MOLTO RUMORE PER NULLA

MOLTO RUMORE PER NULLA[pg!119]I.Questa, a linee brevi d'umile prosa, la figurina di un giovane che a mezzo il secolo decimosettimo derivasse dalle mode francesi la virtú di piacere molto alle donne e piú a sé medesimo.Di sotto il cappellaccio bigio, povero di falde e ricco di nastri e fiocchi a vari colori, l'onda dei capelli, naturali o finti, diffusa su 'l largo collare; diffusa su lo stomaco e sfuggente dall'apertura del farsetto di “gialdiccio„, la camicia sottile e candida; i calzoncini strettissimi, verdi, a liste di passamani, trattenuti da lucide stringhe sotto il ginocchio; e quindi le calze rosse o bianche [pg!120] (bianche ne' partigiani dei Francesi e rosse degli Spagnoli) a seconda dell'opinione politica. Ma al diavolo la politica!; e per seguire in tutto la moda di Francia, meglio che le scarpette coperte in punta da grandi rose di seta e d'oro, due stivalacci coi calzari a rovescioni su 'l collo del piede.E come belle le mani senza guanti, la sinistra poggiata all'impugnatura della breve spada e la destra, con un grosso anello di giavazzo nero nell'indice e un anellino d'argento o di rame nell'estremità del mignolo, intesa talvolta ad appuntare i baffi rivolti in su a punti interrogativi! Le donne rispondevano con sorrisi, ma secondo una canzonetta, forse maligna, pretendevano troppo:Con le donne d'oggidíCi vuol altro, per mia féChe portar raso o tabí!Stracciato e nudoSe 'n vada il drudo,Ché amor vero, allor saràSe per vestir altrui si spoglierà!58Tuttavia i donnaioli non andavan nudi per strada, anzi, potendo, vestivano in conformità [pg!121] delle mode, che allora “variavano come la stagione„59. Però se è difficile seguire le vicissitudini delle foggie negli abiti degli uomini, i quali, per esempio, a distanza di pochi anni sostituirono ai calzoni stretti “bragoni scialacquati„, a mala pena si può cogliere la volubilità della moda femminile ne' suoi momenti piú singolari; e se è noto che a metà del secolo il guardinfante, ricoverto di lunghe gonne e sottogonne, era in uso comune ed utile a nascondere gravidanze legittime ed illegittime e piú d'una volta amatori furtivi, e in uso comune erano i corsetti a “basche„ con le maniche a sboffi e le ampie gollette di pizzo, non è poi facile rendere idea del come mutassero e rimutassero le forme secondarie e le cose minori d'unatoilettecompiuta. Anche accadeva troppo spesso che qualche dama vaga di novità apparisse vestita e acconciata in maniera diversa dalle altre e traesse tosto molte altre ad imitarla.Cosí fece quell'una vista e ritratta da don Agostino Lampugnani, la quale portava [pg!122] in testa un cappello di feltro con la falda tenuta a rovescio da un fermaglio di gioie; alla persona, una casacca alla francese di seta colore incarnatino, intessuta d'oro con maniche corte e con fiocchi di camicia bianchissima fuori dei gomiti; una gonna all'inglese d'“ormesino cangiante„, succinta tanto da lasciar vedere le gambe coperte da calze di seta color porpora; nei piedi, scarpette di raso con un dito di tacco e con due gran rose pur esse di color porpora; nelle mani, guanti logori e stracciati per porre in vista numerosi e preziosi anelli; al collo, un monile di granati; a un solo orecchio, “un pendente d'odorata mistura nera„; e a sinistra del petto un pugnale e a destra un piccolo archibugio a ruota. Dio ne scampi dal rinnovamento di moda sí fatta!E neppure risorga mai piú l'usanza che in certo periodo del seicento costrinse le signore a farsi salassare per derivarne pallore e magrezza e a mangiare una terra dettabolarmicoper cui l'avorio dei denti rimanesse “incastonato d'ebano„: aberrazione [pg!123] di gusto, che ebbe forse a causa e scusa il rovello delle gentildonne al vedersi imitate ed emulate dalle umili cittadine nella profusione della biacca e del minio su 'l viso e su 'l seno. Odiose borghesi, le quali smaniavano di copiare le dame in tutto! Almeno al tempo in cui usavano i manti era come stabilito per legge che le gentildonne li portassero di seta e le “cittadine e mercadantesse di criniletto; e guai a quella di queste che si fosse arrischiata di portarlo di seta, perché era certa che le sarebbe stato strappato d'attorno„, e talvolta per mano delle dame medesime! “Usanza — aggiunge il Ghiselli —60che sarebbe da desiderarsi che fosse stata mantenuta, ché non si vedrebbe al presente quella confusione che produce quel trattamento, ch'accomunato a tutti piú non fa comparire quella bella distinzione fra le persone di diversa condizione; contro l'uso d'oggidí, nel quale piú non si conosce dalla suntuosità del vestire una dama da una moglie di uno speziale o di qualch'altro uomo di piú bassa condizione.„ [pg!124]II.Scrittori che deridessero e sferzassero le mode barocche e le costumanze corrompitrici abbondarono pure nel secolo decimosettimo, ma per arte e per ironia acuta e fremebonda, che fa rammentare il Parini61, Gabriello Chiabrera superò tutti in due de' suoi sermoni e piú mirabilmente in quello all'amico Jacopo Gaddi:Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campiDella fredda Lamagna ami battaglieLa gioventude, e sia disposta all'armi,Negar non oso, e negherò via menoChe dentro i dicchi della bassa OlandaSi rimirino popoli feroci....Dico che nella Fiandra e nella Francia,E che dovunque il sol mostra i capegli.Nascono destre da vibrare un'asta.Da stringere una spada, ed avvi genteDa piantar palme sulla lor Tarpea:Tutto vi posso dir; bella fanciullaAppiattar non si deve, e similmentePerò cosí parlai: ma d'altra parteForte contrasterò che né per Fiandra,Né per dovunque il sol mostra i capegli,[pg!125]Gente leggiadra mirerai, che agguagliLa leggiadria dell'italica gente.Chi muoverassi a contraddirmi? E doveCalzar potrassi una gentil scarpetta?Un calcagnetto sí polito? ArrogeI bei fiocchi del nastro, onde s'allaccia.Che di Mercurio sembrano i talari.Io taccio il feltro de' cappelli tintoOltre misura a negro; e taccio i fregiSul giubbon di ricchissimi vermigli.Chi potrà dir de' collarini bianchiPiú che neve di monte? Ovvero azzurriPiú che l'azzurro d'ogni ciel sereno?Ed acconci per via che non s'ascondeIl gruppo della gola, anzi s'esponeAlle dame l'avorio del bel collo?Lungo fòra a narrar come son gaiPer trapunto i calzoni, e come ornatePer entro la casacca in varie guiseSerpeggiando sen van bottonature.Splendono soppannati i ferrajoliBizzarramente, e sulla coscia mancaTutto d'argento arabescati; e d'oroRidono gli elsi della bella spada.Or prendasi a pensar quale è a mirarsiFra sí fatti ricami, in tale pompa.Una bionda increspata zazzerettaPer diligente man di buon barbiereCon suoi fuochi e suoi ferri; e per qual modoVi sfavilli la guancia sí vermiglia,Che può vermiglia ancor parer per arte;E chi sa? forse, forse.... O glorïosa,[pg!126]E non men fortunata Italia mia,Di quella Italia che domava il mondoQuando fremean le legïon romane!...Nel sermone a Francesco Gavotti il Chiabrera feriva in vece le donne, dubitoso che per le vanità delle mode e per le pompe e i sollazzi, la loro onestà potesse restar “salda in piede„:.... Io rimiro le donne oggi far mostraDi sua persona avvolte in gonne tali,Che stancano le man di cento sarti.Men ricamato stassi infra le nubiL'arco baleno: io tacerò dell'oro.Oro il giubbone, òr le faldiglie, ed oroSparso di belle gemme i crini attorti.Negletta fra' suoi veli appar l'AuroraSorta dall'Oceáno. Io già non nego,Che assai sovente la beltà del visoFa tradimento alla mirabil pompa.Or sí fatta donzella è non contentaDi sua statura, ma levata in altoSu tre palmi di zoccoli gioisceDi torreggiare, e per non dare un crollo,E non gire a baciar la madre antica,Se ne va da man destra e da man mancaAppuntellata su due servi, ed alzaIl piede, andando, come se 'l traesseFuor d'una fossa; onde movendo il passoÈ costretta a contorcer la persona,[pg!127]E a ben dimenar tutto il codazzo.O Democrito antico, ove dimori?Ove sei gito? A sí leggiadre usanzeGiungi carrozze da città, carrozzePer la campagna, seggiole, lettiche,Staffieri, paggi. Il padre di famigliaI golfi passerà per mezzo il vernoSu frale nave mercatando, ovveroCon l'armi in dosso seguirà l'insegneFra mille rischi, e ne' palazzi alteriServa farà sua libertate a' cenniD'aspro signor, per adunar moneta;E poi disperderalla in compir voglieE soddisfar vaghezze della donna?La donna darà legge? avrà la brigliaD'ogni governo in mano?....Ci voleva proprio il coraggio d'Arcangela Tarabotti per sostenere che le donne del tempo di lei e del Chiabrera erano in tutto schiave agli uomini!III.Povera Tarabotti! A undici anni per volontà del padre suo, duro uomo di mare, era stata costretta a vestir l'abito di monaca nel convento di Sant'Anna in Venezia; a cambiare il bel nome di Elena in quello brutto [pg!128] d'Arcangela; a porgere un vóto quando in lei “diversa dalla lingua e dagli atti esteriori, altro intendeva la mente„. Cosí “fino alla consecrazione„ era rimasta “monaca di nome, ma non d'abito e di costumi; quello pazzamente vano e questi vanamente pazzi„62: consacrata, nella condanna della sua calda giovinezza; nello strappo pur dai sogni di quelle gioie che avrebbe voluto gustare, quante gliene suggerivano la fantasia ed i sensi; nella racchiusa e muta disperazione d'ogni bene, d'ogni conforto avvenire, aveva imparato a scrivere, la monacella, e aveva studiato assai per richiamarsi un giorno con le sue opere alla giustizia e alla pietà del mondo. E riuscita che fu a comporreLa semplicità ingannata,La tirannia paternaeL'inferno monacale, le parve d'aver tratta per l'infelicità sua e per quella di mille altre sciagurate sue eguali, un'aspra vendetta della crudeltà dei genitori, di una barbara costumanza, di una legge fatta contro la natura per l'amore di Dio. Ai due ultimi libri non fu data licenza di stampa, quantunque s'adoprasse per essa Vittoria [pg!129] Medici della Rovere granduchessa di Toscana: il primo usci a Leida solo nel 1654 e fu proibito da papa Innocenzo decimo perché tra l'una citazione e l'altra di storia sacra, tra l'uno e l'altro ragionamento sconclusionato, erano scatti d'odio contro i parenti che sacrificavano le figliuole alla clausura.— “Com'è possibile, o ingannatori, che chiudiate in seno un cuore cosí crudele, che soffra di tormentar il corpo delle vostre figliuole, che pur son vostre viscere, con perdita forse della lor anima....; e che con la loro procuriate di precipitar anco le vostre medesime negli abissi dell'inferno, come rei di colpa mortalissima, per aver violentata la volontà di quelle, alle quali Iddio l'ha conceduta libera?.... Voi, tiranni d'averno, aborti di natura, cristiani di nome e diavoli d'operazioni...., pretendete d'esser scrutatori di quei cuori che non si vedono se non da gli occhi di Dio, e disponete con pazza pretensione sino dell'arbitrio di quelle creature che pur anche stanno chiuse nell'alvo materno, senza aspettare ch'esse vi dichiarino a qual stato le inclini [pg!130] il loro genio, senza pensare quale iniquità sia lo sforzare l'altrui istinto„.Questo e gli altri due libri passavano manoscritti di mano in mano, recando all'autrice lodi di scrittori famosi, che le si professavano divoti, e biasimi di frati maligni, che l'accusavano di farsi bella d'opere d'altri. Ma nel 1633 il cardinal Federico Cornaro patriarca di Venezia ebbe voglia di convertire al bene e alla rassegnazione la suora ventottenne divenuta oramai una ribelle pericolosa, e co' suoi consigli e rimproveri raggiunse l'intento: d'allora in poi Arcangela intese a scrivere cose buone:Il paradiso monacale;La luce monacale;La via lastricata per andare al Cielo;Le contemplazioni dell'anima amante;Il purgatorio delle mal maritate63. E si diede a compiere buone opere, tra cui piú la dilettava quella di maritar le novizze. Fra le sue lettere sono parecchie del tema di questa: “La novizza assolutamente non vuole il....; ella dice che quarant'anni son troppi per una giovanetta.... Per ella (!) è piú proporzionato un giovinetto bello, vivace et [pg!131] affaccendato, che un uomo sodo e mezzo buffalo, qual'è il vedovo propostole. V. S. Illustrissima sa il suo bisogno; provveda di cosa a proposito, se vuole la mancia....„Anche doveva sdegnarsi se, come io credo le accadesse, qualcuno s'innamorava di lei: certo metteva in burletta un tal B... (fosse il frate Brusoni, che era e dicevano suo amico e che — vedremo pur questo — dopo averle fatti grandi servigi s'inimicò con lei?), un tal B., il quale forse temperando l'amore con lo scherzo, o piú tosto, ciò che non era strano in quei tempi, adombrando l'amore con versi oscuri e bizzarri, le inviava de' cosí fatti sonetti:Lucido mio piropo! E quando maiPotrò stemprarti in olocausto il core?Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,Oroscopo fatal del pronto ardore.Io t'offersi la fede e già passaiPer smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,Sollecito amatore il pié portaiSotto i vestigi tuoi ricco d'onore.Circonciso mio lume, ahi ch'io t'adoroFunerato fra bende oscure e nere,E mentr'io t'amo piú languisco e moro![pg!132]Vessillario son io di tue bandiere;La fiamme mie velate alzo al martoro,Solennizzando il cor vittorie intiere64.Ma benché pentita e ammalata la Tarabotti persistette ad amare, se non gli uomini, il mondo, e piú la sua fama di scrittrice. E quando a quarantasette anni si sentí vicina a morire scrisse alla amica Betta Polani: “Perché il peregrinaggio della mia vita è giunto alli ultimi confini di questo mondo, a voi, che siete stata assoluta padrona della parte piú cara di me stessa, mando li miei scritti, che sono le piú care cose ch'io abbia e che mi rincresca di lasciare. Direi che fossero bruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi.Le contemplazioni dell'anima amante,La via lastricata del Cielo, eLa luce monacalesieno stampate, se cosí piace a voi; il resto sia gettato nel mare dell'oblio: ve ne prego in visceribus Christi.... Amatemi se ben morta, e addio per sempre„65.Oh s'ella avesse potuto trar seco nella tomba tutte le copie di quell'Antisatira in risposta alLusso Donnescodel signor Francesco Buoninsegni, [pg!133] che per poco non le aveva sciupata ancora vivente quella celebrità a cui, approssimandola la morte, desiderava lasciare il suo nome per l'età sua e per l'avvenire!Udite pettegolezzo, il quale, tanto era vano il seicento, parve rumore di gravi casi.IV.Nel 1638, alla stagione che il vin nuovo ribollisce nelle botti, venne voglia ai signor Francesco Buoninsegni, detto da un contemporaneo l'“Apollo di Siena„, di scrivere una satira “menippea„ contro il “lusso donnesco„, la quale dovea, credo, servirgli a un discorso nell'Accademia degli Intronati66. Egli cominciando con l'avvertenza dell'Ariosto:Donne, e voi che le donne avete in pregio.Per Dio, non date a questa istoria orecchia,giocherellava a motti insulsi e con uno stile saltellante e barcollante, per sciocca simulazione [pg!134] d'ebbrezza, intorno la vanità delle donne e delle loro mode al tempo suo, e gli sembrava di pungere piú vivamente con questi che furon tenuti per sali finissimi.— Si sa che mezzo di vittoria a quelle che “s'impiegano nelle onorate ambascerie d'amore„ son le promesse di gemme, oro e vesti, perché le donne cedono tutto al lusso e al vestire, che testimonia “la pena dell'antico peccato„. Ed è giusto indossino abiti di seta, la quale è “vomito d'un verme„, se esse sono “vermi i quali rodono il cuore degli amanti„, e se possono dirsi un “vomito delicato della natura„. Per le pianelle tutte dorate e sí alte che con la coda coprono una mezza donna di legno, potrebbero anche imaginarsi trasformate in alberi da un novello Ovidio; ma giacché i loro capelli, che sono posticci, non potrebbero divenir frondi, meglio è chiamarle il rovescio del colosso di Nabuccodonosor: hanno i piedi d'oro e il capo di legno. Anche, perché ai cenci che si legano in capo sormontano “un'attrecciolatura di perle orientali„, e perché le perle e il sale [pg!135] “escono da uno stesso padre„, consentite si affermi ch'esse dove non han sale mettono perle.L'arguzia meriterebbe un castigo al signor Buoninsegni, ma egli né pure ha da temere pianellate dalle donne, le quali “hanno piú vigore nelle gambe per istrascinar le ingenti pianelle che forza per avventarle„; e però segue a burlare l'acconciatura alla moda del capo femminile rammentando un poeta:I corpi delle donneChe corrono alla festaCon cosí ricche gonne,Con tante gioie in testa,Son cappanne di fienoCoperte con pazzissimo lavoroDi tegole, di perle e doccie d'oro.Non basta: un paragone piú sottile, che fece fortuna, è tra le donne e un mazzo di carte. Di questeil matto da tarocchirisponde alla testa di quelle: quelle hanno idenarie li sciupano nelle gioie; lespadepiccoline le portano tra i capelli e tengono uno spadino ai fianchi; nascondono ibastonisotto i ciuffi; attaccanocoppealle borse dei [pg!136] mariti; e cosí via. Né il satirico scrittore smette di saltellare fino a che si ricorda essere inutile discorrere contro le donne, alle quali non bastano ad aprire gli orecchi, non che i consigli ed i frizzi, i lunghi e i gravi pendenti. —Questa “satira menippea„ pervenne alle mani del padre Angelico Aprosio da Ventimiglia, dottissimo uomo ma di testa corta, il quale ne inviò copia al senatore Loredano affinché procurasse le fosse fatta una risposta da pubblicarsi con essa; e Giambattista Torretti, per preghiera del Loredano, al quale una moltitudine di scrittori s'inchinava come a un maestro e a un Mecenate, compose unaControsatira“modestissima„ e tale “che non mosse alcuno a scrivergli contro„67. Ma cinque anni dopo ad Arcangela Tarabotti, che nel monastero di Sant'Anna leggendo e scrivendo mitigava i tormenti delle memorie vecchie, dei nuovi desideri e dell'isterismo, fu recato da alcune dame il brutto scherzo del Buoninsegni; ed essa, la monacella che già aveva sostenuto contro un altro scrittore, in pseudonimo [pg!137] Orazio Plata, non essere le donne di natura inferiore agli uomini, divampò d'ira a scorgerle tanto schernite pei loro difetti e pei loro gusti.— “Oh scellerata ed impervertita mente degli uomini, ai quali mancando forse il potersi impiegare in iscrivere fatti egregi et racconti virtuosi, poiché al nostro secolo vi sono pochissimi di loro che operino azione degna di immortalità, quasi tutti si danno ad oltraggiare e sprezzare le nobili operationi donnesche!„.68— E pare di vederla e udirla inveire contro il Buoninsegni nella sua fantasia a cospetto di lei con l'attitudine d'un delinquente.— Ah sí!, le donne veston di seta perché sono vermi? portano perle perché mancano di sale? Vermi gli uomini “che rodono l'onor delle donne e hanno tarlata la loro libertà„; e, quanto alle perle, esse sono “proporzionate al candore e alla purità dell'animo loro„, precisamente come del nero dei loro vestiti, che a voi, signor Buoninsegni, pare un mezzo di seduzione, è ragione “quella mestizia che le tiene oppresse, [pg!138] per esser sottoposte alla tirannia degli uomini e ai loro indegni capricci„. E le pianelle alte sono un'“invenzione lodevole„, giacché per queste le donne “van sempre sollevate dal suolo e tendono al Cielo„; e se han dorate le pianelle, “se l'infima parte è d'oro, che sarà il resto?„ Gli uomini, non le donne, cerchino le loro qualità e le loro cose in un mazzo di carte. Per idenariinfatti si disonorano; con lecoppesi ubbriacano; e portanospadedorate ai fianchi, gli Orlandi!; e riversano ibastonisu le spalle delle mogli sciagurate. E poi neitarocchisono i loro ritratti con le facce dadiavolo, appiccato, bagatelliere, amorefalso. — Capo di legno alle donne? Teste di legno hanno i mariti, signor Buoninsegni; ma già voi procedete troppo a sofismi. “Ah se alle femmine non fosse diniegata l'applicazione alle scienze bensí si sentirebbero concetti non sofistici e mendicati paradossi!„ Del resto — aggiungeva suor'Arcangela —, “ad ogni ora può provarsi se le donne han piú forza nelle gambe o nelle braccia!„ — [pg!139]Cosí dunque la Tarabotti si sfogò in un'Antisatiraoppugnando ogni frizzo dell'“Apollo di Siena„ e mettendo ella in burletta le mode degli uomini, che portavano zazzere comprate a contanti, si profumavano alla francese e per far apparire belle e grosse le gambe si riempivano le calze di bambagia; e l'Antisatiramandò a vedere al cognato Pighetti. Il quale la lesse con l'Aprosio ed entrambi trovandola “ripiena di mille spropositi e di non poche impertinenze„69, cercarono di dissuadere l'autrice dallo stamparla. Di che la Tarabotti pativa e s'inquietava con l'Aprosio.“Essendo V. S. parziale del Buoninsegni mi vorrebbe senza lingua per lui, e perciò va dissuadendomi col dar nome di satire e di duelli impropri ad una buona religiosa la verità tanto grata a Dio„; ma quanto alla sua esortazione d'esser “buona religiosa„, “spero di giungere nel coro de' Serafini, non che d'essere annoverata nel catalogo delle Santissime Vergini, delle cui sacre bende allor che mi cinsi il capo, non solo fui riposta nel lor numero, ma ancora annoverata [pg!140] fra le martiri„.70Insomma, come ella era deliberata a “diriger sempre le sue parole a dire la verità delle malizie degli uomini„, i due censori dovettero accontentarsi che essa stampasse l'Antisatiracon qualche mutazione e con qualche complimento, cosí, per indorare la pillola, all'autore della “satira menippea.„.Ma se la Tarabotti era monaca, l'Aprosio era frate, e come tale sentiva imperioso il bisogno di non darsi per vinto; ond'è che rivedendo a mano a mano le bozze le quali la Tarabotti mandava a correggere al Pighetti, gongolando e zitto zitto egli preparava una difesa del Buoninsegni che abbattesse l'oltracotanza della suora. Compose, consapevole il Pighetti,La maschera scoperta; ma presto dovette apprendere per essa che se il resistere alle donne è impresa difficile, è tempo perduto prendersela con le monache.La maschera scoperta, quando fu sbrigata dal revisore per il Sant'Uffizio, passò a Luigi Quirini, segretario dello studio di Padova; e questi, prima di dar l'ultimo permesso di pubblicazione, la [pg!141] diede a leggere a quella buona lana del frate Girolamo Brusoni, allora in carcere per colpa di apostasia: né il Brusoni si distrasse solo con la lettura del manoscritto, ma ne prese copia, e uscito di prigione pochi dí dopo, corse a cederla, o, se è vero quel che dice l'Aprosio, a venderla alla Tarabotti, “per ritrovar qualche sovvenimento alla sua fame.„71Onde la Tarabotti diede in ismanie; e come alcuni dicevano che l'Antisatira— già pubblicata e dedicata alla granduchessa di Toscana — non era scritta da lei, parendo loro troppo ben fatta, ed altri asserivano che doveva proprio esser sua, essendo zeppa di strafalcioni nelle sentenze e nei ricordi classici, addio fama di donna illustre se anche fosse stato concesso all'Aprosio di mandare alle stampe laMaschera scoperta!A riparare l'ultimo colpo bisognava dunque il soccorso di quanti potenti le volevano bene, e scriveva al Loredano invocandolo come “protettore benigno e difensor valoroso del senso donnesco„; al granduca di Parma Ferdinando Farnese assicurandolo [pg!142] della tristizia dell'Aprosio, “predicatore delle glorie del vino, confessore de' bugiardi. Mecenate degli ubbriachi„,72— cioè del Buoninsegni; — scriveva per aiuto a molti altri, e alla fine ottenne quel che desiderava:La maschera scopertanon fu pubblicata. Imaginate voi l'ira dell'Aprosio? Io l'imagino per le lettere che gli inviava la monacella, la quale sembrava corbellarsi di lui e affermava con una piccola bugia ch'ella non s'era adoperata affatto “nella sua patria o fuori„ a ch'egli non potesse stampare scritti contro di lei. — “Io non pretesi altro da Lei che fosse levato il mio nome da quell'opera (La Maschera), acciò che la commedia dellaMaschera discovertanon finisse in tragedia per qualcuno„.73— Capite? In tragedia! Ma il Pighetti, per riaversi nella stima della cognata, che l'aveva creduto “promotore„ dellaMascherae gli aveva scritto: “le ferite che si danno alle spalle sono da traditore e le parole che si dicono in assenza di coloro di cui si parla non possono offendere„, dovette interporsi tra il frate e la monaca, perché quello desistesse dal [pg!143] vendicarsi di questa e dal minacciarla: infatti l'Aprosio s'accontentò d'allargare la materia dellaMaschera, e dandole sembianza d'una censura “non contro le donne, ma le vanità e i vizi in generale„, composeLo scudo di Rinaldo, ovvero lo specchio del disinganno, che vide la luce nel 1646. Veramente nelloScudo, opera in cui l'autore biasimava il lusso del suo e di tutti i tempi riferendo brani d'innumerabili scrittori antichi e contemporanei, se non mancavano rimproveri agli uomini perché mettevan la parrucca, lasciavan crescere lunghe le unghie e tormentavano “li mustacchi„, erano piú le frecciate alle donne, le quali coprivan la fronte e scoprivan le poppe, si tingevano i capelli o ne assumevano di posticci, s'imbellettavano, facevano mostra d'orecchini e di zoccoli ridicoli. Tuttavia nella prefazione la Tarabotti riceveva lode di scrittrice famosa, e nel capitolo settimo ella poteva rileggere l'elogio che già le aveva fatto in latino il Pighetti: — “La purissima penna di cui ti servi, un angiolo deve aver tratto per te dalle sue ali„. — [pg!144]Se non che era appena quetato un frate quando un altro si fece addosso ad Arcangela, e fu, chi lo crederebbe?, l'amico suo Girolamo Brusoni. Perché l'assalisse negliAborti dell'occasioneio non so bene; so che una volta la Tarabotti gli chiedeva scusa scrivendogli: — “Può aver peccato in me una bile, che mossa dal male continuato che tengo attorno, cagiona in me una certa rabbietta ch'alle volte mi farebbe precipitare„; — e che un'altra volta si doleva con lui: —.“Quando mi capitarono nelle maniLi aborti dell'occasione, allora mi conobbi d'avvantaggio tradita.... S'ella però ha cosí operato per rendermi la pariglia d'un inganno scherzevole dovea star nelli limiti....„ —74Che piú? Avanti di morire l'infelice suora ebbe ancora da difendere le donne proprio dagli scherni di quel cavaliere ch'ella avea chiamato “protettore del sesso donnesco„: il Loredano, il quale per certa accademia compose sei sonetti satirici non tutti blandi e né pure arguti come questo che segue: [pg!145]S'allude al costume della Spagna di donare il condannato all'ultimo supplicio alla donna pubblica che lo chiede per marito.Con li occhi chiusi e con le man legate,Assicurato con infami scorte,Veniva un meschinel condotto a mortePerch'avea in chiesa bastonato un frate.Quando mossa una femmina a pietateGridò: — Fermate, sbirri: il vo' consorte. —A questo dire s'allargò la corteE poneva il paziente in libertate.Ma il reo con una faccia giovialeRicusò di tal grazia il benefizioE corse ad incontrar l'ora fatale.Poi disse al boia: — Esercita il tuo ufficioChé se la forca è un tormentoso maleLa moglie è in verità maggior supplicio.75Ma il piú acerbo avversario d'Arcangela fu Lodovico Sesti (Lucido Ossiteo), che nel 1656 stampò a Siena unaCensura dell'Antisatiradedicandola al granduca Mattia di Toscana. Cotesto “accademico Aristocratico„ tra le altre cose diceva alle donne che non conveniva loro il darsi alle lettere perché “la sella disdice al somaro„; che gli uomini “usavan la parrucca per coprire i difetti cagionati dai loro regali„; [pg!146] che esse ostentavano il seno perché “si mostra la mercanzia che si vuol vendere„, e rifacendo il famoso confronto delle carte da gioco aggiungeva che le donneSono nateSol per esser mescolate,E si vede al paragoneChi le mescola piú piú n'è padrone.Ma dotto nell'arte,Sia pur delle carte,Chi primiera con queste unqua non fa?Chi nella borsa sua flusso non ha.E terminava laCensuraesortando la Tarabotti “che per l'avvenire misurasse le sue forze, prima di cimentarsi con gl'ingegni di prima classe.„Vano consiglio! La suora era morta da quattro anni. [pg!147]

MOLTO RUMORE PER NULLA[pg!119]I.Questa, a linee brevi d'umile prosa, la figurina di un giovane che a mezzo il secolo decimosettimo derivasse dalle mode francesi la virtú di piacere molto alle donne e piú a sé medesimo.Di sotto il cappellaccio bigio, povero di falde e ricco di nastri e fiocchi a vari colori, l'onda dei capelli, naturali o finti, diffusa su 'l largo collare; diffusa su lo stomaco e sfuggente dall'apertura del farsetto di “gialdiccio„, la camicia sottile e candida; i calzoncini strettissimi, verdi, a liste di passamani, trattenuti da lucide stringhe sotto il ginocchio; e quindi le calze rosse o bianche [pg!120] (bianche ne' partigiani dei Francesi e rosse degli Spagnoli) a seconda dell'opinione politica. Ma al diavolo la politica!; e per seguire in tutto la moda di Francia, meglio che le scarpette coperte in punta da grandi rose di seta e d'oro, due stivalacci coi calzari a rovescioni su 'l collo del piede.E come belle le mani senza guanti, la sinistra poggiata all'impugnatura della breve spada e la destra, con un grosso anello di giavazzo nero nell'indice e un anellino d'argento o di rame nell'estremità del mignolo, intesa talvolta ad appuntare i baffi rivolti in su a punti interrogativi! Le donne rispondevano con sorrisi, ma secondo una canzonetta, forse maligna, pretendevano troppo:Con le donne d'oggidíCi vuol altro, per mia féChe portar raso o tabí!Stracciato e nudoSe 'n vada il drudo,Ché amor vero, allor saràSe per vestir altrui si spoglierà!58Tuttavia i donnaioli non andavan nudi per strada, anzi, potendo, vestivano in conformità [pg!121] delle mode, che allora “variavano come la stagione„59. Però se è difficile seguire le vicissitudini delle foggie negli abiti degli uomini, i quali, per esempio, a distanza di pochi anni sostituirono ai calzoni stretti “bragoni scialacquati„, a mala pena si può cogliere la volubilità della moda femminile ne' suoi momenti piú singolari; e se è noto che a metà del secolo il guardinfante, ricoverto di lunghe gonne e sottogonne, era in uso comune ed utile a nascondere gravidanze legittime ed illegittime e piú d'una volta amatori furtivi, e in uso comune erano i corsetti a “basche„ con le maniche a sboffi e le ampie gollette di pizzo, non è poi facile rendere idea del come mutassero e rimutassero le forme secondarie e le cose minori d'unatoilettecompiuta. Anche accadeva troppo spesso che qualche dama vaga di novità apparisse vestita e acconciata in maniera diversa dalle altre e traesse tosto molte altre ad imitarla.Cosí fece quell'una vista e ritratta da don Agostino Lampugnani, la quale portava [pg!122] in testa un cappello di feltro con la falda tenuta a rovescio da un fermaglio di gioie; alla persona, una casacca alla francese di seta colore incarnatino, intessuta d'oro con maniche corte e con fiocchi di camicia bianchissima fuori dei gomiti; una gonna all'inglese d'“ormesino cangiante„, succinta tanto da lasciar vedere le gambe coperte da calze di seta color porpora; nei piedi, scarpette di raso con un dito di tacco e con due gran rose pur esse di color porpora; nelle mani, guanti logori e stracciati per porre in vista numerosi e preziosi anelli; al collo, un monile di granati; a un solo orecchio, “un pendente d'odorata mistura nera„; e a sinistra del petto un pugnale e a destra un piccolo archibugio a ruota. Dio ne scampi dal rinnovamento di moda sí fatta!E neppure risorga mai piú l'usanza che in certo periodo del seicento costrinse le signore a farsi salassare per derivarne pallore e magrezza e a mangiare una terra dettabolarmicoper cui l'avorio dei denti rimanesse “incastonato d'ebano„: aberrazione [pg!123] di gusto, che ebbe forse a causa e scusa il rovello delle gentildonne al vedersi imitate ed emulate dalle umili cittadine nella profusione della biacca e del minio su 'l viso e su 'l seno. Odiose borghesi, le quali smaniavano di copiare le dame in tutto! Almeno al tempo in cui usavano i manti era come stabilito per legge che le gentildonne li portassero di seta e le “cittadine e mercadantesse di criniletto; e guai a quella di queste che si fosse arrischiata di portarlo di seta, perché era certa che le sarebbe stato strappato d'attorno„, e talvolta per mano delle dame medesime! “Usanza — aggiunge il Ghiselli —60che sarebbe da desiderarsi che fosse stata mantenuta, ché non si vedrebbe al presente quella confusione che produce quel trattamento, ch'accomunato a tutti piú non fa comparire quella bella distinzione fra le persone di diversa condizione; contro l'uso d'oggidí, nel quale piú non si conosce dalla suntuosità del vestire una dama da una moglie di uno speziale o di qualch'altro uomo di piú bassa condizione.„ [pg!124]II.Scrittori che deridessero e sferzassero le mode barocche e le costumanze corrompitrici abbondarono pure nel secolo decimosettimo, ma per arte e per ironia acuta e fremebonda, che fa rammentare il Parini61, Gabriello Chiabrera superò tutti in due de' suoi sermoni e piú mirabilmente in quello all'amico Jacopo Gaddi:Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campiDella fredda Lamagna ami battaglieLa gioventude, e sia disposta all'armi,Negar non oso, e negherò via menoChe dentro i dicchi della bassa OlandaSi rimirino popoli feroci....Dico che nella Fiandra e nella Francia,E che dovunque il sol mostra i capegli.Nascono destre da vibrare un'asta.Da stringere una spada, ed avvi genteDa piantar palme sulla lor Tarpea:Tutto vi posso dir; bella fanciullaAppiattar non si deve, e similmentePerò cosí parlai: ma d'altra parteForte contrasterò che né per Fiandra,Né per dovunque il sol mostra i capegli,[pg!125]Gente leggiadra mirerai, che agguagliLa leggiadria dell'italica gente.Chi muoverassi a contraddirmi? E doveCalzar potrassi una gentil scarpetta?Un calcagnetto sí polito? ArrogeI bei fiocchi del nastro, onde s'allaccia.Che di Mercurio sembrano i talari.Io taccio il feltro de' cappelli tintoOltre misura a negro; e taccio i fregiSul giubbon di ricchissimi vermigli.Chi potrà dir de' collarini bianchiPiú che neve di monte? Ovvero azzurriPiú che l'azzurro d'ogni ciel sereno?Ed acconci per via che non s'ascondeIl gruppo della gola, anzi s'esponeAlle dame l'avorio del bel collo?Lungo fòra a narrar come son gaiPer trapunto i calzoni, e come ornatePer entro la casacca in varie guiseSerpeggiando sen van bottonature.Splendono soppannati i ferrajoliBizzarramente, e sulla coscia mancaTutto d'argento arabescati; e d'oroRidono gli elsi della bella spada.Or prendasi a pensar quale è a mirarsiFra sí fatti ricami, in tale pompa.Una bionda increspata zazzerettaPer diligente man di buon barbiereCon suoi fuochi e suoi ferri; e per qual modoVi sfavilli la guancia sí vermiglia,Che può vermiglia ancor parer per arte;E chi sa? forse, forse.... O glorïosa,[pg!126]E non men fortunata Italia mia,Di quella Italia che domava il mondoQuando fremean le legïon romane!...Nel sermone a Francesco Gavotti il Chiabrera feriva in vece le donne, dubitoso che per le vanità delle mode e per le pompe e i sollazzi, la loro onestà potesse restar “salda in piede„:.... Io rimiro le donne oggi far mostraDi sua persona avvolte in gonne tali,Che stancano le man di cento sarti.Men ricamato stassi infra le nubiL'arco baleno: io tacerò dell'oro.Oro il giubbone, òr le faldiglie, ed oroSparso di belle gemme i crini attorti.Negletta fra' suoi veli appar l'AuroraSorta dall'Oceáno. Io già non nego,Che assai sovente la beltà del visoFa tradimento alla mirabil pompa.Or sí fatta donzella è non contentaDi sua statura, ma levata in altoSu tre palmi di zoccoli gioisceDi torreggiare, e per non dare un crollo,E non gire a baciar la madre antica,Se ne va da man destra e da man mancaAppuntellata su due servi, ed alzaIl piede, andando, come se 'l traesseFuor d'una fossa; onde movendo il passoÈ costretta a contorcer la persona,[pg!127]E a ben dimenar tutto il codazzo.O Democrito antico, ove dimori?Ove sei gito? A sí leggiadre usanzeGiungi carrozze da città, carrozzePer la campagna, seggiole, lettiche,Staffieri, paggi. Il padre di famigliaI golfi passerà per mezzo il vernoSu frale nave mercatando, ovveroCon l'armi in dosso seguirà l'insegneFra mille rischi, e ne' palazzi alteriServa farà sua libertate a' cenniD'aspro signor, per adunar moneta;E poi disperderalla in compir voglieE soddisfar vaghezze della donna?La donna darà legge? avrà la brigliaD'ogni governo in mano?....Ci voleva proprio il coraggio d'Arcangela Tarabotti per sostenere che le donne del tempo di lei e del Chiabrera erano in tutto schiave agli uomini!III.Povera Tarabotti! A undici anni per volontà del padre suo, duro uomo di mare, era stata costretta a vestir l'abito di monaca nel convento di Sant'Anna in Venezia; a cambiare il bel nome di Elena in quello brutto [pg!128] d'Arcangela; a porgere un vóto quando in lei “diversa dalla lingua e dagli atti esteriori, altro intendeva la mente„. Cosí “fino alla consecrazione„ era rimasta “monaca di nome, ma non d'abito e di costumi; quello pazzamente vano e questi vanamente pazzi„62: consacrata, nella condanna della sua calda giovinezza; nello strappo pur dai sogni di quelle gioie che avrebbe voluto gustare, quante gliene suggerivano la fantasia ed i sensi; nella racchiusa e muta disperazione d'ogni bene, d'ogni conforto avvenire, aveva imparato a scrivere, la monacella, e aveva studiato assai per richiamarsi un giorno con le sue opere alla giustizia e alla pietà del mondo. E riuscita che fu a comporreLa semplicità ingannata,La tirannia paternaeL'inferno monacale, le parve d'aver tratta per l'infelicità sua e per quella di mille altre sciagurate sue eguali, un'aspra vendetta della crudeltà dei genitori, di una barbara costumanza, di una legge fatta contro la natura per l'amore di Dio. Ai due ultimi libri non fu data licenza di stampa, quantunque s'adoprasse per essa Vittoria [pg!129] Medici della Rovere granduchessa di Toscana: il primo usci a Leida solo nel 1654 e fu proibito da papa Innocenzo decimo perché tra l'una citazione e l'altra di storia sacra, tra l'uno e l'altro ragionamento sconclusionato, erano scatti d'odio contro i parenti che sacrificavano le figliuole alla clausura.— “Com'è possibile, o ingannatori, che chiudiate in seno un cuore cosí crudele, che soffra di tormentar il corpo delle vostre figliuole, che pur son vostre viscere, con perdita forse della lor anima....; e che con la loro procuriate di precipitar anco le vostre medesime negli abissi dell'inferno, come rei di colpa mortalissima, per aver violentata la volontà di quelle, alle quali Iddio l'ha conceduta libera?.... Voi, tiranni d'averno, aborti di natura, cristiani di nome e diavoli d'operazioni...., pretendete d'esser scrutatori di quei cuori che non si vedono se non da gli occhi di Dio, e disponete con pazza pretensione sino dell'arbitrio di quelle creature che pur anche stanno chiuse nell'alvo materno, senza aspettare ch'esse vi dichiarino a qual stato le inclini [pg!130] il loro genio, senza pensare quale iniquità sia lo sforzare l'altrui istinto„.Questo e gli altri due libri passavano manoscritti di mano in mano, recando all'autrice lodi di scrittori famosi, che le si professavano divoti, e biasimi di frati maligni, che l'accusavano di farsi bella d'opere d'altri. Ma nel 1633 il cardinal Federico Cornaro patriarca di Venezia ebbe voglia di convertire al bene e alla rassegnazione la suora ventottenne divenuta oramai una ribelle pericolosa, e co' suoi consigli e rimproveri raggiunse l'intento: d'allora in poi Arcangela intese a scrivere cose buone:Il paradiso monacale;La luce monacale;La via lastricata per andare al Cielo;Le contemplazioni dell'anima amante;Il purgatorio delle mal maritate63. E si diede a compiere buone opere, tra cui piú la dilettava quella di maritar le novizze. Fra le sue lettere sono parecchie del tema di questa: “La novizza assolutamente non vuole il....; ella dice che quarant'anni son troppi per una giovanetta.... Per ella (!) è piú proporzionato un giovinetto bello, vivace et [pg!131] affaccendato, che un uomo sodo e mezzo buffalo, qual'è il vedovo propostole. V. S. Illustrissima sa il suo bisogno; provveda di cosa a proposito, se vuole la mancia....„Anche doveva sdegnarsi se, come io credo le accadesse, qualcuno s'innamorava di lei: certo metteva in burletta un tal B... (fosse il frate Brusoni, che era e dicevano suo amico e che — vedremo pur questo — dopo averle fatti grandi servigi s'inimicò con lei?), un tal B., il quale forse temperando l'amore con lo scherzo, o piú tosto, ciò che non era strano in quei tempi, adombrando l'amore con versi oscuri e bizzarri, le inviava de' cosí fatti sonetti:Lucido mio piropo! E quando maiPotrò stemprarti in olocausto il core?Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,Oroscopo fatal del pronto ardore.Io t'offersi la fede e già passaiPer smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,Sollecito amatore il pié portaiSotto i vestigi tuoi ricco d'onore.Circonciso mio lume, ahi ch'io t'adoroFunerato fra bende oscure e nere,E mentr'io t'amo piú languisco e moro![pg!132]Vessillario son io di tue bandiere;La fiamme mie velate alzo al martoro,Solennizzando il cor vittorie intiere64.Ma benché pentita e ammalata la Tarabotti persistette ad amare, se non gli uomini, il mondo, e piú la sua fama di scrittrice. E quando a quarantasette anni si sentí vicina a morire scrisse alla amica Betta Polani: “Perché il peregrinaggio della mia vita è giunto alli ultimi confini di questo mondo, a voi, che siete stata assoluta padrona della parte piú cara di me stessa, mando li miei scritti, che sono le piú care cose ch'io abbia e che mi rincresca di lasciare. Direi che fossero bruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi.Le contemplazioni dell'anima amante,La via lastricata del Cielo, eLa luce monacalesieno stampate, se cosí piace a voi; il resto sia gettato nel mare dell'oblio: ve ne prego in visceribus Christi.... Amatemi se ben morta, e addio per sempre„65.Oh s'ella avesse potuto trar seco nella tomba tutte le copie di quell'Antisatira in risposta alLusso Donnescodel signor Francesco Buoninsegni, [pg!133] che per poco non le aveva sciupata ancora vivente quella celebrità a cui, approssimandola la morte, desiderava lasciare il suo nome per l'età sua e per l'avvenire!Udite pettegolezzo, il quale, tanto era vano il seicento, parve rumore di gravi casi.IV.Nel 1638, alla stagione che il vin nuovo ribollisce nelle botti, venne voglia ai signor Francesco Buoninsegni, detto da un contemporaneo l'“Apollo di Siena„, di scrivere una satira “menippea„ contro il “lusso donnesco„, la quale dovea, credo, servirgli a un discorso nell'Accademia degli Intronati66. Egli cominciando con l'avvertenza dell'Ariosto:Donne, e voi che le donne avete in pregio.Per Dio, non date a questa istoria orecchia,giocherellava a motti insulsi e con uno stile saltellante e barcollante, per sciocca simulazione [pg!134] d'ebbrezza, intorno la vanità delle donne e delle loro mode al tempo suo, e gli sembrava di pungere piú vivamente con questi che furon tenuti per sali finissimi.— Si sa che mezzo di vittoria a quelle che “s'impiegano nelle onorate ambascerie d'amore„ son le promesse di gemme, oro e vesti, perché le donne cedono tutto al lusso e al vestire, che testimonia “la pena dell'antico peccato„. Ed è giusto indossino abiti di seta, la quale è “vomito d'un verme„, se esse sono “vermi i quali rodono il cuore degli amanti„, e se possono dirsi un “vomito delicato della natura„. Per le pianelle tutte dorate e sí alte che con la coda coprono una mezza donna di legno, potrebbero anche imaginarsi trasformate in alberi da un novello Ovidio; ma giacché i loro capelli, che sono posticci, non potrebbero divenir frondi, meglio è chiamarle il rovescio del colosso di Nabuccodonosor: hanno i piedi d'oro e il capo di legno. Anche, perché ai cenci che si legano in capo sormontano “un'attrecciolatura di perle orientali„, e perché le perle e il sale [pg!135] “escono da uno stesso padre„, consentite si affermi ch'esse dove non han sale mettono perle.L'arguzia meriterebbe un castigo al signor Buoninsegni, ma egli né pure ha da temere pianellate dalle donne, le quali “hanno piú vigore nelle gambe per istrascinar le ingenti pianelle che forza per avventarle„; e però segue a burlare l'acconciatura alla moda del capo femminile rammentando un poeta:I corpi delle donneChe corrono alla festaCon cosí ricche gonne,Con tante gioie in testa,Son cappanne di fienoCoperte con pazzissimo lavoroDi tegole, di perle e doccie d'oro.Non basta: un paragone piú sottile, che fece fortuna, è tra le donne e un mazzo di carte. Di questeil matto da tarocchirisponde alla testa di quelle: quelle hanno idenarie li sciupano nelle gioie; lespadepiccoline le portano tra i capelli e tengono uno spadino ai fianchi; nascondono ibastonisotto i ciuffi; attaccanocoppealle borse dei [pg!136] mariti; e cosí via. Né il satirico scrittore smette di saltellare fino a che si ricorda essere inutile discorrere contro le donne, alle quali non bastano ad aprire gli orecchi, non che i consigli ed i frizzi, i lunghi e i gravi pendenti. —Questa “satira menippea„ pervenne alle mani del padre Angelico Aprosio da Ventimiglia, dottissimo uomo ma di testa corta, il quale ne inviò copia al senatore Loredano affinché procurasse le fosse fatta una risposta da pubblicarsi con essa; e Giambattista Torretti, per preghiera del Loredano, al quale una moltitudine di scrittori s'inchinava come a un maestro e a un Mecenate, compose unaControsatira“modestissima„ e tale “che non mosse alcuno a scrivergli contro„67. Ma cinque anni dopo ad Arcangela Tarabotti, che nel monastero di Sant'Anna leggendo e scrivendo mitigava i tormenti delle memorie vecchie, dei nuovi desideri e dell'isterismo, fu recato da alcune dame il brutto scherzo del Buoninsegni; ed essa, la monacella che già aveva sostenuto contro un altro scrittore, in pseudonimo [pg!137] Orazio Plata, non essere le donne di natura inferiore agli uomini, divampò d'ira a scorgerle tanto schernite pei loro difetti e pei loro gusti.— “Oh scellerata ed impervertita mente degli uomini, ai quali mancando forse il potersi impiegare in iscrivere fatti egregi et racconti virtuosi, poiché al nostro secolo vi sono pochissimi di loro che operino azione degna di immortalità, quasi tutti si danno ad oltraggiare e sprezzare le nobili operationi donnesche!„.68— E pare di vederla e udirla inveire contro il Buoninsegni nella sua fantasia a cospetto di lei con l'attitudine d'un delinquente.— Ah sí!, le donne veston di seta perché sono vermi? portano perle perché mancano di sale? Vermi gli uomini “che rodono l'onor delle donne e hanno tarlata la loro libertà„; e, quanto alle perle, esse sono “proporzionate al candore e alla purità dell'animo loro„, precisamente come del nero dei loro vestiti, che a voi, signor Buoninsegni, pare un mezzo di seduzione, è ragione “quella mestizia che le tiene oppresse, [pg!138] per esser sottoposte alla tirannia degli uomini e ai loro indegni capricci„. E le pianelle alte sono un'“invenzione lodevole„, giacché per queste le donne “van sempre sollevate dal suolo e tendono al Cielo„; e se han dorate le pianelle, “se l'infima parte è d'oro, che sarà il resto?„ Gli uomini, non le donne, cerchino le loro qualità e le loro cose in un mazzo di carte. Per idenariinfatti si disonorano; con lecoppesi ubbriacano; e portanospadedorate ai fianchi, gli Orlandi!; e riversano ibastonisu le spalle delle mogli sciagurate. E poi neitarocchisono i loro ritratti con le facce dadiavolo, appiccato, bagatelliere, amorefalso. — Capo di legno alle donne? Teste di legno hanno i mariti, signor Buoninsegni; ma già voi procedete troppo a sofismi. “Ah se alle femmine non fosse diniegata l'applicazione alle scienze bensí si sentirebbero concetti non sofistici e mendicati paradossi!„ Del resto — aggiungeva suor'Arcangela —, “ad ogni ora può provarsi se le donne han piú forza nelle gambe o nelle braccia!„ — [pg!139]Cosí dunque la Tarabotti si sfogò in un'Antisatiraoppugnando ogni frizzo dell'“Apollo di Siena„ e mettendo ella in burletta le mode degli uomini, che portavano zazzere comprate a contanti, si profumavano alla francese e per far apparire belle e grosse le gambe si riempivano le calze di bambagia; e l'Antisatiramandò a vedere al cognato Pighetti. Il quale la lesse con l'Aprosio ed entrambi trovandola “ripiena di mille spropositi e di non poche impertinenze„69, cercarono di dissuadere l'autrice dallo stamparla. Di che la Tarabotti pativa e s'inquietava con l'Aprosio.“Essendo V. S. parziale del Buoninsegni mi vorrebbe senza lingua per lui, e perciò va dissuadendomi col dar nome di satire e di duelli impropri ad una buona religiosa la verità tanto grata a Dio„; ma quanto alla sua esortazione d'esser “buona religiosa„, “spero di giungere nel coro de' Serafini, non che d'essere annoverata nel catalogo delle Santissime Vergini, delle cui sacre bende allor che mi cinsi il capo, non solo fui riposta nel lor numero, ma ancora annoverata [pg!140] fra le martiri„.70Insomma, come ella era deliberata a “diriger sempre le sue parole a dire la verità delle malizie degli uomini„, i due censori dovettero accontentarsi che essa stampasse l'Antisatiracon qualche mutazione e con qualche complimento, cosí, per indorare la pillola, all'autore della “satira menippea.„.Ma se la Tarabotti era monaca, l'Aprosio era frate, e come tale sentiva imperioso il bisogno di non darsi per vinto; ond'è che rivedendo a mano a mano le bozze le quali la Tarabotti mandava a correggere al Pighetti, gongolando e zitto zitto egli preparava una difesa del Buoninsegni che abbattesse l'oltracotanza della suora. Compose, consapevole il Pighetti,La maschera scoperta; ma presto dovette apprendere per essa che se il resistere alle donne è impresa difficile, è tempo perduto prendersela con le monache.La maschera scoperta, quando fu sbrigata dal revisore per il Sant'Uffizio, passò a Luigi Quirini, segretario dello studio di Padova; e questi, prima di dar l'ultimo permesso di pubblicazione, la [pg!141] diede a leggere a quella buona lana del frate Girolamo Brusoni, allora in carcere per colpa di apostasia: né il Brusoni si distrasse solo con la lettura del manoscritto, ma ne prese copia, e uscito di prigione pochi dí dopo, corse a cederla, o, se è vero quel che dice l'Aprosio, a venderla alla Tarabotti, “per ritrovar qualche sovvenimento alla sua fame.„71Onde la Tarabotti diede in ismanie; e come alcuni dicevano che l'Antisatira— già pubblicata e dedicata alla granduchessa di Toscana — non era scritta da lei, parendo loro troppo ben fatta, ed altri asserivano che doveva proprio esser sua, essendo zeppa di strafalcioni nelle sentenze e nei ricordi classici, addio fama di donna illustre se anche fosse stato concesso all'Aprosio di mandare alle stampe laMaschera scoperta!A riparare l'ultimo colpo bisognava dunque il soccorso di quanti potenti le volevano bene, e scriveva al Loredano invocandolo come “protettore benigno e difensor valoroso del senso donnesco„; al granduca di Parma Ferdinando Farnese assicurandolo [pg!142] della tristizia dell'Aprosio, “predicatore delle glorie del vino, confessore de' bugiardi. Mecenate degli ubbriachi„,72— cioè del Buoninsegni; — scriveva per aiuto a molti altri, e alla fine ottenne quel che desiderava:La maschera scopertanon fu pubblicata. Imaginate voi l'ira dell'Aprosio? Io l'imagino per le lettere che gli inviava la monacella, la quale sembrava corbellarsi di lui e affermava con una piccola bugia ch'ella non s'era adoperata affatto “nella sua patria o fuori„ a ch'egli non potesse stampare scritti contro di lei. — “Io non pretesi altro da Lei che fosse levato il mio nome da quell'opera (La Maschera), acciò che la commedia dellaMaschera discovertanon finisse in tragedia per qualcuno„.73— Capite? In tragedia! Ma il Pighetti, per riaversi nella stima della cognata, che l'aveva creduto “promotore„ dellaMascherae gli aveva scritto: “le ferite che si danno alle spalle sono da traditore e le parole che si dicono in assenza di coloro di cui si parla non possono offendere„, dovette interporsi tra il frate e la monaca, perché quello desistesse dal [pg!143] vendicarsi di questa e dal minacciarla: infatti l'Aprosio s'accontentò d'allargare la materia dellaMaschera, e dandole sembianza d'una censura “non contro le donne, ma le vanità e i vizi in generale„, composeLo scudo di Rinaldo, ovvero lo specchio del disinganno, che vide la luce nel 1646. Veramente nelloScudo, opera in cui l'autore biasimava il lusso del suo e di tutti i tempi riferendo brani d'innumerabili scrittori antichi e contemporanei, se non mancavano rimproveri agli uomini perché mettevan la parrucca, lasciavan crescere lunghe le unghie e tormentavano “li mustacchi„, erano piú le frecciate alle donne, le quali coprivan la fronte e scoprivan le poppe, si tingevano i capelli o ne assumevano di posticci, s'imbellettavano, facevano mostra d'orecchini e di zoccoli ridicoli. Tuttavia nella prefazione la Tarabotti riceveva lode di scrittrice famosa, e nel capitolo settimo ella poteva rileggere l'elogio che già le aveva fatto in latino il Pighetti: — “La purissima penna di cui ti servi, un angiolo deve aver tratto per te dalle sue ali„. — [pg!144]Se non che era appena quetato un frate quando un altro si fece addosso ad Arcangela, e fu, chi lo crederebbe?, l'amico suo Girolamo Brusoni. Perché l'assalisse negliAborti dell'occasioneio non so bene; so che una volta la Tarabotti gli chiedeva scusa scrivendogli: — “Può aver peccato in me una bile, che mossa dal male continuato che tengo attorno, cagiona in me una certa rabbietta ch'alle volte mi farebbe precipitare„; — e che un'altra volta si doleva con lui: —.“Quando mi capitarono nelle maniLi aborti dell'occasione, allora mi conobbi d'avvantaggio tradita.... S'ella però ha cosí operato per rendermi la pariglia d'un inganno scherzevole dovea star nelli limiti....„ —74Che piú? Avanti di morire l'infelice suora ebbe ancora da difendere le donne proprio dagli scherni di quel cavaliere ch'ella avea chiamato “protettore del sesso donnesco„: il Loredano, il quale per certa accademia compose sei sonetti satirici non tutti blandi e né pure arguti come questo che segue: [pg!145]S'allude al costume della Spagna di donare il condannato all'ultimo supplicio alla donna pubblica che lo chiede per marito.Con li occhi chiusi e con le man legate,Assicurato con infami scorte,Veniva un meschinel condotto a mortePerch'avea in chiesa bastonato un frate.Quando mossa una femmina a pietateGridò: — Fermate, sbirri: il vo' consorte. —A questo dire s'allargò la corteE poneva il paziente in libertate.Ma il reo con una faccia giovialeRicusò di tal grazia il benefizioE corse ad incontrar l'ora fatale.Poi disse al boia: — Esercita il tuo ufficioChé se la forca è un tormentoso maleLa moglie è in verità maggior supplicio.75Ma il piú acerbo avversario d'Arcangela fu Lodovico Sesti (Lucido Ossiteo), che nel 1656 stampò a Siena unaCensura dell'Antisatiradedicandola al granduca Mattia di Toscana. Cotesto “accademico Aristocratico„ tra le altre cose diceva alle donne che non conveniva loro il darsi alle lettere perché “la sella disdice al somaro„; che gli uomini “usavan la parrucca per coprire i difetti cagionati dai loro regali„; [pg!146] che esse ostentavano il seno perché “si mostra la mercanzia che si vuol vendere„, e rifacendo il famoso confronto delle carte da gioco aggiungeva che le donneSono nateSol per esser mescolate,E si vede al paragoneChi le mescola piú piú n'è padrone.Ma dotto nell'arte,Sia pur delle carte,Chi primiera con queste unqua non fa?Chi nella borsa sua flusso non ha.E terminava laCensuraesortando la Tarabotti “che per l'avvenire misurasse le sue forze, prima di cimentarsi con gl'ingegni di prima classe.„Vano consiglio! La suora era morta da quattro anni. [pg!147]

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I.Questa, a linee brevi d'umile prosa, la figurina di un giovane che a mezzo il secolo decimosettimo derivasse dalle mode francesi la virtú di piacere molto alle donne e piú a sé medesimo.Di sotto il cappellaccio bigio, povero di falde e ricco di nastri e fiocchi a vari colori, l'onda dei capelli, naturali o finti, diffusa su 'l largo collare; diffusa su lo stomaco e sfuggente dall'apertura del farsetto di “gialdiccio„, la camicia sottile e candida; i calzoncini strettissimi, verdi, a liste di passamani, trattenuti da lucide stringhe sotto il ginocchio; e quindi le calze rosse o bianche [pg!120] (bianche ne' partigiani dei Francesi e rosse degli Spagnoli) a seconda dell'opinione politica. Ma al diavolo la politica!; e per seguire in tutto la moda di Francia, meglio che le scarpette coperte in punta da grandi rose di seta e d'oro, due stivalacci coi calzari a rovescioni su 'l collo del piede.E come belle le mani senza guanti, la sinistra poggiata all'impugnatura della breve spada e la destra, con un grosso anello di giavazzo nero nell'indice e un anellino d'argento o di rame nell'estremità del mignolo, intesa talvolta ad appuntare i baffi rivolti in su a punti interrogativi! Le donne rispondevano con sorrisi, ma secondo una canzonetta, forse maligna, pretendevano troppo:Con le donne d'oggidíCi vuol altro, per mia féChe portar raso o tabí!Stracciato e nudoSe 'n vada il drudo,Ché amor vero, allor saràSe per vestir altrui si spoglierà!58Tuttavia i donnaioli non andavan nudi per strada, anzi, potendo, vestivano in conformità [pg!121] delle mode, che allora “variavano come la stagione„59. Però se è difficile seguire le vicissitudini delle foggie negli abiti degli uomini, i quali, per esempio, a distanza di pochi anni sostituirono ai calzoni stretti “bragoni scialacquati„, a mala pena si può cogliere la volubilità della moda femminile ne' suoi momenti piú singolari; e se è noto che a metà del secolo il guardinfante, ricoverto di lunghe gonne e sottogonne, era in uso comune ed utile a nascondere gravidanze legittime ed illegittime e piú d'una volta amatori furtivi, e in uso comune erano i corsetti a “basche„ con le maniche a sboffi e le ampie gollette di pizzo, non è poi facile rendere idea del come mutassero e rimutassero le forme secondarie e le cose minori d'unatoilettecompiuta. Anche accadeva troppo spesso che qualche dama vaga di novità apparisse vestita e acconciata in maniera diversa dalle altre e traesse tosto molte altre ad imitarla.Cosí fece quell'una vista e ritratta da don Agostino Lampugnani, la quale portava [pg!122] in testa un cappello di feltro con la falda tenuta a rovescio da un fermaglio di gioie; alla persona, una casacca alla francese di seta colore incarnatino, intessuta d'oro con maniche corte e con fiocchi di camicia bianchissima fuori dei gomiti; una gonna all'inglese d'“ormesino cangiante„, succinta tanto da lasciar vedere le gambe coperte da calze di seta color porpora; nei piedi, scarpette di raso con un dito di tacco e con due gran rose pur esse di color porpora; nelle mani, guanti logori e stracciati per porre in vista numerosi e preziosi anelli; al collo, un monile di granati; a un solo orecchio, “un pendente d'odorata mistura nera„; e a sinistra del petto un pugnale e a destra un piccolo archibugio a ruota. Dio ne scampi dal rinnovamento di moda sí fatta!E neppure risorga mai piú l'usanza che in certo periodo del seicento costrinse le signore a farsi salassare per derivarne pallore e magrezza e a mangiare una terra dettabolarmicoper cui l'avorio dei denti rimanesse “incastonato d'ebano„: aberrazione [pg!123] di gusto, che ebbe forse a causa e scusa il rovello delle gentildonne al vedersi imitate ed emulate dalle umili cittadine nella profusione della biacca e del minio su 'l viso e su 'l seno. Odiose borghesi, le quali smaniavano di copiare le dame in tutto! Almeno al tempo in cui usavano i manti era come stabilito per legge che le gentildonne li portassero di seta e le “cittadine e mercadantesse di criniletto; e guai a quella di queste che si fosse arrischiata di portarlo di seta, perché era certa che le sarebbe stato strappato d'attorno„, e talvolta per mano delle dame medesime! “Usanza — aggiunge il Ghiselli —60che sarebbe da desiderarsi che fosse stata mantenuta, ché non si vedrebbe al presente quella confusione che produce quel trattamento, ch'accomunato a tutti piú non fa comparire quella bella distinzione fra le persone di diversa condizione; contro l'uso d'oggidí, nel quale piú non si conosce dalla suntuosità del vestire una dama da una moglie di uno speziale o di qualch'altro uomo di piú bassa condizione.„ [pg!124]

Questa, a linee brevi d'umile prosa, la figurina di un giovane che a mezzo il secolo decimosettimo derivasse dalle mode francesi la virtú di piacere molto alle donne e piú a sé medesimo.

Di sotto il cappellaccio bigio, povero di falde e ricco di nastri e fiocchi a vari colori, l'onda dei capelli, naturali o finti, diffusa su 'l largo collare; diffusa su lo stomaco e sfuggente dall'apertura del farsetto di “gialdiccio„, la camicia sottile e candida; i calzoncini strettissimi, verdi, a liste di passamani, trattenuti da lucide stringhe sotto il ginocchio; e quindi le calze rosse o bianche [pg!120] (bianche ne' partigiani dei Francesi e rosse degli Spagnoli) a seconda dell'opinione politica. Ma al diavolo la politica!; e per seguire in tutto la moda di Francia, meglio che le scarpette coperte in punta da grandi rose di seta e d'oro, due stivalacci coi calzari a rovescioni su 'l collo del piede.

E come belle le mani senza guanti, la sinistra poggiata all'impugnatura della breve spada e la destra, con un grosso anello di giavazzo nero nell'indice e un anellino d'argento o di rame nell'estremità del mignolo, intesa talvolta ad appuntare i baffi rivolti in su a punti interrogativi! Le donne rispondevano con sorrisi, ma secondo una canzonetta, forse maligna, pretendevano troppo:

Con le donne d'oggidíCi vuol altro, per mia féChe portar raso o tabí!Stracciato e nudoSe 'n vada il drudo,Ché amor vero, allor saràSe per vestir altrui si spoglierà!58

Con le donne d'oggidíCi vuol altro, per mia féChe portar raso o tabí!Stracciato e nudoSe 'n vada il drudo,Ché amor vero, allor saràSe per vestir altrui si spoglierà!58

Con le donne d'oggidí

Ci vuol altro, per mia fé

Che portar raso o tabí!

Stracciato e nudo

Se 'n vada il drudo,

Ché amor vero, allor sarà

Se per vestir altrui si spoglierà!58

Tuttavia i donnaioli non andavan nudi per strada, anzi, potendo, vestivano in conformità [pg!121] delle mode, che allora “variavano come la stagione„59. Però se è difficile seguire le vicissitudini delle foggie negli abiti degli uomini, i quali, per esempio, a distanza di pochi anni sostituirono ai calzoni stretti “bragoni scialacquati„, a mala pena si può cogliere la volubilità della moda femminile ne' suoi momenti piú singolari; e se è noto che a metà del secolo il guardinfante, ricoverto di lunghe gonne e sottogonne, era in uso comune ed utile a nascondere gravidanze legittime ed illegittime e piú d'una volta amatori furtivi, e in uso comune erano i corsetti a “basche„ con le maniche a sboffi e le ampie gollette di pizzo, non è poi facile rendere idea del come mutassero e rimutassero le forme secondarie e le cose minori d'unatoilettecompiuta. Anche accadeva troppo spesso che qualche dama vaga di novità apparisse vestita e acconciata in maniera diversa dalle altre e traesse tosto molte altre ad imitarla.

Cosí fece quell'una vista e ritratta da don Agostino Lampugnani, la quale portava [pg!122] in testa un cappello di feltro con la falda tenuta a rovescio da un fermaglio di gioie; alla persona, una casacca alla francese di seta colore incarnatino, intessuta d'oro con maniche corte e con fiocchi di camicia bianchissima fuori dei gomiti; una gonna all'inglese d'“ormesino cangiante„, succinta tanto da lasciar vedere le gambe coperte da calze di seta color porpora; nei piedi, scarpette di raso con un dito di tacco e con due gran rose pur esse di color porpora; nelle mani, guanti logori e stracciati per porre in vista numerosi e preziosi anelli; al collo, un monile di granati; a un solo orecchio, “un pendente d'odorata mistura nera„; e a sinistra del petto un pugnale e a destra un piccolo archibugio a ruota. Dio ne scampi dal rinnovamento di moda sí fatta!

E neppure risorga mai piú l'usanza che in certo periodo del seicento costrinse le signore a farsi salassare per derivarne pallore e magrezza e a mangiare una terra dettabolarmicoper cui l'avorio dei denti rimanesse “incastonato d'ebano„: aberrazione [pg!123] di gusto, che ebbe forse a causa e scusa il rovello delle gentildonne al vedersi imitate ed emulate dalle umili cittadine nella profusione della biacca e del minio su 'l viso e su 'l seno. Odiose borghesi, le quali smaniavano di copiare le dame in tutto! Almeno al tempo in cui usavano i manti era come stabilito per legge che le gentildonne li portassero di seta e le “cittadine e mercadantesse di criniletto; e guai a quella di queste che si fosse arrischiata di portarlo di seta, perché era certa che le sarebbe stato strappato d'attorno„, e talvolta per mano delle dame medesime! “Usanza — aggiunge il Ghiselli —60che sarebbe da desiderarsi che fosse stata mantenuta, ché non si vedrebbe al presente quella confusione che produce quel trattamento, ch'accomunato a tutti piú non fa comparire quella bella distinzione fra le persone di diversa condizione; contro l'uso d'oggidí, nel quale piú non si conosce dalla suntuosità del vestire una dama da una moglie di uno speziale o di qualch'altro uomo di piú bassa condizione.„ [pg!124]

II.Scrittori che deridessero e sferzassero le mode barocche e le costumanze corrompitrici abbondarono pure nel secolo decimosettimo, ma per arte e per ironia acuta e fremebonda, che fa rammentare il Parini61, Gabriello Chiabrera superò tutti in due de' suoi sermoni e piú mirabilmente in quello all'amico Jacopo Gaddi:Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campiDella fredda Lamagna ami battaglieLa gioventude, e sia disposta all'armi,Negar non oso, e negherò via menoChe dentro i dicchi della bassa OlandaSi rimirino popoli feroci....Dico che nella Fiandra e nella Francia,E che dovunque il sol mostra i capegli.Nascono destre da vibrare un'asta.Da stringere una spada, ed avvi genteDa piantar palme sulla lor Tarpea:Tutto vi posso dir; bella fanciullaAppiattar non si deve, e similmentePerò cosí parlai: ma d'altra parteForte contrasterò che né per Fiandra,Né per dovunque il sol mostra i capegli,[pg!125]Gente leggiadra mirerai, che agguagliLa leggiadria dell'italica gente.Chi muoverassi a contraddirmi? E doveCalzar potrassi una gentil scarpetta?Un calcagnetto sí polito? ArrogeI bei fiocchi del nastro, onde s'allaccia.Che di Mercurio sembrano i talari.Io taccio il feltro de' cappelli tintoOltre misura a negro; e taccio i fregiSul giubbon di ricchissimi vermigli.Chi potrà dir de' collarini bianchiPiú che neve di monte? Ovvero azzurriPiú che l'azzurro d'ogni ciel sereno?Ed acconci per via che non s'ascondeIl gruppo della gola, anzi s'esponeAlle dame l'avorio del bel collo?Lungo fòra a narrar come son gaiPer trapunto i calzoni, e come ornatePer entro la casacca in varie guiseSerpeggiando sen van bottonature.Splendono soppannati i ferrajoliBizzarramente, e sulla coscia mancaTutto d'argento arabescati; e d'oroRidono gli elsi della bella spada.Or prendasi a pensar quale è a mirarsiFra sí fatti ricami, in tale pompa.Una bionda increspata zazzerettaPer diligente man di buon barbiereCon suoi fuochi e suoi ferri; e per qual modoVi sfavilli la guancia sí vermiglia,Che può vermiglia ancor parer per arte;E chi sa? forse, forse.... O glorïosa,[pg!126]E non men fortunata Italia mia,Di quella Italia che domava il mondoQuando fremean le legïon romane!...Nel sermone a Francesco Gavotti il Chiabrera feriva in vece le donne, dubitoso che per le vanità delle mode e per le pompe e i sollazzi, la loro onestà potesse restar “salda in piede„:.... Io rimiro le donne oggi far mostraDi sua persona avvolte in gonne tali,Che stancano le man di cento sarti.Men ricamato stassi infra le nubiL'arco baleno: io tacerò dell'oro.Oro il giubbone, òr le faldiglie, ed oroSparso di belle gemme i crini attorti.Negletta fra' suoi veli appar l'AuroraSorta dall'Oceáno. Io già non nego,Che assai sovente la beltà del visoFa tradimento alla mirabil pompa.Or sí fatta donzella è non contentaDi sua statura, ma levata in altoSu tre palmi di zoccoli gioisceDi torreggiare, e per non dare un crollo,E non gire a baciar la madre antica,Se ne va da man destra e da man mancaAppuntellata su due servi, ed alzaIl piede, andando, come se 'l traesseFuor d'una fossa; onde movendo il passoÈ costretta a contorcer la persona,[pg!127]E a ben dimenar tutto il codazzo.O Democrito antico, ove dimori?Ove sei gito? A sí leggiadre usanzeGiungi carrozze da città, carrozzePer la campagna, seggiole, lettiche,Staffieri, paggi. Il padre di famigliaI golfi passerà per mezzo il vernoSu frale nave mercatando, ovveroCon l'armi in dosso seguirà l'insegneFra mille rischi, e ne' palazzi alteriServa farà sua libertate a' cenniD'aspro signor, per adunar moneta;E poi disperderalla in compir voglieE soddisfar vaghezze della donna?La donna darà legge? avrà la brigliaD'ogni governo in mano?....Ci voleva proprio il coraggio d'Arcangela Tarabotti per sostenere che le donne del tempo di lei e del Chiabrera erano in tutto schiave agli uomini!

Scrittori che deridessero e sferzassero le mode barocche e le costumanze corrompitrici abbondarono pure nel secolo decimosettimo, ma per arte e per ironia acuta e fremebonda, che fa rammentare il Parini61, Gabriello Chiabrera superò tutti in due de' suoi sermoni e piú mirabilmente in quello all'amico Jacopo Gaddi:

Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campiDella fredda Lamagna ami battaglieLa gioventude, e sia disposta all'armi,Negar non oso, e negherò via menoChe dentro i dicchi della bassa OlandaSi rimirino popoli feroci....Dico che nella Fiandra e nella Francia,E che dovunque il sol mostra i capegli.Nascono destre da vibrare un'asta.Da stringere una spada, ed avvi genteDa piantar palme sulla lor Tarpea:Tutto vi posso dir; bella fanciullaAppiattar non si deve, e similmentePerò cosí parlai: ma d'altra parteForte contrasterò che né per Fiandra,Né per dovunque il sol mostra i capegli,[pg!125]Gente leggiadra mirerai, che agguagliLa leggiadria dell'italica gente.Chi muoverassi a contraddirmi? E doveCalzar potrassi una gentil scarpetta?Un calcagnetto sí polito? ArrogeI bei fiocchi del nastro, onde s'allaccia.Che di Mercurio sembrano i talari.Io taccio il feltro de' cappelli tintoOltre misura a negro; e taccio i fregiSul giubbon di ricchissimi vermigli.Chi potrà dir de' collarini bianchiPiú che neve di monte? Ovvero azzurriPiú che l'azzurro d'ogni ciel sereno?Ed acconci per via che non s'ascondeIl gruppo della gola, anzi s'esponeAlle dame l'avorio del bel collo?Lungo fòra a narrar come son gaiPer trapunto i calzoni, e come ornatePer entro la casacca in varie guiseSerpeggiando sen van bottonature.Splendono soppannati i ferrajoliBizzarramente, e sulla coscia mancaTutto d'argento arabescati; e d'oroRidono gli elsi della bella spada.Or prendasi a pensar quale è a mirarsiFra sí fatti ricami, in tale pompa.Una bionda increspata zazzerettaPer diligente man di buon barbiereCon suoi fuochi e suoi ferri; e per qual modoVi sfavilli la guancia sí vermiglia,Che può vermiglia ancor parer per arte;E chi sa? forse, forse.... O glorïosa,[pg!126]E non men fortunata Italia mia,Di quella Italia che domava il mondoQuando fremean le legïon romane!...

Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campiDella fredda Lamagna ami battaglieLa gioventude, e sia disposta all'armi,Negar non oso, e negherò via menoChe dentro i dicchi della bassa OlandaSi rimirino popoli feroci....Dico che nella Fiandra e nella Francia,E che dovunque il sol mostra i capegli.Nascono destre da vibrare un'asta.Da stringere una spada, ed avvi genteDa piantar palme sulla lor Tarpea:Tutto vi posso dir; bella fanciullaAppiattar non si deve, e similmentePerò cosí parlai: ma d'altra parteForte contrasterò che né per Fiandra,Né per dovunque il sol mostra i capegli,[pg!125]Gente leggiadra mirerai, che agguagliLa leggiadria dell'italica gente.Chi muoverassi a contraddirmi? E doveCalzar potrassi una gentil scarpetta?Un calcagnetto sí polito? ArrogeI bei fiocchi del nastro, onde s'allaccia.Che di Mercurio sembrano i talari.Io taccio il feltro de' cappelli tintoOltre misura a negro; e taccio i fregiSul giubbon di ricchissimi vermigli.Chi potrà dir de' collarini bianchiPiú che neve di monte? Ovvero azzurriPiú che l'azzurro d'ogni ciel sereno?Ed acconci per via che non s'ascondeIl gruppo della gola, anzi s'esponeAlle dame l'avorio del bel collo?Lungo fòra a narrar come son gaiPer trapunto i calzoni, e come ornatePer entro la casacca in varie guiseSerpeggiando sen van bottonature.Splendono soppannati i ferrajoliBizzarramente, e sulla coscia mancaTutto d'argento arabescati; e d'oroRidono gli elsi della bella spada.Or prendasi a pensar quale è a mirarsiFra sí fatti ricami, in tale pompa.Una bionda increspata zazzerettaPer diligente man di buon barbiereCon suoi fuochi e suoi ferri; e per qual modoVi sfavilli la guancia sí vermiglia,Che può vermiglia ancor parer per arte;E chi sa? forse, forse.... O glorïosa,[pg!126]E non men fortunata Italia mia,Di quella Italia che domava il mondoQuando fremean le legïon romane!...

Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campi

Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campi

Della fredda Lamagna ami battaglie

La gioventude, e sia disposta all'armi,

Negar non oso, e negherò via meno

Che dentro i dicchi della bassa Olanda

Si rimirino popoli feroci....

Dico che nella Fiandra e nella Francia,

E che dovunque il sol mostra i capegli.

Nascono destre da vibrare un'asta.

Da stringere una spada, ed avvi gente

Da piantar palme sulla lor Tarpea:

Tutto vi posso dir; bella fanciulla

Appiattar non si deve, e similmente

Però cosí parlai: ma d'altra parte

Forte contrasterò che né per Fiandra,

Né per dovunque il sol mostra i capegli,

[pg!125]

Gente leggiadra mirerai, che agguagli

La leggiadria dell'italica gente.

Chi muoverassi a contraddirmi? E dove

Calzar potrassi una gentil scarpetta?

Un calcagnetto sí polito? Arroge

I bei fiocchi del nastro, onde s'allaccia.

Che di Mercurio sembrano i talari.

Io taccio il feltro de' cappelli tinto

Oltre misura a negro; e taccio i fregi

Sul giubbon di ricchissimi vermigli.

Chi potrà dir de' collarini bianchi

Piú che neve di monte? Ovvero azzurri

Piú che l'azzurro d'ogni ciel sereno?

Ed acconci per via che non s'asconde

Il gruppo della gola, anzi s'espone

Alle dame l'avorio del bel collo?

Lungo fòra a narrar come son gai

Per trapunto i calzoni, e come ornate

Per entro la casacca in varie guise

Serpeggiando sen van bottonature.

Splendono soppannati i ferrajoli

Bizzarramente, e sulla coscia manca

Tutto d'argento arabescati; e d'oro

Ridono gli elsi della bella spada.

Or prendasi a pensar quale è a mirarsi

Fra sí fatti ricami, in tale pompa.

Una bionda increspata zazzeretta

Per diligente man di buon barbiere

Con suoi fuochi e suoi ferri; e per qual modo

Vi sfavilli la guancia sí vermiglia,

Che può vermiglia ancor parer per arte;

E chi sa? forse, forse.... O glorïosa,

[pg!126]

E non men fortunata Italia mia,

Di quella Italia che domava il mondo

Quando fremean le legïon romane!...

Nel sermone a Francesco Gavotti il Chiabrera feriva in vece le donne, dubitoso che per le vanità delle mode e per le pompe e i sollazzi, la loro onestà potesse restar “salda in piede„:

.... Io rimiro le donne oggi far mostraDi sua persona avvolte in gonne tali,Che stancano le man di cento sarti.Men ricamato stassi infra le nubiL'arco baleno: io tacerò dell'oro.Oro il giubbone, òr le faldiglie, ed oroSparso di belle gemme i crini attorti.Negletta fra' suoi veli appar l'AuroraSorta dall'Oceáno. Io già non nego,Che assai sovente la beltà del visoFa tradimento alla mirabil pompa.Or sí fatta donzella è non contentaDi sua statura, ma levata in altoSu tre palmi di zoccoli gioisceDi torreggiare, e per non dare un crollo,E non gire a baciar la madre antica,Se ne va da man destra e da man mancaAppuntellata su due servi, ed alzaIl piede, andando, come se 'l traesseFuor d'una fossa; onde movendo il passoÈ costretta a contorcer la persona,[pg!127]E a ben dimenar tutto il codazzo.O Democrito antico, ove dimori?Ove sei gito? A sí leggiadre usanzeGiungi carrozze da città, carrozzePer la campagna, seggiole, lettiche,Staffieri, paggi. Il padre di famigliaI golfi passerà per mezzo il vernoSu frale nave mercatando, ovveroCon l'armi in dosso seguirà l'insegneFra mille rischi, e ne' palazzi alteriServa farà sua libertate a' cenniD'aspro signor, per adunar moneta;E poi disperderalla in compir voglieE soddisfar vaghezze della donna?La donna darà legge? avrà la brigliaD'ogni governo in mano?....

.... Io rimiro le donne oggi far mostraDi sua persona avvolte in gonne tali,Che stancano le man di cento sarti.Men ricamato stassi infra le nubiL'arco baleno: io tacerò dell'oro.Oro il giubbone, òr le faldiglie, ed oroSparso di belle gemme i crini attorti.Negletta fra' suoi veli appar l'AuroraSorta dall'Oceáno. Io già non nego,Che assai sovente la beltà del visoFa tradimento alla mirabil pompa.Or sí fatta donzella è non contentaDi sua statura, ma levata in altoSu tre palmi di zoccoli gioisceDi torreggiare, e per non dare un crollo,E non gire a baciar la madre antica,Se ne va da man destra e da man mancaAppuntellata su due servi, ed alzaIl piede, andando, come se 'l traesseFuor d'una fossa; onde movendo il passoÈ costretta a contorcer la persona,[pg!127]E a ben dimenar tutto il codazzo.O Democrito antico, ove dimori?Ove sei gito? A sí leggiadre usanzeGiungi carrozze da città, carrozzePer la campagna, seggiole, lettiche,Staffieri, paggi. Il padre di famigliaI golfi passerà per mezzo il vernoSu frale nave mercatando, ovveroCon l'armi in dosso seguirà l'insegneFra mille rischi, e ne' palazzi alteriServa farà sua libertate a' cenniD'aspro signor, per adunar moneta;E poi disperderalla in compir voglieE soddisfar vaghezze della donna?La donna darà legge? avrà la brigliaD'ogni governo in mano?....

.... Io rimiro le donne oggi far mostra

Di sua persona avvolte in gonne tali,

Che stancano le man di cento sarti.

Men ricamato stassi infra le nubi

L'arco baleno: io tacerò dell'oro.

Oro il giubbone, òr le faldiglie, ed oro

Sparso di belle gemme i crini attorti.

Negletta fra' suoi veli appar l'Aurora

Sorta dall'Oceáno. Io già non nego,

Che assai sovente la beltà del viso

Fa tradimento alla mirabil pompa.

Or sí fatta donzella è non contenta

Di sua statura, ma levata in alto

Su tre palmi di zoccoli gioisce

Di torreggiare, e per non dare un crollo,

E non gire a baciar la madre antica,

Se ne va da man destra e da man manca

Appuntellata su due servi, ed alza

Il piede, andando, come se 'l traesse

Fuor d'una fossa; onde movendo il passo

È costretta a contorcer la persona,

[pg!127]

E a ben dimenar tutto il codazzo.

O Democrito antico, ove dimori?

Ove sei gito? A sí leggiadre usanze

Giungi carrozze da città, carrozze

Per la campagna, seggiole, lettiche,

Staffieri, paggi. Il padre di famiglia

I golfi passerà per mezzo il verno

Su frale nave mercatando, ovvero

Con l'armi in dosso seguirà l'insegne

Fra mille rischi, e ne' palazzi alteri

Serva farà sua libertate a' cenni

D'aspro signor, per adunar moneta;

E poi disperderalla in compir voglie

E soddisfar vaghezze della donna?

La donna darà legge? avrà la briglia

D'ogni governo in mano?....

Ci voleva proprio il coraggio d'Arcangela Tarabotti per sostenere che le donne del tempo di lei e del Chiabrera erano in tutto schiave agli uomini!

III.Povera Tarabotti! A undici anni per volontà del padre suo, duro uomo di mare, era stata costretta a vestir l'abito di monaca nel convento di Sant'Anna in Venezia; a cambiare il bel nome di Elena in quello brutto [pg!128] d'Arcangela; a porgere un vóto quando in lei “diversa dalla lingua e dagli atti esteriori, altro intendeva la mente„. Cosí “fino alla consecrazione„ era rimasta “monaca di nome, ma non d'abito e di costumi; quello pazzamente vano e questi vanamente pazzi„62: consacrata, nella condanna della sua calda giovinezza; nello strappo pur dai sogni di quelle gioie che avrebbe voluto gustare, quante gliene suggerivano la fantasia ed i sensi; nella racchiusa e muta disperazione d'ogni bene, d'ogni conforto avvenire, aveva imparato a scrivere, la monacella, e aveva studiato assai per richiamarsi un giorno con le sue opere alla giustizia e alla pietà del mondo. E riuscita che fu a comporreLa semplicità ingannata,La tirannia paternaeL'inferno monacale, le parve d'aver tratta per l'infelicità sua e per quella di mille altre sciagurate sue eguali, un'aspra vendetta della crudeltà dei genitori, di una barbara costumanza, di una legge fatta contro la natura per l'amore di Dio. Ai due ultimi libri non fu data licenza di stampa, quantunque s'adoprasse per essa Vittoria [pg!129] Medici della Rovere granduchessa di Toscana: il primo usci a Leida solo nel 1654 e fu proibito da papa Innocenzo decimo perché tra l'una citazione e l'altra di storia sacra, tra l'uno e l'altro ragionamento sconclusionato, erano scatti d'odio contro i parenti che sacrificavano le figliuole alla clausura.— “Com'è possibile, o ingannatori, che chiudiate in seno un cuore cosí crudele, che soffra di tormentar il corpo delle vostre figliuole, che pur son vostre viscere, con perdita forse della lor anima....; e che con la loro procuriate di precipitar anco le vostre medesime negli abissi dell'inferno, come rei di colpa mortalissima, per aver violentata la volontà di quelle, alle quali Iddio l'ha conceduta libera?.... Voi, tiranni d'averno, aborti di natura, cristiani di nome e diavoli d'operazioni...., pretendete d'esser scrutatori di quei cuori che non si vedono se non da gli occhi di Dio, e disponete con pazza pretensione sino dell'arbitrio di quelle creature che pur anche stanno chiuse nell'alvo materno, senza aspettare ch'esse vi dichiarino a qual stato le inclini [pg!130] il loro genio, senza pensare quale iniquità sia lo sforzare l'altrui istinto„.Questo e gli altri due libri passavano manoscritti di mano in mano, recando all'autrice lodi di scrittori famosi, che le si professavano divoti, e biasimi di frati maligni, che l'accusavano di farsi bella d'opere d'altri. Ma nel 1633 il cardinal Federico Cornaro patriarca di Venezia ebbe voglia di convertire al bene e alla rassegnazione la suora ventottenne divenuta oramai una ribelle pericolosa, e co' suoi consigli e rimproveri raggiunse l'intento: d'allora in poi Arcangela intese a scrivere cose buone:Il paradiso monacale;La luce monacale;La via lastricata per andare al Cielo;Le contemplazioni dell'anima amante;Il purgatorio delle mal maritate63. E si diede a compiere buone opere, tra cui piú la dilettava quella di maritar le novizze. Fra le sue lettere sono parecchie del tema di questa: “La novizza assolutamente non vuole il....; ella dice che quarant'anni son troppi per una giovanetta.... Per ella (!) è piú proporzionato un giovinetto bello, vivace et [pg!131] affaccendato, che un uomo sodo e mezzo buffalo, qual'è il vedovo propostole. V. S. Illustrissima sa il suo bisogno; provveda di cosa a proposito, se vuole la mancia....„Anche doveva sdegnarsi se, come io credo le accadesse, qualcuno s'innamorava di lei: certo metteva in burletta un tal B... (fosse il frate Brusoni, che era e dicevano suo amico e che — vedremo pur questo — dopo averle fatti grandi servigi s'inimicò con lei?), un tal B., il quale forse temperando l'amore con lo scherzo, o piú tosto, ciò che non era strano in quei tempi, adombrando l'amore con versi oscuri e bizzarri, le inviava de' cosí fatti sonetti:Lucido mio piropo! E quando maiPotrò stemprarti in olocausto il core?Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,Oroscopo fatal del pronto ardore.Io t'offersi la fede e già passaiPer smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,Sollecito amatore il pié portaiSotto i vestigi tuoi ricco d'onore.Circonciso mio lume, ahi ch'io t'adoroFunerato fra bende oscure e nere,E mentr'io t'amo piú languisco e moro![pg!132]Vessillario son io di tue bandiere;La fiamme mie velate alzo al martoro,Solennizzando il cor vittorie intiere64.Ma benché pentita e ammalata la Tarabotti persistette ad amare, se non gli uomini, il mondo, e piú la sua fama di scrittrice. E quando a quarantasette anni si sentí vicina a morire scrisse alla amica Betta Polani: “Perché il peregrinaggio della mia vita è giunto alli ultimi confini di questo mondo, a voi, che siete stata assoluta padrona della parte piú cara di me stessa, mando li miei scritti, che sono le piú care cose ch'io abbia e che mi rincresca di lasciare. Direi che fossero bruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi.Le contemplazioni dell'anima amante,La via lastricata del Cielo, eLa luce monacalesieno stampate, se cosí piace a voi; il resto sia gettato nel mare dell'oblio: ve ne prego in visceribus Christi.... Amatemi se ben morta, e addio per sempre„65.Oh s'ella avesse potuto trar seco nella tomba tutte le copie di quell'Antisatira in risposta alLusso Donnescodel signor Francesco Buoninsegni, [pg!133] che per poco non le aveva sciupata ancora vivente quella celebrità a cui, approssimandola la morte, desiderava lasciare il suo nome per l'età sua e per l'avvenire!Udite pettegolezzo, il quale, tanto era vano il seicento, parve rumore di gravi casi.

Povera Tarabotti! A undici anni per volontà del padre suo, duro uomo di mare, era stata costretta a vestir l'abito di monaca nel convento di Sant'Anna in Venezia; a cambiare il bel nome di Elena in quello brutto [pg!128] d'Arcangela; a porgere un vóto quando in lei “diversa dalla lingua e dagli atti esteriori, altro intendeva la mente„. Cosí “fino alla consecrazione„ era rimasta “monaca di nome, ma non d'abito e di costumi; quello pazzamente vano e questi vanamente pazzi„62: consacrata, nella condanna della sua calda giovinezza; nello strappo pur dai sogni di quelle gioie che avrebbe voluto gustare, quante gliene suggerivano la fantasia ed i sensi; nella racchiusa e muta disperazione d'ogni bene, d'ogni conforto avvenire, aveva imparato a scrivere, la monacella, e aveva studiato assai per richiamarsi un giorno con le sue opere alla giustizia e alla pietà del mondo. E riuscita che fu a comporreLa semplicità ingannata,La tirannia paternaeL'inferno monacale, le parve d'aver tratta per l'infelicità sua e per quella di mille altre sciagurate sue eguali, un'aspra vendetta della crudeltà dei genitori, di una barbara costumanza, di una legge fatta contro la natura per l'amore di Dio. Ai due ultimi libri non fu data licenza di stampa, quantunque s'adoprasse per essa Vittoria [pg!129] Medici della Rovere granduchessa di Toscana: il primo usci a Leida solo nel 1654 e fu proibito da papa Innocenzo decimo perché tra l'una citazione e l'altra di storia sacra, tra l'uno e l'altro ragionamento sconclusionato, erano scatti d'odio contro i parenti che sacrificavano le figliuole alla clausura.

— “Com'è possibile, o ingannatori, che chiudiate in seno un cuore cosí crudele, che soffra di tormentar il corpo delle vostre figliuole, che pur son vostre viscere, con perdita forse della lor anima....; e che con la loro procuriate di precipitar anco le vostre medesime negli abissi dell'inferno, come rei di colpa mortalissima, per aver violentata la volontà di quelle, alle quali Iddio l'ha conceduta libera?.... Voi, tiranni d'averno, aborti di natura, cristiani di nome e diavoli d'operazioni...., pretendete d'esser scrutatori di quei cuori che non si vedono se non da gli occhi di Dio, e disponete con pazza pretensione sino dell'arbitrio di quelle creature che pur anche stanno chiuse nell'alvo materno, senza aspettare ch'esse vi dichiarino a qual stato le inclini [pg!130] il loro genio, senza pensare quale iniquità sia lo sforzare l'altrui istinto„.

Questo e gli altri due libri passavano manoscritti di mano in mano, recando all'autrice lodi di scrittori famosi, che le si professavano divoti, e biasimi di frati maligni, che l'accusavano di farsi bella d'opere d'altri. Ma nel 1633 il cardinal Federico Cornaro patriarca di Venezia ebbe voglia di convertire al bene e alla rassegnazione la suora ventottenne divenuta oramai una ribelle pericolosa, e co' suoi consigli e rimproveri raggiunse l'intento: d'allora in poi Arcangela intese a scrivere cose buone:Il paradiso monacale;La luce monacale;La via lastricata per andare al Cielo;Le contemplazioni dell'anima amante;Il purgatorio delle mal maritate63. E si diede a compiere buone opere, tra cui piú la dilettava quella di maritar le novizze. Fra le sue lettere sono parecchie del tema di questa: “La novizza assolutamente non vuole il....; ella dice che quarant'anni son troppi per una giovanetta.... Per ella (!) è piú proporzionato un giovinetto bello, vivace et [pg!131] affaccendato, che un uomo sodo e mezzo buffalo, qual'è il vedovo propostole. V. S. Illustrissima sa il suo bisogno; provveda di cosa a proposito, se vuole la mancia....„

Anche doveva sdegnarsi se, come io credo le accadesse, qualcuno s'innamorava di lei: certo metteva in burletta un tal B... (fosse il frate Brusoni, che era e dicevano suo amico e che — vedremo pur questo — dopo averle fatti grandi servigi s'inimicò con lei?), un tal B., il quale forse temperando l'amore con lo scherzo, o piú tosto, ciò che non era strano in quei tempi, adombrando l'amore con versi oscuri e bizzarri, le inviava de' cosí fatti sonetti:

Lucido mio piropo! E quando maiPotrò stemprarti in olocausto il core?Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,Oroscopo fatal del pronto ardore.Io t'offersi la fede e già passaiPer smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,Sollecito amatore il pié portaiSotto i vestigi tuoi ricco d'onore.Circonciso mio lume, ahi ch'io t'adoroFunerato fra bende oscure e nere,E mentr'io t'amo piú languisco e moro![pg!132]Vessillario son io di tue bandiere;La fiamme mie velate alzo al martoro,Solennizzando il cor vittorie intiere64.

Lucido mio piropo! E quando maiPotrò stemprarti in olocausto il core?Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,Oroscopo fatal del pronto ardore.Io t'offersi la fede e già passaiPer smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,Sollecito amatore il pié portaiSotto i vestigi tuoi ricco d'onore.Circonciso mio lume, ahi ch'io t'adoroFunerato fra bende oscure e nere,E mentr'io t'amo piú languisco e moro![pg!132]Vessillario son io di tue bandiere;La fiamme mie velate alzo al martoro,Solennizzando il cor vittorie intiere64.

Lucido mio piropo! E quando mai

Potrò stemprarti in olocausto il core?Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,Oroscopo fatal del pronto ardore.

Potrò stemprarti in olocausto il core?

Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,

Oroscopo fatal del pronto ardore.

Io t'offersi la fede e già passai

Per smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,Sollecito amatore il pié portaiSotto i vestigi tuoi ricco d'onore.

Per smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,

Sollecito amatore il pié portai

Sotto i vestigi tuoi ricco d'onore.

Circonciso mio lume, ahi ch'io t'adoro

Funerato fra bende oscure e nere,E mentr'io t'amo piú languisco e moro!

Funerato fra bende oscure e nere,

E mentr'io t'amo piú languisco e moro!

[pg!132]

Vessillario son io di tue bandiere;

La fiamme mie velate alzo al martoro,Solennizzando il cor vittorie intiere64.

La fiamme mie velate alzo al martoro,

Solennizzando il cor vittorie intiere64.

Ma benché pentita e ammalata la Tarabotti persistette ad amare, se non gli uomini, il mondo, e piú la sua fama di scrittrice. E quando a quarantasette anni si sentí vicina a morire scrisse alla amica Betta Polani: “Perché il peregrinaggio della mia vita è giunto alli ultimi confini di questo mondo, a voi, che siete stata assoluta padrona della parte piú cara di me stessa, mando li miei scritti, che sono le piú care cose ch'io abbia e che mi rincresca di lasciare. Direi che fossero bruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi.Le contemplazioni dell'anima amante,La via lastricata del Cielo, eLa luce monacalesieno stampate, se cosí piace a voi; il resto sia gettato nel mare dell'oblio: ve ne prego in visceribus Christi.... Amatemi se ben morta, e addio per sempre„65.

Oh s'ella avesse potuto trar seco nella tomba tutte le copie di quell'Antisatira in risposta alLusso Donnescodel signor Francesco Buoninsegni, [pg!133] che per poco non le aveva sciupata ancora vivente quella celebrità a cui, approssimandola la morte, desiderava lasciare il suo nome per l'età sua e per l'avvenire!

Udite pettegolezzo, il quale, tanto era vano il seicento, parve rumore di gravi casi.

IV.Nel 1638, alla stagione che il vin nuovo ribollisce nelle botti, venne voglia ai signor Francesco Buoninsegni, detto da un contemporaneo l'“Apollo di Siena„, di scrivere una satira “menippea„ contro il “lusso donnesco„, la quale dovea, credo, servirgli a un discorso nell'Accademia degli Intronati66. Egli cominciando con l'avvertenza dell'Ariosto:Donne, e voi che le donne avete in pregio.Per Dio, non date a questa istoria orecchia,giocherellava a motti insulsi e con uno stile saltellante e barcollante, per sciocca simulazione [pg!134] d'ebbrezza, intorno la vanità delle donne e delle loro mode al tempo suo, e gli sembrava di pungere piú vivamente con questi che furon tenuti per sali finissimi.— Si sa che mezzo di vittoria a quelle che “s'impiegano nelle onorate ambascerie d'amore„ son le promesse di gemme, oro e vesti, perché le donne cedono tutto al lusso e al vestire, che testimonia “la pena dell'antico peccato„. Ed è giusto indossino abiti di seta, la quale è “vomito d'un verme„, se esse sono “vermi i quali rodono il cuore degli amanti„, e se possono dirsi un “vomito delicato della natura„. Per le pianelle tutte dorate e sí alte che con la coda coprono una mezza donna di legno, potrebbero anche imaginarsi trasformate in alberi da un novello Ovidio; ma giacché i loro capelli, che sono posticci, non potrebbero divenir frondi, meglio è chiamarle il rovescio del colosso di Nabuccodonosor: hanno i piedi d'oro e il capo di legno. Anche, perché ai cenci che si legano in capo sormontano “un'attrecciolatura di perle orientali„, e perché le perle e il sale [pg!135] “escono da uno stesso padre„, consentite si affermi ch'esse dove non han sale mettono perle.L'arguzia meriterebbe un castigo al signor Buoninsegni, ma egli né pure ha da temere pianellate dalle donne, le quali “hanno piú vigore nelle gambe per istrascinar le ingenti pianelle che forza per avventarle„; e però segue a burlare l'acconciatura alla moda del capo femminile rammentando un poeta:I corpi delle donneChe corrono alla festaCon cosí ricche gonne,Con tante gioie in testa,Son cappanne di fienoCoperte con pazzissimo lavoroDi tegole, di perle e doccie d'oro.Non basta: un paragone piú sottile, che fece fortuna, è tra le donne e un mazzo di carte. Di questeil matto da tarocchirisponde alla testa di quelle: quelle hanno idenarie li sciupano nelle gioie; lespadepiccoline le portano tra i capelli e tengono uno spadino ai fianchi; nascondono ibastonisotto i ciuffi; attaccanocoppealle borse dei [pg!136] mariti; e cosí via. Né il satirico scrittore smette di saltellare fino a che si ricorda essere inutile discorrere contro le donne, alle quali non bastano ad aprire gli orecchi, non che i consigli ed i frizzi, i lunghi e i gravi pendenti. —Questa “satira menippea„ pervenne alle mani del padre Angelico Aprosio da Ventimiglia, dottissimo uomo ma di testa corta, il quale ne inviò copia al senatore Loredano affinché procurasse le fosse fatta una risposta da pubblicarsi con essa; e Giambattista Torretti, per preghiera del Loredano, al quale una moltitudine di scrittori s'inchinava come a un maestro e a un Mecenate, compose unaControsatira“modestissima„ e tale “che non mosse alcuno a scrivergli contro„67. Ma cinque anni dopo ad Arcangela Tarabotti, che nel monastero di Sant'Anna leggendo e scrivendo mitigava i tormenti delle memorie vecchie, dei nuovi desideri e dell'isterismo, fu recato da alcune dame il brutto scherzo del Buoninsegni; ed essa, la monacella che già aveva sostenuto contro un altro scrittore, in pseudonimo [pg!137] Orazio Plata, non essere le donne di natura inferiore agli uomini, divampò d'ira a scorgerle tanto schernite pei loro difetti e pei loro gusti.— “Oh scellerata ed impervertita mente degli uomini, ai quali mancando forse il potersi impiegare in iscrivere fatti egregi et racconti virtuosi, poiché al nostro secolo vi sono pochissimi di loro che operino azione degna di immortalità, quasi tutti si danno ad oltraggiare e sprezzare le nobili operationi donnesche!„.68— E pare di vederla e udirla inveire contro il Buoninsegni nella sua fantasia a cospetto di lei con l'attitudine d'un delinquente.— Ah sí!, le donne veston di seta perché sono vermi? portano perle perché mancano di sale? Vermi gli uomini “che rodono l'onor delle donne e hanno tarlata la loro libertà„; e, quanto alle perle, esse sono “proporzionate al candore e alla purità dell'animo loro„, precisamente come del nero dei loro vestiti, che a voi, signor Buoninsegni, pare un mezzo di seduzione, è ragione “quella mestizia che le tiene oppresse, [pg!138] per esser sottoposte alla tirannia degli uomini e ai loro indegni capricci„. E le pianelle alte sono un'“invenzione lodevole„, giacché per queste le donne “van sempre sollevate dal suolo e tendono al Cielo„; e se han dorate le pianelle, “se l'infima parte è d'oro, che sarà il resto?„ Gli uomini, non le donne, cerchino le loro qualità e le loro cose in un mazzo di carte. Per idenariinfatti si disonorano; con lecoppesi ubbriacano; e portanospadedorate ai fianchi, gli Orlandi!; e riversano ibastonisu le spalle delle mogli sciagurate. E poi neitarocchisono i loro ritratti con le facce dadiavolo, appiccato, bagatelliere, amorefalso. — Capo di legno alle donne? Teste di legno hanno i mariti, signor Buoninsegni; ma già voi procedete troppo a sofismi. “Ah se alle femmine non fosse diniegata l'applicazione alle scienze bensí si sentirebbero concetti non sofistici e mendicati paradossi!„ Del resto — aggiungeva suor'Arcangela —, “ad ogni ora può provarsi se le donne han piú forza nelle gambe o nelle braccia!„ — [pg!139]Cosí dunque la Tarabotti si sfogò in un'Antisatiraoppugnando ogni frizzo dell'“Apollo di Siena„ e mettendo ella in burletta le mode degli uomini, che portavano zazzere comprate a contanti, si profumavano alla francese e per far apparire belle e grosse le gambe si riempivano le calze di bambagia; e l'Antisatiramandò a vedere al cognato Pighetti. Il quale la lesse con l'Aprosio ed entrambi trovandola “ripiena di mille spropositi e di non poche impertinenze„69, cercarono di dissuadere l'autrice dallo stamparla. Di che la Tarabotti pativa e s'inquietava con l'Aprosio.“Essendo V. S. parziale del Buoninsegni mi vorrebbe senza lingua per lui, e perciò va dissuadendomi col dar nome di satire e di duelli impropri ad una buona religiosa la verità tanto grata a Dio„; ma quanto alla sua esortazione d'esser “buona religiosa„, “spero di giungere nel coro de' Serafini, non che d'essere annoverata nel catalogo delle Santissime Vergini, delle cui sacre bende allor che mi cinsi il capo, non solo fui riposta nel lor numero, ma ancora annoverata [pg!140] fra le martiri„.70Insomma, come ella era deliberata a “diriger sempre le sue parole a dire la verità delle malizie degli uomini„, i due censori dovettero accontentarsi che essa stampasse l'Antisatiracon qualche mutazione e con qualche complimento, cosí, per indorare la pillola, all'autore della “satira menippea.„.Ma se la Tarabotti era monaca, l'Aprosio era frate, e come tale sentiva imperioso il bisogno di non darsi per vinto; ond'è che rivedendo a mano a mano le bozze le quali la Tarabotti mandava a correggere al Pighetti, gongolando e zitto zitto egli preparava una difesa del Buoninsegni che abbattesse l'oltracotanza della suora. Compose, consapevole il Pighetti,La maschera scoperta; ma presto dovette apprendere per essa che se il resistere alle donne è impresa difficile, è tempo perduto prendersela con le monache.La maschera scoperta, quando fu sbrigata dal revisore per il Sant'Uffizio, passò a Luigi Quirini, segretario dello studio di Padova; e questi, prima di dar l'ultimo permesso di pubblicazione, la [pg!141] diede a leggere a quella buona lana del frate Girolamo Brusoni, allora in carcere per colpa di apostasia: né il Brusoni si distrasse solo con la lettura del manoscritto, ma ne prese copia, e uscito di prigione pochi dí dopo, corse a cederla, o, se è vero quel che dice l'Aprosio, a venderla alla Tarabotti, “per ritrovar qualche sovvenimento alla sua fame.„71Onde la Tarabotti diede in ismanie; e come alcuni dicevano che l'Antisatira— già pubblicata e dedicata alla granduchessa di Toscana — non era scritta da lei, parendo loro troppo ben fatta, ed altri asserivano che doveva proprio esser sua, essendo zeppa di strafalcioni nelle sentenze e nei ricordi classici, addio fama di donna illustre se anche fosse stato concesso all'Aprosio di mandare alle stampe laMaschera scoperta!A riparare l'ultimo colpo bisognava dunque il soccorso di quanti potenti le volevano bene, e scriveva al Loredano invocandolo come “protettore benigno e difensor valoroso del senso donnesco„; al granduca di Parma Ferdinando Farnese assicurandolo [pg!142] della tristizia dell'Aprosio, “predicatore delle glorie del vino, confessore de' bugiardi. Mecenate degli ubbriachi„,72— cioè del Buoninsegni; — scriveva per aiuto a molti altri, e alla fine ottenne quel che desiderava:La maschera scopertanon fu pubblicata. Imaginate voi l'ira dell'Aprosio? Io l'imagino per le lettere che gli inviava la monacella, la quale sembrava corbellarsi di lui e affermava con una piccola bugia ch'ella non s'era adoperata affatto “nella sua patria o fuori„ a ch'egli non potesse stampare scritti contro di lei. — “Io non pretesi altro da Lei che fosse levato il mio nome da quell'opera (La Maschera), acciò che la commedia dellaMaschera discovertanon finisse in tragedia per qualcuno„.73— Capite? In tragedia! Ma il Pighetti, per riaversi nella stima della cognata, che l'aveva creduto “promotore„ dellaMascherae gli aveva scritto: “le ferite che si danno alle spalle sono da traditore e le parole che si dicono in assenza di coloro di cui si parla non possono offendere„, dovette interporsi tra il frate e la monaca, perché quello desistesse dal [pg!143] vendicarsi di questa e dal minacciarla: infatti l'Aprosio s'accontentò d'allargare la materia dellaMaschera, e dandole sembianza d'una censura “non contro le donne, ma le vanità e i vizi in generale„, composeLo scudo di Rinaldo, ovvero lo specchio del disinganno, che vide la luce nel 1646. Veramente nelloScudo, opera in cui l'autore biasimava il lusso del suo e di tutti i tempi riferendo brani d'innumerabili scrittori antichi e contemporanei, se non mancavano rimproveri agli uomini perché mettevan la parrucca, lasciavan crescere lunghe le unghie e tormentavano “li mustacchi„, erano piú le frecciate alle donne, le quali coprivan la fronte e scoprivan le poppe, si tingevano i capelli o ne assumevano di posticci, s'imbellettavano, facevano mostra d'orecchini e di zoccoli ridicoli. Tuttavia nella prefazione la Tarabotti riceveva lode di scrittrice famosa, e nel capitolo settimo ella poteva rileggere l'elogio che già le aveva fatto in latino il Pighetti: — “La purissima penna di cui ti servi, un angiolo deve aver tratto per te dalle sue ali„. — [pg!144]Se non che era appena quetato un frate quando un altro si fece addosso ad Arcangela, e fu, chi lo crederebbe?, l'amico suo Girolamo Brusoni. Perché l'assalisse negliAborti dell'occasioneio non so bene; so che una volta la Tarabotti gli chiedeva scusa scrivendogli: — “Può aver peccato in me una bile, che mossa dal male continuato che tengo attorno, cagiona in me una certa rabbietta ch'alle volte mi farebbe precipitare„; — e che un'altra volta si doleva con lui: —.“Quando mi capitarono nelle maniLi aborti dell'occasione, allora mi conobbi d'avvantaggio tradita.... S'ella però ha cosí operato per rendermi la pariglia d'un inganno scherzevole dovea star nelli limiti....„ —74Che piú? Avanti di morire l'infelice suora ebbe ancora da difendere le donne proprio dagli scherni di quel cavaliere ch'ella avea chiamato “protettore del sesso donnesco„: il Loredano, il quale per certa accademia compose sei sonetti satirici non tutti blandi e né pure arguti come questo che segue: [pg!145]S'allude al costume della Spagna di donare il condannato all'ultimo supplicio alla donna pubblica che lo chiede per marito.Con li occhi chiusi e con le man legate,Assicurato con infami scorte,Veniva un meschinel condotto a mortePerch'avea in chiesa bastonato un frate.Quando mossa una femmina a pietateGridò: — Fermate, sbirri: il vo' consorte. —A questo dire s'allargò la corteE poneva il paziente in libertate.Ma il reo con una faccia giovialeRicusò di tal grazia il benefizioE corse ad incontrar l'ora fatale.Poi disse al boia: — Esercita il tuo ufficioChé se la forca è un tormentoso maleLa moglie è in verità maggior supplicio.75Ma il piú acerbo avversario d'Arcangela fu Lodovico Sesti (Lucido Ossiteo), che nel 1656 stampò a Siena unaCensura dell'Antisatiradedicandola al granduca Mattia di Toscana. Cotesto “accademico Aristocratico„ tra le altre cose diceva alle donne che non conveniva loro il darsi alle lettere perché “la sella disdice al somaro„; che gli uomini “usavan la parrucca per coprire i difetti cagionati dai loro regali„; [pg!146] che esse ostentavano il seno perché “si mostra la mercanzia che si vuol vendere„, e rifacendo il famoso confronto delle carte da gioco aggiungeva che le donneSono nateSol per esser mescolate,E si vede al paragoneChi le mescola piú piú n'è padrone.Ma dotto nell'arte,Sia pur delle carte,Chi primiera con queste unqua non fa?Chi nella borsa sua flusso non ha.E terminava laCensuraesortando la Tarabotti “che per l'avvenire misurasse le sue forze, prima di cimentarsi con gl'ingegni di prima classe.„Vano consiglio! La suora era morta da quattro anni. [pg!147]

Nel 1638, alla stagione che il vin nuovo ribollisce nelle botti, venne voglia ai signor Francesco Buoninsegni, detto da un contemporaneo l'“Apollo di Siena„, di scrivere una satira “menippea„ contro il “lusso donnesco„, la quale dovea, credo, servirgli a un discorso nell'Accademia degli Intronati66. Egli cominciando con l'avvertenza dell'Ariosto:

Donne, e voi che le donne avete in pregio.Per Dio, non date a questa istoria orecchia,

Donne, e voi che le donne avete in pregio.Per Dio, non date a questa istoria orecchia,

Donne, e voi che le donne avete in pregio.

Per Dio, non date a questa istoria orecchia,

giocherellava a motti insulsi e con uno stile saltellante e barcollante, per sciocca simulazione [pg!134] d'ebbrezza, intorno la vanità delle donne e delle loro mode al tempo suo, e gli sembrava di pungere piú vivamente con questi che furon tenuti per sali finissimi.

— Si sa che mezzo di vittoria a quelle che “s'impiegano nelle onorate ambascerie d'amore„ son le promesse di gemme, oro e vesti, perché le donne cedono tutto al lusso e al vestire, che testimonia “la pena dell'antico peccato„. Ed è giusto indossino abiti di seta, la quale è “vomito d'un verme„, se esse sono “vermi i quali rodono il cuore degli amanti„, e se possono dirsi un “vomito delicato della natura„. Per le pianelle tutte dorate e sí alte che con la coda coprono una mezza donna di legno, potrebbero anche imaginarsi trasformate in alberi da un novello Ovidio; ma giacché i loro capelli, che sono posticci, non potrebbero divenir frondi, meglio è chiamarle il rovescio del colosso di Nabuccodonosor: hanno i piedi d'oro e il capo di legno. Anche, perché ai cenci che si legano in capo sormontano “un'attrecciolatura di perle orientali„, e perché le perle e il sale [pg!135] “escono da uno stesso padre„, consentite si affermi ch'esse dove non han sale mettono perle.

L'arguzia meriterebbe un castigo al signor Buoninsegni, ma egli né pure ha da temere pianellate dalle donne, le quali “hanno piú vigore nelle gambe per istrascinar le ingenti pianelle che forza per avventarle„; e però segue a burlare l'acconciatura alla moda del capo femminile rammentando un poeta:

I corpi delle donneChe corrono alla festaCon cosí ricche gonne,Con tante gioie in testa,Son cappanne di fienoCoperte con pazzissimo lavoroDi tegole, di perle e doccie d'oro.

I corpi delle donneChe corrono alla festaCon cosí ricche gonne,Con tante gioie in testa,Son cappanne di fienoCoperte con pazzissimo lavoroDi tegole, di perle e doccie d'oro.

I corpi delle donne

Che corrono alla festa

Con cosí ricche gonne,

Con tante gioie in testa,

Son cappanne di fieno

Coperte con pazzissimo lavoro

Di tegole, di perle e doccie d'oro.

Non basta: un paragone piú sottile, che fece fortuna, è tra le donne e un mazzo di carte. Di questeil matto da tarocchirisponde alla testa di quelle: quelle hanno idenarie li sciupano nelle gioie; lespadepiccoline le portano tra i capelli e tengono uno spadino ai fianchi; nascondono ibastonisotto i ciuffi; attaccanocoppealle borse dei [pg!136] mariti; e cosí via. Né il satirico scrittore smette di saltellare fino a che si ricorda essere inutile discorrere contro le donne, alle quali non bastano ad aprire gli orecchi, non che i consigli ed i frizzi, i lunghi e i gravi pendenti. —

Questa “satira menippea„ pervenne alle mani del padre Angelico Aprosio da Ventimiglia, dottissimo uomo ma di testa corta, il quale ne inviò copia al senatore Loredano affinché procurasse le fosse fatta una risposta da pubblicarsi con essa; e Giambattista Torretti, per preghiera del Loredano, al quale una moltitudine di scrittori s'inchinava come a un maestro e a un Mecenate, compose unaControsatira“modestissima„ e tale “che non mosse alcuno a scrivergli contro„67. Ma cinque anni dopo ad Arcangela Tarabotti, che nel monastero di Sant'Anna leggendo e scrivendo mitigava i tormenti delle memorie vecchie, dei nuovi desideri e dell'isterismo, fu recato da alcune dame il brutto scherzo del Buoninsegni; ed essa, la monacella che già aveva sostenuto contro un altro scrittore, in pseudonimo [pg!137] Orazio Plata, non essere le donne di natura inferiore agli uomini, divampò d'ira a scorgerle tanto schernite pei loro difetti e pei loro gusti.

— “Oh scellerata ed impervertita mente degli uomini, ai quali mancando forse il potersi impiegare in iscrivere fatti egregi et racconti virtuosi, poiché al nostro secolo vi sono pochissimi di loro che operino azione degna di immortalità, quasi tutti si danno ad oltraggiare e sprezzare le nobili operationi donnesche!„.68— E pare di vederla e udirla inveire contro il Buoninsegni nella sua fantasia a cospetto di lei con l'attitudine d'un delinquente.

— Ah sí!, le donne veston di seta perché sono vermi? portano perle perché mancano di sale? Vermi gli uomini “che rodono l'onor delle donne e hanno tarlata la loro libertà„; e, quanto alle perle, esse sono “proporzionate al candore e alla purità dell'animo loro„, precisamente come del nero dei loro vestiti, che a voi, signor Buoninsegni, pare un mezzo di seduzione, è ragione “quella mestizia che le tiene oppresse, [pg!138] per esser sottoposte alla tirannia degli uomini e ai loro indegni capricci„. E le pianelle alte sono un'“invenzione lodevole„, giacché per queste le donne “van sempre sollevate dal suolo e tendono al Cielo„; e se han dorate le pianelle, “se l'infima parte è d'oro, che sarà il resto?„ Gli uomini, non le donne, cerchino le loro qualità e le loro cose in un mazzo di carte. Per idenariinfatti si disonorano; con lecoppesi ubbriacano; e portanospadedorate ai fianchi, gli Orlandi!; e riversano ibastonisu le spalle delle mogli sciagurate. E poi neitarocchisono i loro ritratti con le facce dadiavolo, appiccato, bagatelliere, amorefalso. — Capo di legno alle donne? Teste di legno hanno i mariti, signor Buoninsegni; ma già voi procedete troppo a sofismi. “Ah se alle femmine non fosse diniegata l'applicazione alle scienze bensí si sentirebbero concetti non sofistici e mendicati paradossi!„ Del resto — aggiungeva suor'Arcangela —, “ad ogni ora può provarsi se le donne han piú forza nelle gambe o nelle braccia!„ — [pg!139]

Cosí dunque la Tarabotti si sfogò in un'Antisatiraoppugnando ogni frizzo dell'“Apollo di Siena„ e mettendo ella in burletta le mode degli uomini, che portavano zazzere comprate a contanti, si profumavano alla francese e per far apparire belle e grosse le gambe si riempivano le calze di bambagia; e l'Antisatiramandò a vedere al cognato Pighetti. Il quale la lesse con l'Aprosio ed entrambi trovandola “ripiena di mille spropositi e di non poche impertinenze„69, cercarono di dissuadere l'autrice dallo stamparla. Di che la Tarabotti pativa e s'inquietava con l'Aprosio.

“Essendo V. S. parziale del Buoninsegni mi vorrebbe senza lingua per lui, e perciò va dissuadendomi col dar nome di satire e di duelli impropri ad una buona religiosa la verità tanto grata a Dio„; ma quanto alla sua esortazione d'esser “buona religiosa„, “spero di giungere nel coro de' Serafini, non che d'essere annoverata nel catalogo delle Santissime Vergini, delle cui sacre bende allor che mi cinsi il capo, non solo fui riposta nel lor numero, ma ancora annoverata [pg!140] fra le martiri„.70Insomma, come ella era deliberata a “diriger sempre le sue parole a dire la verità delle malizie degli uomini„, i due censori dovettero accontentarsi che essa stampasse l'Antisatiracon qualche mutazione e con qualche complimento, cosí, per indorare la pillola, all'autore della “satira menippea.„.

Ma se la Tarabotti era monaca, l'Aprosio era frate, e come tale sentiva imperioso il bisogno di non darsi per vinto; ond'è che rivedendo a mano a mano le bozze le quali la Tarabotti mandava a correggere al Pighetti, gongolando e zitto zitto egli preparava una difesa del Buoninsegni che abbattesse l'oltracotanza della suora. Compose, consapevole il Pighetti,La maschera scoperta; ma presto dovette apprendere per essa che se il resistere alle donne è impresa difficile, è tempo perduto prendersela con le monache.La maschera scoperta, quando fu sbrigata dal revisore per il Sant'Uffizio, passò a Luigi Quirini, segretario dello studio di Padova; e questi, prima di dar l'ultimo permesso di pubblicazione, la [pg!141] diede a leggere a quella buona lana del frate Girolamo Brusoni, allora in carcere per colpa di apostasia: né il Brusoni si distrasse solo con la lettura del manoscritto, ma ne prese copia, e uscito di prigione pochi dí dopo, corse a cederla, o, se è vero quel che dice l'Aprosio, a venderla alla Tarabotti, “per ritrovar qualche sovvenimento alla sua fame.„71Onde la Tarabotti diede in ismanie; e come alcuni dicevano che l'Antisatira— già pubblicata e dedicata alla granduchessa di Toscana — non era scritta da lei, parendo loro troppo ben fatta, ed altri asserivano che doveva proprio esser sua, essendo zeppa di strafalcioni nelle sentenze e nei ricordi classici, addio fama di donna illustre se anche fosse stato concesso all'Aprosio di mandare alle stampe laMaschera scoperta!

A riparare l'ultimo colpo bisognava dunque il soccorso di quanti potenti le volevano bene, e scriveva al Loredano invocandolo come “protettore benigno e difensor valoroso del senso donnesco„; al granduca di Parma Ferdinando Farnese assicurandolo [pg!142] della tristizia dell'Aprosio, “predicatore delle glorie del vino, confessore de' bugiardi. Mecenate degli ubbriachi„,72— cioè del Buoninsegni; — scriveva per aiuto a molti altri, e alla fine ottenne quel che desiderava:La maschera scopertanon fu pubblicata. Imaginate voi l'ira dell'Aprosio? Io l'imagino per le lettere che gli inviava la monacella, la quale sembrava corbellarsi di lui e affermava con una piccola bugia ch'ella non s'era adoperata affatto “nella sua patria o fuori„ a ch'egli non potesse stampare scritti contro di lei. — “Io non pretesi altro da Lei che fosse levato il mio nome da quell'opera (La Maschera), acciò che la commedia dellaMaschera discovertanon finisse in tragedia per qualcuno„.73— Capite? In tragedia! Ma il Pighetti, per riaversi nella stima della cognata, che l'aveva creduto “promotore„ dellaMascherae gli aveva scritto: “le ferite che si danno alle spalle sono da traditore e le parole che si dicono in assenza di coloro di cui si parla non possono offendere„, dovette interporsi tra il frate e la monaca, perché quello desistesse dal [pg!143] vendicarsi di questa e dal minacciarla: infatti l'Aprosio s'accontentò d'allargare la materia dellaMaschera, e dandole sembianza d'una censura “non contro le donne, ma le vanità e i vizi in generale„, composeLo scudo di Rinaldo, ovvero lo specchio del disinganno, che vide la luce nel 1646. Veramente nelloScudo, opera in cui l'autore biasimava il lusso del suo e di tutti i tempi riferendo brani d'innumerabili scrittori antichi e contemporanei, se non mancavano rimproveri agli uomini perché mettevan la parrucca, lasciavan crescere lunghe le unghie e tormentavano “li mustacchi„, erano piú le frecciate alle donne, le quali coprivan la fronte e scoprivan le poppe, si tingevano i capelli o ne assumevano di posticci, s'imbellettavano, facevano mostra d'orecchini e di zoccoli ridicoli. Tuttavia nella prefazione la Tarabotti riceveva lode di scrittrice famosa, e nel capitolo settimo ella poteva rileggere l'elogio che già le aveva fatto in latino il Pighetti: — “La purissima penna di cui ti servi, un angiolo deve aver tratto per te dalle sue ali„. — [pg!144]

Se non che era appena quetato un frate quando un altro si fece addosso ad Arcangela, e fu, chi lo crederebbe?, l'amico suo Girolamo Brusoni. Perché l'assalisse negliAborti dell'occasioneio non so bene; so che una volta la Tarabotti gli chiedeva scusa scrivendogli: — “Può aver peccato in me una bile, che mossa dal male continuato che tengo attorno, cagiona in me una certa rabbietta ch'alle volte mi farebbe precipitare„; — e che un'altra volta si doleva con lui: —.“Quando mi capitarono nelle maniLi aborti dell'occasione, allora mi conobbi d'avvantaggio tradita.... S'ella però ha cosí operato per rendermi la pariglia d'un inganno scherzevole dovea star nelli limiti....„ —74

Che piú? Avanti di morire l'infelice suora ebbe ancora da difendere le donne proprio dagli scherni di quel cavaliere ch'ella avea chiamato “protettore del sesso donnesco„: il Loredano, il quale per certa accademia compose sei sonetti satirici non tutti blandi e né pure arguti come questo che segue: [pg!145]

S'allude al costume della Spagna di donare il condannato all'ultimo supplicio alla donna pubblica che lo chiede per marito.

Con li occhi chiusi e con le man legate,Assicurato con infami scorte,Veniva un meschinel condotto a mortePerch'avea in chiesa bastonato un frate.Quando mossa una femmina a pietateGridò: — Fermate, sbirri: il vo' consorte. —A questo dire s'allargò la corteE poneva il paziente in libertate.Ma il reo con una faccia giovialeRicusò di tal grazia il benefizioE corse ad incontrar l'ora fatale.Poi disse al boia: — Esercita il tuo ufficioChé se la forca è un tormentoso maleLa moglie è in verità maggior supplicio.75

Con li occhi chiusi e con le man legate,Assicurato con infami scorte,Veniva un meschinel condotto a mortePerch'avea in chiesa bastonato un frate.Quando mossa una femmina a pietateGridò: — Fermate, sbirri: il vo' consorte. —A questo dire s'allargò la corteE poneva il paziente in libertate.Ma il reo con una faccia giovialeRicusò di tal grazia il benefizioE corse ad incontrar l'ora fatale.Poi disse al boia: — Esercita il tuo ufficioChé se la forca è un tormentoso maleLa moglie è in verità maggior supplicio.75

Con li occhi chiusi e con le man legate,

Assicurato con infami scorte,Veniva un meschinel condotto a mortePerch'avea in chiesa bastonato un frate.

Assicurato con infami scorte,

Veniva un meschinel condotto a morte

Perch'avea in chiesa bastonato un frate.

Quando mossa una femmina a pietate

Gridò: — Fermate, sbirri: il vo' consorte. —A questo dire s'allargò la corteE poneva il paziente in libertate.

Gridò: — Fermate, sbirri: il vo' consorte. —

A questo dire s'allargò la corte

E poneva il paziente in libertate.

Ma il reo con una faccia gioviale

Ricusò di tal grazia il benefizioE corse ad incontrar l'ora fatale.

Ricusò di tal grazia il benefizio

E corse ad incontrar l'ora fatale.

Poi disse al boia: — Esercita il tuo ufficio

Ché se la forca è un tormentoso maleLa moglie è in verità maggior supplicio.75

Ché se la forca è un tormentoso male

La moglie è in verità maggior supplicio.75

Ma il piú acerbo avversario d'Arcangela fu Lodovico Sesti (Lucido Ossiteo), che nel 1656 stampò a Siena unaCensura dell'Antisatiradedicandola al granduca Mattia di Toscana. Cotesto “accademico Aristocratico„ tra le altre cose diceva alle donne che non conveniva loro il darsi alle lettere perché “la sella disdice al somaro„; che gli uomini “usavan la parrucca per coprire i difetti cagionati dai loro regali„; [pg!146] che esse ostentavano il seno perché “si mostra la mercanzia che si vuol vendere„, e rifacendo il famoso confronto delle carte da gioco aggiungeva che le donne

Sono nateSol per esser mescolate,E si vede al paragoneChi le mescola piú piú n'è padrone.Ma dotto nell'arte,Sia pur delle carte,Chi primiera con queste unqua non fa?Chi nella borsa sua flusso non ha.

Sono nateSol per esser mescolate,E si vede al paragoneChi le mescola piú piú n'è padrone.Ma dotto nell'arte,Sia pur delle carte,Chi primiera con queste unqua non fa?Chi nella borsa sua flusso non ha.

Sono nate

Sol per esser mescolate,

E si vede al paragone

Chi le mescola piú piú n'è padrone.

Ma dotto nell'arte,

Sia pur delle carte,

Chi primiera con queste unqua non fa?

Chi nella borsa sua flusso non ha.

E terminava laCensuraesortando la Tarabotti “che per l'avvenire misurasse le sue forze, prima di cimentarsi con gl'ingegni di prima classe.„

Vano consiglio! La suora era morta da quattro anni. [pg!147]


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