Chapter 13

Giacinto mio, obbedisci il signor generale come obbedivi tuo padre... (Pag. 222)

Giacinto mio, obbedisci il signor generale come obbedivi tuo padre... (Pag. 222)

Uniti alla Francia, di deboli diventate ad un tratto potenti; invece di temere le minacce dei nemici, sta adesso ai nemici a imparare la paura delle vostre; la Francia conosce le vostre piaghe e vuole e può ripararle: nuove strade si apriranno, saranno asciugati paduli, ponti eretti, l'agricoltura ricondotta in fiore, i commerci promossi; questa fortunata isola sta per diventare in mano alla Francia scala dei suoi traffici per tutto Levante, arsenale per le sue armate più acconcio dello stesso Tolone; per la copia dei suoi legnami cantiere privilegiato, per la moltitudine dei porti fidatissima staziona navale; i vasti golfi le accertano la scuola di marina quasi esclusiva; qui ufficiali sì civili che militari, qui prelati, e con essi le belle case, le splendide masserizie, l'urbanità, le arti del lusso, le feste. Stupendo a dirsi! Quello che la Francia con la fatica di molti secoli conseguì, voi altri Côrsi in un giorno, anzi in un'ora, acquistate; nè questo è tutto: S. M. cristianissima intende ancora sopra i suoi antichi sudditi felicitarvi; non mica che in lei, ch'èfonte di tutta giustizia, possa allignare parzialità, bensì perchè qui vede urgente riparare le ingiurie della dominazione altrui; a questo scopo divisa affrancare i Côrsi per trent'anni dal pagamento di qualunque imposizione o gravezza. E voi, illustre signore, che per l'egregie opere vostre meritaste che un principe barbaro mediante onorevole ambasciata vi palesasse l'alto concetto nel quale vi teneva, non maraviglierete certo se il re cristianissimo, ch'è quanta gentilezza vive nel mondo, per mia bocca vi partecipa la sua ammirazione e il desiderio di vedere con la presenza vostra onorata la Corte con ufficio degno, come sarebbe quello di tenente generale degli eserciti del re, o, se meglio vi aggradisce vita più tranquilla, rimette in voi la scelta della provincia di terraferma, dove vorreste andare governatore.»

Finchè il Paoli conobbe che questo discorso era per durare un pezzo stette quieto, o parve; mano a mano però che volgeva alla fine, il suo passo si fece più accelerato; gli s'infiammò la faccia, tremava; tuttavolta si contenne e socchiuse gli occhi per nascondere le faville dell'ira che quinci prorompevano. Tacque fin tanto gli fu possibile senza offendere l'urbanità; costretto per ultimo a parlare, con voce tremula incominciò:

— Signor colonnello, i miei complimenti per la vostra facondia: perdonerete le mie disadorne parole; rettorica non ci so mettere, e sapendo non ci metterei; studierò all'opposto di mostrarmi più schietto che per avventura la mia condizione non comporta. Orsù, il vostro discorso contiene due parti: la prima concerne la patria, la seconda me. Quanto alla patria, mi fate sapere che il vostro padrone ci ha comprato interi, terra e anima, come si acquistano poderi con le stime vive e morte; ovvero, che mentre l'Europa incomincia a vergognarsi per la tratta dei negri, S. M. cristianissima non prova ribrezzo alla compera dei bianchi: un'altra cosa vedo nei vostri discorsi, ed è che il vostro padrone, ottimo padre di famiglia, vi manda a pigliare possesso del podere acquistato, con facoltà di levare di mezzo imbarazzi col migliore mercato possibile...

— Signore, voi fate ingiuria...

— Colonnello, io non vi ho interrotto, adesso non interrompete me, e ricordatevi che il vostro signore e padrone non è il mio, anzi ponete addirittura che nessuno, intendete bene, nessuno sarà padrone del Paoli, eccetto Dio. Or via, supposto che siffatti traffici non sieno infami, che cosa ha potuto comprarsi dauna parte, che vendersi dall'altra? I Genovesi mentiscono quando vantano aver conquistato la Corsica, e di questo vi chiarirà il libro di Don Gregorio Salvini, che fece stampare in Oletta, e l'altro più breve di mole, e forse di argomento più notabile, di monsignor Natali, vescovo di Tivoli.[23]

Quale, non dirò pudore, ma conformità in voi? Ci aiutaste prima col sangue, con la pecunia, con armi a rompere il giogo aborrito della repubblica genovese, anzi ci mandaste per conforto a perseverare le bandiere col mottopugno pro patria; più tardi vi siete uniti con la repubblica genovese, e non risparmiaste nulla, nè anche delitti, per ribadirci al collo le catene di Genova; ora vi augurate esercitare la tirannide, auspice Genova, ma per conto proprio. Dio eterno, ma che credete voi che i popoli sieno la cavalla morta legata al piede di Orlando matto? Voi dite che ci volete felici, e cominciate intanto col rendere i Côrsi schiavi, me traditore. Certo, non vo' negarlo, costretti dalla necessità e mossi ancora dalla gratitudine, che nei nostri cuori facili a commuoversi esageriamo del pari che l'odio, ci proferimmo a voi, e voi ci accettaste e prometteste tenerci perpetuamente a parte del vostro reame; ma questo accadde, vi piaccia rammentarvelo, quando le forze di Carlo V, il più potente degl'imperatori dopo i Romani, mosse di Germania, di Spagna e d'Italia, minacciavano inondarci; comunque sia, noi ci demmo, voi ci accettaste; come ci teneste? Voltabili nella fortuna contraria, non fermi nella buona, appena credeste aggiustare i fatti vostri con vantaggio ci gettaste via a modo... a modo di donna, che butta là un ventaglio sgualcito. Un'altra volta ci proferimmo a voi, lo confesso, e fu quando intromessi pacieri tra Genova e noi, con gravità non so se più stupida o feroce, ci andavate avvisando: tendete prima il collo al rasoio, e poi aggiusteremo le cose! nè a noi giovava punto rispondere: Dio ve ne renda merito, morti una volta non vale medicina, che imperturbati voi nella medesima proposta insistevate; allora vi si proffersero i Côrsi nella guisa che il condannato, al cui arbitrio si lasci morire di laccio o di mannaia, sceglie la scure, sperando patire meno, e tuttavolta voi non ciaccettaste. Adesso voi volete dare ad intendere a voi stessi ed a noi che di questa razza uffici a voi conferiscano diritti, a noi obblighi? Senza ridere voi vi vantate benefattori, e noi sul serio ci confesseremo beneficati? Ah! colonnello, forti siete, perchè venti e più milioni legati ad un medesimo giogo tirano un monte, e non importa se trattisi di bestie o di uomini; ma quanto a ingegno, che nella solitudine può salire fino alla divinità, non presumete vincere le menti latine. Il vostro re ha sentito (voi lo accertate) pietoso ribrezzo di spargere sangue cristiano per costringere i Genovesi a vendere i Côrsi, ma pare non proverà scrupolo a versarlo a bigonce, caso mai i Côrsi repugnassero a confessarsi comprati. — Voi volete rendere i Côrsi felici; lo siete voi, signor colonnello, in casa vostra? Ah! voi pretendete guarirci mettendoci a parte dell'olio santo che già vi ha amministrato il prete?

— Signore, noi siamo potenti.

— Potenti? Sia; ma oltrechè la felicità di rado nasce dalla potenza, io talora credo che la potenza sia la fortuna in maschera: ad ogni modo se fortuna e potenza sono due enti diversi, io gli ho veduti spesso seduti al medesimo tavoliere passarsi alternativamente nelle mani il bussolotto co' dadi. Presumereste forse di avere preso a pigione la fortuna voi altri, frammento minimo della rovina romana? Colonello, io non ho, in fede mia, intenzione di oltraggiare la Francia; pure non crediate che noi ignoriamo quali rovesci condussero le paci di Utrecht e di Rastdat sotto Luigi XIV, che scambiò una candela col sole, e prima di morire la vide condotta al verde: avendo comandato troppo in casa altrui, finì col comandare appena in casa propria, quantunque affermasse l'opposto. Ditemi, la pace di Aquisgrana vi venne persuasa dalle vostre vittorie? Per la Francia non si bisbiglia che il vostro ben amato re si nabissi nello stravizio e nelle lascivie, meno per talento naturale che per sottrarsi al senso dei mali che il suo stato patisce? Voi non siete potenti, voi non felici, ma se io errassi, lasciateci stare; contentatevi dei doni della Provvidenza e non disturbate noi poveri grami. Noi non possiamo essere felici a modo francese, bisogna lo siamo a modo côrso; la vostra civiltà mi sa di acqua nanfa sparsa nella stanza mortuaria per coprire il fetore del cadavere fradicio; come si mariterebbe ella alla barbarie côrsa? E noi siamo barbari, e prego Dio con tutte le viscere dell'anima mia ci mantenga lungamente così; lavostra civiltà travasata tra noi riuscirebbe schifosa a vedersi come il vomito di pasto reale sopra un masso di granito. Perdonate la turpezza del paragone in grazia della verità. Il Côrso è superbo: prosuntuoso; ombratico, non patisce padrone, e non per tanto ha in uggia i vili; con lui ci vogliono esempi buoni piuttosto che leggi; onesti fatti e forti, non già parole dolosamente leggiadre; ad emendarli, appena bastano amore di padre, carità di fratello, e tanto tu hai ad adoperarci industria, che ammaestrandoli paia che da per loro trovino l'insegnamento; di pazienza non parlo, perchè qui ci bisogna troppo più di pazienza; in effetto non solo importa sopportare le ingiurie, ma per mantenersi in credito fingere che non te ne sia accorto nemmeno; la naturale superbia persuadendo il Côrso a non chiedere mai scusa, e al tempo stesso la sua rettitudine sforzandolo a compensarti il male che ti ha fatto. Ora lascio considerare a voi se i Francesi possono praticare queste ed altrettali provvidenze additate nel consorzio quotidiano co' Côrsi; e se, potendo, vorranno essi così impazienti, così superbi. Anco conceduto che voi poteste e voleste, tanto non verrete a capo di nulla, perchè non vi recate in mano la fiaccola della libertà, bensì la spada della forza. Ora che i Côrsi non vorrebbero stare nè anco in paradiso; e voi la libertà non amate, anzi offendete e perseguitate: miseri! che la libertà matura nel suo segreto la vendetta, e quando un giorno vi sentirete appetito di lei, i vostri petti spasimeranno accesi non di amore, ma di libidine, e la santa libertà da voi invocata con bramiti di belve non vi consolerà alito respirato dal creatore su la creatura, ma come furia vi si attaccherà alle ossa. Non istarà per voi che la libertà non si faccia detestabile quanto il dispotismo e più.

Il proposito nel Paoli di tenersi fermo alle regole del severo ragionamento era ito, tutto il suo ente pareva un mazzo di ferro che il fabbro cava arroventato dalla fornace; però di un tratto facendosi più mite riprese:

— Adesso resta a favellare di me; e da parte mia direte al vostro ministro che, innanzi di propormi i partiti discorsi da voi, egli doveva considerare se mi stimava ambizioso, se ambizioso od onesto; come avrei scambiato il governo di una provincia di Francia col comando supremo di un popolo? Come la libertà col servaggio, per lo meno con la soggezione? Se onesto, come spero, che tradissi il popolo che ho giurato difendere, e che difenderòfinchè mi basti l'anima? — Oh! fossi padrone del fulmine — perchè sghignazzate, signor cavaliere, e mi sporgete irridendo alle mie parole il volume di Plutarco? Lo so, lo so quello che volete dirmi. Non fu uomo al mondo, che affaticandosi per la libertà del popolo, non capitasse male: corre molto tempo, che mi sono ammannito anche a questo; però avvertite bene, con animo diverso di quello che supporreste voi, imperciocchè abbia considerato, che i nemici del popolo non si condussero a fine migliore, e i primi ebbero il conforto della pace dell'anima, i secondi le angosce del rimorso, la quale cosa non è pericolo capitale nelle ultime ore; finalmente i grandi benefattori come i grandi malfattori sopravvivono al sepolcro, ma questi alla infamia, quelli all'amore dei popoli pentiti e riconoscenti. Ora, per gli animi gentili non si conosce premio che superi questo in bontà, quantunque gustato da loro unicamente per via di presagio.

— Io non mi offenderò, rispose l'oratore di Francia, generale, delle vostre parole, ammiro le nobili doti dell'animo, anco quando paiono eccedere. Senza punto cancellare le cose, che già vi dissi, pregovi avvertire quanto altro brevemente vi dirò; la questione côrsa offre due aspetti, il primo esterno, il secondo interno. La vostra sagacia vi avrà a questa ora chiarito che gli stati d'Europa intendono estendersi, e bilanciarsi così per mare come per terra. La Russia mira allungare i piedi a Costantinopoli per iscaldarseli al sole: lo ha per testamento dello czar Pietro il grande; l'Austria suda acqua e sangue per mettere capo ai mari; lei tiene addietro la repubblica di Venezia, però è riuscita a ficcarsi nel ducato di Milano, e quivi sta nel mezzo d'Italia, come un topo chiuso in dispensa; lasciatela rodere, è il suo mestiero, da qualche parte bucherà: ma mettiamo da banda i casi remoti; ragioniamo degl'imminenti. Voi vedete Francia e Inghilterra, emule eterne, ed io credo meno per volontà che per necessità provvidenziale: adesso riposano non amiche, bensì come gladiatori stanchi di combattere, che la Inghilterra aspira al dominio dei mari, massime del Mediterraneo, come quello che fu e tornerà un giorno ad essere la fiera dove hanno a concorrere la più parte dei popoli del mondo: di già ella si è presa Gibilterra, occupò porto Maone unico per sicurezza a giudizio universale dei marinari; le coste africane furono un dì municipî fiorentissimi dei Romani, anche i Crociati le tennero, Carlo V tentò farsele soggette, e riuscì in parte; l'Egitto ci offre la strada più spiccia, comunquedisusata, di penetrare in Asia: questi ed altri concetti mulinano nella mente degli uomini di Stato, e secondo l'opportunità colgono il destro di allungarci la mano. La Francia non può dunque patire che la Corsica barcolli in mezzo al mare come caicco senza padrone in pericolo di venire in potestà del primo occupante: o bisogna che la pigli, o la lasci pigliare; e tra i due partiti non si domanda quale le garbi di più. Repubbliche di san Marino non possono reggere su i mari, e se mi opponete Malta, io vi dirò che vive sì, ma come la lodola perseguitata dal falco; in meno di venti anni Malta diventerà una gemma della corona di Francia.... o d'Inghilterra; ma questa parmi più difficile. Non vi potendo sostenere da voi, qual senno vi persuade a rigettare la offerta, che vi chiama a parta delle fortune di un popolo grande, a voi di lunga mano conosciuto, e se non concorde, nemmeno da voi affatto disforme? — Pensateci. Circa all'interno, vi ho detto che conosceva i Côrsi; intendo provarvelo adesso. Non in tutti vive un animo solo: anche i popoli che avete nelle mani procedono con voglie divise; nei presidii vi si professano avversi, e da ogni parte, compreso l'interno dell'isola, fioccano suppliche di omaggio in corte di Francia a fine di non essere ultimi alla pioggia dei regi favori. Cupidissimi noi proviamo i Côrsi, è di ogni lavoro nemici giurati: degli agi e delle vanità del lusso insaziabili, ma questi agognano come regalo di favore, non come premio della fatica; col governo intendono guadagnare, non già fargli le spese; la libertà, che non paga, ed invece vuol essere mantenuta, incomincia a riuscire sazievole all'universale. Sono parecchi anni che vedono la faccia di Luigi, e per quanto so ci spasimano di amore davanti, perchè la è faccia di oro, che costa ventotto lire di vostra moneta. Ah! signore, voi vi credete circondato da eroi, e lo siete da traditori.

— Oh! non è vero.

— A Dio non piaccia che dobbiate farne amaro sperimento. Intanto voi non avete provvisione di danari, non di vettovaglie, pochissime le milizie stanziali, le altre, comecchè valorose, certo non disciplinate, ed incapaci a sostenere gli sforzi dei veterani di Francia: di artiglierie grosse scarsi, di minute al tutto manchevoli, non ospedali, non chirurghi. Ora posto che in uno scontro, che in due, possiate avere il disopra, credete in coscienza sgararla coi Francesi, i quali se favoriti dalla fortuna vi opprimeranno di un tratto, se contrariati s'infiammeranno di furore,non consentendo, nè savi nè matti, di apparire vinti al cospetto del mondo da una mano di montanari. Cogliete l'occasione, signore; adesso nello accordo potere mettere un po' di volere; più tardi non vi rimarrebbe che a obbedire.

— Quanto a me state certo che non obbedirò: ma se veramente ci ama la Francia, laddove arrivasse ad accertarsi i profitti che desidera, perchè si ostina a levarci la libertà? Ci diventi protettrice; accordiamoci con un trattato in virtù del quale sia lega perpetua fra noi; per continuare la vostra similitudine, se non può lasciarci barcollare come caicco senza padrone, ci attacchi dietro alla sua nave, ma non ci faccia passare per occhio sfondandoci senza misericordia: le condizioni dei mutui commerci e dei mutui uffici ella detti, e noi le accoglieremo con gratitudine, adempiremo con fedeltà. Il duca di Choiseul mi scrive che non manda milizie in Corsica ai nostri danni, e intanto incomincia a rompere la tregua prima dello spirare del termine: non intende recarci ingiuria, e alla sprovvista assalta ed occupa quanto paese più può; corrompe, e la corruzione mi butta in faccia come argomento di servitù da parte nostra, di dominio da parte sua; compra pugnali e poi cerca atterrirmi con le minacce del tradimento.

— Signore, a me non fu conferito mandato di proporre o di accettare leghe, nè la Corsica si trova in termini di presumere di avere per confederato il re cristianissimo.

— Ho capito; quanto a me il mio avviso vi fu manifesto: adesso l'obbligo mio sta nel sottoporre la proposta vostra alla Consulta, che fra pochi giorni si adunerà qui in Corte: se vi piace, potete fermarvi a sentirne la conclusione.

— Lo credo inutile, perchè la gente chiamata sarà a voi pienamente devota, e voi le saprete persuadere di leggieri quanto vi piace.

— V'ingannate; come capo di governo l'obbligo mio consiste nello esporre la proposta e nulla più. Non mi si concede parlare pro o contro di quella; anzi la legge mi ordina uscire dalla sala mentre accadono i dibattimenti e la votazione. Importa a me più che a voi conoscere se i Côrsi intendano sinceramente respingere od accettare le proposizioni della Francia.

— In questo caso rimarrò,

— Vi manderò a stanza nel convento dei Francescani, e spero ve ne chiamerete contento; ci manderò guardie per onore e tutela:se desiderate guida vi darò il più giovane dei miei segretari, giovane d'ingegno svegliato e di modi gentili.

Qui reiterati da una parte e dall'altra i complimenti, il Paoli ordinò ai comandanti Serpentini e Morati conducessero l'oratore di Francia alle stanze del convento dei Francescani, gli ponessero guardie, procurassero tenerlo con ogni maniera di cortesia bene edificato; a Matteo Masessi commise andasse, finchè il cavaliere stesse in Corte, ai servizi di lui.

Il lettore avrà notato, come la baldanza del Paoli nella seconda parte del colloquio col colonnello francese scemasse, e questo accadde perchè gli fu messo il dito dove gli doleva: infatti appena il colonnello ebbe posto il piede fuori delle stanze, egli con tutte e due le mani si strinse il capo esclamando:

— Pur troppo! Oh! perchè consentii la tregua quadrienne coi Francesi? Perchè permisi i mercati settimanali dei paesani con loro? Di questo fallo io temo mi abbia a chiedere severo conto Dio; ignorava forse che a mo' delle arpie i Francesi dove toccano contaminano?

Poi quasi per divertire la mente da angosciose considerazioni chiamò il segretario fra Bonfigliolo, commettendogli introdurre la gente rimasta ad aspettare la udienza. Qualcheduno fra gli antichi afferma, Socrate avere sentenziato, che l'uomo virtuoso in lotta con l'avversità offre spettacolo degno degli Dei, ed è a mio parere troppo fiero giudizio; piuttosto mi sembra degno questo altro, che lo sgomento delle anime forti così comparisce pieno di spasimo e di passione da meritare che Dio lo sollevi con prontissimo aiuto.

E veramente allora parve che le cose passassero come ho avvertito, imperciocchè il frate Bonfigliolo mise dentro di un tratto frate Casacconi, Alando, Giocante, il signor Boswell e il Giacomini di Centuri, i quali tutti venivano per faccende comuni, sebbene poi non mancassero averne delle speciali a ciascheduno di loro.

Il padre Bernardino, comecchè più innanzi degli altri negli anni, avvezzo a lasciarsi trasportare dal sangue saltò al collo del generale, e gl'innondò la faccia di baci e di lacrime, intanto che con frasi rotte diceva:

— Benedetto! Benedetto! Tu non mi conosci, ma ti avrà parlato di me quel galantuomo di tuo padre Giacinto: noi altri vecchi abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, ma se voi altri giovaniopererete meglio vi batteremo le mani, non ne dubitate vi batteremo le mani.

— Noi non avremo mai la presunzione di vincere i nostri padri nell'amore della patria, contenti di poter dire anco noi un giorno: abbiamo fatto quello che abbiamo potuto; sta alla Provvidenza coronare di lieto successo gli sforzi degli uomini.

Queste cose furono discorse con voce così solenne, accompagnate con gesti tanto dignitosi che fra Bernardino, quasi smarrito, si sentì come costretto ad aggiungere:

— Spero, signor generale, che non avrete preso in mala parte la libertà che si è tolta con voi un vecchio amico di vostro padre!

— Mala parte! Sì certo, e di ciò parleremo più a lungo sta sera a mensa, perchè l'amico paterno è giusto che non abbia alloggio fuori della casa del figliuolo del suo amico. Intanto perchè venite così tardi?

— Figliuol mio, prima perchè mi hanno tenuto prigione, poi perchè scappato ho fatto a dire: vecchio e solo qual mai profitto potrai arrecare al tuo paese? Allora mi sono dato a mettere insieme alquanti religiosi dei buoni, e gli ho menati meco disposti ad usare la parola dell'evangelio in pro' della libertà, ed anche un zinzino la schioppetta.

— E forse un po' più la schioppetta che la predica? domandò il Paoli sorridendo.

— Eh guà! potrebbe anche darsi — rispose il frate stringendo li occhi mentre i peli della barba su i labbri gli si movevano a guisa di ale.

— E voi, signori, chi siete?

— Eccellenza, io sono Altobello Alando...

— Ah! io vi aspettava... ma vostro zio sarebbe forse morto, che non lo vedo con voi?

— In letto...

— Sta bene, non poteva essere altrimenti: morto o infermo... sangue di Alando non può fallire; spero non sia grave la sua malattia.

— Per ora no, ma incurabile, perchè frutto degli strapazzi e degli anni. Queste sono lettere, che vi manda, e con esse questa tenue offerta, che gli serva come prezzo del cambio.

Il generale lesse la lettera, e mutò, per la commozione, di colore più volte; poi preso il danaro depositato da Altobello sopra la tavola lo porse al segretario dicendo:

— Padre Guelfucci, consegnerete questo danaro al tesoriere ordinandogli che noti su i registri il nome di cui lo manda, e la causa per la quale è mandato: ancora scriverete lettere circolari ai parroci perchè nella domenica prossima bandiscano dai pulpiti il fatto ai popoli. — Questi sono i nostri diarii, signor Altobello, e mi paiono sopra gli altri onorevoli: non costano nulla, e le bugie, e le calunnie, e le frodi per ordinario peritandosi di entrare nella casa di Dio rimangono sulla porta.

— Vi chiedo licenza, signor generale, di presentarvi questo mio amico Giocante Canale; esso non seppe resistere alla vostra chiamata, amico non volle dividersi dall'amico: egli era tenente alla compagnia di cui io stava a capo come capitano.

— Datemi un abbraccio, Giocante: la vostra venuta mi fa bene più di quello che non potete credere; qui non vi è penuria di fatiche, nè di officii, io vi terrò entrambi presso di me, voi in grado di maggiore, Altobello, e voi, Giocante, capitano: io ho bisogno di officiali esperti: dentr'oggi vi faremo spedire la patente. Voi, signore, siete inglese? Qual grazia vostra o merito di noi vi conduce ospite in questa povera isola?

— Signor Paoli, nato libero, amo la libertà; di voi e dei vostri udii parlare con diversa sentenza, volli venire a sincerarmi da me stesso se voi eravate un bandito o un eroe: quanto ho visto mi basta, e me ne avanza per andarmene pienamente convinto che voi siete un rispettabile... un molto rispettabile... un rispettabilissimo gentiluomo in verità. Però concedetemi ch'io vi stringa la mano, e dimani me ne torno a casa.

— Anzi rimanete, perchè di molte cose ho da parlarvi, le altre molte mostrarvene.

— Questo è una copia di testamento, disse fra Bonfigliolo.

— Leggete su, ordinava il Paoli, e quegli:

— In nome di Dio. Amen....

— Correte via alle disposizioni.

—Jure legati, o come meglio, lascio a S. E. il generale Paoli quale rappresentante della nazione côrsa tutto quanto la mia casa apparirà creditrice per provviste da guerra e da bocca da me spedite al governo della Corsica fino dal principio della guerra contro i Genovesi. — Item, lascio al prefato generale Paoli, sempre nella sua qualità, tutte le provviste sia da guerra che da bocca, che si troveranno in essere al tempo della mia morte nei magazzinimessi a bordo senza spesa. Item lascio al medesimo generale Paoli il mio orologio; se fosse una corona non gliela lascerei, perchè sarebbe un presente indegno di uomo libero, ed egli la butterebbe via. Nella universalità degli altri miei beni, veruno escluso nè eccettuato, instituisco erede Tiburzio Giacomini di Centuri mio nepote, al quale faccio invito, e in quanto occorre comando, di recarsi a Livorno, e continuare il traffico della mia ragione, industriandosi favorire come ho fatto io con l'opera, col consiglio e co' beni la libertà della patria. A guerra finita, se, come spero e desidero, col vantaggio della Corsica, liquidi ogni suo interesse, e convertiti gli assegnamenti in danaro cessi la mercanzia, e si faccia agricoltore: in cotesta occasione porterà seco le mie ossa, e le seppellirà a piè dell'olmo davanti casa dove la gente va a meriggiare, e la sera a prendere fresco; se (e questo Dio non voglia) la Corsica avesse a cascare sotto la dominazione straniera, allora venda le terre e le case di Corsica e pigli stanza fuori; mi lasci stare dove mi troverò, perchè mi sembra che a me morto non darebbe meno uggia dormire nella patria schiava che a lui vivo strascinarvi la vita.

— Padre Bonfigliolo, anco lui, anco lui mettete nella Circolare ai parroci; senza mancare di reverenza ai santi antichi mi sembra, che su gli altari ci possano stare anco questi. Che ne dite, padre Bernardino?

— Veramente bisognerebbe aspettare la canonizzazione da Roma; ma non fa caso, perchè quando Roma o non vorrà o non potrà salutare come santi quelli che amarono la patria, io credo che anch'ella potrà fare il suo testamento.

— Bene, bene, benissimo! esclama ad alta voce il Boswell, e tosto gli occhi di tutti gli astanti gli si voltarono contro corrucciati; egli a ciò non badando riprese: se mi cedete cotesta lettera io vi darò in compenso cento... anche centoventi.... forse.... quando non possa farsi a meno, centocinquanta lire sterline....

— Signore... interruppe il Giacomini battendo di un piede la terra; ma il Boswell imperturbato continuò:

— Io metterò in quadro cotesta lettera e l'attaccherò al muro nella Borsa di Londra perchè i mercanti inglesi, anzi tutti i mercanti del mondo la leggano, e si vergognino, o meglio ancora la leggano e imparino ad imitare il cittadino Santo Giacomini.

Allora lo sdegno cessò come vela al cessare del vento, e gli sorrisero benevoli.

Il Giacomini in quel punto colse il destro per favellare: modestissimo uomo era costui, e appena ardiva sollevare gli occhi, sicchè arrossendo disse: — Signor generale, mi sono mosso da Centuri per confermarvi colla mia bocca sentirmi disposto a soddisfare con tutto il cuore i desiderî del mio signore zio, che Dio abbia nella sua misericordia; siccome mi sembra che la faccenda stringa vi prego parteciparmi i vostri comandi anche subito, che senza indugio col vostro beneplacito mi avvierò a Livorno.

— Non prima di domani; per questa sera albergherete qui meco, s'intende che anche voi, signor Boswell, farete lo stesso; di ciò vi prego — e sorridendo aggiunse — e vi consiglio di non ricusarlo al barbaro capo di tribù selvaggie. Altobello spero non mi appiccherà lite perchè io gli rubi l'ospite — e qui strettogli tra il pollice e l'indice un bottone della veste lo tirò dolcemente in disparte bisbigliando: capirete quanto necessiti tenerci questi signori bene edificati.

— Anzi, rispose Altobello, voi mi levate dal più grande impiccio che mi sia venuto addosso dacchè sono al mondo, — e visto il generale che si turbava un cotal po' a siffatto strano discorso, fu sollecito a dire: sul quale proposito importa ch'io vi parli subito subito, e in segreto.

Il generale, accommiatata la gente che gli stava dintorno coi modi più urbani che si addicono a perfetto gentiluomo, rimase solo con Altobello: allora questi gli espose per filo e per segno quanto dopo il suo arrivo gli era accaduto col fratello Mariano; la vergogna sofferta, e l'ira che repressa per decoro della famiglia sentiva in procinto di prorompere: dall'altra parte lo combatteva la paura di affliggere quell'angiolo di sua madre più che non era già afflitta, e il pensiero si avesse a propalare la infamia del fratello con iscapito di reputazione della onorata sua stirpe. — Questo racconto mise i brividi addosso al generale, che troppo bene sapeva la miseria di Mariano, ma ignorava, atteso la prudenza della madre, che egli fosse arrivato a tale estremo di ribalderia: si strinse, come costumava nei casi gravi, con la manca mano la fronte, e poi con la solita veemenza parlò guardando l'orologio:

— Avanza tempo, per aggiustare anco questa, nè la giudico tale da patire dimora. Altobello, volete rimetterla in me?

— Io l'ho fatto a posta; e voi mi userete non solo piacere, ma carità se comporrete questa lite, che minaccia fine ben triste.

— Va bene; scrivete — e gli dettò, tuttavia passeggiando, un compromesso nelle regole, col quale gli conferiva facoltà di decidere le differenze insorte tra lui e il suo fratello Mariano, senza strepito come senza forma di giudizio, con la renunzia allo appello, e a qualunque altro rimedio, o piuttosto veleno, inventato dai legali per fare scontorcere il litigante, finchè gli basti un filo di vita nel corpo. Compito che fu gli porse un libro aggiungendo: — ritiratevi là nella mia camera da letto, e lì rimanete finchè io non vi chiami: intanto voi potete leggere; sono tragedie di un conte piemontese, che parlano e molto altamente di patria e di libertà; certo le quercie partoriscono limoni, ma tanti miracoli ha offerto ai nostri occhi il secolo, che non ci può fare maraviglia nè anche un conte piemontese che predichi libertà.

Altobello ridottosi nella camera prese a scartabellare il libro; su le prime rimescolato, dirò anzi più, inferocito dalle parole rotte, dai contorcimenti delle frasi convulse e dallo strepito del verso piacevole quanto la grandine schioppettante su i vetri, stette per gittarlo fuori dalla finestra, ma non lo fece, tornò quasi a marcio dispetto a rileggerlo, e a mano a mano, dimenticata la scorza inamabile, il concetto insinuatosi nella sua mente la vinse, e l'agitò in guisa, che incapace di starsi più oltre seduto, egli prese a correre di su e di giù per la stanza, a fare gesti da spiritato e mettere urla da chiamare gente sotto le finestre.

— Che diavolo fate? gli domandò ad un tratto il generale sporgendo il capo dentro la stanza dalla porta semiaperta — voi mi mandate all'aria tutta Corte.

— Chiedo perdono. Questo benedetto conte mi caccia l'argento vivo nel sangue.

— Lo fa anche a me, ma non alzate la voce, tra poco sarà qui vostro fratello Mariano, che ho già mandato a cercare, nè vorrei che vi sapesse in casa.

— Procurerò leggere piano, e se non mi riesce chiudere il libro.[24]

.... ma giunto alla presenza del Paoli, che lo guardava fisso, colle maniche della giubba si asciugò il sudore, col rovescio della mano il naso, che poi si strofinò dietro ai calzoni. (Pag. 240)

.... ma giunto alla presenza del Paoli, che lo guardava fisso, colle maniche della giubba si asciugò il sudore, col rovescio della mano il naso, che poi si strofinò dietro ai calzoni. (Pag. 240)

Mariano non istette guari a comparire; brutto fu sempre, adesso poi piuttosto laido che brutto, imperciocchè gli crescessero deformità la paura di un pericolo che gli pareva respirare nell'aria; ei venne con le vesti lerce e rattoppate, le calze bracaloni, e in ciabatte; con la coda dell'occhio ora si guardava a destra ora a sinistra; le mani aveva in tasca, ma giunto alla presenza del Paoli, che lo guardava fiso, ne cavò la destra e con la manica della giubba si asciugò il sudore, col rovescio della mano il naso, che poi si strofinò dietro ai calzoni: per ultimo costretto a parlare, osservando il Paoli ostinatamente il silenzio, incominciò:

— Signor generale... e avaro di parole come di ogni altra cosa si tacque.

— Buona sera, signore Mariano; vi ho mandato a chiamare per affari che vi spettano — Me? — Per lo appunto; il vostro signor fratello mi ha messo a parte di quanto gli è accaduto dopo il suo ritorno nella casa paterna.

— Perchè gli avete dato retta?

— Io gliel'ho data — rispose il Paoli lampeggiando col guardo, pensando allo scandalo che avrebbe mosso nel paese il sentire che al soldato accorso a spargere il suo sangue per la patria era stata chiusa la porta in faccia della sua casa; — gliel'ho data perchè la lite fra due fratelli a cagione del retaggio paterno è pessimo esempio a popolo che mi affatico temperare a sensi di virtù; — gliel'ho data perchè i dissidii per averi, ordinariamente gl'incomincia l'avarizia, e li termina l'assassinio, massime tra fratelli; — gliel'ho data perchè straziandovi con ispese di giudizii, se il vinto piangerebbe, il vincitore non avrebbe motivo di ridere.

Di tutto questo discorso la parte che trovò la via del cuore a Mariano fu quella delle spese; onde quasi atterrito rispose, — ma o le spese, che ci erano ai tempi dei Genovesi, non furono tolte via? A che cosa è buona questa libertà se ci tocca a spendere comeprima? Inoltre, o come ci entrano spese se possiedo i miei contratti in regola?

— I contratti non salvano sempre, anzi quasi mai, dalle liti; i legali sanno sforacchiarli con mille malizie, a mo' di esempio appuntandoli di lesione, di simulazione, di errore, di violenza, di frode; sentiamo un po' in virtù di qual contratto voi possedete il retaggio del vostro fratello?

— Di compra e vendita; a titolo oneroso, anzi onerosissimo, perchè io gli pagai la sua parte due cotanti più che non meritava.

— E questo prezzo pagaste a lui proprio?

— A lui no, al suo procuratore, ma voi signor generale, mi insegnate che torna lo stesso.

— Ed era il suo procuratore? — Prete Stallone, quel santo uomo, quel degno ecclesiastico. — E il fratel vostro aveva nominato egli questo suo procuratore? — Veramente non lo elesse costui; la procura era a nome mio, ma contenendo facoltà di surrogare, io lo sostituii a me nella procura, e voi m'insegnate, che non poteva fare a meno dacchè il compratore dei beni del fratello era io stesso.

— E a prete Stallone pagaste il prezzo?

— Giusto! un po' con la dote della moglie, un po' coi danari accattati in presto, che mi costano un occhio.

— Immagino ci sarà ricevuta. — Sicuro; nel contratto medesimo, perchè io sborsai la moneta alla presenza del notaro e dei testimoni. — Dico ricevuta di vostro fratello. — Eh! questa avrà... questa deve avere prete Stallone; voi mi insegnate che questa ricevuta non mi riguarda. — Ma se prete Stallone non avesse la ricevuta? se prete Stallone gli avesse truffato il denaro? — Ohibò quel santo uomo? Quel degno ecclesiastico? — Certo la supposizione sente del temerario; pure sapete, anco i santi peccarono; ad ogni modo si procede per via di supposizione: immaginiamo dunque che il prete avesse truffato il danaro, sapete voi a qual cimento si sarebbe esposto costui? — Che volete che io sappia? — Sappiatelo dunque; egli se ne andrebbe in galera dopo quattro o sei ore di gogna! — Un religioso! Un prete! — La legge, proseguì il Paoli con voce terribile, non guarda in faccia nè a preti, nè a frati; e la santità dell'abito deve essere stimolo alla virtù, freno al delitto, non causa di esenzione alla pena meritata; il prete tutto che prete andrà in galera, nonprima però di provare qualche strappatella di corda, affinchè confessi i complici della truffa, — caso mai ci fossero complici.

Mariano tornò ad asciugarsi il sudore con la manica del vestito.

— Però, riprese egli, voi sapete, eccellenza, che non è concesso mandare un uomo alla fune se non concorrono gl'indizii;ad torturam, e qui non ce ne possono essere. — Mariano, volete che io v'insegni una cosa della quale vorrei voi faceste senno? compromettete in me la vostra lite col fratello, ed io la deciderò in famiglia senza scandalo, e sopratutto senza spesa; avrò a sportula gratissima e desideratissima la conservazione della fama di una famiglia come la vostra.

— Signore! io possiedo i miei contratti in regola; ora come ci cade arbitramento?

— Su tutto si disputa: volete o no compromettere in me?

— Io non dico.... io non ricuso assolutamente di compromettere; ma che vi pare, non ho ragione io? — Se devo essere giudice, voi capite, Mariano, che non posso aprirvi l'animo mio; perchè se il lodo confermasse il parere dato, equivarrebbe contro tutte le regole di giustizia a sentenza già conosciuta; o lo contraddicesse, e allora non andrei immune dal rimprovero di cervello leggero, o forse di coscienza prevaricatrice. — Sicuro... Sicuro! Tuttavolta voi m'insegnate, che senza tradire la coscienza il giudice in via privata può benissimo dare ad intendere... in certo modo da qual parte propenda l'animo suo... non già che questo sia obbligo... molto meno contratto... vorrei che mi capiste. — Io vi ho capito benissimo, e penso che questa vostra distinzione tra giudice e privato non abbia luogo, tuttavolta voglio contentarvi, e alla ricisa vi dichiaro che se le cose stanno come le contate voi, avete ragione da vendere.

— Io l'ho sempre detto, che voi per la Corsica sietehomo missus a Deo; peccato non vi chiamiate Giovanni. Adesso bisognerà vedere se ci vuole stare Altobello. — A questo io l'ho già disposto. — E sopratutto importa comporre il compromesso in modo che non si lasci adito a scappatoie, e di un sol colpo tagli la testa al toro, perchè voi m'insegnate... — Io non potrei insegnarvi cosa, che voi non sappiate più e meglio di me; ecco qua il compromesso; io ho procurato insinuarci tutte le clausole più estese; nondimanco voi esaminate se vi paia a dovere; avvertite ancora che, a scanso di arzigogoli, feci che il signore Altobello lo scrivesse tutto di suo carattere.

Mariano lesse e rilesse la carta: — e' sta a pennello, — finalmente disse, e presa la penna, la quale tenendo sospesa aggiunse: — dunque vi pare che io abbia proprio ragione?

— Vi ho detto, e vi ripeto, che se le cose stanno come me le avete esposte voi, la ragione è vostra.

— Eccovi il compromesso firmato; adesso vado a pigliare i contratti.

Mariano uscendo disegnava, è vero, recarsi a casa per cercarvi i contratti, ma voleva provvedere in un punto ad altra faccenda della quale tacque, e questa era di consigliare prete Stallone a svignarsela mettendosi al soldo dei Francesi come spia; gli troncò la pensata il Paoli, che mettendosegli traverso alla porta disse:

— Dove andate? — Vado per le carte. — Non importa; rimanetevi: padre Guelfucci!

Il servita segretario subito comparve, e il generale gli disse: — siatemi cortese di recarvi al convento di San Francesco, e pregate il padre guardiano, che per amor mio voglia venire fin qui portando seco la immagine miracolosa del Crocifisso che si adora all'altare dei santi Pietro e Paolo. Voi signore Mariano, intanto che Cristo viene, potete impiegare il tempo utilmente leggendo questo volume — e gli pose in mano la istruzione criminale dove venivano descritti i delitti e le pene con le quali si vendicavano. Il Paoli sempre passeggiando prese ad esaminare un fascio di fogli annotandoli con lapis velocissimamente sui margini. Il guardiano non venne, bensì reputò bene confidata alla religione del padre Bonfigliolo la immagine miracolosa del Crocifisso; il Paoli ordinò al frate che la scoprisse, e depositasse sulla tavola, poi gli fece cenno che andasse via. Chiusa la porta, chiamò:

— Altobello di Alando, comparite davanti il giudice.

Altobello uscì dalla stanza palpitando per la commozione ricevuta, e per quella che stava per ricevere. Il generale in piedi, con una mano sopra la immagine, solenne negli atti e nel suono della voce severo, favellò:

— Mi vergogno, ed ho ribrezzo a rammentare, come faccio, a due côrsi, figliuoli della più illustre casata dell'isola, giuramento che sia e che cosa importi: mi scusi presso voi l'ufficio di giudice. Il giuramento è atto solenne in virtù del quale invochiamo Dio in testimonianza della verità delle nostre parole: allo spergiuro per legge divina spetta nell'altro mondo l'inferno, in questo per legge umana la galera. Altobello, giurate di non aver mai ricevutoda veruna persona in tutto nè in parte il prezzo dei beni da voi posseduti per eredità paterna.

— Lo giuro.

— Ora a voi, Mariano, giurate aver pagato il prezzo di questi beni a persona, o a persone, al fine che lo facessero pervenire nelle mani di vostro fratello a Venezia.

— Vi chiedo perdono, signor generale, non già che mi metta paura giurare, che non un giuramento io posso prendere, ma mille, bensì per non pregiudicare i miei diritti vi osservo, che i contratti parlando chiaro per me, io non devo essere obbligato a giurare. Io non farò il torto di credere che il figliuolo di mio padre abbia giurato il falso, no davvero, ma in fine di conto se prete Stallone si è mangiato il danaro che ci ho a fare io? Quanto a me basta avere eletto a suo procuratore un uomo reputato generalmente onesto, e prete Stallone è tale, e per di più prete.

— Voi dimenticate i termini del compromesso; io sono facoltato a procedere come meglio mi parrà senza obbligo di osservare forma alcuna di giudizio.

— Io non lo nego, ma voi siete per insegnarmi che qui non si tratta di forma, o vogliamo dire di procedura, sibbene d'jure, ovvero di sostanza.

— Io sono per insegnarvi, che l'uomo onesto non fa scudo della sua probità un pezzo di carta, ed invitato a porgere testimonianza in qualsivoglia modo della rettitudine delle opere e parole sue, lo fa con animo volenteroso e fronte serena.

— Dunque voi volete che giuri?

— Di avere pagato il prezzo dei beni di vostro fratello a persona o persone col fine che glie lo recassero a Venezia.

— Lo giurerò.... e levata la mano già la calava sul Crocifisso, e le sue labbra già componeva all'atto di pronunziare le parole sacramentali, quando Altobello con la manca fermatogli il braccio, e con la destra aperta turatagli la bocca gridò:

— Sangue di Alando!... e sottovoce aggiunse: — le ossa di nostro padre! — poi comecchè disfatto in volto, e per le membra tremante, disse con voce pacata:

— Signor generale, giusto adesso mi venne in mente come persone degne di fede mi abbiano accertato che questo mio fratello pagò veramente il prezzo dei miei beni al prete Stallone; certo questi non mi fece pervenire mai uno scudo del denaroriscosso, forse lo tiene in serbo; forse gli fu portato via, ad ogni verso questo è negozio che distrigherò col prete, onde non merita che ne pigliate altra briga, pregandovi frattanto a perdonarmi il disturbo che vi ho dato fin qui; dichiaro che la lite quanto a noi è finita.

Il Paoli, come colui che ormai non poteva più frenare l'impeto dello sdegno, abbrancato Mariano, e scotendolo forte gridò:

— Chi è che nega la trasmigrazione? Ecco qui la prova che nel costui corpo trasmigrò l'anima di Caino: no, no... questa sarebbe troppa cosa per lui: Caino fu fratricida, ma non si legge che rubasse la sussistenza al suo fratello a tradimento, sarà l'anima di Giuda, o di altro anco più tristo. Queste infamie non si hanno a tollerare; e qui meno che altrove: ringrazia il tuo Dio che non ti posso giungere senza ferire lo immacolato onore della tua famiglia. La mia sentenza è questa, che io procurerò ridurre in forma legale; entri Altobello nel possesso di tutti i beni Alando, e gli usufrutti interi per tanti anni quanti li tenne il suo indegno fratello, spirati questi torni Mariano a possederne la metà; ciò varrà meglio di un rendimento di conti che sarebbe scandalosamente ladro. Tu, Mariano, sgombrerai da Corte, e ti ridurrai a vivere nel procoio di Biguglia, che ti costituirono in dote quando conducesti in moglie la infelicissima donna, che hai imbestiata. Danari, bugiardo, tu non avesti da lei nè accattasti d'altrui; quivi rimanti fastidioso a te, abominato da tutti. La peste, allorchè non possiamo estinguere, vuole essere isolata. Il giorno di domani non ti ha a vedere in Corte, e bada che il Paoli non usa replicare i comandi più di una volta: ora levami il tuo odioso aspetto davanti agli occhi.

Mariano rimase sbalordito; uscì facendo angolo coi ginocchi, e strascinando i piedi così, che l'uno urtava dentro l'altro: tanto era il suo terrore che non ebbe balìa non di profferire, pensare nè manco ad una imprecazione: entrato in casa si mise a sedere su la cenere del camino come una cosa balorda, e alla moglie, che gli strillava dintorno: — che hai? che hai? non rispondeva, e forse non la sentiva. Ad un tratto dandosi un pugno nel capo urlò:

— Presto, scappiamo, che non mi abbia a mettere le mani addosso; presto, bisogna scansarci...

La donna spaventata rispose accorrendo alla finestra col grido: — al fuoco! al fuoco!

— Taci là, scema, il tuo cognato non ieri sera come fingeva, ma oggi mi ha portato doni veramente fraterni; si è messo di accordo col Paoli, già i birboni s'intendono all'odore... come i cani, e adesso mi trovo condannato ad esiliarmi da Corte prima di domani, e a lasciare i miei chiusi, le mie terre e le mie case in podestà di Altobello: ma giuro alla Immacolata, tal bove crede andare all'aratro, e va al macello, e la somma si tira a fine del conto. Orsù, donna, io vado pei muli; forse mi acconcerò con quelli che hanno menato qui Altobello; chi mai lo avrebbe creduto che avessero a condurre lui, e levare me! Dovrebbero pretendere poco perchè sono muli di ritorno, e il ragazzo pare fidato. Ora fa tosto, donna, e metti insieme il buono e il meglio da caricarsi sopra le bestie.

E borbottando uscì. La donna dalla crudele miseria del marito era rimasta così percossa nello intelletto, che ormai aveva perduto il giudizio intorno alla diversa importanza delle cose. Appena costui si fu allontanato, prese un sacco e con quello alla mano incominciò a rovistare per la casa: ci mise dentro il mazzo dell'esca, la matassa degli stoppini, non omesso quello che aveva mezzo consumato, un mozzicone di candela di sego, non so che trucioli, e alcuni pochi cannelli di carbone; poi stovigli, su gli stovigli labatteriareligiosa, la palma e l'olivo benedetti, l'agnus dei, un Gesù bambino di cera, e una sant'Anna visitante la Madonna accartocciata, per ultimo un gatto e una gallina. Buon per tutti che il gatto e la gallina erano conoscenze antiche, e ognuno di loro, nella propria specie, d'indole angelica: altrimenti Gesù o sant'Anna avrebbero avuto un saggio della pena ordinata dalla legge pompea su i parricidi. Pieno un sacco, diè di piglio a un altro dove mise chiodi, spaghi e sciarpe di ogni maniera. In questa rientra Mariano, e vista la squisita diligenza della massaia, tanta ira lo assale che avventandosele contra le mena una recchiata così solenne, che il muro gliene rende un'altra.

— Maledetta da Dio, non so chi mi tenga che con queste mani non ti ammazzi! Ti pare ora questa da badare a siffatte ciammengole?

La donna piagnucolando rispondeva al marito indracato: — prima mi picchiavi perchè non teneva conto delle bazzecole, adesso mi batti perchè le ho raccattate; se continui così so io quello che farò....

— E che farai?

— Che farò? Ti lascerò solo, oppure quando dormi ti ficcherò un chiodo negli occhi.

— Vien qua, scempia, e aiutami a cavare fuori i quattrini.

— Quattrini! E da quando in qua hai quattrini? E ce ne hai di molti? E perchè non me l'hai detto?

Mariano non rispose, ma andato nella latrina, sconficcò un asse dal pavimento, e dal vano che ivi sotto comparve trasse fuori a manciate molta quantità di moneta. La sua sospettosa avarizia lo aveva persuaso a tenere celato cotesto nascondiglio perfino alla propria moglie, e quando gli cascava nelle mani qualche danaro, sotto pretesto di bisogno corporale chiudevasi nello stanzino, dove mediante una fessuretta praticata nella tavola gittavalo dentro. La donna alla vista di tante monete saltava, e batteva le mani e strillava: — quanti quattrini! quanti quattrini!

— Sta cheta, che tu possa cascar morta, aiutami a portarli sulla tavola.

Allora incominciò un via va, un via vieni del marito e della moglie a raccattare danari di per la terra, e portarli su la tavola: siccome in cotesta fatica presto incominciarono a grondare sudore dalla faccia e con le mani sozze dal maneggiare metallo se l'erano asciugato, divennero orribili a vedersi. In effetto la moglie fissando all'improvviso il marito proruppe in altissimo strido, e si fece il segno della croce.

— Scema! che ti frulla pel capo adesso?

— Santissima vergine, che paura! mi era parso mi fosse apparito il diavolo.

— A te è parso vederlo, ma io lo vedo di sicuro. — Mettiti accanto a me, separiamo le monete di rame da quelle di oro e di argento, dacchè tutte non le possiamo portare.

Ed uno allato dell'altro, rischiarati dal lucignolo di un lume a mano, presero a fare tre mucchi di queste diverse monete. Chiunque gli avesse veduti conci com'erano, anima e corpo intenti a cotesto travaglio, non so se più avrebbe pianto o riso sopra la miseria umana. Mariano che con un occhio guardava il gatto coll'altro la padella sospettò la moglie gli avesse involato una moneta, onde brontolando disse:

— Dove hai messo la moneta?

— Qual moneta?

— Quella che tenevi poc'anzi fra le dita.

— Al monte.

— Non è vero nulla; mostrami la mano, — eccola. — Mostrami quell'altra. — Bada bene di non rubare, perchè altrimenti tu andrai all'inferno, e poi io ti spaccherò la testa con questo pietrone.

Compita la cerna, Mariano favellò:

— L'oro porteremo addosso noi, l'argento caricheremo su i muli: il rame appiatteremo in qualche sito, perchè capisci ci tocca a camminare per luoghi deserti dove non so se sia da temersi più degli amici o dei nemici.

— Tu sempre mi chiami scema, Mariano, e veramente mi pare esserlo pur troppo, ma tu sei più scemo di me e non te ne accorgi. Hai distinto le persone, nelle quali ci accadesse d'imbatterci, in amici o nemici; ma dove mai noi possiamo avere amici? E poi ci vorranno frugare e svaligiare, e a che giova la separazione delle monete? Avremo di catti se ci lasceranno la camicia addosso. O salvi tutto, o perdi tutto, però rimescola l'oro coll'argento, e non lasciarti dietro il rame. O piuttosto senti il parere di una folle: guardati dal metterti in viaggio in tempo di guerra con danari addosso; e se ti venne in uggia la vita va nell'orto, e impiccati al primo fico che trovi, che così la farai più spiccia.

— Hai ragione, hai ragione; a lasciarlo mi si stacca il cuore, ma a portarlo mi può strappare la vita; sarà meglio lasciarlo; ma dove? Chi lascia la via vecchia per la nuova spesse volte ingannato si ritrova; lo rimetterò colà donde io l'ho tratto.

— Là non lo metterai perchè è luogo frequentato, e il rumore del vano può facilmente palesare il nascondiglio.

— Hai ragione, hai ragione; dunque che cosa si stilla?

— Rimpiattiamolo sotto la catasta delle legna.

— Va via, matta, queste saranno le prime che il maledetto fratello adoprerà.

— Buttiamolo dentro il tino del vino.

— Sta zitta, scema, questo sì che piglieranno all'assalto.

— Sotterriamolo nell'orto.

— Sei una bestia, le zolle smosse di fresco daranno indizio dello scavo. O Signore, dove celerò io questo mio sangue? Mi viene in mente di confidarlo a mamma; donna segreta ella è;adesso Altobello non si trova in casa, nè temo che glielo volesse dare: resta a vedere se non lo pigliasse per sè.... perchè no? La madre ladra del figliuolo! Nella sacra Scrittura Rebecca non invola gl'idoli al padre Labano? Se la figlia ruba al padre, la madre può rubare al figliuolo. Maledetto l'uomo che confida nell'uomo: ti lascio considerare moglie mia, che diavolo egli avrebbe detto se discorreva di donne; e lo Spirito Santo, capisci, se ne ha da intendere, capisci?

— Capisco.

E si rimasero lungamente in silenzio costernati: per ultimo dopo molto torturarsi il cervello, Mariano non trovò di meglio che sotterrare il danaro in un angolo del giardino, e quivi sopra ammucchiare pietre; ancora volgervi pruni lì oltre cresciuti, e vitalbe, cosicchè paresse che da tempo antico non fossero state rimosse. — Quando rifinita di forze dopo quattro ore di dura fatica la moglie domandò se adesso si giudicasse sicuro, egli rispose:

— Come posso reputarmi sicuro se ho confidato il mio segreto ad una donna.... a te? Bisognerebbe ch'io ti tagliassi la lingua.

— O le mani non indicano? Gli occhi, i piedi non accennano?

— Certo, certo, adesso che ci penso, era più sicuro sotterrarti co' quattrini.

— Nè anche questo, perchè dopo un'ora ti domanderebbero: che hai tu fatto della tua moglie? Per sicuro costui l'ha scannata.

— Ouf! non avrei mai creduto che fosse tanto difficile sbarazzarsi della moglie e conservare i danari.

Quando declinato il sole all'occaso il signor Giacomo Boswell si recò alla mensa del generale Paoli, non ebbe a maravigliarsi mediocremente nel considerare intorno alla tavola raccolti di ogni generazione frati e preti; eranvi parecchi soldati, e tali apparivano piuttosto che dall'assisa, dalle armi che scinte avevano deposte in un canto. Il generale spogliate le vesti pompose vi compariva co' suoi abiti consueti alla côrsa; seduti tutti, un domenicano lungo e ossuto, di faccia bianca come la cera, l'occhio grigio, recitò con voce cupa ilBenedicite, e dopo ognuno attese a cibarsi in silenzio come nei refettori di frati. I romanzieri e i poeti, non esclusi gli eroici, ossia in virtù della memoria, ossia in virtù della speranza, molto si talentano a raccontare come equanto si cibassero i propri eroi; io non gl'imiterò in questo: basti dire, che il pranzo fu parco, e i commensali da venti; nè già si creda che gli spesasse il Paoli; all'opposto la patria nutriva anco lui; e la Corsica, costumando passare gli alimenti a parecchi magistrati, risparmiava e provvedeva alla concordia, e ad altri, che non importa dire, beni, raccogliendoli intorno alla mensa del generale.

— Anche questa è fatta, disse il Paoli gittando il tovagliuolo su la tavola: arrivò finalmente l'ora mia, e la dico mia, perchè le altre spettano alla patria, eccetto alcune, che si piglia la morte, o il sonno, che è tutto uno, e come sarebbe a dire marito e moglie. Io dico poi mia quest'ora, perchè ragionando con gli amici conduco il corpo e l'anima ad esercitarsi sanamente in pro' loro. Il corpo, a cui se dopo il pasto torna nocivo il moto violento, gli giova il moderato qual è appunto il leggere a voce alta, o il disputare con modi cortesi, con amici cortesi: così almeno la pensava il buon Plutarco, che ci lasciò nove libri di dispute convivali, ed io di leggieri consento con lui: l'anima, come quella che per ozio non si irruginisce, e tratta alacrità dal rinnovato vigore del corpo prova con seco, o con altrui, concetti e partiti prima di metterli in pratica. In effetto le dispute tra gli amici si possono paragonare alla scherma con la quale il soldato si addestra alle vere battaglie. Platone, Aristotile, Epicuro e i Greci tutti, assai si piacevano di cosiffatti colloquii; Plutarco ne formava sua delizia, nè i Romani rimasero a dietro di loro, e quando Plutarco racconta che Cornelia, orba di marito e di figliuoli in cotesta sua villa nel Miseno, dopo il convito consolava la sua vecchiezza discorrendo di Tiberio e di Caio Gracchi, della indole, dei concetti e delle imprese loro con labbra severe da disgradarne quelle della storia, io ho pianto di molte lacrime, e volentieri lo confesso. — Intanto per incominciare da me (che il primo prossimo è se stesso) io desidererei che mi diceste, signor Boswell, donde avviene che voi non mi chiamate mai generale? Fu per caso, ovvero con intenzione che voi mi avete chiamato sempre signor Paoli?

— Io lo feci apposta; il titolo di generale dichiara una qualità che possedete comune con infinita schiera di uomini, e di per sè non significa niente, mentre il nome Paoli mi rappresenta un uomo meritevole dello amore dei buoni e dell'ammirazione di tutti.

— Cospetto! riprese il Paoli sorridendo, pensava dovervi fare un serio rabuffo, ed ora mi tocca a ringraziarvi.

— Che dite mai, mio signore? Sono io che devo ringraziare voi, imperciocchè stanziando a Roma io con infinito sconforto contemplai in quali miserabili rovine può traboccare un popolo, e più delle stesse rovine mi umiliò l'aspetto della brutta ellera che le ricopre.

— Io non ho mai visto l'ellera di cui parlate.

Il signore Giacomo esitò alquanto, ma all'ultimo animosamente continuò: — intendo dire la Corte romana. — Egli dubitava dover sostenere un rovescio di riprensioni, forse d'ingiurie per parte dei preti e dei frati quivi adunati, ma con suo stupore essi non fecero cenno pro' nè contro, non altramente che se fossero stati santi dentro le nicchie. — Bene! qui all'opposto l'anima mi si riaperse alla speranza purificata dallo spettacolo di un popolo che risorge per l'aiuto prima di Dio, e poi di un grande uomo.

— Voi altri Inglesi vi rassomigliate al metallo che quanto più tarda ad arroventarsi, tanto infocato più ci arde. Troppo tratto corre tra questo popolo e il romano; altri i tempi e i fini, i quali anche potendo aborrirei si proponesse pari, dacchè i romani intesero vincere e dare leggi al mondo, e a noi basterebbe non si frastornasse nessuno, paghi di fare leggi per noi soli. Quanto a me il cuore mi palpita come a romano, ma il mio petto è angusto; se io vi paio grande non è merito che mi appartenga, bensì colpa dei tempi; io sono grande come le ombre diventano lunghe al tramonto del sole; grande della piccolezza altrui; in vile secolo eroe. Se grande io fossi e metuendo davvero, i sovrani come Caterina di Russia e Federico di Prussia non si trastullerebbero meco come con ninnolo strano.

— Bene; non poteva essere a meno che voi mi favellaste così, dacchè la modestia formi massima parte della grandezza.

— V'ingannate, io la penso come la dico, e se mi paragono co' vivi mi sento grande, ma io mi metto in confronto co' morti, e lo sgomento mi assale. Lascio da parte Cesare ed anco Alessandro, il quale reputo migliore assai della sua fama; che a parere mio lo denigrarono i suoi generali per farlo meno desiderabile ai Greci dopo averlo ammazzato, e messo in brani l'impero: misuratemi con Epaminonda, con Pelopida, con Trasibulo,mi troverete più corto chi sa quante spanne, anzi neppure con Aratro io mi posso mettere a petto, che a lui riuscì impadronirsi dell'Acrocorinto, mentre io non giunsi per forza o per ingegno a superare giammai una terra murata.

— Mi pareva avere udito che espugnaste San Fiorenzo.

— Non io, bensì i generali Andrea Colonna e Luigi Giafferi; io ne fui ributtato, e se volete udire come, Clemente mio fratello ve lo racconterà.

— È breve storia, incominciò a dire un uomo che molto arieggiava il generale, senonchè la complessione e la statura sua erano tutte avantaggiate, le sembianze non si poteva conoscere ad un tratto se più malinconiche o più rigide, ma forse ci entrava un po' dell'uno e un po' dell'altro, — è breve istoria, e poco gloriosa. Indettati con Francesco Arena e i Gentili, mio fratello ed io movemmo il 7 febbraio 1760 all'acquisto di San Fiorenzo: sessanta uomini condotti da Giovanni Rocca buon'anima, fiore di valoroso, si accostarono a mezza notte su due barche ai bastioni dalla parte del mare; le acque trovarono basse per via del rovaio che si era messo a soffiare forte di prima sera, e le scale trovarono corte al bisogno: l'accidente cagionò perdita di tempo, ma a nessun cadde in mente di abbandonare la impresa. Su i bastioni stava, e sta tuttavia appoggiato il muro di una casa dentro la quale giaceva un infermo custodito da certa femmina del luogo: ora nel punto che i nostri salivano, a costei venne voglia di votare non so che vaso, per la quale cosa affacciatasi alla finestra gli scoperse di botto, e prese a rangolare: battaglia! battaglia! — Le sentinelle trassero, e il povero Giovanni rotolò giù in mare gridando: su, figliuoli. I nostri si arrampicarono come gatti, e messo il piede in sodo si stringono a zuffa manesca co' soldati; sopraffatti dal numero riparano in alcune case prossime alla porta, e quinci attendono a difendersi da uomini. Io me ne stava co' miei quatto di fuori, ma sentendo le grida non mi parve tempo di gingillare; dato di piglio alle accette in breve ora con lo aiuto di Dio mandammo in fascio le imposte accorrendo in aiuto dei pericolanti. Il comandante genovese non si rimase ad aspettarci, ma rinchiusosi nel castello incominciò a fulminarci con la batteria dei cannoni: tanto è, i cannoni non ci facevano paura, e volevamo ad ogni modo spuntarla. Alla provvidenza piacque altrimenti; trecento soldati genovesi spediti a dare la muta al presidio di Bastia, sbattuti dalvento avevano preso terra in Capogrosso, dove udito il caso di San Fiorenzo mossero a marcia forzata, ed occuparono il posto di Santa Maria fuori delle mura: di assedianti diventammo assediati di mezzo a due corpi, ognuno dei quali superava di numero il nostro, e per più avevamo di fronte una fortezza. Conobbi che ostinarmi più oltre sarebbe stato tentare Dio, chinai il capo ai divini voleri, e mi ritrassi.

— Troppa più lacrimevole vicenda fu quella di Aiaccio, soggiunse Pasquale Paoli, Giuseppe Masseria, il quale come avvocato dei poveri aveva facile accesso nella cittadella, e nel maschio dove si custodivano i carcerati, mi fece sapere essere disposto a darmi nelle mani la città: esitando io di seguitare il trattato per colpa della fortuna sperimentata nemica in simili avventure, egli per pegno di fede e per conforto alla impresa mi mandava in ostaggio la moglie con due suoi figliuoletti: allora, gettato via ogni dubbio mi accostai con duecento soldati regolari, e un corpo di volontarii co' quali mi fermai a 10 miglia da Aiaccio nel convento dei Francescani alla Mezzana; quinci spedii un corpo ad Alata con ordine che occupasse i conventi dei francescani e dei cappuccini per istornare l'attenzione dei Genovesi, mentre commetteva al colonnello Buttafuoco, che con molto maggior punta si accostasse ad Aiaccio, e sentito il tiro del cannone desse la scalata. Il Masseria per mandare a compimento il disegno si era confidato nello aiuto di certi banditi côrsi i quali gli mancarono non per difetto di volontà, bensì perchè la sentinella negò lasciarli entrare in fortezza; obbligato allora di rimediare alla meglio condusse seco due preti e il suo figliuolo maggiore, con questi entra nel maschio, investe con le coltella le guardie, e lo occupa; subito dopo con l'accetta rompe le porte delle carceri, libera i prigioni, e con parlare succinto dice loro, che se hanno cara la vita lo sovvengano nella impresa recandosi a difendere le porte del maschio; quinci ancora invia un soldato al commissario genovese, affinchè lo ammonisca che non si attenti movere passo, altrimenti appiccato fuoco alle polveri manderà sottosopra la terra con quanti ci rifiatano dentro; lui volere restituire la patria alla libertà; cercasi la chiave della polveriera al magazziniere, che col ferro alla gola confessa averla confidata alla moglie, la quale o fedele o maligna se la cava di tasca ed in un attimo la sbalestra nel mare; non per tanto sbigottisce il Masseria, che spinto il figliuolo e un prete in cima al maschio perdare il segno col cannone al Buttafuoco, affinchè tentasse la scalata, resta coll'altro prete a rompere l'uscio della polveriera. Il figlio Masseria accosta la miccia al focone, e il colpo non parte; tenta da capo, e invano; specolato il pezzo lo trova scarico; adesso mentre quei grami, poveri di consiglio si baloccano lassù, un nugolo di palle sparate di casa il commissario, ammazza il Masseria, e ferisce il prete. I prigioni, liberati, vista ogni cosa a rovescio, inviliti disertano la porta, che viene sforzata dai Genovesi irrompenti. Il Masseria che si adoperava intorno alla polveriera, la quale, oltre alla estimativa, ai suoi supremi conati resisteva, ferito a morte casca; nondimanco messo ai tormenti, incolpò sè e il figliuolo, i preti disse ignari di tutto, e da lui condotti per diporto lassù; indi a poco moriva. Uomo degno di memoria nelle storie per l'ardimento, per la fine generosa, e per la magnanimità sua, dacchè nel mettersi a tanto sbaraglio, niente aveva chiesto per sè; solo qualche privilegio pei suoi concittadini. Tentai anco sorprendere il forte di San Pellegrino e non l'ebbi; all'opposto vi perdei Felice Valentini, soldato di valore e mio parente; la presa della torre della Paludella non vale il pregio di essere rammentata, sicchè voi vedete che io non posso in coscienza venire a contesa di fama col DemetrioPoliorcete[25]nè con Ambrogio Spinolaespugnatore di fortezze.


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