Chapter 14

.... il sig. Giacomo Boswell non ebbe a meravigliarsi mediocremente al considerare intorno alla tavola, raccolti di ogni generazione frati e preti; eranvi parecchi soldati... (Pag. 251)

.... il sig. Giacomo Boswell non ebbe a meravigliarsi mediocremente al considerare intorno alla tavola, raccolti di ogni generazione frati e preti; eranvi parecchi soldati... (Pag. 251)

— Benissimo; ho avvertito nel vostro discorso che avete ragionato di milizie regolari e di volontarii; a me la fama riferì che di soldati fermi non conoscevate in questa isola la mala semenza.

— Porgete ascolto; tanto è volere sfondare il cielo con un pugno, che presumere di vincere le guerre co' volontarii soli: lo ammiraglio di Coligny lasciò detto amare meglio di condurre mille diavoli che cento volontarii, ed io consento con lui. Senza disciplina, gente armata saranno masnadieri, guastatori, tutto quanto vorrete, tranne milizia atta a vincere battaglie; i volontarii desidero per segnarsi soldati, da questo in fuori devono pareggiarsi agli altri. Quanto al soldo sarebbe lodevole poterne fare a meno; Roma per 374 anni non ammise milizia pagata, allora la introdussero i patrizii per gratificarsi il popolo, ma i tempi ed i costumi nostri non concedono questo; ho ordinato due reggimenti a cui assegnai istruttori svizzeri e prussiani, e questi pago;se i casi persuadono a tenere le altre genti oltre lo stabilito, retribuisco a ragione di venti soldi per giorno, e ci stanno volentieri; ma il nostro Achille Murati, che in coscienza di cristiano si è guadagnato sette volte con le sue imprese il nome di Achille, vi chiarirà intorno agli ordini delle nostre milizie.

— E' sono ordini semplici, mio caro signore, prese a parlare l'eroe della Capraia, uomo che al guardo, al naso, alle forme spigliate rassomigliava all'aquila; da diciotto a sessanta anni ogni Côrso ha da combattere; dei preti, i curati soli esclusi; dividonsi in due terzi; ogni terzo va al campo e si ferma otto giorni a spese proprie, gli altri succedono di mano in mano: si chiamano i più prossimi al luogo dove si tiene il campo; i rimasti a casa si addestrano; massime la domenica, e tanto riescono capaci, che Ambrogio, guardia del generale, non è il solo che con un colpo abbia ammazzato due Genovesi. In ogni paese stanzia un capitano, in ogni pieve un commissario di cui lo ufficio consiste nel levare e istruire le reclute; ci sono i due reggimenti dei quali vi ha parlato il generale, la sua guardia, quella dei magistrati, e qui finisce; tutti insieme possono sommare a quarantamila uomini, ma da farci proprio assegnamento sopra, un venticinquemila.

— E i bagagli, le artiglierie, gli ospedali, le munizioni al bisogno?

— I cannoni, abbiamo quelli presi ai nemici, o pescati in mare dai legni perduti; circa agli ospedali vi racconterò la risposta data testè da un Côrso ferito a Barbaggio ad un Francese:il Côrso muore volentieri all'aria aperta. Per ciò che spetta alle munizioni, ogni uomo porta le sue per una settimana; dove mancassero, la carità patria supplirebbe a ribocco, e perchè non la crediate jattanza io vo' che sappiate come gli abitanti del piccolo casale di Altipiani nudrissero per bene otto giorni tremila uomini ricusando qualunque compenso.

— I bagagli sono guaio per le spedite mosse degli eserciti, osservò il Paoli; i Romani solevano chiamarliimpedimenta, ed avevano ragione; io penso che i bagagli i quali si strascica dietro adesso un esercito di cinquantamila uomini sarebbero stati di avanzo a tutte le legioni romane; ma se l'averne troppi reputo guaio, certo mancarne affatto non giova. Lo stesso dicasi delle artiglierie; qualche pezzo ho ordinato a Livorno, altri promette allestirne in breve Settecervelli col bronzo delle campanedonate. I nostri preti, signor Giacomo, hanno creduto che in tempo di guerra per la patria il bronzo glorificasse meglio Dio ridotto in cannoni che in campane, però ogni chiesa ha donato la sua. Settecervelli è il nostro Archimede: quando prima fondai la zecca a Murato ci proposi certo maestro svizzero assai pratico nell'arte, e Settecervelli lo aiutava per garzone; un bel giorno il male del paese pigliò lo svizzero, e Settecervelli rimase solo, e nondimeno tanto per la bontà del suo ingegno istruito, che non pure manda innanzi la zecca, ma getta artiglierie, fabbrica ordigni di nuova invenzione che fanno maraviglia a vederli. Quello di cui non so darmi pace è la mancanza di ospedale e di cerusichi: la risposta del mio compatriotta ricordata da Achille palesa la costanza côrsa nel soffrire, ma per la Immacolata, questa costanza non è ragione perchè soffrano, colpa la povertà nostra, di tante angustie. Ah! che non darei io per essere ricco; il vostro Shakspeare, signor Giacomo, mise in bocca a certo suo personaggio queste parole: — mi conierei anco il cuore! — io farei di più, piglierei moglie....

— Come! aborrireste voi il matrimonio?

— Certo nella condizione in cui mi trovo lo aborro sopra tutte le cose, dacchè il matrimonio scemi la passione per la patria, o la diverta, e a me ha da essere moglie la Corsica, figliuoli i Côrsi, pure sposerei una moglie oltre modo facoltosa per convertire la sua dote in sollievo dei miseri feriti nelle difese della patria.

— Bene!

— Affinchè divampi il fuoco che arde nel cuore dei Côrsi ricercai gli spedienti adoperati nei tempi antichi e nei nuovi: piacquemi sopra tutti quello degli Spartani i quali non accettavano nella legione il milite se non a patto che presentasse la sua amante, essendosi attestato dagli storici come queste o per paura di vedere ferito l'amato compagno, o per smania di vendicarlo morto, combattessero da leoni: ora tali amori non consentendo i costumi, mi industriai ottenere il medesimo fine con più diritto amore, epperò composi le compagnie per quanto potei di parenti e di vicini, trovando giusto il proverbio che dice mezza parentela la vicinanza. Sto dietro a raccogliere, avendo perciò spedito lettere circolari ai parroci, i nomi dei morti in guerra dal 1729 in poi, e questi intendo stampare, e tener fissi dentro una tavola in ogni chiesa; avranno elogio funebre annuale; degli altri, chesortiranno non so se io mi abbia a dire grazia o sventura di cadere combattendo, di ora in avanti ne sarà cavato il ritratto per essere esposto nella sala del consiglio qui in Corte; i figliuoli di questi eroi fu statuito che per dieci anni vadano immuni da qualsivoglia gravezza; ricevano istruzione gratuita; arrivati alla età legale siedano di pieno diritto nelle consulte, affinchè, dichiara il decreto, — il sangue degli eroi venga con pubblici onori solennemente distinto.

— Ma con quali leggi vi governate? Non chiamaste Giangiacomo Rousseau a dettare per voi uno statuto, un codice?

— Invitai Rousseau di riparare in Corsica, mosso da compassione delle sue sventure, e gli avrei anche concesso di dettare la storia di questo paese; intendiamoci però la storia epica, quale compose Erodoto, che parla alla passione del popolo e commovendolo lo migliora, non già la storia dell'uomo di Stato, che stillata dal cervello si volge al cervello, e conviene meditare notte tempo, al lume di lucerna, seduti sopra un gradino di marmo a canto della statua della Patria. Certo, ingegno, e grande possiede costui, ma bizzarro, inquieto, e presuntuoso al pari del Voltaire; uno chiama l'altropovero uomo, questi quellogarzone, e veruno di essi ha torto di disprezzarsi così quando nel mutuo orgoglio si reputano capaci di dettare leggi co' ghiribizzi loro ad un popolo che non conoscono. Di rado i letterati intendono di Stato; in effetto il Macchiavelli passava piuttosto per uomo non senza lettere, che letterato. Però tutti i governi abbisognano di uomini periti delle lettere e nelle scienze, decorandoli troppo meglio che le pompe, e le orerie, di ogni onore degni quando accreditano i reggimenti benevoli della umanità, vituperevoli quando onestano la tirannide, e nondimanco luce sempre, comechè in un caso conduca allo scampo, e nell'altro a perdizione.

— A quanto sembra voi reputate assai il Macchiavello; non so se sappiate che i Francesi vadano dicendo, che voi lo portate sempre in tasca.

— Passiamo le grullerie francesi, troppo spesso essi giudicano senza verità, e senza conoscimento. Non porto in tasca il Macchiavello chè darebbe incomodo, bensì nella mente dove arreca beneficio; anche il re Federico di Prussia senza conoscerlo lo sprezza, o piuttosto finge, e fa, secondo il motto arguto del Voltaire, come colui che sputa su la vivanda, perchè altri schifatola lasci stare ed egli possa mangiarsela tutta. Del Macchiavello è somma l'arte di considerare; e se volge la mente ai suoi tempi, la materia infelice gli somministra argomento a tristi pensieri, se ai fatti degli antichi ne cava precetti di ottimo vivere civile. — Questo vi chiarisca; da lui si mette la religione base principalissima dell'umano consorzio; anzi con forti raziocinii ed acconcissimi esempi dimostra che venuto meno ogni altro vincolo, dove questo uno rimanga saldo, basta a salvarlo; all'opposto Federico nelle lettere al maresciallo Keit ostenta l'ateismo.Bella consolazione davvero per un guerriero moribondo sentirsi dire: tra poco voi non sarete più nulla![26]Con tali insegnamenti non si possono sperare uomini grandi, sopratutto buoni. Dalla setta di Epicuro un solo uomo degno, la scuola degli stoici ne fu semenzaio. — Il signore Giuseppe Maria Massesi, cancelliere del governo, vorrà essermi cortese d'informare l'ospite nostro delle leggi, e del modo di amministrare la giustizia.

— I Genovesi (così prese a favellare un grave personaggio, che al sembiante arieggiava un po' il bue, un po' la faina, tipo assai facile a incontrarsi nella classe dei magistrati), ci lasciarono certi statuti, i quali contengono ordinamenti generali quanti bastano per incamminare a fine uniforme lo esercizio della giustizia; comporre codici a noi non importa, nè giova; questi reputano miglioria, e sono impedimento; in effetto essi sommano i beni partoriti dai buoni costumi, e poi si parano come la steccaia in mezzo al fiume, la quale trattiene il flusso delle acque finchè non arrivino a soperchiarla: così il codice impedisce la immissione quotidiana e regolare dei buoni costumi nelle leggi fino al giorno che la discrepanza diventi massima e ostile. Nè il codice per quanto prolisso tu lo immagini può comprendere la descrizione dei casi speciali, epperò ad ogni codice fa coda la faraggine della giurisprudenza; donde avviene, che quanto sarà più concisa la legge meglio ti troverai; pensate a Dio; con soli 10 comandamenti provvede più che tutti i legislatori con i codici loro. — Posta la regola, il cuor sincero e la mente retta ti faranno più giudice che il Baldo ed il Bartolo non saprebbero. Furono fabbrica di curiali i codici non semplici e non compiti, ma così ammezzati e difficili, per ridurre la giustizia a mestiere privilegiato. No, signore, la giustizia entra nel pane quotidiano dell'uomo, ed ognuno devesapere allestirla per sè, e ministrarla agli altri. — Ogni paese elegge annualmente un potestà, e due padri del comune; il potestà giudica senza appello le liti fino a dieci lire, unito ai padri del comune fino a trenta, e senza appello: in qualche paese nominano due podestà, in tale altro eleggono padri del comune fino a dodici. Prima di entrare in ufficio i magistrati provinciali li confermano; talora il governo commette ai medesimi le incumbenze dei magistrati provinciali; non hanno paga. Le cause di merito superiore giudicano essi ancora, ma le sentenze si possono appellare alla ruota composta di tre giudici: brevi i giudizii, non graditi gli avvocati, in arbitrio del giudice le chiusure del processo: le decisioni non si raccolgono, nè si allegano, chè andiamo persuasi come ogni sentenza motivata da casi speciali non può estendersi, se non per via di garbugli, ad altri casi non mai pari; questa è la nostra giustizia civile.

— La quale, salvo il vostro onore, mi sembra un po' parente della giustizia turca.

— Ditela addirittura sorella, riprese il Paoli, e dubitando offenderci voi ci avrete lodato: ora ve ne dirò la ragione: educato al foro ho potuto osservare come nei paesi che si chiamano civili, le sentenze proferite dai tribunali di prima istanza vengono almeno per la metà revocate dai superiori; ora se ciò avvenga o perchè siasi fatto errore, o per causa della contradizione che corre nelle vene dell'uomo, poco rileva; la cosa sta: — conceduto adesso che anche i Turchi sbagliassero per metà, avremmo di risparmio gli avvocati, le spese di giustizia, le disperate lungaggini, e quella turba di giudici mestieranti, che si abbarbica vera pianta di passione sulla facciata del tempio della giustizia. Quanto a noi vi so dire che di rado si appellano, e delle cause appellate, nè manco un quarto se ne baratta; onde vi accorgete, che non abbiamo punto vaghezza di cercare miglior pane che di grano.

— Questo concerne la giustizia civile, e la criminale come si amministra ella?

— Eh! rispose il Massesi come se gli fosse andata una lisca per la gola, vostra signoria capisce che in tempi torbidi, minacciati da nemici interni ed esterni, la non si può guardare tanto al sottile.

— Esponete liberamente, soggiunse il Paoli, affinchè non accada che dove non meritiamo lode di bontà non ci neghino anco quella di schiettezza.

— Or bene, da prima fu conferita alla Ruota la facoltà di giudicare al criminale, ma poi, crescendo i pericoli, l'ebbe una giunta di guerra composta di dieci ufficiali, presieduta dal generale; e quando la setta dei Matra istigata dai Genovesi si sbracciava a mandare sottosopra l'isola, commisero al Antongiulio Serpentini il potere di far sangue nella provincia del Verde, e in pari casi la confidarono anche ad altri ufficiali di armi: di presente può condannare a morte un tribunale composto di uno del supremo consiglio e di uno dei magistrati provinciali, referendone però al supremo consiglio per conseguire la conferma del giudicato. La confisca e la tortura furono mantenute; prima fucilavano i rei, ora gl'impiccano, e ragione vuole che aggiunga che tutte queste provvidenze furono prese a mia insinuazione.

— A vostra insinuazione! esclamò il Boswell allontanando spaventato la seggiola da quella del Massesi, che gli sedeva accanto. Questi crollò il capo, e sorrise; poi ripigliò:

— Che volete dirmi? Forse questi essere partiti barbari? Lo so meglio di voi; ma i tempi e gli uomini in mezzo ai quali viviamo non ne consentono migliori. Il Côrso, che fa caso della sua vita quanto di un sorso d'acqua, trema al pensiero di lasciare la famiglia nella indigenza e si astiene dal tradire la patria. Se il terrore della corda non fosse, bisognerebbe renunziare a sapere la verità; ed avvertite bene, la conservazione della tortura ci dispensa dall'adoperarla, imperciocchè il Côrso reputa infamia patirla, e la minaccia di applicargliela basta perchè confessi. Opinano i filosofi, l'uomo non possedere diritto ad uccidere l'uomo, ed è vero; però non ad ucciderlo solo, ma a imprigionarlo altresì, a tribolarlo in qualunque altra guisa, imperciocchè, leviamo la maschera, distruggerlo in linea retta, o per via obliqua, egli è tutt'uno. Zitti dunque a potestà, e dichiariamo che le pene nascono dalla necessità della difesa: chi afferma, che la pena vendica la offesa non ha discorso; i legislatori la statuirono affinchè l'esempio trattenga altri da offendere; ora la fucilazione del colpevole tra noi non otteneva altro scopo che la vendetta, e questo era barbaro e di poco profitto, non ispaventandosi punto i Côrsi di tal genere di morte; all'opposto al pensiero di morire appiccati battono i denti come se il freddo li gelasse nell'ossa. Tuttavolta avendo avvertito che il nostro boia è mal pratico, e fa patire troppo i pazienti, io ho inventato un arnese, che non iscemandoil terrore al supplizio ne agevola la esecuzione: datemi ascolto, che m'ingegnerò darvelo ad intendere con esattezza.

— Ve ne dispenso, ve ne dispenso.

— Spero, disse il Paoli, che vi garberà sapere come in tutta la Corsica non si trovò chi accettasse il mestiere del boia, e convenisse pigliarlo fuori: in effetto egli è siciliano.

— Pregiudizii! riprese il Massesi, il boia dovrebbe tenersi in pregio quanto ogni altro magistrato: per me più ci penso e meno raccapezzo la ragione dell'odio che gli porta la gente. Sarebbe forse perchè uccide gli uomini per premio? Ma i giudici non tirano anch'essi salario? Essi infornano il pane, egli lo cuoce. Prima che il suo capestro strozzi il colpevole il magistrato lo ha ucciso con la penna. Che giudizio è questo pigliarsela col sasso, e non con la mano che lo ha tirato? Anzi se il giudice fa bene, il boia opera meglio; se quegli fa male, questi non ne ha colpa, essendo uno strumento cieco. Se poi si aborre perchè ammazza persone che non gli nocquero mai, e a cristiani, e inabili a difendersi, i soldati che pure reputiamo onoratissimi non fanno lo stesso? Nè mi si opponga, che questi ammazzano i nemici della patria, perchè nelle guerre civili da una parte e dall'altra si stimano tali; e il boia leva dal mondo per ordinario facinorosi che sono il flagello dell'umanità: e nè anco i soldati uccidono sempre gente che loro contrastino con le armi alla mano; per lo contrario senza scapito di onore godono il privilegio di farsi la festa in famiglia. Potrei aggiungere altre cose, ma queste paionmi sufficienti ad affermare, che negli Stati civili si avrebbe ad assegnare al boia il posto tra i più cospicui magistrati.

— Negli stati civili io spero che non occorreranno carnefici, nè giudici che condannino a morte; ma voi, signor Paoli, come non vi studiaste con le arti e con le lettere ingentilire i costumi di questi isolani?

— Padre Mariani, sta a voi rispondere.

— Ed io lo farò, generale, se non con dottrina, certo con piena convinzione. Distinguo tra arti e lettere; queste, spirituali essendo, quanto più si perfezionano e allargano tanto meglio sublimano lo spirito; quelle versandosi sopra cose fisiche io non dirò che lo disamorino dalle spirituali, bensì lo affezionano oltre il giusto alle materiali: e questa è la prima ragione percui io le ho per sospette. Le arti quando crescono, se non hanno bisogno dei vizii per alimentarsi, per lo meno vivono di lusso e lo promuovono: ora il lusso sappiamo per esperienza essere stato il verme roditore degli Stati più potenti: e questo allego per seconda ragione di curarle poco. La perfezione delle arti segna il principio della decadenza dei popoli e il fine della loro virtù; in Italia ne porgono testimonianza i secoli di Augusto, di Lorenzo dei Medici, di Leone decimo; in Grecia il secolo di Pericle; in Francia quello di Luigi XIV; degli antichissimi, io taccio. I popoli o perfetti nella civiltà come pretendono alcuni, o corrotti dalle morbidezze come sostengo io, diventano sempre conquista dei barbari: e questa è la terza ragione che mi allontana dal culto delle arti. Non nego, che troppo più spesso che non si vorrebbe le lettere apparirono vili, corrompitrici, e venali e ribalde; ma noto, che a ciò non le spinge necessità, bensì la malattia, da cui non vanno esenti in questo mondo le cose più sane; mentre le arti si trovano condotte per bisogno di vita a piaggiare i ghiribizzi dei potenti, e a soddisfarne le voglie. Per secolo non breve la religione sostenne le arti, ed in quel tempo a mantenerle in fiore contribuì eziandio il culto degli uomini grandi: e questa fu per loro la bella stagione; ma anche in tale periodo per lavorare fecondarono con offesa della religione la superstizione, e furono complici a propagarla nelle menti dei mortali; e per una statua di Socrate ne scolpirono trecento a Demetrio Falereo. Le lettere nocquero alla umanità, ma con la medesima agevolezza ripararono l'errore; un esempio mi valga a chiarire il mio concetto. Plinio racconta che Teodoro gettò la statua di Nerone alta 110 piedi, e che un pittore gli dipinse il ritratto dell'altezza di 120 piedi; immaginiamo che lo scultore e il pittore, vergognando delle opere loro intendessero per ammenda fondere il simulacro di Cristo, o dipingere la immagine di Bruto con la dimensione della statua e del ritratto di Nerone, lo potrieno essi? Non lo potrebbero, per lo più scarsi come sono di facoltà. — Dove all'opposto se un letterato inciampa, di lieve si raddrizza, e con un quinterno di carta, un po' d'inchiostro ed una penna, può edificare eterno monumento al suo nome. — Forse sarà che le arti splendano l'ultimo raggio di un popolo, e se così è, io come vedete ho buoni motivi per desiderare che venga tardi, e per ammonire che, venuto, gli si tenga l'occhio addosso perchè non faccia guasto. D'altronde sarebbe strano che ad un popolo inetto a cucire scarpe e giubboniavesse a insegnare dipingere quadri: par quanto poi appartiene a lettere, i Côrsi abbisognano piuttosto di freno, che di sprone, chè gli stessi Francesi, parchi lodatori altrui, confessano questa propensione dei nostri ad ogni maniera di letteratura: nè ciò era sfuggito agli antichi, avendo, fra gli altri il Grevio, nel suoTesoro delle antichità, dichiarato come — sub lingua Corsi... cum lacte et mele habent aculeum, ideoque foro nati sunt[27]. — Ciò sia detto quanto ad eloquenza; rispetto alla poesia voi non troverete pastore che non legga i nostri sommi poeti, massime il Tasso, e se vi affermassi che in capo all'anno si vendono più volumi dellaGerusalemme liberatache lunari, voi non potreste appuntarmi di menzogna. Pressochè tutti qui improvvisano versi, e le donne altresì, anzi più degli altri le donne, e vi so dire che tremenda cosa sono i lorovocerisopra i corpi dei congiunti ammazzati. Ma posti da parte i naturali talenti del popolo, auspice il nostro generale, per coltivarli in regola abbiamo fondato una università.

— Università? Il signor Bournaby mi consegnò una cassa di libri da offerire in dono alla scuola di Corte, però di università non mi tenne parola.

— La scuola è diventata Università; poca cosa invero, pure bastevole per ora, e coll'aiuto di Dio crescerà. I professori tutti frati; io indegnamente la reggo, ed insegno istituto civile, e canonico, etica, e diritto di natura e delle genti. Padre Leonardo da Campoloro, che mi siede accanto, minore osservante come me, espone filosofia e matematica; i cappuccini Angelo da Venaco e Giambattista da Brando leggono il primo teologia morale, il secondo rettorica; l'instancabile nostro padre Bonfigliolo Guelfucci servita, che vi sta rimpetto, segretario del generale, ammaestra gli scolari nella teologia dommatica e nella storia ecclesiastica; e come fosse poco, trova tempo di dettare storie; e mantenere corrispondenze coll'Accademia della Crusca di cui è socio. Viviamo insieme, e con esso noi venti scolari educati e nudriti per l'amore di Dio, oltre i figliuoli dei morti per la patria. La istruzione costa nulla, e fu provveduto affinchè gli altri scolari trovassero in Corte vitto ed alloggio con piccolissima spesa; di più sappiate che nè anche allo Stato l'Università costa. Noi, memori del detto del Vangelogratis accepistis, gratis datedistribuiamoaltrui senza guadagno il sapere che ricevemmo senza spesa; agli altri bisogni vien supplito così: ogni pievano contribuisce con lire 18 all'anno, ogni curato 9, i canonici 6 a testa: ancora noi abbiamo molte confraternite nell'isola, le quali, quante volte muore un fratello, danno lire 20 in denaro o in candele per onorare il mortorio, onde dicemmo loro: Fratelli, sta bene la luce ai morti, ma sta meglio ai vivi; figurate avere un morto di più per anno fra voi, e date venti lire per ognuna alla Università; e come le supplicammo fecero. Nati dal popolo, stiamo con lui; quanto possediamo gli diamo così di sostanza come d'insegnamenti e di sangue, però se egli ci chiama padri, e noi figliuolo, questi non escono suoni vani dalle nostre labbra. Siamo una stessa famiglia deliberata a vivere o a morire nello amore di Dio e della libertà.

— Bene, signor minore osservante, bene, superlativamente bene, e vi so dire che se in Inghilterra i frati avessero rassomigliato voi e i vostri degni compagni, ella a questa ora si manterrebbe sempre cattolica.

— Ed ora del governo vi ragguaglierò io, prese a favellare il Paoli; quando la consulta di santo Antonio della Casabianca nel 1755 mi elesse a reggere la Corsica, volle conferirmi assoluta potestà, la quale ostinatamente rifiutai, imperciocchè sebbene io non mi sentissi legno da tagliarci il tiranno, pure mi parve che meritasse più lode di prudenza chi si astiene dal pericolo, che di costanza chi ci resiste, e la occasione, voi lo sapete, fa l'uomo ladro: istituii pertanto senza indugio un consiglio supremo di nove uomini animosi e savi, i quali governassero meco standomi al fianco tre per volta ogni quattro mesi; questi fanno l'ufficio che presso a poco esercitano da voi i ministri della corona; io presiedo a vita il consiglio, ed ho la condotta delle armi; questo mio potere come eccessivo, ha da mutare: in parte è più, in parte è meno di un re inglese; forse si rassomiglia meglio allo statolderato di Olanda. Poteva come Mosè, Licurgo, Romolo ed altri parecchi, dettare solo le leggi; non volli, sembrandomi che il popolo partecipando alla composizione di quelle le avrebbe amate e rispettate di più: ancora, il dispotismo rinfaccia al popolo la sua inettezza: ipocrisia! imperciocchè se tieni sempre il fanciullo stretto in fascie, come imparerà a camminare? Ora veruna scuola di libertà supera il pubblico dibattimento su le faccende della patria. Il principe vero della Corsica è la consulta: da tempo antico costumavanoi padri nostri assembrarsi in congressi cui appellavano Vedute, per lo più nella valle di Morosaglia; andate in disuso con la tirannide, rinacquero con la libertà. Così si compongono oggi; ogni villa elegge un procuratore di comune, e gli confida il mandato per mano di notaro; finchè sta fuori di casa il comune del paese lo paga a ragione di una lira al giorno; anche qui va emendato, dacchè in taluna villa la popolazione non arriva a 40 persone, in altre supera le 400. Prima eleggeva tutto il popolo e da sè senza che se ne mescolasse il governo, ma riuscendo le elezioni scompigliate sempre, e le più volte inani, fu provvisto così: il podestà e il padre del comune proporrebbero i cittadini da eleggersi a procuratori; quali dove non uscissero eletti, toccherebbe ai padri di famiglia designarli; e se nè anche questi restassero approvati, cotesta villa o comune per quell'anno perderebbe il dritto di mandare procuratore: resta eletto chi raccoglie più voti, che devono superare la metà degli elettori. Nè questi soli compongono la consulta, chè in prima c'intervengono tutti i consiglieri supremi usciti in carica, poi i figli dei morti per la patria, per ultimo i procuratori dei magistrati provinciali di cui vi chiarirò fra poco. La consulta convocata da me si riunisce ordinariamente una volta l'anno in Corte; occorrendo più, volte, e in altri paesi; appena adunata essa nomina due procuratori comunali, ed uno dei magistrati di provincia: i tre eleggono il presidente, e l'oratore dell'assemblea; il primo presenta le leggi a nome del governo, il secondo a nome del popolo; mandate a partito, una volta si vincevano con due terzi di voti, ora ne bastano la metà; la legge del governo appena vinta si eseguisce, quella del popolo può restare impedita dal governo, ed allora fino alla consulta dell'anno seguente non può riproporsi. Vi parrà questo eccessivo, ed è; ma io desidero il popolo libero affinchè meco concorra e mi aiuti a fabbricare la sua libertà; ma procurai che, poco esperto e facile a rimanere carrucolato, non avesse le braccia libere di scombussolarmi di una mala legge ogni cosa; io e gli amici miei come il profeta Eliseo stiamo distesi su questo popolo per infondergli la libertà col nostro alito; questo vogliamo, questo faremo, ma oltre questo ministero di vita, ecci forza armare la mano di spada per dare in testa a chiunque con violenza e con frode si argomenta ricondurre la Corsica in ischiavitù. Oltre discutere o votare le leggi, la consulta elegge i magistrati provinciali e i sindacatori; però nella nomina deiprimi pigliano parte unicamente i procuratori delle provincie, nella nomina dei secondi tutti. Sono i magistrati provinciali composti di un presidente, due consultatori, un auditore, un cancelliere; si rinnovano ogni anno; lo stipendio scarso, sono nudriti dal pubblico; sta agli ordini una guardia pagata: questi sono dieci, quante le province nelle quali si scompartisce l'isola: 6 cismontane e 4 oltramontane; giudicano le cause civili di qualunque importanza oltre le lire 30, e criminali; le sentenze di morte e di esilio non si eseguiscono se il supremo consiglio non le approva. I sindacatori dicono istituisse Carlo Magno; certo è che la Repubblica Genovese li ebbe: ufficio loro raccogliere le lagnanze del popolo, inquisire i magistrati, non escluso il capo supremo dello Stato, conoscere le colpe e ripararle o punirle. Qualche volta mi elessero sindaco, non sempre, diverso in ciò da Andrea Doria che si fece nominare dal sindacato a vita, onde fra per questa autorità esorbitante, e per conservare forze proprie capaci da opprimere chiunque lo contrariasse, che razza di libertà intendesse egli donare alla sua patria a me non riuscì mai di comprendere. Dimenticava dirvi, che mentre dura il dibattimento, e il voto delle leggi, il generale e supremo consiglio hanno da uscire dalla sala della consulta.

Arrivato a questa parte del suo ragionamento, chiesta prima licenza, entrò una guardia del generale, che gli presentò lettere sigillate: egli stava per metterle in tasca e leggerle a bell'agio, quando la guardia gli disse: — Avvertite! — Allora il generale guardando meglio vide scritto nella sopraccarta: — preme. Scusatosi con la compagnia, lesse una volta, e due, poi ripiegati pacatamente i fogli, senza mutare sembianza soggiunse: — va bene; e licenziò la guardia; dipoi voltosi al Boswell continuò: Fin qui non vi ho detto il peggio; nella coda sta il veleno, io posso di mia autorità far arrestare sospetti, posso anche mandarli a morte... non vi spaventate; questa è tirannide, ma come vi hanno tiranni che curvano i popoli nella servitù, così la dura necessità vuole che talora abbisognino tiranni per raddrizzarli alla libertà. Ai popoli corrotti, o imbestiati dalla oppressione, per purgarsi fa mestieri a modo del Dante di passare per lo inferno e forse ha meno pericoli il nostro mare nelle bocche di San Bonifazio, che il diritto del suffragio universale, e pure in questo fuoco bisogna ritemprarsi. Se da una mano io pongo un pugnale atto così a difendere come ad uccidere la libertà, importa che io tenga armatal'altra mano per riparare in tempo; lasciamo da parte i privati cittadini e supponete un procuratore comunale, uno del magistrato provinciale, che più? uno del supremo consiglio, che io sappia per sicuro macchinare tradimento a danno della patria, ma il tempo manchi al giudizio, anzi riesca impossibile procacciarsi prove legali, e il pericolo si versi nello indugio: aggiungete, che nelle cause di Stato se aspettiamo che il delitto sia compito, allora la patria è venduta, la libertà spenta, il giudice in catene. Quando il traditore può in un momento sovvertire la patria, deve potere la pubblica vendetta colpirlo improvviso come la folgore di Dio; ed io stringo nella mia destra questo fulmine pronto sempre ad avventarlo quando occorre. Poteva conferirsi questo diritto al consiglio intero; ma oltrecchè sarebbe sembrato sanzionarlo con legge, enorme cosa, i consigli procedono sempre lenti, di rado concordi, almeno sulle prime, e i casi piuttosto si indovinano, che si dimostrino, nè può definirli nelle moltiplici specie la legge, mostrandosi ordinariamente la malizia più feconda al nocere, che la sapienza a riparare. Io rabbrividisco per questo diritto di sangue che possiedo, e non lo depongo, disposto a renderne conto a Dio ed ai sindacatori; voi però non crediate che meco stesso non vada ravvolgendo la contingenza, che quello che a me parve necessità suprema ad altri tale non paia; ed anco confesserò di più, che temo mio malgrado la passione più o meno non entri a sprigionare dalla volontà la parola che apre alla creatura una tomba infame. Ahimè, spesse volte — troppe volte — questa ragione di Stato rassomiglia alla croce che l'uomo porta sul calvario dove lo crocifiggeranno la ingratitudine dei popoli, l'odio dei nemici, e le perfidie della fortuna...; non importa, perocchè io sia uno di quelli, che fermamente credono essere l'anima nostra un angiolo smarrito, che ritroverà il suo paradiso per la via del dolore. — Qui il valent'uomo versò alquanto di vino nel bicchiere, e levatosi in piedi disse con raccoglimento: — Quando anco questo fosse sangue del mio cuore, io non lo berrei meno volentieri alla salute della Patria: viva la Patria!

Tratti da un medesimo spirito, i convitati assorgendo risposero: viva la Patria!

— Avrei voluto, comecchè voi, signor Boswell, non rassomigliate l'eroe troiano, ed io assai meno Didone, avrei voluto, soggiunse Paoli, che qualche Jopa côrso vi avesse dato contezza della musica e della poesia côrsa: ciò sarà per un'altra volta. Intantosuadent cadentia sidera somno, e assai fatiche ci toccarono in questo giorno perchè non dobbiamo più oltre rifiutare riposo alle stanche membra.

Qui, fatto e ricevuto ogni maniera di cortese salutazione, presero il Paoli e i suoi compagni commiato.

Aura di maggio, oh! come divina quando il sole abbandona il nostro emisfero; per lei le chete superficie delle acque s'increspano in così dolci pieghe, che rammentano il sorriso della vergine quando l'amante le diventa sposo, o quello della madre allorchè le presentano la sua prima creatura dicendo: ecco, un figliuolo ti è nato; — all'aura di maggio dall'aperto calice commette intero il suo profumo la rosa, quasi fanciulla, che, combattuta l'ultima battaglia del pudore, lascia andarsi in balìa dell'affetto che la vince; — al soffio di lei le foglie del pioppo ora ti mostrano il lato colore di cenere, ora quello di smeraldo come per ammonirti, che neanche l'inferno possa spegnere amore, e i cipressi custodi dei sepolcri, mossi da lei tentennano l'uno verso l'altro le cime bisbigliandosi in loro favella, che ciò che l'uomo chiama morte è trasformazione; l'amore feconda anche le fosse, e da una vita cessata sgorgano innumerevoli rivi di vite che incominciano; — le stelle ai fiati di lei corruscano più somiglianti a mo' di fiaccole, le quali ventilate divampano; e quando dall'acque si leva la luna, e a lei piace sospingerle incontro qualche nuvola, par che Febea corra a precipizio pei bruni campi del cielo alla caccia delle fiere del firmamento, come ella già le selve correva su le orme delle belve terrestri. Pei lidi ricurvi, per gli aperti piani, per le arcane foreste, in terra, in cielo, in mare suona un misto di voci, che ad alcuni parve sospiro, ad altri riso, ed è l'una cosa e l'altra, imperciocchè riso e sospiro scintillassero su l'animo dei mortali col medesimo baleno, e spesso si confondono scambiandosi tra loro forma ed ufficio; così la gioia sovente sospira, e il dolore, esaurita la fonte delle lagrime, ride. Gemito e riso, alfa ed omega della vita umana!

E poichè non ci ha festa senza musica, una famiglia di rosignoli, aspettato che il fragore delle opere divine cessasse sopra gli olmi della piazza di Corte, conveniva ai canti alternando le armonie alle melodie con note così infinitamente alte, che incominciatesopra la terra sembrava che non si rimanessero finchè non erano giunte lassù in fondo dei cieli, dove si mescolavano ai cori degli angioli; però in cotesta sera tacevano; anzi gli usignoli avevano disertato l'arbore diletto; spandendosi per la campagna con istridi acuti ammonivano gli altri a torcere altrove le ali perchè qualcosa di spaventoso li minacciava lì presso. In verità i poveri uccelletti avevano ragione; poco discosto dall'olmo appeso alla traversa della forca dondolava il cadavere di Giovanbrando impiccato. All'ultimo palpito del sole corrispose l'ultimo del cuore, quello s'immerse nel mare, questo nella eternità; e lo lasciarono appeso in obbedienza dell'ordine del generale; non posero sentinella a guardarlo, reputandolo abbastanza vigilato dalla giustizia inesorata ma retta che percoteva indistintamente umili e superbi.

.... erasi recata in mano le molle, e percotendo con quelle, di tratto in tratto, il pavimento, ne aveva scheggiato un mattone. (Pag. 276)

.... erasi recata in mano le molle, e percotendo con quelle, di tratto in tratto, il pavimento, ne aveva scheggiato un mattone. (Pag. 276)

I Côrsi in quei tempi non consumavano olio per risparmiare sole, onde si coricavano a buon'ora: ordinariamente prima delle due di notte andavano a giacere, se qualche occorrenza non li persuadeva a vegliare; sicchè chi si fosse aggirato per le vie di Corte avrebbe, meravigliando, veduto dopo assai cotesto tempo due lumi accesi in due case diverse. Per cui manca di discorso gli obietti estremi passano a un dipresso come acqua piovana per la doccia; chi poi costuma notare, da tutto piglia argomento di speculazione, e quindi causa di conoscenza; per la quale cosa non parrà strano se affermo che dal modo con che la luce dei lumi viene riflessa fuori dai vetri delle case tu puoi distinguere in quale stato si trovino le famiglie. Calda e, per così dire, petulante è la luce che rischiara i conviti e i festini; però, se da imposta allo improvviso aperta essa prorompe, ti parrà che insulti la notte, anzi pare che la provochi e la ferisca. Più modesto, non pertanto meno sicuro splende il lume compagno agli studi della sapienza, come quello che sa essere luce in traccia di luce; ma il lume acceso della tribolazione trema, e supplica che al suo dolore non si aggiunga il dolore della tenebra: abbastanza la travaglia la vita delle miserie circostanti, perchè non vengano anche i fantasmi della notte a crescerle il peso.

E non sarebbe stato difficile indovinare che i lumi, i quali in cotesta notte scaturivano dalle finestre delle due case di Corte, erano stati accesi dalla tribolazione: per verità uno ardeva nella casa del padre di Giovanbrando, l'altro in quella di Orso Campana.

Vi rammentate di Lellina la figliuola di Orso, che doveva esser moglie di Giovanbrando? Ebbene, essa è quella che veglia. Bisogna che voi impariate meglio a conoscerla, diventando d'ora in poi parte importante della nostra storia; e perchè vi entri bene nella fantasia io ve la vado a descrivere con parole succinte. Di statura è breve, e di membra asciutte, però mirabilmente disposta a sopportare le fatiche; forte come l'acciaio, destra quanto i muffli dei suoi paesi; la pelle pallida le imbrunì il sole, chè il padre usava menarla sempre seco pei monti a caccia, o aiprocoiper vigilare le faccende di villa: giusta il costume côrso le vela il capo un pannilino bianco fino alle sopraciglia curve in bell'arco, ma quasi invidiose; gli occhi sempre teneva mezzo chiusi e bassi forse per modestia, o piuttosto perchè sapesse che mettevano paura: in effetto le sue pupille apparivano chiazzate di nero, di celeste chiaro e di giallo, ma, quietando essa, quest'ultimo colore non si distingueva troppo; e gli altri due componevano un cotal grigio scialbato assai somiglievole al piombo polito; quando poi qualche passione l'agitava, il giallo si estendeva, si accendeva; insomma i suoi occhi allora diventavano pari a quelli del gatto salvatico; il volto ovale con sì perfetto contorno che meglio non avrieno disegnato le Grazie: la bocca ombreggiata dalla caluggine del labbro superiore mostrava due margini stretti, e rovesciati in dentro, indizio sicurissimo di animo deliberato e costante.

Questa fanciulla stava seduta sopra una panca dinanzi al camino per abitudine, non già perchè la stagione invogliasse a scaldarsi; da parecchio tempo erasi recata in mano le molle, e percotendo con quelle di tratto in tratto il pavimento, ne aveva scheggiato un mattone; di contro a lei giaceva in terra la serva, vecchia côrsa con gli occhi, il naso e le mani uguali agli occhi, al becco e agli artigli del falco, e forse la somiglianza di lei col falco non finiva qui; teneva le spalle appoggiate, o come i Côrsi dicono,arrembatealla parete, le gambe su ritte, e con le braccia tese e le mani aggruppate si agguantava i ginocchi; anima propria, o piuttosto volontà ella non aveva; bensì con l'occhio fisso nel volto della fanciulla spiava quello che avesse a fare o non fare; il cane in mezzo a loro, aggomitolato a modo di chiocciola, pareva che dormisse; però di tanto in tanto squittendo dava ad intendere sè essere pronto ad avventarsi dove la padrona ordinasse.

Lella, riposte le molle su gli alari, si levò, e dalla cantera della tavola in mezzo alla stanza trasse fuori un trinciante: avendone tentato il taglio col dito le parve ottuso; prese allora la cote, e premendovi sopra la lama con le dita incominciò a strisciarvela obliquamente: poi lo tentò da capo, e trovatolo affilato lo avvolse dentro una salvietta, e lo ripose in tasca. La serva l'agguardava senza far motto, e quando Lella le disse: — andiamo! — si levò su tutta di un pezzo mettendosele dietro, non interrogando dove s'incaminasse, nè per quale causa, nè nulla: il cane sorse a sua posta, e scotendo il pelo parve si accingesse a seguitarle, senonchè la fanciulla fattogli cenno col dito gli ordinava: — tu rimarrai — e il cane mandato un guaito tornò a cucciarsi.

Le donne uscirono e si avviarono difilate alla casa di Matteo Brando. La Lella battè un colpo solo — ma forte e risoluto così da significare: apritemi presto: tuttavolta aspettò e dopo convenevole spazio di tempo ne percosse un altro; — poi un terzo, un quarto: quei di dentro pareva non sentissero, o non volessero sentire; finalmente fu visto il lume mutare luogo, e poco appresso una voce domandò: qual siete voi?

— Aprite. — Schiuso l'uscio Lella entrò, e alla donna che tenendole dietro con la lucerna ripeteva: qual siete voi? non rispose niente, bensì andava tuttavia. Arrivata nella camera soprana la perlustrò con gli occhi, e vide in un canto Matteo Brando genuflesso davanti la immagine della Madonna dei sette dolori; le mani teneva giunte sopra una sedia, e su le mani declinato il capo doloroso. Lella lo tocca lieve lieve su la spalla e il vecchio solleva la faccia domandando: chi siete? che cercate?

— Matteo, voi avete un figliuolo?

— Lo aveva.

— Sta bene; ma ora resta di levare il suo corpo di forca.

— Chi di coltello ammazza conviene che muoia; se l'è meritato.

— Se l'è meritato?

— Certo; era corsa inimicizia tra i Brando e gli Albertini ma non ingiuria, non offesa accadde mai tra noi; egli ha sparso sangue umano senza vendetta, nè odio.

— Ha fatto meglio; lo ha sparso per amore. Orsù, volete venire a dare al vostro figliuolo sepoltura cristiana?

— Lo lascerebbero forse esposto al vento ed alla pioggia?

— Ne sono capaci: e ai corvi, che gli beccheranno gli occhi, e agli avoltoi che gli strazieranno le carni.

— Oimè! lo ha meritato.

— E le sue ossa andranno in bocca ai cani, nè saranno riposte nella tomba dei suoi antenati.

— La tomba dei Brando non raccoglierà mai le ossa di un impiccato.....

— Di certo?

— Di certissimo.

— Ebbene allora le raccoglieranno le tombe dei Campana. Il padre si è vergognato del suo figliuolo, ma la sua promessa gli rimarrà fedele anche alla forca. Addio vecchio. Io vi venni a cercare non mica per bisogno di voi, ma come padre del mio sposo volli adoperarvi questo atto di rispetto. Addio.

Senza ira, come senza fretta uscì al modo stesso col quale era entrata, e seguìta dalla serva riprese il cammino per la piazza delle forche. Non aveva mutato ancora cento passi, che vide venirsi incontro un uomo; la luna si era levata, e sebbene non fosse anco giunta al sommo del cielo, pure spandeva tanta luce da lasciare poca speranza a Lella di potersi nascondere fra le ombre della via angusta: deliberò guardare in faccia la fortuna, e procedè oltre: quando le venne vicino il notturno camminatore, lo riconobbe pel giovane Matteo Massesi, il quale con la cetera in mano pareva si affrettasse a qualche posta: senza per ciò smarrirsi di animo la fanciulla gli accolse salutandolo:

— Buona notte, Matteo, e dove andate a questa ora, in tanta prescia con la cetera in mano?

— Voi non me lo avreste a domandare, Lella; adesso posso tornarmene.

— In verità, non m'indovino niente.

— Ah! Io veniva sotto le vostre finestre.

— A farmi la serenata per l'allegrezza avuta?

— Le corde sono come chi le suona; piangono o ridono e la voce canta così ilTedeumcome ilMiserere.

— Ma voi non me lo potete negare, ci avete avuto gusto alla morte di Giovà?

— Io? Dio me ne liberi; io vi amo...

— Sì; ma alla morte di Giovà ci avete avuto gusto.

— Vi ripeto di no; solo costui m'impediva la speranza che voi un giorno pensaste a me.

— Arzigogoli! Una volta che la sua morte ha levato l'impedimento il vostro cuore ne deve avere esultato.

— Lella mia, deh! non andiamo tanto a squattrinare col cuore io non ho pensato ad altro, che a voi.

— Dunque voi mi amate molto, Matteo?

— Non ve lo ho io detto?

— Detto sì le mille volte, ma provato mai.

— Provate.

— Avvertite alle parole che vi escono di bocca, Matteo: potrebbe venirmi voglia di mettervi al cimento.

— Provate.

— Vi provo. Voi non mi avete domandato perchè a questa ora io mi trovassi sola per le strade; ve lo dirò io; vado a levare di su le forche Giovanbrando; se mi amate davvero, venite meco, ed aiutatemi...

Matteo si sentì mancare sotto le gambe, e gli fu mestieri appoggiarsi al muro.

— O Lella mia, qual diavolo vi tenta. E non sapete il bando che minaccia del capo chiunque si attenti di toccare lo impiccato?

— Lo so: per questo v'invito; se ciò non fosse, bella forza sarebbe levare un morto; allora basterebbe il becchino.

— Ma il segretario del generale deve essere per lo appunto quegli che ne trasgredisce i comandi?

— E se preferite i comandi del generale ai desiderii miei, sposatevi il generale.

— Sentite, Lella, pensate che io sono figliuolo del gran cancelliere, e quanto ne accadrebbe scandalo se si venisse a scoprire che le leggi furono rotte dal sangue di colui che la nazione elesse a farle custodire.

— Matteo, voi mi parete ottimo segretario, eccellente figliuolo, ma pessimo amante — e scivolò via lasciando il giovane tutto confuso.

Eccola giunta a piè della forca: sosta alquanto, e contempla il derelitto che al vento notturno dondolava; la serva anche essa guardando in su non sapeva in qual guisa la fanciulla avrebbe salito in alto; per lei tanto non ci trovava modo: senonchè Lella la cavò presto di dubbio: di botto ella con le cosce e con le braccia aggavigna l'antenna; poi datosi un tratto con la persona si arrampica un sommesso; distende da capo in su le braccia; ma all'improvviso sdrucciola per quanto è lungo il palo battendo terra così aspro, che ne rimase intronata: ripresa lena ricominciala salita, nè per questa volta la seconda meglio la fortuna; imperciocchè mentre stende la mano alla traversa, e già l'agguanta, torna a scorrere giù a precipizio. Si sentiva le braccia rotte, le cosce e il petto indolenzito, le bruciavano le mani: mentre alla serva pareva perduta la prova, sovvenne Lella un nuovo consiglio; china per terra si bagna le mani e le braccia con la rugiada caduta su l'erba, e braccia e mani s'imbratta poi d'arena: così allestita ritenta, e la ruvidezza dell'arena le vale; abbrancata la traversa ci si appoggia con le costole restando con le gambe penzoloni; penoso le riuscì moversi di traverso, ma aiutandosi con le braccia e col petto arrivò in breve sul capo all'impiccato: senza perdere tempo allora cavò di tasca il trinciante, e di un colpo recise il laccio orribilmente teso: il corpo tracolla con infelice rovina; dietro a lui giù di piombo la fanciulla, che sciolto il laccio se lo cinge intorno alla vita.

— Su presto, intantochè si avvolge la fune alla persona, favella alla serva; so che a tela ordita Dio manda filo, tu piglialo da capo sotto le ascelle, che sei più forte e meno affaticata di me; io lo agguanterò per le gambe e via.

E come disse fecero; la serva passò le proprie sotto le braccia di lui, lo strinse forte, e se lo recò sul petto; l'altra si mise tra mezzo alle gambe recandosene una per braccio, e si allontanarono gambettando leste come pernici inseguite. Arrivate a casa, stesero il morto su la tavola; ciò fatto Lella ordinava alla serva:

— Ora va a casa da i parenti miei, batti forte ma senza furia, e aspetta tanto che ti abbiano sentito. Quando qualcheduno si sarà affacciato alla finestra gli dirai: — in casa Campana evvi un morto — e te ne andrai subito senz'altre parole, capisci? senz'altre parole.

Partì la serva; ella rimase sola col morto; prima di tutto gli ricacciò gli occhi in testa perchè gli erano schizzati fuora, e come meglio potè glie li rinchiuse. Che Lella possedesse anima e nervi di bronzo, non importa ch'io dica, nondimanco cotesti occhi penzoloni le mettevano paura; lo lavò col vino, lo pettinò; con molto stento lo vestì della cappa della confraternita di San Francesco del padre suo; gli coperse le faccia di un mantile bianco su cui ella medesima aveva ricamato il nome di Maria; gli sottopose al capo il guanciale ripieno di paglia fresca; tra le mani gli adattò un Cristo, quantunque non le riuscisse a piegare ledita irrigidite del morto tanto, che sembrasse le tenessero strette; e ai quattro lati della tavola accese quattro candele di cera. Ciò fatto s'inginocchiò da piedi sul terreno ignudo, e aperto il breviario prese a dire l'uffizio dei morti.

La serva in questa si aggirava per Corte dando l'avviso alla parentela dei Campana: grande sbigottimento si faceva in coteste case, imperciocchè chi fosse il morto non sapevano. Orso a quell'ora si trovava a Bastia; i fratelli e i nepoti di rado si recavano a Corte; rimaneva Lella, ma lei non poteva essere, dacchè era ella che li mandava ad avvisare: temevano di qualche tranello, e per altra parte sembrava enormezza non rispondere alla chiamata in tanto estremo; scelsero pertanto una via di mezzo, mandarono le donne a scoprire marina; chiariti da loro del come si mettevano le cose, sarebbero andati ancora essi.

Le donne una dopo l'altra arrivarono, e, chi è morto? domandavano esse, Lella in piedi accanto alla tavola rispondeva: — il mio fidanzato. Allora le donne avvicinandosi alla fanciulla una dopo l'altra ne prendevano il capo con ambedue le mani, e fronte accostata a fronte così restavano per circa un minuto; poi traendo dolorosi omei non senza percotersi il seno e il volto, e taluna anche stracciandosi i capelli, andavano a porsi ritto lungo la parete. — Questa cerimonia i Côrsi chiamanoScirrata.

La lettera ricevuta dal Paoli conteneva queste parole: — Eccellenza. Adesso adesso ci giunge l'avviso, che il corpo di Giovan Brando è stato rapito; stiamo dietro a rintracciare i trasgressori.

E forse per questa causa il generale abbreviò le sue quistioni convivali troppo più presto, che non avrebbe desiderato. Rimasto solo diè forte del pugno sulla tavola ed esclamò:

— Sarebbe stato meglio non fare quel bando; ma una volta fatto si deve obbedire: altrimenti ritorna la Babele genovese; e il punto va raccattato sotto pena di vedere andare a male tutta la calza.

E calcatosi il cappello sul capo uscì: menò seco Minuto Grosso ed Ambrogio; il cane Nasone non invitato precorse. Anche il signor Giacomo, che confuso per le tante vicende accadutegli nel giro di ventiquattro ore, e dalle cose che aveva udito si sentivail cervello proprio in istato di caldaia bollente, si era posto alla finestra per mettere un po' di sesto a quella matassa arruffata dei suoi pensieri, appena ebbe scorto, che il generale invece di dormire se ne andava attorno, scese e si pose a seguitarlo come Simon Pietro quando menavano Gesù Cristo al Pretorio. Non ci ha dubbio, la curiosità lo spingeva, nè cotesto suo contegno poteva reputarsi discreto, ed ei lo sentiva; ma appunto perchè lo sentiva, lo spirito di contraddizione che dentro noi regna e governa aveva in un subito accumulato tante ragioni per farlo discredere, che un avvocato con metà meno avrebbe vinto in una causa più spallata di quella.

Il Paoli con la sua comitiva arrivato sotto la forca prese a speculare sottilmente il terreno e ci vide là orme di piedi scalzi, ma poche: invece moltissime di piedi calzati brevi così che appena si addirebbero a fanciullo; le quali accanto lo stile della forca si moltiplicavano in più versi e con diverse profondità. In questa sopraggiungevano una dopo le altre le guardie mandate alla scoperta, che interrogate in proposito rispondevano tutte nella medesima maniera: niente. Il Paoli allora levata la faccia scorse un pannolino rimasto appeso alla traversa, e sicuro di avere in mano il bandolo ordinò salissero e glie lo portassero: recata una scala eseguirono il comando. Cotesta era la salvietta dentro la quale Lella aveva avvolto il trinciante, adesso per inavvertenza rimasta lassù. Appena il Paoli l'ebbe in mano, la spiegò esaminandola su i quattro canti, certo di trovarci marcate le iniziali del nome del proprietario, ma gli fece fallo il presagio; la salvietta era senza marca.

— Qui bisogna venirne a capo. Nasone! gridò guardandosi attorno, e non lo vide perchè gli stava accanto — Nasone! quà — e gli mise sotto il naso per parecchie volte la salvietta; — poi gli disse: — cerca. Il cane col muso in terra cominciò a fiutare ora declinando a manca ora a destra, pure proseguendo sempre dietro una traccia; e tanto fece, che si condusse dopo breve ora per lo appunto alla porta della casa di Orso Campana.

Stando la porta chiusa, e disegnando il generale penetrare nella casa inaspettato, disse sotto voce qualche parola a Minuto Grosso, che rispose affermativamente accennando col capo; subito dopo guidati da lui si avviarono dietro la casa dove giaceva il giardino circondato da un muro a secco, che fu agevole cosascavalcare; ed avendo, come speravano, rinvenuta socchiusa la porta, che dalla casa menava al giardino, all'improvviso comparvero in mezzo della stanza del morto.

Se fosse stato il luogo aperto, le donne al comparire di costoro sarebbero fuggite via porgendo materia alla similitudine di colombe spaventate, ma chiuse così rannicchiaronsi in un canto e fecero grappolo a guisa di api, che cacciate dal bugno si rifugiano a fretta su di un ramo di albero.

— Qual è che ha rapito dalle forche l'impiccato? domandò severo il Paoli. — Io, rispose a occhi bassi, e con voce velata Lella. — Perchè lo avete tolto? — Vivo me lo toglieste voi, ed io me lo ripigliai morto per dargli sepoltura. — Questo toccava al padre, forse, e non a voi. — Ed io andai a persuaderlo al padre, ma chiuso in Dio, egli non pensa più ad affetti terreni. — E voi chi siete per togliervi questo carico? — Io sono... vo' dire doveva essere la moglie di Giovanbrando.

— Avete compagni? riprese il Paoli con un suono più mite.

— No; gli avessi, non ve li direi, e a voi non istà bene domandarmelo. — Perchè no? Quando il popolo intero fa la legge corre a tutti il dovere obbedirla; e il pregiudizio che sia infamia a rivelare i malfattori ha da perire: chi era il vostro compagno dai piedi scalzi? — Sono io sua nudrice una volta, adesso compagna per servirla. — Fu un giudizio di quanti la udirono che la nutrice di Lella in tutto il tempo della sua vita trascorsa non si era arrisicata mai a discorso tanto lungo, e dicono ancora, che, in quella ch'ebbe a vivere poi, non ci si attentò più. — Voi per certo ignoravate il bando, che sotto severissima pena vietava si toccasse il cadavere del giustiziato — riprese a dire il Paoli volgendosi a Lella con manifesta intenzione di porgerle il filo alla scusa, ma la fanciulla pronta: — Anzi lo sapeva, — Dunque sapete che tocca morire anche a voi? — Sarete pietoso a riunire la sposa col suo sposo come foste spietato a separarli. — Non io, fanciulla, non io vi separai, ma la legge del popolo, e il suo delitto. — E questa corda — aggiunse Lella scingendosi il capestro dalla vita. — Forse credete che io senta gusto a condannare a morte i miei simili? Potete rimproverarmi di parzialità? Il primo che mettessero a morte per omicidio non era mio parente? — Oh! nessuno vi contrasta la fama di spietato. — Sta bene, spietato; ma la mia severità ridusse nè manco a dieci gli ammazzamenti che una volta sommavano in ogni anno a mille;ora fate conto se costa più lacrime la mia asprezza o l'altrui clemenza. La pena bandita contro il rapitore del giustiziato non pose la legge; che in questo caso potrei compiangervi non già salvarvi; bensì il governo, e posso rimetterla, e la rimetto. Poveratinta! io vi perdono: onorate il morto col costume patrio... capisco... rispetto a voi, egli periva in virtù del grande amore che vi portava; solo fate che venga sepolto prima di giorno nel camposanto della parrocchia.

Così ordinando il Paoli era mosso dal pensiero, che la pietà del caso della fanciulla poteva per avventura scemare lo abborrimento al delitto, ed il terrore alla pena; sicchè erano da evitarsi le peregrinazioni, e le fiorate alla tomba del giustiziato, le quali quantunque non si potessero vietare affatto, pure nel cimiterio comune avrebbero mantenuto modo più comportabile. Al Boswell, mancato ogni pretesto per dimorare più oltre là dentro, toccò uscire dietro al Paoli; tuttavolta avendo avvertito, come egli assorto ne' suoi pensieri non lo badasse, si ristette nella strada in aspettativa di quanto fosse per accadere. — Nè andò guari, che i parenti e gli amici incominciarono ad accorrere alla casa di Lella Campana a due, a tre, e a quattro: imperciocchè gli uomini, simili ai ranocchi, finchè dura il pericolo per ordinario si tuffano sott'acqua rimpiattandosi chiotti nella belletta: quando poi uno di loro o più improvvido o più animoso degli altri torna a galla, e dà il segnale altrui che non ci è più da temere, allora tutti ficcano il capo fuori dello stagno, e chi più ebbe paura più gracida. Il signor Boswell, osservato come adesso i parenti lasciassero la porta aperta, credè non commettere indiscretezza rientrare in casa alla coda di loro; cacciatosi in un cantuccio egli vide gli uomini anch'essi farsi incontro alla fanciulla, ed uno per volta abbracciatala disporsi lungo la parete di faccia alle donne senza però o piangere o favellare. Poichè dopo qualche dimora non giunse altra persona, le donne una dietro l'altra si mossero pigliando a circuire la tavola, e intanto che giravano chiamavano pietosamente il morto, rammentando le virtù poche che possedeva, e le moltissime che non aveva mai posseduto: di grado in grado, nei moti e nella voce s'infervorarono così, che le donne parvero menare proprio una ridda frenetica. Intanto Lella nel mezzo accanto al morto lo guardava con occhi socchiusi tenendo verso di lui tesa la destra con le dita aperte: di repente si caccia via dal capo il mandile lasciandogiù correre per le spalle i capelli quasi criniera di polledro; spalanca gli occhi e ne vibra dintorno le pupille fiammeggianti come spada in mezzo alla strage.

— Silenzio! dissero gli uomini, cessate ilcaracolo; sta per cantare.

— Attente al vocèro — risposero le donne, e tacquero. Lella con voce velata, e da prima tremula, tenendo sempre la mano tesa incominciò a cantare:


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