finte, o a botte arrischiate per tema di smarrire il ferro, e trovarsi poiquando uomo se l'aspettava meno una stoccata nel mezzo del petto. Deve dirsi a onore del cavaliere assalito, che sebbene non sapesse rendersi capace dello assalto inopinato, non gli parendo avere nimicizia con veruno, e non potendo in mille apporsi per trovare la causa che moveva l'assalitore, tuttavia egli, mirando il suo avversario solo, non volle interrogarlo per chiarire se lo avesse tolto in iscambio; molto meno chiamare per aiuto; proprio daidalgoa tre peli: però nonostante simili acutezze di puntiglio, che soglionsi appellarecavalleresche, e se si qualificasserobestiali, non sembra che ne potesse impermalire la gente, lo assalito dava indietro per levarsi vie via di misura; e non gli valse, che qualche sdrucio nel braccio e nella coscia lo ebbe a patire; così di passo in passo si trovò con le spalle alla porta di un palazzo, e ormai lontano dal luogo dove ardevano le torce. Ora o che tratti allo strepito dell'armi avessero aperto l'uscio per di dentro, o per inavvertenza fosso rimasto socchiuso, la imposta cesse; però il cavaliere accortosi,in meno che non balena, del destro il quale gli porgeva la fortuna, entrato nello androne, buttò via la spada e, con quanto gli avanzava forza nelle mani, sbatacchiò la porta in faccia a Paolo. Costui non era uomo da perdere tempo in querele; appena nelle strette prorompeva in una imprecazione, e via; si ritrasse dunque con celeri passi chiamando ad alta voceMaria, sebbene non si potesse dar pace come Ciriaco, a seconda del comando, avesse trascurato di spegnere le torce; ma presto gli tremò il cuore, quando intese con flebile voce rispondersi:Maria: precipitati i passi, ecco, spariti bussola e staffieri, mira giacersi in terra un morto e un moribondo: questi Ciriaco.Il caso era avvenuto nel modo che dirò: mentre Ciriaco attendeva a cavare il coltello dal petto allo staffiere, che dopo averci penetrato fino al manico si trovò preso tra le costole, l'altro staffiere pronto ed audace, accostatosegli di fianco gli spinse con ambe le mani la torcia a vento dentro la faccia pigliando di mira l'occhio sinistro. Terribile l'urto e la ferita,la quale subito si fece oltre ogni immaginativa spasimosa a cagione del bitume ardente rimasto ingrommato intorno alla tempia e alla gota; mugliando peggio di uomo messo al tormento, Ciriaco lasciò cadersi di mano il coltello aggirandosi sopra di sè come cane che si morda la coda; e lo staffiere, che lo mirò concio a quel modo, raccolse il pugnale, e così in fretta in fretta gli appiccò un paio di coltellate nella pancia da farci passare l'anima in carrozza. Ciriaco cadde a sua posta esclamando, Maria, e lo staffiere corso dietro ai portantini li ricondusse sul posto a pigliare la seggetta, nè udendo poi chiamare per aiuto o rumore di ferro, riputò, che il padrone si fosse riparato correndo a casa; per la quale cosa non volendosi trovare alle peste con la Corte, che era tale prunaio allora, nè troppo se ne differenzia adesso, che chi ci entra non ci esce senza lasciarci almanco qualche bioccolo di lana, insieme ai compagni pigliò il puleggio.Alla voce di Maria Ciriaco risensa, che ormai il suo spirito cominciava a vaneggiare,e vinto dallo spasimo della morte vicina, con debile voce chiamato a sè Paolo così gli disse:— Signor Paolo, bisogna che cessiamo di fare cammino insieme; chinatevi, che la lena mi manca, e se la vita per isbaglio prende qualcheduno dei fori, che mi hanno aperto più del bisogno, temo che non potrò raccomandarvi quanto importa che operiate.— Sta di buon animo, ti caricherò su le spalle, e a casa ti medicheremo per modo, che tornerai saldo meglio di prima.— No, Paolo, non ci perdiamo dietro alle farfalle: codesto che voi dite non può effettuarsi, primo perchè sarebbe tempo perso; secondo perchè tanto sangue mi sgorga, che non lo potendo rattenere, lascerebbe la traccia sopra la via; terzo, se v'imbatteste nella Corte mentre me non aiutate in nulla, voi perdereste senza pro; quarto, quando non morissi, come sento che fra pochi minuti morirò, la qualità di taluna delle mie ferite ci servirebbe di spia; altre ragioni ho in serbo, e ve le potrei esporre, ma nella mia condizionedi moribondo chiedo in grazia di passarmene.— Se la morte fosse cosa, io la vorrei strozzare...— E se si potesse io vi darei una mano; ma la morte non è cosa, quantunque disfaccia tutte le cose, però bisogna sopportarla in santa pace. Alle faccende dell'anima ho rimediato alla meglio da me stesso, ma non credo avere mosso troppi passi verso Maria, piuttosto confido, che Maria potrà farne troppo più verso me, e così sia. Ora pestate su la torcia e spegnetela, dacchè quanto vi consiglierò adesso, al chiaro non si potrebbe compire... e... e credo difficilmente si compirà anco al buio... Bene: qui, più vicino, qui, se fra due minuti sarò morto... se no vivo, pigliate il coltello, e tagliatemi netto la testa, che porterete con voi; domani trovando il mio tronco decollato non potranno riconoscerlo... ci avevate pensato?— Ci ho pensato...Passarono alcuni secondi, e si saria creduto che la notte a cagione della malignavirtù di queste parole di Paolo: ci ho pensato, si fosse fatta più buia.— Ci avevate pensato! riprese Ciriaco; va bene: spogliatemi la livrea, e dentro a lei avvolterete la mia testa... a questo avevate pensato?Paolo non rispose: quel cuore di ferro, comprese che al suo primo:ci ho pensato, non che altri, il diavolo doveva avere fatto la pelle di oca: e l'altro proseguiva:— Avvertite a cavarmi anco la camicia, perchè Maria ci aveva trapunto in cifra il mio nome, e questa marca potrebbe dare indizio al bargello, e metterlo sopra le vostre traccie... a questo avevate pensato?Silenzio, e tenebre: Ciriaco, ripreso fiato, con un filo di voce continuò:— Tagliandomi il capo, badate non vi caschi l'abitino: se lo lasciaste per terra, guai! che dentro, oltre l'orazione alla Madonna della Neve e l'altra per san Niccola, ci si hanno a trovare due anelli, uno col mio nome, e l'altro col suo... di Maria... e questo voi non potevate avere pensato...E ormai quasi con parole indistinte aggiunse:— Nella cantina del palazzo, sotto alla botte grande, voi troverete bella e scavata una fossa; — ed io ce la zappai nel presagio di nasconderci la roba... lì seppellite il capo del vostro Ciriaco, del vostro fratello, che tanto vi volle bene, e al quale voi non ne voleste punto... punto.Due ore dopo la mezzanotte, Paolo, diligentemente azzimato, tutto odoroso d'acqua di fiore d'arancio, e lieto come la Violante non l'aveva visto mai, entrò nella camera di lei che lo attendeva senza trovare posa sopra le piume; accostatosi al letto egli si recò sul braccio manco il bel capo della sua donna, che l'ansietà aveva colorito oltre il consueto; e più lo rendeva mirabile il volume dei capelli nerissimi sciolti per le spalle e pel seno che palpitava di ardore ormai dalla religione fatto sacro. Anco ai giorni che in cielo regnava Giove, lo Imeneo, dio decente e sviscerato a spada tratta delle cose condotte in regola, avrebbe coperto con le sue ali il seguito di cotesto incontro nuziale, onde quanto non ne corre maggiore l'obbligo a noi presso cui il matrimonio, dopodi essersi sentito venerare per santo, e mêzzo fino alla camicia di acqua benedetta, venne assunto al fastigio di uno dei sette sacramenti della Chiesa cattolica. Però dinanzi alla cortina abbassata del letto noi inchiniamo verecondi la testa; solo diciamo, che donna Violante, rapita di sentirsi così stupendamente fuori del presagio ed oltre ogni aspettativa amata, dimentica dei mali presenti, improvvida dei futuri, s'inebriò di amori.La mattina fu trovato un cadavere senza capo, e ignudo; per un'ora, se ne fece un gran dire; dopo due meno; a mezzo giorno non se ne parlava più; lavata e spazzata la strada, la gente prese a passarci secondo il solito, chi traeva per curiosità a mirare il luogo dov'era accaduto il fatto, ci trovava per lo appunto sopra una fruttaiola, che vendeva ciliege ai fanciulli; uno dei quali credendo che ne fosse cascata una, si chinò a raccattarla, e se la cacciò in bocca per tema gli fosse contrastata dai compagni, ma subito dopo facendo greppo la sputò come cosa abominevole; i fanciulli accortisi dello sbagliogli dettero la baia con urli, e con fischi, a cui per via di perorazione aggiunsero anco qualche sassata; il ghiotto garzone aveva scambiato per una ciliegia un brandello di carne del povero Ciriaco.
Aveva le costole in pezzi, si cimentava a sentirsele ridurre in tritoli peggio che mazzamurro, e nondimeno, assillato dal demonio dell'avarizia, don Ignazio come prima potè si condusse al palazzo del marchese d'Ayerba; barellava per via, pareva, che camminasse sopra brace accesa, torceva in isconcie guise la bocca come se masticasse fette di limone, o sorbisse aura di aceto, con gli occhi, con le spalle, con tutta la persona scontorcevasi, divincolavasi quasi colpito dal malore, che ha nome da santo Vito: e pur sempre coll'arco del pensiero teso ai dugento ducati perduti, un po' malediceva la sua rea fortuna, un po' quella sua smania di perfidiare, viziacciovecchio per cui ne aveva rilevato più di un carpiccio delle buone, e sua madre lo rimproverò sovente dicendogli: Ignazio, tu cerchi il male come i medici. — Ma ormai a naso tagliato non valgono occhiali; però tentiamo, se questo strappo si possa rammendare, e ne vale il pregio, perchè que' dugento ducati... e largheggiava fino a trecento... poh! meriterei proprio la frusta su l'asino.... ma poniamo solo dugento, farebbero proprio la mano di Dio. —
Queste ed altre tattere nel suo cervello almanaccando, costui arrancava verso il palazzo del Marchese, dove giunto levò di sè le meraviglie tra i servi, i quali lo credevano all'olio santo; non mancarono cotesti tristi di dargli la soia, ma così sottile, che costui, comunque maliziato quanto un famiglio degli Otto, non se ne accorse; — e poichè dopo alquante parole egli chiese vedere don Valente, risposergli, crederlo difficile, tuttavia ne farebbero motto a don Diego; aspettasse in anticamera. Siccome di aspettare in anticamera così crudo crudo egli non si era mai sentito dire in faccia, massime di proprio motodai servi, argomentò e bene, che insolentendo la ciurma, il pilota non reggesse più il timone. Non avendo don Diego trovato da opporre impedimento, anzi reputando che potesse giovare, si fece incontro al Parroco, e lo condusse al cospetto del suo padrone; don Ignazio pensò rinvenire il Marchese giacente in letto, ma anch'egli cadde in errore, dacchè spalancati all'improvviso gli usci della sala gli comparve dinanzi. —
Heu! quantum mutatus ab illo: il tempo con un colpo di falce frullana gli aveva levato dieci anni di stianto; le carni flosce gli cascavano giù come impazienti di restare più oltre attaccate alle ossa; e di livide si erano convertite in cenerine, colore sopra tutti prediletto dalla morte; pure non fu il Marchese che gli recava maggiormente stupore; maraviglia, stizza e paura gli fece l'aspetto del salone convertito in cappella mortuaria, e ciò per consiglio del Medico, il quale, comecchè con poca speranza, volle provare se non contrastando la mania del Marchese, anzi secondandola, potesse raddrizzargli lo intelletto.Andava la sala, parata di gramaglia, intorno piena di cartelli ove ricorrevano le più strane inscrizioni, parto della mente travolta del misero uomo, sebbene e' fosse più che verosimile, come nello stato ordinario di salute non avrebbe saputo fare di meglio. Una presso a poco diceva:il Padre eterno avendo fatto la rassegna degli angioli, trovò che uno di loro aveva disertato dalla bandiera dei cieli, allora chiamò a sè la signora Violante mia figliuola per riempire il posto vuoto:— un'altra:le stelle dispettando, che gli uomini intendessero a contemplare gli occhi della illustrissima marchesa d'Ayerba con più svisceratezza, che i raggi loro tanto vantati, glieli hanno spenti in sempiterna notte... le astiose!— Sentite questa:I dottori di santa madre chiesa mandorno a chiamare per espresso la nobile erede dei marchesi d'Ayerba, la sapientissima donna Violante, per risolvere un punto di teologia, ma se aspettano per licenziarla ad apprendere quanto ella può loro insegnare, ormai si prevede, che non calerà più dal paradiso, — orgoglio ad un puntoed ambascia dell'eccelso suo genitore. — Tanto basti, e tutto questo dettato in parole spagnuole così strepitose da parere che sonassero il tamburo. Così è, ogni popolo ha il suo debole; gli Spagnuoli trovano gusto a lanciare campanili all'aria, e lo ha notato ilBrantôme, che ha dettato un libro dirodomontate spagnuole; se gli Spagnuoli raccogliessero quelle dei Francesi ne compilerebbero due; ma provvidenza volle, che ognuno vedesse il vizio dello amico, il proprio no, donde, la immaginativa di Plutarco che il mondo fosse una processione in tondo dove ognuno portava i suoi difetti scritti sopra un cartello appeso dopo le spalle. —
Ma quello che più strinse don Ignazio di affanno, e' fu la vista di un catafalco in mezzo della sala, coperto di velluto con belle frange di oro, la ghirlanda di fiori, e il crocifisso di argento sopra; di argento parimente i candelabri intorno, ed il suo bravo scheletro da piedi; niente insomma mancava, anzi ci s'incontravano di più parecchie urnette di argento sopra i gradini del feretro, dove ardevano timiamifuori dell'usato deliziosi a sentirsi. Don Valente se ne stava seduto accanto al catafalco sur un seggiolone foderato di velluto nero cosparso di lagrime di argento; teneva i gomiti appoggiati ai braccioli, e le mani con le dita conserte, chiusi gli occhi, la faccia china sul petto, le gambe altresì incrociate, e non diceva motto, non faceva atto, sembrava nè anco alitasse: pareva, secondo il detto di Cosimo il vecchio dei Medici, ei si avvezzasse a morire.
Don Ignazio aveva appreso a non fidarsi a cotesta bonaccia, simile al villano di Salerno, il quale rifuggiva commettersi in balía delle chete acque del golfo di Napoli dopo il naufragio dei fichi, però si adoperava dalla lontana di richiamare per via di rumori l'attenzione del mentecatto, e tante ne pensò, e tante ne fece, che per maledetta saetta e' fu mestieri, che il Marchese aprisse gli occhi: conseguito questo primo vantaggio il Parroco prese ad alzarsi, ad abbassarsi, a coccoveggiare meglio, che su la gruccia non costumi la civetta, e non approdò, chè il Marchese teneva pese e scure le pupille sopra di lui nonaltramente, che fossero palle di piombo. Allora don Ignazio si appressò risoluto, e con parole pietose in suono dolcissimo predicò un lungo sermone, dove toccava un poco di tutto, del cielo, e della terra, dello inferno, del purgatorio, e del paradiso, sopra i sette sacramenti fece parecchie ricerche come il sonatore arguto passaggi e fughe su la tastiera del gravicembalo; e favellando della penitenza, insistè molto intorno la utilità della confessione, buona di estate e meglio d'inverno, tentando di metterne la voglia nel Marchese, e così tratto quel primo dado appiccare lo addentellato a faccende più utili; quando capitò la eucaristia si slargò un miglio su la virtù delle messe; e su quella delle elemosine disse cose da farne strabiliare i cani; tra le altre, che quale praticava la elemosina non aveva mestieri di lavarsi nè anco le mani e il viso, perchè la elemosina pensava a tenere netto così il di dentro come il di fuori, e citò san Cipriano[18]: certo, ella fu predica tra lebelle bellissima e da disgradarne le più famose, almeno lo affermò poi don Diego, che ritto sopra la porta ebbe la ventura di sentirla intiera; ed hassi a credere, che avrebbe smosso il Marchese, se non che toccandolo si accorse com'ei fosse caduto in profondissimo letargo. Non ci fu rimedio, don Ignazio ebbe a lasciarlo alla rovescia della mignatta, che questa casca quando è pinza di sangue, mentr'egli tornossene alla canonica vuoto di fiato. Don Diego lo accompagnò fino a capo di scala, e quivi sul punto di pigliare commiato da lui gli disse:
— Reverendo, oggi abbiamo sperimento di cosa, che stimo di grande utilità per la salute dell'illustrissimo signor Marchese.
— E quale? rispose il Parroco, levando la faccia rischiarata da un filo di speranza; io davvero non ce la so vedere...
— Domando mille volte perdono, vostrasignoria ha potuto di per sè sincerarsene, il suo discorso conciliò nel signor Marchese un sonno profondo....
Don Ignazio reputandosi uccellato, vibrò gli occhi rabbiosi contro l'onesto cameriere, imprecando perchè non possedessero la virtù del basilisco per poterlo stecchire sul tiro, ma la faccia di don Diego così apparve ingenuamente sincera, così atrocemente benevola, che la speranza del parroco, la quale si reggeva con grande stento a galla, si sommerse allora nel mare dell'amarezza, e più non mise il capo fuori.
La passione, che prima levò la cresta nell'anima di donna Violante al rapporto dell'accoglienza ricevuta dal suo messo al palazzo del padre, fu l'ira, la quale le persuase a tenersi oggimai chiusa in sè, ed attendere che la venissero a cercare; ma presto sgonfiò per aprire il varco alla paura, e questa di mano in mano così si estese, e mise radice in cuor suo, che indi a un'ora la donna tutta raumiliata conmano tremante scrisse la seconda lettera piena di tenerezza verso il padre, e indusse, comecchè restío, il messaggiero a portarla di nuovo; il quale infatti la portò, nè ebbe a provare il brutto tiro, che gli avevano minacciato, ma neppure tornò con buone nuove, però, che don Diego, presa la lettera gli dicesse con sembianza umana, il padrone per allora non trovarsi al caso di leggerla; quanto prima gli capitasse il destro l'avrebbe consegnata, e dove al signor Marchese piacesse darle riscontro, sarebbe stato pensiero suo di farla consegnare a casa la Duchessa; le quali parole in buon latino significavano ch'egli non andasse a pigliarla; nondimanco l'onesto cameriere si era informato della salute di donna Violante, certo un cotal poco alla trista, ma per quanto sembrava non mica per manco dì affetto, bensì per paura, come persona che si versi in cosa proibita, e che risaputa poi potrebbe recargli danno.
Quante volte in coteste ore di passione la Violante si affacciò alla finestra! quante in ogni lontano passeggere sperò il messodesiderato, che tardi camminando vide poi col gemito del cuore trapassare oltre senza pure avvertire a lei che aveva la morte dipinta sopra la faccia! Immaginando ora, che un famiglio pedestre avesse mosso dal palazzo del Marchese per portarle la lettera, si mise a noverarne i passi: e giunse per fino, non potendo reggere allo spasimo cocente, a lanciarsi giù per le scale irrompendo senza consiglio nel mezzo della via. Nulla!... nulla!
Fosse morto il padre suo? E perchè? Ma sappiamo noi le più volte, perchè si muoia? E quanto la passione picchi forte sopra un'anima, e quanto un'anima possa resistere all'urto della passione? — No, questo non era, però che non avrebbero mancato di venirglielo a dire, e di corsa:non rimaneva lei erede?Ah! troppo di leggieri ella aveva creduto il suo genitore placabile.... egli chiuso nella sua severità la respingeva, e chi avrebbe ella posto adesso tra mezzo a raumiliarlo con mansuete parole? Essa aveva atteso a farsi obbedire, ed anco temere dai famigli, a farsi amare non aveva pensato mai... chiavrebbe creduto, che un dì potesse avere bisogno anco di loro! Reietta dal padre come non sarebbe stata giudicata enorme la sua colpa? Compassione finta, ed anco vera, motti acerbi, o benigni, tutto stava per cascarle addosso come calce viva. Senza credito, priva di aderenze, lacera nella fama,povera!... chi sa che da un punto all'altro non la pigliasse in fastidio quell'uomo stesso, il quale pure l'aveva condotta a tale stremo? E questo pensiero proprio le strisciò sul cuore ghiaccio come la serpe; rimase disfatta la misera donna; invano richiamava intorno a sè le sue virtù, ed anco i suoi vizi; — vizi e virtù erano disertati da lei; non ardiva levare la faccia verso Paolo, il quale appariva rado, si tratteneva poco, e passeggiava su e giù per la stanza senza fare motto. La natura l'era stata avara di lacrime, o l'acerba educazione gliele aveva inaridite dalle sorgenti; pigre le diventarono le membra, peso il capo, gli occhi gravi, e inetta al sonno, prepotente la occupava la voglia di dormire; un altro, ch'io dirò demonio, le si era cacciato addosso, lo sbadiglioirrefrenato e continuo: di assenzio si volgeva per lei la prima luna del matrimonio, e non bene ancora compito il quarto dì! Verso sera come se rompesse la maligna incantagione, ella si sentì capace di prendere qualche partito, ma così rinvenne il suo spirito spossato, così il suo cuore giù in terra, che non seppe ricorrere ad altro che a replicare una lettera a suo padre, mettendola dentro ad altra che mandò a don Diego. Questa era un miscuglio di superbia vecchia e di umiltà nuova, pregava a un punto e comandava, e non sapeva imporre compassione nè rispetto; col padre poi i molti affetti, rotto l'argine, traboccavano, e gli diceva: «per quanto amore portava alle cinque piaghe di Gesù e ai sette dolori della beatissima Vergine le permettesse di condursi ai suoi piedi per sentire le sue discolpe: avrebbe fatto toccargli con mano come se immune di peccato ella non era, la fortuna avversa, o il demonio che fosse, essercisi messo tra mezzo per ispingere lei improvvida dentro un abisso di guai; temeraria per la sua parte lasperanza del perdono, nondimanco volere sentire pronunziare dalla sua bocca la condanna; avrebbe acconsentito ad ogni pena più fiera, rassegnata a tutto, purchè la salvasse dalla vergogna: a questo pensasse, che sangue suo era quello che le scorreva dentro le vene: nè potersi lei coprire d'infamia senza che alla nobilissima casa d'Ayerba ne venisse macchia non cancellabile mai.»
Don Diego o per abito di riverenza o per bontà di animo non si accorse dei fumi intempestivi di donna Violante, o se pure se ne accorse non li curò, e presa la penna stette un pezzo in forse se avesse, o no a risponderle; al fine ci si dispose, ed ammonì con parole succinte la sciagurata Signora, come senza giovare a lei, e con rovina certa di sè avrebbe porta la lettera al Marchese suo padre; nè lo stato di salute nel quale egli si versava adesso avrebbe conceduto speranza di esito profittevole; piuttostochè lettere gioverebbero l'autorità e l'esortazioni di personaggi, i quali per costume dal Marchese fossero tenuti in pregio: si attenesse aquesto consiglio; e andasse persuasa, intorno al padre suo stare persone che dei suoi affanni si affliggevano; nè per loro si sarebbe rimasto di fare officio, che le tornasse in benefizio.
Dalle oneste parole di don Diego ritrasse la Violante un cotal poco di consolazione, e si rimproverò di non essersi mostrata con esso lui più cortese; ruminando poi le cose avvertite nella lettera, quantunque parecchie le rimanessero oscure, tuttavia deliberò attenersi ai ricordi del buon famiglio; al quale effetto, avutane licenza dal novello sposo, ella si fece a ricercare, nelle persone che avevano usanza in casa sua, quelle, che le sembrava procedessero a lei più parziali; innanzi tratto ricorse il suo pensiero a don Giovanni Cespedes cappellano maggiore della cappella regia e confidò che, dove questi avesse preso a perorare la sua causa, ella poteva consolarsi col dettocosa ragionata per via va, pur questa speranza non ispuntò fiore, imperciocchè il segretario di don Giovanni veramente l'accolse con un sobbisso di cerimonie, ma informato del fine ond'ellaveniva, prese a schermarsi allegando che non sapeva se sua reverenza fosse uscita di casa, andrebbe a vedere; quindi a poco di ritorno l'accertava, che per faccende di premura lo aveva mandato a chiamare monsignore arcivescovo cardinale, e la bugía gli camminava su per la faccia come una mosca.
La Violante scese le scale della Canonica col cuore stretto incolpando la fortuna che proprio non ci aveva colpa, mentre il guaio veniva dal prete, che allora non si credeva, o s'ignorava fosse senza viscere, mentre adesso si crede e si conosce anco troppo; dopo scese le scale del prete si erpicò per quelle del Giudice, e le parve duro; molto più che avendo posta ogni sua speranza nel prete, giudicava perduto ogni altro passo. Certo il Vicecancelliero Alfonso Crivella, secondo la sua indole brusca, le favellò parole acerbe, taluna anco di strazio, ma vista allibire la donna come panno lavato, smise ogni durezza, tuttavia la chiarì del misero stato in cui adesso si ritrovava ridotto, a cagione del suo trascorso, il Marchese; aggiunsenutrirsi poca speranza di guarigione; e per riparare la maggiore ruina, forse il meglio era così, dacchè come alienato di mente non avrebbe potuto privarla della eredità delle sue sostanze: ormai che il male era fatto si sarebbe ingegnato di rattopparla alla meno trista; e siccome la Violante piangendo protestava, che avrebbe preferito le mille volte ramingare pel mondo nuda, e mendica, che vivere nell'auge dell'opulenza a costo della infelicità paterna; egli stecchito rispose, che tutte le secchie tirate su dal pozzo gocciolavano, e tutte le donne commesso il peccato piangevano; ma poi più benigno osservò, che a lei come figliuola, e giovane, toccava dire così, e a lui come vecchio, e pratico della natura umana apparteneva giudicare a modo suo; nondimanco stesse di buono animo, che il bandolo di questa matassa arruffata, in un modo o nell'altro lo avrebbe saputo trovare. Nè l'uomo dabbene mise tempo fra mezzo, facendo fondamento non mica nella tenerezza del Marchese, e neppure nel suo giudizio; tutt'altro, egli si assicurava nella compita pazzia di quello,imperciocchè in simile caso per lui si sarebbe procurato gli ponessero il curatore, e per simil guisa mettere in sesto le faccende. Introdotto don Crivella al Marchese, secondo l'uso lo salutò, e quegli duro; lo richiese come si sentisse, e l'altro più duro che mai; si allargò in propositi, che conosceva per abitudine molto caldeggiati da don Valente, e fu fiato perso; egli era lo stesso che favellare al muro: al Vicecancelliero pareva ormai di trovarsi a cavallo; però non volle, nè ragionevolmente poteva omettere il tasto della figliuola, disse conveniente perdonarle il fallo involontario. A tali parole, come se per queste sole gli rimanesse l'udito, il Marchese rispose pacato: — è morta.
— Sicuro, rispondeva l'altro, non ci ha dubbio, ella è morta, tuttavolta mi parrebbe più giusto ascoltare le sue discolpe che, contraffacendo ogniiuscosì divino come umano, condannarla senza sentirla prima in esame.
— È morta; replicava don Valente.
— E non lo contrasto, ma anco i morti devono comparire al giudizio, e per memetto pegno, che se voi citaste donna Violante, ella non si rimarrebbe dal comparirvi dinanzi...
— Potrebbe darsi, ma ora state a sentire un po' me, don Alfonso; e così dicendo gli occhi del Marchese si schiarirono come se lo intelletto li riaccendesse della sua luce: io so troppo bene, che la mia sciagurata figliuola non è morta fisicamente, ma per me la tengo morta moralmente, e voi, ed altri non meno autorevoli di voi, bene potrete turbarmi il cervello già abbastanza stravolto, ma farmi mutare di proponimento voi non potrete. Voi per giudizio universale celebrano uomo pieno di dottrina, ed io l'ho creduto sempre a mia posta e lo credo, ma credo altresì che non tutta la scienza si comprenda nei libri, così vero questo, che io conosco a prova come voi non ci abbiate mai letto certo ricordo, il quale insegna così: — tra carne e ugna non sia uom che ci pugna! —
Il Vicecancelliere rimase proprio su la botta; perse le staffe, e si sentì confuso non pensando manco per ombra, che unlucido intervallo avesse così alla sfuggita illuminato la mente del Marchese, onde mal sapendo che cosa si facesse o dicesse, con mille riverenze ed inchini, pregando venia se troppo si fosse inoltrato nelle faccende di sua eccellenza, uscì.
Riferito l'esito della pratica alla Violante, appena possiamo con parole significare quanto fastidio l'assalisse; certo grande l'era stato dolore udire come suo padre fosse dello intelletto infermo, ma a cento doppi più la trafiggeva il pensiero di saperlo adesso in ogni parte sano, e pure così inesorabile nell'odio contro di lei; combattuta da tanto spasimo l'assalsero fiere convulsioni, onde corsero per don Orazio, che informato del caso, non si fece aspettare; avendola rinvenuta a tale da mettere in grave apprensione, il medico dabbene la vegliò tutta la notte, la soccorse con cristiana carità, nè quinci si rimosse, finchè avendo la donna ripreso i sensi potè giudicare passato il pericolo: innanzi di accommiatarsi però volle sapere la causa ond'era venuto tanto sconcerto, la quale conosciuta, accertò la Violante, che ilGiureconsulto aveva preso un granchio; pur troppo il marchese d'Ayerba aveva dato nei gerundii: perchè non si sarebbe mai indotto a credere che uomo cristiano e padre, se bene in cervello, avesse voluto chiudersi le orecchie per non sentire la voce del sangue; egli, che prestava allo infermo l'opera sua conosceva pur troppo com'ei fosse alienato di mente; avere già seco stesso disposto di tentare una prova per ricondurre il Marchese al consueto stato di salute; forse il meglio era procrastinarlo per un altro poco tempo, adesso volerlo anticipare per ismentire il Forense, il quale, secondo l'indole solita dei forensi più trista dei tre assi, altro non sapeva che pensare al male: gli farebbe toccare con mano se respingere da sè la sciagurata figliuola, se ridurre una povera creatura alla disperazione fosse lavoro da genitori sani, ovvero da scemi.
In questo proponimento del medico ci entrava non sappiamo in quale misura molta bontà di animo, ed altresì molta gara, miscuglio eterno di bene e di male che governa le menti dei mortali.
Presi pertanto gli opportuni concerti, il giorno dopo per tempo si fece a visitare il Marchese confidando trovarlo sempre a giacere, ma s'ingannò, che quegli fino dall'alba si era condotto a vegliare il feretro: non si rimase per questo, bensì mutate alcune parti del disegno, si presentò a don Valente ponendosegli allato quanto meglio potè leggero; gli parve assopito, epperò si mise con molta pazienza ad aspettare, ma dopo buono spazio di tempo avendo egli, tratto un lungo sospiro, aperti gli occhi, Orazio gli domandò:
— Eccellenza, come si sente ella stamane?
Il Marchese lo sogguardò placido, ma non rispose niente.
— Come abbiamo passato la notte?
Sempre silenzio; allora il Medico speculò il polso, e approfittandosi della pacatezza dello infermo gli pose la mano sul cuore, e poi tentennò il capo come se il sì e il no gli tenzonasse dentro; al fine parve deciso, imperciocchè assettatosi di faccia al Marchese prese a dire:
— Eccellenza, questo suo stato addolorail Vicerè, i suoi nobili Colleghi e la famiglia desolatissima, e bisogna finirla.....
Soprastette alquanto, poi continuò; — bisogna finirla, dacchè non occorra causa per continuarla... no... davvero non occorre causa ragionevole. Io comprendo ottimamente che la regina Giovanna (Dio abbia in gloria l'anima sua), la regina Giovanna ava di S. M. il Cattolico nostro re, vegliasse il capo del re Filippo suo consorte perchè era matta...[19]
Il Marchese intese il volto come persona che ascolti con attenzione, onde il Medico con voce alquanto più vibrata proseguiva: — sicuro, era matta... la povera Signora; quantunque poi nella sua follìa occorresse connessione d'idee, conciossiachè estimando ella che il suo marito non fosse morto, bensì dormisse, non pativa, gelosissima com'era, che svegliandosi gli occhi di lui incontrassero altra faccia, eccetto la sua. Ora, come vede, vostra Eccellenza non è matto....
— No, la Dio mercede, io non sono matto...
— Per lo appunto era quello che diceva ancora io.
— Nè la sua preclarissima figliuola, donna Violante, è morta...
— Chi afferma, chi, che la mia figliuola non è morta?
— Lo affermo io, che la so viva...
— Non è vero...
— È verissimo, perchè io l'ho veduta.
— Già... lunga e distesa nel cataletto...
— No signore, su ritta, e parlante, e smaniosa d'inginocchiarsi ai suoi piedi per domandarle perdono...
— Giuro a Dio, voi mentite per la gola!
— Giuro ai Santi che vostra Eccellenza è... in errore; ve l'affermo viva.
— No, è morta...
— Ed io vi dico ch'è viva...
— Ma sì... ma sì ch'è morta... o non istà ella riposta qui dentro?
— Qui dentro non ci è nulla...
E così dicendo il Medico dava una solenne spinta al catafalco mandando candelieri, torce, crocifisso, ghirlande, ogni cosa sossopra; rotolò la cassa per terra,e staccandosene il coperchio fece manifesto come fosse vuota. Al tempo stesso si udì fragorosamente aprire la porta di faccia, e fuori di quella prorompere donna Violante co' panni onde apparve vestita l'ultima volta, che si trovò con suo padre, e con passi concitati, le braccia supplichevoli, la voce piangolosa precipitarsi alle ginocchia del Marchese urlando disperatamente:
— Perdono! Perdono!
Il Marchese d'Ayerba già si era ritto e tremava da capo alle piante; i denti batteva e gli occhi, e ansava come persona a cui venga mozzo il respiro, salvatico, e trasognato agitava le mani per grancire qualche cosa; al nuovo strepito, all'urlo, alla vista improvvisa, a mo' di stecchi gli si drizzarono sopra la fronte i capelli, e dopo avere in orribile guisa dilatate le palpebre, gli s'irrigidirono le membra, e cascò giù come corpo morto.
E per morto lo tenne anche Orazio, il quale smaniava quasi rampognando sè stesso:
— Il troppoamenmi ha guasto lamessa... e te lo diceva l'arte, che la corda non era da tirarsi con mano atroce... su, don Diego, vediamo di adagiarlo sul tappeto... mettetegli sotto il capo il guanciale. Voi altri andate per le fasce e la catinella....
E siccome la Violante, a posta sua più morta che viva, andava domandando:
— Ma l'avrò il suo perdono? Dovrò perdere il padre mio senza essere perdonata?
Il Medico rispondeva:
— O signora mia, io temo forte, che il signor Marchese in questo mondo non aspetti più perdonare nè essere perdonato.
Il sangue spicciò vivido dalla vena, sicchè con quello ed altri argomenti il Marchese anco per questa volta fu restituito alla vita, però sembrava ci volesse fare piccola fermata; verso sera, mentre temeva il Medico si aggravasse il male, quasi la Natura avesse preso a compito di uccellarlo, lo infermo migliorò tanto da giudicarlo la dimane fuori di pericolo. Erano duri i nostri vecchi a morire. Tuttavia don Orazio, sia che a cotesto miglioramentonon si fidasse, o come in malo odore intorno alle faccende della fede, procedesse cauto per non inciampare co' preti, ordinò si amministrassero allo infermo i sacramenti.
Pregato, andava don Alfonso Caraffa arcivescovo di Napoli, uomo provato dalle sventure, e per pietà riputatissimo, perocchè quel severo suo parente Paolo IV se lo fosse tenuto al fianco educandolo nel timor di Dio, le quali cose però non valsero a salvarlo dalla prigionia, nè dall'accusa, nè dalla condanna, travolto nella ruina dei suoi: venuto al letto dello infermo, da prima con parole soavi lo confortò a rassegnarsi, e a questo il Marchese di leggieri assentiva; dipoi aggiunse, che bisognava perdonare; e poichè l'altro pertinace accennava di no, egli rincalzando diceva: — pensate, signor Marchese, che Cristo ordinava ai suoi discepoli perdonassero non sette, nè settanta, bensì settanta volte sette; ora voi ci ricuserete a perdonare una volta? E come un uomo mortale vorrà conservare odio immortale? Rammentatevi, che fra poche ore voi vitroverete davanti al Giudice eterno trepidante per una parola di perdono...
— Se non mi vuole perdonare non me ne importa niente, io non perdono....
— Non lo dite, figliuolo, cacciate via simili consigli, che vi suggerisce il demonio... Perdona Dio ch'è perfetto, e non vorrete voi, uomo pieno di colpe, di cui i peccati superano forse i minuti della vostra vita?...
— Fo voto a Dio, voi mi oltraggiate...
— Io non vi oltraggio, bensì vi ammonisco cristianamente, e vi raumilio...
— Non intendo essere umiliato... io...
— Aggiungete agli altri peccati anco quello della superbia per farvi più degno di comparire al cospetto del Demonio, che meritò appunto per la sua superbia, di re della luce, essere tramutato nel re delle tenebre; chinate la dura cervice innanzi a me...
— A voi?
— Sì, a me, che rappresento in terra il Creatore dell'universo...
— Levatevi di qua; voi mi rappresentate sangue di omicidi della propria moglie,voi uscite dal ventre dove si fabbricano i calunniatori...
— Marchese d'Ayerba, che dite voi?
— Io dico, che tu sei un avanzo di corda, e di mannaia... — Va a pregare pel tuo zio cardinale strozzato, o per l'altro di Palliano decapitato...
— Il diavolo vi tenta... — Marchese, il diavolo... e qui lo segnava divotamente, onde l'altro vie più indracato...
— Va via... va pentiti per te... e prima rendi alla Camera apostolica i venticinquemila ducati che le hai rubato...[20]
All'atroce ingiuria il buono Arcivescovo vacillò come persona percossa sopra la testa, e sebbene d'indole mansueta, parve sostenere dentro di sè una lotta per prorompere, e forse lo faceva, se di repente don Diego avventandosi al Marchese non lo avesse chiuso nelle sue braccia, come dentro una morza, e don Orazio, pigliando lui per la veste, non lo tirava fuori della camera; imperciocchè il Marchese colto da impeto di frenesia, cacciati lungi da sè lenzuolo e coperta, spingeva le gambe ignude a terra dal letto, e con le pugnachiuse minacciava il cardinale. Tanta era la sua furia, così veemente l'accesso della frenesia di costui, che fu mestieri l'aita di parecchi servi a tenerlo fitto nel letto; le bende squarciaronsi, il sangue scorse a rivi, prima che, caduto in deliquio, il Medico potesse fasciarlo da capo; quando, indi a qualche giorno, potè articolare parola con un filo di voce talora ripeteva a sazietà: = no... no... non voglio perdonare; = e tal altra; = è morta... è morta... è morta...
E Paolo intanto, che faceva? Egli andava, veniva, consigliava, spendeva a larga mano moneta ricavata dalla vendita degli ultimi arnesi di pregio rimastigli, a modo del giocatore avventurava l'estremo scudo sopra l'estrema carta, e poichè lo stringeva la necessità di vincere, secondo il solito non vinse; tutte le sorti gli mostravano il viso dell'uomo d'arme; non gli approdò l'espediente del forense, che confidava nella insania del Marchese, gli riuscì fallito l'altro del Medico, che aveva fatto capitale sopra il ricuperato intelletto di lui. — Quanto più metteva industria adistricare il nodo, più gli si aggruppava fra le dita, e questa volta di filo di ferro.
La Violante lo voleva al lato, in pochi dì la sventura l'aveva ammansita, dacchè una prova o due di lei partoriscano maggior frutto che i quaresimali di quanti frati domenicani predicarono al mondo; umile, rimessa, proprio non pareva più quella, e quantunque la passione nell'animo suo avesse divampato al soffio della paura di perdere Paolo, e di tornargli incresciosa, ora ch'ei la vedeva reietta, e forse appunto in grazia di questa paura, con tutte le viscere adesso lo amava.
Però mirandolo aggirarsi torbido per la stanza, sovente lo chiamava a sè co' dolci nomi che suggerisce amore, e lo veniva ad ogni momento interrogando se l'amasse, se per lei sentisse quello che per lui sentiva ella, frequenza che, carissima sul primo ardore, appena rimette un po' del suo bollimento tu provi mortalmente uggiosa, e fa fuggire a tiro di ale amore di là donde egli saria partito di passo e tardo; lo supplicava le sedesse al fianco, lo blandiva, le chiome gli componeva, lobaciava, ed egli si lasciava fare, ed anco le corrispondeva, però che il cuore umano per salvatico che sia bisogna che alla carezza di donna amante acconsenta, ma intanto che Paolo con gli atti sta allato alla sua consorte, col pensiero vaga lontano da lei, e considera i fieri casi, che lo premono, e più da vicino lo tribola la stretta del non sapere come tirarsi innanzi domani, imperciocchè Ciriaco non meno confuso di lui gli avesse detto non avanzargli più nè anco uno scudo: mentre così internamente si rode, la mano candidissima della donna dalle chiome scendendo gli si posa sopra la guancia, e nel passaggio gli sfolgora gli occhi con un baleno di luce; egli allora spinto da subito moto gliel'acciuffa e cova con ardente sguardo le anella, che molte, e preziose ne ornavano le dita. Il bisogno fa l'uomo ladro, ed egli, che in onta ai sofismi della sua coscienza era stato ladro anco senza bisogno, sentiva ribollirsi dentro il sangue, sicchè stava lì lì per darle l'arraffata, quando la Violante inuzzolita da cotesto atto, che suppose vezzo, favellò:
— O Paolo, con questa mano io ti detti il mio cuore...
Paolo rabbrividì come se fosse stato colto col furto addosso, e per nascondere il suo turbamento, altro non seppe che baciarle la mano quattro volte e sei, onde Violante vie più commossa:
— Stringila, Paolo mio, stringila come testimonio di fede, che non ti verrà mai meno: possa io dire sempre così della tua! Se le cose e le persone noi teniamo care alla stregua di quello che ci costano, io comincio, cuore mio, a costarti molto, e pur troppo lo comprendo, sai? — E tu pure, Paolo, e sallo Dio, tu pure mi costi. —
E l'altro incapace a dare risposta che gli paresse buona, baciava e ribaciava la mano, per lo che la donna uscì fuori con queste altre parole:
— E' vi fu, e non ha molto tempo, un'ora in cui non ti bastò baciare la mano, ed io te ne feci rimprovero, dovrei adesso adirarmi teco perchè ti basta?
— No, Violante, no, ma sarebbe da ingrati disprezzare la chiave dopo che viaperse la porta del palazzo; — e sì parlando l'abbracciò, e dopo averla baciata su la bocca, allegando certe sue scuse, toglieva commiato da lei; caso mai tardasse durante la notte, non istesse in pensiero, che doveva trattenersi a lungo con persona amica, la quale all'alba si partiva per Roma. Niente di questo era vero, ma in quel momento non si sentiva forte da dominare la burrasca scatenatagli dal diavolo nell'anima eccettochè fuggendo; Ciriaco, senza aspettare invito, gli tenne dietro secondo il solito. Chiuso in sè, senza dire parola, di tratto in tratto bifonchiando, Paolo si dilungò pel lido del mare, non avvertendo l'ora, nè la stagione. Arrestandosi allo improvviso, come se in cotesto punto risensasse, a voce alta esclamò:
— Dove sono?
E Ciriaco fedele rispose:
— Egli è un bel pezzo, che camminate su e giù come un cane, che abbia preso il fungo di levante; vedete; ci troviamo a Chiaia; e fo conto che se non sonò la mezzanotte, poco più abbia a stare.
— Torniamcene a casa Ciriaco; dammibraccio; ma sai, che ci siamo messi in tale selceto, donde mi parrebbe miracolo cavarne le gambe a salvamento?
— Pare anco a me, che abbiamo fatto un buco nell'acqua...
— Capisco che le sono faccende, che col tempo si accomodano, ma per ora arrovello a trovare una via per uscire di angustie: danari...?
— Nè anco un ducato...
— Gioie...?
— Quelle che vi procureranno i figliuoli quando ne avrete...
— Tu che mi amasti sempre come fratello, Ciriaco, ora stillati il cervello, e consigliami un po', che pesci io mi abbia a pigliare?
— Caro signor Paolo, che io vi ami come fratello e più, la è cosa, che si trova anco su i boccali di Montelupo, ma non mi sento al caso di consigliarvi: tuttavia, parlando secondo il cuore, non secondo il giudizio, mi sembra che qui a Napoli vi bisogni stare, perchèin primisa Roma con Sisto V non tira vento per le nostre vele; e persone per salutarci non ci desiderano,e amministratori per renderci conto delle nostre sostanze non ci temono: qui, cotesto indemoniato di Marchese dovrà alfine dare la capata; la batterà fra mesi; forse tra settimane; ed una volta ito agli alberelli noi entriamo in possesso dei suoi beni: alla signora Violante, povera donna, che va intabaccata di voi come gatti in fregola, daremo ad intendere, che i pennati[21]volano, e co' panni nuovi rifaremo le stanghe, procurando, se ci è verso, di scampare quel maledetto nodo scorsoio, che non mi esce mai dalla fantasia...
— E dálli con questo nodo scorsoio! Per guarirti della paura del capestro meriteresti che ti tagliassero la testa stanotte; come in premio di questo bel sermone meriteresti ch'io ti cacciassi capo fitto in mare; non ricordi che mentre il grano cresce l'asino muore?... Tu pure soventi volte lo hai rammentato a me?
— È vero; ma che volete? non rovesciatela colpa addosso a me; ciò accade perchè proprio il mal panno non offre cimosa. Io mi sarei tagliato la mano, prima che chiudere di testa mia la porta del palazzo del Marchese, ma non so disobbedirvi; me lo diceva il cuore, che noi andavamo a metterci a sedere sopra i cavicchi con quei diavolii di finti ammazzamenti e andirivieni su e giù per la via...
— Taci se non sai dirmi altro, danno fatto guado chiuso, e qui voglionci scudi non guai...
— Se col mio cuore si potesse battere moneta, io vi direi pigliatevelo e conciatevelo; se la mia pelle fosse di ermellino, possa morire senza sacramenti se io non mi scorticherei per voi.
— Se almeno fossimo al tempo in cui il diavolo comprava le anime!
— Lasciamo stare questi tasti, Paolo, che non sappiamo come nè quando ci toccherà a morire; le disgrazie, diceva il venditore di orvietano, stanno sempre apparecchiate come le tavole degli osti; non ischerzate co' santi...
— E chi rammenta santi? Mi sembraavere discorso del diavolo; pure sta quieto, Ciriaco, tante sono le anime le quali si dannogratisal diavolo, che questi ormai non sa più dove ficcarle, ed io so di buon luogo, che ei pensa aprirne canova a rinvilìo. Se non mi capita meglio torneremo a Roma...
— Dio ci scampi e liberi, ora che il vento schianta gli alberi saranno risparmiate le foglie? Vedete non ha potuto reggere il Mangone, il quale, dái dái, ebbe a trovarsi alla delizia di sentirsi attanagliato, arrotato, e per ultimo mazzolato qui in Mercato...
— Storie vecchie, Ciriaco; da cotesto casaccio in poi è già trascorso un anno, e intanto è sorto Marco Sciarra nello Abruzzo, e seco va il fratello Luca che vale oro quanto pesa; nè papa Sisto con le sue bravate, nè questo don Giovanni di Zunica, comecchè d'accordo con Roma, la possono sgarare con esso loro, e bada, che li protegge a spada tratta il signore Alfonso Piccolomini da Venezia: insomma sembra a me, che ci avanzi stoppa per filare, e tu avresti a sapere che chi hapaura che le passere becchino non semina mai panico...
Mentre così, per divertire tetri presentimenti, alternano costoro colloqui in apparenza giocondi, ecco nella via Toledo comparire da lontano il chiarore di torce a vento. Chi sia che va a cotesta ora così? Certo qualche gran signore ha da essere; forse egli uscirà da festino, da nozze, o da battesimo: Paolo e Ciriaco per istinto di bandito, o per usanza vecchia si addopano al cantone, gli occhi tutti intesi, e gli orecchi; mano a mano che si accostava il lume essi videro un fiero barone di vesti sfarzoso, e di ordini cavallereschi, e di gioie, con infinito sussiego seduto dentro una lettiga parata di damasco bianco; lo precedevano di alcuni passi due staffieri, che portavano le torce, e due altri di forme da Morgante sostenevano la lettiga; tutti erano abbigliati ad una livrea celeste e argento. Appena Paolo se li vide venire da presso si volse a Ciriaco, e gli disse sommesso:
— Mira! il diavolo protegge i suoi devoti, Dio fece trovare al patriarca Abramoun becco con le corna, a noi il diavolo mette innanzi un patrizio co' tosoni.... ti basta l'animo di dare dentro...?
— Magari!
— Che armi ti trovi addosso?
— Il coltello. Non basta?
— E' non ci ha da scialare; pure buttati addosso agli staffieri che portano le torce; agli altri penso io, e bada a spegnere subito le torce; caso mai ci dilungassimo l'uno dall'altro, nel buio ci riuniremo al grido di...
— Maria.
— Perchè Maria? Piuttosto Tuda...
— No... Maria.
— Ebbene, Maria, come vuoi...
Maria e Tuda per ambedue costoro nomi fatali. — Poi ultimo avvertimento, che ormai il tempo non concedeva lunghe parole, per parte di Paolo fu:
— Tu spoglia i servi, io il gentiluomo...
— Ammazza l'orso e poi vendi la pelle, che dal fare al dire ci è che ire, disse Ciriaco; poi tratto il coltello gridò: su, addosso...
— Addosso...
— Signore vi raccomando l'anima mia! strillò un povero staffiere investito da Ciriaco con una coltellata nel cuore; cotesto misero si struggeva di voglia di tornare a casa per rivedere la moglie, la quale pure ieri gli aveva partorito il primo figliuolo, sicchè anco a costo di rilevarne dal padrone una carta di male parole, e forse qualche tristo fatto, allungava il passo, quasi intendesse vincere il palio; quando per avere precorso troppo gli toccava a fermarsi, od a tornare indietro, sudava acqua e sangue: ed ora dopo essersi accartocciato sulle selci della via come foglia esposta all'ardore del fuoco dà parecchi tratti, mano a mano più languidi, e con un soffio fumoso cessa sospirando:
— Maria!...
Cotesto era il nome della moglie, che lo aspettava; quello del figliuolo non potè profferire o perchè gliene mancasse la balía, o perchè non glielo avesse anco imposto al battesimo.
Paolo, brandita appena la spada, vide i due seggettieri scappare vilissimamenteabbandonando il padrone, il quale sguizzò fuori con singolare prestezza, e tratto a sua posta la spada, si mise su la parata: qui cominciò un duello nelle regole, ora schiarito dalle torce, ed ora, pel subito eclissarsi di quelle, sepolto nel buio; nè stette guari, che gli schermidori conobbero l'un l'altro nella pratica delle armi spertissimo; onde presero a combattersi con molto riguardo; certo lo svantaggio pendeva dalla parte dello assalito, però che la sua spada cinta al fianco per pompa, di lunghezza e di costola non sopportasse paragone con l'altra, molto più che veniva trattata da mano di ferro; cosicchè tra per questo difetto della spada e la sorpresa dell'animo, il cavaliere stava su le parate come persona, che si chiamerebbe arcicontenta a cavarsi d'impiccio. Dal lato di Paolo s'instava con furia premendogli finirla, ma appunto per questa furia s'impigliava non ritirando dalla sua superiorità tutto il profitto che avrebbe potuto; il gioco procedeva netto, chè non ci era luogo a finte, o a botte arrischiate per tema di smarrire il ferro, e trovarsi poiquando uomo se l'aspettava meno una stoccata nel mezzo del petto. Deve dirsi a onore del cavaliere assalito, che sebbene non sapesse rendersi capace dello assalto inopinato, non gli parendo avere nimicizia con veruno, e non potendo in mille apporsi per trovare la causa che moveva l'assalitore, tuttavia egli, mirando il suo avversario solo, non volle interrogarlo per chiarire se lo avesse tolto in iscambio; molto meno chiamare per aiuto; proprio daidalgoa tre peli: però nonostante simili acutezze di puntiglio, che soglionsi appellarecavalleresche, e se si qualificasserobestiali, non sembra che ne potesse impermalire la gente, lo assalito dava indietro per levarsi vie via di misura; e non gli valse, che qualche sdrucio nel braccio e nella coscia lo ebbe a patire; così di passo in passo si trovò con le spalle alla porta di un palazzo, e ormai lontano dal luogo dove ardevano le torce. Ora o che tratti allo strepito dell'armi avessero aperto l'uscio per di dentro, o per inavvertenza fosso rimasto socchiuso, la imposta cesse; però il cavaliere accortosi,in meno che non balena, del destro il quale gli porgeva la fortuna, entrato nello androne, buttò via la spada e, con quanto gli avanzava forza nelle mani, sbatacchiò la porta in faccia a Paolo. Costui non era uomo da perdere tempo in querele; appena nelle strette prorompeva in una imprecazione, e via; si ritrasse dunque con celeri passi chiamando ad alta voceMaria, sebbene non si potesse dar pace come Ciriaco, a seconda del comando, avesse trascurato di spegnere le torce; ma presto gli tremò il cuore, quando intese con flebile voce rispondersi:Maria: precipitati i passi, ecco, spariti bussola e staffieri, mira giacersi in terra un morto e un moribondo: questi Ciriaco.
Il caso era avvenuto nel modo che dirò: mentre Ciriaco attendeva a cavare il coltello dal petto allo staffiere, che dopo averci penetrato fino al manico si trovò preso tra le costole, l'altro staffiere pronto ed audace, accostatosegli di fianco gli spinse con ambe le mani la torcia a vento dentro la faccia pigliando di mira l'occhio sinistro. Terribile l'urto e la ferita,la quale subito si fece oltre ogni immaginativa spasimosa a cagione del bitume ardente rimasto ingrommato intorno alla tempia e alla gota; mugliando peggio di uomo messo al tormento, Ciriaco lasciò cadersi di mano il coltello aggirandosi sopra di sè come cane che si morda la coda; e lo staffiere, che lo mirò concio a quel modo, raccolse il pugnale, e così in fretta in fretta gli appiccò un paio di coltellate nella pancia da farci passare l'anima in carrozza. Ciriaco cadde a sua posta esclamando, Maria, e lo staffiere corso dietro ai portantini li ricondusse sul posto a pigliare la seggetta, nè udendo poi chiamare per aiuto o rumore di ferro, riputò, che il padrone si fosse riparato correndo a casa; per la quale cosa non volendosi trovare alle peste con la Corte, che era tale prunaio allora, nè troppo se ne differenzia adesso, che chi ci entra non ci esce senza lasciarci almanco qualche bioccolo di lana, insieme ai compagni pigliò il puleggio.
Alla voce di Maria Ciriaco risensa, che ormai il suo spirito cominciava a vaneggiare,e vinto dallo spasimo della morte vicina, con debile voce chiamato a sè Paolo così gli disse:
— Signor Paolo, bisogna che cessiamo di fare cammino insieme; chinatevi, che la lena mi manca, e se la vita per isbaglio prende qualcheduno dei fori, che mi hanno aperto più del bisogno, temo che non potrò raccomandarvi quanto importa che operiate.
— Sta di buon animo, ti caricherò su le spalle, e a casa ti medicheremo per modo, che tornerai saldo meglio di prima.
— No, Paolo, non ci perdiamo dietro alle farfalle: codesto che voi dite non può effettuarsi, primo perchè sarebbe tempo perso; secondo perchè tanto sangue mi sgorga, che non lo potendo rattenere, lascerebbe la traccia sopra la via; terzo, se v'imbatteste nella Corte mentre me non aiutate in nulla, voi perdereste senza pro; quarto, quando non morissi, come sento che fra pochi minuti morirò, la qualità di taluna delle mie ferite ci servirebbe di spia; altre ragioni ho in serbo, e ve le potrei esporre, ma nella mia condizionedi moribondo chiedo in grazia di passarmene.
— Se la morte fosse cosa, io la vorrei strozzare...
— E se si potesse io vi darei una mano; ma la morte non è cosa, quantunque disfaccia tutte le cose, però bisogna sopportarla in santa pace. Alle faccende dell'anima ho rimediato alla meglio da me stesso, ma non credo avere mosso troppi passi verso Maria, piuttosto confido, che Maria potrà farne troppo più verso me, e così sia. Ora pestate su la torcia e spegnetela, dacchè quanto vi consiglierò adesso, al chiaro non si potrebbe compire... e... e credo difficilmente si compirà anco al buio... Bene: qui, più vicino, qui, se fra due minuti sarò morto... se no vivo, pigliate il coltello, e tagliatemi netto la testa, che porterete con voi; domani trovando il mio tronco decollato non potranno riconoscerlo... ci avevate pensato?
— Ci ho pensato...
Passarono alcuni secondi, e si saria creduto che la notte a cagione della malignavirtù di queste parole di Paolo: ci ho pensato, si fosse fatta più buia.
— Ci avevate pensato! riprese Ciriaco; va bene: spogliatemi la livrea, e dentro a lei avvolterete la mia testa... a questo avevate pensato?
Paolo non rispose: quel cuore di ferro, comprese che al suo primo:ci ho pensato, non che altri, il diavolo doveva avere fatto la pelle di oca: e l'altro proseguiva:
— Avvertite a cavarmi anco la camicia, perchè Maria ci aveva trapunto in cifra il mio nome, e questa marca potrebbe dare indizio al bargello, e metterlo sopra le vostre traccie... a questo avevate pensato?
Silenzio, e tenebre: Ciriaco, ripreso fiato, con un filo di voce continuò:
— Tagliandomi il capo, badate non vi caschi l'abitino: se lo lasciaste per terra, guai! che dentro, oltre l'orazione alla Madonna della Neve e l'altra per san Niccola, ci si hanno a trovare due anelli, uno col mio nome, e l'altro col suo... di Maria... e questo voi non potevate avere pensato...
E ormai quasi con parole indistinte aggiunse:
— Nella cantina del palazzo, sotto alla botte grande, voi troverete bella e scavata una fossa; — ed io ce la zappai nel presagio di nasconderci la roba... lì seppellite il capo del vostro Ciriaco, del vostro fratello, che tanto vi volle bene, e al quale voi non ne voleste punto... punto.
Due ore dopo la mezzanotte, Paolo, diligentemente azzimato, tutto odoroso d'acqua di fiore d'arancio, e lieto come la Violante non l'aveva visto mai, entrò nella camera di lei che lo attendeva senza trovare posa sopra le piume; accostatosi al letto egli si recò sul braccio manco il bel capo della sua donna, che l'ansietà aveva colorito oltre il consueto; e più lo rendeva mirabile il volume dei capelli nerissimi sciolti per le spalle e pel seno che palpitava di ardore ormai dalla religione fatto sacro. Anco ai giorni che in cielo regnava Giove, lo Imeneo, dio decente e sviscerato a spada tratta delle cose condotte in regola, avrebbe coperto con le sue ali il seguito di cotesto incontro nuziale, onde quanto non ne corre maggiore l'obbligo a noi presso cui il matrimonio, dopodi essersi sentito venerare per santo, e mêzzo fino alla camicia di acqua benedetta, venne assunto al fastigio di uno dei sette sacramenti della Chiesa cattolica. Però dinanzi alla cortina abbassata del letto noi inchiniamo verecondi la testa; solo diciamo, che donna Violante, rapita di sentirsi così stupendamente fuori del presagio ed oltre ogni aspettativa amata, dimentica dei mali presenti, improvvida dei futuri, s'inebriò di amori.
La mattina fu trovato un cadavere senza capo, e ignudo; per un'ora, se ne fece un gran dire; dopo due meno; a mezzo giorno non se ne parlava più; lavata e spazzata la strada, la gente prese a passarci secondo il solito, chi traeva per curiosità a mirare il luogo dov'era accaduto il fatto, ci trovava per lo appunto sopra una fruttaiola, che vendeva ciliege ai fanciulli; uno dei quali credendo che ne fosse cascata una, si chinò a raccattarla, e se la cacciò in bocca per tema gli fosse contrastata dai compagni, ma subito dopo facendo greppo la sputò come cosa abominevole; i fanciulli accortisi dello sbagliogli dettero la baia con urli, e con fischi, a cui per via di perorazione aggiunsero anco qualche sassata; il ghiotto garzone aveva scambiato per una ciliegia un brandello di carne del povero Ciriaco.