Paolo guardandosi attorno non vide la donna desiderata, nè la marchesa Clelia, nè veruna altra femmina, onde il marchese Silla, quasi per prevenirne la domanda, gli bisbigliò all'orecchio:— Bisogna rassegnarci, mio caro: adesso cominciano anco per voi le tribolazioni del santo matrimonio. Quante volte una gentildonna esce a farsi vedere, il suo abbigliamento è un lavoro; per una sposa poi, addirittura una fabbrica. Adesso tutte le congiunte e le amiche raccolte in sinedrio intorno alla sposa deliberano se una rosa deve premerle i capelli a destra, ovvero a sinistra; se abbia ad ornarsi di perle, ossivero di brillanti, separatamente, o di tutti insieme. Se alla Tuda non sovviene il consueto suo buon gusto, voi fate conto di vedervela apparire davanti spettacolosa come una fiera: ad ogni modo sarebbe proprio bazza, se di qui ad un'ora il maggiordomo ce ne annunziasse la presenza.— Aspetterò....— Sì caro, attendi,»E mentre aspetti porgerai sommesso»Refrigerio di pianto al cuore oppresso.come dice il Poeta.Paolo, dopo la fanciulla amata, si affrettò con occhi bramosi a scoprire ilcardinale Alessandro, ma nè anco questo gli venne fatto incontrare; per ventura il suo sguardo cadde sopra monsignore Ferdinando Taverna governatore di Roma, il quale pareva essersi condotto colà in compagnia di una mano di compiti cavalieri: e nel punto stesso, come avviene, lo sguardo del Governatore cadde su lui; onde l'uno e l'altro furono presti a ricambiarsi ammicchi cortesi, e i più gentili dei loro sorrisi: anzi il Governatore, seguito da parecchi, che alle vesti parevano notari, procurò accostarsi a Paolo; questi da parte sua gli rammezzò la strada, e però tosto si trovarono insieme: allora il Governatore prese a dirgli per commissione dell'illustrissimo cardinale di Montalto, che sul punto del mezzo dì sarebbe venuto a levarlo per accompagnarlo al Gesù, dove si aveva a celebrare la cerimonia religiosa: se prima gli fosse riuscito sbrigarsi, non mancherebbe al debito, ma non ci aveva speranza essendo arrivati nella notte dispacci di Francia e di Spagna, e il Papa averlo chiamato in camera per negoziare insieme con gl'illustrissimi signori cardinaliAldobrandino e Castagna: a fine di mettere a profitto il tempo, secondo il suo povero consiglio, gioverebbe leggere il contratto nuziale, e riscontrare la pecunia, dacchè la dote fosse costituita non solo di beni stabili, ma altresì di danaro numerato. Stava per rispondere Paolo, quando presogli il passo colui, che, a quanto pareva (giudicando dalla petulante familiarità di cui fanno prova i forensi) il principale dei notai, osservò:— Monsignore....— Lasciate, che parli il Cavaliere....— Monsignore lasciatevi servire.... non m'interrompete... e' sarebbero tempo e fiato gittati via leggere i contratti... Alla Croce di Dio! gli è chiaro come l'acqua, che io odio tanto, e Monsignore mi figuro, che farà lo stesso. Alla lettura come alla stipulazione del contratto hanno a trovarsi presenti i testimoni, e le parti, e qui non vedo l'illustrissimo Cardinale nepote, il quale fa da testimone, nè la clarissima marchesa Tuda, la quale deve fare da sposa; questa omissione porterebbe nullità espressa; se manca la persona protesto,non potere esercitare il mio mestiere... Voi, Monsignore, a questa ora l'avreste a sapere. —Il Governatore non potè trattenere i suoi labbri dallo aprirsi ad un sorriso, il quale però represse tosto ripiegandoli sotto i denti; subito dopo favellò:— Voi avete ragione... anco troppo ragione... sempre ragione. —Paolo appuntò i suoi sguardi sul Notaio, del quale la fisonomia non parve giungergli nuova senza potersi però rammentare dove, in quale occasione gli fosse capitata dinanzi: si raccoglieva, ma non ne veniva a capo; il parruccone nero, gli occhiali come uno scudo di argento, e le vesti talari gl'imbrogliavano il cervello: quell'uomo a prima giunta gli era divenuto detestabile; se fosse dipeso da lui lo avrebbe fatto strozzare... — ed anco egli stesso con le sue mani strozzato dall'uno all'altro andava una corrente di strangolazione.— Però per ammazzare il tempo, potremo, anzi dovremo fare una cosa, riscontrare il danaro della dote — avvertiva il Notaio.— Io lo accetto per la somma che mi si annunzia....— E voi, illustrissimo signore Cavaliere, insisteva il dicace Tabellione, operereste da quel magnifico gentiluomo che siete; ma le faccende bisogna che procedano nelle regole: e quanto a voitranseat, ma i testimoni, che hanno a giurare, ed io che devo deferire loro il giuramento di avere veduto numerare la pecunia come potremmo farlo dove omettessimo simile solennità? — O che credete voi, che sieno bericocuoli i giuramenti a casa nostra?— Ma io non venni qui a noverare moneta; per contare trentamila scudi non basterebbe da oggi a domani.— Con vostra grazia, illustrissimo, non è mica così. La pecunia consiste in tanti ducati d'oro in oro, divisi in sacchetti di mille ducati: adesso se ne piglia uno a caso e si annovera: posto che torni, si pesa; ciò fatto si pesano anco gli altri, e se corrispondono nel peso, il riscontro non può desiderarsi più puntuale, sicchè, come vedete, in meno che non si canta ilMisereresiamo lesti.— Ebbene, fate voi per me...— Ma che vi pare, illustrissimo, io non ci penso nè anco! Prendere la chiave, introdurla nella serratura, aprire le casse noi altri forensi... gente di legge estimiamo, come veramente sono, attidomenicali; dadominus, padrone, che nè ad altrui devono trasmettersi, nè da altri possono surrogarsi. Ecco, che mi reco ad onoranza presentarvi la chiave, compiacetevi, illustrissimo, di compire il resto. —E tale favellando costui gli porgeva la chiave sopra una guantiera di argento. Paolo la prese, e si accostò al forziere mutando tre passi o quattro per lo spazio della sala lasciato sgombro: salì su lo zoccolo, e messa dentro il foro la chiave, appena l'ebbe girata, non il solo sportello, come pareva che dovesse succedere, si volse su i mastietti, bensì tutta la parte anteriore tenuta in bilico da perni nascosti si aperse irresistibile e grave dando acerba percossa nel petto a Paolo, che sbigottito fu sospinto indietro.Intanto il forziere spalancato palesava...Che mai? Perchè terribile scoppia dintornoun grido di orrore? — Il forziero spalancato mostrò un miserabile cadavere ritto, di sangue sozzo e di fango, gli occhi cascanti giù sopra le gote, il cranio infranto come coppa di porcellana sbocconcellata; sporgeva ambe le mani, da una delle quali penzolava la legaccia di velluto cremesino trapunta di perle, e dall'altra un fascio di capelli.Paolo barellò per cadere, senonchè lo accolse nelle sue braccia il Tabellione, il quale gli strillò dentro gli orecchi:— Nè il matrimonio andrà indietro per questo: io vi ho ammannita la sposa con la carrucola unta e la fune insaponata. —Il Pelliccioni volti gli occhi nel Notaio liberato dalla parrucca, dagli occhiali e dalla toga riconobbe maestro Gigolo, caporale dei dodici carnefici di Roma eletti da dodici diverse nazioni, delizia del papa Sisto V, ed ahimè! anco del senato e del popolo romano. Allora l'istinto di fiera riprese il sopravvento in Paolo che di una potente strappata sbatacchiò il boia per la terra, ma i gentiluomini del Governatore di un tratto scopertisi sbirri, in menoche non si diceamen, lo strinsero nelle braccia, legaronlo per le gambe, per la vita, per le mani, così ch'ei non potè più dare crollo; quando costui si conobbe perso, proruppe in un singulto, e potè dirsi grugnito, abbassò la faccia sul seno, insensibile ormai a quanto gli si parlasse od operasse d'intorno.Il Cardinale di Montalto facendo avvertire il Pelliccioni com'ei fosse ridotto a negoziare col Papa in compagnia dei Cardinali di San Pancrazio e di San Marcello non disse la verità, e la bugía nè manco, imperciocchè insieme veramente consultassero costoro non però sopra i dispacci di Spagna. Appena il Papa ebbe odore dell'essere di Paolo, tanto più inviperito, quanto più aveva fatto a fidanza, raccolti i rammentati personaggi, spediva ordini cautissimi, ma per veemenza procellosi, affinchè si pigliassero informazioni. Nello stagno di Nettuno rinvennero il cadavere della donna; la villa era un mucchio di cenere tuttora fumante, sbraciandovi in mezzo scoprirono, tra le altre cose, parecchie ossa in parte arse: erano le ossa diRenzo che Paolo aveva freddato sparandogli alla traditora la pistola alle spalle, essendogli costui caduto in mortale sospetto a cagione di talune parole ch'ei sfringuellò in mal punto mentre tornavano a casa. Subito dopo l'arresto di Paolo, un nugolo di sbirri abbattutosi sopra il suo palazzo, vi fece una funata di quanti famigli capitarono là dentro. Sperimentati con qualche tratto di corda non ressero, e svesciarono ogni cosa; onde frugando in cantina, smosso alquanto il terreno, scoprirono il corpo del povero pescatore, anch'egli morto a palate sul capo. — Il Pelliccioni interrogato su la sera del giorno stesso in cui si avevano a fare le nozze, o sdegnasse salvarsi, ovvero, come credo piuttosto, reputando ogni tentativo vano, senza tormento confessò partitamente ogni caso della scellerata sua vita. Allora il Papa e gli altri misero in deliberazione quello che avesse a praticarsi: quanto a processo caddero d'accordo a giudicarlo inutile, conciossiachè, messa da lato ogni altra avvertenza il Pelliccioni, sotto nome di Venanzio Tombesi, da parecchio tempofosse stato condannato, onde chiarita la medesimezza della persona non restava che legargli il capestro alla gola. — Più lunga disamina ebbero intorno alla pubblicità del supplizio; a Sisto arrideva la idea di rizzare una dozzina di forche tutte in un picchio; meno avventato il Cardinale di San Marcello considerava come la plebe si appassioni mirabilmente pei condannati; massime se persone di conto, e giovani, e belli come appunto il Pelliccioni; onde per poco loro importi, il popolo li prosegua di rammarichío e di lagrime: nella sua storta immaginativa gli estremi toccandosi, egli, sovente più che non convenisse, i banditi tramutava in santi. Ogni condannato, quando ne ha voglia, allunga la scala della forca, e la muta in quella di Giacobbe, che tocca il paradiso; bene intesi però dopo avere servito a lui, al boia e al cappuccino. Il Cardinale di San Pancrazio rincalzava notando, che con la pubblicità del supplizio si sarebbe messo troppo campo a rumore con iscapito della riputazione di famiglie illustri pur troppo avviluppate in cotesto infelicissimo caso,ed il fiorentino arguto a molte più cose accennava tacendo, che non ne avesse avvertito parlando; sicchè il Cardinale di Montalto, presa la mosca a volo, insisteva nel partito proposto dai suoi colleghi, però che dopo la poca prudenza da lui mostrata di ricevere in grazia il Pelliccioni, e i carichi gravi di punto in bianco affidatigli, gli sembrava che quanto meno se ne parlasse, più si guadagnerebbe. Egli accusava sè, ma di straforo veniva a trafiggere anco il Papa, il quale finse non accorgersene; e guai a cui, se non fosse stato nipote, avesse ardito favellare a quel modo: nondimanco le considerazioni del cardinale Alessandro lo percossero, e subitaneo com'era a decidersi, disse, che ventilato il pro e il contro, le savie avvertenze del Cardinal di San Pancrazio davano il tratto alla bilancia: però il cavaliere Pelliccioni, e i suoi complici, nelle carceri di Tordinona si strangolassero, e ciò in quella medesima notte da mastro Gigolo venne puntualmente eseguito.Alla sagacia del leggitore faranno mestieri pochi cenni per chiarirlo come si fossero passate le cose; la povera Maria nascosa nel canneto scorse al barlume, e meglio sentì le parole di Paolo e di Renzo, nonchè il tonfo del cadavere della Violante nello stagno: essendosi mossa o per paura o per disagio cagionò il rumore che spaventava Renzo, e la sua mala fortuna volle che la palla della pistola sparata da Paolo la colpisse nella parte carnosa dell'anca destra, e quella fuor fuora le trapassasse; pure le bastò l'animo di tacersi, e quando lo strepito dei passi si fu allontanato stracciò la camicia fasciandosi la ferita; nè contenta di tanto, male reggendosi, si strascinò sul luogo donde avevano lanciato il cadavere nello stagno: quivi sentendo alcuna cosa incespicarle il piede, china tentava con la mano il terreno, ove trovò la girattiera di velluto chermesino trapunta di perle. Avvertiva testè come la Violante nei moti estremi della sua vita vi si agguantasse, schiantandone due gancetti: rimasta attaccata ad uno, questo non resse al rigonfiare dei muscolidella gamba di Paolo, nello sforzo ch'ei fece per balestrare il corpo di Violante nell'acqua; parve averne abbastanza, ed a stento ridottasi al solito nascondiglio lì rimase tutta la notte patendo gli spasimi della ferita e l'uligine pestilenziale del padule: per rumore che udisse, o per vampo di fiamme che la percotesse non si attentò moversi: solo, appena apparve un po' di lume in cielo, soffrendo dolori ineffabili e già col ribrezzo della febbre addosso, si arrampicò a cavallo ripigliando la via di Roma.Smontata al palazzo Savello, ella non volle medicarsi, anzi neppure spogliarsi se prima non ebbe messo a parte di ogni cosa la sorella Tuda, e la marchesa Clelia, la quale le porse diligentissimo ascolto, senza interrompere mai, non lasciando nè manco indovinare quale passione l'agitasse, se ira, o contento: finito che Maria ebbe il racconto, la Marchesa mosse varie interrogazioni sia per completare qualche particolarità, sia per chiarirla; quando poi le sembrò stringere nel pugno intera la matassa, disse alle fanciulle non uscissero;avrebbe pensato ella ad ordinare che veruno entrasse, eccetto il cerusico, diverso dall'ordinario di casa, affinchè non si facessero ciarle, o non crescessero: si confortassero; ogni male non venire per nocere, e via, e via. Alla povera fanciulla nè una carezza, nè un bacio. Un bacio della marchesa Clelia alla villana che le aveva salvata la figlia, pensate! sarebbe stato un grossissimo scandalo: — anzi neppure la raccomandò alle cure di Tuda; non mica perchè ella pensasse ogni raccomandazione superflua, bensì perchè il patrizio accoglie il sacrificio del popolo come gli idoli; ci è avvezzo, e lo estima dovuto. O qual fie mai quel plebeo indiscreto, che non si reputi glorificato abbastanza di farsi ammazzare per un patrizio? Diavolo! le sono cose che vanno pe' suoi piedi.Gran parte della vigilia delle nozze di Tuda, la marchesa Clelia passò col Cardinale di Montalto, a cui sovvenne con pronti consigli, e tornata a casa provvide a tutto, astuta, discreta e sollecita, imperciocchè se togli la superbia, la vanità,l'avarizia, la prepotenza, il cuore di pietra, e non so quali altre taccherelle, bisognava confessare ch'ella era donna di governo assai.Intanto Tuda soccorreva la Maria con le dolci parole, che riboccavano da cuore appassionato davvero, e la veniva confortando con le carezze e coi baci; lei chiamava sorella e madre, lei unico rifugio che avesse nel mondo; e certo se lo affetto avesse virtù di sanare i malori, Maria sarebbe stata guarita in un attimo. Lungamente aspettato il cerusico venne, e comecchè trovasse la piaga invelenita, tuttavia non fu questa che lo mise in pensiero; egli si spaventò, a ragione, di una febbre acuta, la quale giudicò subito avere infiammato il sangue alla fanciulla così da lasciare ormai poca speranza di rimedio; ed in questa sfiducia si confermava udendo dove ed in quale stato si fosse rimasta la notte: forse adoperando subito partiti estremi avrebbe potuto salvarla, ma egli che semplice cerusico era si peritava; si fece a consultare la marchesa Clelia, e' fu mestieri aspettare; tornata acasa si mandò pel medico, e si perse altro tempo; quando il medico venne, il giorno volgeva a vespro: anch'egli ragguagliato per filo e per segno, sentito il polso, il cuore e le arterie delle tempia, speculato il volto rosso come fiamma, e fatte altre più ricerche, non seppe a qual santo votarsi:tamenper onore della scienza e suo non bisognava mostrare essere corto a partiti; però ordinava al cerusico le cavasse sangue, non fosse altro, egli diceva, periscoprire marina. Il sangue da prima stentò a spillare, poi prese a scorrere nero come lo inchiostro, e a mezza la operazione Maria declinato il capo cadde in deliquio; allora il medico fece cessare, ed ordinato, che le dessero quando risensava certi suoi elettuari, se ne andò promettendo avrebbe passato la inferma una notte tranquilla. Il salasso fece giusto lo effetto della poca acqua versata sopra la fiamma, la quale attutita appena divampa più veemente che mai, sicchè verso sera aggravandosi, come suole il morbo, si palesò il delirio. Vagellò la povera Maria quanto è lunga la notte, ora con maggiore, oracon minore impeto, e le visioni della sua fantasia furono sempre di mostri, che sorgono dall'acqua per divorare donzelle, o di demoni sbucati dalla terra per rapire anime: strano miscuglio di rimembranze dello Ariosto in cotesti tempi vulgatissimo in Italia, e di favole religiose; e a lei pareva toccassero sempre le parti di Ruggero, di Orlando, o dello Arcangiolo Michele; dai moti delle membra, dallo sguardo pugnace, dalla voce irrequieta a gridare minacce, assai chiaramente si veniva a conoscere, come le sembrasse combattere, ed in vero combatteva. — Le sue parole queste: — io la difendo contra tutti e sola; — no — vi ci romperete i denti e l'ugna.... mettetemi in pezzi, e ogni pezzo della mia carne diventerà un uomo armato a difenderla.... ahimè! Tuda mi sento rifinita.... Tuda salvati, che mi hanno piagato a morte! oh! oh! mi tengono le ginocchia sul petto, e la mano intorno al collo. — E qui rantoli soffocati e sforzi ineffabili, come di colui, che messo di sotto si arrabatta a svincolarsi; e dopo molta agonía faceva sembianza di venirnea capo, sicchè con lena affannata e grondante sudore urlava: — Tuda ritorna.... il nemico è vinto..... il diavolo morto mi sta sotto i piedi.... Ora sei sicura Tuda....alleluia! alleluia! osanna in excelsis.Tuda non si staccò mai dalla sponda del letto, e con qual cuore noi non sappiamo dire: tutta la sua anima stava riversata dentro i suoi occhi, ed i suoi occhi fissi senza pure battere palpebra nella faccia di Maria; i gridi e i moti di questa si riflettevano sopra la fronte di Tuda come baleni di luce sinistra. Intesa con tutte le potenze dell'anima e del corpo nella sorella inferma, se nel cavo della congiuntura si radunava umore, non cresceva in lacrima, o se coi labbri cominciava una preghiera finiva in bisbiglio confuso, imperciocchè le intenzioni di Tuda, per un istante svagate, si riappuntavano impetuose ed intense con tutta forza in Maria. Con vicenda strana ringorgando il sangue intorno al cuore di Tuda faceva sì che ella comparisse pallida come morta, mentre al contrario Maria tutta avvampatanel volto, con occhi micanti sembrava riboccare di vita.Così passarono due giorni, al terzo il medico arricciò il naso, strinse le labbra, e senza pronunziare verbo, dato una giravolta su i talloni, se ne andò diritto alle stanze della marchesa Clelia, alla presenza della quale ammesso, espose la salute della Maria sfidata; vedesse farla acconciare alla meglio dell'anima, dacchè di conoscenza non desse segno, nè lo avrebbe forse dato, avendo il morbo preso possesso del cervello; ma non essere questo ciò che maggiormente importava; procurasse ad ogni modo staccare di là la clarissima signora Tuda, che gli dava pensiero grande avendo vegliato sempre la inferma, e miracolo di bontà e di gagliardia non essersi riposata nè manco un momento; era da temersi che per la vigilia, la fatica, il digiuno, ed anco per la passione dell'animo non venisse cotesta bella e florida salute a guastarsi: ridotta in condizione malescia non impossibile le si attaccasse il morbo della Maria, di sua natura appiccaticcio, e tanto a sgraviodella sua coscienza. — Il Medico non lo disse a sordo, onde la marchesa Clelia, senza frapporre tempo in mezzo, in due salti fu in camera alla Maria: quivi guardatala alquanto, e sembrandole pur troppo, che il medico si apponesse, dopo averla compassionata così a mezza bocca per non parere, si trasse la figliuola sur un lettuccio, dove avendola presa per ambo le mani, col più soave accento, che per lei si potesse, cominciò a dire:— Figliuola mia, la vita e la morte stanno in mano di Dio, e sarebbe ribellione espressa ai voleri divini non rassegnarci. Tu hai fatto verso la Maria il debito di cristiana; e per somma bontà tu hai largamente soddisfatto all'obbligo di riconoscenza; imperocchè io vo' che tu ti capaciti bene, che a lei ancora come nata sopra i nostri poderi, e figlia di gente che da secoli mangia del nostro pane, stringeva pressantissimo il dovere di mostrarci al bisogno fedeltà. Questo mettiti in mente, che il padrone ha pure diritto di aspettarsi dal vassallo e dal servo il sacrifizio dal quale non si tira indietro il cane. Noi le procureremoonorevole sepoltura.... ne appagheremo l'anima con ogni maniera divozioni, a sua madre daremo tutte le vesti e gli ori che tu le donasti: al padre qualche cento di scudi, e dugento se vuoi, quantunque a questo numero non credo che saliranno le lagrime piante dal villano per la sua figliuola: adesso vieni, figliuola mia, lasciamo la morente alla cura delle donne e di Dio; si è fatto quanto si poteva per salvarla, ora la carità vuole, che ti pigli studio della tua salute. —La Tuda ascoltò queste parole come trasognata; dentro gli occhi le si andavano formando grosse lacrime, le quali rimanevano poi come contenute dalle palpebre socchiuse; le ansava forte il petto, onde ad ora ad ora l'era mestiere rompere in profondo singulto, la parola crucciosa non trovava la via di formarsi distinta, sicchè per le labbra in sussulto passava come vento. Era chiaro che aborriva da favellare, ed ella avrebbe di sicuro taciuto se la marchesa Clelia reputando assenso il silenzio, non le avesse fatto forza per cavarla di là. Allora Tudasi drizzò ritirando di una strappata le sue dalle mani della Marchesa; e senza guardarla, con occhi lacrimosi e tuttavia privi di pianto, con voce tremula, e non dimanco feroce, così rispose:— Signora; se Maria non era in questo punto, adesso moglie di scellerato ladrone a me non sarebbe rimasto altro che a vivere di vergogna, e a morire di dolore. Voi tirata dalla vanità, dalla superbia e dalla avarizia non aborriste sagrificare la mia vita per soddisfare le passioni dei vostri anni senili: ella ha sagrificato la sua florida giovanezza... l'amore dello sposo che la bontà sua le avria procurato di animo pari... la speranza dei figli, delizia suprema al cuore di donna — tutto ella ha dato per salvarmi dalla infamia e dalla disperazione. Signora... ormai, eccetto lei, io non conosco altra madre, altro padre, altro fratello, altro sangue: finchè viva, io non mi staccherò dal suo letto; morta poi, io farò quello che Dio saprà inspirarmi. —La Marchesa rimase ad un punto attonita e spaventata dalle parole atroci epiù dal torbido sembiante della Tuda; pure fra l'ira e l'amore, vincendo amore conforme è consueto in cuore di madre, procurava con nuovi discorsi raumiliarla:— Ma chi ha detto che Maria ne morirà? L'ho detto io? Eh! che vuoi tu figliuola? Chi ama teme; ed io, che amo questa povera Maria quanto te, ho temuto troppo. Ella guarirà... oh! guarirà senza altro, prima per grazia della Beatissima Vergine nostra avvocata, e poi per la virtù del medico Gravelloni, il quale è un portento di scienza. Pocanzi, egli proprio, mi assicurò, non esservi pericolo per ora; sicchè guarirà e noi le assegneremo la dote che merita, e tu le ammannirai le donora: Telesforo, il figliuolo di Anselmo, miouomo nero, farebbe al caso; bel giovanotto, religioso, il padre non rifinisce mai di lodarlo. Dunque, cara, vieni a riconfortarti con un po' di cibo e di riposo... vieni... lo devi a me che ti amo tanto... e coteste parole dure non le avresti a dire... vieni, diletta mia... non fosse altro per tornare fra qualche ora più vispa... più lesta che mai a custodire la nostra cara Maria. —E pigliatala per una manica si provò trarla seco non senza adoperarci un po' di sforzo, il quale per essere dolce non cessava di essere sforzo; allora accadde in Tuda come una trasfigurazione, i suoi occhi ribevute le lacrime mandarono baleni, e dalle labbra enfiate proruppe la voce procellosa:— Nessuno mi tocchi; di qua non mi staccherete che morta... lasciatemi con la mia sorella... lasciatemi per Dio! — e le mani si cacciò tra i capelli intanto che co' piedi forte batteva la terra.Lorenzo Sterne nella occasione che il suo zio Tobia ebbe a profferire un giuramento pari, immagina che l'Angiolo dell'accusa lo portasse alla Cancelleria del paradiso e quivi vergognando lo depositasse, sicchè l'Angiolo computista nel registrarlo su i libri vi lasciasse cadere sopra una lacrima che lo cancellò per sempre; se questo avvenisse anco pel sacramento di Tuda non so, questo altro poi so benissimo, che non è rammentare il nome di Dio invano quando si chiama testimone dei generosi detti, o dei magnanimi fatti:imperciocchè per quanto arriva la mia povera intelligenza, giudico che a lui piaccia trovarcisi presente per confermare la creatura negli alti propositi, conoscendo, come ella dopo i primi pensieri i quali inspirati dal divino entusiasmo l'accostano al cielo, giù giù declinando finisca coll'adagiarsi sul fango.Così Tuda fu libera. — Quel giorno stesso, verso il tramontare del sole, lo intendimento di Maria pari al naufrago che per uno istante ricomparisce sul cumulo delle acque, affrancatosi dal delirio splendè negli ultimi suoi raggi: di fatti con occhi consapevoli contemplata Tuda, e vistala oltre ogni credere grama le accennò accostarsele al letto, e con voce languida le favellò:— Tuda, piglia animo e vivi. La Provvidenza ha ordinato, che di due fiori usciti da uno stelo medesimo, uno tocco dal verme appassisca, l'altro invece cresca rigoglioso così che alla vita propria sembra avere aggiunto la vita del compagno, e come dei fiori anco dei frutti, degli animali, e di tutto. Quanto ci accadeti confermi nella fede che Dio vuole tu viva. Vivi dunque, fortunata, alla tenerezza di sposa ed alla gloria di madre: solo ti prego a non ti scordare di me, che ti amai tanto... però il mio nome rammentato in mezzo alle gioie domestiche (non posso presagirti dolori) non fare che ci passi sopra come un'ombra... così non voglio, e me ne avrei a male; rammentatemi come persona presente, che vi vede, vi ascolta, e piglia parte alle feste di casa... perchè l'anima mia vivrà... e non mi sarà negato di starti appresso in ispirito... certo non sarà per mia colpa se io vie via non mi mescolerò con l'aria che respirerà il tuo petto, e con la luce che beveranno i tuoi occhi. Se non domando troppo, anco ti pregherei, che alla prima figliuola che uscirà dal tuo grembo tu le ponessi nome Maria... ma no che io non domando troppo, perchè messo da parte che gli è nome della tua buona sorella, Maria si chiama la benedetta donna che per grande onoranza salutano refrigerio dei cuori desolati, rifugio di tutti gli afflitti... e quando la bambina ti chiederà con vaghezza infantile:perchè mi hai chiamato Maria? E tu dille: perchè tale ebbe nome una sorella che più di vivere fu lieta assai... assai di morire per me... Tuda, mi prometti dirglielo? Assicurami che glielo dirai...Tuda tra uno schianto di cuore ed un altro:— Oh! Oh! singhiozzava senza potere aggiungere parola. Alla morente parve cotesto suono affermativo, onde rischiarando di un tratto le tenebre della morte sospirò:— Adesso muoio contenta. —E fu l'ultima parola, dacchè indi a poco il petto prese ad ansarle orribilmente profondo, e con frequenza, che andò di mano in mano diminuendo. Tuda seduta accanto al letto, poichè di reggersi in piedi non si sentiva più capace, ora con un ventaglio veniva a scacciare le mosche che, proterve ed impronte, camminavano traverso la fronte e su pei labbri di Maria, ed ora le asciugava il madore che incessante le gemeva da tutta la faccia; ed ora col cotone intinto nel moscato le umettava la bocca riarsa.La distruzione proseguendo l'opera sua, ecco l'anelito si fa singulto, che a stento prorompe, e con miserabile angoscia dalla gola attenuata di Maria, gli occhi pigliano a mandare i lunghi getti di luce del lume che si spenge; allora una voce mite si fece sentire, che disse: — Si scosti la creatura, Dio si avvicina. —Tuda levò la faccia, e illuminata dai raggi del sole che tramontava, vide una testa di giovane sacerdote, quale per certo apparvero quelle degli Apostoli quando la fiammella dello spirito cadutaci sopra vi accese con la sapienza che non ha confino la carità e la fede. Come Dio avesse fatto piovere cotesto capo su le spalle di un prete, e a Roma, e' fu uno dei miracoli della sua onnipotenza, che noi dobbiamo studiarci di venerare, non già di comprendere. Dopo recitate le preghiere latine egli volse gli occhi dintorno e si tenne solo però, che agli assistenti venuto meno il cuore, si fossero appartati per piangere, e Tuda caduta su i ginocchi a piè del letto aveva nascosto il capo fra le coltri. Allora il giovane prete soggiunse:— Partiti in pace, anima cristiana; povera Maria, io ti ho veduto nascere e non doveva sopravviverti: un dì sperai esserti unito su questa terra, a Dio non piacque, ci troveremo uniti in paradiso: sia fatta la volontà di Dio. Ti assolvo dei tuoi peccati per debito del mio ministero, ma io ho fede che Dio aspetti l'anima tua per accrescerne la sua divina sostanza: partiti in pace anima cristiana, e impetraci che Dio alleggerisca il retaggio di colpa col quale tutti nasciamo e contro cui non basta la nostra poca virtù; anima benedetta, supplica il Signore che ne conceda tempi più copiosi di virtù, e meno pieni di tristizia...Il braccio sinistro di Maria si rattrappa come pergamena esposta al soverchio ardore, e la mano si raggricchia per agguantarsi a qualche obietto, ma braccio e dita ad un tratto prosciolgonsi, la grossa lacrima raccolta nel cavo dell'occhio sinistro trabocca; con lungo respiro pare che ricerchi negl'intimi precordi ogni residuale spirito di vita, ed alitando poi la moribonda lo sospinge fuori.In questo medesimo punto tramontava il sole; sicchè cessarono insieme l'ultimo raggio del sole nel cielo, e l'ultimo fiato di Maria sopra la terra.— È andata in pace, — susurrò il prete, e chinatosi un poco, le chiuse le palpebre e la baciò in fronte; poscia piegando alquanto la persona gli venne fatto vedere Tuda, la quale, bianca ed impietrita, si accostava al letto; nè egli si vergognò, perchè la stessa Innocenza avrebbe potuto contemplare cotesto bacio senza farsi velo delle mani agli occhi: cotesti baci valgono una preghiera, anzi sono la estrema manifestazione dell'anima, dopo esaurita la preghiera; solo non potendone più, il prete accennava barellare; la Tuda gli porse le braccia ed egli vi si lasciò cadere, per modo che l'uno appoggiando il capo sopra la spalla dell'altro piansero. Supremo artefice di uguaglianza e di fraternità, il dolore!Avendo la Tuda fatto sapere al marchese Silla sua ferma volontà essere, chela Maria nei sepolcri di casa si riponesse, la famiglia si accolse a consulta, dove la Marchesa contrastando al pio desiderio della figliuola, come quello che avrebbe partorito pessimo esempio, e non mai più inteso, ebbe a sentirsi a rispondere dal marito, che quanto a questo egli non ci vedeva ostacolo, imperciocchè la madre della signora Marchesa sua consorte l'avesse sgarata a far seppellire nelle tombe della famiglia il cocchiere di casa, da lei tenuto caro quanto il marito e i figliuoli e più. La Marchesa gli avventò una occhiata da basilisco, ma egli la ricevè con tale beata tranquillità, con siffatta ingenua mansuetudine, che la Marchesa anco per quella prova convinta, che il marchese Silla non si poteva riscattare dallo influsso del montone, per non fare peggio cessò dalla perfidia.La Tuda sovvenuta dalle donne di casa lavò diligentemente il corpo di Maria, con preziosi odori lo profumò; i capelli come meglio potè con la opera del calamistro le compose in ricci minuti (però che la povera figliuola per nascondere meglio ilsuo sesso, senza un rammarico, anzi senza pure avvertire che fosse sacrifizio, si era tosata le lunghe chiome) e poi le mise addosso la vesta bianca trapunta di oro, con la quale ella doveva andare a nozze; le acconciò il velo, tra le mani le pose il crocifisso di oro; e poi fiori da per tutto, e dei più belli e rari che la stagione porgesse: avrebbe voluto trasportarla nella sua stanza, e sul proprio letto adagiarla: non lo potendo ottenere senza scomporre lo assettamento, mise sovrapposte sul solaio parecchie materasse, e ricopertele di tappeto di velluto vermiglio, quivi la depose. Quanti trovaronsi candelieri in casa tanti ne furono portati in cotesta stanza trasformata in cappella ardente. Agguardando sottile ogni minutezza, parve a Tuda che le federe dei guanciali scomparissero, onde chiese e volle le più belle che fossero in casa guarnite di trina che costava un occhio; per ultimo, allorchè le parve non ci fosse altro da aggiungere, nè da correggere, si assettò sul pavimento recitando preghiere. Era pietà vedere la morta giovane, e pure non dava minore stretta alcuore la vista della viva: veruno ardiva frastornarla, perchè si danno dolori che sono più paurosi a toccarsi dell'arca del Signore. Declinando il dì vennero i falegnami per la cassa, e Tuda scosso alcune volte il capo sorse, e dopo esaminata la cassa, la foderò di un lenzuolo; forte e animosa prese la morta sotto le ascelle, intanto che due donne la tennero pei piedi, e la deposero dentro la cassa, tolto uno dei guanciali con la ricca fodera, glielo sottopose al capo; ciò fatto le ripiegò sopra i lembi del lenzuolo che sopravanzavano dai lati; e qui Tuda fu vista balenare, ma stesa una mano al muro si resse; quando poi i falegnami, colto il destro, soprammisero il coperchio alla cassa, e presero a conficcarla con picchi aspri ed assordanti, girò sopra sè stessa come paleo, e prima che si potesse sovvenire percosse in terra. Appena però sentì mettersi le mani su la persona rinvenne, e da sè si rimise in piedi puntando il braccio tremulo sul pavimento:— Non è nulla.... è passato, aggiunse e si allestì per seguitare la bara nellaCappella di casa sua, fondata in certo monastero di Cappuccine ai giorni nostri soppresso. — Quantunque i Conventi esercitino la empia virtù d'inaridire il cuore, tuttavia talune femmine ne possiedono in tanta copia da avanzarne a qualunque prova: e le altre vergognando di sentirsi il seno vuoto, quanto più possono celano questa miseria: per la quale cosa la Priora con tutto il capitolo volle assistere al funerale. Alla Tuda fu concesso facilmente di entrare nel coro, dove stette genuflessa finchè durò l'uffizio, il quale finito si mise dietro alle Cappuccine, e siccome su la soglia della porta del Convento la Priora mitemente le disse:— Figliuola, voi non siete delle nostre.— Anzi sono, la Tuda rispose, e con voi ho deliberato vivere e morire, se pure non mi tenete indegna di avermi per figliuola. —A questo modo la Tuda entrò in Convento, nè valsero disperazioni, nè pianti a quinci removerla: non parola amara le sfuggiva mai dalle labbra, non suono concitato, mite sempre, e tranquilla: una volta,incalzandola troppo la madre, ella tremante per tutte le membra favellò:— Signora Marchesa, parmi avervi già detto come io mi consideri da lungo tempo orfana, epperò mancando io di padre e di madre sopra questa terra, non mi contrastate di pormi sotto il patrocinio del Padre di tutti, ch'è nel cielo. —Colà come aveva statuito ella visse, e morì. A Roma la salutarono eroina, e nei sonetti che composero nella solennità della sua vestizione, la paragonarono a Sofonisba, ad Artemisia, e a non so quale altra, abborracciando cose da farne strabiliare i cani. La mia storia la lascia alla porta del Convento, e poi se mostrassi genio di volerci entrare mi caccerebbero via, ed a ragione, perchè nei Monasteri di donne si pratica la clausura: però credo, che ci traesse la vita in opere di pietà, ed irrimediabilmente mesta. Così ordinò la natura, e a cui non intende pare strano; i casi truci percotono assai più profondamente le anime liete, e tenere, che le lugubri, e le forti; in ogni dove comparisce il contrasto; e per ragione di forza, cheio dirò dinamica e morale, le donne massimamente si mostrano vaghe di vedere feriti, spenti a ghiado, e supplizi, o udirne raccontare, od anco descriverli sia con lingua, sia con penna, mentre uomini truculentissimi si piacquero nelle immagini della vita pastorale da disgradarne il più gentile degli Arcadi. Robespierre educava tortorelle, e le metteva in dono alle fanciulle con lettere da vincere in tenerezza il sonetto della cara anima del Petrarca:A piè dei colli ove la bella vesta,con quello, che seguita.Nè io porrò fine a questa storia se prima non vi abbia dato contezza del misero Marchese di Ayerba: costui da parecchio tempo sembrava caduto in demenza; susurra spesso parole senza costrutto; diventato infingardo la più parte del dì logora a letto; suo principale, o piuttosto unico studio quello di chiappare mosche a volo, e scapezzatele co' denti mirarle andar via senzatesta. Quando la nuova del miserabile caso avvenuto alla Violante arrivò a Napoli, e ne rimase ragguagliato il popolo, i servi di casa Ayerba o perchè ne sentissero affanno, o piuttosto, come credo, per alleviare la noia, di frequente ne ragionavano fra loro. Adesso accadde, che alcuni di essi vigilando il Marchese, nè di lui prendendosi sospetto come quello, che riputavano affatto imbecille, cadessero a favellare della successa immanità. Se la sicurezza loro non era, e avessero posto mente al Marchese, si sarieno rimasti, imperciocchè udito ch'egli ebbe profferire il nome della sua figliuola si tramutò visibilmente in faccia, ed appuntò le orecchie per non perdere verbo. Raccolta la notizia dolorosa, la pazzia del Marchese, a guisa di fuoco sbraciato, di malinconica ridivenne furente, ignudo saltò fuori dal letto, ed, abbrancato un candeliere, ed agitandole come se fosse un coltello, fece le viste di precipitare giù dalle scale. Con urli salvatici gridava:— Dove sei traditore? Rendimi la mia figliuola... Violante... Oh! la mia figliuola...nessuno mi tenga... io vo' cavargli il cuore. —A stento lo ricondussero a letto senza perderlo di occhio un momento, e da quel dì in poi per vicenda singolarissima la pazzia tornata furiosa gli concedeva lucidi intervalli; sicchè ora con abbastanza discorso ragionava, e poi di punto in bianco da seduto si metteva bocconi sul letto; in cotesto atto aggrappa un guanciale come se fosse un uomo ed ei lo grancisse pel collo; seco lui si dibatte, finchè all'ultimo se lo caccia sotto, con le ginocchia lo pesta, lo straccia a morsi, e con la destra che ei si finge armata di stile lo ficca, e lo rificca tanto che rifinito si lascia ire in bagno di sudore. Durante certo lucido intervallo mandò per un maestro dei buoni, e gli commise una figura a mo' dei modelli di cui si servono i pittori e gli scultori, così vivo e preciso glielo descrisse, che dopo non poche mende, potè raffigurargli parlante la sembianza del Pelliccioni; nulla fu omesso perchè l'inganno paresse realtà, nè gli occhi di vetro, nè la pelle dipinta, nè i capelli naturali, ed i peli; il medesimosi dica per ogni altra parte dello abbigliamento; ordinò eziandio per quanto o temessero il suo sdegno, o stimassero la sua grazia gli procurassero un pugnale, ed anco questo egli potè avere, bensì spuntato, e senza taglio. A questa guisa venuto in possesso del simulacro e del coltello parve contento; quantunque durante il giorno si mostrasse torbido, tuttavia non ruppe in ismanie, e parve voler passare la notte tranquilla, perchè appena coricato prese sonno, ma non andò guari che un tremito fitto gli si mise per le membra, poi si agitò convulso dibattendosi co' nervi tesi, e sbadigliando forte da fendersi la bocca: di repente salta fuori dalle coltri, co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, in mano stringe il coltello, e traendo dolorosi guai si slancia sopra la immagine del Pelliccioni, l'acciuffa alla gola, l'atterra, e replicando l'usato costume con le ginocchia sul petto la pesta; col coltello la ferisce, co' morsi la straccia.Allo improvviso fu visto, con paura dei famigli infinita rimanersi, con la mano armata di ferro in alto, immobili il capo,gli occhi, la bocca, tutta insomma la persona: gli furono attorno per levargli dalle mani il simulacro, e il pugnale, e riportarlo sul letto; e di ciò fu niente, imperciocchè provassero i suoi nervi rattratti più duri del ferro. Lo aveva percosso la trucissima delle infermità umane, la catalessia; non trovarono altro modo per istaccarlo di là che segare il modello sotto e sopra la mano manca con la quale ei lo teneva grancito, onde gli ebbe a rimanere un tronco di collo in mano; a quel modo aggranchiato lo misero su i materassi; dove, l'arte medica affaticandosi invano, dopo alcuni dì moriva d'inedia.Questo è il fine della lamentevole storia di donna Violante d'Ayerba e del cavaliere Paolo Pelliccioni.O voi, tra le mie care leggitrici, che non mi avete lasciato a mezzo del mio racconto doloroso,e capriccio ed affanno,Non che compassïon avete inteso,se a caso mai vi pigliasse vaghezza di chiedermi:cui bonum, qual costrutto ci è egli da cavare dal vostro libro, Messere? Io ve lo dirò, perchè voi lo sapete, io sono tutto vostro, e non iscrivo lettera, la quale (almanco secondo la estimativa mia) non deva ridondare in grandissimo vostro benefizio. Ora lasciando da parte le altre utilità richiamo il vostro giudizio principalmente sopra di tre.In prima (mi astengo dallo adoperareinnanzi trattoperchè questo avverbio me lo ha consumato il signor Sella a Torino nella sua relazione su le finanze del Regno, e così Dio volesse ch'egli avesse logorato l'avverbioinnanzi trattosoltanto!) in prima dunque se questa mia storia valesse ad aggiungere un filo solo alla trama di odio che voi avete ordita contro le turpezze e le infamie della corte Romana, dove il prete si vanta cittadino del cielo per calpestare ogni affetto di famiglia e di patria sopra la terra, già sarebbe un bel guadagno, nè voi vorreste appuntarmi di avere sciupato inchiostro e tempo; ma vi ha di più.Conciossiachè in secondo luogo qui si faccia manifesto come getti profonde le radici nel cuor del popolo amore, o sia che l'obietto di quello ne compaia degno, ovvero indegno. Il popolo certo preferisce palesare la passione, che lo scalda con atti laudabili di mano, o d'ingegno, ma non si tira indietro nè anco dai feroci. Guardimi Dio da commendare, anzi nè da scusare siffatti procedimenti; solo avverto, come nel cuore del popolo non trovi mai penuria di passione; ferro, e fuoco sempre, ora sta al fabbro buono o tristo cavarne un vomere per romperne la terra, od un coltello per romperne le viscere all'uomo. Ma nè Dio, nè uomo arriveranno mai a trarre cosa che valga da quei meschini, dai moderati, nel seno dei quali rovistando, i meno tristi arnesi che tu ci possa trovare sono un Abbaco, una Coda di volpe ed un Orecchio di coniglio.In terzo luogo, e questo fie ciò che meglio importi a voi, io ho inteso avvertirvi, o fanciulle, che non vi lasciate inconsulto scapparvi di mano il vostro cuore: badate, ch'egli è maggiore tesoro, che voiper avventura non immaginate; in lui stanno riposti non pure la fama e la contentezza vostre, bensì ancora la dignità dei figli, la gloria della famiglia e la salute della patria; chè famiglia vera senza patria non ha luogo, nè viceversa. Buoni i consigli paterni, e buoni eziandio i materni, ma voi, non il padre nè la madre vostri, avete a vivere finchè vi basti la vita con l'uomo che sceglierete a marito. Però prima che la passione vi vinca, sottomettendo il talento al giudizio, cercate di qual lignaggio esca il garzone che incontrò grazia agli occhi vostri, e quali i suoi parenti, e poi del genio, della indole, degli studi e dei costumi di lui. Non ingannate e non vi lasciate ingannare, chè il matrimonio non dà campo a disdire la bestia in virtù dei vizi redibitori. Se avete qualche avvocato in casa... (— chi è sì gramo adesso che non abbia almeno un paio di avvocati e di cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro in casa —) fatevi spiegare vizi redibitori che sieno. Strappate la benda allo Amore, lasciatela alla Fortuna, la fiamma accesa dalla fiaccola diAmore bendato, il più delle volte mirai mantenuta all'ultimo da quella delle Furie. Se pertanto gli esempi di questa lamentevole storia valessero a ritenere dal nabissarsi, o meglio a fare felice una sola di voi, care e buone fanciulle, non istimerei il mio libro dettato invano.Solo vi prego a perdonarmi se qualche volta vi ho fatto paura; in ammenda del fallo vi prometto giocondarvi, come meglio potrò, un'altra volta.Ecco, voi potete conoscere, come spiacente di torre commiato da voi, io mi vada gingillando; orsù animo! Addio fanciulle, amate i vostri innamorati, ed anco un po' il vostro scrittore, che talora vi si mostrava acerbo soltanto per rendervi degne della Libertà e della Patria.FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
Paolo guardandosi attorno non vide la donna desiderata, nè la marchesa Clelia, nè veruna altra femmina, onde il marchese Silla, quasi per prevenirne la domanda, gli bisbigliò all'orecchio:
— Bisogna rassegnarci, mio caro: adesso cominciano anco per voi le tribolazioni del santo matrimonio. Quante volte una gentildonna esce a farsi vedere, il suo abbigliamento è un lavoro; per una sposa poi, addirittura una fabbrica. Adesso tutte le congiunte e le amiche raccolte in sinedrio intorno alla sposa deliberano se una rosa deve premerle i capelli a destra, ovvero a sinistra; se abbia ad ornarsi di perle, ossivero di brillanti, separatamente, o di tutti insieme. Se alla Tuda non sovviene il consueto suo buon gusto, voi fate conto di vedervela apparire davanti spettacolosa come una fiera: ad ogni modo sarebbe proprio bazza, se di qui ad un'ora il maggiordomo ce ne annunziasse la presenza.
— Aspetterò....
— Sì caro, attendi,
»E mentre aspetti porgerai sommesso»Refrigerio di pianto al cuore oppresso.
»E mentre aspetti porgerai sommesso
»Refrigerio di pianto al cuore oppresso.
come dice il Poeta.
Paolo, dopo la fanciulla amata, si affrettò con occhi bramosi a scoprire ilcardinale Alessandro, ma nè anco questo gli venne fatto incontrare; per ventura il suo sguardo cadde sopra monsignore Ferdinando Taverna governatore di Roma, il quale pareva essersi condotto colà in compagnia di una mano di compiti cavalieri: e nel punto stesso, come avviene, lo sguardo del Governatore cadde su lui; onde l'uno e l'altro furono presti a ricambiarsi ammicchi cortesi, e i più gentili dei loro sorrisi: anzi il Governatore, seguito da parecchi, che alle vesti parevano notari, procurò accostarsi a Paolo; questi da parte sua gli rammezzò la strada, e però tosto si trovarono insieme: allora il Governatore prese a dirgli per commissione dell'illustrissimo cardinale di Montalto, che sul punto del mezzo dì sarebbe venuto a levarlo per accompagnarlo al Gesù, dove si aveva a celebrare la cerimonia religiosa: se prima gli fosse riuscito sbrigarsi, non mancherebbe al debito, ma non ci aveva speranza essendo arrivati nella notte dispacci di Francia e di Spagna, e il Papa averlo chiamato in camera per negoziare insieme con gl'illustrissimi signori cardinaliAldobrandino e Castagna: a fine di mettere a profitto il tempo, secondo il suo povero consiglio, gioverebbe leggere il contratto nuziale, e riscontrare la pecunia, dacchè la dote fosse costituita non solo di beni stabili, ma altresì di danaro numerato. Stava per rispondere Paolo, quando presogli il passo colui, che, a quanto pareva (giudicando dalla petulante familiarità di cui fanno prova i forensi) il principale dei notai, osservò:
— Monsignore....
— Lasciate, che parli il Cavaliere....
— Monsignore lasciatevi servire.... non m'interrompete... e' sarebbero tempo e fiato gittati via leggere i contratti... Alla Croce di Dio! gli è chiaro come l'acqua, che io odio tanto, e Monsignore mi figuro, che farà lo stesso. Alla lettura come alla stipulazione del contratto hanno a trovarsi presenti i testimoni, e le parti, e qui non vedo l'illustrissimo Cardinale nepote, il quale fa da testimone, nè la clarissima marchesa Tuda, la quale deve fare da sposa; questa omissione porterebbe nullità espressa; se manca la persona protesto,non potere esercitare il mio mestiere... Voi, Monsignore, a questa ora l'avreste a sapere. —
Il Governatore non potè trattenere i suoi labbri dallo aprirsi ad un sorriso, il quale però represse tosto ripiegandoli sotto i denti; subito dopo favellò:
— Voi avete ragione... anco troppo ragione... sempre ragione. —
Paolo appuntò i suoi sguardi sul Notaio, del quale la fisonomia non parve giungergli nuova senza potersi però rammentare dove, in quale occasione gli fosse capitata dinanzi: si raccoglieva, ma non ne veniva a capo; il parruccone nero, gli occhiali come uno scudo di argento, e le vesti talari gl'imbrogliavano il cervello: quell'uomo a prima giunta gli era divenuto detestabile; se fosse dipeso da lui lo avrebbe fatto strozzare... — ed anco egli stesso con le sue mani strozzato dall'uno all'altro andava una corrente di strangolazione.
— Però per ammazzare il tempo, potremo, anzi dovremo fare una cosa, riscontrare il danaro della dote — avvertiva il Notaio.
— Io lo accetto per la somma che mi si annunzia....
— E voi, illustrissimo signore Cavaliere, insisteva il dicace Tabellione, operereste da quel magnifico gentiluomo che siete; ma le faccende bisogna che procedano nelle regole: e quanto a voitranseat, ma i testimoni, che hanno a giurare, ed io che devo deferire loro il giuramento di avere veduto numerare la pecunia come potremmo farlo dove omettessimo simile solennità? — O che credete voi, che sieno bericocuoli i giuramenti a casa nostra?
— Ma io non venni qui a noverare moneta; per contare trentamila scudi non basterebbe da oggi a domani.
— Con vostra grazia, illustrissimo, non è mica così. La pecunia consiste in tanti ducati d'oro in oro, divisi in sacchetti di mille ducati: adesso se ne piglia uno a caso e si annovera: posto che torni, si pesa; ciò fatto si pesano anco gli altri, e se corrispondono nel peso, il riscontro non può desiderarsi più puntuale, sicchè, come vedete, in meno che non si canta ilMisereresiamo lesti.
— Ebbene, fate voi per me...
— Ma che vi pare, illustrissimo, io non ci penso nè anco! Prendere la chiave, introdurla nella serratura, aprire le casse noi altri forensi... gente di legge estimiamo, come veramente sono, attidomenicali; dadominus, padrone, che nè ad altrui devono trasmettersi, nè da altri possono surrogarsi. Ecco, che mi reco ad onoranza presentarvi la chiave, compiacetevi, illustrissimo, di compire il resto. —
E tale favellando costui gli porgeva la chiave sopra una guantiera di argento. Paolo la prese, e si accostò al forziere mutando tre passi o quattro per lo spazio della sala lasciato sgombro: salì su lo zoccolo, e messa dentro il foro la chiave, appena l'ebbe girata, non il solo sportello, come pareva che dovesse succedere, si volse su i mastietti, bensì tutta la parte anteriore tenuta in bilico da perni nascosti si aperse irresistibile e grave dando acerba percossa nel petto a Paolo, che sbigottito fu sospinto indietro.
Intanto il forziere spalancato palesava...
Che mai? Perchè terribile scoppia dintornoun grido di orrore? — Il forziero spalancato mostrò un miserabile cadavere ritto, di sangue sozzo e di fango, gli occhi cascanti giù sopra le gote, il cranio infranto come coppa di porcellana sbocconcellata; sporgeva ambe le mani, da una delle quali penzolava la legaccia di velluto cremesino trapunta di perle, e dall'altra un fascio di capelli.
Paolo barellò per cadere, senonchè lo accolse nelle sue braccia il Tabellione, il quale gli strillò dentro gli orecchi:
— Nè il matrimonio andrà indietro per questo: io vi ho ammannita la sposa con la carrucola unta e la fune insaponata. —
Il Pelliccioni volti gli occhi nel Notaio liberato dalla parrucca, dagli occhiali e dalla toga riconobbe maestro Gigolo, caporale dei dodici carnefici di Roma eletti da dodici diverse nazioni, delizia del papa Sisto V, ed ahimè! anco del senato e del popolo romano. Allora l'istinto di fiera riprese il sopravvento in Paolo che di una potente strappata sbatacchiò il boia per la terra, ma i gentiluomini del Governatore di un tratto scopertisi sbirri, in menoche non si diceamen, lo strinsero nelle braccia, legaronlo per le gambe, per la vita, per le mani, così ch'ei non potè più dare crollo; quando costui si conobbe perso, proruppe in un singulto, e potè dirsi grugnito, abbassò la faccia sul seno, insensibile ormai a quanto gli si parlasse od operasse d'intorno.
Il Cardinale di Montalto facendo avvertire il Pelliccioni com'ei fosse ridotto a negoziare col Papa in compagnia dei Cardinali di San Pancrazio e di San Marcello non disse la verità, e la bugía nè manco, imperciocchè insieme veramente consultassero costoro non però sopra i dispacci di Spagna. Appena il Papa ebbe odore dell'essere di Paolo, tanto più inviperito, quanto più aveva fatto a fidanza, raccolti i rammentati personaggi, spediva ordini cautissimi, ma per veemenza procellosi, affinchè si pigliassero informazioni. Nello stagno di Nettuno rinvennero il cadavere della donna; la villa era un mucchio di cenere tuttora fumante, sbraciandovi in mezzo scoprirono, tra le altre cose, parecchie ossa in parte arse: erano le ossa diRenzo che Paolo aveva freddato sparandogli alla traditora la pistola alle spalle, essendogli costui caduto in mortale sospetto a cagione di talune parole ch'ei sfringuellò in mal punto mentre tornavano a casa. Subito dopo l'arresto di Paolo, un nugolo di sbirri abbattutosi sopra il suo palazzo, vi fece una funata di quanti famigli capitarono là dentro. Sperimentati con qualche tratto di corda non ressero, e svesciarono ogni cosa; onde frugando in cantina, smosso alquanto il terreno, scoprirono il corpo del povero pescatore, anch'egli morto a palate sul capo. — Il Pelliccioni interrogato su la sera del giorno stesso in cui si avevano a fare le nozze, o sdegnasse salvarsi, ovvero, come credo piuttosto, reputando ogni tentativo vano, senza tormento confessò partitamente ogni caso della scellerata sua vita. Allora il Papa e gli altri misero in deliberazione quello che avesse a praticarsi: quanto a processo caddero d'accordo a giudicarlo inutile, conciossiachè, messa da lato ogni altra avvertenza il Pelliccioni, sotto nome di Venanzio Tombesi, da parecchio tempofosse stato condannato, onde chiarita la medesimezza della persona non restava che legargli il capestro alla gola. — Più lunga disamina ebbero intorno alla pubblicità del supplizio; a Sisto arrideva la idea di rizzare una dozzina di forche tutte in un picchio; meno avventato il Cardinale di San Marcello considerava come la plebe si appassioni mirabilmente pei condannati; massime se persone di conto, e giovani, e belli come appunto il Pelliccioni; onde per poco loro importi, il popolo li prosegua di rammarichío e di lagrime: nella sua storta immaginativa gli estremi toccandosi, egli, sovente più che non convenisse, i banditi tramutava in santi. Ogni condannato, quando ne ha voglia, allunga la scala della forca, e la muta in quella di Giacobbe, che tocca il paradiso; bene intesi però dopo avere servito a lui, al boia e al cappuccino. Il Cardinale di San Pancrazio rincalzava notando, che con la pubblicità del supplizio si sarebbe messo troppo campo a rumore con iscapito della riputazione di famiglie illustri pur troppo avviluppate in cotesto infelicissimo caso,ed il fiorentino arguto a molte più cose accennava tacendo, che non ne avesse avvertito parlando; sicchè il Cardinale di Montalto, presa la mosca a volo, insisteva nel partito proposto dai suoi colleghi, però che dopo la poca prudenza da lui mostrata di ricevere in grazia il Pelliccioni, e i carichi gravi di punto in bianco affidatigli, gli sembrava che quanto meno se ne parlasse, più si guadagnerebbe. Egli accusava sè, ma di straforo veniva a trafiggere anco il Papa, il quale finse non accorgersene; e guai a cui, se non fosse stato nipote, avesse ardito favellare a quel modo: nondimanco le considerazioni del cardinale Alessandro lo percossero, e subitaneo com'era a decidersi, disse, che ventilato il pro e il contro, le savie avvertenze del Cardinal di San Pancrazio davano il tratto alla bilancia: però il cavaliere Pelliccioni, e i suoi complici, nelle carceri di Tordinona si strangolassero, e ciò in quella medesima notte da mastro Gigolo venne puntualmente eseguito.
Alla sagacia del leggitore faranno mestieri pochi cenni per chiarirlo come si fossero passate le cose; la povera Maria nascosa nel canneto scorse al barlume, e meglio sentì le parole di Paolo e di Renzo, nonchè il tonfo del cadavere della Violante nello stagno: essendosi mossa o per paura o per disagio cagionò il rumore che spaventava Renzo, e la sua mala fortuna volle che la palla della pistola sparata da Paolo la colpisse nella parte carnosa dell'anca destra, e quella fuor fuora le trapassasse; pure le bastò l'animo di tacersi, e quando lo strepito dei passi si fu allontanato stracciò la camicia fasciandosi la ferita; nè contenta di tanto, male reggendosi, si strascinò sul luogo donde avevano lanciato il cadavere nello stagno: quivi sentendo alcuna cosa incespicarle il piede, china tentava con la mano il terreno, ove trovò la girattiera di velluto chermesino trapunta di perle. Avvertiva testè come la Violante nei moti estremi della sua vita vi si agguantasse, schiantandone due gancetti: rimasta attaccata ad uno, questo non resse al rigonfiare dei muscolidella gamba di Paolo, nello sforzo ch'ei fece per balestrare il corpo di Violante nell'acqua; parve averne abbastanza, ed a stento ridottasi al solito nascondiglio lì rimase tutta la notte patendo gli spasimi della ferita e l'uligine pestilenziale del padule: per rumore che udisse, o per vampo di fiamme che la percotesse non si attentò moversi: solo, appena apparve un po' di lume in cielo, soffrendo dolori ineffabili e già col ribrezzo della febbre addosso, si arrampicò a cavallo ripigliando la via di Roma.
Smontata al palazzo Savello, ella non volle medicarsi, anzi neppure spogliarsi se prima non ebbe messo a parte di ogni cosa la sorella Tuda, e la marchesa Clelia, la quale le porse diligentissimo ascolto, senza interrompere mai, non lasciando nè manco indovinare quale passione l'agitasse, se ira, o contento: finito che Maria ebbe il racconto, la Marchesa mosse varie interrogazioni sia per completare qualche particolarità, sia per chiarirla; quando poi le sembrò stringere nel pugno intera la matassa, disse alle fanciulle non uscissero;avrebbe pensato ella ad ordinare che veruno entrasse, eccetto il cerusico, diverso dall'ordinario di casa, affinchè non si facessero ciarle, o non crescessero: si confortassero; ogni male non venire per nocere, e via, e via. Alla povera fanciulla nè una carezza, nè un bacio. Un bacio della marchesa Clelia alla villana che le aveva salvata la figlia, pensate! sarebbe stato un grossissimo scandalo: — anzi neppure la raccomandò alle cure di Tuda; non mica perchè ella pensasse ogni raccomandazione superflua, bensì perchè il patrizio accoglie il sacrificio del popolo come gli idoli; ci è avvezzo, e lo estima dovuto. O qual fie mai quel plebeo indiscreto, che non si reputi glorificato abbastanza di farsi ammazzare per un patrizio? Diavolo! le sono cose che vanno pe' suoi piedi.
Gran parte della vigilia delle nozze di Tuda, la marchesa Clelia passò col Cardinale di Montalto, a cui sovvenne con pronti consigli, e tornata a casa provvide a tutto, astuta, discreta e sollecita, imperciocchè se togli la superbia, la vanità,l'avarizia, la prepotenza, il cuore di pietra, e non so quali altre taccherelle, bisognava confessare ch'ella era donna di governo assai.
Intanto Tuda soccorreva la Maria con le dolci parole, che riboccavano da cuore appassionato davvero, e la veniva confortando con le carezze e coi baci; lei chiamava sorella e madre, lei unico rifugio che avesse nel mondo; e certo se lo affetto avesse virtù di sanare i malori, Maria sarebbe stata guarita in un attimo. Lungamente aspettato il cerusico venne, e comecchè trovasse la piaga invelenita, tuttavia non fu questa che lo mise in pensiero; egli si spaventò, a ragione, di una febbre acuta, la quale giudicò subito avere infiammato il sangue alla fanciulla così da lasciare ormai poca speranza di rimedio; ed in questa sfiducia si confermava udendo dove ed in quale stato si fosse rimasta la notte: forse adoperando subito partiti estremi avrebbe potuto salvarla, ma egli che semplice cerusico era si peritava; si fece a consultare la marchesa Clelia, e' fu mestieri aspettare; tornata acasa si mandò pel medico, e si perse altro tempo; quando il medico venne, il giorno volgeva a vespro: anch'egli ragguagliato per filo e per segno, sentito il polso, il cuore e le arterie delle tempia, speculato il volto rosso come fiamma, e fatte altre più ricerche, non seppe a qual santo votarsi:tamenper onore della scienza e suo non bisognava mostrare essere corto a partiti; però ordinava al cerusico le cavasse sangue, non fosse altro, egli diceva, periscoprire marina. Il sangue da prima stentò a spillare, poi prese a scorrere nero come lo inchiostro, e a mezza la operazione Maria declinato il capo cadde in deliquio; allora il medico fece cessare, ed ordinato, che le dessero quando risensava certi suoi elettuari, se ne andò promettendo avrebbe passato la inferma una notte tranquilla. Il salasso fece giusto lo effetto della poca acqua versata sopra la fiamma, la quale attutita appena divampa più veemente che mai, sicchè verso sera aggravandosi, come suole il morbo, si palesò il delirio. Vagellò la povera Maria quanto è lunga la notte, ora con maggiore, oracon minore impeto, e le visioni della sua fantasia furono sempre di mostri, che sorgono dall'acqua per divorare donzelle, o di demoni sbucati dalla terra per rapire anime: strano miscuglio di rimembranze dello Ariosto in cotesti tempi vulgatissimo in Italia, e di favole religiose; e a lei pareva toccassero sempre le parti di Ruggero, di Orlando, o dello Arcangiolo Michele; dai moti delle membra, dallo sguardo pugnace, dalla voce irrequieta a gridare minacce, assai chiaramente si veniva a conoscere, come le sembrasse combattere, ed in vero combatteva. — Le sue parole queste: — io la difendo contra tutti e sola; — no — vi ci romperete i denti e l'ugna.... mettetemi in pezzi, e ogni pezzo della mia carne diventerà un uomo armato a difenderla.... ahimè! Tuda mi sento rifinita.... Tuda salvati, che mi hanno piagato a morte! oh! oh! mi tengono le ginocchia sul petto, e la mano intorno al collo. — E qui rantoli soffocati e sforzi ineffabili, come di colui, che messo di sotto si arrabatta a svincolarsi; e dopo molta agonía faceva sembianza di venirnea capo, sicchè con lena affannata e grondante sudore urlava: — Tuda ritorna.... il nemico è vinto..... il diavolo morto mi sta sotto i piedi.... Ora sei sicura Tuda....alleluia! alleluia! osanna in excelsis.
Tuda non si staccò mai dalla sponda del letto, e con qual cuore noi non sappiamo dire: tutta la sua anima stava riversata dentro i suoi occhi, ed i suoi occhi fissi senza pure battere palpebra nella faccia di Maria; i gridi e i moti di questa si riflettevano sopra la fronte di Tuda come baleni di luce sinistra. Intesa con tutte le potenze dell'anima e del corpo nella sorella inferma, se nel cavo della congiuntura si radunava umore, non cresceva in lacrima, o se coi labbri cominciava una preghiera finiva in bisbiglio confuso, imperciocchè le intenzioni di Tuda, per un istante svagate, si riappuntavano impetuose ed intense con tutta forza in Maria. Con vicenda strana ringorgando il sangue intorno al cuore di Tuda faceva sì che ella comparisse pallida come morta, mentre al contrario Maria tutta avvampatanel volto, con occhi micanti sembrava riboccare di vita.
Così passarono due giorni, al terzo il medico arricciò il naso, strinse le labbra, e senza pronunziare verbo, dato una giravolta su i talloni, se ne andò diritto alle stanze della marchesa Clelia, alla presenza della quale ammesso, espose la salute della Maria sfidata; vedesse farla acconciare alla meglio dell'anima, dacchè di conoscenza non desse segno, nè lo avrebbe forse dato, avendo il morbo preso possesso del cervello; ma non essere questo ciò che maggiormente importava; procurasse ad ogni modo staccare di là la clarissima signora Tuda, che gli dava pensiero grande avendo vegliato sempre la inferma, e miracolo di bontà e di gagliardia non essersi riposata nè manco un momento; era da temersi che per la vigilia, la fatica, il digiuno, ed anco per la passione dell'animo non venisse cotesta bella e florida salute a guastarsi: ridotta in condizione malescia non impossibile le si attaccasse il morbo della Maria, di sua natura appiccaticcio, e tanto a sgraviodella sua coscienza. — Il Medico non lo disse a sordo, onde la marchesa Clelia, senza frapporre tempo in mezzo, in due salti fu in camera alla Maria: quivi guardatala alquanto, e sembrandole pur troppo, che il medico si apponesse, dopo averla compassionata così a mezza bocca per non parere, si trasse la figliuola sur un lettuccio, dove avendola presa per ambo le mani, col più soave accento, che per lei si potesse, cominciò a dire:
— Figliuola mia, la vita e la morte stanno in mano di Dio, e sarebbe ribellione espressa ai voleri divini non rassegnarci. Tu hai fatto verso la Maria il debito di cristiana; e per somma bontà tu hai largamente soddisfatto all'obbligo di riconoscenza; imperocchè io vo' che tu ti capaciti bene, che a lei ancora come nata sopra i nostri poderi, e figlia di gente che da secoli mangia del nostro pane, stringeva pressantissimo il dovere di mostrarci al bisogno fedeltà. Questo mettiti in mente, che il padrone ha pure diritto di aspettarsi dal vassallo e dal servo il sacrifizio dal quale non si tira indietro il cane. Noi le procureremoonorevole sepoltura.... ne appagheremo l'anima con ogni maniera divozioni, a sua madre daremo tutte le vesti e gli ori che tu le donasti: al padre qualche cento di scudi, e dugento se vuoi, quantunque a questo numero non credo che saliranno le lagrime piante dal villano per la sua figliuola: adesso vieni, figliuola mia, lasciamo la morente alla cura delle donne e di Dio; si è fatto quanto si poteva per salvarla, ora la carità vuole, che ti pigli studio della tua salute. —
La Tuda ascoltò queste parole come trasognata; dentro gli occhi le si andavano formando grosse lacrime, le quali rimanevano poi come contenute dalle palpebre socchiuse; le ansava forte il petto, onde ad ora ad ora l'era mestiere rompere in profondo singulto, la parola crucciosa non trovava la via di formarsi distinta, sicchè per le labbra in sussulto passava come vento. Era chiaro che aborriva da favellare, ed ella avrebbe di sicuro taciuto se la marchesa Clelia reputando assenso il silenzio, non le avesse fatto forza per cavarla di là. Allora Tudasi drizzò ritirando di una strappata le sue dalle mani della Marchesa; e senza guardarla, con occhi lacrimosi e tuttavia privi di pianto, con voce tremula, e non dimanco feroce, così rispose:
— Signora; se Maria non era in questo punto, adesso moglie di scellerato ladrone a me non sarebbe rimasto altro che a vivere di vergogna, e a morire di dolore. Voi tirata dalla vanità, dalla superbia e dalla avarizia non aborriste sagrificare la mia vita per soddisfare le passioni dei vostri anni senili: ella ha sagrificato la sua florida giovanezza... l'amore dello sposo che la bontà sua le avria procurato di animo pari... la speranza dei figli, delizia suprema al cuore di donna — tutto ella ha dato per salvarmi dalla infamia e dalla disperazione. Signora... ormai, eccetto lei, io non conosco altra madre, altro padre, altro fratello, altro sangue: finchè viva, io non mi staccherò dal suo letto; morta poi, io farò quello che Dio saprà inspirarmi. —
La Marchesa rimase ad un punto attonita e spaventata dalle parole atroci epiù dal torbido sembiante della Tuda; pure fra l'ira e l'amore, vincendo amore conforme è consueto in cuore di madre, procurava con nuovi discorsi raumiliarla:
— Ma chi ha detto che Maria ne morirà? L'ho detto io? Eh! che vuoi tu figliuola? Chi ama teme; ed io, che amo questa povera Maria quanto te, ho temuto troppo. Ella guarirà... oh! guarirà senza altro, prima per grazia della Beatissima Vergine nostra avvocata, e poi per la virtù del medico Gravelloni, il quale è un portento di scienza. Pocanzi, egli proprio, mi assicurò, non esservi pericolo per ora; sicchè guarirà e noi le assegneremo la dote che merita, e tu le ammannirai le donora: Telesforo, il figliuolo di Anselmo, miouomo nero, farebbe al caso; bel giovanotto, religioso, il padre non rifinisce mai di lodarlo. Dunque, cara, vieni a riconfortarti con un po' di cibo e di riposo... vieni... lo devi a me che ti amo tanto... e coteste parole dure non le avresti a dire... vieni, diletta mia... non fosse altro per tornare fra qualche ora più vispa... più lesta che mai a custodire la nostra cara Maria. —
E pigliatala per una manica si provò trarla seco non senza adoperarci un po' di sforzo, il quale per essere dolce non cessava di essere sforzo; allora accadde in Tuda come una trasfigurazione, i suoi occhi ribevute le lacrime mandarono baleni, e dalle labbra enfiate proruppe la voce procellosa:
— Nessuno mi tocchi; di qua non mi staccherete che morta... lasciatemi con la mia sorella... lasciatemi per Dio! — e le mani si cacciò tra i capelli intanto che co' piedi forte batteva la terra.
Lorenzo Sterne nella occasione che il suo zio Tobia ebbe a profferire un giuramento pari, immagina che l'Angiolo dell'accusa lo portasse alla Cancelleria del paradiso e quivi vergognando lo depositasse, sicchè l'Angiolo computista nel registrarlo su i libri vi lasciasse cadere sopra una lacrima che lo cancellò per sempre; se questo avvenisse anco pel sacramento di Tuda non so, questo altro poi so benissimo, che non è rammentare il nome di Dio invano quando si chiama testimone dei generosi detti, o dei magnanimi fatti:imperciocchè per quanto arriva la mia povera intelligenza, giudico che a lui piaccia trovarcisi presente per confermare la creatura negli alti propositi, conoscendo, come ella dopo i primi pensieri i quali inspirati dal divino entusiasmo l'accostano al cielo, giù giù declinando finisca coll'adagiarsi sul fango.
Così Tuda fu libera. — Quel giorno stesso, verso il tramontare del sole, lo intendimento di Maria pari al naufrago che per uno istante ricomparisce sul cumulo delle acque, affrancatosi dal delirio splendè negli ultimi suoi raggi: di fatti con occhi consapevoli contemplata Tuda, e vistala oltre ogni credere grama le accennò accostarsele al letto, e con voce languida le favellò:
— Tuda, piglia animo e vivi. La Provvidenza ha ordinato, che di due fiori usciti da uno stelo medesimo, uno tocco dal verme appassisca, l'altro invece cresca rigoglioso così che alla vita propria sembra avere aggiunto la vita del compagno, e come dei fiori anco dei frutti, degli animali, e di tutto. Quanto ci accadeti confermi nella fede che Dio vuole tu viva. Vivi dunque, fortunata, alla tenerezza di sposa ed alla gloria di madre: solo ti prego a non ti scordare di me, che ti amai tanto... però il mio nome rammentato in mezzo alle gioie domestiche (non posso presagirti dolori) non fare che ci passi sopra come un'ombra... così non voglio, e me ne avrei a male; rammentatemi come persona presente, che vi vede, vi ascolta, e piglia parte alle feste di casa... perchè l'anima mia vivrà... e non mi sarà negato di starti appresso in ispirito... certo non sarà per mia colpa se io vie via non mi mescolerò con l'aria che respirerà il tuo petto, e con la luce che beveranno i tuoi occhi. Se non domando troppo, anco ti pregherei, che alla prima figliuola che uscirà dal tuo grembo tu le ponessi nome Maria... ma no che io non domando troppo, perchè messo da parte che gli è nome della tua buona sorella, Maria si chiama la benedetta donna che per grande onoranza salutano refrigerio dei cuori desolati, rifugio di tutti gli afflitti... e quando la bambina ti chiederà con vaghezza infantile:perchè mi hai chiamato Maria? E tu dille: perchè tale ebbe nome una sorella che più di vivere fu lieta assai... assai di morire per me... Tuda, mi prometti dirglielo? Assicurami che glielo dirai...
Tuda tra uno schianto di cuore ed un altro:
— Oh! Oh! singhiozzava senza potere aggiungere parola. Alla morente parve cotesto suono affermativo, onde rischiarando di un tratto le tenebre della morte sospirò:
— Adesso muoio contenta. —
E fu l'ultima parola, dacchè indi a poco il petto prese ad ansarle orribilmente profondo, e con frequenza, che andò di mano in mano diminuendo. Tuda seduta accanto al letto, poichè di reggersi in piedi non si sentiva più capace, ora con un ventaglio veniva a scacciare le mosche che, proterve ed impronte, camminavano traverso la fronte e su pei labbri di Maria, ed ora le asciugava il madore che incessante le gemeva da tutta la faccia; ed ora col cotone intinto nel moscato le umettava la bocca riarsa.
La distruzione proseguendo l'opera sua, ecco l'anelito si fa singulto, che a stento prorompe, e con miserabile angoscia dalla gola attenuata di Maria, gli occhi pigliano a mandare i lunghi getti di luce del lume che si spenge; allora una voce mite si fece sentire, che disse: — Si scosti la creatura, Dio si avvicina. —
Tuda levò la faccia, e illuminata dai raggi del sole che tramontava, vide una testa di giovane sacerdote, quale per certo apparvero quelle degli Apostoli quando la fiammella dello spirito cadutaci sopra vi accese con la sapienza che non ha confino la carità e la fede. Come Dio avesse fatto piovere cotesto capo su le spalle di un prete, e a Roma, e' fu uno dei miracoli della sua onnipotenza, che noi dobbiamo studiarci di venerare, non già di comprendere. Dopo recitate le preghiere latine egli volse gli occhi dintorno e si tenne solo però, che agli assistenti venuto meno il cuore, si fossero appartati per piangere, e Tuda caduta su i ginocchi a piè del letto aveva nascosto il capo fra le coltri. Allora il giovane prete soggiunse:
— Partiti in pace, anima cristiana; povera Maria, io ti ho veduto nascere e non doveva sopravviverti: un dì sperai esserti unito su questa terra, a Dio non piacque, ci troveremo uniti in paradiso: sia fatta la volontà di Dio. Ti assolvo dei tuoi peccati per debito del mio ministero, ma io ho fede che Dio aspetti l'anima tua per accrescerne la sua divina sostanza: partiti in pace anima cristiana, e impetraci che Dio alleggerisca il retaggio di colpa col quale tutti nasciamo e contro cui non basta la nostra poca virtù; anima benedetta, supplica il Signore che ne conceda tempi più copiosi di virtù, e meno pieni di tristizia...
Il braccio sinistro di Maria si rattrappa come pergamena esposta al soverchio ardore, e la mano si raggricchia per agguantarsi a qualche obietto, ma braccio e dita ad un tratto prosciolgonsi, la grossa lacrima raccolta nel cavo dell'occhio sinistro trabocca; con lungo respiro pare che ricerchi negl'intimi precordi ogni residuale spirito di vita, ed alitando poi la moribonda lo sospinge fuori.
In questo medesimo punto tramontava il sole; sicchè cessarono insieme l'ultimo raggio del sole nel cielo, e l'ultimo fiato di Maria sopra la terra.
— È andata in pace, — susurrò il prete, e chinatosi un poco, le chiuse le palpebre e la baciò in fronte; poscia piegando alquanto la persona gli venne fatto vedere Tuda, la quale, bianca ed impietrita, si accostava al letto; nè egli si vergognò, perchè la stessa Innocenza avrebbe potuto contemplare cotesto bacio senza farsi velo delle mani agli occhi: cotesti baci valgono una preghiera, anzi sono la estrema manifestazione dell'anima, dopo esaurita la preghiera; solo non potendone più, il prete accennava barellare; la Tuda gli porse le braccia ed egli vi si lasciò cadere, per modo che l'uno appoggiando il capo sopra la spalla dell'altro piansero. Supremo artefice di uguaglianza e di fraternità, il dolore!
Avendo la Tuda fatto sapere al marchese Silla sua ferma volontà essere, chela Maria nei sepolcri di casa si riponesse, la famiglia si accolse a consulta, dove la Marchesa contrastando al pio desiderio della figliuola, come quello che avrebbe partorito pessimo esempio, e non mai più inteso, ebbe a sentirsi a rispondere dal marito, che quanto a questo egli non ci vedeva ostacolo, imperciocchè la madre della signora Marchesa sua consorte l'avesse sgarata a far seppellire nelle tombe della famiglia il cocchiere di casa, da lei tenuto caro quanto il marito e i figliuoli e più. La Marchesa gli avventò una occhiata da basilisco, ma egli la ricevè con tale beata tranquillità, con siffatta ingenua mansuetudine, che la Marchesa anco per quella prova convinta, che il marchese Silla non si poteva riscattare dallo influsso del montone, per non fare peggio cessò dalla perfidia.
La Tuda sovvenuta dalle donne di casa lavò diligentemente il corpo di Maria, con preziosi odori lo profumò; i capelli come meglio potè con la opera del calamistro le compose in ricci minuti (però che la povera figliuola per nascondere meglio ilsuo sesso, senza un rammarico, anzi senza pure avvertire che fosse sacrifizio, si era tosata le lunghe chiome) e poi le mise addosso la vesta bianca trapunta di oro, con la quale ella doveva andare a nozze; le acconciò il velo, tra le mani le pose il crocifisso di oro; e poi fiori da per tutto, e dei più belli e rari che la stagione porgesse: avrebbe voluto trasportarla nella sua stanza, e sul proprio letto adagiarla: non lo potendo ottenere senza scomporre lo assettamento, mise sovrapposte sul solaio parecchie materasse, e ricopertele di tappeto di velluto vermiglio, quivi la depose. Quanti trovaronsi candelieri in casa tanti ne furono portati in cotesta stanza trasformata in cappella ardente. Agguardando sottile ogni minutezza, parve a Tuda che le federe dei guanciali scomparissero, onde chiese e volle le più belle che fossero in casa guarnite di trina che costava un occhio; per ultimo, allorchè le parve non ci fosse altro da aggiungere, nè da correggere, si assettò sul pavimento recitando preghiere. Era pietà vedere la morta giovane, e pure non dava minore stretta alcuore la vista della viva: veruno ardiva frastornarla, perchè si danno dolori che sono più paurosi a toccarsi dell'arca del Signore. Declinando il dì vennero i falegnami per la cassa, e Tuda scosso alcune volte il capo sorse, e dopo esaminata la cassa, la foderò di un lenzuolo; forte e animosa prese la morta sotto le ascelle, intanto che due donne la tennero pei piedi, e la deposero dentro la cassa, tolto uno dei guanciali con la ricca fodera, glielo sottopose al capo; ciò fatto le ripiegò sopra i lembi del lenzuolo che sopravanzavano dai lati; e qui Tuda fu vista balenare, ma stesa una mano al muro si resse; quando poi i falegnami, colto il destro, soprammisero il coperchio alla cassa, e presero a conficcarla con picchi aspri ed assordanti, girò sopra sè stessa come paleo, e prima che si potesse sovvenire percosse in terra. Appena però sentì mettersi le mani su la persona rinvenne, e da sè si rimise in piedi puntando il braccio tremulo sul pavimento:
— Non è nulla.... è passato, aggiunse e si allestì per seguitare la bara nellaCappella di casa sua, fondata in certo monastero di Cappuccine ai giorni nostri soppresso. — Quantunque i Conventi esercitino la empia virtù d'inaridire il cuore, tuttavia talune femmine ne possiedono in tanta copia da avanzarne a qualunque prova: e le altre vergognando di sentirsi il seno vuoto, quanto più possono celano questa miseria: per la quale cosa la Priora con tutto il capitolo volle assistere al funerale. Alla Tuda fu concesso facilmente di entrare nel coro, dove stette genuflessa finchè durò l'uffizio, il quale finito si mise dietro alle Cappuccine, e siccome su la soglia della porta del Convento la Priora mitemente le disse:
— Figliuola, voi non siete delle nostre.
— Anzi sono, la Tuda rispose, e con voi ho deliberato vivere e morire, se pure non mi tenete indegna di avermi per figliuola. —
A questo modo la Tuda entrò in Convento, nè valsero disperazioni, nè pianti a quinci removerla: non parola amara le sfuggiva mai dalle labbra, non suono concitato, mite sempre, e tranquilla: una volta,incalzandola troppo la madre, ella tremante per tutte le membra favellò:
— Signora Marchesa, parmi avervi già detto come io mi consideri da lungo tempo orfana, epperò mancando io di padre e di madre sopra questa terra, non mi contrastate di pormi sotto il patrocinio del Padre di tutti, ch'è nel cielo. —
Colà come aveva statuito ella visse, e morì. A Roma la salutarono eroina, e nei sonetti che composero nella solennità della sua vestizione, la paragonarono a Sofonisba, ad Artemisia, e a non so quale altra, abborracciando cose da farne strabiliare i cani. La mia storia la lascia alla porta del Convento, e poi se mostrassi genio di volerci entrare mi caccerebbero via, ed a ragione, perchè nei Monasteri di donne si pratica la clausura: però credo, che ci traesse la vita in opere di pietà, ed irrimediabilmente mesta. Così ordinò la natura, e a cui non intende pare strano; i casi truci percotono assai più profondamente le anime liete, e tenere, che le lugubri, e le forti; in ogni dove comparisce il contrasto; e per ragione di forza, cheio dirò dinamica e morale, le donne massimamente si mostrano vaghe di vedere feriti, spenti a ghiado, e supplizi, o udirne raccontare, od anco descriverli sia con lingua, sia con penna, mentre uomini truculentissimi si piacquero nelle immagini della vita pastorale da disgradarne il più gentile degli Arcadi. Robespierre educava tortorelle, e le metteva in dono alle fanciulle con lettere da vincere in tenerezza il sonetto della cara anima del Petrarca:
A piè dei colli ove la bella vesta,
A piè dei colli ove la bella vesta,
con quello, che seguita.
Nè io porrò fine a questa storia se prima non vi abbia dato contezza del misero Marchese di Ayerba: costui da parecchio tempo sembrava caduto in demenza; susurra spesso parole senza costrutto; diventato infingardo la più parte del dì logora a letto; suo principale, o piuttosto unico studio quello di chiappare mosche a volo, e scapezzatele co' denti mirarle andar via senzatesta. Quando la nuova del miserabile caso avvenuto alla Violante arrivò a Napoli, e ne rimase ragguagliato il popolo, i servi di casa Ayerba o perchè ne sentissero affanno, o piuttosto, come credo, per alleviare la noia, di frequente ne ragionavano fra loro. Adesso accadde, che alcuni di essi vigilando il Marchese, nè di lui prendendosi sospetto come quello, che riputavano affatto imbecille, cadessero a favellare della successa immanità. Se la sicurezza loro non era, e avessero posto mente al Marchese, si sarieno rimasti, imperciocchè udito ch'egli ebbe profferire il nome della sua figliuola si tramutò visibilmente in faccia, ed appuntò le orecchie per non perdere verbo. Raccolta la notizia dolorosa, la pazzia del Marchese, a guisa di fuoco sbraciato, di malinconica ridivenne furente, ignudo saltò fuori dal letto, ed, abbrancato un candeliere, ed agitandole come se fosse un coltello, fece le viste di precipitare giù dalle scale. Con urli salvatici gridava:
— Dove sei traditore? Rendimi la mia figliuola... Violante... Oh! la mia figliuola...nessuno mi tenga... io vo' cavargli il cuore. —
A stento lo ricondussero a letto senza perderlo di occhio un momento, e da quel dì in poi per vicenda singolarissima la pazzia tornata furiosa gli concedeva lucidi intervalli; sicchè ora con abbastanza discorso ragionava, e poi di punto in bianco da seduto si metteva bocconi sul letto; in cotesto atto aggrappa un guanciale come se fosse un uomo ed ei lo grancisse pel collo; seco lui si dibatte, finchè all'ultimo se lo caccia sotto, con le ginocchia lo pesta, lo straccia a morsi, e con la destra che ei si finge armata di stile lo ficca, e lo rificca tanto che rifinito si lascia ire in bagno di sudore. Durante certo lucido intervallo mandò per un maestro dei buoni, e gli commise una figura a mo' dei modelli di cui si servono i pittori e gli scultori, così vivo e preciso glielo descrisse, che dopo non poche mende, potè raffigurargli parlante la sembianza del Pelliccioni; nulla fu omesso perchè l'inganno paresse realtà, nè gli occhi di vetro, nè la pelle dipinta, nè i capelli naturali, ed i peli; il medesimosi dica per ogni altra parte dello abbigliamento; ordinò eziandio per quanto o temessero il suo sdegno, o stimassero la sua grazia gli procurassero un pugnale, ed anco questo egli potè avere, bensì spuntato, e senza taglio. A questa guisa venuto in possesso del simulacro e del coltello parve contento; quantunque durante il giorno si mostrasse torbido, tuttavia non ruppe in ismanie, e parve voler passare la notte tranquilla, perchè appena coricato prese sonno, ma non andò guari che un tremito fitto gli si mise per le membra, poi si agitò convulso dibattendosi co' nervi tesi, e sbadigliando forte da fendersi la bocca: di repente salta fuori dalle coltri, co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, in mano stringe il coltello, e traendo dolorosi guai si slancia sopra la immagine del Pelliccioni, l'acciuffa alla gola, l'atterra, e replicando l'usato costume con le ginocchia sul petto la pesta; col coltello la ferisce, co' morsi la straccia.
Allo improvviso fu visto, con paura dei famigli infinita rimanersi, con la mano armata di ferro in alto, immobili il capo,gli occhi, la bocca, tutta insomma la persona: gli furono attorno per levargli dalle mani il simulacro, e il pugnale, e riportarlo sul letto; e di ciò fu niente, imperciocchè provassero i suoi nervi rattratti più duri del ferro. Lo aveva percosso la trucissima delle infermità umane, la catalessia; non trovarono altro modo per istaccarlo di là che segare il modello sotto e sopra la mano manca con la quale ei lo teneva grancito, onde gli ebbe a rimanere un tronco di collo in mano; a quel modo aggranchiato lo misero su i materassi; dove, l'arte medica affaticandosi invano, dopo alcuni dì moriva d'inedia.
Questo è il fine della lamentevole storia di donna Violante d'Ayerba e del cavaliere Paolo Pelliccioni.
O voi, tra le mie care leggitrici, che non mi avete lasciato a mezzo del mio racconto doloroso,
e capriccio ed affanno,Non che compassïon avete inteso,
e capriccio ed affanno,
Non che compassïon avete inteso,
se a caso mai vi pigliasse vaghezza di chiedermi:cui bonum, qual costrutto ci è egli da cavare dal vostro libro, Messere? Io ve lo dirò, perchè voi lo sapete, io sono tutto vostro, e non iscrivo lettera, la quale (almanco secondo la estimativa mia) non deva ridondare in grandissimo vostro benefizio. Ora lasciando da parte le altre utilità richiamo il vostro giudizio principalmente sopra di tre.
In prima (mi astengo dallo adoperareinnanzi trattoperchè questo avverbio me lo ha consumato il signor Sella a Torino nella sua relazione su le finanze del Regno, e così Dio volesse ch'egli avesse logorato l'avverbioinnanzi trattosoltanto!) in prima dunque se questa mia storia valesse ad aggiungere un filo solo alla trama di odio che voi avete ordita contro le turpezze e le infamie della corte Romana, dove il prete si vanta cittadino del cielo per calpestare ogni affetto di famiglia e di patria sopra la terra, già sarebbe un bel guadagno, nè voi vorreste appuntarmi di avere sciupato inchiostro e tempo; ma vi ha di più.
Conciossiachè in secondo luogo qui si faccia manifesto come getti profonde le radici nel cuor del popolo amore, o sia che l'obietto di quello ne compaia degno, ovvero indegno. Il popolo certo preferisce palesare la passione, che lo scalda con atti laudabili di mano, o d'ingegno, ma non si tira indietro nè anco dai feroci. Guardimi Dio da commendare, anzi nè da scusare siffatti procedimenti; solo avverto, come nel cuore del popolo non trovi mai penuria di passione; ferro, e fuoco sempre, ora sta al fabbro buono o tristo cavarne un vomere per romperne la terra, od un coltello per romperne le viscere all'uomo. Ma nè Dio, nè uomo arriveranno mai a trarre cosa che valga da quei meschini, dai moderati, nel seno dei quali rovistando, i meno tristi arnesi che tu ci possa trovare sono un Abbaco, una Coda di volpe ed un Orecchio di coniglio.
In terzo luogo, e questo fie ciò che meglio importi a voi, io ho inteso avvertirvi, o fanciulle, che non vi lasciate inconsulto scapparvi di mano il vostro cuore: badate, ch'egli è maggiore tesoro, che voiper avventura non immaginate; in lui stanno riposti non pure la fama e la contentezza vostre, bensì ancora la dignità dei figli, la gloria della famiglia e la salute della patria; chè famiglia vera senza patria non ha luogo, nè viceversa. Buoni i consigli paterni, e buoni eziandio i materni, ma voi, non il padre nè la madre vostri, avete a vivere finchè vi basti la vita con l'uomo che sceglierete a marito. Però prima che la passione vi vinca, sottomettendo il talento al giudizio, cercate di qual lignaggio esca il garzone che incontrò grazia agli occhi vostri, e quali i suoi parenti, e poi del genio, della indole, degli studi e dei costumi di lui. Non ingannate e non vi lasciate ingannare, chè il matrimonio non dà campo a disdire la bestia in virtù dei vizi redibitori. Se avete qualche avvocato in casa... (— chi è sì gramo adesso che non abbia almeno un paio di avvocati e di cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro in casa —) fatevi spiegare vizi redibitori che sieno. Strappate la benda allo Amore, lasciatela alla Fortuna, la fiamma accesa dalla fiaccola diAmore bendato, il più delle volte mirai mantenuta all'ultimo da quella delle Furie. Se pertanto gli esempi di questa lamentevole storia valessero a ritenere dal nabissarsi, o meglio a fare felice una sola di voi, care e buone fanciulle, non istimerei il mio libro dettato invano.
Solo vi prego a perdonarmi se qualche volta vi ho fatto paura; in ammenda del fallo vi prometto giocondarvi, come meglio potrò, un'altra volta.
Ecco, voi potete conoscere, come spiacente di torre commiato da voi, io mi vada gingillando; orsù animo! Addio fanciulle, amate i vostri innamorati, ed anco un po' il vostro scrittore, che talora vi si mostrava acerbo soltanto per rendervi degne della Libertà e della Patria.
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.