CAPITOLO VIII.Gioco del Lotto

Ah! se sapesse il mondo il cor che egli ebbe.Dante

Ah! se sapesse il mondo il cor che egli ebbe.

Dante

In una giornata d'inverno lugubre, quando tutti gli oggetti paiono tinti in colore di cenere, e dal cielo piove acqua e fastidio, il generale Paoli, solo nel suo studio, stava scrivendo una lettera; e' pare che si trattasse di faccenda seria, perchè risparmiando l'opera del segretario, ei si piegasse contro il suo costume a scrivere da sè; questo giudizio poi avrebbe raffermati due cotanti il doppio, quale avesse visto il generale rimpiattare precipitoso il foglio sotto altre carte, appena sentì girare la stanghetta della porta: quindi voltando un po' risentito la testa, domandò:

— Chi è? — E stava per aggiungere qualche parola di rimprovero, ma al comparire che gli fece davanti la placida faccia del signor Giacomo Boswell sempre vestito color di piombo, sempre dondolante la sua tabacchiera nelle mani, sempre atteggiato dalla perpetua sua curiosità a punto d'interrogazione, sentì, nonostante le cure, passare nella propria anima l'aura soave che spirava dall'anima dell'inglese dabbene.

— Orsù, incominciò il Boswell, io vengo a dirvi addio, e certamente sarebbe questa l'ora più trista della mia vita se vi lasciassi senza la speranza di rivedervi in breve e di operare durante la mia breve assenza in pro' della vostra patria e di voi.

Il Paoli tentennato il capo, rispose:

— Ah! mio caro, ormai io temo la sia spacciata per la mia patria....

— Come questo? Mi parve all'opposto che ella non provasse mai miglior fortuna, nè fama più grande di adesso....

— Può darsi in quanto a fama; rispetto a fortuna, o Dio! ella si disfà nelle sue vittorie....

— Non capisco, voi avete vinto al Borgo, a Migliaia, a Olmeta, all'isola Rossa, a Murato e in cento altri scontri; ciò reca animo a voi, sconforto ai nemici.

— Ogni scontro ci apre una vena, e il sangue gronda da tutto il nostro corpo; ai Francesi poco nocciono le morti, meno le ferite: per uno che ne muoia ne surrogano quattro vivi: se vincono, pigliano baldanza, se perdono, raddoppiano la pertinacia e le forze. Tutte le nostre vittorie non impattano la presa di Barbaggio.

— Bene; vorrete darmi ad intendere disperata la fortuna côrsa perchè espugnarono un villaggio e fecero forse un 250 prigioni?

— Cotesto villaggio apre e serra il Capo côrso; i 250 prigionieri sono i migliori soldati ed ufficiali che possedesse la Corsica. Ogni giorno noi ci stremiamo e i Francesi su 38 vele scortate da tre fregate e due sciabecchi hanno a questi giorni spedito otto battaglioni di rinforzo; segreti avvisi mi annunziano prepararsi per la primavera una spedizione con il conte di Vaux a capo, e 40 mila uomini di accompagnatura; munizioni copiosissime, tesoro infinito; premio dell'impresa il bastone di maresciallo al capitano. E come tanto non bastasse ad assicurare la vittoria, dopo impugnate le armi dei forti non trascurano le vili, comprano il tradimento, forse anco l'omicidio; certo è che spingono a prezzo d'oro il fratello a insanguinarsi con la strage del fratello.

— Benissimo. Ciò contrasta a quanto mi venne referito, che il reggimento real côrso al soldo di Francia, avendo dichiarato che non patirebbe combattere contro la patria, ne ottenne scusa.

— Anzi plauso: vecchie lustre, che presero e prenderanno fino al terminare dei secoli i credenzoni; intanto i Buttafoco, il Boccheciampe arrolano compagnie côrse in Bastia, il Capitano Cannocchiale in Tavagna, i Fabiani nella Balagna.

— E voi che fate?

— Io? Chi posso impiccare, senza misericordia impicco; altria cagione delle grandi aderenze e del pericolo d'inimicarsele bandisco: chi non arrivo, lascio stare — insomma mi trovo al verde; appena faceste rumore all'uscio mi prese vergogna e nascosi un foglio; ora mutato consiglio io ve lo vo' mostrare, perchè giudichiate a che termine siamo ridotti, e perchè mi sembra che ciò faccia più scorno al mondo che a me.

Qui cavò il foglio e lo pose sotto agli occhi del Boswell, che si schermì un pezzo da leggerlo; vinto poi dalla curiosità propria e dall'insistenza del Paoli lesse: «la prego farmi il solito gioco alla benefiziata con la estrazione de' numeri praticata altre volte. Alla signora monaca suora Maria Domenica Rivarola a Livorno. Corte, 9 gennaio...» — Il signor Giacomo levando il capo, soggiunse: «e questo cosa vuol dire?»

— Vuol dire, che mi bisogna confidare al giuoco del lotto la salute della patria.

— O le prese del capitano Lazzaro Costa?

— La prima volta su le spiagge di Provenza s'impadronì di una tartana con 334 barili di polvere e qualche cento schioppi; la seconda qui presso Aiaccio di un'altra tartana che portava sei ufficiali, 64 mila franchi, e non so che altre masserizie d'oro, una fava in bocca al leone.

Il Boswell rimase pensoso, e dopo avere picchiato due o tre volte la tabacchiera, disse:

— Io vado in Inghilterra; non vi prometto troppo, perchè dopo il mantenere poco, il promettere troppo sia ciò che massimamente detesti; ma se il governo non vi aiuta, non istarà certo nè pei miei amici, nè per me: solo vorrei che voi figurando entrare nei miei piedi mi suggeriste un po' che cosa avessi a dire.

— S'io fossi in voi, parlerei così: Inglesi, voi vi date vanto di emulare i Romani; e certo lo dovete, imperciocchè non si arrivi senza il consenso di Dio alla suprema altezza, la quale impone obblighi alla stregua dei doni; dove il popolo fatto grande trascuri il debito di difendere il debole, di promuovere il bene degli uomini, di schermire la libertà, commette peccato, diventa inutile, distrugge le cause della sua vita, prendono a combatterlo di fuori l'odio, dentro lo sfinimento, e languisce maledetto come le cose maligne abbandonate dalla potenza. Volete vedere, aggiungerei, come si comportassero i Romani coi deboli minacciati da ingiusti potenti; leggetelo nel capit. VIII dellibro I dei Maccabei. Il Paoli prese la Bibbia e ad alta voce lesse: «e Giuda ebbe contezza dei Romani e della loro possanza, e come concedessero quanto loro si domandava e pigliassero in protezione chiunque a loro si accostasse; — sentì delle loro guerre e delle imprese fatte nella Galazia, la quale vinta avevano sottoposta a tributo; — e le grandi cose operate nella Spagna e come si fossero insignoriti delle miniere dell'oro e dell'argento governando il paese colla pazienza e col senno — terre lontanissime soggiogassero, rompessero re mossi a danno loro dalla estremità della terra, gli stritolassero, con fiera battitura li percotessero; gli altri poi avessero accolto a patto di tributo annuale; Filippo e Perseo re dei Macedoni scopertisi nemici prostrassero in battaglia; — e con pari ventura mandassero Antioco il grande re dell'Asia sceso in campo con 120 elefanti, cavalli, carri e potentissimo esercito; e preso che l'ebbero ordinarono pagasse un grosso tributo in perpetuo e desse ostaggi secondo il convenuto; le provincie conquistate, copiose di beni, donarono a re Eumene.

«Ora quei della Grecia avendo disegnato di abbatterli, essi lo seppero e andarono sotto il comando di un capitano a fare battaglia con loro, molti ne uccisero, le mogli e i figliuoli ridussero in ischiavitù, disertarono il paese, occuparono le terre, sovvertirono le mura, i superstiti fecero servi come anco adesso sono. Con quelli poi che loro amici si protestavano e alla loro fede si commettevano mantenevano lega, regni prossimi o lontani donavano, perchè dovunque giungeva il nome di loro li temevano forte. — Quelli che essi consentivano a lasciare sul trono regnavano, gli altri cacciavano, sicchè in ogni parte gli esaltavano; e non pertanto veruno tra loro portava diadema, nè porpora per pompeggiare con quelli; bensì avevano eletto un senato dove ogni dì 320 persone deliberavano le faccende del popolo per fare quanto credevano spediente; a capo di anno conferiscono il maestrato ad un uomo perchè regga lo stato: gli obbediscono tutti senza invidia nè gelosia fra loro. Allora Giuda deputò Eupolemo figliuolo di Giovanni, e Giasone figliuolo di Eleazaro per mandarlo a' Romani a stringere lega d'amicizia con essi; affinchè gli liberassero dal giogo dei Greci, considerando come questi s'industriassero a ridurre in servitù il regno d'Israele. E quelli andarono a Roma, che fu lungo cammino; dove entrati in senato favellarono così: Giuda Maccabeo, i suoi fratelli ed il popolo deiGiudei ci mandarono a voi per fermare lega e pace con voi, e perchè ci scriviate tra i confederati ed amici vostri. E la proposta piacque. Ecco il rescritto il quale inciso sopra lastre di bronzo spedirono a Gerusalemme perchè vi stesse pei Giudei monumento di questa pace e confederazione: «Felicità ai Romani ed alla gente giudea in mare e in terra eternamente: lungi da loro la spada e il nemico; che se i Romani o taluno dei loro confederati si troveranno primi in guerra, la gente giudea darà soccorso con pienezza di cuore secondo la ragione dei tempi; e ai combattenti Giudei non somministreranno armi, nè danaro, nè navi, così essendo piaciuto ai Romani, e quelli obbediranno senza pretenderne soldo. Parimente se prima la gente giudea avrà guerra, i Romani la sovverranno con animo pronto, giusta la qualità dei tempi; e agli aiuti romani non somministreranno i Giudei armi, danari o navi, così piacendo ai Romani, e gli aiuti obbediranno senza frode. Questo è il patto fra Romani e Giudei. — Oltre a ciò rispetto alle ingiurie arrecate loro dal re Demetrio gli abbiamo scritto di questo tenore: «per quale cagione hai tu reso più duro il giogo ai Giudei amici e confederati nostri? Se dunque essi ricorreranno di nuovo a noi, noi faremo loro giustizia movendoti guerra per terra e per mare.»

Tali i Romani favellavano, tali erano; non basta gridare:civis romanus sum; bisogna sentirsi nel cuore e nelle braccia romano; queste cose dite ed altre che saprete aggiungere di vostro, e forse vi ascolteranno.

— Bene; e voi sperate che in questo modo verremo a capo coll'Inghilterra perchè pigli andatura degna?

— Ho detto forse; certo non mi nascondo punto che i nobili vi sono superbi, le plebi abbiette ed i borghesi intenti ai guadagni, ma non tutti così; e poi anco i pessimi colà amano il vivere libero; ora la libertà non è, come i borghesi pensano, un bel cappone da metterlo in istia e mangiarselo a Natale in famiglia.

— Sì bene la libertà non è un cappone per metterlo in istia....

— E fate loro toccare con mano che la libertà, fra tutti gli astri bellissimo, per diffondere di raggi non iscema luce; la sua vita sta in questo, ricevere lume da Dio e tramandarlo ai mortali. Il giorno nel quale le impediranno il santo ministero, ella ripiglierà il cammino del cielo come l'operaio terminato il lavoro torna a casa; e la notte della tirannide calerà su tutto il mondo.

— Addio dunque, signor Paoli: il tempo stringe così che farsubito non mi parrebbe presto abbastanza; vi prego dei miei saluti al rispettabile vostro signor fratello Clemente e a tutti gli altri egregi uomini e dilettissimi amici, massime al signor Altobello, — e già da un pezzo teneva in mano la destra del Paoli e la squassava con forza bastante a stiantare una imposta dalle bandelle; finalmente si staccò, e il Paoli comecchè si sentisse indolenzito fino alla spalla, pure facendo bocca da ridere si ammaniva ad accompagnarlo in istrada per metterlo a cavallo, quando di botto il signor Giacomo si voltò a Nasone e gli disse:

— Mi rincresce proprio, Nasone, di andarmene senza lasciarvi un pegno che valga a rammentarvi la stima in che vi ho, e lo amore che vi porto. La natura avendo pensato a farvi le spese in quanto a vestiario, qualcheduna delle mie spoglie non sarebbero al caso. — Intanto aveva stesa la mano, e il cane intendendo ottimamente che si cercava la sua zampa, gliela porse; così stretti insieme faccia appuntata a faccia, il Boswell proseguì: — Anelli non sono adattati per le vostre dita, e poi non convengono ad uomo, nè a cane libero; rispetto ad ore voi vi servite del sole, sicchè avente in tasca gli orologi di Doddy figlio e compagno di Londra con tutti i fabbricanti di orologi nel mondo. A tutte queste cose il cane rispondeva; come rispondeva? Sì signore, ei rispondeva in due maniere, e però con una più che non saprebbe fare l'uomo, con uno schiattìo e con uno agitare della coda; ora questo ultimo è fuori della potestà dell'uomo. — Ma, riprese il Boswell, affatto affatto senza ricordo non vo' che ci separiamo, prendetevi queste che ordinai apposta per voi — e rovesciatosi le tasche ne versava una pioggia di ciambelle di farina e mele; il cane non assuefatto a cotesto lusso, stette da prima in forse s'e' fossero per lui; poi rassicurato da un cenno, svincolata la zampa, ci si avventò sopra infuriato menandone strage, mentre che il signor Giacomo con voce melanconica terminava il suo discorso: — Tutto passa nel mondo, le nostre sensazioni, i nostri affetti e noi, e nondimeno desidero, Nasone, desidero e spero che serberete memoria di me anche quando avrete mangiato e digerito le vostre ciambelle che ho impastate colle mie mani, e fatte cocere sotto i miei occhi.

Quantunque la parte finale della orazione fosse senza dubbio la più commovente, bisogna confessarlo a scapito della fama dei cani in generale, e di Nasone in particolare, fu la meno ascoltata; il Paoli, che pure non aveva costume di ridere, si sentì costretto amettersi una mano su i labbri perchè non si aprissero; però nel tempo stesso ei fu obbligato a levarla fino sugli occhi, parendogli che qualche cosa, come sarebbe un bruscolo, stesse sul punto di farglieli lagrimare.

Difatti Altobello d'Alando era stato preposto col comandante Carlo Raffaelli alla custodia del Borgo; cotesto luogo come un calcio in gola molestava i Francesi, imperciocchè oltre a tenere difesa tutta la Corsica, offeriva posta unica per vigilare le mosse del nemico, sorprenderne le frazioni, apparecchiargli imboscate; insomma con ogni maniera di fastidii tribolarlo; non pareva spediente al comandante francese tentare di ricuperarlo, ma d'altra parte studiavasi il modo di rintuzzare la baldanza del presidio; su tutti preso di mira Altobello, come colui che le arti della milizia unendo agli audaci accorgimenti della guerra guerreggiata arrecava danni quotidiani e insopportabili.

La madre Francesca Domenica, affermando che starsene lontana dal figliuolo le pareva rimanere senza cuore, aveva tenuto dietro al figliuolo al Borgo, e Serena considerandosi e considerata ormai sposa di Altobello ci seguitava la socera; le donne si erano accomodate in certe stanzette dove sembrava loro albergare come in paradiso, dacchè Altobello quasi ogni dì andasse a passare parecchie ore con esse loro. Bene o male che facesse, egli costumava tacere le fazioni, che era per imprendere, le raccontava compite, sicchè quelle donne cominciavano a sentirlo rabbrividendo, e diventando bianche come panni lavati; quando poi giungeva in fondo del racconto il cuore palpitava più forte, e il sangue sobbolliva loro nelle vene, nell'orgoglio di avere un tanto figlio e un tanto amante.

— Buona sera, Altobello, scotendosi giù dal pilone copia di neve fioccatagli addosso, disse un uomo dalla soglia del quartiere del giovane ufficiale verso l'un'ora di notte di una rigidissima giornata di gennaio; buona sera; dove diavolo siete? O perchè non avete acceso il lume?

— Chi siete, e perchè m'importunate? A me piace stare al buio.

— Via, accendete la lucerna, mi ravviserete alla faccia, giacchè della mia voce non vi ricordate più.

Altobello appena ebbe fatto lume esclamò:

— To', Bastiano, come sei qui?

— Con le mie gambe, padrone; prima di tutto ecco qui un broccio che ho fatto proprio per voi; una volta vi piaceva tanto, e spero che i viaggi non vi avranno fatto pigliare in uggia la roba di casa.

— No davvero, ma donde vieni?

— Adesso di poco lontano; ma fin qui stetti pei poggi a pascolare le bestie di casa, or fa due giorni mi mandò a chiamare sciò Mariano, perchè si sentiva male e credevano che morisse; stamane parve si sentisse un po' meglio, e chiamatomi mi ha consegnato una lettera perchè ve la portassi al Borgo; io per rivedervi, dopo tanto tempo, ve l'avrei portata a casa del diavolo; però ho preso un paio di brocci tanto per non venire con le mani in mano, mi son messo la via tra le gambe ed eccomi qui co' brocci e con la lettera.

— Dà qui la lettera, e i brocci porterai a casa, perchè mamma Francesca Domenica è venuta a tenermi compagnia a Borgo.

— Veramente sciò Mariano mi ha raccomandato di consegnarvi la lettera senza che persona se ne accorgesse, ed anco di non farmi vedere da alcuno, ma certamente egli ignorava che si trovasse con voi la Francesca Domenica.

Altobello aperse la lettera, la lesse di un tratto; tornò quindi a leggerla a riprese, soffermandosi per pensare sopra ogni periodo; alla fine disse:

— Bastiano, e ti è parso veramente che mio fratello si trovi a mal termine?

— Io l'ho sentito lamentarsi notte e giorno.

— Bastiano, ma dal viso, dalla persona, questo suo gran male apparisce?

— In quella sua faccia gialla si legge come in cotesta lettera mentre era sigillata, quanto a mangiare, per quanto mi sia accorto io, non ha mangiato, ma sciò Mariano fu sempre di poco pasto, sia che voglia acquistarsi il paradiso in virtù di digiuni non comandati, o che altro; bisogna dunque starci a quello che dice; e quello ch'ei dice è che si sente vicino a comparire davanti a Dio, e che ha commesso di peccati grossi, massime contro voi, e crede fermamente che andrà dannato dove non vi abbia chiesto e voi datogli perdono; poi non so altro, e d'altro non m'intendo.

— E in casa ci hai tu visto gente?

— Nessuno; però date retta, mentre usciva per venirmene a voi, una maniera di scimmia, una sconciatura di zitella, o donna che fosse, grama e colore di foglie di castagno quando cascano, mi passò d'accanto montata su di un cavallo; andava via come una saetta e per poco non m'investì; intanto che mi volto per dirle; a rotta di collo, la vedo ferma dinanzi la porta di casa sciò Mariano, scende, getta le briglie sul collo al cavallo, che rimane lì come impietrito, ed in un attimo entra; altro non so.

— Bè; fatti insegnare la casa di mamma, tu troverai con lei un'altra persona; salutale ambedue, e di' loro, che se per istasera non mi vedono non istieno in pensiero; tu puoi fermarti finchè non ritorno.

Bastiano uscì; egli era il pastore di casa Alando; fino a pochi dì innanzi erasi trattenuto con le mandre su i poggi lasciando mano a mano i più alti per ridurle secondo il solito nel core del verno alle marine; del successo fra i fratelli Alando non sapeva molto; però estimavasi sempre uomo di tutti e due; poco si sentiva propenso verso Mariano, e dalle sue parole si è potuto argomentare; pure lo riveriva come il maggiore di casa, e la poca pratica che teneva con lui non gli dava balìa di conoscere i suoi vizii ed abborrirli.

Altobello, riponendosi la lettera in tasca, disse: — quello che si vuol fare facciasi presto; i primi pensieri dell'uomo, se seguitati, lo menerebbero al Campidoglio; se aspetta, gli ultimi lo spingono alla forca; — scese e sellò il cavallo sempre ragionando tra sè: — l'anima in questo rassomiglia il suo astuccio, ch'è il corpo; l'uno va tre miglia o quattro, al quinto non arriva; l'altra basta a due colpe, basta a tre; la quarta, come troppo pesa, non può portare; ladro, e spergiuro già è molto, e tra spergiuro e traditore, tra ladro e assassino pure gran tratto ci passa: a ogni modo andando subito non si dà tempo alla insidia. Però, deciso di rendersi alla chiamata del fratello, non gli parve poi dovercisi fidare tanto da dissuaderlo di pigliare lo schioppo, e tentare se la polvere nello scodellino delle pistole andasse a dovere.

Ratto si pose in via, e correndo per sentieri a lui e al cavallo conosciuti, presto fu giunto: parve non lo attendessero, perchè dopo aver domandato chi fosse, lo fecero aspettare un pezzo; alfine la cognata aprì strillando:

— Siete voi! siete voi! siete voi!

E in mano teneva un lume in agonia; Altobello con molta ansietà domandava:

— E Mariano come si sente?

— Come si sente? Adesso vado a domandargli che cosa vi devo rispondere.

E lo lasciò al buio: dalla stanza accosto si sentiva un rammarichio incessante e smanioso come da persona presa da colica: ad Altobello parve ancora sentire aprirsi una finestra, e romore di cosa che si gitti via e poi richiudersi con prestezza pari; ma questo scarico dalle finestre della camera di un infermo non era cosa per un Côrso da badarci, poichè essi sani od ammalati giudichino la finestra come la via più naturale di buttare fuori di casa tutto quanto non può convenientemente farci dentro dimora. In questa tornò la cognata, e disse: — Male, male, ma ora capite non vi può ricevere — e fatto un cenno, soggiunse: — Avete capito?

— Sfido a non capire: ho inteso perfettamente, aspetterò.

Allora la donna, sempre in chiave di falsetto:

— Avete fame? Volete pane? Volete cacio? Voletemicischia? Volete lonzo? — E senza attendere risposta uscì portandosi il lume, tornò dopo tratto non breve con una mezzina di acqua, e postala sulla tavola disse:

— Intanto rinfrescatevi; l'acqua della mia cisterna porta il vanto su tutte le cisterne di Corsica.

E via da capo col lume, che dibattendosi contro l'agonia quasi per miracolo si manteneva vivo. Altobello non poteva astenersi da sorridere alla vista di tanta miseria; egli era chiaro, che da quel lume in fuori in casa non ne accendevano altri, egli già incominciava a spazientirsi, quando la cognata aperse l'uscio della camera dicendo:

— Venite Altobello, fatevi pure avanti, che Mariano ha finito.

Entrando si fece di posta una stincatura dentro una seggiola, da tanto che mandava luce la lanterna; un odore insopportabile gli assalse a un punto il naso e la gola; pure andò innanzi a tastoni guidato dal guaire del fratello. Vuolsi credere che con molta tenerezza non gli avrebbe favellato mai, ma ora sbalordito dalla puzza travagliato dal dolore acuto del ginocchio percosso, egli quasi latrando gli domandò:

— Come vi sentite, Mariano?

— Soffro come un dannato.

— Vedo che venni in mal punto; non mi pare tempo di discorrere adesso; tornerò un'altra volta, intanto vi manderò un medico dal Borgo con Bastiano.

— No, no, non ve ne andate, gridò vivamente Mariano levandosi a sedere sul letto; questi atroci dolori cominciano a passarmi, un po' d'acqua, Lucia... dov'è andata quella donnaccia? Dove sei, maledetta da Dio?

— Mariano, Mariano, oh! non lo vedi che ti sto accanto: la colpa è del buio, vuoi che accenda un altro lume?

— Sta ferma; mi vorresti acciecare, neh! la luce mi offende gli occhi come ferro rovente: e poi nel bello stato in cui ci troviamo, scialacquare l'olio, eh! sciattona...

Ebbe l'acqua, bevve a centellini, tornò a guaire, tacque, si riposò tanto che Altobello incapace a tenersi più a lungo:

— Orsù, disse levandosi in piedi, tornerò domani.... o domani l'altro.

— No, potrei morire sta notte, fermatevi.

Altobello rimase; allora Mariano incominciò, come se si confessasse, ad esporre in qual modo il peccato dell'avarizia prendesse a mettergli le barbe nel cuore, e come aumentasse, a quali deplorevoli fatti lo spingesse; aveva un bel ripetergli Altobello confiderebbe queste cose con più frutto al confessore; Mariano voleva dire, e dicendo s'infervorava così, che agli accenti mostrava non essere in termine di moribondo; poi giù giù scese a descrivere minutamente le infamie di Corte, e al fratello, invano ripetente saperlo anch'egli pur troppo, non importare nè giovare rinfrescarle adesso, se ne tacesse per sempre, o meglio ancora si obliassero; volle dirle e ridirle; chiese perdono in più modi e in tutti gli venne facilmente concesso. Da questa parte non ci era più nulla; allora si attaccò a ragionare dei lasciti, dei funerali e delle messe, ma Altobello gli troncò riciso le parole in bocca osservandogli, che di questo potria ragionare a suo bell'agio nel testamento. — Qui entrò su le difficoltà di avere il notaro, e Altobello gl'impose silenzio accertandolo in qualunque modo avesse rinvenuto scritte le sue volontà le avrebbe osservate punto per punto. — Di botto gli capitò in mente un trovato, ma prima dando di un gomito nelle costole di Lucia urlò — Va su, scimunita, a vedere se l'uscio è ben chiuso.

— Ohi! Ohi! è chiuso sicuro...

... Si vedevano scaturire canne da schioppi e berretti appuntati da metter il ribrezzo addosso anche ai più audaci. (pag. 315)

... Si vedevano scaturire canne da schioppi e berretti appuntati da metter il ribrezzo addosso anche ai più audaci. (pag. 315)

— Va cionostante a vedere, e richiudi prima.

Altobello tra irritato e avvilito disse:

— Parmi che abbiate ripreso lena: il male non sarà grave come temevate; il mio perdono lo avete avuto, lasciatemi andare a vedere mamma, che per la mia prolungata assenza adesso sta in pensiero.

— Fratello, non mi basta il vostro perdono; io voglio ricuperare la benevolenza dell'inclito nostro concittadino il generale; la fortuna me ne ha porto il destro, ma senza voi non posso far nulla; non importa, io mi sento davvero letificato di spartire con voi la gloria di questo fatto; voi ne accrescerete la vostra, io salderò col nuovo onore la vergogna vecchia.

— Or bene via, spicciatevi, che l'ora si fa tarda, e udite... questo tuono minaccia pioggia.

— E vi accorgerete, che quando ne va della salute della patria pregio il danaro meno della pula del grano.

— Dunque?

— Voi avete a sapere come il signor conte di Marbeuf, volendosi vendicare a ogni patto dell'archibugiata sparatagli contro da padre Bernardino, ha deliberato di tendergli una trappola quinci oltre, dacchè il frate dabbene bazzica per questi luoghi più che non dovrebbe; però mi ha fatto ricercare d'imprestargli la mia casa per rimpiattarci venti granatieri: egli stesso verrebbe a capitanare la fazione: voi capite bene, Altobello, che bisogna concedere a colui che può pigliare; nondimanco ho chiesto tempo a riflettere, e del tempo mi valgo per consultare la vostra opinione.

— La mia opinione è, che se mi aiutate ad arrestare questo carnefice di conte io vi regalo di mio cinquanta luigi di oro.

— Cinquanta luigi di oro! Che dite? Ma proprio in verità! Lo giurereste da cristiano battezzato? Oh farebbe il doppio....

In questo si udì strepito di arme, e lo scatto di molte molle di acciarino quando s'incarca: al punto stesso sonò lugubre tre e quattro volte loscuccolo. Altobello traballando di orrore non già di paura mandò un urlo straziante:

— Gesù mio, ch'è questo mai?

Si spalanca l'uscio, otto o dieci moschetti sono appuntati sopra di lui; dietro a questi si attengono altri granatieri; ogni resistenza sarebbe non pure temeraria, ma stolta. Un sergente dei granatieri così gli parlò:

— Su da bravo, fortuna di guerra; voi siete prigione di Sua Maestà.

Altobello non rispose parola, si voltò per fulminare con lo sguardo il fratello rimasto sul letto; ma egli era scomparso senza che ei potesse indovinare il come. Lo frugarono, privaronlo dell'arme e del danaro, poi lo incatenarono per la mano destra e per la gamba sinistra; egli si lasciava fare come smemorato; così lo aveva percosso l'inaudito tradimento che non gli pareva sentirsi più uomo. Finalmente dalla camera venne tratto nella prima stanza, e quivi con nuova meraviglia, al lume di uno dei lampioni portati dai granatieri francesi, contemplò intorno alla tavola posta nel mezzo quattro strane figure; il suo fratello Mariano che contava monete di oro, un ufficiale francese che gliele contava, la cognata Lucia che batteva le mani e strillava: — Quattrini! quattrini! per ultimo il pastore Bastiano che girava il capo dalla destra alla sinistra spalla a mo' di pendolo da orologio. Altobello lanciò su Mariano gli occhi acuti quanto coltelli, ma costui co' suoi fuggiva pauroso che gli fossero feriti; non aveva membro che gli stesse fermo, e tuttavia ostentando petulanza diceva:

— Bisogna pure rifarci, caro fratello; — questi luigi mi pagheranno la pigione di casa donde mi avete fatto cacciare via, e le spese dello sgombero.

— Come! esclamò l'ufficiale francese restandosi dal contare con una moneta in mano, questo uomo che ci consegnate è vostro fratello?

— Già; da ciò vedete che lo rubate mezzo per venticinque luigi... quanti ne avevamo contati?

— Ventidue...

— Mi pareva ventuno.

— E non saranno nè manco se voi non ci rimettete quelli che avete rubato e che ora tenete in mano, e la vostra degna consorte non cava fuori gli altri che si è rimpiattati in tasca. —

— L'aveva fatto per distrazione sapete! perchè la Dio grazia casa Alando ha onore da vendere...

— Si vede; e voi signora perchè avevate grancito il luigi?

— Io? distrazione... Dio grazia... casa Alando... onore da vendere... rispose singhiozzando la donna.

— E tre venticinque, si affrettò a dire l'ufficiale schifato da tanta sozzurra; ma poi ravvisandosi e prendendo un'aria carezzevole,posta la mano su la spalla di Mariano, riprese: — voi mi piacete; siete uomo fabbricato a prova di bomba; la vostra casa sembra fatta a posta per tendere la tagliola; se vi garba e vi garberà di certo, continuare ad esercitarvi nel mestiere in cui avete tanto bene incominciato, io vi prometto di farvi pagare per ogni ufficiale prigioniero dieci o quindici luigi secondo il merito.

— Toccate qua; è affare fatto, e se — disse pigliando tra il pollice e l'indice un luigi per l'estremo contorno — e se non sapessi quanto i Francesi procedono alla grande, e come amino piuttosto dare che ricevere, sempre splendidi... sempre generosi, io vorrei darvi questo luigi in senseria del mercato fatto... promettendo e obbligandomi pel seguito di darvene mezzo (e come l'ufficiale strabuzzava gli occhi, costui pauroso si riprese dicendo) di darvene uno per ogni affare che mi procurerete.

L'ufficiale si morse le labbra; Mariano, senza avvertirlo, nella ingenua sfrontatezza della sua infamia gli aveva ribadito uno schiaffo su l'una e l'altra guancia e non ci era modo di risentirsene.

Non sovvenendo partito migliore all'ufficiale, cavò dalla sua borsa due luigi e quelli dando a Mariano soggiunse: — pigliate, io sono uso a regalare, non ad accettare mancie.

Mariano non se lo lasciò dire due volte, ed acciuffò a volo i due luigi; nel riporseli assieme agli altri in tasca, riprese: — ve li menerò buoni sui prossimi mercati tenendoli in conto di caparra.

— Io ve li dono, urlò l'ufficiale pestando i piedi, cioè non ve li dono, vi saldo l'ingiuria che mi avete fatto pigliandomi per sensale di tradimento.

— E voi costumate pagare le ingiure a luigi di oro?

— Non ho trovato migliore partito in difetto di potervela pagare con un colpo di spada.

— Caro mio, non lo dite ad altri che a me, perchè voi mettete troppe anime in tentazione di dirvi ingiure.

— Eh? caro mio, non ci sarebbe mica il gran male che immaginate, perchè presto mi troverei in fondo co' quattrini, e allora, per vostro governo, farei da' miei soldati rompere le ossa all'insolente e lo salderei a bastonate.

— Allora vi chiedo perdono, ma davvero proponendomi voi di comprare per conto altrui i prigionieri che mi capitasse metterviin mano, credeva in coscienza potervi reputare sensale. Non ci è stata malizia per parte mia; facciamolo giudicare e vedrete che avete torto: se poi vi siete avuto a male che vi abbia offerto poco, non andate in bestia; ci accomoderemo da onesti amici; dove ci hanno uomini ci ha modo.

Mariano aveva torto nel considerare l'ufficiale parte accessoria del tradimento, mentre tutti quelli che vi partecipano sono principali in faccia a Dio che tiene l'archipendolo in mano della vera ragione, gli uomini si governano con altro passetto; tanto vero questo che l'ufficiale per lo zelo messo nel servizio del re fu eletto cavaliere di San Luigi, mentre se capitava nelle mani del Paoli lo avrebbe impiccato, e il generale in coscienza si sarebbe persuaso, come se ne persuase il re, di avergli regolato il conto giusto.

Uscirono i granatieri traendo Altobello, che levando il capo si vide di un tratto davanti a sè Bastiano; lo fissò dentro gli occhi con isguardi taglienti pensando costringerlo ad abbassare la faccia svergognata; ma Bastiano aggrottò a volta sua le ciglia e rispose colpo per colpo. Non dissero parola, veruna voce fu udita, e pure Bastiano capì benissimo che Altobello gli aveva domandato: Anche tu Bastiano? E Bastiano aveva risposto: — Ed osi tu pensarmi traditore? Allora la sembianza di Altobello si fece mansueta e Bastiano abbrancandosi con la destra il petto dalla parte del cuore parve volerselo staccare e metterglielo sotto gli occhi perchè si sincerasse.

Rimasero Mariano, il quale non si dette pensiero di seguire nè manco con gli occhi il tradito, e la stupida consorte intorno alla tavola. Mariano disse:

— Mira, Lucia, i Francesi ci hanno lasciata una lanterna; anche questo è tanto guadagnato, oltre la candela che facendo a miccino può bastare per quattro sere od otto.

— Anche dodici, notò Lucia, basta non accenderla mai.

— Va via, grulla; intanto ripassiamo un po' la moneta per vedere se va bene.

— Per questo sarebbe tempo perduto, che la festa è fatta, ma rallegra tanto il cuore la vista dei quattrini.

E quattro mani tremanti presero a maneggiare i luigi, ora sparpagliandoli su la tavola, ora ammucchiandoli in gruppetti di cinque, ora di nove; in chiunque gli avesse visti a quell'ora in cotesto atto, avrebbero richiamato in mente i due porci del Boccaccio,che presi gli stracci impestati prima col grifo e poi coi denti squassandoseli su le guancie a sè dettero morte e furono cagione che la morìa si distendesse sopra Firenze. Forse chi sa fino a quando avrieno protratto il turpe diletto, se Lucia non fosse saltata su a dire:

— Ma di questa maniera, amore mio, la candela non durerà nemmeno quattro sere.

— Hai ragione, Lucia, e infuriato dall'avarizia soffiò sul lume e rimasero al buio. Intanto che a tastoni cercavano il letto, Bastiano il pastore, che non si aspettava trovarsi così di posta licenziato, cercando l'uscio di casa e trovatolo, di su la soglia gridò:

— Mariano, addio.

— Oh! chi è? ladri! assassini!

— Sono Bastiano.

— Ouf! sei tu?

— Sono io; e vi ho detto: addio Mariano; ho sbagliato, doveva dirvi: addio Caino.

— Tu sbagli, rispose Mariano piegando il ginocchio su la sponda del letto, Caino ammazzò il fratello...

— Voi l'avete tradito soltanto, dunque: addio Giuda.

— E anco qui pigli un granchio, soggiunse Mariano infagottandosi nelle coperte. Giuda tradì il suo maestro e Altobello non mi ha insegnato mai nulla: altra differenza; Giuda vendè Gesù trenta sicli di argento ed io ho venduto il mio fratello venticinque luigi d'oro; per ultimo Giuda s'impiccò ad un albero di fico ed io mi stendo bello e lungo dentro al mio letto; buona notte, Bastiano.

— E da questo momento intendo di non istare più con voi.

— Meno galline, meno pipite.

— Sta bene, adesso che non siamo più padrone nè servo, ve la dirò io una diversità tra voi e Giuda, che voi non avete saputo indovinare.

— Ci avrò gusto a sentirla.

— Giuda s'impiccò da sè, e voi, se altri non v'impicca, v'impiccherò io. Buona notte, Mariano.

La notizia dello arresto di Altobello arrivò presto a Corte come costuma delle disgrazie; i particolari del caso però, secondoil solito, vari; e ciò era quello che meno importava al generale il quale pensando a mille spedienti per riscattarlo, conobbe se non il più certo almeno il manco pericoloso essere questo; chiamato pertanto a sè Matteo Massesi gli disse:

— Matteo, tu sei un giovane di giudizio e capisci per aria le cose; avrei pensato di mandarti a Bastia.

— Di contrabbando? interrogò il giovane balenando di allegrezza negli occhi.

— No davvero, che ti potrebbe cogliere qualche disgrazia, e se ciò accadesse non ne avrei mai pace; andrai col salvacondotto di parlamentario.

— Oh! voi mi amate sempre?

— E perchè non dovrei amarti? disse il generale fissandolo in faccia.

— Non so.... mi pareva, rispose il giovane arrossendo ed evitando incontrarsi con gli occhi del generale.

— Vien qua ragazzo, e sì dicendo gli vezzeggiava il volto, assèttati al tavolino e scrivi quanto ti detterò. «Eccellenza. Voi mi avete richiesto di fare a buona guerra con voi; parmi, per parte mia, avere operato secondo il vostro desiderio rimandandovi fin qui i prigionieri senza riscatto; ho atteso invano voi mi restituiste i miei. Questo a parere mio non si chiama fare a buona guerra dalla parte vostra; pure mettendo per ora questa discussione da parte, devo partecipare a V. E. come ieri notte fosse condotto non a modo di prigioniero di guerra a Bastia, bensì come persona rubata da ladroni, il signor Altobello....

— Ahi! ahi! urlò il giovane lasciando cascare la penna.

— Ch'è? che ti avvenne?

— Ahimè! Da parecchi giorni un dolore reumatico di tratto in tratto mi piglia il braccio da cavarmi il fiato.

— Ebbene, lèvati di costà e scriverò da me. — Il generale riprese la lettera con la quale in sostanza ammoniva il marchese di Chauvelin come la cattura dello Alando fosse fuori di ogni ordine di buona milizia: la stima che faceva di lui persuaderlo a credere che ancora egli pensasse così; se mai s'ingannasse avrebbe barattato il comandante Alando con due colonnelli ritenuti già a Corte per curarli delle ferite, e adesso prossimi a guarire.»

Scritta la lettera la lesse a Matteo, nè intento come era alla presente faccenda, si accorse del giovane che con alterna vicendaimpallidiva, arrossiva, sudava e qualche lagrima rara ed ardente versava dagli occhi; poi chiudendo la lettera aggiungeva: — Matteo, tu te ne andrai a Bastia dove ti presenterai al marchese di Chauvelin per consegnargli questa lettera ed aspettarne la risposta. Se mai t'interrogasse, gli dirai che il signor Altobello è ufficiale degno della estimazione di ogni uomo dabbene; aggiungi che lo fanno degno di riguardo l'essere figliuolo unico adatto a soccorrere la madre vedova, parlagli della sposa novella che lascia in casa e finalmente non gli nasconderai amarlo io e stimarlo oltre ogni termine... che hai che batti i piedi?

— Il dolore mi cuoce.

— Una buona sudata ti guarirà, e però chiarirai il marchese che oltre il cambio, il quale mi sembra superiore a quello che si pratica ordinariamente, io gli professerò sempre obbligo infinito. Eccoti dieci luigi che ti basteranno e ce ne sarà di avanzo, rammenta che la patria è povera ed io più di lei.

— Signor generale, rispose il giovane con voce alterata, io non voglio andare.

— Non vuoi andare? urlò il Paoli con tale un grido da fare arricciare i peli dallo spavento.

— No, più stizzito che mai, replicava il giovane.

— Bè, Ambrogio!...

La guardia fedele comparve sopra la soglia.

— Ambrogio conducete in prigione il signor Massesi.

— In prigione io? Io che prima voi amavate unicamente?

— Vi amai finchè vi conobbi buono, ora...

— Ora?

— Non vi amo più; voi siete invidioso, e peggio ancora, se peggio può darsi, voi esultate del male del prossimo.

— Signor generale, non mi mandate in prigione, non mi discacciate da voi, mia madre ne morirebbe di dolore; se non lo fate per me fatelo per mio padre.

— Orsù dunque, partite; tra un quarto di ora a cavallo, e procurate farmi dimenticare ogni trista impressione col ricondurmi il signore Alando. D'ora in poi, giovane sconsigliato, porrete il vostro studio in emulare, non già ad invidiare chi vale troppo meglio di voi.

Matteo Massesi, figliuolo del gran cancelliere fu bellissimo giovane: di persona tanto bene formato che meglio non avria potuto tratteggiare valoroso pittore; e nella faccia non aveva parteche non sembrasse ritratta da modello greco, lenemente squadrate le guancie e il mento, dove a ciocchette qua e là si arricciava la rada calugine; le labbra rosse ranuncolo, tumide e semiaperte, traverso le quali, per così dire, splendeva la candidezza dei denti, e gli occhi limpidi e bruni come notte di state senza luna; i capelli neri e lustri da digradarne l'asfalto; una forma divina che vista appena ti padroneggiava la mente, così ti sforzava ad amarla, e nondimanco quanto più si pigliava usanza con lui, tanto sentivi scemare l'affetto che ti aveva vinto da prima, non ad un tratto, no, e neppure con diminuzione di momento, ma a poco a poco, a piccoli frammenti come il tempo nell'orologio a polvere si consuma in atomi di sabbia; infatti a considerarlo sottilmente, la sua persona incedeva con un certo ciondolío quasi non sapesse imprimere salda orma sul terreno; ancora gli occhi pure oscillavano paurosi di fissarsi in qualche obbietto, e più di essere fissati da altri occhi; le mani sempre fredde mettevano, toccandole, ribrezzo non altrimenti che di morto si fossero; la fronte bassa, la vece varia; ciò in quanto al corpo; per lo spirito facile ad amare con trasporto, e facile del pari a disamare come povero di alimento a nutrire la divina fiamma dello amore; ma i primi trasporti tanto più furiosi quanto meno durevoli; nella invidia pertinace, perchè la virtù di amore sia operosa, mentre la invidia si distrugga inerte; però come la vipera la quale stuzzicata allunga i denti e avvelena, la invidia in lui inasprita diventava odio immortale e inevitabile. Il generale Paoli in parte aveva conosciuto, in parte indovinato l'animo del giovane; pure gli aveva diminuito, non però tolto l'affetto, e ciò a cagione delle qualità buone e non buone, consuete alle forti nature; l'uomo egregio a male in cuore s'induceva a supporre tristo altrui, e supposto triste, gli talentava crederlo incapace delle ultime scelleratezze, aggiungi che gli doleva confessare di essersi ingannato molto di faccia ai suoi famigliari, molto più di faccia a sè, perchè se lì ne pativa più la sua superbia, qui gli pareva sentirsi spezzare il cuore.

Non impedito da cosa che gli si parasse per la strada molesta, il Massesi arrivò a Bastia, dove chiese parlare col marchese di Chauvelin, se non che questi, di salute infermo e su le mosse di partire per Francia, lo rimandò al conte di Marbeuf. Era disegno accogliere acerbamente il messaggiere di Paoli, fargli un rabbuffo di male parole, e senza leggere lettere, nè udire ambasciate, respingereil tapino oratore; quando poi gli fu davanti il bellissimo giovane, e in modesti atti, soffuso il volto di rossore, gli porse il foglio, gli mancò l'animo di mostrarsi scortese. Tanta virtù esercita la bellezza anco nei più duri! Onde prese la lettera, la lesse e poi incominciò a interrogare Matteo con parole oneste. Da prima è da credersi che il facesse senza cattiva intenzione, ma procedendo nel colloquio presentì poterne cavare qualche costrutto pei suoi fini; almeno gli parve, che valeva il pregio tentarlo; allora disse: trattarsi di negozio grave, non potergli rendere risposta senza avere consultato prima il consiglio di guerra; fermassesi: qui volto ad un giovane cornetta dalla fisonomia maligna da vincere una scimmia, gli disse: Signor Tilly, io lo confido a voi; adoperatevi perchè questo giovine gentiluomo non si annoi troppo.

E il cornetta senza cerimonie intrecciando il proprio braccio col braccio di lui: — Vien meco, il mio caro orsacchiotto côrso, gli diceva, tu stai per bubbolarmi la ganza, ma non importa; a ciascuno tocca la sua volta; quando verrò a Corte ti ruberò la tua; — e via via con la vivacità consueta ai Francesi, massime se giovani e allegri, capaci a far tacere il più assordante passeraio che mai s'udisse sopra olmo, accanto alla fontana del villaggio. — Ei lo condusse a pranzo in compagnia di ufficiali più o meno scapestrati di lui, ma scapestratissimi tutti. Quali fossero i costumi di Francia, allora i libri francesi dissero, e ogni giorno ricordano tuttavia; a noi sarà bello tacerlo; solo tanto ne basti che il Voltaire poteva scerre ad argomento di poema lubrico la sacra magnanimità, e il martirio della vergine orleanese liberatrice della Francia, nè solo il poteva, ma erane lodato. Non pure ai tempi di cui favelliamo sapevano i Francesi decorare il vizio con l'eleganze delle grazie; bensì ora saccheggiavano le antiche e moderne scuole di filosofia per confermargli il regno, ed accrescergli dominio. Matteo, sobrio per usanza non per volontà, casto per costume, non per desiderio, si trovò di punto in bianco tra le commessazioni di un Mirabeau giovine di ventiquattro anni, del Dumouriez, figaro della monarchia francese, e di altra gente di siffatta risma; immaginate che torrenti di lava infocata dovevano sgorgare dalle labbra del Mirabeau a ventiquattro anni, pensate alla girandola de' motti arguti che scoppiettava su la bocca del Dumouriez! Ci era da fare fuggire la virtù rossa come una fravola, con le mani su gli orecchi, e, corsa a rimpiattarsitra le pieghe della santissima Vergine, non si trovare nè manco in mezzo a quelle sicura.

Si frequentavano è vero le chiese, ma non si credeva in Dio, donde nacque la generazione dei preti, che dette quel Lomenie Brienne il quale proposto a Luigi XVI per arcivescovo di Parigi fece dire quel meschino: — ahimè! bisognerebbe almeno che l'arcivescovo di Parigi credesse in Dio. — Gli antichi, conducendo i Numi sulla terra, certo avevano concesso alla materia troppa parte a scapito dello spirito, ma i Francesi mettendo la materia in cielo e in terra vennero a creare unico Dio il piacere: e parvero allora anacoreti quelli che emendarono la dottrina di Aristippo così; sia Dio il piacere a patto che non abbia per sacerdote il delitto. Vennero bocce di vino di Sciampagna, vennero donne, donne e bocce spedite di Francia; e due di codeste cortigiane si posero in mezzo Matteo, e piacque ad ambedue: ma egli che potrà vincere il rimorso, non seppe vincere il pudore, e si svincolò dalle braccia delle male femmine, con dispetto loro, ilarità di tutti, che vedendo il giovane menare calci e sergozzoni ne smascellavano dalle risa, urlando: — Due volte Giuseppe! due volte! — Per ultimo i giovani sazii di bere e della invereconda petulanza delle femmine, cacciarono fuori di finestra le bocce, e fuori della porta le femmine per dar luogo però a vizio peggiore, il giuoco. Questo veleno che senza rimorso si propinano a vicenda gli amici, tramandato a noi dalle barbarie rude, ed amaro, la civiltà seppe addolcire e ingentilire così, che a' tempi di cui parliamo nessuno poteva presumersi cavaliere compito se non avesse rovinato almeno un paio di amici, e barare non faceva caso; anzi se ne tenevano; della quale cosa ce ne porgono testimonianza le memorie del cavaliere di Grammont. Matteo stimolato a giocare, vergognando di comparire povero, mise fuori i suoi dieci luigi, e li perse in un soffio; allora si rimise, ma punto sopra la sua parsimonia, vergognando passare per avaro, accattò danaro che il cornetta gli profferse, ed anche questo andò dietro all'altro; adesso pensò mancargli assolutamente il potere di restituirlo, e vergognando partirsi da Bastia in voce di truffatore, se ne fece imprestare ancora, il quale finì come il primo, come il secondo e come due altre partite, che cieco ormai, prese da chiunque gliene volle dare.

— Diavolo! costui accatta danari come se l'avesse a fare coinostri padri, i quali si contentavano essere rimborsati dei presti nell'altro mondo.

Gli occhi di Matteo non videro quale avesse proferito le amare parole, ma i suoi orecchi le intesero, e allora lo assalse la buona vergogna, la vergogna che doveva venirgli prima ed in tempo, mentre adesso era tardi e inopportuna, quella cioè d'ingolfarsi in debiti, che ormai non sapeva come avrebbe pagato; uscì che il capo gli pigliava fuoco, si ridusse a casa e si gettò vestito sul letto: aveva perduto sessanta luigi, dieci suoi o piuttosto del generale, e 50 tolti in prestito; ed ora come li pagherebbe? Di tratto in tratto sbalzava su da letto e si bagnava le tempie, che gli battevano come se volessero rompersi, con l'acqua diaccia; insomma e' fu notte cotesta quale anime dannate possono patire pari, più affannosa non credo. Quanto prima si fu messo un po' di albore, improvido di consiglio uscì di casa; i marinari e gli operai usi a levarsi prima del sole, scorgendo quel giovane pallido errare così mattutino, si fermarono a rimirarlo per maraviglia; ond'ei che se ne accorse, per sottrarsi agli sguardi altrui, trovandosi presso alla chiesa di San Rocco, vi entrò. La vasca dell'acqua benedetta era posta in prossimità della porta maggiore accanto al battisterio dove mantenevano i devoti perpetuamente accesa una lampada; quivi egli intinse le dita chinando il capo, e mentre rialza la persona per segnarsi, di rimpetto a sè gli apparisce, in atteggiamento eguale al suo, Lella Campana. Gli occhi grigi di costei mandarono un lampo:

— Voi qui? susurrò a fior di labbra, e quegli: — pur troppo!

— Vi accadde qualche disgrazia? Venitemi dietro, che vi menerò a casa.

Matteo obbedì senza nè anco pensare a quello che facesse; giunti in casa il giovane lasciò cadersi sopra una seggiola trambasciato, allora Lella vedendolo così gramo esclamò:

— O signore! vi sentite male?

— Porgetemi per carità un bicchiere di acqua, ohimè! mi si sfianca il cuore — e bevve l'acqua; poi riprese — ho.... ho.... che mi abbisognano ora.... subito.... cinquanta, anzi sessanta luigi, altrimenti sono un uomo morto.

— E dove volete, che trovi sessanta luigi? tra beffarda e rabbiosa rispose Lella; ma come siete qui? e disperato, e bisognoso di tanto danaro?

E Matteo a pezzi e a bocconi glielo disse, dando la colpa diogni cosa al Generale che lo aveva sforzato a venire in Bastia: aggiunse, ogni giorno più lui allungare gli ugnoli da tiranno; oggimai non gli si poteva più reggere accanto; avere reso a tutti manifesto il suo cuore ingrato e maligno: ai vecchi amici preferire qualunque nuovo avventuriere; quelli che lo amarono tanto, e tanto patirono per lui, messi in non cale; prima essersi innamorato di quella statua di cera del Boswell, adesso impazzire dietro quel fastidioso arrogante dello Alando; lui, una volta ad ogni altro preferito, adesso posposto a tutti; non adoperarlo in ufficio più degno che quello di staffiere; la sua bocca non aprirsi più per lui a confidenze di sorte alcuna, al contrario se sopraggiunga inaspettato mentre egli con altri ragiona, tacersi come davanti a sospetto; a queste querimonie ne aggiungeva altre infinite accendendosi, e per così dire inviperendosi col suono della propria voce nel modo che il cavallo inferocisce allo squillo delle trombe di guerra. Lella lo agguardava fisso dentro gli occhi mentre egli favellava: dapprima le pupille del giovane sfuggirono cotesto ardente sguardo; per ultimo ne rimase vinto e tacque come ammaliato; la fanciulla cominciò a guardarlo e a pensare; ad un tratto rompendo il silenzio disse:

— I danari si potrebbero trovare....

— Ah! e come?

— Sposandomi.

— Ma questo sarebbe a toccare la cima dei miei pensieri. Voi sapete, Lella, quanto vi abbia amato; s'ebbi a renunziare a voi fu colpa mia, Lella?

— Certo fu mia; io non volli ascoltarvi, e nè anco adesso vi ascolterò.

— Dunque mi desiderate morto e infamato?

— No, io intendo essere vendicata. Sul corpo di Giovan Bruno giurai che non avrei tolto a marito se non quello che avrebbe vendicato il suo sangue.

— Io lo vendicherò.

— Voi?

— Io.

— Ci avete pensato?

— Ci ho pensato.

— E ne sarete capace?

— Vedremo.

— E farete quello che vi ordinerò?

— Tutto.

— Allora venite.

E presolo per un braccio lo spinse dietro la stanza dove dormiva il padre suo Orso, gridando: — babbo! babbo! — e al punto stesso spalancava le finestre.

Il vecchio scombuiato a cagione del sonno rotto, dell'urlo, e della luce improvvisa che gli feriva gli occhi, balzò a sedere sul letto, strepitando a sua volta.

— Demonio di figliuola, non si può chiudere un occhio con costei.

— Li terremo tanto chiusi quando saremo morti, babbo! E poi ho furia; vi ho condotto un uomo, che mi vuol essere marito, e al quale io voglio essere moglie.

Orso strofinandosi gli occhi esclama:

— E l'altro? E l'altro?

— Perchè vendica l'altro, e voi e me...

— Ah! come si chiama costui? E donde viene?

— Viene da Corte e si chiama Matteo Massesi.

— Il figliuolo del gran cancelliere? Questo è un tradimento.

— Babbo; fin qui avete condotto voi la trama della vendetta e avete rovinato voi e me; adesso lasciate un po' che mi ci provi io: ciò che non valse a fare granfia di leone lo potè dente di topo. Dunque acconsentite voi che io lo sposi?

— Piglia il diavolo che ti porti, ma a quel patto.

— Siamo d'accordo.

— Ma come ti assicuri ch'ei te lo mantenga?

— Questo è mio pensiero.

— Ma egli ti sposerà?

— È pensiero mio: scrivete il vostro consenso e sbrigatevi.

Il vecchio sopra di una tavoletta, che Lella gli posò su le ginocchia, scrisse e firmò il suo consenso; il quale Lella dopo avere letto ripose in seno; allora si fece a richiudere le finestre e le imposte dicendo: buttati giù, babbo, e piglia sonno contento nel pensiero che, mentre dormi la tua vendetta cammina: quindi agguantato Matteo pel braccio riprese: — su via andiamo.

Dove andassero, che cosa statuissero sarà chiarito altrove; intanto importa sapere che Matteo tornato al ridotto del gioco pagò come un banco i suoi creditori; invitato alla rivincita si scusò allegando la sua partenza avere a succedere da un momento all'altro ed usci: però in tutto quel giorno abbandonava Bastia, efu visto aggirarsi per le strade a mo' di trasognato in compagnia sempre di uno zitello lesto e vispo come una scimmia; non lo riconoscendo persona, pensarono fosse venuto con esso lui; il dì appresso essendosi recato dal conte di Marbeuf per domandargli la conclusione del negozio pel quale era venuto, lo rinvenne focoso, lo guardò truce, gli porse un plico sigillato, ed oltre questa non gli fece altra parola: — qui dentro è tutto. —

Lo zitello, che non si scompagnava mai da Matteo, allora si accostò al conte, il quale fissatolo lo riconobbe e sorrise: — O damigella, voi siete proprio una Maga!

— Or bene, riprese Lella, spero che non mi dissuaderete da accompagnare il mio novello sposo...

— Quantunque mi pesi vedere il nostro cielo vedovato di uno dei suoi astri più belli, tuttavia mi professo troppo buon cristiano per contrariare al precetto: quello che Dio unì l'uomo non separi.

— Fin qui non ci ha unito Dio; voi lo sapete, ciò sarà più tardi, e con migliori auspici, spero; intanto provvedeteci di due passaporti.

Avutili, tolsero commiato dal conte, che rasserenatosi gli accompagnò sino alla porta, colmandoli di carezze e di promesse tra le quali mesceva per via di giocondità la preghiera di essere scelto testimone alle nozze, e compare del primo figliuolo.


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