.... aperto pienamente l'uscio, fu potuto vedere una donna di sembianze severe, assettata sopra un letto di paglia, in grembo della quale dormiva Alando. (pag. 153)
.... aperto pienamente l'uscio, fu potuto vedere una donna di sembianze severe, assettata sopra un letto di paglia, in grembo della quale dormiva Alando. (pag. 153)
— Questo ho sentito dire, che trae origine dalle inimicizie, flagello antico del paese, imperciocchè l'uomo dovesse poggiarein alto per iscoprire gli agguati camminando con la barba sulla spalla, e la mano su l'archibugio.
— Benissimo; ma com'entra questa scusa col macinare il grano in casa?
— Perchè l'interno della casa è reame esclusivo della femmina.
— Bene; anzi male. Bello impero davvero quello dove il re è condannato alla parte di schiavo! Mio giovane amico, soffrite che io vi ammonisca, che chi tutto vuol difendere per ordinario non discolpa nulla. La nemica mortale dell'ammenda è la prosunzione: ora lo stato in che senza rimorso o vergogna mantenete la donna fra voi, mi dà la misura giusta della barbarie nella quale vivono gli uomini.
E tacquero, finchè non furono a Tomino; qui giunti, mentre passavano davanti la chiesa, al signor Giacomo venne fatto vedere nella nicchia, a destra di cui mira la facciata, una bomba di ferro, onde piacevolmente interrogò:
— Gli è un santo côrso cotesto?
— No, è un predicatore, che ci hanno mandato i Genovesi, rispose un Côrso che in cotesto punto passava, il quale dì e notte come dal pulpito bandisce, che dai forestieri non ci dobbiamo aspettare miglior bene di quello. — Però i Genovesi non giunsero mai ad espugnare Tomino; e gli uomini di questo paese traendo alla chiesa, nel vedere la bomba, ne cavano argomento di supplicare con tutta l'anima Dio, che alla occasione non ci faccia peggiori dei nostri padri. Se vi piace scendere, vedrete il Tabernacolo, meraviglia della Corsica, sto per dire del mondo.
Scesero tutti, ed entrarono nella Sagrestia, dove sta esposto il modello di legno assai bene architettato, e condotto con fino lavorio, pure non tale da meritarsi codesta lode smodata; senonchè la guida aggiunse: — Prima era tutto di argento, donato alla chiesa da un Filippi arricchito in America, a cui costò un milione e mezzo di lire; prima di disfare il Tabernacolo di argento ne cavammo questo modello per memoria dell'opera, non del dono; avrete forse sentito a dire o sentirete da qualcheduno che noi Tominesi repugnando dal dare il nostro Tabernacolo al generale Paoli pei bisogni della patria, lo sottraessimo mettendolo sotto terra; non gli date retta; fummo proprio noi che glielo andammo a profferire, come offrimmo a Roma il magnifico ostensoriodi argento del peso giusto di un rubbo, e il Papa in beneficenza ci promise quattro scudi romani all'anno!
— O pelo o pelle con Roma bisogna lasciarci, pensò il signor Giacomo; nè anco l'uno per cento senza contare la fattura: la Curia romana è donna, ma non ebbe mai bisogno di curatore: poi a voce alta chiese: avete detto promesso; per avventura non li pagarono mai?
— No, signore, li pagarono per pochi anni; in seguito le disdette della chiesa non permisero retribuire più oltre questo piccolo censo.
— Ahimè! si direbbe, che la vigna del Signore sia peggio trattata di quella dell'empio; colà sempre grandine, sempre tempesta.
Altobello, pauroso che il colloquio pigliasse piega spiacevole per la madre sua piuttosto pinzochera che devota, unica macchia fra tanto splendore, alzando il dito accennò:
— Vedete cotesta torre là? noi altri la chiamiamo la torre di Seneca, e tutto questo distretto ha nome da Seneca.
— Se questo fu il luogo della relegazione di Seneca, certo non si riconoscerebbe per la orribile descrizione ch'egli ne fa nella epistola ad Elvia sua madre, ma il tedio dell'esilio glielo avrà fatto comparire più tristo, e da quel tempo in poi voglio credere, che la natura e la industria lo abbiano reso più bello.
— Poi oltre la torre troveremo Mercurio, dove la fama narra, che Seneca fosse flagellato con le ortiche dalle donne a cagione della sua incontinenza.
— Ohibò! coteste mi paiono grullerie: vi sembra probabile, che Seneca fra tante angustie avesse capo a siffatte novelle? Uscito di Roma, sazio di femmine senatorie e imperiali, come supporre, che gli venisse vaghezza di rincorrere le donne per questi balzi a mo' di Satiro? Che ne dice la mia rispettabile signora Francesca Domenica?
— La medesima vendetta si racconta che le donne di Bonifazio e di Sollacarò abbiano preso in simile occasione; ma io le reputo favole tutte, perchè la donna prudente difende l'onore suo, e non ostenta la difesa, sentendosi abbastanza umiliata dal sapere, che altri con parole, anzi pure col pensiero, le abbia recato oltraggio.
— Bene, mia signora, bene.
Ma il fine pel quale Altobello aveva intromesso discorso, glivenne tronco appunto per causa del medesimo, imperciocchè la piissima madre riprese a dire: — Invece di trattenervi in queste pantraccole avrebbe dovuto il mio figliuolo raccontarvi come oltre quel poggio di Pietra Corbara in riva al mare sorga il santuario di santa Caterina, dove tra le altre sante reliquie si conserva una zolla di terra adoperata dal Padre eterno nella creazione dell'uomo.
— Che mai dite, mia rispettabile signora! proruppe il signor Giacomo levandosi alto su le staffe.
— Già; una zolla di terra servita alla formazione del nostro padre Adamo.
— Diavolo! esclamò da capo il signor Giacomo, e stava lì lì per uscire dai gangheri, senonchè alzata la faccia occorse negli occhi di Altobello, i quali con muto linguaggio lo supplicavano ad avere misericordia della fede di quella semplice donna; ed egli che filosofo veramente era, e per ciò tollerantissimo, si astenne di portare lo scompiglio nell'anima di lei con importune considerazioni; solo facendo l'atto del tacchino quando ingola una noce, tacque, e la donna soggiunse:
— Ed oltre la zolla ci ha un vaso di manna raccolta nel deserto; un frammento della verga non ricordo bene se di Aronne o di Mosè; alcune goccie di latte della Madonna, e parecchie gugliate di refe, torto proprio con le sue sante mani.
Il degno signor Giacomo sostenne bravamente la enumerazione di coteste reliquie come un granatiere inglese la scarica di una cannonata a mitraglia, rinnovando però ad ognuna l'atto del tacchino che ingola le noci.
Così ora tacendo, ora alternando i ragionamenti, arrivarono, traversato il Nebbio, su i gioghi di Lento e Canavaggia, donde scesero nelle strette del Golo a Pontenuovo, già famoso per la resa dei Tedeschi al prete Castineti, e sortito dai cieli a ben altra, e per questa volta, lacrimevole celebrità. Intanto che scendevano da Lento, Francesca Domenica indicando i colli dalla parte opposta della valle avvertì:
— Vedete colà quel paese? Lo vedete? Lì dietro giace la terra benedetta che ha dato alla Corsica il generale Pasquale Paoli, mio cuginoin terza.
— E usciremmo molto di strada se andassimo a visitare la sua casa?
— Non troppo, no, chè, per Saliceto e Pietrarossa riusciremo verso Omessa sopra la strada di Corte.
— Dunque... con voce un po' tremante dalla commozione incominciò il Boswell, e la Côrsa conchiudendo in fretta:
— Venitemi dietro, che io vi condurrò fin là; e voi altri proseguite, che vi raggiungeremo.
Allora Francesca Domenica, seguitata da Altobello e dal Boswell, salito il colle, arrivò alla valle, e lasciatosi dietro Morosaglia, giunse alla Stretta nella pieve di Rostino. A mano a mano che si accostavano, il luogo sembrava, e veramente si empiva di orrore religioso; pareva lo sbocco di un vasto torrente, qua e là seminato di massi enormi, fra mezzo i quali scendevano mille rivoli di acque, che ripetendosi da più parte gli echi, e confondendo le voci, mandavano intorno come un fremito di armi. E com'era vocale la terra, così dall'alto non iscendeva meno misteriosa la copia dei suoni; questi poi uscivano dalle fronde di castagni secolari, i quali mossi dal vento susurravano, e a volta a volta, o coprivano di ombre il sentiero, o vi lasciavano penetrare un raggio fulgidissimo di sole; passato il torrente, le coste si alzano blande, a scaglioni alberati tutti di castagni, fra cui l'occhio spazia lontano di viale in viale, sicchè tu credi infinito quel bosco. Non pertanto alla svolta di un poggiuolo, custodita dalle ombre di parecchi castagni apparisce la casa del Paoli.
— Qui è nato da Giacinto Paoli e da Dionisia Valentini mia cugina il generale Paoli nel 1724.
Il Boswell vide attonito due corpi di fabbrica coi tetti dispari, e formanti insieme una casa di cui il più umile dei fattori si sarebbe appena giovato; poche le finestre ed anguste, la porta ottimamente munita d'imposta ferrata, alla quale non si poteva giungere che con molta difficoltà. Poichè rinvenne dallo stupore il Boswell chiese, se avrebbe potuto, senza indiscretezza, visitare dentro.
— Signore! rispose Francesca Domenica, o chi para? — E qui con una specie di fischio acutissimo incominciò a urlare: — Minugrò, Marifrancè, Orsantò.
Cotesti fischi avrebbero avuto la virtù di resuscitare i morti senza altrimenti attendere la chiamata degli Angioli, pensate se di far correre i vivi: di fatto indi a breve tra la macchia s'intese un grido come di cuculo; dopo altro spazio di tempo comparve un villano, che, riconosciuta la donna, con grandissima dimestichezza favellò:
— O signora Francedomè, siete voi? Il generale non ci è, e nè anche Minugrò e Orsantò: entrate a rinfrescarvi. Dove siete stata? Donde venite? Questi signori chi sono?
— Questo è mio figliuolo Altobello, questo altro è un signore nostro ospite e amico, sono andata a riscontrarli, e torno con essi a casa.
Il villano, dopo aver bene udito queste cose, schizzò fuori dei denti uno spruzzo di saliva verde a cagione del sugo dell'erba che masticava, e forbitosi col rovescio della man manca le labbra abbracciò e baciò Altobello; volendo in seguito praticare la stessa cerimonia col Boswell, questi lo respinse mettendogli con quanto possedeva di forza il pugno al petto: per la qual cosa il Côrso aggrondato brontolò: — Per Dio santo, o che frulla a costui?
Senonchè Altobello sovveniva pronto a quel frangente mormorando nelle orecchie al Côrso: — Costà nelle parti d'Inghilterra il bacio tra uomini non usa, e il vostro ospite è inglese.
— Allora muta aspetto, e ripresa la consueta compostezza il Côrso soggiunse: — Passeremo dalla Cappella ne'?
Entrarono in una stanza terrena foggiata a modo di Cappella, nè priva di eleganza, certo poi netta e fresca come se fosse nuova. Appena Francesca Domenica vide una lampada accesa davanti la immagine della Immacolata ed uno inginocchiatoio ci si gettò giù di sfascio; Altobello e il Boswell l'ebbero ad imitare a scanso di scandali: questi dopo convenevole intervallo levò il capo per iscoprire marina, ma la donna teneva sempre gli occhi chiusi, e la faccia bassa su le mani giunte; dopo lui, e scorso altro spazio di tempo, si provò di specolare Altobello; non ci era apparenza di prossima fine; tossirono, starnutarono: peggio! Ci volle pazienza, chè la Francesca Domenica quinci non si rimosse se prima non ebbe votato e scosso il sacco; per ultimo fattasi il segno della redenzione, con un bellissimo inchino si licenziò dalla Immacolata. Allora passarono nel celliere, a giudicarne dai vasi vinarii di ogni maniera sparsi qua e là: donde per via di scala di legno, che metteva capo ad un'apertura nel pavimento, riuscirono al piano superiore. — Occorse agli occhi del Boswell una sala vastissima cui faceva soffitto la travatura del tetto con un camino proporzionato alla grandezza del luogo nella parte meridionale; il camino, come ogni altro antico di Corsica, pareva dilettarsi a distribuire imparzialmente il fumo fuori e dentro casa,imperciocchè i travi, le muraglie e tutto in cotesta sala apparisse ingrommato di vernice nera: mobili unici una tavola in mezzo, parecchi seggioloni a braccioli con la spalliera diritta, e la predella ignuda da cuscino; su la parete a tramontana, un quadretto, che forse conteneva una immagine, ma stante la piccolezza sua e la distanza non era dato distinguere. Tutto questo com'è da credersi, fu presto veduto; però senza quasi fermarsi passarono in certa cameretta quadra, di forse sette passi, a otto non ci arrivava, per lato, e qui videro una cassa, una scrivania, una seggiola, uno inginocchiatoio; nella parete sopra lo inginocchiatoio coi bullettoni inchiodate due stampe, una rappresentante la inevitabile Immacolata, l'altra il ritratto di Sampiero D'Ornano: in fondo della stanza un arco, non però in mezzo della muraglia, bensì tutto su un lato, per la quale cosa mentre a sinistra del riguardante posava sopra un pilastro fuori di tutte le regole largo, a destra finiva ad angolo acuto sopra la stessa parete; la tenda di bordato larga quanto l'aria dell'arco, impedendo la vista, il maggiordomo di casa fu sollecito di tirarla, ed espose per questo modo un lettuccio, una scranna, e un lavamano. Il signor Boswell con qualche leggera impazienza disse: — Non importa che mi mostriate di questa casa più oltre; menatemi addirittura al quartiere del signor generale[20].
— Gli è bello e finito; nelle altre camere abita la famiglia, cioè i cani e i servitori.
Il signor Giacomo trasecolava, anzi considerando più minutamente vide che le finestre non andavano munite di cristalli, e di vetri, bensì da impannate, onde non potè trattenersi dallo esclamare:
— Senza vetri! Senza cristalli! Qui siamo ai tempi di Adamo; per lo meno a quelli di Noè.
— Veramente prima che il signor generale venisse da Napoli, io ce li feci mettere, ma egli entrato in casa, tostochè li vide, li ruppe col bastone che teneva in mano, dicendo: impannate ci lasciai ed impannate io ci vo' trovare: anche traverso il cristallo il lusso entra nelle case, e allora addio parsimonia, senza la quale la repubblica è vergone da civettare beccafichi.
Il Boswell taceva, solo non rifiniva di cacciarsi su nel nasotabacco sopra tabacco. Rientrato in sala il maggiordomo convitò gli ospiti a mensa, che parve al nostro Inglese più che patriarcale davvero: sopra rozza tovaglia avevano posto un catino di zuppa di magro, copiosa di legumi e di erbe; accanto al catino due zucche, una piena di acqua, l'altra di vino, dove ogni commensale poteva dissetarsi a suo talento: assettatisi a tavola misero davanti al Boswell una scodella di zuppa, e gli dettero forchetta e cucchiaio di bossolo: non sentendosi troppo allettato da cotesta vivanda, egli si pose a considerare la posata fatta con bellissimo garbo, ma, per molto uso, pingue di grasso. Il manente notò l'attenzione dell'ospite, e non gli sfuggì nè anche un suo gesto di disgusto, ch'egli non valse a reprimere; per la qualcosa credè molto a proposito dirgli:
— Vedete, signore, anche il generale da principio non ci si sapeva adattare, e ne scrisse a suo padre signor Giacinto buona anima perchè da Napoli gliene provvedesse di argento; il signor Giacinto ecco cosa gli rispose: — qui si levò da tavola, e salito su di una seggiola staccò dalle pareti il quadrettino, il quale appunto conservava sotto il cristallo la lettera del vecchio Paoli al suo figliuolo; lo porse al Boswell, che lesse:
«Signor figlio.
Mi congratulo con la patria e con voi per la espugnazione della torre di San Pellegrino; però sarebbe stato meglio, che più in tempo aveste avvertito come senza artiglierie non si potesse pigliare: adagio col sangue altrui; del vostro siete padrone. Quanto alle posate di argento che mi chiedete, innanzi di mandarvele mi occorre sapere da voi se sia morto costà Solimano, che le faceva di legno, ecc. — Giacinto Paoli[21].»
L'Inglese rimase sbalordito; incominciava quasi a temere di trovarsi al cospetto del Paoli: di vero leggendo Plutarco, nell'udire i magnanimi gesti, e i detti non meno mirabili degli uomini sommi, tu ricorri sovente a contemplarne le immagini, ma se fissandoci troppo la mente ti avvenga di credere, che gli occhi o le labbra loro si movano, ti si mette addosso la paura di trovarti così piccolo, così gramo, così imbelle, così insensato a tu per tu con un Temistocle, un Camillo ed anco con un Mario. Non ci ha prosunzione moderna la quale, urtando taluno di cotesti grandi, non caschi giù come vescica sgonfiata. — Molte cose ricercòdel Paoli, e molte ne seppe che lo confermarono nell'alto concetto che aveva di lui: egli è da credersi che la notte lo avrebbe colto in cotesta casa, se Francesca Domenica non avesse sollecitata la partenza, essendo ormai l'ora tarda.
Comecchè il sole fosse da parecchio tempo tramontato dai poggi, pure il cielo conservava tanto di luce, che i nostri viaggiatori usciti allo aperto potessero vedere, addossati ai monti dirimpetto, Omessa, Sueria, Castirla ed altri non pochi paesi. Francesca Domenica, a mano a mano che si accostava a casa, cresceva d'irrequietezza: parendole fastidioso il moto del mulo, scese e percorse spedita per quei colli al pari di un mufflo: ora cantarellava qualche frammento di vocero, ed ora (incredibile a dirsi!) anche qualche canzone di amore: allo improvviso stette, e:
— Signore Inglese, incominciò, vedete cotesto paese là di faccia a noi? Lo vedete? Colà abita una santa donna mia cugina interza, e ciò che importa se non di più, certo del pari, una donna che si farebbe mettere in pezzi per la Patria.
— Bene; lo credo senz'altro, ed ha nome?
— Eufrosina Cervoni; se il general Paoli viveva, debitore della sua vita prima a Dio, poi a lei.
— E come andò, signora? Sto su la brace per saperlo.
— Eh! ve lo direi se non temessi destare il cane che dorme: ad ogni modo quello che ho sul cuore, ho sulla lingua. La famiglia di mio marito parteggiò sempre pei Matra, massime per Mario; io non credei mai questo sciagurato venduto nè traditore, bensì ossesso di ambizione e di superbia: posposto al Paoli nel generalato lo avversò con le frodi e con le armi; riuscitegli vane ambedue, si gettò per disperato in braccio ai genovesi, i quali armatolo da capo lo vomitarono nell'isola a rinfocolare la guerra civile. Mentre il generale improvvido scorreva la provincia di Aleria, ecco il Matra cascargli addosso con ottocento uomini tra Zuani e Pietraserena, ond'egli ebbe di grazia scampare fuggendo; seguitato da quaranta uomini si chiuse nel convento di Bosio; sopraggiungono i Matristi, e chiusolo d'intorno, lo assediano; io non vi racconterò le vicende dello assedio, bastivi che non essendo stati soccorsi quei di dentro dopo due giorni di battaglia erano ridotti agli estremi; e ormai le porte incendiate cascando a pezzi aprivano la strada agli scellerati che urlavano: ammazza! ammazza! Per salvare il nostro eroe ci voleva un miracolo: e il miracolo fu operato per la virtù di mia cugina Eufrosina. Sentendo ellail pericolo del Paoli scese dalla camera soprana in traccia del figliuolo Tommaso, il quale stava seduto intorno al fuoco, gli porse lo schioppo e gli disse: — Tomè, che fate voi qui? Non sapete che il nostro generale corre pericolo? Pigliate lo schioppo e andate co' nostri a liberarlo, o a farvi ammazzare. — Tommaso non si movendo punto rispose che col Paoli aveva ruggine vecchia e non parergli vero che altri facesse la sua vendetta. — La vendetta non è da cristiani, nè da cittadini, se prima che io abbia recitato un Paternostro non siete in via, vi prometto abbandonare la casa vostra, lasciandovi invece la maledizione di una madre. — Tomè non se lo lasciò dire due volte, e messasi la via tra le gambe arrivò a tempo per salvare il generale. Dicono che di colta ferisse Mario in un ginocchio: o egli o altri, fatto sta che ferito rimase e poco stante morto di molte ferite; dicono ancora che il generale nel vederlo cadavere piangesse; e su ciò la verità al suo luogo, perchè quello che ci fosse da piangere, io non ci so vedere; ciò che non si potrebbe negare si è che egli gli fece fare onesti funerali; nè di più deve attendersi da cui teneste nemico.
— Lo zio, riprese Altobello, che si trovò in cotesto tafferuglio, mi assicura che il Cervoni con Giovannifelice Valentini molto contribuirono ad accertare la vittoria del Paoli, ma quelli i quali veramente lo salvarono, furono due popolani Pierinotto da Fornoli e frate Ambrogio; questi sul campanile senza far conto delle palle, non altrimenti che fossero castagne, picchiava la campana a martello, l'altro accorrendo con poca gente sonò ilcolombo[22]per le macchie vicine con tanto furore, che i Matristi paurosi, di essere sorpresi cessarono l'assalto per andare alla scoperta dei sopraggiunti; lo zio mi disse ancora, la moschettata che colpì il signor Mario nel ginocchio essersi partita dagli uomini di Pierinotto, non già da quelli del Cervoni.
— Sia come si vuole rimarrà sempre degno di memoria l'atto magnanimo di Eufrosina, — osservò Francesca Domenica, cui rispondendo il figliuolo disse: senza dubbio, senza dubbio.
Intanto le ombre della notte si erano sparse sopra la terra, e Altobello, tenendo per la cavezza il mulo dove stava seduta la madre, lo mise dentro un calle angusto in mezzo di foltissimamacchia, il quale faceva capo alla casa paterna per la via più diritta, imperciocchè Corte non fosse città murata, e la più parte delle case stessero a que' tempi sparse per la campagna come giovenchi alla pastura: essendosi per questo modo Altobello scostato alquanto dal signor Boswell e dagli altri compagni di viaggio, con bassi accenti si fece ad interrogare la madre.
— Ma com'è che siete venuta, mamma, a incontrarmi fino al Macinaggio? Chi vi ha avvisato del mio arrivo?
— Il generale.
— Possibile! Egli non poteva saperne niente.
— Eppure lo sapeva. Domenica scorsa mentre usciva da messa lo trovai sul prato davanti la chiesa; tostochè mi vede egli mi si fa dappresso, e mi dice: Buon dì e buon anno; come va la salute, cugina? — Eh! piaccia a Dio quando va male la vada sempre così. — Che nuove abbiamo dei parenti? — Di quali parenti? — Di quelli di Venezia. — Ne vivo in pensiero, perchè come saremo a Santa Giulia, correranno due mesi che non ricevo lettera di loro. — Non vi confondete, cugina, accertatevi, che stanno per arrivare. — Santa Vergine, che cosa mi dite! e verranno tutti e due, cognato e figliuolo? — Se tutti e due, non saprei, ma uno di certo e sarà Altobello. — Generale, non mi tacete nulla, ve ne supplico; capite... io sono madre. — Capisco tutto, epperò vi paleso che tra pochi giorni il vostro figliuolo arriverà al Macinaggio su la mezza galera del capitano Franceschi, almeno così spero: ma subito dopo ripigliandosi ha soggiunto: — No, ne son sicuro. — L'ho ringraziato, e tornando a casa pareva una rondine: credo avere cantato per via, sicchè se la gente non mi ha creduta matta sarà stato un miracolo; spazzai la camera, mutai le lenziola di sul letto, misi in sesto ogni cosa, e poi badandomi bene d'intorno, affinchè nessuno mi frastornasse, sono venuta ad incontrarti.
Altobello la prese per mano, e glie la baciò due volte, — e quindi a breve soggiunse: — Però cotesto annunzio del generale mi riesce strano.
— Non fartene meraviglia, figliuolo, perchè il generale fu beneficato da Dio col dono della profezia, e te ne accorgerai.
Il ragionamento tra la madre e figliuolo venne interrotto da uno scoppio di archibugio, anzi Altobello sentì persino quel sibilo che manifesta il passaggio della palla: subito dopo in lontananza urli e pianti disperati.
— Ho paura sia successo qualche disgrazia, osservò Altobello alla madre. — Ne dubito anch'io, questa rispose, e proseguì in silenzio. Non erano andati guari, che fu udito per la macchia uno stormire come di cignale che rompendo le roste si faccia via traverso alla foresta: soprastettero sospettosi, intanto lo strepito più e più sempre si appressava; ad un tratto proruppe fuori della macchia un uomo di cui i gesti, per quanto lasciassero vedere le ombre della sera, palesavano il terrore; con le mani faceva l'atto di aprirsi le frasche davanti al passo, e il capo teneva volto sulla spalla manca, qual è colui che tema di vedersi inseguito. Nè badando, e nè credendo d'incontrare molestia per cotesta via, venne ad urtare con violenza nel petto di Altobello che allargate le braccia lo recinse a mezza vita prima che costui se ne accorgesse. L'effetto, che prima percosse il fuggitivo, fu la paura, a giudicarne dallo strido straziante che cacciò fuori; ma subito dopo prevalse l'amore della salvezza, dacchè incominciò a dare crolli da schiantare un pino. Altobello, quanto egli si sforzava svincolarsi, tanto intendeva con supremi conati a tenerlo stretto. Il signor Giacomo, studioso della libertà del cittadino, pensava se fosse lecito per mera suspizione privare, come Altobello aveva fatto, un uomo dell'esercizio delle sue facoltà; e intanto che discuteva la cosa stavasene a cavallo al mulo e non lo sovveniva. Dopo parecchie scosse riuscì allo sconosciuto sprigionare il braccio destro, che in un attimo cacciò nella tasca delle brache, e lo ritrasse armato di stile: già lo teneva levato per conficcarlo nelle spalle ad Altobello, quando Francesca Domenica, che alta era e gagliarda, con ambedue le mani gli attenagliò il polso, e costringendolo a piegare, tale vi impresse un morso, che lo sciagurato, sentendosi a lacerare carne e muscoli, con doloroso guaito lasciò cadere lo stiletto. Non per questo meno egli tentava scappare con ogni modo, e Altobello affannoso gridava: — Una fune, una fune! levate la cavezza ad un mulo.
Il signor Giacomo appena ebbe ombra, che lo sconosciuto avesse cavato lo stile, non istette più a tentennare; ma anche egli si precipitava alla riscossa, se nonchè si trovò prevenuto dalla madre; e nondimeno il suo intervento fu utilissimo perchè appena sentì chiedere la fune, frugatosi in tasca fra un arsenale di arnesi rinvenne una matassa di cordicella; con essa adoperandovisi egli medesimo, legarono l'uomo, che grugniva maledizioni e bestemmie. Mentre lo legavano, Altobello non senza un po' distizza, disse al Boswell: — Veramente potevate venire prima a darmi una mano.
— Bene, rispose l'inglese, ma io stava perplesso a considerare se non essendo magistrato, e per semplice sospetto, poteva io privare della libertà un cittadino.
— E come va, che adesso lo legate con tanto garbo, che salvo vostro onore parrebbe non vi giungesse nuovo il mestiere?
— Oh! tra un cittadino che va per fatti suoi, ed uno che ha tentato ammazzare il suo prossimo, corre divario; e questo senza scrupolo lego. Circa agli elogi di vostra signoria circa il mio modo di legare, io opino che quando l'uomo si mette a fare qualche cosa deve studiarsi di farla meglio che può.
Così proseguirono fin presso la casa paterna di Altobello allorchè questi sentì all'improvviso scivolarsi su la mano qualche cosa di liscio e viscoso, ond'è, che trasalendo esclamò: — Che diavolo mi capita di nuovo adesso? — Allora si fece sentire un brontolìo, il quale quantunque in favella dalla nostra diversa, pure assai chiaro esprimeva: smemorato! tu mi avevi già messo in dimenticanza, ed io anco al buio ti ho riconosciuto.
— O Leone, rispose Altobello, e tese le braccia al cane e il cane le zampe a lui, sicchè si abbracciarono nelle regole, e si baciarono come vecchi amici.
Intanto erano giunti a piè della porta, e Francesca Domenica a tastoni trovò la chiave depositata dentro una fessura del muro; l'aperse, e a tastoni mise la mano su l'acciarino e l'esca, che innanzi di partire insieme alla lanterna lasciava in luogo destro. Appena acceso il lume gli occhi di tutti si appuntarono nella faccia del prigioniero; sinistra ella doveva essere sempre, ora poi tutta impiastricciata di catrame metteva spavento. Altobello non seppe ravvisarlo, e la madre sua, per molto studio ci mettesse, nè meno: interrogato chi fosse, torse gli occhi in atto di rabbia e di minaccia, mandò un grugnito. Il signor Giacomo, intanto che dava una mano a levare le valigie dalle groppe ai muli, proponeva:
— Io direi, salvo la vostra approvazione, di mettere questo sciagurato in luogo sicuro — intendo nelle mani del magistrato.
— Potrebbe per ora non essere il luogo più sicuro, rispose Altobello.
— Bene; allora in altro modo; e mentre la signora vostramadre e quest'altra gente danno sesto alle robe, noi andarcene un po' a scoprire marina; e poi sentite.... fattosegli accosto gli bisbigliò dentro gli orecchi — importa che nessuno esca di casa prima del nostro ritorno.
Altobello spinse il prigioniero dentro il celliere, di cui chiuse diligentemente le imposte, rallentò un poco la legatura delle mani di lui; chiuse del pari la porta della stanza per di fuori; raccomandò sottovoce alla madre non lasciasse uscire le donne nè il ragazzo; per ultimo prese il braccio del Boswell in atto di condurlo fuori.
— Adagio, questi disse, e voltosi a Francesca Domenica, dopo avere frugato nel consueto arsenale delle sue tasche, continuò: signora mia, non ci ha persona al mondo, almeno spero, sempre però salvo vostro onore, e quello del vostro signor figlio, che mi superi nella osservanza nel quinto precetto del Decalogo; ma si danno casi nei quali senza peccato possiamo tenergli per non iscritti; quali essi possano essere a me non importa chiarire adesso; però mi pare bene lasciarvi qui un arnese che possa farvi approfittare della eccezione — e trasse fuori una pistola — la sorella tengo per me.
— Non ve ne private: ho il fatto mio; e la donna andò nella sua camera tornando subito dopo con lo schioppo, lacarcherae il pugnale, che col rosario facevano a cotesti tempi compagnia ad ogni Côrso, e sovente alle donne loro fuori di casa; sempre ai Cristi côrsi in casa.
— Bene; scusate, e si avviò dietro ad Altobello.
Nel passare davanti la finestra del celliere questi favellò piacevolmente al signor Giacomo: — Voi avevate avvertito alle difese interne, a me spetta provvedere all'esterne. Leone, qui — il cane gli era dietro ai calcagni — Leone, cùcciati qua; prima del mio ritorno non ti movere.
Il cane come gli fu comandato fece.
Forse di dieci minuti potevano essere partiti, e Francesca Domenica si stillava il cervello ad apparecchiare cena senza avere bisogno di mandare persona fuori di casa, e con le donne e il ragazzo faceva un gran tramestare di su e di giù, quando dal celliere uscì una voce che chiamava:
— Francedomè! Francedomè!
— Che vuoi?
— Ohimè! mi sento trangusciato. Portatemi da bere.
Stette la donna alquanto sospesa; il cuore le si rimescolò perchè le parve riconoscere codesta voce pure, animosa com'era, aperse la porta, e col lume in una mano e una ciotola d'acqua nell'altra entrando disse:
— Te', bevi.
— Francedomè, dopo bevuto riprese il prigioniero, la corda mi sega i polsi: allentatemela tanto che non mi faccia soffrire.
— Offrilo al Signore in isconto dei tuoi peccati.
— Sono innocente come Cristo.
— Meglio per te; ha patito tanto egli, puoi patire un tantino anche tu...
— Ma voi, Francedomè, volete mandarmi alla morte...
— Perchè? Oh! non siete innocente?
— Cugina! non mi riconoscete?
— Zitto là; non riconosco nessuno.
— Sono Giovà Brando figliuolo della cugina carnale del fratello di vostro cognato; capite, carne vostra; cugino vero in terza, all'usanza; vi basterà il cuore di mettermi in mano al boia, ne'? e la vergogna del parentado?...
— Zitto là, ti dico.
— E i rimproveri del cognato e dei cugini? — e la vendetta?... sì, per Dio, la vendetta... di casa Alando non rimarrà pietra sopra pietra; arsi gli uliveti, ammazzate le bestie...
— Che chiasso è questo in casa mia?...
... Francesca Domenica, con ambedue le mani gli attanagliò il polso, e tale v'impresse un morso, che lo sciagurato lasciò cadere lo stiletto. (pag. 173)
... Francesca Domenica, con ambedue le mani gli attanagliò il polso, e tale v'impresse un morso, che lo sciagurato lasciò cadere lo stiletto. (pag. 173)
Questa voce singolarissima, come quella che avendo incominciato in tuono basso terminava in falsetto, mosse da un personaggio soppraggiunto, di cui vale il pregio disegnare la figura; grasso il viso ma frollo, del colore del lardo invietito, la barba come cavolo, verde; capelli e peli spelazzati, rari e quasi venuti a lite fra loro; gli occhi tondi in fuori e nelle pupille nerissimi, se non che stando immobili gli partecipavano l'aria stupida dei tacchini; in capo portava una berretta di cuoio logora e bisunta; piuttosto che vestito pareva imballato a forza dentro un farsetto di ciambellotto di un certo colore che non si poteva affermare in buona coscienza colore; forse fu giallo in origine ritinto in verde, ma qua il sole lo aveva sbiadito, là qualche acido alterato, in altra parte qualche grasso unto; insomma era un problema tintorio; gli occhielli stavano lì lì per iscoppiare, intanto che le flosce membra a festoni gli scappavano di sotto e di sopra l'abbottonatura; dalle maniche corte uscivano certemanacce, fatte ad uso di mestole da bucatai; la pancia in isconcia guisa appuntata, le calze giù bracaloni, e i piedi immani resi più turpi da ciabattaccie lacere donde sbucavano più che mezzi fuori. Costui a prima giunta moveva a risa, perchè su cotesta faccia primeggiavano i segni della melensaggine, ma subito dopo ti rabbrividivano gli altri della frode, della viltà e della ferocia senza compassione. Questi era Mariano fratello dello avvenente Altobello, nè la santa castità della madre apriva adito al sospetto che fosse illegittimo: ghiribizzi della natura!
— Cugino Mariano, Dio vi manda per riparare qualche casaccio; voi vedete come mi hanno concio vostro fratello, e un cane di forestiere, che egli ha menato quaggiù.
— Mio fratello! da quando è arrivato? Faceva meglio a stare a Venezia. Che cosa è venuto a fare? Mamma! ve lo ha detto che sia venuto a fare?
— È venuto a fare quello che non puoi, nè vuoi far tu, a travagliarsi in pro' della patria.
— Misericordia! quanti bauli! E come pesi! sarebbe diventato ricco?
— Di suo non ce n'è che uno! gli altri appartengono all'ospite.
— Cugino Mario, per Dio santo, mi volete slegare ne'? Innocente come Cristo?
— Chetatevi là; mi gira altro pel capo adesso: ed ove albergherà l'ospite?
— Dove l'albergherebbe Altobello se non in casa sua?
— Casa sua? Dove ha casa Altobello?
— Oh! questa non è sua?
— È mia! È mia! Tutta mia. La sua parte se l'è mangiata.
— Davvero? Da quando in qua!
— Eh! faranno cinque anni come arriveremo a San Martino.
— Mi giunge nuova; io non ne aveva saputo nulla prima di adesso.
— E da quando in qua importa che le donne sappiano tutte le faccende di casa? Voi altre siete adattate a conservare i segreti come i panieri il vino.
— Non monta, l'ospiterai tu; sosterrai tu l'onore di casa.
— Io? Che razza di onore gli è questo farsi mangiare il suo da gente che non si conosce?
— Sta quieto: farò io la spesa.
— Voi? per la Immacolata! Ne avete dunque moneta? Lo aveva sempre sospettato io; già le buone massaie governando la casa trovano sempre la maniera di mettere qualche cosa da parte: sentite una cosa, mamma, voi fareste carità fiorita a darli a me quei vostri quattrini.... già infine di conto sono miei perchè gli avete guadagnati col marito.
— Perchè non dici dirittura rubati?
— Dio mi liberi; via dateli a me; voi che state su la fossa potete piangere il morto; considerate le spese quotidiane, i raccolti scarsi, gli aggravi per questa maledettissima guerra.
Francesca Domenica, femmina avvistata molto, al primo comparire del figliuolo presagì che non l'avrebbe cavata netta; però, ingegnandosi di allungare il colloquio finchè tornasse Altobello, toccò questo altro tasto.
— La libertà, come preziosissima, se costa cara non ha da dolere.
— La libertà? che importa a me questa libertà? Mi pota gli olivi? Raccatta ella le mie castagne? La libertà se non consiste nel fare quanto ci piace, massime non pagare nulla, per me non so capire che sia. Dicono che i Francesi abbiano bandito di farci franchi da qualunque gravezza se ci sottomettiamo a loro; dove volete trovare libertà migliore di questa?
— Mariano, non mi volete dar retta, per Dio santo? Anche voi vi accordate a tradire il vostro cugino Giovà Brando? Bada che i Brando si rassomigliano al carbone, tingono e scottano.
—Guelfo non son, nè Ghibellin mi appello; Chi mi dà da mangiar, tengo da quello:questo si chiama ragionare.
— O che ci guadagnate a farmi impiccare come un cane? Nulla; anzi correte rischio di ritrovarvi anche voi compreso nella vendetta, che di traverso va fino al terzo grado... e voi sarete nel primo.
— Per me questi Paoli mi paiono una manica di avari che vogliono campare alle spalle degli altri, e mettere in serbo le entrate....
— Mentre se mi mandate libero, ilchiosodella Padulella, che fa corpo col vostroprocoio, delle Lungagnole....
— Oè! scusate, Giovà, se non vi ho atteso.... la Padulella dunque.
— Che fa corpo al vostroprocoioio ve la regalo; voglio dire: prometto vendervela al prezzo che mi avete offerto, e, capite bene? torna lo stesso, che donarvela.
— Passata la festa si leva l'alloro: chi mi assicura che manterrete sciolto la promessa fatta mentre eravate legato?
— Voi mi potrete sempre accusare di averetombato.... non è così.... di avermi preso con le armi alla mano la notte, che ammazzarono il colonnello Albertini....
— O povero colonnello! che ti aveva fatto quel degno galantuomo, scellerato?
— Francesca Domenica, io sono innocente come Cristo.
— Sentite, Giovà, se volete che vi sciolga, bisogna che mi confessiate alla libera di avere ammazzato il colonnello Albertini; allora sì che mi mettete la caparra in mano, e di voi io mi potrò fidare.
— Be'; tagliate le corde.
— Lo avete tombato o non lo avete tombato?
— Io l'ho tombato, e non l'ho tombato: tagliate le corde.
— Niente. Sì o no? Su bello e tondo....
— Sì l'ho tombato, taglia.
— Sia ringraziato Dio! esclamò Mariano.
— Madonna della Vasina benedetta! che bestemmi, figliuolo.
— Eh! voi vedete la cosa dalla parte del morto, e vi pare bestemmia; io, che la miro di qua dalla parte della Padulella mi sembra un'alleluja.
Mariano preso un coltello si avvia a liberare Giovanni Brando, se non che gli si oppose risoluta la madre ordinandogli di non muovere passo: egli procurando tirarla in disparte strilla con la sua voce agrodolce:
— In casa mia son padrone io, e non ci voglio brighe.
— Aspetta tanto che torni Altobello e vi consiglierete.
— Mi trovo forse ancora nei pupilli io? È mio tutore Altobello? Largo, mamma, largo.
— Non ti muovere per quanto hai cara la grazia mia. Altobello me l'ha consegnato, e a lui mi tocca renderlo.
— Orsù, dacchè non fanno frutto le buone....
— Le cattive non gioveranno, gridò con voce spaventevole Francesca Domenica, e dato di piglio al moschetto lo spianò contro Mariano aggiungendo: — chi ti ha fatto ti può disfare.
Mariano stralunato per la paura, con le braccia levate correva via tutto di un pezzo come se nelle gambe non avesse giunture intantochè un po' in basso, un po' in falsetto, strillava: — lo schioppo.... lo schioppo alla vita del figliuolo.
— Ipocrita! e tu perchè hai messo la madre a repentaglio di farsi rispettare con le armi alla mano?
Altobello e Boswell, tenendo dietro alla gente che traeva concitata verso un medesimo luogo, arrivarono alla montata del castello dove si parò innanzi a loro un molto fiero spettacolo. Gli accorsi e gli accorrenti giunti a pena smettevano ogni clamore facendo più spesso il cerchio che circondava un uomo morto. Qualcheduno reggeva torcie di resina, la più parte schiappe di pino, onde gli oggetti e gli uomini apparivano rischiarati da luce, che potremmo dire sanguigna; ancora, se ne eccettui alcuni, come taciturni, così restavano immobili; adoperandoci forza di spalla e di gomiti il Boswell e Altobello riuscirono a mettersi nelle prime file, e videro una fanciulla meravigliosamente bella, alta di persona, co' capelli neri giù per le spalle, pallida come se di marmo, gli occhi un po' sbalestrati; sovente le palpebre le si chiudevano e le si aprivano per tremito convulso, sicchè pareva mandassero faville come spade incioccate fra loro; anco le labbra ad ora ad ora le sussultavano: si conosceva espresso che un uragano di passioni molinava in codesta povera anima; e nondimanco il supremo sforzo della volontà impediva loro prorompere. Ella era intenta a prestare gli ultimi uffici al morto; alcune donne ministrandole con acqua tepida e vino ella li lavò la faccia sordidata nella caduta; gli occhi li chiuse e la bocca; tolta via ogni traccia di sangue dalla persona gli fasciò la ferita, immane ferita che nel petto gli fracassò alcune costole, e riuscendo dietro le spalle in mezzo le scapole gli aveva sbrizzato le vertebre della spina; all'ultimo gli pose fra le mani un crocifisso, un guanciale ripieno di paglia sotto il capo, in capo il suo cappello gallonato: non vincibile miscuglio nella natura côrsa di religione e di vanità. Ciò fatto si lasciò andare prostesa sopra la faccia del morto e parve piangesse, ma non si sarebbe potuto affermare, imperciocchè di tratto in tratto lei dimostravano viva soltanto i brividi della persona; pure di repente assorse più feroce che mai.
— Ora vendetta, ella urlò; voi altri miei parenti più prossimi mettete mio padre su cotesta barella; recatevela sopra le spalle e seguitemi: voi altri amici con le torce accompagnateci.
E corse via; tutti gli altri dietro; eccetto lo strepito dei passi accelerati non si udiva altro rumore, ma la fanciulla fermatasiad ogni capo di strada ripeteva il grido: — vendetta! vendetta! — La gente traeva ai balconi, e vedendo quel cadavere portato a furia, la corsa turbinosa di coloro che recavano le torcie, e la donna di cui i capelli ventilati le fischiavano di dietro le spalle come serpenti, gemevano — Ohimè! qualche flagello ci è sopra. — Gli uomini volevano uscire, e le donne, madri o mogli, si provavano a trattenerli; ma era niente; che essi con modi più o meno acerbi si sbarazzavano da loro, ed alla sinistra associazione si aggiungevano.
La fanciulla, ch'era figliuola all'ammazzato e si chiamava Serena, mentre andava sì che pareva che volasse, sentì con maraviglia grande tanto rasente a lei lo strepito di altre pedate, che giudicò lo inseguente dovesse porre il piede giusto nell'ombra dond'ella lo cavava; si volse senza intermettere la corsa, e si riconobbe a lato Orso Campana, nemico mortale del padre suo; si fermò, lo ghermì per il collo e gli disse:
— Sei venuto a pascere gli occhi nella morte di mio padre? Tu morrai.
— Serena figliuola mia, lasciatemi; io fui emulo di vostro padre; egli contro me si adoperò duramente, io contra lui; ma la sua morte fu angoscia, e, comechè per causa diversa dalla vostra, pure mi preme quanto a voi, ch'ei sia vendicato.
— Prega il tuo Dio di non mentire, rispose Serena; e gli levò le mani dal collo.
— La emulazione è necessaria nelle repubbliche, e diversifica dall'odio. Non pianse Cesare quando gli mostrarono il capo di Pompeo?
— Forse pianse di piacere. Sii sincero; veramente.... veramente non è adattato il luogo, pure anche la bara del padre ammazzato può offrire l'altare dove si giurino fede due anime riconciliate davvero.
— Lo vedrai.
La consulta del 1762 aveva conferito facoltà di far sangue ad una giunta di dieci uomini presieduta dal generale, e poichè stanziavano in Corte, ed erano noti a tutti, riuscì facile a Serena condurre la processione alle case loro: colà bussando in modo da far sentire i morti, con immensi urli gridavano: — fuori, signori dieci! fuori! venite a far vendetta. — I decemviri, i quali per essere l'ora anco presta si trovavano levati, scesero in fretta sulla strada presagendo guai; e solleciti per quanto stava in lorodi prevenirli. Venuti in mezzo alla moltitudine rimasero travolti come dalla piena del fiume, che gli menò davanti la casa Albertini, dove allestiti, in meno che non si dice, tavola, lumi, e scanni, crocifisso pei giuramenti, e arnesi a scrivere necessari, fecero assettare i decemviri; la barella col cadavere del colonnello deposero ai piedi della tavola, e poi con un tal piglio, che in sembianza di prego era comando, gli assembrati dissero: — sentenziate!
— Il presidente manca.
— Non importa: prima di dare la sentenza sarà tornato, battete il ferro adesso ch'è caldo.
— Chi accusa?
— Io, risposero ad un punto Serena ed Orso Campana.
— Il delitto pur troppo è manifesto, ma chi il colpevole?
— Sentite, uomini prudenti, soggiunse Orso: io fui emulo antico di questo valoroso soldato di cui vista davanti il cadavere; però dopo i suoi congiunti, ai quali corre l'obbligo di procacciarne la vendetta, importa a me, che si scopra il reo e si punisca a fine che il sospetto maligno non si posi sopra di me. Ora pertanto ricercando sono venuto in chiaro, che nella mattina d'ieri in quella d'ier l'altro, salvo, il colonnello ebbe la malavventura di accapigliarsi con Grazio Romani, giovine che ha le mani più pronte della lingua, quantunque anco questa abbia prontissima; dicono che il colonnello alzata la mazza gliela desse sul capo, e Grazio tratto il coltello giurasse ammazzarlo e lo faceva se altri non lo avesse tenuto: però nello andarsene lo minacciò che mettesse in sesto le faccende dell'anima perchè aveva la morte in tasca; ed altre più fiere parole adoperò tutte rivelatrici l'animo suo deliberato ad ammazzarlo: stamane per tempo fu visto uscire di casa collo schioppo, nelle prime ore della sera aggirarsi intorno alla casa dello infelice colonnello: tutti questi indizii a parere mio sono sufficienti, non dico già a condannare Grazio Romani, Dio mi liberi, ma almeno a ricercarlo sottilmente intorno all'atroce caso non ha guari accaduto.
Le opinioni delle moltitudini, troppo più spesso che non si vorrebbe, fanno come le acque alle quali per poco sgrondo si dia o per un po' di canale loro si scavi, tu le vedi pigliare tutte quel verso, di fatti intesi molti altri testimoni, che pure non avevano interesse nè voglia di attestare il falso, sia che una frazioncella di vero sopprimessero, o un frammento di meno vero sostituissero, qui un bricciolino alterando, là il giudizio proprio offerendo come realtà,vennero a generare nella mente dei giudici e degli astanti la persuasione della colpa di Grazio! E tanta fu l'ira, che accese di subito quei petti, che i decemviri avendo ordinato al capitano delle armi andasse per esso, e senza indugio lo traesse davanti a loro, questi non potè impedire, che una turba dei più clamorosi agitando schiappe accese di pino gli si accompagnasse. Trovarono Grazio che dormiva, e a quello che pare aveva legato l'asino a buona caviglia, imperciocchè non si accorse di loro prima di avergli intorno al letto urlanti: — Svegliati, cane rinnegato da Dio, dopo di averne sparso il sangue cristiano, oh! non ha cuore questo furfante di dormire come un galantuomo? — Grazio, desto di soprassalto, agguantò lo schioppo che aveva a capo del letto, non sapendo quello che si facesse, e solo per istinto; cento mani gli cascarono addosso su le braccia, sul petto, sulle gambe, sicchè non gli riuscì dare più crollo, e lui invano gridante e scontorcendosi, con gli occhi strabuzzati, e la bava alla bocca, vestito appena quanto la decenza desidera, portarono di peso al cospetto dei decemviri. Si può immaginare il rovescio d'ingiurie, che scoppiarono dalla bocca di Grazio quando ebbe modo di parlare; ce ne fu per tutti: sacramentò come un turco, urlò che gli slegassero le mani tanto che potesse agguantare lo schioppo (il quale insieme con la suacarcheravedeva depositata sopra la tavola dei giudici), e metteva pegno di sbertirne una dozzina in meno che si dice ilCredo. Alle interrogazioni dei giudici se egli avesse ucciso il colonnello rispondeva, ch'erano matti: ai gridi del popolo, che lo chiamava assassino, opponeva più sgangherato il grido: ch'erano tutti briachi. — Insomma e' nacque un garbuglio, una confusione, un tramestìo da non potere descrivere.
All'improvviso un uomo fattosi largo a furia di spinte arriva affannoso alla presenza dei giudici; egli era Orso Campana; che a strappi come uomo cui o la troppa passione o la troppa fatica impedisca il dire, favellò:
— Ecco, ecco la prova del costui delitto.... Assassino!.... dei meno sfrontati di te se ne manda in galera.
E gettò sulla tavola una palla di piombo schiacciata insieme ad un foglio di carta mezzo arso.
— Ch'è questo? dimandò il capo dei decemviri.
— Ch'è? È la palla che ha ammazzato il povero colonnello: l'abbiamo rinvenuta a piè del muro dove egli rimase ucciso; e questo è lo stoppaccio, che servì a caricare lo schioppo....
— Io non comprendo, che notizie aggiungano a quanto sappiamo.
— Leggete.... leggete la carta.
Il Decemviro spiegò la carta, e accostato un lume lesse ad alta voce: — lib.... co.... Romani.... pino la.... a.... quei.... pan... nacci: — qui il Decemviro interrompendosi interrogò da capo — e questo che importa?
— È chiaro come il sole; costui ha caricato lo schioppo con la carta stracciata dal libro di conti di casa sua; non ricordate voi che suo padre vende legname? Il diavolo insegna a fare le pentole, ma non insegna a fabbricare i testi.
— È vero, è vero, grida la moltitudine con crescente furore, la provvidenza lo ha convinto; su via condannatelo; va impiccato subito, e qui al cospetto del morto.
E come per incanto furono viste alzarsi da terra le forche, un paio di scale, e intorno ad esse sbracciarsi gente ad ammanire la fune, e insaponarla. Le quali provvidenze, a cui serbava la mente pacata lasciavano sospettare che tutta quella faccenda fosse apparecchiata di lunga mano, e qualcheduno facesse fuoco nell'orcio perchè l'indugio non pigliasse vizio. Intanto Grazio aveva perso il lume degli occhi, e diventato del tutto insano per rabbia, con le minaccie e i giuramenti rendeva pessima la sua causa già cattiva. I giudici titubavano non mica perchè le prove difettassero, che anzi credevano ce ne fosse d'avanzo, ma perchè pareva loro cedere all'impeto popolare: l'unica cosa che li tratteneva dal dare la sentenza era il timore che il generale rinfacciasse loro averla conceduta allo schiamazzo popolare; però si conosceva chiaro che avrebbero terminato col mandare su le forche il Romani, sì perchè lo avevano preso in ira, ed anco perchè dubitavano non lo impiccasse il popolo senz'altra forma di giudizio.
In questa suprema ansietà la moltitudine dopo le spalle dei Decemviri, obbedendo ad impulso che veniva da lontano, incominciò a diradarsi spartendosi a manca e a sinistra, nella guisa che le acque tagliate fuggono gorgogliando lungo i fianchi del piroscafo che si avanza; sempre e più sempre slargandosi, per ultimo lasciò il campo ad un nuovo personaggio, il quale appena comparso venne salutato dal popolo con le voci: — Viva il generale! viva il Paoli!
Il signor Giacomo tutt'occhi fissò l'uomo, e lo vide alto, complesso,di faccia larga e accesa, senza pelo alcuno, di sopracciglia grosse e aggrondate, lo sguardo feroce, portava un berettone nero fino sugli occhi, e di sotto a quello scaturivano alcune ciocche di capelli di color fulvo; il suo vestire era la gamarra di panno côrso cinta alla vita con lacarcheradonde pendevano sciabola, pistole e pugnale; nelle mani stringeva il moschetto; notabili i calzari composti di strisce di pelle di cignale concie con la polvere di mirto. Egli si fece innanzi con passo sicuro, mentre un cane gigantesco gli teneva il muso quasi appoggiato alle gambe; senza rispondere, senza salutare si locò in mezzo ai Decemviri; le turbe sì clamorose poco anzi, adesso tacevano, sicchè si udiva il fiotto della Restonica quantunque scarsa di acque; egli con voce chiara parlò:
— Degni di libertà veramente voi? Meritevoli proprio del plauso della Europa i Côrsi, che impongono le sentenze ai giudici come in Algeri le bastonate agli schiavi?
Serena, che fino a quel punto non aveva trovato occasione di far sentire la sua voce, si gittò in ginocchio a capo del cadavere di suo padre, e con le braccia levate prese ad esclamare:
— Vendetta, signor generale! vendetta!
Il Paoli le vibrò un'occhiata terribile e rispose:
— Qui non siamo per fare la vendetta di un uomo, bensì la giustizia del paese; rimovete di qua cotesto morto; potete deporlo nella cappella là dirimpetto.
— Nessuno lo tocchi; nessuno; non deve starsi separato da me.
— E voi andate con esso, e pregate per l'anima sua; questo si addice meglio a fanciulla e a figliuola: vostro padre adesso si raccomanda più al perdono di Dio, che alla vendetta degli uomini.
Intanto quattro uomini presero la barella dove giaceva il cadavere dell'Albertini, e Serena affisse gli occhi a terra forse nel concetto del marinaio che getta le àncore, perchè la nave non venga strappata dalla spiaggia da qualche raffica di vento: però non rimase a lungo in cotesto proponimento, che a mano a mano si allontanava la bara la faccia sua si sollevò, si piegò alla parte dond'essa scompariva, e quando stette per passare la soglia della cappella, e uscirle affatto dagli occhi, la pietà vinse l'odio nel cuore della mestissima fanciulla, la quale con un sospiro quinci levossi, e si recò a tenere compagnia al morto padre ed a pregare per lui. Allora in mezzo al solenne silenzio che tuttaviadurava, fu udita una voce che parve straniera, la quale esclamò: — Bene, bene, benissimo; — e subito dopo uno strepito di cosa percossa. Il signor Boswell non aveva potuto frenarsi dal manifestare la propria approvazione con la solita formula e col solito picchio sopra la scatola; nè ciò sfuggi al Paoli, che sottilissimo indagatore era, e dardeggiò uno sguardo dalla parte donde vennero il rumore e la voce, senonchè restando il signor Giacomo al buio potè sottrarsi alla curiosità del generale. A quanto parve, il Paoli aveva raccolto per via qualche notizia del caso, imperciocchè volse addirittura queste parole a Grazio:
— Orsù, Grazio, confessa la verità,
— Anche voi?... rispose il giovane.
— Io possiedo argomenti terribili per cavare la verità di bocca agli ostinati; potrei adoperare teco la tortura; non voglio, ti ho conosciuto sempre manesco, è vero, pure schietto; confessa, dopo il peccato, Dio ha fatto la penitenza per tornare in grazia sua.
Il giovane alle parole prime del Paoli si contorceva come se avesse il diavolo in corpo; ci fu un momento, che sembrò non potersi più tenere da tagliare le parole del generale: ma a grado a grado che questi procedeva, rimase tocco dal tono di voce che di severa si fece blanda e oratoria; onde il poveretto diede all'ultimo in uno scoppio di pianto.
— Anche voi mi condannate? e sì che una volta mi volevate bene: quando vi accompagnai in Aiaccio co' miei compagni a suono di violini per far vedere a Genova che soggezione ci pigliavamo de' suoi soldati, mi picchiaste su la spalla, e mi diceste: Bravo Grazio — voleste che bevessi un sorso di vino alla vostra zucca... e ora... anche voi date addosso all'innocente...
— Dio lo volesse! E se sta come affermi, Grazio, ti supplico a porgermi modo di chiarirti innocente; perchè, vedi, l'ufficio di giudice è quello che mi pesa di più, la esperienza insegnando che l'assassino col coltello mena strage di un uomo, ma il giudice con la legge ammazza la umanità. Dà retta; avevi, o no, nimicizia col colonnello Albertini? — No. — Ma non venisti ieri a contesa con lui? — No; egli fu che venne a lite con me. — Ciò non rileva; e la cagione? — Avendo egli restaurata la casa, noi gli fornimmo il legname, che ricevuto da lui senza eccezione mise in opera; avendo bisogno del saldo dei conti pei fatti nostri, ieri capitatomi davanti gli dissi: Signor colonnello,a vostro comodo vi pregherei del resto del mio avere. Il colonnello rispose: Prima di saldarlo bisogna aggiustarci, perchè non trovai tutto il legname di qualità perfetta.
Allora saltai su, e senza barbazzale soggiunsi: Mi maraviglio di voi che mettiate in campo questi amminicoli; il legno avete ricevuto e adoperato senza richiamo, e furono nostri patti qualità andante e non perfetta. Il colonnello si fece rosso come un gambero fritto e mi buttò in faccia: Chetati, villano; io di rimando: Se io sia più o meno villano di voi la faremo giudicare, ma che voi siate un prepotente la è cosa sicura. Qui il colonnello levò la mazza gridando: t'insegnerò io come in Austria si mettono i briganti pari tuoi a partito; ed io cavato fuori il coltello urlai più di lui: Ed io vi ricorderò con qual moneta in Corsica si barattino le bastonate. Il colonnello pare si persuadesse che quanto aveva imparato al servizio dello imperatore non era buon'aria insegnare quaggiù; egli abbassò il bastone, ed io riposi il coltello in tasca; se altre parole ci corressero e quali, non so dirvi, ma può darsi benissimo che ce ne siano state; tuttavolta non me ne rammento, perchè dalla rapina in quel punto non vedeva lume. — E se ti avesse percosso gliel'avresti tirata la coltellata? — Per Dio santo! come bere un uovo. — Stamane sei uscito di casa con lo schioppo? — Già, come gli altri giorni per andarmene al bosco a vigilare i lavoratori; ma ecco lì lo schioppo, è sempre carico; anzi a capo di questa strada avendo incontrato il povero colonnello, e non mi sentendo più stizza in corpo, l'ho salutato; egli, un po' brusco per dire la verità, mi ha risposto; Addio, Grazio. — Dove ti hanno preso? — A letto mentre dormiva; da quando in qua, signor generale, i Côrsi si fanno pigliare come una volpe malata dentro il covo? — Cotesto è il tuo schioppo? — Sì. — Ne hai altri? — No. — Sai leggere? — E scrivere e procedere da galantuomo quanto ogni altro Côrso, che ama la libertà. — Leggi questo straccio di foglio e dimmi quello che te ne paia. — Dico che questo carattere è mio, e il foglio fa parte del libro dei conti che tiene nella camera da letto mio padre. — Gli è strano! mormorò il Paoli, e si mise a sedere appoggiando il capo alla mano come per meditare: allora comparve accanto al suo viso un muso enorme di cane, che volto in su incominciò a guaire quasi volesse raccomandargli pietosamente qualche sua istanza. Il popolo, visto il caso, ad una voce prese a dire: — Ora sì che scopriremo l'assassino; Nasone ne habisbigliato il nome nell'orecchio al Generale; Nasone sa tutto; se poi dalla parte di Cristo o dalla parte del diavolo chiariremo più tardi. — Come dalla parte del diavolo? rispose un altro; o non fu a frate Damiano, che per ispirazione divina fu rilevata la scienza del cane Nasone? — E poi, intervenne un terzo, il Generale avrebbe bisogno del cane Nasone per indovinare le cose occulte? Il Signore non ha fatto anco lui degno di un tanto dono? — Il signor Giacomo udendo siffatti discorsi tanto non si potè tenere, che non domandasse al suo vicino: — Dunque voi reputate il vostro Generale anche profeta? — E come! — E avete avuto molte prove del suo profetare? — Tante, signore, ed il Côrso, a cui volgeva il discorso, agguantò dei suoi folti capelli quanti gliene capivano nella mano e mostratili al Boswell soggiunse: — Più che questi capelli non sono, e poi state attento, e vi scaponirete.
Intanto il Paoli, poichè ebbe meditato un pezzo, si levò in piedi da capo, e voltosi ad uno dei presenti gli disse:
— Santo, va a bottega, e portami le tue bilancie.
In questa un vocione aggiunse: — Santo, prima dimmi, dacchè nessun ci sente, se le vanno giuste le tue bilancie.
— Minuto Grosso, se San Michele mi proponesse barattarle con le sue senza giunta, non accetterei.
— Sarà, ma Dio mi guardi di essere pesato sopra di quelle nel giorno del giudizio.
— Silenzio! interruppe il Paoli; Minuto Grosso, qui si tratta della vita di un uomo, e non ci entrano arguzie: ma forse senza intenzione hai dato nel segno; va da Gieppicone lo speziale e ordinagli da parte mia, che venga qua anche lui con le sue bilancie.
Lo speziale arrivò al punto stesso del merciaiuolo, e depositarono entrambi le loro bilancie sopra la tavola; il Paoli, per natura e per necessità accostumato a notare ogni cosa quantunque piccola, osservò nel merciaiuolo certa smorfia di malcontento, onde piacevolmente gli disse:
— Santo, ti giuro in onore che se fossi venuto in bottega tua a comprare seta o cotone, non avrei desiderato dalla tua in fuori altra bilancia, ma adesso si tratta pesare la vita di un uomo, però non t'impermalire se sto sul malfidato, e voglio il riscontro. — Dunque, recandosi in mano la palla schiacciata rinvenuta da Orso Campana, soggiunse: questa è la palla che ammazzò il colonnello!
— Almeno così si crede.
Allora il Generale pesò, e riscontrò, e: Mirate, signori, riprese a dire, questa è la palla di oncia. Grazio, di' su, oltre questo hai schioppi in casa? — In camera a Babbo ce ne ha da essere un altro, ma vecchio e rugginoso: questo è l'unico mio. — Lo prese, lo esaminò attentamente all'acciarino, poi alla bocca, vi introdusse un dito per tentare se fosse lordo di polvere bruciata, e al punto medesimo misurare il calibro; indi soggiunse: Grazio, cotestacarcheraè la tua? — Sì. — Ci hai palle grosse? — Sì. — Il Generale l'aperse, e cavatene parecchie palle con molta diligenza le provò alla imboccatura della canna, poi le pesò, e rinvenutele poco più di mezza oncia favellò risoluto: — Questo schioppo non ha ucciso l'Albertini; e poi voltosi al comandante delle armi: — Signor Serpentini, sia vostra cura di condurre senza indugio dinanzi al tribunale Orso Campana, e Telesforo Romani padre di Grazio; nella casa di quest'ultimo staggirete il suo libro di conti, e lo porterete con esso voi. Usate diligenza. — Signor Generale, Babbo giace infermo di dolori da più di un mese. — Signor Serpentini, pigliate la mia bussola, copritelo, fasciatelo, venga a pezzi, ma venga.
Il padre di Grazio dormendo in certa stanza posta sull'orto dietro la casa, non aveva udito il tafferuglio quando menarono via il figliuolo, e le donne assistenti non si erano attentate dirglielo per paura che peggiorasse; onde come rimanesse sbigottito allo annunzio dello accaduto può immaginarselo ogni uomo; pianse, smaniò, strappandosi i capelli esclamò che il suo figliuolo era innocente, averglielo calunniato, volerne la morte i suoi nemici, con altre più cose, che non importa riferire; pure il Serpentini arrivò alla fine a fargli intendere la ragione, e allora Telesforo, cessate le smanie, si buttò giù dal letto per correre così come si trovava in camicia alla difesa del figliuolo, senonchè il Serpentini, e meglio i dolori lo trattennero: rimessolo a letto e incamuffatolo fino agli occhi lo trasportarono al cospetto del Tribunale. Qui stava sul punto di rinnovare i piagnistei, quando il Generale gli disse: — Telesforo, cessate di smaniarvi, attendete a rispondermi, e vi rendo il figliuolo; sciogliete Grazio; siete contento così? Via, su da bravo, calmatevi e rispondete. — È questo il vostro libro dei conti! — È. — Ci avete strappato voi tre fogli? — Ci sono dei fogli strappati? Non ne sapeva nulla, fanno sei giorni, ch'io non l'ho preso in mano. — Chi maneggiaquesto libro? — Io e Grazio. — Nessun altro? — Nessuno. — Pensateci bene; può nessun altro averci messo le mani sopra? — Aspettate.... sicuro, che ci hanno messo le mani degli altri.... voglio dire un altro.... Orso Campana.
I presenti tanto non si poterono frenare, che non prorompessero in voci di ammirazione, mentre il volto del Paoli pareva che prorompesse luce: or bene, questi disse, raccontateci pianamente in qual modo il libro capitò nelle mani di Orso Campana.
— Oh! l'è faccenda facile; Orso ieri l'altro, che fu l'ascensione di nostro Signore, venne a visitarmi e mi parlò della mia infermità, del figliuolo, e di altre novelle, per ultimo disse: Telesforo, io credo di avere un debito con voi. — L'è poca cosa, il saldo di un conto vecchio, non vale il pregio di ragionarne. — Anzi sì, vo' vedere quanto devo e pagarlo; perchè vi faccio sapere che ho pensato restaurare tutta la casa. — Voi opererete da pari vostro, perchè le case dei nostri padri non si devono trasandare, e la vostra casca a pezzi. — Molto più che il colonnello Albertini ha rimesso a nuovo la sua, e non vo' di faccia al paese apparire da meno di costui. — Benone, chè i Campana non sono da meno degli Albertini. — Di certo, ma però io non intendo aprire conto nuovo se prima non pago il vecchio. — Fate come volete; il libro dei conti è là sulla scrivania; da un lato troverete appuntato il legname che riceveste, dall'altra gli acconti che pagaste, tirate la somma, fate il diffalco, e quello che resta è il vostro debito. Orso si assettò alla scrivania, e terminato il calcolo me lo mostrò, affinchè vedessi se stava a dovere. — Va d'incanto; voi mi dovete ventiquattro lire, sei soldi, e otto. — E me le pagò, rimise il libro al posto, e dopo essersi trattenuto qualche altro po' di tempo meco, prese commiato augurandomi la pronta guarigione della mia infermità.
— Se non abbiamo scoperto un reo abbiamo però riconosciuto un innocente, e tanto basta per ringraziarne Dio. Grazio, fatti in qua; tu sei un cattivo mercante e diventeresti un ottimo soldato: a trafficare ci vuole pazienza, e tu l'hai troppa corta; bisogna sapere contare e tu sai menare le mani più con lo schioppo, che con la penna: vuoi tu entrare nelle mie guardie?
— Magari! se me ne credete degno, e se Babbo se ne contenta.