I NOVELLATORI E LE NOVELLATRICI DELDECAMERONE[pg!163].... per nomi, alle qualità di ciascunaconvenienti o in tutto oin parte, intendo di nominarle.Introd. al Decam.Le novellatrici e i novellatori delDecamerone, che io seguii spesso, ad ascoltarne i racconti piacevoli, ne' lieti diporti, tornano pur ora con imagini pronte e sicure e vivaci alla mia memoria: li accenno cosí come li rivedo seduti a novellare la prima giornata.I.Prima la regina,Pampinea77.Ella, piú adulta, è anche piú esperta e [pg!164] riflessiva delle altre sei donne; come Panfilo, il quale le siede a lato, è tra gli uomini il maggiore in età e il piú avveduto e assennato: per questo l'uno e l'altra si distinguono dai loro compagni; si distinguono tra loro per ciò, che Pampinea, come donna, è piú sagace, Panfilo è di pensieri piú profondi.È Pampinea che nel tempio consiglia le compagne di cercare con la vita allegra fuori Firenze scampo alla peste e conforto ai dolori che ad esse ha apportati; e tiene meraviglioso e lungo discorso, nel quale movendo dai consigli della fredda ragione, che induce l'uomo a conservare per ogni modo la vita, s'allarga ad esporre la tristizia dei tempi presenti e la malvagità che si è introdotta negli animi, e, avvertendo che “nulla si disdice piú a loro l'onestamente andare che faccia a gran parte dell'altre lo stare disonestamente„, descrive in fine i piaceri e le bellezze della campagna con tale vivacità ed ardore, che niuna delle amiche le resiste dubbiosa, ma tutte lodano il suo consiglio con desiderio di seguitarlo. È lei [pg!165] che propone d'accettare a compagni Panfilo, Dioneo e Filostrato, e va essa a pregarli lieta ed ardita a che “con puro e fratellevole animo a tenere loro compagnia si debbano disporre„; e ad istanza di lei, perché le cose le quali sono senza modo non possono durare, si elegge un re ogni giorno, e si delibera di trascorrere il tempo non giuocando, ché nel gioco “l'animo dell'una delle parti convien che si turbi„, ma novellando.Pampinea ama dilungarsi, per ammonire e far riflessioni, nei preamboli alle novelle che narra e per notare i difetti suoi e degli altri e rilevare quanto per esperienza ha appreso o ciò che le sembra che meglio convenga.Cosí per la novella di maestro Alberto discorre della vanità e loquacità femminile, e rampogna e consiglia; per la novella di Alessandro Agolanti, che giacque con la figlia del re d'Inghilterra, della quale ei divenne marito, considera come la fortuna è mutabile; per la novella del savio re Agilulf e del palafreniere ardito e avveduto corregge i curiosi indiscreti: dimostra la verità di un [pg!166] proverbio narrando il miracolo dell'angelo Gabriello, e narrando dello scolare che fu burlato e burlò, prova che l'arte è dall'arte schernita, onde è poco senno dilettarsi di schernire altrui. Assorge anche con la novella del buon re Piero a princípi di retto governo politico.Pampinea ammette che amore possa guidare a gravi pericoli, ma tiene sciocca cosa il pensare che amore tragga altrui dal senno e “quasi chi ama faccia divenire smemorato„; e la canzone ch'ella canta n'assicura che pure amando sa serbarsi donna savia e prudente. Il suo amore è senza pene, senza timori: ella ha la certezza di essere riamata, la consolazione di “possedere il suo volere„ in questo mondo e la speranza di aver pace nell'altro per quella intera fede che porta a chi ama: ella è gioiosa e con la sua gioia allieta le compagne che sono afflitte, e né pur vuole acconsentire alla tristezza che Filostrato ricerca nelle novelle al dí del suo reggimento. [pg!167]II.Come Dioneo che siede appresso a Fiammetta,Panfilo78, che il primo giorno sta accanto a Neifile, dev'essere di Neifile l'innamorato. Ella infatti canta per volere di lui, ed egli — fatto re — concede ad essa, ciò ch'ella tiene per grand'onore, di dare prima svolgimento all'altissimo tema della decima giornata, ed egli loda piú d'ogni altro la leggiadra novella di lei. Panfilo e Neifile sono due amanti felici; piú felici di Dioneo e di Fiammetta, perché Dioneo, dubitando nella veemenza della sua passione di non essere amato quanto egli ama, è spinto ad invocare la pietà della sua donna, e Fiammetta, nell'ardore dell'amor suo soffre per gelosia. Ma come Neifile, Panfilo non ha ragione di rammaricarsi d'Amore, giacché esso è anche per lui soavità, gioco, allegrezza, e la letizia che [pg!168] gli trabocca dall'animo e gli appare su 'l chiaro viso è tale che a luiogni parlar sarebbe corto e fiocopria n'avesse mostrato pure un poco.Se non che sin nell'entusiasmo del canto, ch'egli leva pieno di gioia, riflette e pensa che quand'anche potesse, non dovrebbe dimostrare il suo piacere, “il quale se fosse sentito da altri gli tornerebbe in tormento„, e che non sarebbe creduto qualora dicesse il tempo e come poté indurre a baci ed a carezze la sua donna. Panfilo, al contrario di Dioneo, riflette sempre, e ammonimenti morali egli trae dalla considerazione di Dio e della virtú: ammonimenti di religione — ad esempio — reca nel racconto di ser Ciappelletto; di virtú, nella storia dell'Andreuola alla quale si avverò il sogno fosco; dei doveri verso gli amici, nella novella del Saladino. E porge prove di senno ed avvedutezza se dica i casi della figlia al Soldano di Babilonia, goduta in quattro anni da nove uomini e maritata poscia come vergine al re del Garbo, o della Niccolosa che [pg!169] dormí con l'amante mentre sua madre ostessa giacque con altri che con suo marito, o di Lidia che moglie a Nicostrato e amante di Pirro fu sí audace e lasciva.Questo giovane assennato e osservatore sottile non resta od è lasciato in disparte, come asserisce il Landau, ma anzi è dai compagni avuto quasi tacitamente a capo; ed infatti egli che è primo a novellare, è coronato re dopo tutti, come colui che essendo ultimo potrebbe emendare il difetto degli altri reggenti e novellatori. E re ordina: “Domani ciascuno di voi pensi di ragionare sopra questo, ciò è: di chi liberamente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno ai fatti d'amore, o d'altra cosa„.Ma se Panfilo, a quando a quando rigido ammonitore, non si abbandona alla licenza onde Dioneo parla, non è però piú castigato di Filostrato, e come lui con voluttuosa compiacenza cede alle lubriche frasi e si spinge alle frasi oscenuccie; e pur predicando “quanto sieno sante, quanto poderose, e di quanto ben piene le forze d'amore, le [pg!170] quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a gran torto„, racconta novelle d'amore poco sante e di poco ben piene: ciò perché Panfilo non deve solo contrapporre la saggezza propria alla leggerezza di Dioneo, ma rallegrare pur egli le belle donne che stanno ad ascoltarlo. Ad esse egli si rivolge ubbidientissimo coi nomi piú dolci, e le chiama amorose e graziose e reverende e dilettose e carissime. Egli per esse e con esse non ha gli ardimenti di Dioneo e gl'impeti di Filostrato; è gentile sempre; è tutto amorevolezza.III.Neifile,79“non meno di cortesi costumi che di bellezza ornata„, è giovinetta fra le giovani donne: ha diciott'anni, e di fanciulla diciottenne l'irrequietezza e la giocondità, la fede religiosa, la pietà per i forti dolori, l'ammirazione per la potenza d'amore; ha le paure e le audacie: [pg!171] timorosa quando intravvede pericoli alla sua onestà; audace ogni qual volta, per non parere ingenua ed inesperta, vuol mostrarsi a dentro nei misteri dell'amore e nella conoscenza della vita. La irrequietezza dell'animo suo manifesta quand'è fatta regina, proponendo con brevi parole di cambiare di stanza, e comandando prestamente per essere tosto ubbidita e prestamente volendo si ragioni per non perder tempo; né si cura mai di preparare con lunghi preamboli alle sue novelle l'animo di chi l'ascolta. E per le gaie novelle diffonde l'allegrezza che le sale dal cuore: racconta essa di Martellino, che si finge rattratto; di Chichibio cuoco che la paura fa di spirito pronto; di Cecco giocatore che rimane in camicia per via.Niuna delle donne sente come Neifile la pietà religiosa: con la novella di Abraam giudeo essa prova come Dio si “dimostra verità infallibile allorché coloro, che di lui dovrebbero dare testimonianza con le opere buone, fanno il contrario„; con quella di Martellino avverte come male è “beffare quelle cose che sono da riverire„, e tiene [pg!172] fin disposizione di Dio s'ella in alcun giorno deve dar principio ai racconti, e da Dio spera aiuto quand'anche debba narrare le burle di una moglie al marito geloso: poi fatta regina, esorta di attendere nel venerdí e nel sabato, piú tosto che a novelle, a preghiere al Signore.E di che gentile pietà debb'essere capace l'animo suo, se con tanta dolcezza dice il fiero caso di Girolamo che morí a lato all'amata!D'amore parla con quell'entusiasmo e quel timore quasi religioso che è proprio delle giovinette soltanto. L'amore è fatale, ed è impossibile soffocarlo nel cuore in cui si è acceso, e male è il tentare di soffocarlo, ché, o si spegne da sé medesimo, o non si spegnerà mai: “Oh meravigliosa cosa è a pensare quanto sieno difficili ad investigare le forze d'amore„! Ma amore è mite con lei, e di che gioia le sia prodigo ella giovinetta, “tutta letizia nella stagione novella„, confida alla sua fresca canzone e ai fiori cui parla, paragonando il suo innamorato ad un fiore, e ai sospiri che non [pg!173] “aspri e gravi„ ma “soavi e caldi„ le fuggon dal petto. Tale è Neifile; e le paure sue e la sua rattenutezza di fanciulla che ama, palesa fin da principio, nel tempio, quando Pampinea si rallegra per la venuta di Dioneo, di Filostrato e di Panfilo.“Neifile tutta nel viso divenuta per vergogna vermiglia, per ciò che alcuna era di quelle che dall'un de' giovani era amata, disse: Pampinea, per Dio guarda ciò che tu dichi; io conosco assai apertamente niun'altra cosa che tutta buona dir potersi di qualunque s'è l'uno di costoro, e credogli a troppo maggior cosa, che questa non è (ciò è di accompagnarle fuori Firenze), sofficienti, e similmente avviso loro buona compagnia et onesta dover tenere, non che a noi, ma a molto piú belle e piú care che noi non siamo. Ma perciò che assai manifesta cosa è, loro essere d'alcune, che qui ne sono, innamorati, temo che infamia e riprensione, senza nostra colpa o di loro, non ce ne segua, se gli meniamo„.E come vaga e cara quando, coronata [pg!174] regina da Panfilo, diviene rossa in volto e resta smarrita con gli occhi bassi, finché cessa il rumore delle lodi che a lei levano ammirando gli astanti! Pure essa, cosí modesta sino a che Dioneo non inanimisce lei e le altre donne con le lascive novelle e non è indotta ad imitare le compagne, queste poi quasi vince in ardire con la risposta che dà a Filostrato dopo la novella del diavolo messo all'inferno.IV.Filomena80, “bella e grande della persona e nel viso piú che altra piacevole e ridente„, è piú volte lodata quale discretissima giovane, e la discrezione sua prova subito alla proposta che Pampinea fa di lasciare Firenze, osservando:“Donne, quantunque ciò che ragiona Pampinea, sia ottimamente detto, non è perciò cosí da correre come mostra che [pg!175] voi vogliate fare. Ricordovi che noi siamo tutte femine, e non ce n'ha niuna sí fanciulla, che non possa ben conoscere come le femine sieno ragionate insieme e senza la provedenza d'alcuno uomo si sappiano regolare.„Per questa qualità dell'animo suo ella gode raccontare come giudiziosamente procedé la donna che senza infamia fece il confessore inconsapevole mezzano al suo amore, e come cauti procederono i fratelli di Lisabetta colpevole nell'uccidere il drudo di lei; gode narrare con quale avvedimento madonna Francesca si levò d'addosso due che l'amavano contro al suo piacere, e Beatrice ingannò e fe' bastonare il marito Egano da Ludovico suo amante. Alle novelle premette anch'essa qualche volta osservazioni e consigli, ma al contrario di Pampinea, non parla mai troppo. Né pure al pari d'Emilia e d'Elisa s'accende e s'adira discorrendo de' religiosi, ma a proposito di un confessore burlato, s'accontenta di notare scherzando: “Vo' farvi accorte che eziandio i religiosi, ai quali noi, oltre modo credule, [pg!176] troppa fede prestiamo, possono essere sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcune di noicautamentebeffati.„Questa cura costante di serbare certa misura è in Filomena non solo allorché racconta, ma sempre, in ogni suo atto, in ogni suo discorso. Cosí quand'è coronata regina da Pampinea, vincendo tosto, per non parere melensa, la confusione in cui resta un momento, afferma ai compagni: “Non solo il mio giudizio, ma anche il vostro vo' seguire„; e co 'l tema che ella dà, “qualora non spiaccia„, a svolgere per novelle, toglie ragione cosí di dolore soverchio come di riso smodato: desidera si ragioni di chi “da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine„. E quando dalla dolcezza della canzone in cui lamenta la lontananza del novo amante sarebbe tratta a svelare tutto quanto in passato ha goduto e tutto quanto si ripromette di godere per l'avvenire, presto sa dominarsi:Se egli avvien ch'io mai piú ti tenga,[pg!177]— canta all'amante —Non so s'io sarò scioccaCom'io or fui a lasciarti partire.Io ti terrò, e che può, sí n'avvenga,E della dolce boccaConvien ch'io soddisfaccia al mio desire:D'altro non voglio or dire....Né è a maravigliare se cantando lascia comprendere che del novello e piacevole amore ha sentito piú avanti che la sola vista, poiché la sua non è la riserbatezza d'una affettata modestia; ed ella che a Neifile, sbigottita allorquando Pampinea esorta a prendere per compagni gli amanti di alcune di esse, risponde: “Dov'io onestamente viva, né mi rimorda d'alcuna cosa la coscienza, parli chi vuole in contrario, Iddio e la verità per me l'armi prenderanno„, ella può bene anche arrischiarsi a dire quando accenna al godimento ch'ebbero due amanti una notte: “Prego Iddio per la sua santa misericordia, che a tali notti conduca me e tutte le anime cristiane che voglia ne hanno.„ [pg!178]V.Dioneo re del drappelloLe Grazie afflisse....Dioneo81, che il Boccaccio animò della franchezza, della vivacità, dell'ardore suo proprio, meglio che il re è l'anima del drappello.— “Fra voi tutte, discretissime e moderate, io, qual sento anzi dello scemo che no, facendo la vostra virtú piú lucente col mio difetto, piú vi debbo esser caro che se con piú valore quella facessi divenir piú oscura.....„ — dice egli, umile e carezzevole, alle belle donne innanzi di raccontare l'ultima sua novella, quasi che loro non fosse piaciuto subito il primo giorno in cui uscito di Firenze con esse ad esse dichiarò: — “Io non so quello che de' vostri pensieri voi v'intendete di fare; li miei lasciai dentro dalle porte della città..... E per ciò voi a sollazzare et a ridere et a cantare con meco [pg!179] insieme vi disponete (tanto dico quanto alla vostra dignità s'appartiene), o voi mi licenziate che io per li miei pensieri mi ritorni a starmi nella città tribolata.„ — Però a movere la temperata allegria di Panfilo, ad animare l'allegria che Filostrato trova a fatica, ad assicurare l'allegria delle donne spesso dubitanti, egli apporta la schietta ardita irresistibile allegria dell'animo suo.Ma all'occasione, e specie allorché le donne stimano proterva e temeraria la licenza del suo parlare, e temono per la loro onestà, Dioneo, non piú scemo, dimostra com'esse s'ingannino se credono ch'ei non sia capace di pensare e sentire nobilmente. Cosí se desidera che presto finiscano le dolorose novelle di cui Filostrato si compiace, è perché non solo alle donne, ma anche a lui “le miserie degl'infelici amanti contristano gli occhi ed il petto„; e se, fatto re, dà al novellare un tema che pare troppo arrischiato, egli prova che non deve pentirsi d'averlo scelto. — “Donne, io conosco ciò che io ho imposto, non meno che facciate voi, e da imporlo non mi poté [pg!180] istornare quello che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e gli uomini e le donne d'operar disonestamente, ogni ragionare è conceduto... La vostra brigata, dal primo dí infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia, non mi pare che in atto alcuno si sia maculata, né si maculerà, collo aiuto di Dio...... Et a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che voi in ciò foste colpevoli, e perciò ragionare non ne voleste„. — E questo giovane che affligge le Grazie narrando di Paganino da Monaco e di Alibech, di Pietro di Vinciolo e dell'incantesimo della cavalla, allorché l'oscenità gli sfugge, “arrossa un po' per vergogna„ e gli dispiace d'“esser troppo bene compreso„. Ma le donne, “rosse nel viso, l'una all'altra guardando, appena dal ridere potendosi astenere, l'ascoltano sogghignando„; e ad esse è caro: Lauretta canta con lui, ed egli accompagna co 'l liuto il canto d'Emilia, e da Filomena regina ottiene una grazia; onde Fiammetta è gelosa. [pg!181] Ride Dioneo della gelosia di lei e per gelosia non soffre egli; non troverebbe anzi nel suo amore ragione alcuna di rammaricarsi se, tant'è ardente il suo affetto, non lo turbasse il timore che l'amata Fiammetta non conosca bene l'alto suo desio e la sua intera fede......... non so ben, se 'ntero è conosciutoL'alto disio che messo m'hai nel petto,(dice ad Amore)Né la mia intera fede,Da costei, che possiedeSí la mia mente, che io non torreiPace fuor che da essa, né vorrei.Perch'io ti prego, dolce signor mio.Che gliel dimostri, e facciale sentireAlquanto del tuo focoIn servigio di me; ché vedi ch'ioGià mi consumo amando e nel martireMi sfaccio a poco a poco.....VI.Fiammetta, “i cui capelli eran crespi, lunghi e d'oro, e sopra li candidi e delicati omeri ricadenti, et il viso ritondetto con un [pg!182] colore vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati, tutto splendido, con due occhi in testa che parevan d'un falcon pellegrino, e con una boccuccia piccolina le cui labbra parevan due rubinetti„, Fiammetta, quale vive nelDecamerone, ha pure tutta la leggiadria regale della donna che nelFilocopopresiede alla brigata intesa a risolvere le difficili questioni della scienza d'amore; ha pure la grazia della ninfa che “con atti d'autorità pieni, lieta e ridente„ narra nell'Ametocome si concedette all'affetto di Galeone, e pur ha non poco della donna appassionata e gelosa che nel doloroso romanzo si strugge per l'abbandono del suo Panfilo.Non piú fidente giovinetta quale è Neifile, ella sa “come Amore vince tutte le cose„, e canta e lamenta:...... perciò ch'io m'avveggioChe altre donne savie son com'io,I' triemo di paura,E pur credendo il peggio,Di quello avviso in altre esser disio,Ch'a me l'anima fura (cioè del suo amante);E cosí quel che m'è somma ventura,[pg!183]Mi fa isconsolataSospirar forte e stare in vita ria.Se io sentissi fedeNel mio signor, quant'io sento valore,Gelosa non sarei......Ma tra le amiche delDecameroneella riesce ad attutire il tormento della gelosia e a scacciarne il cupo pensiero, e narra di cortesie e d'amori, lieta in viso e ridente come tra le compagne dell'Ameto. E ricorda: “Noi siam qui per aver festa, e buon tempo.„ Via dunque ogni cagione di dispiacere! — e pur raccontando di Tancredi ella è mal disposta al tema dato da Filostrato; — via tutto ciò che possa inacerbire gli spiriti! — e dopo la novella dello scolare, la cui severità ha trafitta lei e le compagne, osservando prima come la vendetta non dev'essere soprabbondante, narra l'allegra istoria dei due che si accomunarono le mogli —; via anche ciò che possa muovere leggermente ad ira! — e la decima giornata, quando nella nobile gara di chi narri azioni piú nobili, gli animi delle compagne s'accendono disputando, essa innanzi di dire la sua novella ammonisce: “Splendide [pg!184] donne, io fui sempre in opinione che nelle brigate come la nostra è, si dovesse sí largamente ragionare che la troppa strettezza della intenzione delle cose dette non fosse altrui materia di disputare. Il che molto piú si conviene nelle scuole tra gli studianti che tra noi, le quali appena alla rócca et al fuso bastiamo.„Cosí Fiammetta, dopo le tristi, dà tema alle felici novelle: “Ciò che ad alcuno amante dopo fieri o sventurati accidenti felicemente avvenisse.„ D'amore ogni suo pensiero, e amore è la sua vita; né fa commento alcuno a quello che racconta se non per consigliare chi ama o chi è per amare.Al modo stesso che nelFilocoporisolve la questione di Pola, se piú alta debba essere la condizione dell'amata o dell'amante, asserendo che “quantunque la donna sia ricca, grande e nobile piú che 'l giovane in qualunque grado, o dignità si sia, ella deggia piú tosto dal giovane essere amata, che quella che alcuna cosa ha meno di lui„, facendosi a narrare la prima novella delDecameroneafferma: “Quanto negli uomini [pg!185] è gran senno il cercar d'amar sempre donna di piú alto lignaggio ch'egli non è, cosí nelle donne è grandissimo avvedimento il sapersi guardare dal prendersi dallo amore di maggiore uomo ch'ella non è.„ — Bene dunque Fiammetta figlia di re e Dioneo figlio di mercante fiorentino possono amarsi e di amore pari a quello di messer Guglielmo e della dama di Vergiú, dei quali cantano insieme le gioie e gli affanni.VII.Emilia82non imita Pampinea considerando le passioni umane e i casi della vita e traendo dalle considerazioni sue ammaestramenti utili e morali; non ostenta la prudenza e la discrezione di Filomena, e come mostra di non comprendere dolori quali sono quelli di Lauretta e di Elisa, vorrebbe far credere di non curare godimenti quali sono quelli che consolarono e consolano Fiammetta e Neifile: per arte di seduzione [pg!186] vuole persuadere che dall'amore di sé deriva un piacere di cui nulla e nessuno la può privare, e sí fatto che ad altro amore non pensa e d'altro amore non ha né pur coscienza d'aver desiderio:Io son sí vaga della mia bellezza,Che d'altro amor giammaiNon curerò, né credo aver vaghezza.Civettuola! Non s'avvede poi che con l'impeto onde magnifica il prepotente amore della Simona accerta che non le dispiacerebbe punto di essere risottomessa alla forza di quella passione di cui si vanta ribelle, né, per quanto astuta, s'invigila sempre in guisa da non tradire talvolta un desiderio o i ricordi: cosí, nella sesta giornata còlta in distrazione da Elisa regina deve pur confessare “soffiando non altrimenti che se da dormir si levasse, che un lungo pensiero molto l'ha tenuta lontana.„ Ma, del resto, quale spontanea e graziosa vivacità e franchezza nel suo carattere! Canta prima di tutte e quando racconta è impossibile dimenticarsi che lei sola può parlare in quel modo; e però lo scrittore [pg!187] lascia che per sé medesima si faccia conoscere, e si cura solo d'avvertire innanzi la sua prima novella ch'essa narrabaldanzosamentee di ripetere innanzi alla decima, l'ultima — quasi ad imprimere meglio il carattere di lei ripetendo la parola la quale ne raccoglie l'intera espressione — “che prese a raccontarebaldanzosamente, quasi di dire desiderosa.„Di novellare desiderosa non si perde in preamboli. Rapida sempre, alle volte è incisiva nel suo discorrere, e ne' suoi racconti quasi sempre è un personaggio che dell'animo suo ha l'ardimento e la forza: però sembra di comprendere la compiacenza di lei quando narra l'animosa difesa di Giannotto in conspetto a Corrado, o la veemenza con cui Tebaldo in conspetto alla amata donna maledice ai preti ed ai frati, dei quali ancora non bisogna perdonare le ingiurie, o la fierezza di madonna Dianora in presenza al barone amante e la fortezza con cui ella sostiene la pena che la sua stessa baldanza le ha procurata.Dunque bene Dioneo si rivolge a lei affinché, [pg!188] date a narrare le burle che le mogli fanno ai mariti, tolga ogni titubanza alle compagne cominciando per prima i racconti dei ridevoli casi con la libertà delle frasi ridevoli, e bene Emilia, che male “si restringe sotto qualunque giogo„, fatta regina, lascia, “come buoi al prato„, le compagne libere al tema.VIII.Filostrato“tanto viene a dire quanto uomo vinto ed abbattuto da amore„83. E di Troilo — il carattere del quale è forse il piú bello delFilostrato— non fu mal detto: “Natura ardentissima, non conosce né patria né religione: non ama e non vede che Griseida. Quasi ogni giorno si slancia animoso nel campo dei Greci in cerca di gloria per illustrarsi agli occhi della sua bella. È l'amore che lo rende eroe.84„ Troilo, non piú eroe di poema, ma ancora spirito ardente, nato per combattere e per soffrire, [pg!189] rivive di vita reale nella lieta compagnia delDecamerone.Quando è coronato re dice alle donne: “Amorose donne, per la mia disavventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d'alcuna di voi stato sono ad amor soggetto; né l'essere umile, né l'essere ubbidiente, né il seguirlo in ciò che permes'è conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi, m'è valuto, ch'io prima per altro abbandonato, e poi non sia sempre di male in peggio andato: e cosí credo che io andrò di qui alla morte.„ E a lui piace si ragioni di coloro “li cui amori ebbero infelice fine.„ Pur mentre le novelle si svolgono fiere tutte, tranne quella di Pampinea, come il suo amore, egli cade in profondi pensieri e al terminare di esse esprime con lamentevoli parole e con rigidi atti com'egli per amore arda e soffra, e ogni ora “mille morti senta, né per tutte quelle una sola particella di diletto gli sia data.„ Cosí quando, vinto ed abbattuto dalla passione, nella canzone ch'egli canta per volere di Fiammetta regina invoca la morte, non esagerato, [pg!190] non inverosimile, ci sembra il suo dolore.Null'altra via, niun altro confortoMi resta piú che morte alle mie doglie:Dàllami dunque omai,Pon fine, Amor, con essa alli miei guaiE 'l cor di vita sí misera spoglia......Quale è la donna nel cui viso, allora che Filostrato resta di cantare, appare il rossore della colpa e del rimorso? Le tenebre della sopravvenuta notte nascondono quel rossore, né io so distinguer tra le sette giovani colei ch'è traditrice e crudele. Emilia, la quale potrebbe per la leggerezza sua aver somiglianza con la Griseida delFilostrato, non parmi, poiché ella asserisce che “amare merita piú tosto diletto che afflizione a lungo andare„; non Lauretta, cui non possono riferirsi le parole di Filostrato:Fa costei lieta, morend'io, signore,Come l'hai fatta di nuovo amadore;giacché Lauretta rimpiange un morto amante e vive malcontenta di lui che l'ama al presente. Forse è Filomena, la discreta Filomena, [pg!191] che le compagne invidiano appunto pe'l “nuovo e piacevole amore.„Avvertito da Fiammetta che non gli è concesso di rattristare troppo a lungo gli altri con i suoi travagli, dopo la quarta giornata il giovane, infelice chiede perdono alle gaie donne e si propone di ridere e di muovere a riso. Però narra la novella dell'usignolo che fu preso dalla figlia, di Ricciardo Manardi, e di Filippa adultera che si liberò con un motto della pena di morte, e di Peronella, e di Calandrino pregno, e del giudice cui furono tolte le brache: torna la fierezza e la nobiltà dell'animo suo a dominare la stupenda novella di Mitridanes e Natan.IX.Lauretta85allorquando si prepara alla novella di Landolfo Ruffolo, la quale benché contenga grandi miserie ha “splendida riuscita„, si rivolge agli ascoltanti con [pg!192] queste parole: “Ben so che pure a quelle miserie avendo riguardo, con minor diligenza fia la mia udita, ma altro non potendo, sarò scusata.„ E quando Filostrato re le chiede di cantare: “Signor mio — risponde —, delle altrui canzoni io non so, né delle mie alcune n'ho alla mente che sia conveniente a sí lieta brigata: se voi di quelle che io ho volete, io dirò volontieri.„Ella parla in tono umile e accarezza con molte lodi le compagne, in ispecie la piú ardimentosa, Emilia; è timida e, per abitudine, dolcissima; eppure in udirla affidare quello che pensa e sente di sé alla sua canzone apparirebbe tutt'altra.Niuna sconsolataDi dolersi ha quant'io,Che 'n van sospiro lassa innamorata.Colui che muove il cielo ed ogni stellaMi fece a suo dilettoVaga, leggiadra, graziosa e bella,Per dar qua giú ad ogni alto intellettoAlcun segno di quellaBiltà, che sempre a lui sta nel cospetto;Et il mortal difetto,Come mal conosciuta,Non mi gradisce, anzi m'ha disperata.[pg!193]E, seguitando, dal ricordo del morto amante che......... volentieriGiovinettalapreseNelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,tratta a considerare la presunzione e la fierezza del suo innamorato che di lei è geloso a torto, s'abbandona al dolore e all'ira ed esclama:........ io lassa quasi mi dispero,Cognoscendo per vero,Per ben di molti al mondoVenuta, da uno essere occupata.Io maledico la mia sventura,Quando, per mutar veste,Sí, dissi mai..........E rimpiange la vita oscura e l'oscuro amore d'un tempo, e prega l'amico, il quale ella ha in Cielo, che ridivenga pietoso di lei e da Dio le impetri di andare a lui.Dal contrasto tra la franca e sdegnosa sincerità di questa canzone, per cui alcuno della compagnia ripensa maligno il detto milanese “meglio un buon porco che una bella tosa„, e la dolce e timida umiltà dei [pg!194] suoi discorsi, Lauretta sorge su viva, mirabilmente. Non è in essa il tipo della donna che loda gli altri sperando a sé guiderdone di lodi maggiori, e innanzi agli altri si umilia bramando la levino essi a grande stima, finché, nel timore di essere disprezzata e nella certezza di non essere da quello stesso che ama pregiata sí come merita, caccia l'usata modestia ed incolpando la tristezza altrui, accesa d'ira e cieca di orgoglio, esagera le proprie virtú? Impeti questi di animo debole; ed essa è infatti cosí debole che adiratasi, se ne pente, e per riaversi d'ogni cattivo giudizio, il giorno dopo si pone a considerare negli altri il proprio difetto e i danni partoriti dall'ira, e cerca scusarsi scusando la fragilità femminile: “...... Se ragguardar vorremo, vedremo che il fuoco di sua natura piú tosto nelle leggiere e morbide cose s'apprende, che nelle dure e piú gravanti; e noi pur siamo (non l'abbiano gli uomini a male) piú delicate che essi non sono e molto piú mobili.„Mobile ad ogni affetto, essa finisce la novella di Tofano esclamando: “E viva amore, [pg!195] e muoia soldo e tutta la brigata!„, con commozione di gioia pari a quella d'entusiasmo con cui l'incomincia: “O Amore, chenti e quali sono le tue forze! chenti i consigli, e chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli dimostramenti che fai tu subitanei a chi seguita le tue orme?....„Tale, s'io l'ho ben veduta, è Lauretta.X.Elisa86, anzi acerbetta che no, “non per malizia, ma per antico costume„, è d'animo molto sensibile e nell'abbandono in cui la lascia l'uomo da lei amato è la causa del suo dolore inconsolabile...... Et è sí cruda la sua signoria,Che giammai non l'ha mossoSospir né pianto alcun che m'assottigli.Li prieghi miei tutti glien' porta il vento,Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;Onde 'l viver m'è noia, né so morire....[pg!196]È Elisa dolorosa che racconta la miserevole istoria di Gerbino e della figlia del re di Tunisi, i quali innamorarono l'uno dell'altra per udita, senz'essersi veduti mai; ella è che descrive le sofferenze del mite conte d'Anversa; ella è che avvolge di sospirosa pietà il racconto del puro e veementissimo amore il quale fu tra la figlia del conte d'Anversa e il figlio della dama inglese.Ma, come accade, Elisa è inasprita dal suo stesso dolore, sí che quasi a vendetta di sé, la quale si lascia commovere dall'infelicità altrui e dal ricordo della sua infelicità, ama le novelle di cui i personaggi han l'animo pieno d'acerbità e d'amarezza: tutta festevole ripete le parole con cui la Guasca scosse il re pusillanime; esalta la severa e pronta risposta di Guido Cavalcanti agli amici beffardi, e il modo onde la monaca si liberò dal castigo che la badessa volea infliggerle; e d'un'acre gioia avviva il racconto della lezione che Ghino di Tacco diede all'abate di Cligní. Piú, Elisa regina comanda che argomento alle novelle sia la [pg!197] prestezza dei motti, perché da sí fatte novelle esse ed altri possano trarre vantaggio.È acerba quando, prima di novellare, ammonisce, e, ad esempio, avanti la novella dello Zima essa dice: “Credonsi molti, molto sapiendo, che altri non sappia nulla, li quali spesse volte, mentre altri si credono uccellare, dopo il fatto sé da altri essere stati uccellati conoscono„; e avanti quella della badessa caduta in peccato: “Assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e castigatori; li quali, come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta, e meritamente, vitupera.„Se, ne' rari oblii dell'intima cura, è pronta al riso, piú pronta è allo sdegno: ride infatti piú delle compagne ai princípi delle oscene canzoni che Dioneo vorrebbe cantare, ma tosto lo minaccia dell'ira sua; nello stesso modo che dopo aver riso di gran cuore al litigio fra Licisca e Tindaro, Licisca, la quale troppo lo prolunga, minaccia di bastonate. Ed è Elisa che irrompe come [pg!198] niuna delle sue compagne sarebbe capace, e per due volte, contro i frati ed i preti.————IlDecameroneè veramente, come già altri affermò, un romanzo d'amore con vita e vicende di personaggi: vivono essi nel libro immortale e non per azioni, ma per i loro discorsi, per le canzoni e per le novelle rivelano e rilevano i loro caratteri.Il Landau dopo avere a pena accennato alle figure di Dioneo e di Fiammetta, di Filomena e di Panfilo, scrisse: “Anche gli altri narratori sembra che sieno stati realmente, e la maggior parte di essi rappresenta nella descrizione del poeta un carattere determinato„; ma invece il Körting avvertiva un carattere determinato solo in Fiammetta. A conforto di quel che pensava il Landau il signor Camillo Antona-Traversi ripeté le parole del Carducci: “Quei giovani e quelle donne, pur nella lieta concordia con cui servono all'officio di narratori, sono gente viva, hanno un [pg!199] carattere spiccato ciascuno, e ne improntano la loro narrazione„, e, sempre per oppugnare il Körting, non accorgendosi poi di contraddire in certo modo al Carducci e di dar ragione e torto a tutti e due i critici tedeschi, aggiunse di suo: “I dieci personaggi delDecamerone, piú che persone, sono dieci leggiadrissime macchiette disegnate da mano provetta, sotto cui si rivela il grandissimo e geniale artista.87„ No, no, non macchiette: i dieci personaggi delDecameronesono proprio dieci persone leggiadrissime! [pg!201]
I NOVELLATORI E LE NOVELLATRICI DELDECAMERONE[pg!163].... per nomi, alle qualità di ciascunaconvenienti o in tutto oin parte, intendo di nominarle.Introd. al Decam.Le novellatrici e i novellatori delDecamerone, che io seguii spesso, ad ascoltarne i racconti piacevoli, ne' lieti diporti, tornano pur ora con imagini pronte e sicure e vivaci alla mia memoria: li accenno cosí come li rivedo seduti a novellare la prima giornata.I.Prima la regina,Pampinea77.Ella, piú adulta, è anche piú esperta e [pg!164] riflessiva delle altre sei donne; come Panfilo, il quale le siede a lato, è tra gli uomini il maggiore in età e il piú avveduto e assennato: per questo l'uno e l'altra si distinguono dai loro compagni; si distinguono tra loro per ciò, che Pampinea, come donna, è piú sagace, Panfilo è di pensieri piú profondi.È Pampinea che nel tempio consiglia le compagne di cercare con la vita allegra fuori Firenze scampo alla peste e conforto ai dolori che ad esse ha apportati; e tiene meraviglioso e lungo discorso, nel quale movendo dai consigli della fredda ragione, che induce l'uomo a conservare per ogni modo la vita, s'allarga ad esporre la tristizia dei tempi presenti e la malvagità che si è introdotta negli animi, e, avvertendo che “nulla si disdice piú a loro l'onestamente andare che faccia a gran parte dell'altre lo stare disonestamente„, descrive in fine i piaceri e le bellezze della campagna con tale vivacità ed ardore, che niuna delle amiche le resiste dubbiosa, ma tutte lodano il suo consiglio con desiderio di seguitarlo. È lei [pg!165] che propone d'accettare a compagni Panfilo, Dioneo e Filostrato, e va essa a pregarli lieta ed ardita a che “con puro e fratellevole animo a tenere loro compagnia si debbano disporre„; e ad istanza di lei, perché le cose le quali sono senza modo non possono durare, si elegge un re ogni giorno, e si delibera di trascorrere il tempo non giuocando, ché nel gioco “l'animo dell'una delle parti convien che si turbi„, ma novellando.Pampinea ama dilungarsi, per ammonire e far riflessioni, nei preamboli alle novelle che narra e per notare i difetti suoi e degli altri e rilevare quanto per esperienza ha appreso o ciò che le sembra che meglio convenga.Cosí per la novella di maestro Alberto discorre della vanità e loquacità femminile, e rampogna e consiglia; per la novella di Alessandro Agolanti, che giacque con la figlia del re d'Inghilterra, della quale ei divenne marito, considera come la fortuna è mutabile; per la novella del savio re Agilulf e del palafreniere ardito e avveduto corregge i curiosi indiscreti: dimostra la verità di un [pg!166] proverbio narrando il miracolo dell'angelo Gabriello, e narrando dello scolare che fu burlato e burlò, prova che l'arte è dall'arte schernita, onde è poco senno dilettarsi di schernire altrui. Assorge anche con la novella del buon re Piero a princípi di retto governo politico.Pampinea ammette che amore possa guidare a gravi pericoli, ma tiene sciocca cosa il pensare che amore tragga altrui dal senno e “quasi chi ama faccia divenire smemorato„; e la canzone ch'ella canta n'assicura che pure amando sa serbarsi donna savia e prudente. Il suo amore è senza pene, senza timori: ella ha la certezza di essere riamata, la consolazione di “possedere il suo volere„ in questo mondo e la speranza di aver pace nell'altro per quella intera fede che porta a chi ama: ella è gioiosa e con la sua gioia allieta le compagne che sono afflitte, e né pur vuole acconsentire alla tristezza che Filostrato ricerca nelle novelle al dí del suo reggimento. [pg!167]II.Come Dioneo che siede appresso a Fiammetta,Panfilo78, che il primo giorno sta accanto a Neifile, dev'essere di Neifile l'innamorato. Ella infatti canta per volere di lui, ed egli — fatto re — concede ad essa, ciò ch'ella tiene per grand'onore, di dare prima svolgimento all'altissimo tema della decima giornata, ed egli loda piú d'ogni altro la leggiadra novella di lei. Panfilo e Neifile sono due amanti felici; piú felici di Dioneo e di Fiammetta, perché Dioneo, dubitando nella veemenza della sua passione di non essere amato quanto egli ama, è spinto ad invocare la pietà della sua donna, e Fiammetta, nell'ardore dell'amor suo soffre per gelosia. Ma come Neifile, Panfilo non ha ragione di rammaricarsi d'Amore, giacché esso è anche per lui soavità, gioco, allegrezza, e la letizia che [pg!168] gli trabocca dall'animo e gli appare su 'l chiaro viso è tale che a luiogni parlar sarebbe corto e fiocopria n'avesse mostrato pure un poco.Se non che sin nell'entusiasmo del canto, ch'egli leva pieno di gioia, riflette e pensa che quand'anche potesse, non dovrebbe dimostrare il suo piacere, “il quale se fosse sentito da altri gli tornerebbe in tormento„, e che non sarebbe creduto qualora dicesse il tempo e come poté indurre a baci ed a carezze la sua donna. Panfilo, al contrario di Dioneo, riflette sempre, e ammonimenti morali egli trae dalla considerazione di Dio e della virtú: ammonimenti di religione — ad esempio — reca nel racconto di ser Ciappelletto; di virtú, nella storia dell'Andreuola alla quale si avverò il sogno fosco; dei doveri verso gli amici, nella novella del Saladino. E porge prove di senno ed avvedutezza se dica i casi della figlia al Soldano di Babilonia, goduta in quattro anni da nove uomini e maritata poscia come vergine al re del Garbo, o della Niccolosa che [pg!169] dormí con l'amante mentre sua madre ostessa giacque con altri che con suo marito, o di Lidia che moglie a Nicostrato e amante di Pirro fu sí audace e lasciva.Questo giovane assennato e osservatore sottile non resta od è lasciato in disparte, come asserisce il Landau, ma anzi è dai compagni avuto quasi tacitamente a capo; ed infatti egli che è primo a novellare, è coronato re dopo tutti, come colui che essendo ultimo potrebbe emendare il difetto degli altri reggenti e novellatori. E re ordina: “Domani ciascuno di voi pensi di ragionare sopra questo, ciò è: di chi liberamente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno ai fatti d'amore, o d'altra cosa„.Ma se Panfilo, a quando a quando rigido ammonitore, non si abbandona alla licenza onde Dioneo parla, non è però piú castigato di Filostrato, e come lui con voluttuosa compiacenza cede alle lubriche frasi e si spinge alle frasi oscenuccie; e pur predicando “quanto sieno sante, quanto poderose, e di quanto ben piene le forze d'amore, le [pg!170] quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a gran torto„, racconta novelle d'amore poco sante e di poco ben piene: ciò perché Panfilo non deve solo contrapporre la saggezza propria alla leggerezza di Dioneo, ma rallegrare pur egli le belle donne che stanno ad ascoltarlo. Ad esse egli si rivolge ubbidientissimo coi nomi piú dolci, e le chiama amorose e graziose e reverende e dilettose e carissime. Egli per esse e con esse non ha gli ardimenti di Dioneo e gl'impeti di Filostrato; è gentile sempre; è tutto amorevolezza.III.Neifile,79“non meno di cortesi costumi che di bellezza ornata„, è giovinetta fra le giovani donne: ha diciott'anni, e di fanciulla diciottenne l'irrequietezza e la giocondità, la fede religiosa, la pietà per i forti dolori, l'ammirazione per la potenza d'amore; ha le paure e le audacie: [pg!171] timorosa quando intravvede pericoli alla sua onestà; audace ogni qual volta, per non parere ingenua ed inesperta, vuol mostrarsi a dentro nei misteri dell'amore e nella conoscenza della vita. La irrequietezza dell'animo suo manifesta quand'è fatta regina, proponendo con brevi parole di cambiare di stanza, e comandando prestamente per essere tosto ubbidita e prestamente volendo si ragioni per non perder tempo; né si cura mai di preparare con lunghi preamboli alle sue novelle l'animo di chi l'ascolta. E per le gaie novelle diffonde l'allegrezza che le sale dal cuore: racconta essa di Martellino, che si finge rattratto; di Chichibio cuoco che la paura fa di spirito pronto; di Cecco giocatore che rimane in camicia per via.Niuna delle donne sente come Neifile la pietà religiosa: con la novella di Abraam giudeo essa prova come Dio si “dimostra verità infallibile allorché coloro, che di lui dovrebbero dare testimonianza con le opere buone, fanno il contrario„; con quella di Martellino avverte come male è “beffare quelle cose che sono da riverire„, e tiene [pg!172] fin disposizione di Dio s'ella in alcun giorno deve dar principio ai racconti, e da Dio spera aiuto quand'anche debba narrare le burle di una moglie al marito geloso: poi fatta regina, esorta di attendere nel venerdí e nel sabato, piú tosto che a novelle, a preghiere al Signore.E di che gentile pietà debb'essere capace l'animo suo, se con tanta dolcezza dice il fiero caso di Girolamo che morí a lato all'amata!D'amore parla con quell'entusiasmo e quel timore quasi religioso che è proprio delle giovinette soltanto. L'amore è fatale, ed è impossibile soffocarlo nel cuore in cui si è acceso, e male è il tentare di soffocarlo, ché, o si spegne da sé medesimo, o non si spegnerà mai: “Oh meravigliosa cosa è a pensare quanto sieno difficili ad investigare le forze d'amore„! Ma amore è mite con lei, e di che gioia le sia prodigo ella giovinetta, “tutta letizia nella stagione novella„, confida alla sua fresca canzone e ai fiori cui parla, paragonando il suo innamorato ad un fiore, e ai sospiri che non [pg!173] “aspri e gravi„ ma “soavi e caldi„ le fuggon dal petto. Tale è Neifile; e le paure sue e la sua rattenutezza di fanciulla che ama, palesa fin da principio, nel tempio, quando Pampinea si rallegra per la venuta di Dioneo, di Filostrato e di Panfilo.“Neifile tutta nel viso divenuta per vergogna vermiglia, per ciò che alcuna era di quelle che dall'un de' giovani era amata, disse: Pampinea, per Dio guarda ciò che tu dichi; io conosco assai apertamente niun'altra cosa che tutta buona dir potersi di qualunque s'è l'uno di costoro, e credogli a troppo maggior cosa, che questa non è (ciò è di accompagnarle fuori Firenze), sofficienti, e similmente avviso loro buona compagnia et onesta dover tenere, non che a noi, ma a molto piú belle e piú care che noi non siamo. Ma perciò che assai manifesta cosa è, loro essere d'alcune, che qui ne sono, innamorati, temo che infamia e riprensione, senza nostra colpa o di loro, non ce ne segua, se gli meniamo„.E come vaga e cara quando, coronata [pg!174] regina da Panfilo, diviene rossa in volto e resta smarrita con gli occhi bassi, finché cessa il rumore delle lodi che a lei levano ammirando gli astanti! Pure essa, cosí modesta sino a che Dioneo non inanimisce lei e le altre donne con le lascive novelle e non è indotta ad imitare le compagne, queste poi quasi vince in ardire con la risposta che dà a Filostrato dopo la novella del diavolo messo all'inferno.IV.Filomena80, “bella e grande della persona e nel viso piú che altra piacevole e ridente„, è piú volte lodata quale discretissima giovane, e la discrezione sua prova subito alla proposta che Pampinea fa di lasciare Firenze, osservando:“Donne, quantunque ciò che ragiona Pampinea, sia ottimamente detto, non è perciò cosí da correre come mostra che [pg!175] voi vogliate fare. Ricordovi che noi siamo tutte femine, e non ce n'ha niuna sí fanciulla, che non possa ben conoscere come le femine sieno ragionate insieme e senza la provedenza d'alcuno uomo si sappiano regolare.„Per questa qualità dell'animo suo ella gode raccontare come giudiziosamente procedé la donna che senza infamia fece il confessore inconsapevole mezzano al suo amore, e come cauti procederono i fratelli di Lisabetta colpevole nell'uccidere il drudo di lei; gode narrare con quale avvedimento madonna Francesca si levò d'addosso due che l'amavano contro al suo piacere, e Beatrice ingannò e fe' bastonare il marito Egano da Ludovico suo amante. Alle novelle premette anch'essa qualche volta osservazioni e consigli, ma al contrario di Pampinea, non parla mai troppo. Né pure al pari d'Emilia e d'Elisa s'accende e s'adira discorrendo de' religiosi, ma a proposito di un confessore burlato, s'accontenta di notare scherzando: “Vo' farvi accorte che eziandio i religiosi, ai quali noi, oltre modo credule, [pg!176] troppa fede prestiamo, possono essere sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcune di noicautamentebeffati.„Questa cura costante di serbare certa misura è in Filomena non solo allorché racconta, ma sempre, in ogni suo atto, in ogni suo discorso. Cosí quand'è coronata regina da Pampinea, vincendo tosto, per non parere melensa, la confusione in cui resta un momento, afferma ai compagni: “Non solo il mio giudizio, ma anche il vostro vo' seguire„; e co 'l tema che ella dà, “qualora non spiaccia„, a svolgere per novelle, toglie ragione cosí di dolore soverchio come di riso smodato: desidera si ragioni di chi “da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine„. E quando dalla dolcezza della canzone in cui lamenta la lontananza del novo amante sarebbe tratta a svelare tutto quanto in passato ha goduto e tutto quanto si ripromette di godere per l'avvenire, presto sa dominarsi:Se egli avvien ch'io mai piú ti tenga,[pg!177]— canta all'amante —Non so s'io sarò scioccaCom'io or fui a lasciarti partire.Io ti terrò, e che può, sí n'avvenga,E della dolce boccaConvien ch'io soddisfaccia al mio desire:D'altro non voglio or dire....Né è a maravigliare se cantando lascia comprendere che del novello e piacevole amore ha sentito piú avanti che la sola vista, poiché la sua non è la riserbatezza d'una affettata modestia; ed ella che a Neifile, sbigottita allorquando Pampinea esorta a prendere per compagni gli amanti di alcune di esse, risponde: “Dov'io onestamente viva, né mi rimorda d'alcuna cosa la coscienza, parli chi vuole in contrario, Iddio e la verità per me l'armi prenderanno„, ella può bene anche arrischiarsi a dire quando accenna al godimento ch'ebbero due amanti una notte: “Prego Iddio per la sua santa misericordia, che a tali notti conduca me e tutte le anime cristiane che voglia ne hanno.„ [pg!178]V.Dioneo re del drappelloLe Grazie afflisse....Dioneo81, che il Boccaccio animò della franchezza, della vivacità, dell'ardore suo proprio, meglio che il re è l'anima del drappello.— “Fra voi tutte, discretissime e moderate, io, qual sento anzi dello scemo che no, facendo la vostra virtú piú lucente col mio difetto, piú vi debbo esser caro che se con piú valore quella facessi divenir piú oscura.....„ — dice egli, umile e carezzevole, alle belle donne innanzi di raccontare l'ultima sua novella, quasi che loro non fosse piaciuto subito il primo giorno in cui uscito di Firenze con esse ad esse dichiarò: — “Io non so quello che de' vostri pensieri voi v'intendete di fare; li miei lasciai dentro dalle porte della città..... E per ciò voi a sollazzare et a ridere et a cantare con meco [pg!179] insieme vi disponete (tanto dico quanto alla vostra dignità s'appartiene), o voi mi licenziate che io per li miei pensieri mi ritorni a starmi nella città tribolata.„ — Però a movere la temperata allegria di Panfilo, ad animare l'allegria che Filostrato trova a fatica, ad assicurare l'allegria delle donne spesso dubitanti, egli apporta la schietta ardita irresistibile allegria dell'animo suo.Ma all'occasione, e specie allorché le donne stimano proterva e temeraria la licenza del suo parlare, e temono per la loro onestà, Dioneo, non piú scemo, dimostra com'esse s'ingannino se credono ch'ei non sia capace di pensare e sentire nobilmente. Cosí se desidera che presto finiscano le dolorose novelle di cui Filostrato si compiace, è perché non solo alle donne, ma anche a lui “le miserie degl'infelici amanti contristano gli occhi ed il petto„; e se, fatto re, dà al novellare un tema che pare troppo arrischiato, egli prova che non deve pentirsi d'averlo scelto. — “Donne, io conosco ciò che io ho imposto, non meno che facciate voi, e da imporlo non mi poté [pg!180] istornare quello che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e gli uomini e le donne d'operar disonestamente, ogni ragionare è conceduto... La vostra brigata, dal primo dí infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia, non mi pare che in atto alcuno si sia maculata, né si maculerà, collo aiuto di Dio...... Et a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che voi in ciò foste colpevoli, e perciò ragionare non ne voleste„. — E questo giovane che affligge le Grazie narrando di Paganino da Monaco e di Alibech, di Pietro di Vinciolo e dell'incantesimo della cavalla, allorché l'oscenità gli sfugge, “arrossa un po' per vergogna„ e gli dispiace d'“esser troppo bene compreso„. Ma le donne, “rosse nel viso, l'una all'altra guardando, appena dal ridere potendosi astenere, l'ascoltano sogghignando„; e ad esse è caro: Lauretta canta con lui, ed egli accompagna co 'l liuto il canto d'Emilia, e da Filomena regina ottiene una grazia; onde Fiammetta è gelosa. [pg!181] Ride Dioneo della gelosia di lei e per gelosia non soffre egli; non troverebbe anzi nel suo amore ragione alcuna di rammaricarsi se, tant'è ardente il suo affetto, non lo turbasse il timore che l'amata Fiammetta non conosca bene l'alto suo desio e la sua intera fede......... non so ben, se 'ntero è conosciutoL'alto disio che messo m'hai nel petto,(dice ad Amore)Né la mia intera fede,Da costei, che possiedeSí la mia mente, che io non torreiPace fuor che da essa, né vorrei.Perch'io ti prego, dolce signor mio.Che gliel dimostri, e facciale sentireAlquanto del tuo focoIn servigio di me; ché vedi ch'ioGià mi consumo amando e nel martireMi sfaccio a poco a poco.....VI.Fiammetta, “i cui capelli eran crespi, lunghi e d'oro, e sopra li candidi e delicati omeri ricadenti, et il viso ritondetto con un [pg!182] colore vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati, tutto splendido, con due occhi in testa che parevan d'un falcon pellegrino, e con una boccuccia piccolina le cui labbra parevan due rubinetti„, Fiammetta, quale vive nelDecamerone, ha pure tutta la leggiadria regale della donna che nelFilocopopresiede alla brigata intesa a risolvere le difficili questioni della scienza d'amore; ha pure la grazia della ninfa che “con atti d'autorità pieni, lieta e ridente„ narra nell'Ametocome si concedette all'affetto di Galeone, e pur ha non poco della donna appassionata e gelosa che nel doloroso romanzo si strugge per l'abbandono del suo Panfilo.Non piú fidente giovinetta quale è Neifile, ella sa “come Amore vince tutte le cose„, e canta e lamenta:...... perciò ch'io m'avveggioChe altre donne savie son com'io,I' triemo di paura,E pur credendo il peggio,Di quello avviso in altre esser disio,Ch'a me l'anima fura (cioè del suo amante);E cosí quel che m'è somma ventura,[pg!183]Mi fa isconsolataSospirar forte e stare in vita ria.Se io sentissi fedeNel mio signor, quant'io sento valore,Gelosa non sarei......Ma tra le amiche delDecameroneella riesce ad attutire il tormento della gelosia e a scacciarne il cupo pensiero, e narra di cortesie e d'amori, lieta in viso e ridente come tra le compagne dell'Ameto. E ricorda: “Noi siam qui per aver festa, e buon tempo.„ Via dunque ogni cagione di dispiacere! — e pur raccontando di Tancredi ella è mal disposta al tema dato da Filostrato; — via tutto ciò che possa inacerbire gli spiriti! — e dopo la novella dello scolare, la cui severità ha trafitta lei e le compagne, osservando prima come la vendetta non dev'essere soprabbondante, narra l'allegra istoria dei due che si accomunarono le mogli —; via anche ciò che possa muovere leggermente ad ira! — e la decima giornata, quando nella nobile gara di chi narri azioni piú nobili, gli animi delle compagne s'accendono disputando, essa innanzi di dire la sua novella ammonisce: “Splendide [pg!184] donne, io fui sempre in opinione che nelle brigate come la nostra è, si dovesse sí largamente ragionare che la troppa strettezza della intenzione delle cose dette non fosse altrui materia di disputare. Il che molto piú si conviene nelle scuole tra gli studianti che tra noi, le quali appena alla rócca et al fuso bastiamo.„Cosí Fiammetta, dopo le tristi, dà tema alle felici novelle: “Ciò che ad alcuno amante dopo fieri o sventurati accidenti felicemente avvenisse.„ D'amore ogni suo pensiero, e amore è la sua vita; né fa commento alcuno a quello che racconta se non per consigliare chi ama o chi è per amare.Al modo stesso che nelFilocoporisolve la questione di Pola, se piú alta debba essere la condizione dell'amata o dell'amante, asserendo che “quantunque la donna sia ricca, grande e nobile piú che 'l giovane in qualunque grado, o dignità si sia, ella deggia piú tosto dal giovane essere amata, che quella che alcuna cosa ha meno di lui„, facendosi a narrare la prima novella delDecameroneafferma: “Quanto negli uomini [pg!185] è gran senno il cercar d'amar sempre donna di piú alto lignaggio ch'egli non è, cosí nelle donne è grandissimo avvedimento il sapersi guardare dal prendersi dallo amore di maggiore uomo ch'ella non è.„ — Bene dunque Fiammetta figlia di re e Dioneo figlio di mercante fiorentino possono amarsi e di amore pari a quello di messer Guglielmo e della dama di Vergiú, dei quali cantano insieme le gioie e gli affanni.VII.Emilia82non imita Pampinea considerando le passioni umane e i casi della vita e traendo dalle considerazioni sue ammaestramenti utili e morali; non ostenta la prudenza e la discrezione di Filomena, e come mostra di non comprendere dolori quali sono quelli di Lauretta e di Elisa, vorrebbe far credere di non curare godimenti quali sono quelli che consolarono e consolano Fiammetta e Neifile: per arte di seduzione [pg!186] vuole persuadere che dall'amore di sé deriva un piacere di cui nulla e nessuno la può privare, e sí fatto che ad altro amore non pensa e d'altro amore non ha né pur coscienza d'aver desiderio:Io son sí vaga della mia bellezza,Che d'altro amor giammaiNon curerò, né credo aver vaghezza.Civettuola! Non s'avvede poi che con l'impeto onde magnifica il prepotente amore della Simona accerta che non le dispiacerebbe punto di essere risottomessa alla forza di quella passione di cui si vanta ribelle, né, per quanto astuta, s'invigila sempre in guisa da non tradire talvolta un desiderio o i ricordi: cosí, nella sesta giornata còlta in distrazione da Elisa regina deve pur confessare “soffiando non altrimenti che se da dormir si levasse, che un lungo pensiero molto l'ha tenuta lontana.„ Ma, del resto, quale spontanea e graziosa vivacità e franchezza nel suo carattere! Canta prima di tutte e quando racconta è impossibile dimenticarsi che lei sola può parlare in quel modo; e però lo scrittore [pg!187] lascia che per sé medesima si faccia conoscere, e si cura solo d'avvertire innanzi la sua prima novella ch'essa narrabaldanzosamentee di ripetere innanzi alla decima, l'ultima — quasi ad imprimere meglio il carattere di lei ripetendo la parola la quale ne raccoglie l'intera espressione — “che prese a raccontarebaldanzosamente, quasi di dire desiderosa.„Di novellare desiderosa non si perde in preamboli. Rapida sempre, alle volte è incisiva nel suo discorrere, e ne' suoi racconti quasi sempre è un personaggio che dell'animo suo ha l'ardimento e la forza: però sembra di comprendere la compiacenza di lei quando narra l'animosa difesa di Giannotto in conspetto a Corrado, o la veemenza con cui Tebaldo in conspetto alla amata donna maledice ai preti ed ai frati, dei quali ancora non bisogna perdonare le ingiurie, o la fierezza di madonna Dianora in presenza al barone amante e la fortezza con cui ella sostiene la pena che la sua stessa baldanza le ha procurata.Dunque bene Dioneo si rivolge a lei affinché, [pg!188] date a narrare le burle che le mogli fanno ai mariti, tolga ogni titubanza alle compagne cominciando per prima i racconti dei ridevoli casi con la libertà delle frasi ridevoli, e bene Emilia, che male “si restringe sotto qualunque giogo„, fatta regina, lascia, “come buoi al prato„, le compagne libere al tema.VIII.Filostrato“tanto viene a dire quanto uomo vinto ed abbattuto da amore„83. E di Troilo — il carattere del quale è forse il piú bello delFilostrato— non fu mal detto: “Natura ardentissima, non conosce né patria né religione: non ama e non vede che Griseida. Quasi ogni giorno si slancia animoso nel campo dei Greci in cerca di gloria per illustrarsi agli occhi della sua bella. È l'amore che lo rende eroe.84„ Troilo, non piú eroe di poema, ma ancora spirito ardente, nato per combattere e per soffrire, [pg!189] rivive di vita reale nella lieta compagnia delDecamerone.Quando è coronato re dice alle donne: “Amorose donne, per la mia disavventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d'alcuna di voi stato sono ad amor soggetto; né l'essere umile, né l'essere ubbidiente, né il seguirlo in ciò che permes'è conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi, m'è valuto, ch'io prima per altro abbandonato, e poi non sia sempre di male in peggio andato: e cosí credo che io andrò di qui alla morte.„ E a lui piace si ragioni di coloro “li cui amori ebbero infelice fine.„ Pur mentre le novelle si svolgono fiere tutte, tranne quella di Pampinea, come il suo amore, egli cade in profondi pensieri e al terminare di esse esprime con lamentevoli parole e con rigidi atti com'egli per amore arda e soffra, e ogni ora “mille morti senta, né per tutte quelle una sola particella di diletto gli sia data.„ Cosí quando, vinto ed abbattuto dalla passione, nella canzone ch'egli canta per volere di Fiammetta regina invoca la morte, non esagerato, [pg!190] non inverosimile, ci sembra il suo dolore.Null'altra via, niun altro confortoMi resta piú che morte alle mie doglie:Dàllami dunque omai,Pon fine, Amor, con essa alli miei guaiE 'l cor di vita sí misera spoglia......Quale è la donna nel cui viso, allora che Filostrato resta di cantare, appare il rossore della colpa e del rimorso? Le tenebre della sopravvenuta notte nascondono quel rossore, né io so distinguer tra le sette giovani colei ch'è traditrice e crudele. Emilia, la quale potrebbe per la leggerezza sua aver somiglianza con la Griseida delFilostrato, non parmi, poiché ella asserisce che “amare merita piú tosto diletto che afflizione a lungo andare„; non Lauretta, cui non possono riferirsi le parole di Filostrato:Fa costei lieta, morend'io, signore,Come l'hai fatta di nuovo amadore;giacché Lauretta rimpiange un morto amante e vive malcontenta di lui che l'ama al presente. Forse è Filomena, la discreta Filomena, [pg!191] che le compagne invidiano appunto pe'l “nuovo e piacevole amore.„Avvertito da Fiammetta che non gli è concesso di rattristare troppo a lungo gli altri con i suoi travagli, dopo la quarta giornata il giovane, infelice chiede perdono alle gaie donne e si propone di ridere e di muovere a riso. Però narra la novella dell'usignolo che fu preso dalla figlia, di Ricciardo Manardi, e di Filippa adultera che si liberò con un motto della pena di morte, e di Peronella, e di Calandrino pregno, e del giudice cui furono tolte le brache: torna la fierezza e la nobiltà dell'animo suo a dominare la stupenda novella di Mitridanes e Natan.IX.Lauretta85allorquando si prepara alla novella di Landolfo Ruffolo, la quale benché contenga grandi miserie ha “splendida riuscita„, si rivolge agli ascoltanti con [pg!192] queste parole: “Ben so che pure a quelle miserie avendo riguardo, con minor diligenza fia la mia udita, ma altro non potendo, sarò scusata.„ E quando Filostrato re le chiede di cantare: “Signor mio — risponde —, delle altrui canzoni io non so, né delle mie alcune n'ho alla mente che sia conveniente a sí lieta brigata: se voi di quelle che io ho volete, io dirò volontieri.„Ella parla in tono umile e accarezza con molte lodi le compagne, in ispecie la piú ardimentosa, Emilia; è timida e, per abitudine, dolcissima; eppure in udirla affidare quello che pensa e sente di sé alla sua canzone apparirebbe tutt'altra.Niuna sconsolataDi dolersi ha quant'io,Che 'n van sospiro lassa innamorata.Colui che muove il cielo ed ogni stellaMi fece a suo dilettoVaga, leggiadra, graziosa e bella,Per dar qua giú ad ogni alto intellettoAlcun segno di quellaBiltà, che sempre a lui sta nel cospetto;Et il mortal difetto,Come mal conosciuta,Non mi gradisce, anzi m'ha disperata.[pg!193]E, seguitando, dal ricordo del morto amante che......... volentieriGiovinettalapreseNelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,tratta a considerare la presunzione e la fierezza del suo innamorato che di lei è geloso a torto, s'abbandona al dolore e all'ira ed esclama:........ io lassa quasi mi dispero,Cognoscendo per vero,Per ben di molti al mondoVenuta, da uno essere occupata.Io maledico la mia sventura,Quando, per mutar veste,Sí, dissi mai..........E rimpiange la vita oscura e l'oscuro amore d'un tempo, e prega l'amico, il quale ella ha in Cielo, che ridivenga pietoso di lei e da Dio le impetri di andare a lui.Dal contrasto tra la franca e sdegnosa sincerità di questa canzone, per cui alcuno della compagnia ripensa maligno il detto milanese “meglio un buon porco che una bella tosa„, e la dolce e timida umiltà dei [pg!194] suoi discorsi, Lauretta sorge su viva, mirabilmente. Non è in essa il tipo della donna che loda gli altri sperando a sé guiderdone di lodi maggiori, e innanzi agli altri si umilia bramando la levino essi a grande stima, finché, nel timore di essere disprezzata e nella certezza di non essere da quello stesso che ama pregiata sí come merita, caccia l'usata modestia ed incolpando la tristezza altrui, accesa d'ira e cieca di orgoglio, esagera le proprie virtú? Impeti questi di animo debole; ed essa è infatti cosí debole che adiratasi, se ne pente, e per riaversi d'ogni cattivo giudizio, il giorno dopo si pone a considerare negli altri il proprio difetto e i danni partoriti dall'ira, e cerca scusarsi scusando la fragilità femminile: “...... Se ragguardar vorremo, vedremo che il fuoco di sua natura piú tosto nelle leggiere e morbide cose s'apprende, che nelle dure e piú gravanti; e noi pur siamo (non l'abbiano gli uomini a male) piú delicate che essi non sono e molto piú mobili.„Mobile ad ogni affetto, essa finisce la novella di Tofano esclamando: “E viva amore, [pg!195] e muoia soldo e tutta la brigata!„, con commozione di gioia pari a quella d'entusiasmo con cui l'incomincia: “O Amore, chenti e quali sono le tue forze! chenti i consigli, e chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli dimostramenti che fai tu subitanei a chi seguita le tue orme?....„Tale, s'io l'ho ben veduta, è Lauretta.X.Elisa86, anzi acerbetta che no, “non per malizia, ma per antico costume„, è d'animo molto sensibile e nell'abbandono in cui la lascia l'uomo da lei amato è la causa del suo dolore inconsolabile...... Et è sí cruda la sua signoria,Che giammai non l'ha mossoSospir né pianto alcun che m'assottigli.Li prieghi miei tutti glien' porta il vento,Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;Onde 'l viver m'è noia, né so morire....[pg!196]È Elisa dolorosa che racconta la miserevole istoria di Gerbino e della figlia del re di Tunisi, i quali innamorarono l'uno dell'altra per udita, senz'essersi veduti mai; ella è che descrive le sofferenze del mite conte d'Anversa; ella è che avvolge di sospirosa pietà il racconto del puro e veementissimo amore il quale fu tra la figlia del conte d'Anversa e il figlio della dama inglese.Ma, come accade, Elisa è inasprita dal suo stesso dolore, sí che quasi a vendetta di sé, la quale si lascia commovere dall'infelicità altrui e dal ricordo della sua infelicità, ama le novelle di cui i personaggi han l'animo pieno d'acerbità e d'amarezza: tutta festevole ripete le parole con cui la Guasca scosse il re pusillanime; esalta la severa e pronta risposta di Guido Cavalcanti agli amici beffardi, e il modo onde la monaca si liberò dal castigo che la badessa volea infliggerle; e d'un'acre gioia avviva il racconto della lezione che Ghino di Tacco diede all'abate di Cligní. Piú, Elisa regina comanda che argomento alle novelle sia la [pg!197] prestezza dei motti, perché da sí fatte novelle esse ed altri possano trarre vantaggio.È acerba quando, prima di novellare, ammonisce, e, ad esempio, avanti la novella dello Zima essa dice: “Credonsi molti, molto sapiendo, che altri non sappia nulla, li quali spesse volte, mentre altri si credono uccellare, dopo il fatto sé da altri essere stati uccellati conoscono„; e avanti quella della badessa caduta in peccato: “Assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e castigatori; li quali, come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta, e meritamente, vitupera.„Se, ne' rari oblii dell'intima cura, è pronta al riso, piú pronta è allo sdegno: ride infatti piú delle compagne ai princípi delle oscene canzoni che Dioneo vorrebbe cantare, ma tosto lo minaccia dell'ira sua; nello stesso modo che dopo aver riso di gran cuore al litigio fra Licisca e Tindaro, Licisca, la quale troppo lo prolunga, minaccia di bastonate. Ed è Elisa che irrompe come [pg!198] niuna delle sue compagne sarebbe capace, e per due volte, contro i frati ed i preti.————IlDecameroneè veramente, come già altri affermò, un romanzo d'amore con vita e vicende di personaggi: vivono essi nel libro immortale e non per azioni, ma per i loro discorsi, per le canzoni e per le novelle rivelano e rilevano i loro caratteri.Il Landau dopo avere a pena accennato alle figure di Dioneo e di Fiammetta, di Filomena e di Panfilo, scrisse: “Anche gli altri narratori sembra che sieno stati realmente, e la maggior parte di essi rappresenta nella descrizione del poeta un carattere determinato„; ma invece il Körting avvertiva un carattere determinato solo in Fiammetta. A conforto di quel che pensava il Landau il signor Camillo Antona-Traversi ripeté le parole del Carducci: “Quei giovani e quelle donne, pur nella lieta concordia con cui servono all'officio di narratori, sono gente viva, hanno un [pg!199] carattere spiccato ciascuno, e ne improntano la loro narrazione„, e, sempre per oppugnare il Körting, non accorgendosi poi di contraddire in certo modo al Carducci e di dar ragione e torto a tutti e due i critici tedeschi, aggiunse di suo: “I dieci personaggi delDecamerone, piú che persone, sono dieci leggiadrissime macchiette disegnate da mano provetta, sotto cui si rivela il grandissimo e geniale artista.87„ No, no, non macchiette: i dieci personaggi delDecameronesono proprio dieci persone leggiadrissime! [pg!201]
[pg!163]
.... per nomi, alle qualità di ciascunaconvenienti o in tutto oin parte, intendo di nominarle.Introd. al Decam.
.... per nomi, alle qualità di ciascunaconvenienti o in tutto oin parte, intendo di nominarle.Introd. al Decam.
.... per nomi, alle qualità di ciascuna
convenienti o in tutto o
in parte, intendo di nominarle.
Introd. al Decam.
Introd. al Decam.
Le novellatrici e i novellatori delDecamerone, che io seguii spesso, ad ascoltarne i racconti piacevoli, ne' lieti diporti, tornano pur ora con imagini pronte e sicure e vivaci alla mia memoria: li accenno cosí come li rivedo seduti a novellare la prima giornata.
I.Prima la regina,Pampinea77.Ella, piú adulta, è anche piú esperta e [pg!164] riflessiva delle altre sei donne; come Panfilo, il quale le siede a lato, è tra gli uomini il maggiore in età e il piú avveduto e assennato: per questo l'uno e l'altra si distinguono dai loro compagni; si distinguono tra loro per ciò, che Pampinea, come donna, è piú sagace, Panfilo è di pensieri piú profondi.È Pampinea che nel tempio consiglia le compagne di cercare con la vita allegra fuori Firenze scampo alla peste e conforto ai dolori che ad esse ha apportati; e tiene meraviglioso e lungo discorso, nel quale movendo dai consigli della fredda ragione, che induce l'uomo a conservare per ogni modo la vita, s'allarga ad esporre la tristizia dei tempi presenti e la malvagità che si è introdotta negli animi, e, avvertendo che “nulla si disdice piú a loro l'onestamente andare che faccia a gran parte dell'altre lo stare disonestamente„, descrive in fine i piaceri e le bellezze della campagna con tale vivacità ed ardore, che niuna delle amiche le resiste dubbiosa, ma tutte lodano il suo consiglio con desiderio di seguitarlo. È lei [pg!165] che propone d'accettare a compagni Panfilo, Dioneo e Filostrato, e va essa a pregarli lieta ed ardita a che “con puro e fratellevole animo a tenere loro compagnia si debbano disporre„; e ad istanza di lei, perché le cose le quali sono senza modo non possono durare, si elegge un re ogni giorno, e si delibera di trascorrere il tempo non giuocando, ché nel gioco “l'animo dell'una delle parti convien che si turbi„, ma novellando.Pampinea ama dilungarsi, per ammonire e far riflessioni, nei preamboli alle novelle che narra e per notare i difetti suoi e degli altri e rilevare quanto per esperienza ha appreso o ciò che le sembra che meglio convenga.Cosí per la novella di maestro Alberto discorre della vanità e loquacità femminile, e rampogna e consiglia; per la novella di Alessandro Agolanti, che giacque con la figlia del re d'Inghilterra, della quale ei divenne marito, considera come la fortuna è mutabile; per la novella del savio re Agilulf e del palafreniere ardito e avveduto corregge i curiosi indiscreti: dimostra la verità di un [pg!166] proverbio narrando il miracolo dell'angelo Gabriello, e narrando dello scolare che fu burlato e burlò, prova che l'arte è dall'arte schernita, onde è poco senno dilettarsi di schernire altrui. Assorge anche con la novella del buon re Piero a princípi di retto governo politico.Pampinea ammette che amore possa guidare a gravi pericoli, ma tiene sciocca cosa il pensare che amore tragga altrui dal senno e “quasi chi ama faccia divenire smemorato„; e la canzone ch'ella canta n'assicura che pure amando sa serbarsi donna savia e prudente. Il suo amore è senza pene, senza timori: ella ha la certezza di essere riamata, la consolazione di “possedere il suo volere„ in questo mondo e la speranza di aver pace nell'altro per quella intera fede che porta a chi ama: ella è gioiosa e con la sua gioia allieta le compagne che sono afflitte, e né pur vuole acconsentire alla tristezza che Filostrato ricerca nelle novelle al dí del suo reggimento. [pg!167]
Prima la regina,Pampinea77.
Ella, piú adulta, è anche piú esperta e [pg!164] riflessiva delle altre sei donne; come Panfilo, il quale le siede a lato, è tra gli uomini il maggiore in età e il piú avveduto e assennato: per questo l'uno e l'altra si distinguono dai loro compagni; si distinguono tra loro per ciò, che Pampinea, come donna, è piú sagace, Panfilo è di pensieri piú profondi.
È Pampinea che nel tempio consiglia le compagne di cercare con la vita allegra fuori Firenze scampo alla peste e conforto ai dolori che ad esse ha apportati; e tiene meraviglioso e lungo discorso, nel quale movendo dai consigli della fredda ragione, che induce l'uomo a conservare per ogni modo la vita, s'allarga ad esporre la tristizia dei tempi presenti e la malvagità che si è introdotta negli animi, e, avvertendo che “nulla si disdice piú a loro l'onestamente andare che faccia a gran parte dell'altre lo stare disonestamente„, descrive in fine i piaceri e le bellezze della campagna con tale vivacità ed ardore, che niuna delle amiche le resiste dubbiosa, ma tutte lodano il suo consiglio con desiderio di seguitarlo. È lei [pg!165] che propone d'accettare a compagni Panfilo, Dioneo e Filostrato, e va essa a pregarli lieta ed ardita a che “con puro e fratellevole animo a tenere loro compagnia si debbano disporre„; e ad istanza di lei, perché le cose le quali sono senza modo non possono durare, si elegge un re ogni giorno, e si delibera di trascorrere il tempo non giuocando, ché nel gioco “l'animo dell'una delle parti convien che si turbi„, ma novellando.
Pampinea ama dilungarsi, per ammonire e far riflessioni, nei preamboli alle novelle che narra e per notare i difetti suoi e degli altri e rilevare quanto per esperienza ha appreso o ciò che le sembra che meglio convenga.
Cosí per la novella di maestro Alberto discorre della vanità e loquacità femminile, e rampogna e consiglia; per la novella di Alessandro Agolanti, che giacque con la figlia del re d'Inghilterra, della quale ei divenne marito, considera come la fortuna è mutabile; per la novella del savio re Agilulf e del palafreniere ardito e avveduto corregge i curiosi indiscreti: dimostra la verità di un [pg!166] proverbio narrando il miracolo dell'angelo Gabriello, e narrando dello scolare che fu burlato e burlò, prova che l'arte è dall'arte schernita, onde è poco senno dilettarsi di schernire altrui. Assorge anche con la novella del buon re Piero a princípi di retto governo politico.
Pampinea ammette che amore possa guidare a gravi pericoli, ma tiene sciocca cosa il pensare che amore tragga altrui dal senno e “quasi chi ama faccia divenire smemorato„; e la canzone ch'ella canta n'assicura che pure amando sa serbarsi donna savia e prudente. Il suo amore è senza pene, senza timori: ella ha la certezza di essere riamata, la consolazione di “possedere il suo volere„ in questo mondo e la speranza di aver pace nell'altro per quella intera fede che porta a chi ama: ella è gioiosa e con la sua gioia allieta le compagne che sono afflitte, e né pur vuole acconsentire alla tristezza che Filostrato ricerca nelle novelle al dí del suo reggimento. [pg!167]
II.Come Dioneo che siede appresso a Fiammetta,Panfilo78, che il primo giorno sta accanto a Neifile, dev'essere di Neifile l'innamorato. Ella infatti canta per volere di lui, ed egli — fatto re — concede ad essa, ciò ch'ella tiene per grand'onore, di dare prima svolgimento all'altissimo tema della decima giornata, ed egli loda piú d'ogni altro la leggiadra novella di lei. Panfilo e Neifile sono due amanti felici; piú felici di Dioneo e di Fiammetta, perché Dioneo, dubitando nella veemenza della sua passione di non essere amato quanto egli ama, è spinto ad invocare la pietà della sua donna, e Fiammetta, nell'ardore dell'amor suo soffre per gelosia. Ma come Neifile, Panfilo non ha ragione di rammaricarsi d'Amore, giacché esso è anche per lui soavità, gioco, allegrezza, e la letizia che [pg!168] gli trabocca dall'animo e gli appare su 'l chiaro viso è tale che a luiogni parlar sarebbe corto e fiocopria n'avesse mostrato pure un poco.Se non che sin nell'entusiasmo del canto, ch'egli leva pieno di gioia, riflette e pensa che quand'anche potesse, non dovrebbe dimostrare il suo piacere, “il quale se fosse sentito da altri gli tornerebbe in tormento„, e che non sarebbe creduto qualora dicesse il tempo e come poté indurre a baci ed a carezze la sua donna. Panfilo, al contrario di Dioneo, riflette sempre, e ammonimenti morali egli trae dalla considerazione di Dio e della virtú: ammonimenti di religione — ad esempio — reca nel racconto di ser Ciappelletto; di virtú, nella storia dell'Andreuola alla quale si avverò il sogno fosco; dei doveri verso gli amici, nella novella del Saladino. E porge prove di senno ed avvedutezza se dica i casi della figlia al Soldano di Babilonia, goduta in quattro anni da nove uomini e maritata poscia come vergine al re del Garbo, o della Niccolosa che [pg!169] dormí con l'amante mentre sua madre ostessa giacque con altri che con suo marito, o di Lidia che moglie a Nicostrato e amante di Pirro fu sí audace e lasciva.Questo giovane assennato e osservatore sottile non resta od è lasciato in disparte, come asserisce il Landau, ma anzi è dai compagni avuto quasi tacitamente a capo; ed infatti egli che è primo a novellare, è coronato re dopo tutti, come colui che essendo ultimo potrebbe emendare il difetto degli altri reggenti e novellatori. E re ordina: “Domani ciascuno di voi pensi di ragionare sopra questo, ciò è: di chi liberamente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno ai fatti d'amore, o d'altra cosa„.Ma se Panfilo, a quando a quando rigido ammonitore, non si abbandona alla licenza onde Dioneo parla, non è però piú castigato di Filostrato, e come lui con voluttuosa compiacenza cede alle lubriche frasi e si spinge alle frasi oscenuccie; e pur predicando “quanto sieno sante, quanto poderose, e di quanto ben piene le forze d'amore, le [pg!170] quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a gran torto„, racconta novelle d'amore poco sante e di poco ben piene: ciò perché Panfilo non deve solo contrapporre la saggezza propria alla leggerezza di Dioneo, ma rallegrare pur egli le belle donne che stanno ad ascoltarlo. Ad esse egli si rivolge ubbidientissimo coi nomi piú dolci, e le chiama amorose e graziose e reverende e dilettose e carissime. Egli per esse e con esse non ha gli ardimenti di Dioneo e gl'impeti di Filostrato; è gentile sempre; è tutto amorevolezza.
Come Dioneo che siede appresso a Fiammetta,Panfilo78, che il primo giorno sta accanto a Neifile, dev'essere di Neifile l'innamorato. Ella infatti canta per volere di lui, ed egli — fatto re — concede ad essa, ciò ch'ella tiene per grand'onore, di dare prima svolgimento all'altissimo tema della decima giornata, ed egli loda piú d'ogni altro la leggiadra novella di lei. Panfilo e Neifile sono due amanti felici; piú felici di Dioneo e di Fiammetta, perché Dioneo, dubitando nella veemenza della sua passione di non essere amato quanto egli ama, è spinto ad invocare la pietà della sua donna, e Fiammetta, nell'ardore dell'amor suo soffre per gelosia. Ma come Neifile, Panfilo non ha ragione di rammaricarsi d'Amore, giacché esso è anche per lui soavità, gioco, allegrezza, e la letizia che [pg!168] gli trabocca dall'animo e gli appare su 'l chiaro viso è tale che a lui
ogni parlar sarebbe corto e fiocopria n'avesse mostrato pure un poco.
ogni parlar sarebbe corto e fiocopria n'avesse mostrato pure un poco.
ogni parlar sarebbe corto e fioco
pria n'avesse mostrato pure un poco.
Se non che sin nell'entusiasmo del canto, ch'egli leva pieno di gioia, riflette e pensa che quand'anche potesse, non dovrebbe dimostrare il suo piacere, “il quale se fosse sentito da altri gli tornerebbe in tormento„, e che non sarebbe creduto qualora dicesse il tempo e come poté indurre a baci ed a carezze la sua donna. Panfilo, al contrario di Dioneo, riflette sempre, e ammonimenti morali egli trae dalla considerazione di Dio e della virtú: ammonimenti di religione — ad esempio — reca nel racconto di ser Ciappelletto; di virtú, nella storia dell'Andreuola alla quale si avverò il sogno fosco; dei doveri verso gli amici, nella novella del Saladino. E porge prove di senno ed avvedutezza se dica i casi della figlia al Soldano di Babilonia, goduta in quattro anni da nove uomini e maritata poscia come vergine al re del Garbo, o della Niccolosa che [pg!169] dormí con l'amante mentre sua madre ostessa giacque con altri che con suo marito, o di Lidia che moglie a Nicostrato e amante di Pirro fu sí audace e lasciva.
Questo giovane assennato e osservatore sottile non resta od è lasciato in disparte, come asserisce il Landau, ma anzi è dai compagni avuto quasi tacitamente a capo; ed infatti egli che è primo a novellare, è coronato re dopo tutti, come colui che essendo ultimo potrebbe emendare il difetto degli altri reggenti e novellatori. E re ordina: “Domani ciascuno di voi pensi di ragionare sopra questo, ciò è: di chi liberamente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno ai fatti d'amore, o d'altra cosa„.
Ma se Panfilo, a quando a quando rigido ammonitore, non si abbandona alla licenza onde Dioneo parla, non è però piú castigato di Filostrato, e come lui con voluttuosa compiacenza cede alle lubriche frasi e si spinge alle frasi oscenuccie; e pur predicando “quanto sieno sante, quanto poderose, e di quanto ben piene le forze d'amore, le [pg!170] quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a gran torto„, racconta novelle d'amore poco sante e di poco ben piene: ciò perché Panfilo non deve solo contrapporre la saggezza propria alla leggerezza di Dioneo, ma rallegrare pur egli le belle donne che stanno ad ascoltarlo. Ad esse egli si rivolge ubbidientissimo coi nomi piú dolci, e le chiama amorose e graziose e reverende e dilettose e carissime. Egli per esse e con esse non ha gli ardimenti di Dioneo e gl'impeti di Filostrato; è gentile sempre; è tutto amorevolezza.
III.Neifile,79“non meno di cortesi costumi che di bellezza ornata„, è giovinetta fra le giovani donne: ha diciott'anni, e di fanciulla diciottenne l'irrequietezza e la giocondità, la fede religiosa, la pietà per i forti dolori, l'ammirazione per la potenza d'amore; ha le paure e le audacie: [pg!171] timorosa quando intravvede pericoli alla sua onestà; audace ogni qual volta, per non parere ingenua ed inesperta, vuol mostrarsi a dentro nei misteri dell'amore e nella conoscenza della vita. La irrequietezza dell'animo suo manifesta quand'è fatta regina, proponendo con brevi parole di cambiare di stanza, e comandando prestamente per essere tosto ubbidita e prestamente volendo si ragioni per non perder tempo; né si cura mai di preparare con lunghi preamboli alle sue novelle l'animo di chi l'ascolta. E per le gaie novelle diffonde l'allegrezza che le sale dal cuore: racconta essa di Martellino, che si finge rattratto; di Chichibio cuoco che la paura fa di spirito pronto; di Cecco giocatore che rimane in camicia per via.Niuna delle donne sente come Neifile la pietà religiosa: con la novella di Abraam giudeo essa prova come Dio si “dimostra verità infallibile allorché coloro, che di lui dovrebbero dare testimonianza con le opere buone, fanno il contrario„; con quella di Martellino avverte come male è “beffare quelle cose che sono da riverire„, e tiene [pg!172] fin disposizione di Dio s'ella in alcun giorno deve dar principio ai racconti, e da Dio spera aiuto quand'anche debba narrare le burle di una moglie al marito geloso: poi fatta regina, esorta di attendere nel venerdí e nel sabato, piú tosto che a novelle, a preghiere al Signore.E di che gentile pietà debb'essere capace l'animo suo, se con tanta dolcezza dice il fiero caso di Girolamo che morí a lato all'amata!D'amore parla con quell'entusiasmo e quel timore quasi religioso che è proprio delle giovinette soltanto. L'amore è fatale, ed è impossibile soffocarlo nel cuore in cui si è acceso, e male è il tentare di soffocarlo, ché, o si spegne da sé medesimo, o non si spegnerà mai: “Oh meravigliosa cosa è a pensare quanto sieno difficili ad investigare le forze d'amore„! Ma amore è mite con lei, e di che gioia le sia prodigo ella giovinetta, “tutta letizia nella stagione novella„, confida alla sua fresca canzone e ai fiori cui parla, paragonando il suo innamorato ad un fiore, e ai sospiri che non [pg!173] “aspri e gravi„ ma “soavi e caldi„ le fuggon dal petto. Tale è Neifile; e le paure sue e la sua rattenutezza di fanciulla che ama, palesa fin da principio, nel tempio, quando Pampinea si rallegra per la venuta di Dioneo, di Filostrato e di Panfilo.“Neifile tutta nel viso divenuta per vergogna vermiglia, per ciò che alcuna era di quelle che dall'un de' giovani era amata, disse: Pampinea, per Dio guarda ciò che tu dichi; io conosco assai apertamente niun'altra cosa che tutta buona dir potersi di qualunque s'è l'uno di costoro, e credogli a troppo maggior cosa, che questa non è (ciò è di accompagnarle fuori Firenze), sofficienti, e similmente avviso loro buona compagnia et onesta dover tenere, non che a noi, ma a molto piú belle e piú care che noi non siamo. Ma perciò che assai manifesta cosa è, loro essere d'alcune, che qui ne sono, innamorati, temo che infamia e riprensione, senza nostra colpa o di loro, non ce ne segua, se gli meniamo„.E come vaga e cara quando, coronata [pg!174] regina da Panfilo, diviene rossa in volto e resta smarrita con gli occhi bassi, finché cessa il rumore delle lodi che a lei levano ammirando gli astanti! Pure essa, cosí modesta sino a che Dioneo non inanimisce lei e le altre donne con le lascive novelle e non è indotta ad imitare le compagne, queste poi quasi vince in ardire con la risposta che dà a Filostrato dopo la novella del diavolo messo all'inferno.
Neifile,79“non meno di cortesi costumi che di bellezza ornata„, è giovinetta fra le giovani donne: ha diciott'anni, e di fanciulla diciottenne l'irrequietezza e la giocondità, la fede religiosa, la pietà per i forti dolori, l'ammirazione per la potenza d'amore; ha le paure e le audacie: [pg!171] timorosa quando intravvede pericoli alla sua onestà; audace ogni qual volta, per non parere ingenua ed inesperta, vuol mostrarsi a dentro nei misteri dell'amore e nella conoscenza della vita. La irrequietezza dell'animo suo manifesta quand'è fatta regina, proponendo con brevi parole di cambiare di stanza, e comandando prestamente per essere tosto ubbidita e prestamente volendo si ragioni per non perder tempo; né si cura mai di preparare con lunghi preamboli alle sue novelle l'animo di chi l'ascolta. E per le gaie novelle diffonde l'allegrezza che le sale dal cuore: racconta essa di Martellino, che si finge rattratto; di Chichibio cuoco che la paura fa di spirito pronto; di Cecco giocatore che rimane in camicia per via.
Niuna delle donne sente come Neifile la pietà religiosa: con la novella di Abraam giudeo essa prova come Dio si “dimostra verità infallibile allorché coloro, che di lui dovrebbero dare testimonianza con le opere buone, fanno il contrario„; con quella di Martellino avverte come male è “beffare quelle cose che sono da riverire„, e tiene [pg!172] fin disposizione di Dio s'ella in alcun giorno deve dar principio ai racconti, e da Dio spera aiuto quand'anche debba narrare le burle di una moglie al marito geloso: poi fatta regina, esorta di attendere nel venerdí e nel sabato, piú tosto che a novelle, a preghiere al Signore.
E di che gentile pietà debb'essere capace l'animo suo, se con tanta dolcezza dice il fiero caso di Girolamo che morí a lato all'amata!
D'amore parla con quell'entusiasmo e quel timore quasi religioso che è proprio delle giovinette soltanto. L'amore è fatale, ed è impossibile soffocarlo nel cuore in cui si è acceso, e male è il tentare di soffocarlo, ché, o si spegne da sé medesimo, o non si spegnerà mai: “Oh meravigliosa cosa è a pensare quanto sieno difficili ad investigare le forze d'amore„! Ma amore è mite con lei, e di che gioia le sia prodigo ella giovinetta, “tutta letizia nella stagione novella„, confida alla sua fresca canzone e ai fiori cui parla, paragonando il suo innamorato ad un fiore, e ai sospiri che non [pg!173] “aspri e gravi„ ma “soavi e caldi„ le fuggon dal petto. Tale è Neifile; e le paure sue e la sua rattenutezza di fanciulla che ama, palesa fin da principio, nel tempio, quando Pampinea si rallegra per la venuta di Dioneo, di Filostrato e di Panfilo.
“Neifile tutta nel viso divenuta per vergogna vermiglia, per ciò che alcuna era di quelle che dall'un de' giovani era amata, disse: Pampinea, per Dio guarda ciò che tu dichi; io conosco assai apertamente niun'altra cosa che tutta buona dir potersi di qualunque s'è l'uno di costoro, e credogli a troppo maggior cosa, che questa non è (ciò è di accompagnarle fuori Firenze), sofficienti, e similmente avviso loro buona compagnia et onesta dover tenere, non che a noi, ma a molto piú belle e piú care che noi non siamo. Ma perciò che assai manifesta cosa è, loro essere d'alcune, che qui ne sono, innamorati, temo che infamia e riprensione, senza nostra colpa o di loro, non ce ne segua, se gli meniamo„.
E come vaga e cara quando, coronata [pg!174] regina da Panfilo, diviene rossa in volto e resta smarrita con gli occhi bassi, finché cessa il rumore delle lodi che a lei levano ammirando gli astanti! Pure essa, cosí modesta sino a che Dioneo non inanimisce lei e le altre donne con le lascive novelle e non è indotta ad imitare le compagne, queste poi quasi vince in ardire con la risposta che dà a Filostrato dopo la novella del diavolo messo all'inferno.
IV.Filomena80, “bella e grande della persona e nel viso piú che altra piacevole e ridente„, è piú volte lodata quale discretissima giovane, e la discrezione sua prova subito alla proposta che Pampinea fa di lasciare Firenze, osservando:“Donne, quantunque ciò che ragiona Pampinea, sia ottimamente detto, non è perciò cosí da correre come mostra che [pg!175] voi vogliate fare. Ricordovi che noi siamo tutte femine, e non ce n'ha niuna sí fanciulla, che non possa ben conoscere come le femine sieno ragionate insieme e senza la provedenza d'alcuno uomo si sappiano regolare.„Per questa qualità dell'animo suo ella gode raccontare come giudiziosamente procedé la donna che senza infamia fece il confessore inconsapevole mezzano al suo amore, e come cauti procederono i fratelli di Lisabetta colpevole nell'uccidere il drudo di lei; gode narrare con quale avvedimento madonna Francesca si levò d'addosso due che l'amavano contro al suo piacere, e Beatrice ingannò e fe' bastonare il marito Egano da Ludovico suo amante. Alle novelle premette anch'essa qualche volta osservazioni e consigli, ma al contrario di Pampinea, non parla mai troppo. Né pure al pari d'Emilia e d'Elisa s'accende e s'adira discorrendo de' religiosi, ma a proposito di un confessore burlato, s'accontenta di notare scherzando: “Vo' farvi accorte che eziandio i religiosi, ai quali noi, oltre modo credule, [pg!176] troppa fede prestiamo, possono essere sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcune di noicautamentebeffati.„Questa cura costante di serbare certa misura è in Filomena non solo allorché racconta, ma sempre, in ogni suo atto, in ogni suo discorso. Cosí quand'è coronata regina da Pampinea, vincendo tosto, per non parere melensa, la confusione in cui resta un momento, afferma ai compagni: “Non solo il mio giudizio, ma anche il vostro vo' seguire„; e co 'l tema che ella dà, “qualora non spiaccia„, a svolgere per novelle, toglie ragione cosí di dolore soverchio come di riso smodato: desidera si ragioni di chi “da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine„. E quando dalla dolcezza della canzone in cui lamenta la lontananza del novo amante sarebbe tratta a svelare tutto quanto in passato ha goduto e tutto quanto si ripromette di godere per l'avvenire, presto sa dominarsi:Se egli avvien ch'io mai piú ti tenga,[pg!177]— canta all'amante —Non so s'io sarò scioccaCom'io or fui a lasciarti partire.Io ti terrò, e che può, sí n'avvenga,E della dolce boccaConvien ch'io soddisfaccia al mio desire:D'altro non voglio or dire....Né è a maravigliare se cantando lascia comprendere che del novello e piacevole amore ha sentito piú avanti che la sola vista, poiché la sua non è la riserbatezza d'una affettata modestia; ed ella che a Neifile, sbigottita allorquando Pampinea esorta a prendere per compagni gli amanti di alcune di esse, risponde: “Dov'io onestamente viva, né mi rimorda d'alcuna cosa la coscienza, parli chi vuole in contrario, Iddio e la verità per me l'armi prenderanno„, ella può bene anche arrischiarsi a dire quando accenna al godimento ch'ebbero due amanti una notte: “Prego Iddio per la sua santa misericordia, che a tali notti conduca me e tutte le anime cristiane che voglia ne hanno.„ [pg!178]
Filomena80, “bella e grande della persona e nel viso piú che altra piacevole e ridente„, è piú volte lodata quale discretissima giovane, e la discrezione sua prova subito alla proposta che Pampinea fa di lasciare Firenze, osservando:
“Donne, quantunque ciò che ragiona Pampinea, sia ottimamente detto, non è perciò cosí da correre come mostra che [pg!175] voi vogliate fare. Ricordovi che noi siamo tutte femine, e non ce n'ha niuna sí fanciulla, che non possa ben conoscere come le femine sieno ragionate insieme e senza la provedenza d'alcuno uomo si sappiano regolare.„
Per questa qualità dell'animo suo ella gode raccontare come giudiziosamente procedé la donna che senza infamia fece il confessore inconsapevole mezzano al suo amore, e come cauti procederono i fratelli di Lisabetta colpevole nell'uccidere il drudo di lei; gode narrare con quale avvedimento madonna Francesca si levò d'addosso due che l'amavano contro al suo piacere, e Beatrice ingannò e fe' bastonare il marito Egano da Ludovico suo amante. Alle novelle premette anch'essa qualche volta osservazioni e consigli, ma al contrario di Pampinea, non parla mai troppo. Né pure al pari d'Emilia e d'Elisa s'accende e s'adira discorrendo de' religiosi, ma a proposito di un confessore burlato, s'accontenta di notare scherzando: “Vo' farvi accorte che eziandio i religiosi, ai quali noi, oltre modo credule, [pg!176] troppa fede prestiamo, possono essere sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcune di noicautamentebeffati.„
Questa cura costante di serbare certa misura è in Filomena non solo allorché racconta, ma sempre, in ogni suo atto, in ogni suo discorso. Cosí quand'è coronata regina da Pampinea, vincendo tosto, per non parere melensa, la confusione in cui resta un momento, afferma ai compagni: “Non solo il mio giudizio, ma anche il vostro vo' seguire„; e co 'l tema che ella dà, “qualora non spiaccia„, a svolgere per novelle, toglie ragione cosí di dolore soverchio come di riso smodato: desidera si ragioni di chi “da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine„. E quando dalla dolcezza della canzone in cui lamenta la lontananza del novo amante sarebbe tratta a svelare tutto quanto in passato ha goduto e tutto quanto si ripromette di godere per l'avvenire, presto sa dominarsi:
Se egli avvien ch'io mai piú ti tenga,
Se egli avvien ch'io mai piú ti tenga,
Se egli avvien ch'io mai piú ti tenga,
[pg!177]
— canta all'amante —
Non so s'io sarò scioccaCom'io or fui a lasciarti partire.Io ti terrò, e che può, sí n'avvenga,E della dolce boccaConvien ch'io soddisfaccia al mio desire:D'altro non voglio or dire....
Non so s'io sarò scioccaCom'io or fui a lasciarti partire.Io ti terrò, e che può, sí n'avvenga,E della dolce boccaConvien ch'io soddisfaccia al mio desire:D'altro non voglio or dire....
Non so s'io sarò sciocca
Com'io or fui a lasciarti partire.
Io ti terrò, e che può, sí n'avvenga,
E della dolce bocca
Convien ch'io soddisfaccia al mio desire:
D'altro non voglio or dire....
Né è a maravigliare se cantando lascia comprendere che del novello e piacevole amore ha sentito piú avanti che la sola vista, poiché la sua non è la riserbatezza d'una affettata modestia; ed ella che a Neifile, sbigottita allorquando Pampinea esorta a prendere per compagni gli amanti di alcune di esse, risponde: “Dov'io onestamente viva, né mi rimorda d'alcuna cosa la coscienza, parli chi vuole in contrario, Iddio e la verità per me l'armi prenderanno„, ella può bene anche arrischiarsi a dire quando accenna al godimento ch'ebbero due amanti una notte: “Prego Iddio per la sua santa misericordia, che a tali notti conduca me e tutte le anime cristiane che voglia ne hanno.„ [pg!178]
V.Dioneo re del drappelloLe Grazie afflisse....Dioneo81, che il Boccaccio animò della franchezza, della vivacità, dell'ardore suo proprio, meglio che il re è l'anima del drappello.— “Fra voi tutte, discretissime e moderate, io, qual sento anzi dello scemo che no, facendo la vostra virtú piú lucente col mio difetto, piú vi debbo esser caro che se con piú valore quella facessi divenir piú oscura.....„ — dice egli, umile e carezzevole, alle belle donne innanzi di raccontare l'ultima sua novella, quasi che loro non fosse piaciuto subito il primo giorno in cui uscito di Firenze con esse ad esse dichiarò: — “Io non so quello che de' vostri pensieri voi v'intendete di fare; li miei lasciai dentro dalle porte della città..... E per ciò voi a sollazzare et a ridere et a cantare con meco [pg!179] insieme vi disponete (tanto dico quanto alla vostra dignità s'appartiene), o voi mi licenziate che io per li miei pensieri mi ritorni a starmi nella città tribolata.„ — Però a movere la temperata allegria di Panfilo, ad animare l'allegria che Filostrato trova a fatica, ad assicurare l'allegria delle donne spesso dubitanti, egli apporta la schietta ardita irresistibile allegria dell'animo suo.Ma all'occasione, e specie allorché le donne stimano proterva e temeraria la licenza del suo parlare, e temono per la loro onestà, Dioneo, non piú scemo, dimostra com'esse s'ingannino se credono ch'ei non sia capace di pensare e sentire nobilmente. Cosí se desidera che presto finiscano le dolorose novelle di cui Filostrato si compiace, è perché non solo alle donne, ma anche a lui “le miserie degl'infelici amanti contristano gli occhi ed il petto„; e se, fatto re, dà al novellare un tema che pare troppo arrischiato, egli prova che non deve pentirsi d'averlo scelto. — “Donne, io conosco ciò che io ho imposto, non meno che facciate voi, e da imporlo non mi poté [pg!180] istornare quello che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e gli uomini e le donne d'operar disonestamente, ogni ragionare è conceduto... La vostra brigata, dal primo dí infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia, non mi pare che in atto alcuno si sia maculata, né si maculerà, collo aiuto di Dio...... Et a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che voi in ciò foste colpevoli, e perciò ragionare non ne voleste„. — E questo giovane che affligge le Grazie narrando di Paganino da Monaco e di Alibech, di Pietro di Vinciolo e dell'incantesimo della cavalla, allorché l'oscenità gli sfugge, “arrossa un po' per vergogna„ e gli dispiace d'“esser troppo bene compreso„. Ma le donne, “rosse nel viso, l'una all'altra guardando, appena dal ridere potendosi astenere, l'ascoltano sogghignando„; e ad esse è caro: Lauretta canta con lui, ed egli accompagna co 'l liuto il canto d'Emilia, e da Filomena regina ottiene una grazia; onde Fiammetta è gelosa. [pg!181] Ride Dioneo della gelosia di lei e per gelosia non soffre egli; non troverebbe anzi nel suo amore ragione alcuna di rammaricarsi se, tant'è ardente il suo affetto, non lo turbasse il timore che l'amata Fiammetta non conosca bene l'alto suo desio e la sua intera fede......... non so ben, se 'ntero è conosciutoL'alto disio che messo m'hai nel petto,(dice ad Amore)Né la mia intera fede,Da costei, che possiedeSí la mia mente, che io non torreiPace fuor che da essa, né vorrei.Perch'io ti prego, dolce signor mio.Che gliel dimostri, e facciale sentireAlquanto del tuo focoIn servigio di me; ché vedi ch'ioGià mi consumo amando e nel martireMi sfaccio a poco a poco.....
Dioneo re del drappelloLe Grazie afflisse....
Dioneo re del drappelloLe Grazie afflisse....
Dioneo re del drappello
Le Grazie afflisse....
Dioneo81, che il Boccaccio animò della franchezza, della vivacità, dell'ardore suo proprio, meglio che il re è l'anima del drappello.
— “Fra voi tutte, discretissime e moderate, io, qual sento anzi dello scemo che no, facendo la vostra virtú piú lucente col mio difetto, piú vi debbo esser caro che se con piú valore quella facessi divenir piú oscura.....„ — dice egli, umile e carezzevole, alle belle donne innanzi di raccontare l'ultima sua novella, quasi che loro non fosse piaciuto subito il primo giorno in cui uscito di Firenze con esse ad esse dichiarò: — “Io non so quello che de' vostri pensieri voi v'intendete di fare; li miei lasciai dentro dalle porte della città..... E per ciò voi a sollazzare et a ridere et a cantare con meco [pg!179] insieme vi disponete (tanto dico quanto alla vostra dignità s'appartiene), o voi mi licenziate che io per li miei pensieri mi ritorni a starmi nella città tribolata.„ — Però a movere la temperata allegria di Panfilo, ad animare l'allegria che Filostrato trova a fatica, ad assicurare l'allegria delle donne spesso dubitanti, egli apporta la schietta ardita irresistibile allegria dell'animo suo.
Ma all'occasione, e specie allorché le donne stimano proterva e temeraria la licenza del suo parlare, e temono per la loro onestà, Dioneo, non piú scemo, dimostra com'esse s'ingannino se credono ch'ei non sia capace di pensare e sentire nobilmente. Cosí se desidera che presto finiscano le dolorose novelle di cui Filostrato si compiace, è perché non solo alle donne, ma anche a lui “le miserie degl'infelici amanti contristano gli occhi ed il petto„; e se, fatto re, dà al novellare un tema che pare troppo arrischiato, egli prova che non deve pentirsi d'averlo scelto. — “Donne, io conosco ciò che io ho imposto, non meno che facciate voi, e da imporlo non mi poté [pg!180] istornare quello che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e gli uomini e le donne d'operar disonestamente, ogni ragionare è conceduto... La vostra brigata, dal primo dí infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia, non mi pare che in atto alcuno si sia maculata, né si maculerà, collo aiuto di Dio...... Et a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che voi in ciò foste colpevoli, e perciò ragionare non ne voleste„. — E questo giovane che affligge le Grazie narrando di Paganino da Monaco e di Alibech, di Pietro di Vinciolo e dell'incantesimo della cavalla, allorché l'oscenità gli sfugge, “arrossa un po' per vergogna„ e gli dispiace d'“esser troppo bene compreso„. Ma le donne, “rosse nel viso, l'una all'altra guardando, appena dal ridere potendosi astenere, l'ascoltano sogghignando„; e ad esse è caro: Lauretta canta con lui, ed egli accompagna co 'l liuto il canto d'Emilia, e da Filomena regina ottiene una grazia; onde Fiammetta è gelosa. [pg!181] Ride Dioneo della gelosia di lei e per gelosia non soffre egli; non troverebbe anzi nel suo amore ragione alcuna di rammaricarsi se, tant'è ardente il suo affetto, non lo turbasse il timore che l'amata Fiammetta non conosca bene l'alto suo desio e la sua intera fede.
........ non so ben, se 'ntero è conosciutoL'alto disio che messo m'hai nel petto,
........ non so ben, se 'ntero è conosciutoL'alto disio che messo m'hai nel petto,
........ non so ben, se 'ntero è conosciuto
L'alto disio che messo m'hai nel petto,
(dice ad Amore)
Né la mia intera fede,Da costei, che possiedeSí la mia mente, che io non torreiPace fuor che da essa, né vorrei.Perch'io ti prego, dolce signor mio.Che gliel dimostri, e facciale sentireAlquanto del tuo focoIn servigio di me; ché vedi ch'ioGià mi consumo amando e nel martireMi sfaccio a poco a poco.....
Né la mia intera fede,Da costei, che possiedeSí la mia mente, che io non torreiPace fuor che da essa, né vorrei.Perch'io ti prego, dolce signor mio.Che gliel dimostri, e facciale sentireAlquanto del tuo focoIn servigio di me; ché vedi ch'ioGià mi consumo amando e nel martireMi sfaccio a poco a poco.....
Né la mia intera fede,Da costei, che possiedeSí la mia mente, che io non torreiPace fuor che da essa, né vorrei.
Né la mia intera fede,
Da costei, che possiede
Sí la mia mente, che io non torrei
Pace fuor che da essa, né vorrei.
Perch'io ti prego, dolce signor mio.
Che gliel dimostri, e facciale sentireAlquanto del tuo focoIn servigio di me; ché vedi ch'ioGià mi consumo amando e nel martireMi sfaccio a poco a poco.....
Che gliel dimostri, e facciale sentire
Alquanto del tuo foco
In servigio di me; ché vedi ch'io
Già mi consumo amando e nel martire
Mi sfaccio a poco a poco.....
VI.Fiammetta, “i cui capelli eran crespi, lunghi e d'oro, e sopra li candidi e delicati omeri ricadenti, et il viso ritondetto con un [pg!182] colore vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati, tutto splendido, con due occhi in testa che parevan d'un falcon pellegrino, e con una boccuccia piccolina le cui labbra parevan due rubinetti„, Fiammetta, quale vive nelDecamerone, ha pure tutta la leggiadria regale della donna che nelFilocopopresiede alla brigata intesa a risolvere le difficili questioni della scienza d'amore; ha pure la grazia della ninfa che “con atti d'autorità pieni, lieta e ridente„ narra nell'Ametocome si concedette all'affetto di Galeone, e pur ha non poco della donna appassionata e gelosa che nel doloroso romanzo si strugge per l'abbandono del suo Panfilo.Non piú fidente giovinetta quale è Neifile, ella sa “come Amore vince tutte le cose„, e canta e lamenta:...... perciò ch'io m'avveggioChe altre donne savie son com'io,I' triemo di paura,E pur credendo il peggio,Di quello avviso in altre esser disio,Ch'a me l'anima fura (cioè del suo amante);E cosí quel che m'è somma ventura,[pg!183]Mi fa isconsolataSospirar forte e stare in vita ria.Se io sentissi fedeNel mio signor, quant'io sento valore,Gelosa non sarei......Ma tra le amiche delDecameroneella riesce ad attutire il tormento della gelosia e a scacciarne il cupo pensiero, e narra di cortesie e d'amori, lieta in viso e ridente come tra le compagne dell'Ameto. E ricorda: “Noi siam qui per aver festa, e buon tempo.„ Via dunque ogni cagione di dispiacere! — e pur raccontando di Tancredi ella è mal disposta al tema dato da Filostrato; — via tutto ciò che possa inacerbire gli spiriti! — e dopo la novella dello scolare, la cui severità ha trafitta lei e le compagne, osservando prima come la vendetta non dev'essere soprabbondante, narra l'allegra istoria dei due che si accomunarono le mogli —; via anche ciò che possa muovere leggermente ad ira! — e la decima giornata, quando nella nobile gara di chi narri azioni piú nobili, gli animi delle compagne s'accendono disputando, essa innanzi di dire la sua novella ammonisce: “Splendide [pg!184] donne, io fui sempre in opinione che nelle brigate come la nostra è, si dovesse sí largamente ragionare che la troppa strettezza della intenzione delle cose dette non fosse altrui materia di disputare. Il che molto piú si conviene nelle scuole tra gli studianti che tra noi, le quali appena alla rócca et al fuso bastiamo.„Cosí Fiammetta, dopo le tristi, dà tema alle felici novelle: “Ciò che ad alcuno amante dopo fieri o sventurati accidenti felicemente avvenisse.„ D'amore ogni suo pensiero, e amore è la sua vita; né fa commento alcuno a quello che racconta se non per consigliare chi ama o chi è per amare.Al modo stesso che nelFilocoporisolve la questione di Pola, se piú alta debba essere la condizione dell'amata o dell'amante, asserendo che “quantunque la donna sia ricca, grande e nobile piú che 'l giovane in qualunque grado, o dignità si sia, ella deggia piú tosto dal giovane essere amata, che quella che alcuna cosa ha meno di lui„, facendosi a narrare la prima novella delDecameroneafferma: “Quanto negli uomini [pg!185] è gran senno il cercar d'amar sempre donna di piú alto lignaggio ch'egli non è, cosí nelle donne è grandissimo avvedimento il sapersi guardare dal prendersi dallo amore di maggiore uomo ch'ella non è.„ — Bene dunque Fiammetta figlia di re e Dioneo figlio di mercante fiorentino possono amarsi e di amore pari a quello di messer Guglielmo e della dama di Vergiú, dei quali cantano insieme le gioie e gli affanni.
Fiammetta, “i cui capelli eran crespi, lunghi e d'oro, e sopra li candidi e delicati omeri ricadenti, et il viso ritondetto con un [pg!182] colore vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati, tutto splendido, con due occhi in testa che parevan d'un falcon pellegrino, e con una boccuccia piccolina le cui labbra parevan due rubinetti„, Fiammetta, quale vive nelDecamerone, ha pure tutta la leggiadria regale della donna che nelFilocopopresiede alla brigata intesa a risolvere le difficili questioni della scienza d'amore; ha pure la grazia della ninfa che “con atti d'autorità pieni, lieta e ridente„ narra nell'Ametocome si concedette all'affetto di Galeone, e pur ha non poco della donna appassionata e gelosa che nel doloroso romanzo si strugge per l'abbandono del suo Panfilo.
Non piú fidente giovinetta quale è Neifile, ella sa “come Amore vince tutte le cose„, e canta e lamenta:
...... perciò ch'io m'avveggioChe altre donne savie son com'io,I' triemo di paura,E pur credendo il peggio,Di quello avviso in altre esser disio,Ch'a me l'anima fura (cioè del suo amante);E cosí quel che m'è somma ventura,[pg!183]Mi fa isconsolataSospirar forte e stare in vita ria.Se io sentissi fedeNel mio signor, quant'io sento valore,Gelosa non sarei......
...... perciò ch'io m'avveggioChe altre donne savie son com'io,I' triemo di paura,E pur credendo il peggio,Di quello avviso in altre esser disio,Ch'a me l'anima fura (cioè del suo amante);E cosí quel che m'è somma ventura,[pg!183]Mi fa isconsolataSospirar forte e stare in vita ria.Se io sentissi fedeNel mio signor, quant'io sento valore,Gelosa non sarei......
...... perciò ch'io m'avveggio
...... perciò ch'io m'avveggio
Che altre donne savie son com'io,
I' triemo di paura,
E pur credendo il peggio,
Di quello avviso in altre esser disio,
Ch'a me l'anima fura (cioè del suo amante);
E cosí quel che m'è somma ventura,
[pg!183]
Mi fa isconsolataSospirar forte e stare in vita ria.
Mi fa isconsolata
Sospirar forte e stare in vita ria.
Se io sentissi fede
Nel mio signor, quant'io sento valore,Gelosa non sarei......
Nel mio signor, quant'io sento valore,
Gelosa non sarei......
Ma tra le amiche delDecameroneella riesce ad attutire il tormento della gelosia e a scacciarne il cupo pensiero, e narra di cortesie e d'amori, lieta in viso e ridente come tra le compagne dell'Ameto. E ricorda: “Noi siam qui per aver festa, e buon tempo.„ Via dunque ogni cagione di dispiacere! — e pur raccontando di Tancredi ella è mal disposta al tema dato da Filostrato; — via tutto ciò che possa inacerbire gli spiriti! — e dopo la novella dello scolare, la cui severità ha trafitta lei e le compagne, osservando prima come la vendetta non dev'essere soprabbondante, narra l'allegra istoria dei due che si accomunarono le mogli —; via anche ciò che possa muovere leggermente ad ira! — e la decima giornata, quando nella nobile gara di chi narri azioni piú nobili, gli animi delle compagne s'accendono disputando, essa innanzi di dire la sua novella ammonisce: “Splendide [pg!184] donne, io fui sempre in opinione che nelle brigate come la nostra è, si dovesse sí largamente ragionare che la troppa strettezza della intenzione delle cose dette non fosse altrui materia di disputare. Il che molto piú si conviene nelle scuole tra gli studianti che tra noi, le quali appena alla rócca et al fuso bastiamo.„
Cosí Fiammetta, dopo le tristi, dà tema alle felici novelle: “Ciò che ad alcuno amante dopo fieri o sventurati accidenti felicemente avvenisse.„ D'amore ogni suo pensiero, e amore è la sua vita; né fa commento alcuno a quello che racconta se non per consigliare chi ama o chi è per amare.
Al modo stesso che nelFilocoporisolve la questione di Pola, se piú alta debba essere la condizione dell'amata o dell'amante, asserendo che “quantunque la donna sia ricca, grande e nobile piú che 'l giovane in qualunque grado, o dignità si sia, ella deggia piú tosto dal giovane essere amata, che quella che alcuna cosa ha meno di lui„, facendosi a narrare la prima novella delDecameroneafferma: “Quanto negli uomini [pg!185] è gran senno il cercar d'amar sempre donna di piú alto lignaggio ch'egli non è, cosí nelle donne è grandissimo avvedimento il sapersi guardare dal prendersi dallo amore di maggiore uomo ch'ella non è.„ — Bene dunque Fiammetta figlia di re e Dioneo figlio di mercante fiorentino possono amarsi e di amore pari a quello di messer Guglielmo e della dama di Vergiú, dei quali cantano insieme le gioie e gli affanni.
VII.Emilia82non imita Pampinea considerando le passioni umane e i casi della vita e traendo dalle considerazioni sue ammaestramenti utili e morali; non ostenta la prudenza e la discrezione di Filomena, e come mostra di non comprendere dolori quali sono quelli di Lauretta e di Elisa, vorrebbe far credere di non curare godimenti quali sono quelli che consolarono e consolano Fiammetta e Neifile: per arte di seduzione [pg!186] vuole persuadere che dall'amore di sé deriva un piacere di cui nulla e nessuno la può privare, e sí fatto che ad altro amore non pensa e d'altro amore non ha né pur coscienza d'aver desiderio:Io son sí vaga della mia bellezza,Che d'altro amor giammaiNon curerò, né credo aver vaghezza.Civettuola! Non s'avvede poi che con l'impeto onde magnifica il prepotente amore della Simona accerta che non le dispiacerebbe punto di essere risottomessa alla forza di quella passione di cui si vanta ribelle, né, per quanto astuta, s'invigila sempre in guisa da non tradire talvolta un desiderio o i ricordi: cosí, nella sesta giornata còlta in distrazione da Elisa regina deve pur confessare “soffiando non altrimenti che se da dormir si levasse, che un lungo pensiero molto l'ha tenuta lontana.„ Ma, del resto, quale spontanea e graziosa vivacità e franchezza nel suo carattere! Canta prima di tutte e quando racconta è impossibile dimenticarsi che lei sola può parlare in quel modo; e però lo scrittore [pg!187] lascia che per sé medesima si faccia conoscere, e si cura solo d'avvertire innanzi la sua prima novella ch'essa narrabaldanzosamentee di ripetere innanzi alla decima, l'ultima — quasi ad imprimere meglio il carattere di lei ripetendo la parola la quale ne raccoglie l'intera espressione — “che prese a raccontarebaldanzosamente, quasi di dire desiderosa.„Di novellare desiderosa non si perde in preamboli. Rapida sempre, alle volte è incisiva nel suo discorrere, e ne' suoi racconti quasi sempre è un personaggio che dell'animo suo ha l'ardimento e la forza: però sembra di comprendere la compiacenza di lei quando narra l'animosa difesa di Giannotto in conspetto a Corrado, o la veemenza con cui Tebaldo in conspetto alla amata donna maledice ai preti ed ai frati, dei quali ancora non bisogna perdonare le ingiurie, o la fierezza di madonna Dianora in presenza al barone amante e la fortezza con cui ella sostiene la pena che la sua stessa baldanza le ha procurata.Dunque bene Dioneo si rivolge a lei affinché, [pg!188] date a narrare le burle che le mogli fanno ai mariti, tolga ogni titubanza alle compagne cominciando per prima i racconti dei ridevoli casi con la libertà delle frasi ridevoli, e bene Emilia, che male “si restringe sotto qualunque giogo„, fatta regina, lascia, “come buoi al prato„, le compagne libere al tema.
Emilia82non imita Pampinea considerando le passioni umane e i casi della vita e traendo dalle considerazioni sue ammaestramenti utili e morali; non ostenta la prudenza e la discrezione di Filomena, e come mostra di non comprendere dolori quali sono quelli di Lauretta e di Elisa, vorrebbe far credere di non curare godimenti quali sono quelli che consolarono e consolano Fiammetta e Neifile: per arte di seduzione [pg!186] vuole persuadere che dall'amore di sé deriva un piacere di cui nulla e nessuno la può privare, e sí fatto che ad altro amore non pensa e d'altro amore non ha né pur coscienza d'aver desiderio:
Io son sí vaga della mia bellezza,Che d'altro amor giammaiNon curerò, né credo aver vaghezza.
Io son sí vaga della mia bellezza,Che d'altro amor giammaiNon curerò, né credo aver vaghezza.
Io son sí vaga della mia bellezza,
Che d'altro amor giammaiNon curerò, né credo aver vaghezza.
Che d'altro amor giammai
Non curerò, né credo aver vaghezza.
Civettuola! Non s'avvede poi che con l'impeto onde magnifica il prepotente amore della Simona accerta che non le dispiacerebbe punto di essere risottomessa alla forza di quella passione di cui si vanta ribelle, né, per quanto astuta, s'invigila sempre in guisa da non tradire talvolta un desiderio o i ricordi: cosí, nella sesta giornata còlta in distrazione da Elisa regina deve pur confessare “soffiando non altrimenti che se da dormir si levasse, che un lungo pensiero molto l'ha tenuta lontana.„ Ma, del resto, quale spontanea e graziosa vivacità e franchezza nel suo carattere! Canta prima di tutte e quando racconta è impossibile dimenticarsi che lei sola può parlare in quel modo; e però lo scrittore [pg!187] lascia che per sé medesima si faccia conoscere, e si cura solo d'avvertire innanzi la sua prima novella ch'essa narrabaldanzosamentee di ripetere innanzi alla decima, l'ultima — quasi ad imprimere meglio il carattere di lei ripetendo la parola la quale ne raccoglie l'intera espressione — “che prese a raccontarebaldanzosamente, quasi di dire desiderosa.„
Di novellare desiderosa non si perde in preamboli. Rapida sempre, alle volte è incisiva nel suo discorrere, e ne' suoi racconti quasi sempre è un personaggio che dell'animo suo ha l'ardimento e la forza: però sembra di comprendere la compiacenza di lei quando narra l'animosa difesa di Giannotto in conspetto a Corrado, o la veemenza con cui Tebaldo in conspetto alla amata donna maledice ai preti ed ai frati, dei quali ancora non bisogna perdonare le ingiurie, o la fierezza di madonna Dianora in presenza al barone amante e la fortezza con cui ella sostiene la pena che la sua stessa baldanza le ha procurata.
Dunque bene Dioneo si rivolge a lei affinché, [pg!188] date a narrare le burle che le mogli fanno ai mariti, tolga ogni titubanza alle compagne cominciando per prima i racconti dei ridevoli casi con la libertà delle frasi ridevoli, e bene Emilia, che male “si restringe sotto qualunque giogo„, fatta regina, lascia, “come buoi al prato„, le compagne libere al tema.
VIII.Filostrato“tanto viene a dire quanto uomo vinto ed abbattuto da amore„83. E di Troilo — il carattere del quale è forse il piú bello delFilostrato— non fu mal detto: “Natura ardentissima, non conosce né patria né religione: non ama e non vede che Griseida. Quasi ogni giorno si slancia animoso nel campo dei Greci in cerca di gloria per illustrarsi agli occhi della sua bella. È l'amore che lo rende eroe.84„ Troilo, non piú eroe di poema, ma ancora spirito ardente, nato per combattere e per soffrire, [pg!189] rivive di vita reale nella lieta compagnia delDecamerone.Quando è coronato re dice alle donne: “Amorose donne, per la mia disavventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d'alcuna di voi stato sono ad amor soggetto; né l'essere umile, né l'essere ubbidiente, né il seguirlo in ciò che permes'è conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi, m'è valuto, ch'io prima per altro abbandonato, e poi non sia sempre di male in peggio andato: e cosí credo che io andrò di qui alla morte.„ E a lui piace si ragioni di coloro “li cui amori ebbero infelice fine.„ Pur mentre le novelle si svolgono fiere tutte, tranne quella di Pampinea, come il suo amore, egli cade in profondi pensieri e al terminare di esse esprime con lamentevoli parole e con rigidi atti com'egli per amore arda e soffra, e ogni ora “mille morti senta, né per tutte quelle una sola particella di diletto gli sia data.„ Cosí quando, vinto ed abbattuto dalla passione, nella canzone ch'egli canta per volere di Fiammetta regina invoca la morte, non esagerato, [pg!190] non inverosimile, ci sembra il suo dolore.Null'altra via, niun altro confortoMi resta piú che morte alle mie doglie:Dàllami dunque omai,Pon fine, Amor, con essa alli miei guaiE 'l cor di vita sí misera spoglia......Quale è la donna nel cui viso, allora che Filostrato resta di cantare, appare il rossore della colpa e del rimorso? Le tenebre della sopravvenuta notte nascondono quel rossore, né io so distinguer tra le sette giovani colei ch'è traditrice e crudele. Emilia, la quale potrebbe per la leggerezza sua aver somiglianza con la Griseida delFilostrato, non parmi, poiché ella asserisce che “amare merita piú tosto diletto che afflizione a lungo andare„; non Lauretta, cui non possono riferirsi le parole di Filostrato:Fa costei lieta, morend'io, signore,Come l'hai fatta di nuovo amadore;giacché Lauretta rimpiange un morto amante e vive malcontenta di lui che l'ama al presente. Forse è Filomena, la discreta Filomena, [pg!191] che le compagne invidiano appunto pe'l “nuovo e piacevole amore.„Avvertito da Fiammetta che non gli è concesso di rattristare troppo a lungo gli altri con i suoi travagli, dopo la quarta giornata il giovane, infelice chiede perdono alle gaie donne e si propone di ridere e di muovere a riso. Però narra la novella dell'usignolo che fu preso dalla figlia, di Ricciardo Manardi, e di Filippa adultera che si liberò con un motto della pena di morte, e di Peronella, e di Calandrino pregno, e del giudice cui furono tolte le brache: torna la fierezza e la nobiltà dell'animo suo a dominare la stupenda novella di Mitridanes e Natan.
Filostrato“tanto viene a dire quanto uomo vinto ed abbattuto da amore„83. E di Troilo — il carattere del quale è forse il piú bello delFilostrato— non fu mal detto: “Natura ardentissima, non conosce né patria né religione: non ama e non vede che Griseida. Quasi ogni giorno si slancia animoso nel campo dei Greci in cerca di gloria per illustrarsi agli occhi della sua bella. È l'amore che lo rende eroe.84„ Troilo, non piú eroe di poema, ma ancora spirito ardente, nato per combattere e per soffrire, [pg!189] rivive di vita reale nella lieta compagnia delDecamerone.
Quando è coronato re dice alle donne: “Amorose donne, per la mia disavventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d'alcuna di voi stato sono ad amor soggetto; né l'essere umile, né l'essere ubbidiente, né il seguirlo in ciò che permes'è conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi, m'è valuto, ch'io prima per altro abbandonato, e poi non sia sempre di male in peggio andato: e cosí credo che io andrò di qui alla morte.„ E a lui piace si ragioni di coloro “li cui amori ebbero infelice fine.„ Pur mentre le novelle si svolgono fiere tutte, tranne quella di Pampinea, come il suo amore, egli cade in profondi pensieri e al terminare di esse esprime con lamentevoli parole e con rigidi atti com'egli per amore arda e soffra, e ogni ora “mille morti senta, né per tutte quelle una sola particella di diletto gli sia data.„ Cosí quando, vinto ed abbattuto dalla passione, nella canzone ch'egli canta per volere di Fiammetta regina invoca la morte, non esagerato, [pg!190] non inverosimile, ci sembra il suo dolore.
Null'altra via, niun altro confortoMi resta piú che morte alle mie doglie:Dàllami dunque omai,Pon fine, Amor, con essa alli miei guaiE 'l cor di vita sí misera spoglia......
Null'altra via, niun altro confortoMi resta piú che morte alle mie doglie:Dàllami dunque omai,Pon fine, Amor, con essa alli miei guaiE 'l cor di vita sí misera spoglia......
Null'altra via, niun altro conforto
Mi resta piú che morte alle mie doglie:
Dàllami dunque omai,
Pon fine, Amor, con essa alli miei guai
E 'l cor di vita sí misera spoglia......
Quale è la donna nel cui viso, allora che Filostrato resta di cantare, appare il rossore della colpa e del rimorso? Le tenebre della sopravvenuta notte nascondono quel rossore, né io so distinguer tra le sette giovani colei ch'è traditrice e crudele. Emilia, la quale potrebbe per la leggerezza sua aver somiglianza con la Griseida delFilostrato, non parmi, poiché ella asserisce che “amare merita piú tosto diletto che afflizione a lungo andare„; non Lauretta, cui non possono riferirsi le parole di Filostrato:
Fa costei lieta, morend'io, signore,Come l'hai fatta di nuovo amadore;
Fa costei lieta, morend'io, signore,Come l'hai fatta di nuovo amadore;
Fa costei lieta, morend'io, signore,
Come l'hai fatta di nuovo amadore;
giacché Lauretta rimpiange un morto amante e vive malcontenta di lui che l'ama al presente. Forse è Filomena, la discreta Filomena, [pg!191] che le compagne invidiano appunto pe'l “nuovo e piacevole amore.„
Avvertito da Fiammetta che non gli è concesso di rattristare troppo a lungo gli altri con i suoi travagli, dopo la quarta giornata il giovane, infelice chiede perdono alle gaie donne e si propone di ridere e di muovere a riso. Però narra la novella dell'usignolo che fu preso dalla figlia, di Ricciardo Manardi, e di Filippa adultera che si liberò con un motto della pena di morte, e di Peronella, e di Calandrino pregno, e del giudice cui furono tolte le brache: torna la fierezza e la nobiltà dell'animo suo a dominare la stupenda novella di Mitridanes e Natan.
IX.Lauretta85allorquando si prepara alla novella di Landolfo Ruffolo, la quale benché contenga grandi miserie ha “splendida riuscita„, si rivolge agli ascoltanti con [pg!192] queste parole: “Ben so che pure a quelle miserie avendo riguardo, con minor diligenza fia la mia udita, ma altro non potendo, sarò scusata.„ E quando Filostrato re le chiede di cantare: “Signor mio — risponde —, delle altrui canzoni io non so, né delle mie alcune n'ho alla mente che sia conveniente a sí lieta brigata: se voi di quelle che io ho volete, io dirò volontieri.„Ella parla in tono umile e accarezza con molte lodi le compagne, in ispecie la piú ardimentosa, Emilia; è timida e, per abitudine, dolcissima; eppure in udirla affidare quello che pensa e sente di sé alla sua canzone apparirebbe tutt'altra.Niuna sconsolataDi dolersi ha quant'io,Che 'n van sospiro lassa innamorata.Colui che muove il cielo ed ogni stellaMi fece a suo dilettoVaga, leggiadra, graziosa e bella,Per dar qua giú ad ogni alto intellettoAlcun segno di quellaBiltà, che sempre a lui sta nel cospetto;Et il mortal difetto,Come mal conosciuta,Non mi gradisce, anzi m'ha disperata.[pg!193]E, seguitando, dal ricordo del morto amante che......... volentieriGiovinettalapreseNelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,tratta a considerare la presunzione e la fierezza del suo innamorato che di lei è geloso a torto, s'abbandona al dolore e all'ira ed esclama:........ io lassa quasi mi dispero,Cognoscendo per vero,Per ben di molti al mondoVenuta, da uno essere occupata.Io maledico la mia sventura,Quando, per mutar veste,Sí, dissi mai..........E rimpiange la vita oscura e l'oscuro amore d'un tempo, e prega l'amico, il quale ella ha in Cielo, che ridivenga pietoso di lei e da Dio le impetri di andare a lui.Dal contrasto tra la franca e sdegnosa sincerità di questa canzone, per cui alcuno della compagnia ripensa maligno il detto milanese “meglio un buon porco che una bella tosa„, e la dolce e timida umiltà dei [pg!194] suoi discorsi, Lauretta sorge su viva, mirabilmente. Non è in essa il tipo della donna che loda gli altri sperando a sé guiderdone di lodi maggiori, e innanzi agli altri si umilia bramando la levino essi a grande stima, finché, nel timore di essere disprezzata e nella certezza di non essere da quello stesso che ama pregiata sí come merita, caccia l'usata modestia ed incolpando la tristezza altrui, accesa d'ira e cieca di orgoglio, esagera le proprie virtú? Impeti questi di animo debole; ed essa è infatti cosí debole che adiratasi, se ne pente, e per riaversi d'ogni cattivo giudizio, il giorno dopo si pone a considerare negli altri il proprio difetto e i danni partoriti dall'ira, e cerca scusarsi scusando la fragilità femminile: “...... Se ragguardar vorremo, vedremo che il fuoco di sua natura piú tosto nelle leggiere e morbide cose s'apprende, che nelle dure e piú gravanti; e noi pur siamo (non l'abbiano gli uomini a male) piú delicate che essi non sono e molto piú mobili.„Mobile ad ogni affetto, essa finisce la novella di Tofano esclamando: “E viva amore, [pg!195] e muoia soldo e tutta la brigata!„, con commozione di gioia pari a quella d'entusiasmo con cui l'incomincia: “O Amore, chenti e quali sono le tue forze! chenti i consigli, e chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli dimostramenti che fai tu subitanei a chi seguita le tue orme?....„Tale, s'io l'ho ben veduta, è Lauretta.
Lauretta85allorquando si prepara alla novella di Landolfo Ruffolo, la quale benché contenga grandi miserie ha “splendida riuscita„, si rivolge agli ascoltanti con [pg!192] queste parole: “Ben so che pure a quelle miserie avendo riguardo, con minor diligenza fia la mia udita, ma altro non potendo, sarò scusata.„ E quando Filostrato re le chiede di cantare: “Signor mio — risponde —, delle altrui canzoni io non so, né delle mie alcune n'ho alla mente che sia conveniente a sí lieta brigata: se voi di quelle che io ho volete, io dirò volontieri.„
Ella parla in tono umile e accarezza con molte lodi le compagne, in ispecie la piú ardimentosa, Emilia; è timida e, per abitudine, dolcissima; eppure in udirla affidare quello che pensa e sente di sé alla sua canzone apparirebbe tutt'altra.
Niuna sconsolataDi dolersi ha quant'io,Che 'n van sospiro lassa innamorata.Colui che muove il cielo ed ogni stellaMi fece a suo dilettoVaga, leggiadra, graziosa e bella,Per dar qua giú ad ogni alto intellettoAlcun segno di quellaBiltà, che sempre a lui sta nel cospetto;Et il mortal difetto,Come mal conosciuta,Non mi gradisce, anzi m'ha disperata.
Niuna sconsolataDi dolersi ha quant'io,Che 'n van sospiro lassa innamorata.Colui che muove il cielo ed ogni stellaMi fece a suo dilettoVaga, leggiadra, graziosa e bella,Per dar qua giú ad ogni alto intellettoAlcun segno di quellaBiltà, che sempre a lui sta nel cospetto;Et il mortal difetto,Come mal conosciuta,Non mi gradisce, anzi m'ha disperata.
Niuna sconsolata
Di dolersi ha quant'io,Che 'n van sospiro lassa innamorata.
Di dolersi ha quant'io,
Che 'n van sospiro lassa innamorata.
Colui che muove il cielo ed ogni stella
Mi fece a suo dilettoVaga, leggiadra, graziosa e bella,Per dar qua giú ad ogni alto intellettoAlcun segno di quellaBiltà, che sempre a lui sta nel cospetto;Et il mortal difetto,Come mal conosciuta,Non mi gradisce, anzi m'ha disperata.
Mi fece a suo diletto
Vaga, leggiadra, graziosa e bella,
Per dar qua giú ad ogni alto intelletto
Alcun segno di quella
Biltà, che sempre a lui sta nel cospetto;
Et il mortal difetto,
Come mal conosciuta,
Non mi gradisce, anzi m'ha disperata.
[pg!193]
E, seguitando, dal ricordo del morto amante che
......... volentieriGiovinettalapreseNelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,
......... volentieriGiovinettalapreseNelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,
......... volentieri
......... volentieri
Giovinettalaprese
Nelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,
tratta a considerare la presunzione e la fierezza del suo innamorato che di lei è geloso a torto, s'abbandona al dolore e all'ira ed esclama:
........ io lassa quasi mi dispero,Cognoscendo per vero,Per ben di molti al mondoVenuta, da uno essere occupata.Io maledico la mia sventura,Quando, per mutar veste,Sí, dissi mai..........
........ io lassa quasi mi dispero,Cognoscendo per vero,Per ben di molti al mondoVenuta, da uno essere occupata.Io maledico la mia sventura,Quando, per mutar veste,Sí, dissi mai..........
........ io lassa quasi mi dispero,
Cognoscendo per vero,
Per ben di molti al mondo
Venuta, da uno essere occupata.
Io maledico la mia sventura,
Quando, per mutar veste,
Sí, dissi mai..........
E rimpiange la vita oscura e l'oscuro amore d'un tempo, e prega l'amico, il quale ella ha in Cielo, che ridivenga pietoso di lei e da Dio le impetri di andare a lui.
Dal contrasto tra la franca e sdegnosa sincerità di questa canzone, per cui alcuno della compagnia ripensa maligno il detto milanese “meglio un buon porco che una bella tosa„, e la dolce e timida umiltà dei [pg!194] suoi discorsi, Lauretta sorge su viva, mirabilmente. Non è in essa il tipo della donna che loda gli altri sperando a sé guiderdone di lodi maggiori, e innanzi agli altri si umilia bramando la levino essi a grande stima, finché, nel timore di essere disprezzata e nella certezza di non essere da quello stesso che ama pregiata sí come merita, caccia l'usata modestia ed incolpando la tristezza altrui, accesa d'ira e cieca di orgoglio, esagera le proprie virtú? Impeti questi di animo debole; ed essa è infatti cosí debole che adiratasi, se ne pente, e per riaversi d'ogni cattivo giudizio, il giorno dopo si pone a considerare negli altri il proprio difetto e i danni partoriti dall'ira, e cerca scusarsi scusando la fragilità femminile: “...... Se ragguardar vorremo, vedremo che il fuoco di sua natura piú tosto nelle leggiere e morbide cose s'apprende, che nelle dure e piú gravanti; e noi pur siamo (non l'abbiano gli uomini a male) piú delicate che essi non sono e molto piú mobili.„
Mobile ad ogni affetto, essa finisce la novella di Tofano esclamando: “E viva amore, [pg!195] e muoia soldo e tutta la brigata!„, con commozione di gioia pari a quella d'entusiasmo con cui l'incomincia: “O Amore, chenti e quali sono le tue forze! chenti i consigli, e chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli dimostramenti che fai tu subitanei a chi seguita le tue orme?....„
Tale, s'io l'ho ben veduta, è Lauretta.
X.Elisa86, anzi acerbetta che no, “non per malizia, ma per antico costume„, è d'animo molto sensibile e nell'abbandono in cui la lascia l'uomo da lei amato è la causa del suo dolore inconsolabile...... Et è sí cruda la sua signoria,Che giammai non l'ha mossoSospir né pianto alcun che m'assottigli.Li prieghi miei tutti glien' porta il vento,Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;Onde 'l viver m'è noia, né so morire....[pg!196]È Elisa dolorosa che racconta la miserevole istoria di Gerbino e della figlia del re di Tunisi, i quali innamorarono l'uno dell'altra per udita, senz'essersi veduti mai; ella è che descrive le sofferenze del mite conte d'Anversa; ella è che avvolge di sospirosa pietà il racconto del puro e veementissimo amore il quale fu tra la figlia del conte d'Anversa e il figlio della dama inglese.Ma, come accade, Elisa è inasprita dal suo stesso dolore, sí che quasi a vendetta di sé, la quale si lascia commovere dall'infelicità altrui e dal ricordo della sua infelicità, ama le novelle di cui i personaggi han l'animo pieno d'acerbità e d'amarezza: tutta festevole ripete le parole con cui la Guasca scosse il re pusillanime; esalta la severa e pronta risposta di Guido Cavalcanti agli amici beffardi, e il modo onde la monaca si liberò dal castigo che la badessa volea infliggerle; e d'un'acre gioia avviva il racconto della lezione che Ghino di Tacco diede all'abate di Cligní. Piú, Elisa regina comanda che argomento alle novelle sia la [pg!197] prestezza dei motti, perché da sí fatte novelle esse ed altri possano trarre vantaggio.È acerba quando, prima di novellare, ammonisce, e, ad esempio, avanti la novella dello Zima essa dice: “Credonsi molti, molto sapiendo, che altri non sappia nulla, li quali spesse volte, mentre altri si credono uccellare, dopo il fatto sé da altri essere stati uccellati conoscono„; e avanti quella della badessa caduta in peccato: “Assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e castigatori; li quali, come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta, e meritamente, vitupera.„Se, ne' rari oblii dell'intima cura, è pronta al riso, piú pronta è allo sdegno: ride infatti piú delle compagne ai princípi delle oscene canzoni che Dioneo vorrebbe cantare, ma tosto lo minaccia dell'ira sua; nello stesso modo che dopo aver riso di gran cuore al litigio fra Licisca e Tindaro, Licisca, la quale troppo lo prolunga, minaccia di bastonate. Ed è Elisa che irrompe come [pg!198] niuna delle sue compagne sarebbe capace, e per due volte, contro i frati ed i preti.————IlDecameroneè veramente, come già altri affermò, un romanzo d'amore con vita e vicende di personaggi: vivono essi nel libro immortale e non per azioni, ma per i loro discorsi, per le canzoni e per le novelle rivelano e rilevano i loro caratteri.Il Landau dopo avere a pena accennato alle figure di Dioneo e di Fiammetta, di Filomena e di Panfilo, scrisse: “Anche gli altri narratori sembra che sieno stati realmente, e la maggior parte di essi rappresenta nella descrizione del poeta un carattere determinato„; ma invece il Körting avvertiva un carattere determinato solo in Fiammetta. A conforto di quel che pensava il Landau il signor Camillo Antona-Traversi ripeté le parole del Carducci: “Quei giovani e quelle donne, pur nella lieta concordia con cui servono all'officio di narratori, sono gente viva, hanno un [pg!199] carattere spiccato ciascuno, e ne improntano la loro narrazione„, e, sempre per oppugnare il Körting, non accorgendosi poi di contraddire in certo modo al Carducci e di dar ragione e torto a tutti e due i critici tedeschi, aggiunse di suo: “I dieci personaggi delDecamerone, piú che persone, sono dieci leggiadrissime macchiette disegnate da mano provetta, sotto cui si rivela il grandissimo e geniale artista.87„ No, no, non macchiette: i dieci personaggi delDecameronesono proprio dieci persone leggiadrissime! [pg!201]
Elisa86, anzi acerbetta che no, “non per malizia, ma per antico costume„, è d'animo molto sensibile e nell'abbandono in cui la lascia l'uomo da lei amato è la causa del suo dolore inconsolabile.
..... Et è sí cruda la sua signoria,Che giammai non l'ha mossoSospir né pianto alcun che m'assottigli.Li prieghi miei tutti glien' porta il vento,Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;Onde 'l viver m'è noia, né so morire....
..... Et è sí cruda la sua signoria,Che giammai non l'ha mossoSospir né pianto alcun che m'assottigli.Li prieghi miei tutti glien' porta il vento,Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;Onde 'l viver m'è noia, né so morire....
..... Et è sí cruda la sua signoria,
Che giammai non l'ha mossoSospir né pianto alcun che m'assottigli.
Che giammai non l'ha mosso
Sospir né pianto alcun che m'assottigli.
Li prieghi miei tutti glien' porta il vento,
Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;Onde 'l viver m'è noia, né so morire....
Nullo n'ascolta, né ne vuole udire:
Per che ogni ora cresce 'l mio tormento;
Onde 'l viver m'è noia, né so morire....
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È Elisa dolorosa che racconta la miserevole istoria di Gerbino e della figlia del re di Tunisi, i quali innamorarono l'uno dell'altra per udita, senz'essersi veduti mai; ella è che descrive le sofferenze del mite conte d'Anversa; ella è che avvolge di sospirosa pietà il racconto del puro e veementissimo amore il quale fu tra la figlia del conte d'Anversa e il figlio della dama inglese.
Ma, come accade, Elisa è inasprita dal suo stesso dolore, sí che quasi a vendetta di sé, la quale si lascia commovere dall'infelicità altrui e dal ricordo della sua infelicità, ama le novelle di cui i personaggi han l'animo pieno d'acerbità e d'amarezza: tutta festevole ripete le parole con cui la Guasca scosse il re pusillanime; esalta la severa e pronta risposta di Guido Cavalcanti agli amici beffardi, e il modo onde la monaca si liberò dal castigo che la badessa volea infliggerle; e d'un'acre gioia avviva il racconto della lezione che Ghino di Tacco diede all'abate di Cligní. Piú, Elisa regina comanda che argomento alle novelle sia la [pg!197] prestezza dei motti, perché da sí fatte novelle esse ed altri possano trarre vantaggio.
È acerba quando, prima di novellare, ammonisce, e, ad esempio, avanti la novella dello Zima essa dice: “Credonsi molti, molto sapiendo, che altri non sappia nulla, li quali spesse volte, mentre altri si credono uccellare, dopo il fatto sé da altri essere stati uccellati conoscono„; e avanti quella della badessa caduta in peccato: “Assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e castigatori; li quali, come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta, e meritamente, vitupera.„
Se, ne' rari oblii dell'intima cura, è pronta al riso, piú pronta è allo sdegno: ride infatti piú delle compagne ai princípi delle oscene canzoni che Dioneo vorrebbe cantare, ma tosto lo minaccia dell'ira sua; nello stesso modo che dopo aver riso di gran cuore al litigio fra Licisca e Tindaro, Licisca, la quale troppo lo prolunga, minaccia di bastonate. Ed è Elisa che irrompe come [pg!198] niuna delle sue compagne sarebbe capace, e per due volte, contro i frati ed i preti.
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IlDecameroneè veramente, come già altri affermò, un romanzo d'amore con vita e vicende di personaggi: vivono essi nel libro immortale e non per azioni, ma per i loro discorsi, per le canzoni e per le novelle rivelano e rilevano i loro caratteri.
Il Landau dopo avere a pena accennato alle figure di Dioneo e di Fiammetta, di Filomena e di Panfilo, scrisse: “Anche gli altri narratori sembra che sieno stati realmente, e la maggior parte di essi rappresenta nella descrizione del poeta un carattere determinato„; ma invece il Körting avvertiva un carattere determinato solo in Fiammetta. A conforto di quel che pensava il Landau il signor Camillo Antona-Traversi ripeté le parole del Carducci: “Quei giovani e quelle donne, pur nella lieta concordia con cui servono all'officio di narratori, sono gente viva, hanno un [pg!199] carattere spiccato ciascuno, e ne improntano la loro narrazione„, e, sempre per oppugnare il Körting, non accorgendosi poi di contraddire in certo modo al Carducci e di dar ragione e torto a tutti e due i critici tedeschi, aggiunse di suo: “I dieci personaggi delDecamerone, piú che persone, sono dieci leggiadrissime macchiette disegnate da mano provetta, sotto cui si rivela il grandissimo e geniale artista.87„ No, no, non macchiette: i dieci personaggi delDecameronesono proprio dieci persone leggiadrissime! [pg!201]