Chapter 12

... si fece innanzi con passo sicuro, mentre un cane gigantesco gli teneva il muso quasi appoggiato alle gambe.... (pag. 187)

... si fece innanzi con passo sicuro, mentre un cane gigantesco gli teneva il muso quasi appoggiato alle gambe.... (pag. 187)

E poichè il vecchio incominciava a guaire come se intendesse cosa grandemente molesta, il Generale stringendo le ciglia soggiunse:

— Telesforo, voi siete stato a un pelo di raccattare la messe che seminaste: sopportate in pace l'affanno col quale il Signore ha voluto punire la negligenza con la quale avete educato il vostro figliuolo; la riga non è mai troppa, dice il proverbio; voi lo dimenticaste, ed egli vi si è fatto rammentare da sè. Lasciatemi Grazio, io ve lo renderò corretto: in ogni sinistro pensate che la educazione vostra fu lì lì per metterlo su la forca; la educazione mia può condurlo alla morte, ma a quella morte per cui nè padre, nè patria credono avere perduto un figliuolo o un cittadino, perchè chi muore per la libertà vive eterno nella memoria degli uomini e nella benedizione di Dio. Voi altri poi, disse favellando più acerbo alle turbe, imparate ad astenervi da mettere su le bilancie della giustizia il peso delle vostre passioni. Per colpa vostra stette a un pelo che non s'impiccasse un innocente stasera. Ogni volta che un innocente è condannato, il cielo trema, chè si rammenta la morte di Gesù redentore nostro: meglio io vi dico provare la fame e la peste, che l'ira di Dio accesa per la strage dell'innocente. Adesso tutto è finito.

— Domando scusa, disse Altobello facendosi innanzi, ma io credo che appena abbiate incominciato.

— Qual siete voi? interrogò il Paoli squadrandolo così di traverso, però che quel volto non gli arrivasse novo, e la voce gli paresse straniera.

— Io sono Altobello di Alando, e penso potervi consegnare l'assassino del signor colonnello Albertini.

Serena avvertita dello inopinato mutamento dei casi lasciò la cappella, perocchè arrivando giusto in quel punto che Altobello favellava coteste parole, corse verso di lui, gli pose una mano sopra la spalla, e sbarratigli gli occhi fissi nei suoi parlò:

— Straniero, se dici il vero.... io ti dovrò.... io ti dovrò.... non aver perduto il bene dell'intelletto.

Altobello da cotesti sguardi arditi si sentì come ferito; declinata la faccia rispose: — non sono straniero, e non mentisco mai; con buona vostra licenza, signor Generale, permettete che il comandante Serpentini mi accompagni con alquanti uomini suoi.

Giovan Brando venne tratto al cospetto dei giudici: lo spavento, e la rabbia che in cotesto punto lo possedevano sarebbero bastati a renderlo pauroso, ma imbrattato com'era di catrame, più che altro aveva sembianza di demonio, per la qual cosa moltirifuggirono accalcandosi sopra i vicini, le donne si fecero il segno della croce, talune si copersero il viso col grembiale; i ragazzi strillarono. Altobello nel consegnare Giovan Brando in mano ai magistrati espose minutamente quando e come era giunto a fermarlo; la sua testimonianza venne confermata dal signor Giacomo, e dagli altri della loro compagnia, eccetto Francesca Domenica; che pregò il figliuolo a non metterla nel bertovello, dacchè di lei potevano fare a meno. Interrogato il prigioniero chi fosse, e ostinatosi a tacere, gli lavarono la faccia a più riprese coll'olio, poi con acqua e sapone, e così i presenti ebbero comodità di riconoscerlo. — È Giovan Brando, si udì ripetere da tutte le parti, Giovan Brando, Dio lo perdoni.

Il Generale avendo preso a interrogarlo, nè per lusinga nè per minaccia trovò maniera di venire a capo di farlo rispondere. Tentate e ritentate le preghiere, ormai deliberava co' colleghi se gl'indizi raccolti formassero quella prova incompleta è vero, bensì assai prossima alla convinzione per cui potesse senza taccia di barbarie ricorrere allo esperimento della tortura, quando tornati gli uomini spediti dal comandante Serpentini sopra le traccie del Campana, riferirono nonostante le sottili indagini non lo avere rinvenuto in casa nè fuori: solo affermavano alcuni averlo visto passare a cavallo fuggendo via come se cento diavoli lo cacciassero: Matteo da Casamaccioli aggiungeva che Orso chiamatolo a sè lo aveva pregato si conducesse fino a casa sua a rassicurare le donne, e dir loro che fatto fagotto andassero a trovarlo alla Bastia: del rimanente non si prendessero travaglio, e chi era in ballo ballasse.

Un lieve suono, che parve grugnito, uscì, suo malgrado, dalle labbra compresse di Giovan Brando, e il Generale pratico a maneggiare coteste nature côrse fu pronto a reggere quel capo per isvolgere la matassa.

— Sicchè, Giovan Brando, voi lo vedete di per voi stesso, il vostro complice vi abbandona; dirò di più, vi schernisce dopochè, approfittandosi della vostra semplicità, vi ha spinto al delitto.

Il Generale metteva fuoco alla polvere, ma non ci era bisogno nè meno di tanto; nè lo ignorava già egli: di fatti Giovan Brando si morse per furore due o tre volte le mani legate, strabuzzò gli occhi pieni di sangue, digrignava i denti, sicchè pareva che li volesse stritolare; per ultimo con rotti accenti così palesò l'animo suo.

— Volete sapere chi abbia ammazzato il colonnello Albertini?

— Ah! così non lo sapessi....

— E v'importa anco sapere come e perchè? State a sentire, che in poche parole vi levo di tedio.

Conoscete voi l'amore, signor Generale? — Conoscete voi Lellina figliuola di Orso Campana? Voi non conoscete veruno dei due: meglio per voi, non maledico già Lellina, povera figliuola! Ella mi ama con tutte le viscere; il male fu che ella amasse troppo anco il padre; o piuttosto no, che questo non potrebbe essere male, così aveva decretato la mia sorte. Insomma volete o no darmi la vostra figliuola? veniva io sovente istando presso il Campana, ed egli dicendo: bisogna pensare più di due volte a quello che si fa una volta solo, mi rimandava. Tentai Lellina di maritarci senza attendere più oltre il consenso del padre, ma parve a lei così enorme proposta, che non ci rispose nè manco. Inacerbito dalle continue dilazioni, al fine minacciai mandare a monte il trattato; allora Orso mi raumiliò con dolci parole conchiudendo; domani venite a desinare da me; dopo pranzo aggiusteremo la soma all'asino: andai, e bevvi oltre il consueto. Lellina e la serva dopo mangiato andarono in chiesa al vespero, noi restammo a tavola. — Or bè, incominciai, perchè differite le nostre contentezze? Non sono da pari vostro io? Quanto a dote non ve ne cerco. — Questo non fa al caso, egli rispose, e la dote non manca. Io da Lellina in fuori non ho figli, e vorrei che il marito di lei mi tenesse luogo di figliuolo. — E questo non posso fare io? — Potreste, ma vorrete? Il figlio eredita tutti gli amori, e tutti gli odî del padre, egli fa sue così le amicizie come le inimicizie paterne; a questo avete pensato voi? — Ho pensato. — Non basta, riprese Orso, io inoltre ho fatto un voto, ed è di non maritare Lellina se non prima non sia levato dal mondo il colonnello Albertini. — Ma in che vi offese il colonnello, signore Orso? — In che mi ha offeso? Già fra le nostre famiglie dura antica nimicizia e mortale; adesso poichè costui per gioco della maladetta fortuna militando in Austria si è arrampicato ai primi onori come la zucca quando salì sulla quercia, non passa giorno senza che di me faccia strazio. Lascio la insolente ostentazione della sua ricchezza, lascio il continuo sbottoneggiare, i soprusi, gli strapazzi, mi fermerò a questa ultima; dietro a casa sua ha tirato su un muro che togliendo la vista alla mia, me l'ha ridotta a carcere; e siccome io gliene feci tenere proposito parendomi che eglimurasse, anzichè per comodo suo, per dispetto mio, rispose essere padrone di levare fabbriche fino al cielo, e sprofondarle fino all'inferno, e se non mi piaceva gli rincarassi il fitto. Se costui vive non posso vivere io, e non sarà mio genero chi non mi aiuta a levarmi cotesto pruno dagli occhi. — Persuasioni non valsero a fargli mettere giù il suo proponimento; le preghiere lo irritavano; alla fine tirato pei capelli dal diavolo promisi quel che volle; allora egli disse: tiriamo a sorte chi di noi farà il colpo, e scrisse due nomi su due pezzetti di foglio che accartocciati gettò nella berretta, poi ne trasse fuori uno, e questo fu il mio.... che aggiungerò? Non lo so nemmen io: il cuore mi si scoppia per la passione. Il giorno appresso tornai a casa di Orso, che mi consegnò i cartocci per caricare lo schioppo, affermandomi averli fatti colle sue proprie mani di polvere inglese; a Lellina non mi riuscì parlare, solo uscendo ella apparve alla finestra e ingannata dal padre suo mi disse:

— Giovà, obbedisci a babbo, e subito dopo ci maritiamo.

— Povera Lellina, tu non sapevi che mi mandavi a sposare la morte.... e qui il singhiozzo lo strinse alla gola, sicchè incominciò ad arrangolare senza potere profferire parole articolate.

Dal violento ondeggiare dei capi, e dal cupo fremito, che le diverse passioni cavavan dai petti, la moltitudine quivi raccolta ricordava il mare che rompe intorno le patrie scogliere. I giudici declinata la faccia stavano pensosi, più degli altri era commosso il Paoli, che appoggiata la fronte alla mano sinistra sembrava in balìa di angosciose meditazioni. — Quando questi, aperti lento lento gli occhi, li volse alla parte dove stava legato Giovanni Brando, vide accanto a lui un vecchio di sembianze austere, e da angoscia sconvolto, e pure degno di riverenza in vista come di rado si vede. Non fu tardo a riconoscerlo il Paoli, che fattogli cenno con la mano lo chiamò a sè vicino, e gli disse:

— O signor Matteo! mio onorato cugino, quanto siamo infelici!

— In effetto una voce molesta mi è giunta fino a casa che mi annunziò il mio figliuolo arrestato; qui giunto, con inestimabile amarezza vedo che non fu fallace la nuova. E quale è la colpa che appongono al mio figliuolo? — Siccome il Paoli esitava, il vecchio insistè: — dite franco, signor Generale, accusato per la Dio grazia non significa reo, molto meno condannato.

— Lo accusano di omicidio proditorio con premeditazione.

— Ohimè! e chi lo accusa?

Al Paoli non bastò l'animo favellare; ma sollevò la mano col dito teso; il vecchio fissò gli occhi in cotesto dito, e con ansietà seguitandolo vide che dopo avere trascorso su molte teste si fermò su quella del proprio figliuolo.

— Cristo! allora egli esclamò con grido strazievole; e per parecchio tempo non fu inteso verun suono dintorno, eccetto qualche gemito: alla fine il vecchio levò la faccia bianca del pallore della morte, e con voce velata incominciò a parlare:

— Compatriotti, amici, Matteo Brando di Russio crede non avere demeritato di voi.

— Perdonate se io v'interrompo, cugino, disse il Paoli; conosco a prova la modestia vostra, che non consentirebbe ricordare nè manco un terzo di quello che operaste in pro della patria. Côrsi! Matteo Brando fu quegli, che spinse la pieve di Bozio a ricusare il pagamento dei seini; donde l'origine della guerra con Genova, e la causa della nostra libertà; egli sostenne le prime imprese; non si conosce campo nè pendice nell'isola, dove fu combattuta battaglia o fatto di arme, che non abbia veduto Matteo Brando nell'ora del pericolo; egli a Furiani, egli a Calenzano, egli a Pontenuovo, egli da per tutto — E così come di sangue, prodigo delle sue sostanze....

— Perdonate se interrompo a mia volta voi, signor generale, riprese il vecchio; non era questo che voleva dire, bensì quest'altro: io credo di non avere demeritato l'amore de' miei compatriotti per essermi ritirato dalla milizia e spedito a surrogarmi il mio unico figliuolo, perchè vi giuro da uomo onorato, che me ne ha trattenuto legittima causa; fin qui non la palesai per paura che mi credessero capace di rinfacciare alla patria i servigi, che per mia buona fortuna le potei rendere: ma se adesso lo manifesto, spero che sarò compatito — e qui apertesi le vesti mostrò fasciato il petto — vedete, di tutte le altre questa maligna ferita non si volle rimarginare, sicchè di ora in ora mi arreca spasimo tale, ch'io ne rimango privo di sentimento; se dunque operai qualcosa in pro' della patria, se non demeritai l'antica benevolenza di voi, deh! per le piaghe santissime del nostro Signore non vogliate permettere che Matteo Brando chiuda la tomba del suo unico figliuolo... dell'ultimo dei suoi...

La gente oppressa dal dolore taceva. Matteo ripreso fiato a strappi continuò: — uditemi, amici; noi combattiamo una dura guerra, massime ora che entra in campo un nemico munito diogni maniera di arme: poche all'opposto le nostre, le artiglierie pochissime, e senza di queste io ve ne assicuro, non verremo a capo di nulla; tale è pure l'avviso dei periti; ebbene, io vi provvederò di due cannoni di bronzo, con l'arme di Corsica, carretti, arnesi, ed otto muli da carreggiarli; non basta, io armerò una compagnia di soldati, e fin che dura la guerra la manterrò a mie spese; del mio figliuolo non ne vorrete sapere più altro; capisco; ebbene ve gli ammaestrerò io, li condurrò da me stesso, dirò alla mia ferita: chiuditi; se non vorrà chiudersi, procurerò mi dolga meno; e se vorrà continuare a tribolarmi, tal sia di lei; ognuno si piglierà cura di sè dal canto suo; ma, patriotti miei, amici, parenti, accettate vi supplico il prezzo del sangue, non consentite che il figliuolo di Matteo Brando finisca strozzato sopra la forca.

Al fine delle sue parole s'intese un gemere basso fra la gente, un rammarichio come quando i congiunti accompagnano alla fossa un caro defunto. Serena si provò a gridare: vendetta! ma la voce le rimase attaccata alla gola, e proruppe anch'essa in un singhiozzo. Il Paoli si strinse a parlamento co' Decemviri: parve piuttosto stesse a udire, che favellasse: per ultimo a quanto sembrò, ed anco l'effetto diede a divedere, vennero in una sentenza, la quale fu significata dal Paoli in questi termini:

— Matteo Brando, la gente côrsa in premio dei vostri benefizii vi compartì da parecchi anni il nome di padre della patria; il popolo non può dare altro ai suoi benefattori, ma che cos'altro al mondo può stare a pari di questo? Adesso affinchè tutti conoscano che così chiamandovi, egli non intese conferirvi un titolo vano, commette nelle vostre mani la salute del paese, la maestà delle leggi, l'assoluzione e la pena, la fama sua onde vivrà perpetuo alla reverenza, o al vituperio dei posteri. Sedete qui; voi siete in questo momento supremo dittatore della nazione.

Il vecchio tra attonito e spaventato si schermiva da sedere sopra il seggio del Paoli, ma il popolo con uno scoppio di gridi urlò: — no, no, sedete e giudicate.

Il vecchio sedè, forte agguantandosi con le mani ai bracciuoli: il volto per l'agitazione sofferta in quel punto aveva vermiglio; volse sottecchi uno sguardo al figliuolo, quasi dubitasse ch'ei fosse desso, e lo aspetto di lui gli somministrasse qualche speranza: invano però, che Giovanni giaceva disfatto sotto il peso del rimorsoe della vergogna; allora il signor Matteo si fece d'un tratto bianco, strinse gli occhi, ed abbassò il capo sul petto; da un punto all'altro il suo viso sformandosi pigliava il colore livido del cadavere; ci fu anzi un momento nel quale crederono ch'ei fosse morto addirittura, e più di un grido di terrore s'intese; ma di questo fu niente, chè all'improvviso sollevò il capo, aperse gli occhi e con voce tremula, e pure forte perchè tutti sentissero, parlò:

— Come padre doveva pregare, ed ho pregato, come giudice condanno.

E cadde svenuto. Il Paoli sostenendolo fra le braccia gridò:

— Segretario, scrivete: in virtù dei poteri delegatici dalla nazione ordiniamo che il nome di Matteo Brando di Russio venga inciso nelle tavole delle parrocchie fra coloro che dettero la vita per la patria, e tutte le domeniche venga letto dal sacerdote dopo l'Evangelo all'altare, affinchè questo sia di onore a lui, esempio della virtù côrsa ai presenti e ai futuri. — Poi commettendolo alle cure degli astanti soggiunse: — Che se taluno opponesse come egli non abbia dato, a tenore della legge, la vita per la patria, quanti siete padri quaggiù ditegli, che dando la vita del figliuolo in ostia consacrata alla giustizia, egli fece più.... troppo più che dare la sua.

Un grido unanime rispose: — troppo più.

Il Paoli da capo: — voi altri, cittadini pietosi, sollevate questo magnanimo infelice, e trasportatelo soavemente nel palazzo del governo; se fossimo in Roma antica vi avrei detto: portatelo al Campidoglio e deponetelo nel tempio di Giove.

Però, mentre il vecchio svenuto era trasferito altrove, il Paoli compresso un gemito esclamava: — che non per questo sarebbe meno al cuore di padre il monte Calvario!

— Giovanni Brando di Russio, raccomandatevi a Dio; il cielo può perdonarvi, ma sopra la terra non vi rimane che espiare la colpa.

Era più che mezza inoltrata la notte, quando al lume sanguigno delle torce quasi consunte, fra il silenzio sepolcrale delle genti per cui si sarebbe potuto sentire il rumore del grano di sabbia nell'ampolla dell'orologio a polvere, fu letta la sentenza, la quale condannava Giovanni Brando ad essere impiccato alle forchebiscagline; era inoltre fatto per essa comandamento, cheveruno si attentasse rimoverne il cadavere senza ordine superiore, pena la vita.

Mentre Altobello e il Boswell se ne tornavano a casa, per così dire, intirizziti dalle molte e fiere commozioni, il primo rompendo il silenzio domandò: — che ve ne pare del nostro generale?

E l'altro dimentico della scatola, del tabacco, di tutto insomma, si scosse e rispose breve:

— Ah! mi pare un Dio.

Pasquale Paoli non era un Dio, no, bensì una di coteste creature, che molti doni ebbero in sorte da lui, segnatamente quello di penetrare con uno sguardo nei cuori, e leggerne i più reconditi pensieri come in un libro aperto; onde nel porre la sua firma sotto la sentenza, che condannava a morte Giovanni Brando, osservò che la scrittura di quella offeriva svolazzi e rifioriture di penna, come avviene se un uomo scriva cosa che gli faccia piacere. N'era stato scrivano Matteo Massesi figliuolo di Giuseppe Maria, grande cancelliere del regno; giovane per eccellenza d'intendimento, e venustà di corpo facilmente primo fra i giovani che stavano intorno al Paoli, e da questo tenuto in delizia. Il Paoli, intanto che firmava, notò di più, guardando obliquo, gli occhi del giovane mandare un lampo di gioia; fu un lampo solo; ma non andò perduto. Nel recarsi al palazzo il generale si appoggiò al braccio del giovane senza dire motto: giunto sopra la soglia della sua camera si fermò e gli volse la parola in tali termini:

— Matteo, mal giorno fu questo; pensava ultima l'angoscia del caso di Giovanni Brando; e m'ingannai; mi venne cresciuta, e la cresceste voi.

— Io? E perchè signor Generale?.

— Perchè mi avete fatto conoscere che chiudete in seno un cuore cattivo. Voi avete esultato della morte di Giovanni Brando.

— Io? — rispose Matteo mutando colore: — certo se sentirsi compreso d'indignazione contro uno scellerato assassino è colpa, io confesso averla commessa.

— Per voi dovevate serbare la pietà; a noi giudici lasciare la giustizia. L'uomo giudica dai fatto, nè l'ingegno infermo gli concede adoperare altra misura; Dio poi, che conosce le ragioni recondite del fatto, io credo che sovente scusi dove l'uomo condanna; però chiunque non si trovi in condizione di giudice faràmolto bene a starsi col cuore dalla parte di Dio, che sovente scusa, e sempre ai pentiti perdona.

Ciò detto lo licenziava senza permettere che gli entrasse nella camera, dov'era solito leggergli, prima di addormentarsi, qualche tratto della vita di Plutarco.

Lo so, l'ho detto, e lo ripeto: interrompere il filo della narrazione per frammetterci dentro avvertimenti e sentenze fa contro le regole dell'arte; raffredda il libro, guasta la composizione, insomma equivale a porre in tavola un pranzo diaccio ai convitati: di più questo affibbiarmi la tonaca censoria sa di predicatore lontano un miglio, e chi vuole spacciare quaresimali attenda la quaresima: per ultimo siffatti ammonimenti screditati per dichiarazioni importune nessuno vuole intendere; anzi alla comune degli uomini riescono incresciosi; però aveva pensato evitarle con diligentissimo studio, ma tanto e' caccia via il tuo vizio dalla porta, e ti rientrerà in casa dalla finestra, sicchè in proposito del fatto di Giovanni Brandotrovo(dizione da me imparata su i bandi austriaci quandotrovanodi fucilare i cittadini, e di taglieggiare le nostre città) da notare, che di esso e di altri simili, memoria scritta appena si rintraccia, e la tradizione ogni giorno più illanguidisce nei ricordi dei Côrsi; nè senza ragione, che alla moderna civiltà paiono delitti le virtù antiche; così i casi di Postumio Tuberto, di Manlio Torquato, di Spurio Cassio, di Decimo Sillano, di Marco Scauro, di Antonio Fulvio o si nascondono, o si vituperano, o si negano; poi i focosi lo bandiscono addirittura immanità contro natura, i moderati lo screditano per falsa virtù. L'età servile ha bisogno discredere le virtù di cui l'esempio e lo eccitamento riescono perniciosi; all'opposto ricorda con compiacenza il cavaliere di Assas, eroe del servaggio, e questo perchè ai tempi che corrono ci trovano il conto loro così padroni come servi; i padroni nella speranza che torni il secolo di oro della obbedienza, i servi pel premio che ne diviene agli eredi del morto. Da una parte e dall'altra si vogliono virtù, che si possano comprare, vendere, mandare al monte, impegnare in mano all'usuraio: virtù insomma da cavarne costrutto. Le virtù le quali si propongono a scopo la fama, o la patria, non sono virtù di consumo: cose di lusso scomunicate meritamente dalla buona economia. Quanto non può ridursi a moneta ai dì nostri si giudica infame, per lo meno pessimo. Un banchiere, udendo narraremirabiliadei trovati diGalileo, domandò quanto fruttavano per cento d'interesse all'anno. Oh! se l'apostolo delle genti tornasse a pellegrinare nel mondo non troverebbe più scritto sul frontone del tempio:Deo ignoto; no, davvero, perchè il Dio è bello e trovato, ed il suo nome si legge sul fastigio delle basiliche, nelle facciate dei palazzi, nei frontoni dei tribunali, in carcere, in bottega, in sagrestia, alla taverna, al bordello, in faccia ad ogni uomo segnato tra ciglio e ciglio, da per tutto insomma, da per tutto, ed è ilDio quattrino. Quanto alla Francia la cosa è diversa, e ognuno lo sa; quivi Dio tutelare del gran popolo continua ad essere la trinità:libertà, fraternità, uguaglianza....!

Tornando Altobello a casa in compagnia del signor Giacomo, egli si accorse dal non rispondere di costui a parecchie proposizioni, o rispondervi a vanvera, che il suo spirito galoppava in rimote contrade; si rimase pertanto in silenzio, e lo condusse per mano come si costuma i fanciulli; egli entrò senza accorgersene, o almeno senza darne segno, come del pari si assise alla mensa. Altobello allora notò cosa, alla quale a cagione del tumulto dell'animo non aveva avvertito prima, cioè l'assenza del fratello Mariano, e notò eziandio la miserrima imbandigione, non già che di questo a lui venisse molestia, che avvezzo dalla infanzia alla frugalità, e soldato, si sapeva adattare, bensì se ne crucciava per l'ospite, ed anco per la superbia naturale ai Côrsi, che li persuade a ostentare maggior stato di quello che veramente possiedano, mentre adesso vedeva cascare la madre nel vizio opposto, mostrandosi di gran lunga più disagiati di quello che fossero; però a cavarlo ben tosto di pena valse l'osservazione, che il signor Giacomo continuava nel suo stato di estasi non badando, nè curando quanto gli cascava dinnanzi agli occhi; singolare qualità di queste nature settentrionali, che come i sassi posti su la cresta dei colli, quanto più sono pesi a smovere, tanto più difficilmente si fermano una volta abbiano preso il ruzzolone. Di questo divagamento in quel punto insanabile furono segni tuffare le dita nella scodella del pan bollito nel latte e recandosele al naso come per prendere tabacco, e scambiando la scatola col bicchiere accostarla alla bocca per bevere; allora Altobello giudicò conveniente accompagnarlo nella sua stanza, e quivi lasciarlo in balìa dei suoi pensieri: arrivati che furono sopra la soglia, il Boswell riscotendosi disse:

— Signor Alando, egli è certo che nell'ordinario andamentodella vita, quando i bisogni del corpo abbaiano, l'anima tace paurosa: dove poi questa sia tocca dal fuoco celeste, ella si strascina dietro il corpo quasi schiavo al trionfo. Il bisogno che si pasce di pane forza è che taccia davanti al bisogno che si nutrisce di meditazione e di preghiera.

Però Francesca Domenica lo aveva precorso nella camera, e con la sollecitudine solita alle buone massaie gli andava indicando:

— Veda, ecco qui il suo cavastivali....

— Nei tempi moderni non saprei a cui paragonarlo, e negli antichi a veruno, se togli Licurgo.

— No, signore, egli è modernissimo, me lo riportò l'altra settimana maestro Nottola; se le farà bisogno qui troverà il suo vaso da notte.

— Degno proprio di essere messo in paradiso.

Francesca Domenica, trasecolata, guardava il vaso da notte, guardava il signor Giacomo; quando questi, scosso il capo, volse attorno gli occhi consapevoli, e favellò:

— Gran peccatore, in fede mia ha da essere quello che abita qui dentro; e' pare che tema l'assalto non di un diavolo, bensì di una legione di demoni.

— O signore! tutta scandalezzata esclamò Francesca Domenica, come potete dire questo?

— È chiaro; a che tanto presidio di santi in fortezza se non temeste la scalata di centomila diavoli? Idolatri! Voi non sapete come si adora, nè come si prega Dio.

Qui di un salto il signor Giacomo balzò sul letto con terrore di Francesca Domenica, che vedeva nabissare la sua bella coperta di cataluffo nero a fiorami amaranti, che dopo l'ultimo parto non aveva più messa fuori; dove piegate le ginocchia e giunte le mani in atto d'ineffabile compunzione, esclamò:

— Dio onnipotente, in ogni opera della tua creazione ti benedico e ti ammiro; quando poi mi mostri un cuore di uomo illuminato da intelletto divino, io ti ringrazio con tutta la effusione dell'anima mia, imperciocchè allora io creda che aperto il tuo santo tabernacolo tu mi renda degno di contemplarti faccia a faccia...

Francesca Domenica si segnò tre volte, e bisbigliando nell'orecchio al suo figliuolo disse:

— Altobello, io temo forte che il sole abbia offeso il cervello di questo povero inglese, ed ei ne sia diventato matto.

— Ah! mamma mia, piacesse a Dio che di questi matti possedesse molti il mondo, come pur troppo ne ha pochi, che adesso non si troverebbe più il seme dei ricchi insolenti, dei poveri disperati, nè di oppressori nè di oppressi.

Chiusa la porta, e seduto Altobello al fianco della madre, prese a dirle con voce sommessa:

— Di Mariano che n'è? È infermo? In campagna? Come accade che io non l'abbia anco visto?

— Ah! è infermo.

— Perchè tacermelo?

— Figlio mio, ci hanno malattie che incominciano dal corpo e ne discacciano l'anima; ce ne ha delle altre che incominciano a guastare l'anima per distruggere anco il corpo, e sono le peggiori; il tuo fratello vive travagliato dalla pessima fra queste.

— Misero lui! e come si chiama questo flagello?

— Senti, tanto tacertelo non si può, e forse ho mal fatto a differire fin qui, e tu mi pari giovane savio... ah! tu solo mi ritrai il tuo povero padre. Accostati, che nessuno ci senta; Mariano è preso dalla più feroce avarizia che si sia mai vista al mondo; accostati ancora, chè morirei di vergogna se qualcheduno lo sapesse; egli mi ha cacciato di casa... Chetati! non dare in furore, altrimenti chiudo la bocca e non dico più nulla.

— Continuate, mamma mia, io sono tranquillo quanto posso essere udendo tali enormità.

— Il suo angiolo custode ed io abbiamo tentato il possibile per salvargli l'anima, ma il demonio l'ha vinta, ed ora che ci ha messo il nido, temo che non ci abbia partorito la sola avarizia. Quanto ho sofferto! Ogni giorno mi erano contati i bocconi, ogni momento mi ributtava in faccia il tozzo di pane che cibava, e nonostante ciò io fingeva non capire per evitare scandali, finchè una mattina mi disse che non poteva sopportare la spesa di mantenermi, onde pensassi a ricoverarmi presso i miei parenti; risposi che la casa apparteneva metà a te, e che se non mi voleva sul suo, sarei rimasta sul tuo. Io non ho visto mai bestia arruffata come Mariano a queste parole; urlava, pestava i piedi, si svelleva i capelli, Dio e i suoi santi peggio di un turco bestemmiava, e in mezzo alle bestemmie non rifiniva di affermare che la casa era sua, averla comprata da te, tu non averci a fare più nulla. Possibile, Altobello, che tu abbia venduto la casa di tuo padre?

— Andate innanzi, mamma... io sono tranquillo.

— Allora, sentendomi strappare il cuore nel pensiero di dovere uscire vecchia e madre dalla casa dove entrai giovane e zitella, una ispirazione mi suggerì queste parole: «non v'inquietate, Mariano, io me ne andrò, ma non prima che mi abbiate reso la mia dote.» E' sembra non ci avesse avvertito, perchè rimase come tocco da accidente; ed io, prevalendomi del suo sbigottimento, gli proposi si tenesse la dote, mi lasciasse abitare il piano terreno della casa; al mio mantenimento avrei provveduto da me.

— E adesso come fate a camparvi?

— Alla meglio, figliuolo; un po' sulchiosodegli olivi che mi lasciò la zia Bartolommea a mezzo col cugino Bastiano, un poco lavorando; certo tutto questo non fa spesa grassa, ma mi contento; solo con questo signore in casa non so a qual santo votarmi, perchè quanto a danari sono più povera dei cappuccini.

— Oh! per venire al Macinaggio come l'avete stillata?

— Ci vogliono quattrini per questo? Ho preso il mulo di casa, senza curarmi della sciarrata che ne avrebbe mossa Mariano, gli ho messo sul groppone un bravo sacco di castagne, e per la via sono bastate crude per lui, cotte per me.

— E a dormire?

— Dormire due o tre notti su la paglia non fiacca le ossa, nè guasta la nobiltà.

— Ma chi ha pagato i muli che avete preso a nolo?

— Me l'hanno fidati a credenza senza pegno.

— Manco male pei muli; ma che potevate pure chiedermi danaro per provvedere alla cena; sudava acqua e sangue nel vedere la imbandigione che ogni più gramo Côrso sariasi vergognato presentare al suo ospite.

— Quanto a questo non ho colpa, Altobello, vedi; io non ci pativa meno di te: prima di partire pel Macinaggio lasciai nell'armadio vino, olio, farina, frutta,micischia,lonzo, cipolle, insomma da tirare avanti un mese: durante la mia assenza pare che Mariano, aperto l'uscio con qualche altra chiave, abbia portato via ogni cosa.

— Anche ladro?

— Ma! lo avrà fatto per pagarsi il nolo del mulo che menai meco al Macinaggio; mi sono accorta tardi della mancanza, e a venire a chiederti in pubblico i quattrini per cena non mi ha retto l'animo; mi è venuto in mente il santo patriarca Abramo,il quale andando pel monte disse ad Isacco: Dio provvederà, e mi son gettata anch'io nelle sue braccia, e Dio ha provveduto, come vedi, perchè il signore inglese non ha voluto cenare e non si è accorto di nulla: quanto a noi altri mangiare poco o assai torna lo stesso.

— E la gente che ci ha accompagnato le bestie, dove l'avete riposte?

— Non dartene pensiero, l'ho raccomandata al cugino Bastiano, e da lui accettai il pane e il latte.

— Signore! sclamò Altobello coprendosi la faccia con tutte e due le mani, o nobile casa di Alando, a che punto ridotta! Ma il fratello Mariano sa il mio arrivo?

— Lo sa: quando eri fuori egli è comparso qui, voleva ad ogni patto sciogliere cotesto sciagurato di Giovà, ed io l'ho impedito; allora ricorse alla violenza, ed io l'ho impedito.

— Tutto questo aggiusteremo con l'aiuto di Dio domani: ora andiamo a letto.

— Che importa? Fra poco sarà giorno; per dormire un'ora o due, tanto vale non coricarsi del tutto.

— Mamma mia, sento forte il bisogno di dormire.

— Signore! Stenditi sul pavimento e dormi, perchè.... perchè al mio figliuolo non posso offrire altro letto.

— Ma non vi ha lasciato Mariano tutto il piano terreno?

— Disse di lasciarmelo, ed anco per pochi giorni me lo lasciò ma poi mi ritolse ora una stanza per la legna, ora pel grano ora per le castagne, che son rimasta con la cucina e con la camera da letto; e dubito che non si rimanga finchè non mi abbia cacciato dentro un sottoscala.

Altobello, dopo avere passeggiato un pezzo di su e di giù per la stanza, scotendo ad un tratto il capo come uomo deciso, favellò:

— Qui importa vederne il chiaro; prima di tutto, pigliate qua, mamma, questo è denaro, e spendetelo come conviene all'antica rinomanza della magnifica nostra casa: adesso accompagnatemi da Mariano.

— Altobello! Altobello! per amore di Dio, non mi far pentire di quello che ti ho detto.

— Non dubitate, gli occhi di Dio in cielo e quelli della madre in terra preservano l'uomo dalle male azioni, venite.

Come padre dovea pregare, ed ho pregato, come giudice condanno. (pag. 201)

Come padre dovea pregare, ed ho pregato, come giudice condanno. (pag. 201)

Francesca Domenica, recatasi la lucerna in mano, precedè rischiarandoil figliuolo al piano superiore: arrivata sul pianerottolo incominciò a bussare adagio prima, dopo qualche intervallo più forte, ed anco più forte, fino a tanto che una voce agra non si fece sentire, la quale domandava chi fosse e che volesse.

— Apri, Mariano, apri, è tuo fratello, il figliuolo di tuo padre, che dopo dieci anni viene ad abbracciarti.

Si sentì per di dentro brontolare, ma troppo fu potente lo scongiuro, perchè un Côrso, avesse anco dato l'anima al diavolo, si attentasse resistervi; subito dopo il rumore di passi pesanti e lo scatenìo di chiavacci; finalmente si aperse la porta, e comparve la lurida figura di Mariano. Altobello gli gettò le braccia al collo ed accostò la bocca alla bocca di lui per baciarlo, ma quegli torse altrove il volto e profferse l'una e l'altra guancia. Fosse ira o coscienza, Mariano non rese il bacio, che tra i Côrsi si ha per cosa sacramentale; Altobello finse di non ci badare, e sospingendo alquanto Mariano entrò in casa.

— Mariano, allora senza perdere tempo gli disse, vi ho da parlare.

— Potevate sciegliere ora meno incomoda, ma non rileva, sto ad ascoltarvi.

— Accendete il lume....

— Le parole non hanno bisogno di esser vedute...., e poi spero che finirete presto: in ogni caso basta la lucerna che mamma ha lasciato sul pianerottolo.

— Lo zio vi manda a salutare caramente voi e la vostra moglie.

— Grazie, rispose Mariano, e dopo lui una voce in falsetto uscita dall'altra stanza ripetè: grazie.

— Lo zio vi prega accettare certi suoi regaletti...

— Era meglio che mandasse quattrini; e che roba sono questi regali?

— Un bel taglio di panno per voi, un altro di stoffa di seta per la cognata, e di più una collana di Venezia.

— Meglio quattrini, ma per la verità le mie vesti sono tutte toppe.

— E non reggono più il punto, non reggono più il punto, ripetè la voce stridula per di dentro.

— Mi ci rivestirò... o non sarà meglio barattarlo in panno côrso, e la differenza farcela dare in quattrini; che ne dici Lucia?

— Quattrini, quattrini, ripeteva la moglie con lo strido della civetta.

— O se ti parrà che io ne possa fare a meno per qualche altro po' di tempo, venderemo tutto, panno, seta e collana, e ridurremo in quattrini.

— Sì.... in quattrini.

Altobello sentì venirsi la nausea al cuore, ebbe un capogiro durante il quale gli parve che un turbine di monete luminose facesse remolino dentro la stanza. — Voi ne farete quanto vi piacerà; ma adesso, Mariano, vi prego dirmi da quando in qua in Corsica, massime in casa Alando, si ricevono nel modo con che avete fatto, ospiti e fratelli? Così vi preme la riputazione dei nobili nostri antenati?

— A vero dire, io credo che ai nostri antenati all'ora che suona non prema più di fama e ne manco d'infamia: ad ogni modo se gliene importa, ci pensino da loro; quanto a me io so che chi dà pane ai cani degli altri è abbaiato dai suoi.

— Lasciamo stare il pane, ma almeno un po' di ricovero!

— Anzi, su questo per lo appunto bisogna camminare col piè di piombo: non bisogna metterci in casa gente che non conosciamo; chi mi assicura che egli non sia un ladro?...

— Mariano!

— Non v'inquietate; ad ogni modo è meglio vergognarci di avere tenuto chiusa la porta, che pentirci per averla aperta; e poi, alla meno trista, co' forestieri sono creanze gettate; costoro ci hanno sempre fatto del male; i Saracini informino.

— Ma il signor Giacomo Boswell non è mica un Saracino, bensì un gentiluomo inglese.

— Peggio, mille volte peggio; è un eretico che non crede nel Papa, mercanzia d'inferno; sento fin di qua il puzzo di zolfo che manda; lo senti, Lucia, il puzzo di zolfo?

— Puzzo! zolfo! io non sento niente.

— Perchè sei una bestia... una scema, e non apri mai bocca che per contradire il tuo marito; lo senti o non lo senti il puzzo dello zolfo?

— Zolfo! zolfo! strillò la donna.

— Povera creatura, sospirava Francesca Domenica, costui l'ha fatta scipidire senza rimedio.

— Me ne rincresce per voi, proseguì Altobello, perchè so che vi aveva portato di bei regali dal suo paese.

— Circa a questi li faremo benedire, e non recherà stroppio tenerli; ma lui sarebbe opera buona buttare a terra dalle scale.

— E di lui non parliamo più, ma di me?

— Di voi? Di voi sarebbe stato altra cosa se foste venuto solo; per una notte, ricovero ve lo avrei dato; e pel figliuolo di mio padre una fetta di pane e un bicchiere di acqua l'avrebbe avuta di certo.

— Non ci era da appuntellare la casa per timore di ruina.

Mariano fingendo non avere inteso, continuò: ma siete venuto con un branco di bestie e di cristiani, anzi con un eretico; e come se fosse poco mi ci avete tratto legato anco Giovanni Brando. O questa, che novità è stata? Dove non si guadagna, fratello mio, la perdita è sicura. Se costui commise malefizio, tocca pensarci il bargello: adesso mi avete messo su le braccia tutti i parenti di Giovà: non rifiniscono dire che ora si fa buona giustizia; me ne rallegro tanto, ma se mi tagliano gli olivi, ammazzano le bestie, bruciano le biade,accintolanoi castagni, chi mi rifà il danno? E se mentre vado attorno per le fiere da qualche macchia mi viene un'archibugiata nella testa, chi mi ce la cava? La giustizia eh! Continuando a vivere insieme, voi capirete, Altobello, che voi mi mettete a brutto partito; onde confido nella vostra compitezza...

— Se temevate davvero che dallo starci sotto il medesimo tetto ve ne potesse derivare danno, il ripiego ci era prontissimo.

— Quale?

— Andatevene di casa.

— Come! uscire di casa mia?

— E perchè sarei uscito io? per farvi piacere? Questa casa non appartiene a me come a voi? I campi, i chiosi, le selve non sono mie come vostre? Quando abbiamo diviso?

— Diviso mai, nè divideremo.

— Dunque, se sopra la mensa comune voi aveste imbandito il frutto della terra comune, non mi avreste dato nulla del vostro.

— Nulla del mio? Ma che svagellate, Altobello? O non vi rammentate?

— Di che ho a rammentarmi io?

— Del contratto...

— Qual contratto?

— Quello col quale mi avete venduto i vostri beni così mobili che immobili, semoventi, usi, servitù, comodi diritti, crediti, insomma tutto, niente escluso, eccettuato di quello che vi spettava sopra la eredità paterna.

— Io vi ho venduto questo?

— Già, vale a dire il vostro procuratore, prete Stallone, un degno sacerdote in verità, il quale riscosse il danaro per voi e si prese la fatica di portarvelo fino a Venezia.

— Fino a Venezia? In verità non me n'era accorto; e mi immagino che ne avrete le prove.

— E come! Primieramente ho il mio libro di amministrazione, che attesta avere io sborsato tutta la somma di un tratto, il quale pagamento, a cagione della scarsità dei quattrini, mi ha messo in piana terra; non è vero, Lucia?

— Piana terra! Piana terra!

— Lo sentite, lo dice anche Lucia, che non fa altro che contradirmi, e poi ho la ricevuta.

— Ricevuta di chi? Mia, forse?

— Ella è come se fosse vostra, perchè fu sottoscritta dal prete Stallone, vostro procuratore, un degno sacerdote...

— Sta bene; per questa volta abbiamo discorso assai, ora tornate a dormire che dovrete aver sonno.

Mariano non se lo fece dire due volte per evitare di sentirsi chiedere materasso o paglia, dove i suoi parenti potessero adagiare le membra; fingendo non ricordarsi che una sola stanza occupava la madre, ed ignorare ch'era stata ceduta all'ospite, sbatacchiato l'uscio tirò precipitosamente l'uno su l'altro i chiavacci. Pertanto non recò piccola maraviglia al suo fratello, quando dopo alcuno spazio di tempo, si sentì chiamare traverso il buco della chiave.

— Altobello, Altobello.

— Che volete da me?

— Se domani uscirete di casa prima che faccia giorno alto — di che vi pregherei — in questo caso vi raccomando l'osteria del Violino — pulita, sapete! e ci si spende poco; costà la gente si leva da letto prima dell'alba; — voi potreste aprire i bauli e cavarne i regali, che lo zio ha mandato a me e alla mia Lucia; — pensate che non è roba vostra, e che il vostro dovere vi obbliga consegnarmeli; se me li ritenete un minuto più del necessario sarebbe un rubarmeli, capite... un rubarmeli; sicchè fate ch'io li trovi dopo che sarete andato via.

— Non dubitate, sarà pensiero mio.

— E quelli dello inghilese, saltò su a strillare la scema: anche quelli dell'inghilese io voglio... li voglio... e che puzzino di zolfo non me ne importa niente... li voglio... li voglio...

— Altobello, se vi riescirà averli per contentare questa povera donna, ve ne sarò obbligato; poi verremo a ringraziarvi voi e lui quando sarete alloggiati alla osteria del Violino.

Altobello, seguitato dalla madre, scese al pianterreno col cuore chiuso; pareva, ed era troppo più triste che irritato; senza dire parola stese il suo cappotto per la terra e ci adattò sotto una valigia per capezzale; piegate di poi le ginocchia si mise a pregare per la madre, per sè e pel suo sciagurato fratello, affinchè Dio lo ravvedesse. La madre stette a contemplarlo estatica, poi d'impeto lo baciò e lo benedisse, esclamando: — Tu sei il figliuolo della mia consolazione.

— Ma voi, ora che ci penso, dove dormirete, mamma?

— Dormirò seduta — e presa una seggiola l'accostò alla tavola, accomodandosi meglio che potè; nè stette guari che parvero addormentati ambedue; però la madre vegliava; ella leva cauta la testa, e poichè dal sospiro profondo si accerta essere il sonno disceso sopra le palpebre del figliuolo, si alza piano piano e si mette a giacere traverso la porta della scala che conduce alle stanze di Mariano... intanto ch'ella si chinava premendosi con la destra il petto bisbigliava:

— Perchè questo? Capo mio, capo mio, oh! non dirlo a questo mio cuore.

Noi non meriteremo di essere messi in mazzo tra preclari e tra grandissimi scrittori (come Gualtiero, il marchese,eccetera) che tanto nobilmente dettarono storie dal 1847 in poi, nè manco pel fatto della verità, se affermassimo che il signor Giacomo Boswell si destasse con lo entusiasmo col quale si era coricato: anzi, di quanto nella notte questo gli scemava, di altrettanto gli cresceva l'appetito, onde fu consiglio buono quello dell'Alando di provvedere in tempo; cibò il signor Giacomo di tutto largamente e con gusto, tornò all'usanza antica del prendere tabacco, dondolare la scatola e ripetere: bene, sia che c'incastrasse, sia che ci stesse come Barabba nel Passio: avvezzo a vivere fra gente di ogni maniera, e per natura discreto, non essendogli fatto motto dei parenti, capì che non ne doveva cercare e non ne cercò; solo gli parve dicevole affrettarsi a consegnare al generale le lettere a lui confidate dal signor Giacomini, non che le proprie: a questo scopo uscì di casa accompagnato da Altobello; per via seppero che lo sciaurato Brando era stato rimesso in braccio ai confortatori, e al tramontare del sole sarebbe stato giustiziato; i congiuntisuoi avere sporta supplica al generale poichè la corda mutasse in fucilazione, ma non essere stata accolta; finalmente sboccati dinanzi al palazzo del Governo videro parecchi capannelli dintorno alle porte, e in mezzo loro una ventina di uomini a cavallo; questi vestiti di assisa soldatesca non si potevano dire, tuttavolta portavano abito uniforme di panno scuro, schioppo e banderuola, sciabola, pistola e stiletto; in capo un berrettone nero appuntato, con nappa in cima parimente nera; montavano tutti cavalli côrsi scarsi di altezza e di carne, di pelo la più parte sauro, però inquieti e di guardatura salvatica; altri sei cavalli più appariscenti e avvantaggiati stavano in mezzo bardamentati di tutto punto, ma vuoti; tra questi mirabile uno di razza araba, storno, con morso e staffe alla turca di argento, la gualdrappa di velluto chermesino ricamato in oro alla grande.

Naturalmente venne fatto ai nostri personaggi di domandare la causa di cotesta adunata, e cui appartenessero cotesti cavalli: da principio non trovarono chi volesse loro rispondere, ma quando dichiararono uno di essi forestiero e l'altro giunto dopo lunga assenza il giorno precedente, seppero la cavalcata doveva muoversi a ricevere l'ambasciatore che il re di Francia mandava al Governo di Corsica; cotesti cavalli spettare ai comandanti Valentini, Serpentini, Saliceti ed altri; l'arabo a sua eccellenza il generale; averglielo mandato a regalare il Bey di Tunisi, perchè il generale impedì saccheggiassero una sua nave data in secco su la spiaggia di Aleria, e manomettessero la ciurma; in cotesta occasione essere uscito un bando bellissimo, il quale in sostanza diceva che l'uomo colpito dalla fortuna non deve più considerarsi turco, ebreo, anzi nemico, bensì sventurato, e come tale correre l'obbligo a tutti di confortarlo: in sequela di ciò i naufraghi affricani, dopo risarcita la nave, ebbero la facoltà di tornarsene a salvamento in Affrica: non ingrato il Bey, avergli spedito un oratore, che venuto al cospetto gli disse: il mio signore ti saluta e ti vuol bene, poi donatogli il cavallo, ed altre robe di valsente, gli fece profferte grandi per parte sua in ogni emergenza si ritrovasse. — In questa si udirono parecchie voci, che dissero: eccoli! e la gente in fretta si ammucchiò curiosa di vedere. Di un tratto con un mediocre stupore del Boswell uscirono dal palazzo alquanti uomini ottimamente vestiti di panno scuro, con rovesci al collo e alle mani di velluto verde, armati come gli altri cavalieri, che rispettosi rimasero a piedi finchè ilPaoli non salì sopra il suo cavallo. Dove non lo avessero avvertito, a gran pena il Boswell lo avrebbe potuto ravvisare, imperciocchè adesso gli comparisse davanti coi capelli colti e ripresi dietro al capo in un nodo, e il cappello a tre punte piumato; vestito da capo a piedi di velluto verde trapunto in oro su le costure e negli orli; oltre il consueto doviziosa notò essere la spada che gli pendeva al fianco; tutto insomma, sembianza, gesti e addobbi, tramandavano un misto di grandezza e d'impero, per modo che il nostro signor Giacomo, sbalordito, non sapeva che cosa pensare.

Un tiro di archibugio fuori delle ultime case di Corte la cavalcata incontrò il cavaliere Valcroissant accompagnato da un ufficiale e da parecchi suoi famigliari; appena si scorsero, che da una parte e dall'altra smontarono alternandosi urbane accoglienze secondo che porgeva l'indole diversa, aggraziate nel francese, sostenute nei côrsi, che risaliti a cavallo posero in mezzo al generale e al comandante Achille Murati, con molta cerimonia, l'oratore francese, mutando a quando a quando fra loro qualche motto senza costrutto. In questo modo procedendo erano arrivati quasi presso al palazzo, allorchè fu vista comparire fuori della porta di una casa certa vecchia a capo nudo, segno nelle femmine côrse della massima costernazione, esprimente nelle sembianze sconvolte l'estremo dell'angoscia e del terrore; appena vide gente lasciò cadersi giù di sfascio in ginocchio, e con le mani aperte e con le grida implorava soccorso:

— Aiuto! per carità, ella esclamava, lo ammazza, lo ammazza, mio marito ammazza il suo figliuolo.

Il Paoli in un attimo sbalzò da cavallo, il cavaliere Valcroissant anch'esso, prima di pensare a quello che facesse, si trovò col piede a terra; gl'imitarono gli altri, e tutti di corsa alla casa dove stava per commettersi l'atroce misfatto; nè la donna aveva punto alterato il successo, imperciocchè il Paoli trovò un vecchio infellonito, per tutte le membra tremante, che ad ora faceva l'atto di accostarsi alla spalla lo schioppo e spararlo contro un giovane di piacevole aspetto, il quale ritto accanto alla parete opposta aveva l'aria che non si trattasse di lui.

— Fa l'atto di contrizione, borbottava fremendo il vecchio, se non vuoi andare di posta all'inferno.

— Ma, signor padre, sentite la ragione...

— Non vo' sentir nulla, preparati a morire.

Intanto il Paoli, sopraggiunto costà, mirando che il cane dello schioppo era inarcato, fu cauto con un colpo del braccio voltarne la canna al soffitto, e al tempo stesso diceva:

— Per Dio santo, Quirico, hai dato l'anima al diavolo, che vuoi ammazzare il tuo figliuolo?

— Non ci è Cristi che tengano; ha da morire; non l'ho generato io; lo rinnego per figliuolo; deve morire... e deve morire...

— Pare che l'abbia fatta grossa costui!

— Eh! una cosa da niente; — vedete, dianzi gli ho detto: Vito, l'aria si carica da levante, avremo presto burrasca; il generale raccoglie una compagnia di mille giovani, fiore di Côrsi, per combattere questi prepotentacci di Francesi, che dopo avere finto amicizia per quattro anni, adesso ci si scuoprono nemici; non istare a gingillarti, procura essere dei primi a segnarti, perchè i Savelli non sono usi di farsi aspettare. Ora sapete che mi ha risposto quel figliuolo ribelle? — Mi ha risposto che chi ne aveva voglia, andasse. Dunque, se non vuoi difendere la tua patria, vai fuori, carnaccia da ingrassare gli olivi.

E qui faceva prove di liberare lo schioppo di mano al Paoli: questi però tenendolo stretto si volse al giovane con mal piglio esclamando:

— Dunque vive nella Corsica un vile?

Il giovane, rosso come un focone allora sbraciato, rispose risentito:

— Se ci vive, non sono mica io, sapete, signor generale; ma babbo qui si arrapina per un filo di paglia, e poi non vuol sentire la ragione: mettetevi di mezzo, perchè mi ascolti, ascoltatemi voi stesso, e se ho torto condannatemi. Diavolo! Dove sono uomini, sono modi.

— Questo non si può per giustizia negare, Quirico mio; anco ai banditi si permette difendersi.

— Così va pei suoi piedi. Voi sapete che in casa eravamo tre fratelli maschi senza più. Giampaolo rimase ucciso a Furiani, Niccoletto morì al convento di Bozio, quando accorse a cavarvi dalle brande del Matra; l'ultimo sono io. Quando babbo mi ha comandato di scrivermi nella compagnia dei volontari, ho fatto a dire: pare che la disdetta voglia che i Savelli non abbiano a uscire vivi di battaglia: chiedo perdono, non deve dirsi disdetta, e veramente chi muore per la patria vive alla gloria e nello amore dei suoi; però, meno che sotto questo aspetto dovete convenire,signor generale, per tutti gli altri, o che l'uomo spiri nel campo o nel letto, quando è morto è morto. Ora ho fatto a dire, se questo caso mi accade, ecco, lascio qui i miei poveri vecchi soli, abbandonati negli ultimi giorni della loro vita; chi li consolerà? chi ne piglierà cura? chi porgerà loro un bicchiere di acqua se cascano infermi? Però ho fatto a dire: io sono promesso a Chilina di Marco Aurelio Brandone, e ci dobbiamo sposare a Pentecoste; dunque sarebbe meglio che prima me la sposassi, ed una volta che la sapessi incinta, e per parte mia, signor generale, vi prometto che farei presto, venire senza un pensiero al mondo a menare le mani, perchè se campo, tanto di guadagnato; se casco, tagliato il ceppo rimane il pollo, e Chilina resta in casa in luogo di figliuola ai miei poveri vecchi.

Ora, per Dio santo, domando un po' a voi se qui ci trovate motivo di saltare su i mazzi, e ditombareun povero figliuolo come un cane?

Il vecchio Quirico, che a mano a mano il figliuolo ragionava si faceva sereno, alle ultime parole, mentre s'incamminò a depositare lo schioppo in un canto, disse:

— Come è così, la faccenda muta di aspetto: ma nossignore; nè anco così va bene, perchè vedi, figliuolo mio, tutti i giorni capita morire di punta, di catarro, insomma di uno di quei tanti malanni che il diavolo ci manda; ma l'occasione di morire con una brava palla in testa per la libertà della patria capita di rado, e mentre t'indugi per le nozze, potrebbe scappare: sicchè, Vito, fa' a modo di tuo padre, non perdere tempo a segnarti.

— Ecco, si potrebbe, soggiunse il Paoli, pigliare due colombi ad una fava: invece di celebrare le nozze a Pentecoste, o chi para di farle domani? Vito ha promesso (e così dicendo il Paoli batteva sorridendo la mano su la spalla del giovinotto), che non si farebbe aspettare ad accertarvi la successione, e lo credo; sicchè tra un mese io mi figuro che potrebbe essere lesto: ora, per male che vada, prima del giugno non ci avrebbero ad essere batoste.

— Gua', per un accomodo ci sto; perchè non è una galanteria ammazzare un figliuolo, ed anco il patriarca Abramo non ci si adattava mica di buona voglia, sebbene glielo avesse ordinato un angiolo; immaginate se io, che non aveva ricevuto ordine da persona; però vatti veggendo se Marco Aurelio se ne accontenta, il quale fuma più di un camino e gli parrebbe rimanere vituperatose imudracchierinon andassero a prendergli la sposa a casa, e non facessero la travata, con tutti gli altri fastidi d'usanza.

— Ciò non tenga; ditegli che accompagnerò io stesso la sposa alla parrocchia; e parmi se ne dovrebbe contentare.

— Ma ci credo! È onore troppo grande per lui, ed anco per me.

— Dunque addio, a domani.

— La benedizione di Dio sia su di voi, signor generale, gli augurò la povera madre, che piangeva e rideva.

—Amen, buona donna, e su voi ancora; e tutta la comitiva rimontò in sella.

Il generale entrando in palazzo rinvenne l'anticamera ingombra di gente più che non soleva, ci vibrò sopra uno sguardo, e gli parve vedere facce nuove, ma studioso di praticare verso il cavaliere francese ogni termine di convenienza, si trattenne ad indagare. Licenziato sulla soglia la compagnia entrò nel gabinetto coll'oratore ed un frate. Il signor Giacomo, il quale comecchè si fosse riconciliato in parte co' frati dopo l'incontro del padre Casacconi, pure si sgomentava a trovarsegli sempre fra i piedi, domandò ad Altobello: — E chi è quel frate che si chiude in conclave col generale e coll'ambasciatore francese?

— Costui si chiama Buonfigliuolo Guelfucci; appartiene all'ordine dei Servi di Maria, o vogliamo dire servita; lo dicono uomo di molta dottrina, e di prudenza grande; detta con molta eleganza di lingua, sicchè in Toscana lo chiamarono a parte dell'Accademia della Crusca, custode, come saprete, della purezza del parlar toscano; il signor generale se lo tiene da molti anni per segretario, ed ha da lodarsene; ma ecco che esce dal gabinetto.

Di vero fra Guelfuccio, comparso nella sala, fece intendere con urbanissime parole rincrescere al generale non potere sul subito accogliere le persone ivi presenti; confortarle a non aspettare; tornassero dopo la calata del sole, che avrebbe provveduto in modo da trovarsi libero. Taluni si partirono dicendo si sarebbero fatti rivedere il giorno appresso; altri risolverono aspettare: solo una donna di bello aspetto e giovane ancora non si tenne contenta, ed incominciò a strillare:

— Ho furia io, mi sono partita innanzi giorno da Castirla, e non posso ritornare; sì, veramente è la via dell'Orto da Castirlaa Corte; e poi ho furia io; bisogna che parli subito al generale, e gli voglio parlare.

— Ma capite bene, buona donna, la veniva ammonendo il servita, che il generale adesso sta in faccende per lo Stato.

— E se il generale fa le sue faccende, io non posso mandare a male le mie: ho furia, vi dico, ho furia: bisogna che inforni il pane, dia da mangiare ai maiali, annacqui i fagiuoli: insomma ho furia.

Tanto e tale mandava schiamazzo costei, che il generale importunato, dopo chiestane licenza al Valcroissant, levatosi da sedere, si affacciò alla porta con volto torbo interrogando:

— Che bordello è questo? Perchè non cacciate via il temerario?

— Non sarebbe un temerario, bensì una temeraria; ma se merito questo nome, giudicherete poi; intanto bisogna che vi parli, ed ho furia.

— Dunque sbrigatevi.

— Vien qua, Giacinto; vedete eh! che pezzo di figliuolo? Sentiamo, quanto gli fate? Ma voi non indovinerete da qui a mezza notte, però ve lo dirò addirittura io, perchè ho furia; egli è entrato in sedici anni la festa di san Giacomo e Filippo apostoli...

— Sbrigatevi, vi dico.

— Lasciatene il pensiero a me, che ho da tornare a casa a infornare il pane. Io, per l'addietro, non rifiniva mai rinfacciare a questo povero figliuolo di mangiarsi il pane a tradimento; perchè come si trattava recarsi in mano una zappa, sudava peggio di un cavallo bolso; sempre lì con lo schioppo in mano, sempre erpicato pei comignoli delle rupi, o sempre inabissato per le fratte delle valli.

— Donna, pel vostro meglio, vi consiglio andarvene...

— Ma no; ma no; coll'interrompermi mi fate perdere tempo, ed io ho furia; ieri, dunque, mirando che il mio zitello ammanniva lo schioppo per uscire di casa, gli ho detto: scioperataccio che sei, almeno, dacchè da quella rocca in fuori non vuoi toccare altro, tu la sapessi maneggiare come ogni fedele cristiano; gioco un seino che non ti basta l'animo di ammazzarmi quel falco, che fa la ruota costassù. Giacinto si ripose in tasca il misturino dei pallini che stava per arrovesciare dentro lo schioppo,e cavata dalla carchiera una palla la cacciò nella canna, e mi rispose: adesso è troppo alto. Intanto il falco calò, e Giacinto: mamma preparate il seino! — Il falco giù come cencio bagnato. Allora detti spesa al mio cervello e parlai: — Figliuolo, mi sembra che ci stia sopra le spalle un tempo in cui si deve sparare l'archibugio contro qualche cosa di meglio che un falco; dimani verrai meco a Corte: questo domani è oggi, ed io ve l'ho menato, perchè se vi abbisognasse albergare a trecento passi una palla di oncia dentro la testa di qualche prepotente francese, egli è il fatto vostro. Certo il vostro bando chiama alle armi gli uomini da diciotto anni in su; ma ciò non tenga, gliene darò due de' miei, o, se non erro, non vi farà disturbo, generale, dargliene anco due dei vostri.

— Devota, poichè mi pare che siate Devota Pieragia di Castirìa....

— Sì certo, giusto, voleva dire che voi non mi aveste riconosciuta!

— Il vostro zitello non avrà mestieri di questo brutto regalo, se come corpo gagliardo gli deste cuore disposto adoperare virtuosamente in pro del suo paese.

— Ma sicuro che gliel'ho dato; fatti qua oltre... o dove sei ito? Presto che ho furia.

Il giovanetto si era rimpiattato dietro le spalle alla madre; ella lo spinse dinanzi a sè tutto vergognoso con gli occhi bassi.

Il generale gli pose la destra sul capo e gli disse:

— Guardami in viso.

Ed egli lo guardò: allora il generale si volse alla madre, e soggiunse:

— Non occorre altro, Devota; questo giovane farà dire di sè, o non mi chiamo più Paoli; lo metto nella mia compagnia col fiore dei giovani del paese.

— E adesso vado a infornare il pane: mio Colombo addio; un bacio e addio... un altro, e un altro. Signor generale, non ha da costarvi nulla... capite... grazie a Dio ho da fargli le spese, e ad un altro ancora se occorrerà; gli manderò o gli porterò la provvista settimana per settimana: ve lo raccomando perchè l'ho solo, ma all'occorrenza non lo risparmiate veh! Giacinto mio obbedisci il signor generale come obbedivi a tuo padre, che vuol dire un zinzino più che a tua madre, e ora anche un bacio... e addio, chè ho furia.

E via di corsa; il generale stava per richiamarla, senonchè Minuto Grosso gli diede su la voce notando:

— Lasciatela andare, eccellenza, che la buona femmina pare che abbia furia di andare a infornarvi il pane, e un altro figliuolo.

— Minuto! dubito che la stagione dei tuoi motti sia passata: per me penso che se la nostra causa sostenuta dal sangue più puro delle viscere del popolo avesse a soccombere, sarebbe segno che Dio ha ritirate le sue sante mani da questo mondo.

Rientrò il Paoli nella stanza, e chiusane diligentemente la porta si volse al cavaliere Valcroissant dicendo:

— Signor colonnello, se vi piacerà espormi il fine della vostra ambasciata, sono disposto ad ascoltarvi.

Il cavaliere attendeva ricevere lo invito di assettarsi; visto però che il Paoli prese a camminare su e giù per la stanza, non fu tardo ad imitarlo; intantochè essi si movevano su due linee parallele, il cane Nasone, messosi in terzo, si era cacciato nel mezzo regolando i suoi moti con quelli dei nostri personaggi. Il cavaliere, ch'era uomo dotto, non potè astenersi, a cagione dell'accompagnatura, di paragonare il Paoli con gli eroi dei tempi a mezzo barbari, come Evandro, Patroclo, Telemaco e Siface, che Virgilio, Omero e Tito Livio ci rappresentano inseparabili dai propri cani, e per la irrequietudine sua a Catilina, il quale, giusta quando avverte Sallustio, nè vegliando nè dormendo poteva star fermo un momento, tuttavolta con felice disinvoltura incominciò:

— Innanzi tratto permettetemi, signore, che io mi congratuli con voi, che col senno e la fermezza, che tutta Europa onorano, avete saputo ridurre i Côrsi dallo stato in cui vivevano a quello in cui oggi li vediamo....

— E li conoscevate voi questi Côrsi?

— I Francesi, che con la distanza di parecchi secoli visitarono l'isola, ci lasciarono ragguagli così copiosi come veridici.

— E adesso li conoscete voi questi Côrsi?

— Spero dimostrarvelo, signore. Il mio padrone e signore....

Il Paoli gli vibrò un'occhiata di traverso.

— Sua maestà il re di Francia voi sapete che va degnamente insignito di due titoli del pari gloriosi: uno lo possiede comune co' suoi antenati; l'altro glielo deferivano i popoli riconoscenti: desideroso sempre più meritarsi i nomi di cristianissimo e di beneamato, prese in matura considerazione la guerra secolare che lacera due illustri popoli, il Côrso e il Genovese, e poichè per esperienza propria ed altrui conobbe ormai disperato che tra loro potesse cadere termine alcuno di concordia, deliberò affrancare la Corsica dallo odiato governo della repubblica genovese. Se la Provvidenza non avesse riposte nelle sue auguste mani le forze della prima nazione del mondo, forse avrebbe comandato ai Genovesi sgombrassero da una contrada che non avevano o voluto o saputo nel corso di tanti secoli felicitare; e trovatili contumaci a obbedire, sarebbe ricorso all'ultima ragione dei re; la potenza sua unita in bello accordo con la magnanimità gli persuase partiti più blandi, volle risparmiare sangue cristiano, e la Provvidenza secondò il pio desiderio. La Francia, ricca abbastanza per pagare la sua gloria, con molto denaro acquistava il diritto di beneficare la Corsica; e così operando era mossa dal desiderio di appagare i voti secolari di questi popoli generosi, dacchè con grato animo essa rammenta che un giorno vennero ascritti alla famiglia dei sudditi di S. M., che sotto le bandiere francesi militarono, e per ultimo che anche nei tempi recentissimi manifestarono per mezzo di oratori e di istanze, non una volta, ma molte, il fermo proposito di essere chiamati a parte della naturalità francese. La Francia pertanto oggi senza ostacolo vi apre le braccia, e voi potete commettervici con effusione di cuore.


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