Chapter 15

— Giovan Brando a che vi stateLà disteso su latola?Della sposa, che vi chiamaNon sentite la parola?Via, porgetemi la mano,Non lasciatemi qui sola.Di campane e di archibugiCome levano rumore!Quanto in chiesa di Sant'AnnaCi è concorso, ci è splendore!Su Giovà, che ilcavaliereSta su l'uscio e porge il fiore.[28]Curciarella[29]! ava' tu gli haiSu la soglia latravata[30],L'orzo sparso per lo capoE la roccainfrisciulata[31]Prima vedova son fattaChe dal prete maritata!Niuno leva tra i parentiPer aitarti o mano o voce.Dietro l'urlo: dàlli! ammazza!Ti perseguita feroce;Sebabbìto[32]ode il tuo nomeSi fa il segno della croce.Non ritrovi in cielo e in terraUn rifugio alla tua testa;Non pai carne battezzata,Tanto ogni uomo ti calpesta;Ma da tutti maladettoLa tua sposa anco ti resta.La tua sposa? Ahimè! dal pettoLo mio core hanno schiantato;Rotte l'ale il mio colomboGiace in terra insanguinato;Mi rubarono lo sposo,Mi hanno reso un impiccato.

— Giovan Brando a che vi state

Là disteso su latola?

Della sposa, che vi chiama

Non sentite la parola?

Via, porgetemi la mano,

Non lasciatemi qui sola.

Di campane e di archibugiCome levano rumore!Quanto in chiesa di Sant'AnnaCi è concorso, ci è splendore!Su Giovà, che ilcavaliereSta su l'uscio e porge il fiore.[28]

Di campane e di archibugi

Come levano rumore!

Quanto in chiesa di Sant'Anna

Ci è concorso, ci è splendore!

Su Giovà, che ilcavaliere

Sta su l'uscio e porge il fiore.[28]

Curciarella[29]! ava' tu gli haiSu la soglia latravata[30],L'orzo sparso per lo capoE la roccainfrisciulata[31]Prima vedova son fattaChe dal prete maritata!

Curciarella[29]! ava' tu gli hai

Su la soglia latravata[30],

L'orzo sparso per lo capo

E la roccainfrisciulata[31]

Prima vedova son fatta

Che dal prete maritata!

Niuno leva tra i parentiPer aitarti o mano o voce.Dietro l'urlo: dàlli! ammazza!Ti perseguita feroce;Sebabbìto[32]ode il tuo nomeSi fa il segno della croce.

Niuno leva tra i parenti

Per aitarti o mano o voce.

Dietro l'urlo: dàlli! ammazza!

Ti perseguita feroce;

Sebabbìto[32]ode il tuo nome

Si fa il segno della croce.

Non ritrovi in cielo e in terraUn rifugio alla tua testa;Non pai carne battezzata,Tanto ogni uomo ti calpesta;Ma da tutti maladettoLa tua sposa anco ti resta.

Non ritrovi in cielo e in terra

Un rifugio alla tua testa;

Non pai carne battezzata,

Tanto ogni uomo ti calpesta;

Ma da tutti maladetto

La tua sposa anco ti resta.

La tua sposa? Ahimè! dal pettoLo mio core hanno schiantato;Rotte l'ale il mio colomboGiace in terra insanguinato;Mi rubarono lo sposo,Mi hanno reso un impiccato.

La tua sposa? Ahimè! dal petto

Lo mio core hanno schiantato;

Rotte l'ale il mio colombo

Giace in terra insanguinato;

Mi rubarono lo sposo,

Mi hanno reso un impiccato.

La fanciulla come spossata si abbandonò con le braccia e con la testa sul cadavere; dalla scossa convulsa delle spalle soltanto si faceva manifesta la tremenda agitazione dell'anima; certa vecchia, che aveva vanto di cantatrice, pigliò da cotesto istante di quiete il destro di profferire i suoi consigli in questa maniera:

— Deh! consolati figliuola,Porta in pace il tuo dolore;Giovan Brando adesso è in cieloFra le braccia del Signore.Fissa gli occhi in questo Cristo,Che t'insegna a perdonare;Non por legna sopra il fuoco,Abbastanza è torbo il mare:La giustizia non fa patti;Chi ha tombato ha da pagare.

— Deh! consolati figliuola,

Porta in pace il tuo dolore;

Giovan Brando adesso è in cielo

Fra le braccia del Signore.

Fissa gli occhi in questo Cristo,Che t'insegna a perdonare;Non por legna sopra il fuoco,Abbastanza è torbo il mare:La giustizia non fa patti;Chi ha tombato ha da pagare.

Fissa gli occhi in questo Cristo,

Che t'insegna a perdonare;

Non por legna sopra il fuoco,

Abbastanza è torbo il mare:

La giustizia non fa patti;

Chi ha tombato ha da pagare.

La fanciulla leva d'un tratto la testa: aveva la bocca contratta e il guardo truce più che non abbia tigre che si avventi, e fra singulti rispose alla malavvisata consigliatrice:

— Se alle nozze di ChilinaVi mandava il boia in donoQuella corda, che strozzavaVostro genero Omobono,O Lucia, mi avreste uditoSe io parlava di perdono?Chi lo uccise caschi mortoCome bove con la mazza,Le sue membra messe in braniE gettate su la piazza.Oh! potessi con un soffioSpegner tutta la sua razzaA infocar l'ira di DioNon mi bastano gli accenti.Ma vorrìa vedere in fiammeLe sue case, e gli suoi armenti,Le sue vigne e gli olivetiIn balìa dei quattro venti.Al soffitto ecco ti appendo,O capestro scellerato;Gli occhi miei ti hanno abbastanzaCon le lacrime bagnato;Resta là, finchè io non ti abbiaDentro il sangue rituffato.Coi serpenti nei prunetiVo' seguir vita e costume,Purchè in mezzo delle stradeDel tuo sangue corra fiume.Io lo giuro sopra il corpoDel mio sole senza lume.Troppo grande è lo mio danno,Troppo forte il mio dolore;Una semplice vendettaNon contenta lo mio cuore;Se io sarò troppo crudeleMi perdoni lo Signore.Giovan Brando, ava' obbedisciAlla tomba che ti appella;Non badar, che la promessaTi abbia dato una zitella;Che per far la tua vendettaSta sicuro, basta anch'ella.[33]

— Se alle nozze di Chilina

Vi mandava il boia in dono

Quella corda, che strozzava

Vostro genero Omobono,

O Lucia, mi avreste udito

Se io parlava di perdono?

Chi lo uccise caschi mortoCome bove con la mazza,Le sue membra messe in braniE gettate su la piazza.Oh! potessi con un soffioSpegner tutta la sua razza

Chi lo uccise caschi morto

Come bove con la mazza,

Le sue membra messe in brani

E gettate su la piazza.

Oh! potessi con un soffio

Spegner tutta la sua razza

A infocar l'ira di DioNon mi bastano gli accenti.Ma vorrìa vedere in fiammeLe sue case, e gli suoi armenti,Le sue vigne e gli olivetiIn balìa dei quattro venti.

A infocar l'ira di Dio

Non mi bastano gli accenti.

Ma vorrìa vedere in fiamme

Le sue case, e gli suoi armenti,

Le sue vigne e gli oliveti

In balìa dei quattro venti.

Al soffitto ecco ti appendo,O capestro scellerato;Gli occhi miei ti hanno abbastanzaCon le lacrime bagnato;Resta là, finchè io non ti abbiaDentro il sangue rituffato.

Al soffitto ecco ti appendo,

O capestro scellerato;

Gli occhi miei ti hanno abbastanza

Con le lacrime bagnato;

Resta là, finchè io non ti abbia

Dentro il sangue rituffato.

Coi serpenti nei prunetiVo' seguir vita e costume,Purchè in mezzo delle stradeDel tuo sangue corra fiume.Io lo giuro sopra il corpoDel mio sole senza lume.

Coi serpenti nei pruneti

Vo' seguir vita e costume,

Purchè in mezzo delle strade

Del tuo sangue corra fiume.

Io lo giuro sopra il corpo

Del mio sole senza lume.

Troppo grande è lo mio danno,Troppo forte il mio dolore;Una semplice vendettaNon contenta lo mio cuore;Se io sarò troppo crudeleMi perdoni lo Signore.

Troppo grande è lo mio danno,

Troppo forte il mio dolore;

Una semplice vendetta

Non contenta lo mio cuore;

Se io sarò troppo crudele

Mi perdoni lo Signore.

Giovan Brando, ava' obbedisciAlla tomba che ti appella;Non badar, che la promessaTi abbia dato una zitella;Che per far la tua vendettaSta sicuro, basta anch'ella.[33]

Giovan Brando, ava' obbedisci

Alla tomba che ti appella;

Non badar, che la promessa

Ti abbia dato una zitella;

Che per far la tua vendetta

Sta sicuro, basta anch'ella.[33]

Quando tacque, il sudore della morte le imperlava la fronte; traballò per cadere, ma agguantatasi alla tavola le riuscì mantenersi in piedi; tacevano tutti col capo basso, le labbra strette, i sopraccigli aggrondati, finchè riavutasi la fanciulla esclamò: — su gente, portiamolo al camposanto, poichè così ha ordinato il vostro padrone e mio.

E come ella disse, eglino fecero; e la povera salma fu portata alla sepoltura senza lume, senza croce, e senza canto, in silenzio, con sospetto come i contrabbandieri costumano i frodi; bene incontraronoil becchino, ma questi stava dietro a scavare un'altra fossa e non ci fu modo di farlo smettere prima che l'avesse terminata; allora ne cominciò un'altra accanto; a coloro che lo ricercavano cedesse la prima, rispose caparbio non potersi fare perchè era stata pagata, e non gli rompessero il capo, se non volevano che lo rompesse a loro; e in così dire alzava con tutte e due le mani la zappa. Intanto, consumandosi il tempo ora in questa, ora in quell'altra cosa, spuntò l'alba, e fu udito il canto delMiserereaccostarsi vie via sempre più al cimitero; — interrogato il becchino che novità fosse cotesta, rispose: che non ci capiva novità, essendo un altro morto, il quale veniva a pigliare possesso della sua ultima casa; in questo modo uno accanto all'altro terranno compagnia. Come si chiamasse il morto non domandarono; imperciocchè in quel punto la compagnia sboccò dal canto e videro Serena figliuola del colonnello Albertini. Le due fanciulle si scorsero, e non avendo lo stiletto addosso si ricambiarono una occhiata; veramente un colpo di coltello avrebbe fatto più danno, non però svelato odio maggiore. Il prete chiese a Serena se avesse desiderato seppellissero altrove il corpo di suo padre ma ella rispose:

— No; così, stendendo la mano, piglierà pei capelli il suo assassino, e lo trascinerà al tribunale di Dio.

Lella dal canto suo diceva al becchino: — lasciate la terra accanto a Giovanbrando vuota fino al muro, che appena basterà per coloro che hanno da pagare la sua morte.

Il signor Giacomo condottosi fin là per osservare ogni cosa, picchiando alla disperata sopra la scatola esclamò:

— Che gente! Che gente! A che cosa vanno a pensare invece di porre mente ai decreti della Provvidenza, la quale ordinò l'assassino scendesse nella sepoltura prima dello assassinato, e tremare della giustizia, che fece tenere la pena dietro al delitto come tuono al baleno.

Pel buio della notte i colli circostanti a Corte si rimandano l'èco delle conche marine, e paiono scolte che si eccitino mutuamente a vigilare su la Patria. Quando prima si fu messo un po' di raggio si videro calare giù da mille sentieri i popoli accorrenti alla consulta in sembianza di cascatelle di acqua piovanale quali arrivate in mezzo alla valle si uniscono senza confondersi: però che la confusione delle genti impedissero le vesti, e le bandiere diverse: rispetto a queste ogni drappello costumava adoperare i suoi colori, che stavano attaccati a mo' di fiamma su lo stendale in cui tutti portavano dipinta la immagine della Immacolata. Veramente muove a ira vedere come gli uomini non abbiano mai saputo smettere il vezzo di prendere Dio a complice delle mattie e delle ferocie loro; pure se è lecito invocare il cielo quando avventiamo le armi omicide, o lo possiamo nelle guerre per la salute della Patria, o mai. — Dapprima venivano i commissari delle armi, seguitati dalle compagnie addestrate dai medesimi; portavano il moschetto a bandoliera, e pistole, e pugnale; lacarchieradella polvere e delle palle davanti, dietro lo zaino; nessuno aveva loro ammannito le provvisioni, nessuno l'alloggio; nello zaino recavano pane e cacio, nella zucca vino, e tanto bastava per tempo non lieve: circa alle stanze, l'erba verde e la fronda di un'elce o di uno olivo era quanto sapessero desiderare; per loro i locandieri potevano impiccarsi dalla disperazione alla soglia dello albergo. Certo non presentavano l'aspetto delle milizie ordinate, pure assai composte procedevano nei moti, e quello che massimamente importa, sembravano decise a mettere in isbaraglio anime e corpi. Talune compagnie erano comandate da frati; altre da preti; fra i primi terribile di aspetto il padre Paolo Roccaserra, che con la spada in mano rammentava proprio san Paolo quale stampavano a Venezia nei frontespizii del Testamento nuovo; per amore di Patria e per prestanza, pari, se non superiori a lui, venivano dopo i frati Serafino, Venanzio, Sammarco, e Agostino; dei secondi erano mirabili Domenico Leca vicario di Guagno, anima di ferro in corpo di ferro, e il prete Mugghione grave e solenne, cui faceva contrasto il nostro conoscente prete Settembre. Inseparabili in vita, come poi lo furono in morte, il prete Piscione e il pievano Astolfi. Con quali argomenti questi preti e questi frati si schermissero dai sacri canoni non so, e non m'importa sapere; questo altro conosco, e mi piace che altri conosca, come oltre al Natali vescovo di Tivoli, il quale scrisse con San Tommaso potersi anzi doversi ammazzare il tiranno, e il padre Lionardo da Campoloro, che nel suo trattato dei primi rudimenti affermò martiri i morti per la Patria, il frate Filippo Bernardi addirittura sostenne degno di assoluzione colui che in qualsivoglia maniera unnemico spegnesse. Onde non è da maravigliarci se i Còrsi, commettendosi a loro, fossero certi di rimettersi in buone mani. Oltre cinquanta frati e preti furono deputati; cinquecento combatterono, terrore dei Francesi, che alcuni in guerra col ferro, i superstiti in pace con la corda barbaramente trucidarono; nè ciò bastando ad assicurarli degli altri, i quali pure erano rimasti all'ombra dei chiostri, mandarono in Corsica una frotta di frati francesi, affinchè gli educassero alla servitù, appunto come nella India si servono degli elefanti ammansiti per pigliare i selvatichi.

.... fra i primi terribili di aspetto, il padre Paolo Roccaserra, che con la spada in mano..... (pag. 291)

.... fra i primi terribili di aspetto, il padre Paolo Roccaserra, che con la spada in mano..... (pag. 291)

Co' frati e co' preti gareggiavano le donne, nè tutte a modo di gregario, bensì taluna in vista di capitano; e queste furono Rossana Serpentini, la moglie di Bartolo da Barbaggio già famosa in guerra, la moglie di Giulio da Pastoreccia, ed altre parecchie, tra le quali degna d'immortale memoria la nepote del vicario di Guagno onde l'inclito amico nostro Salvatore Viale con patrio orgoglio cantava:

— Coll'archibugio in mano, e in sen lo stileDonne vedeansi valorose e arditeChe abito assunto al par che alma virileSan le maschie emular vergini scite[34].

— Coll'archibugio in mano, e in sen lo stile

Donne vedeansi valorose e ardite

Che abito assunto al par che alma virile

San le maschie emular vergini scite[34].

E prima di lui Ottaviano Savelli con nobilissimo carme latino il quale recato nel volgare nostro suona così:

— Quanto femmina possa, a prova impara.Forza ho nel corpo sano e nelle veneIl patrio sangue, e la virtù nel core,Nè sola o prima ch'io mi cinga al fiancoLa spada, e porti in su la spalla l'arme,E di sandali cinga il piè veloce:Emularono molte i gesti aviti,Adesso teco agli ultimi cimentiIo mi commetto, e le più ree fortunePatirò; spirerò l'anima teco,Tu duca mio, tu padre....[35]

— Quanto femmina possa, a prova impara.

Forza ho nel corpo sano e nelle vene

Il patrio sangue, e la virtù nel core,

Nè sola o prima ch'io mi cinga al fianco

La spada, e porti in su la spalla l'arme,

E di sandali cinga il piè veloce:

Emularono molte i gesti aviti,Adesso teco agli ultimi cimentiIo mi commetto, e le più ree fortunePatirò; spirerò l'anima teco,Tu duca mio, tu padre....[35]

Emularono molte i gesti aviti,

Adesso teco agli ultimi cimenti

Io mi commetto, e le più ree fortune

Patirò; spirerò l'anima teco,

Tu duca mio, tu padre....[35]

E' pare, non vo' negarlo, che alle donne si addicano studi più miti, ma le côrse use alle fatiche, nelle quali si travagliavano troppo più degli uomini, trattarono le armi non per andazzo di tempi, o per muliebre vanità, bensì, perchè ci si sentivano atte; di vero parecchie imprese vinsero sole; tutte poi sostennero stupendamente.

Dietro gli armati veniva la varia moltitudine di vecchi, di fanciulli, e di donne, e in mezzo a questa il deputato, o vogliamo dire il procuratore del comune; i più pedestri, vestiti come gli altri, che lo stipendio di una lira al giorno non consentiva lusso maggiore; i troppo vecchi procedevano sopra piccoli muli, e taluno di loro davanti si recava un tenero ragazzetto, in groppa una donna mingherlina; tale altro stava seduto in modo da permettere che dal basto pendessero attaccate due ceste, dentro le quali uno per parte giacevano due pargoli; le madri seguitavano filando, e al primo gemito recatisi i bambini in collo porgevano loro la mammella: avrebbero voluto a un punto filare, camminare, e allattare, e ci si erano provate; ma conosciuto il pericolo, non senza rammarico erano rimaste da filare. Forse di queste cose taluno sorriderà, e tuttavolta, in fino d'ora, lo avverto, che se lo universale dei Côrsi avesse praticato costumi non diversi da questi, la Francia sarebbe venuta meno contro la virtù di quel pugno di gente.

Intanto dal palazzo del generale uscirono Damiano, Minuto Grosso, Ambrogio, ed altri famigliari di lui, i quali andando attorno, e mescendosi ai varî capannelli, assai destramente pigliavano lingua dei nomi, stato di famiglia, casi; insomma più che potevano dei caporali di cotesta moltitudine; in simile faccenda sopra tutti sbracciavasi frate Damiano con quel fare procaccevolone, che nei frati diventa natura; egli porgeva ai fanciulli la mano, alle donne la croce della corona a baciare; agli uomini poi lo scatolone di tabacco, che senza empietà si sarebbe potuto mettere a petto con la misericordia di Dio, imperciocchè come quella pareva non dovesse avere mai fine. Quando ebbero fatto sufficiente raccolta, se la svignarono andando a riferire ogni cosa al generale, che, dopo averli ascoltati per bene, si dispose a scendere a sua posta in istrada, e mescolarsi fra il popolo. Ora vuolsi sapere come il Paoli possedesse memoria non affermerò superiore a quella di Giulio Guidi suo compatriotta da Calvi, che ebbe il soprannomedalla grande memoria, e mandòtrasecolato il Mureto nella università di Padova, ma certo da stare a pari con Temistocle, Teodosio, od altri famosi dell'antica e della moderna storia; però bisognava, che per imparare le cose a mente qualcuno gliene dicesse; e tale incombenza appunto commetteva ai suoi famigliari; onde egli poteva salutare a nome infinite persone mostrandosi eziandio ragguagliato di molte particolarità concernenti alle medesime. Questa pratica gli conciliava benevolenza, e credito inestimabile, reputandosi ogni uomo col quale entrava in parole conosciuto da lui specialmente, e sempre più confermando la opinione, che per volontà di Dio a lui fossero rivelati i più riposti segreti. Se i tempi lo avessero consentito è da credersi, che egli avrebbe osato di più, che senza un po' di meraviglioso gli ordinamenti dei legislatori tra popoli rozzi non attecchiscono, ed ei lo sapeva; e nè anche andava del tutto immune da certe sue superstizioni alle quali pure partecipò Napoleone Buonaparte; sia che la Provvidenza lasciando insinuare negli alti spiriti simili debolezze voglia insegnarci come niente di perfetto esista su questa terra, sia, come credo piuttosto, che i primi germi della educazione ci rimettano nostro malgrado il tallo nell'animo; e i Côrsi allora erano superstiziosissimi, ed anche oggi, comecchè molto meno, sono. Pertanto il Paoli qua e là aggirandosi, con maraviglia pari al contento di cotesti fieri isolani, quale chiamava a nome, quale col suo nomignolo, e a quello chiedeva contezza del padre infermo, della moglie incinta, del garzoncello spoppato, a questo del pastino, degli olivi piantati, della vigna potata, ad altri altre cose, e poi ad un tratto li tastava di scancio intorno ai casi imminenti; imperciocchè sapesse, che il suffragio universale si rassomiglia assai a cavallo sfrenato cui fanno mestieri un po' di briglia e un po' di sprone, e se fosse vissuto ai giorni nostri egli lo avrebbe paragonato volentieri alle carrozze a vapore, le quali, finchè corrono incastrate nelle rotaie, vanno d'incanto su per erti argini e per cieche botti, dove prive di guide ruzzolerebbero, o darebbero di cozzo dentro le muraglie: ond'egli si era tolta quella fatica nel concetto di persuadere gli avversi, sostenere i vacillanti, i risoluti confermare; ma non n'ebbe bisogno; che da tutte parti sentì rispondersi su questo punto: fate il vostro dovere, e noi faremo il nostro. Egli allora, attentandosi più oltre, interrogati costoro che cosa intendessero per suo dovere, gli udiva replicare alla recisa: voi comandate laguerra, e noi per Dio santo la combatteremo. — Fino all'ultimo? — Fino all'ultimo. — Allora siamo a cavallo, disse fra sè il Paoli, e ritornò in palazzo per mutare vesti, che l'ora per la Consulta stringeva.

Deposti gli abiti di panno côrso, vestì la sfoggiata assisa di velluto verde gallonato di oro, cinse la spada, dono di Federigo, e con in mano il cappello del pari gallonato e piumato s'incammina verso la chiesa di San Marcello dove era convocata la Consulta; teneva la mano su la maniglia della sua stanza quando gli si schiuse con impeto la porta davanti, cosicchè per poco stette, che non gliela sbatacchiassero in faccia:

— O padre Bernardino siete voi? che novità portate? voi mi parete torbo.

— E lo sono, disse il frate agguantando il Paoli per un braccio, e sbarrandogli negli occhi due occhiacci da spiritato. Le novità le fate voi, e non ho a contarvele io; chiaritemi un po' che significhi là in chiesa quel baldacchino di damasco rosso? sareste per avventura diventato il Santissimo Sacramento? se così è ditemelo, perchè mi possa inginocchiare dinanzi a voi, e venerarvi come meritate. Ancora, che importa quel seggiolone di velluto chermesino con la corona reale ricamata nella spalliera?

— La è chiara; in trono siede il principe, o chi lo rappresenta; qui la nazione è principe, ed io ne sostengo le parti, però in luogo di quella mi assetto in trono. — La corona reale, voi avrete osservato, che sormonta l'arme del regno di Corsica; veramente questo titolo non va bene; bisogna mutarlo; ma per ora si mantiene a fine che la Europa non creda sia rovinato in Corsica il finimondo.

— No, io ho osservato, che la spalliera del seggiolone fu fatta alta per modo, che la corona viene per lo appunto ad adattarsi sul capo di quale ci si ponga a sedere.

— A questo non badai.

— Ci ho badato io.

— Orsù via di che temete voi? Che io mi faccia tiranno?

— Pasquale, nelle anime rette la rea passione non entra mai per la porta maestra, ella piglia per dietro, e si caccia per la gattaiola; penetrata in casa, in un attimo diventa in guisa gigante, che non la puoi buttar fuori dalle porte nè dalle finestre.

Pasquale, io ho veduto perfino le immagini della Immacolatadiventare nere per troppo incenso. — Te lodano ogni giorno, e lo meriti; se ti lodassero meno farebbero meglio, e tu saresti savio se a coteste lodi sbardellate ponessi modo; e se, come credo, aborrisci veramente farti tiranno, non pigliare nè manco usanza con le apparenze della tirannide.

— Ma io non mi sono accorto di avere offeso così la temperanza dei padri nostri di lasciare adito a sospetti: in casa mia alla Stretta si adoperano ancora posate di bossolo, e le impannate coprono le finestre.

— Sì, ma qui le usi di argento; e questi, che vedo alle finestre, sono cristalli; nè il velluto, per quanto io sappia, fu mai lavorato in Corsica.

— Come privato vivo secondo l'osservanza antica, ma come magistrato supremo mi parve degno della nostra nazione mostrare alquanto più di decoro.

— E vi parve male. Pensate voi, che Pirro e i suoi legati stimassero più o meno il popolo romano e Fabrizio perchè lo trovarono a cuocere rape?

— Oh! volgevano allora altri tempi; in cotesti giorni di virtù repubblicana la povertà tenevasi in pregio; adesso si reputa colpa; certo la non si legge scritta in verun codice, ma la trovi scolpita in luogo troppo più dannoso, nel cuore umano.

— Pasquale! Pasquale! Picchiatevi il petto, e ditemea culpa; perchè concedeste i passaporti ai francesi? Perchè permetteste i mercati in prossimità dei presidii? L'oro francese serpeggia come veleno nelle vene dei Côrsi; e il lusso non entra mai solo nei paesi, bensì a braccetto della corruzione.

Il Paoli divampò in volto; senza dubbio perchè senti mordersi il cuore: cotesto rimprovero che adesso gli moveva il frate ad alta voce, sovente, come in altra parte fu avvertito da noi, glielo sussurrava sommesso la coscienza; onde piuttosto acerbo rispose: — Voi, usi nei chiostri, delle faccende umane intendete niente. La Corsica difettava di danaro, e per sostenere guerra giusta contro i nemici faceva di bisogno procacciare artiglierie, di ogni maniera, armi, munizioni e simili altri monimenti: ora a tutte queste cose provvidi coi denari del nemico: e senza i mercati concessi, in quale guisa io glieli avrei potuto cavare di tasca? In verità se voi non me lo insegnate non saprei indovinarlo io. I partiti politici presentano sempre molte facce: ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e la necessità costringe i cimenti; gli uominipoi non possono prevedere tutte le sequele, di qui, padre Bernardino, di qui, la fortuna buona è la rea. D'altronde ho fatto esperienza di questi fieri fratelli nostri, e non li trovo punto corrotti.

— Oh! qui sui monti no, perchè sui monti si vive più da presso a Dio, ma per le città e le campagne circostanti temo che sia diverso. — Ad ogni modo piaccia alla Provvidenza, che i quattrini francesi rechino minore danno a noi che a loro il ferro che ne abbiamo comprato.

— Padre Bernardino, uditemi: voi per fermo sapete come Marco Aurelio assunto allo impero consegnando la spada al prefetto del palazzo gli dicesse: — Tu con questa difendimi finchè osservo la legge; quando la trasgredissi ammazzami con questa; — e io dico a voi: — pigliate questo pugnale; ve lo do con le medesime intenzioni di Marco Aurelio, pigliate.

— No, Pasquale: vogliate non essere nè manco Marco Aurelio; egli si professò filosofo, ma a fine di conto rimase imperatore; onde a ragione Epitteto evitava disputare con lui, reputando cosa da matto venire a litigio anche di parole con tale che teneva al suo comando sessanta legioni. Coteste erano chiacchere; se Marco Aurelio avesse temuto del prefetto questi avrebbe finito come lagiustiziadi Arragona. Persuadetevi, giova più per tutti procurare che il male non accada, che rimediarci accaduto.

— Ma adesso che questo benedetto trono sta su ritto, io non so a qual santo votarmi.

— Non vi date travaglio per ciò, ecco, che io vi profferisco un partito bellissimo: assettatevi accanto al trono, e se taluno interroga, perchè usiate così, e voi rispondete: il trono fu eretto per la libertà della nazione, la quale, comecchè sia ente astratto pure noi tutti dobbiamo estimare presente alle nostre deliberazioni, affinchè ella ci infonda partiti degni di lei.

— Mi piace; così farò, siete contento?

— Sì, sono; ma vorrei un'altra grazia da voi; la ricuserete all'amico di vostro padre?

— Parlate.

— Vorrei, che mi diceste proprio col cuore se vi siete avuto a male di quanto vi discorsi?

— Datemi la mano: ecco io ve la bacio come quella di mio padre quando mi castigava per mio bene.

— Ed io, soggiunse il frate liberando la sua mano e ponendolasul capo al generale, vi benedico, come avrebbe fatto la grande anima del povero signor Giacinto, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

Il presidente della Consulta, Paolo Luigi Vinciguerra, poichè tutti si furono assettati, in mezzo al silenzio universale, volto al Paoli gli disse: — Esponete.

Il Paoli parlò in piano stile, e disse delle pratiche tenute, mediatrice la Francia, con la repubblica di Genova per la pace, essere state respinte le offerte del tributo annuo di lire 40 mila pel feudo di Bonifazio e per Capraja, le franchigie commerciali, e le cerne di soldati côrsi in tempo di guerra: allora, poichè ai repubblicani genovesi coceva tanto la perdita del titolo di re, avere proposto che sel tenessero, e la Corsica, purchè sgombra di loro, avrebbe retribuito un omaggio annuale a mo' che il Re di Sicilia costumava con Roma: in oltre (e questo era quel più, che da lui si fosse potuto consentire) tenesse Genova presidio in qualche città litoranea della Corsica: nè anche questo avere potuto attecchire. Fra tanto i gesuiti spinti fuori di Spagna essere stati accolti dai Genovesi in Calvi, Ajaccio, Algajola, dalla qual cosa inalberati i Francesi votarono codesti presidii; noi stavamo a un pelo di occuparli; si posero fra mezzo i Francesi, perchè fino al termine della lega gli lasciassimo stare; allora se Genova non si fosse composta con esso noi ci chiarivano liberi di tutelare i nostri diritti come la intendessimo. Desideroso tenermi bene edificata la Francia, obbedii. Di un tratto la Francia, o piuttosto il suo ministro duca di Choiseul, pari all'amico che frequentando la casa dello amico ne concupisce la moglie, promette lasciare libera la Corsica di governarsi a suo senno, a patto che gli concediamo noi San Fiorenzo e Bastia con tutta la contrada, che da queste due città si distende fino a Capo Côrso. E' parve pretensione strana, perchè in breve spazio due governi diversi e per necessità ostili non potevano durare; massime se potentissimo l'uno, e l'altro si sente ed è in effetto debole; la pignatta di ferro accanto a quella di coccio; per ultimo, popoli da evo immemorabile congiunti, di repente lacerati; dissi: amare meglio ci sottomettessero interi, che pigliarci a questo modo divisi. Onde non lasciare intentato spediente per vedere se umiltà vincesse superbia, offersi altresìche il re di Francia assumesse titolo e ufficio di protettore della libertà Côrsa, per difendere la quale presidiasse Bastia, San Fiorenzo e Capo Côrso. Risposero smettessero i Côrsi l'audacia di presumere che il Cristianissimo volesse accettare di simile sorte confederati. Subito dopo corse una voce molesta, che la Francia avesse comprato noi altri da Genova; da Genova, contro la tirannide della quale un giorno ci somministrò armi e sussidii; da Genova, contro la tirannide della quale ai tempi nostri stette per difenditrice; da Genova, che sa non potere vantare su di noi potestà se non convenzionata, e però tale che senza il consenso delle parti contraenti non possa mutarsi; e compra noi altri che da quaranta anni ci travagliamo nelle lotte sanguinose della libertà, come il macellaio costuma un branco di montoni. La Francia è potente, troppo potente per noi, onde potrebbe astenersi dagli inganni; ma no, le piace approfittarsi anche di questi, e mentre il duca di Choiseul mi manda a dire, che delle nuove milizie spedite in Corsica io non mi adombri, ecco che il conte di Marbeuf appena sbarcato m'intima a rimettergli in mano senza indugio San Fiorenzo, Bastia, Algaiola, Isola Rossa, Macinaggio, e Gornali. Risposi breve: averli i Côrsi acquistati col sangue; senza sangue non li avrebbero lasciati. Il marchese di Chauvelin, capitano della impresa, da Bastia ha pubblicato il suo bando; voi lo conoscete; promette farvi del bene assai, e confida di non avervi a trattare da ribelli; e voi dovete estimarvi avventurosi di essere cascati nellaservitùdella Francia, perchè la libertà non temperata da buoni ordinamenti mena i popoli allaservitù. Frattanto si rompe slealmente la guerra prima che spiri la tregua, e, malgrado la resistenza dei nostri, parte del Nebbio, molti luoghi di Casinca e di Capo Côrso vengono espugnati da loro. Già la gazzetta di Francia ridonda delle iattanze consuete intorno al valore ed alla fortuna delle armi del Re. È inutile che io v'informi come la mia fama sia fatta segno di vituperii; dove io, essi affermano, dove io non insidiassi la libertà vostra, forse avrei avuto virtù per governarvi con gloria; i cieli vi destinano a sovrano Luigi XV il quale possiede certo le virtù di reggervi con gloria serbando intatta la vostra libertà. A me poi se lamento la iniqua oppressione rispondono: colpa vostra; perchè quando volevamo mutilare la Corsica del Capo Côrso, di San Fiorenzo e di Bastia, voi urlaste meglio è che le tolghiate addirittura la vita; noi abbiamo visto, che voi avevate ragione e l'ammazziamo.In questa guisa si ragiona in Francia. Adesso che vi ho esposto lo stato delle cose nel quale ci versiamo, deliberate voi liberamente se vi piaccia accordare o piuttosto respingere la forza con la forza: se vi garbi la pace, io tornerò in esilio dispiacente di non aver fatto per la mia patria quanto poteva, e senza dubbio poi quanto voleva, pure sempre obbediente ai voleri del popolo, sia restando, sia partendo; se all'opposto sceglierete la guerra, considerate se l'abbia ad amministrare io od altri; se giudicherete altri, dirò come la madre di Brasida diceva del figliuolo: esulto, che la patria abbia cittadini migliori di me; se io, sarò una spada nelle vostre mani, la quale percoterà sempre, finchè o non vinca o si rompa.

Così avendo parlato si disponeva a partire, quando Marco Aurelio Rossi oratore della Consulta saltò su a dire, non doversi a verun patto permettere, che in faccenda tanto grave il generale si allontanasse: rimanesse, e quasi anima dell'assemblea con i suoi consigli la ispirasse.

— Che piacenterie sono queste, oratore? proruppe sdegnoso il padre Bernardino Casacconi, il quale giusto sedeva nella Consulta come procuratore del Comune di Casacconi. — Non vi vergognate? chi fece la legge primo la obbedisca: fuori il generale.

— E ciò, soggiunse pacato il Paoli, tanto più importa che sia in quanto che restando non mancherebbero di bociare su pei canti avere io con rigiri strascinata la Consulta alle mie voglie. Il procuratore di Casacconi ha ragione; concedete, che io vi lasci liberi a discutere il partito desiderando, e sperando, che riesca quale la dignità della Patria aspetta da voi.

Uscito di chiesa con piccola accompagnatura intendeva tornarsene a casa per aspettare costà il partito della Consulta, ma il capo gli bolliva così, che gli parve bene rimanersi alcun poco all'aria aperta. Intanto che andava pensieroso s'imbattè nel colonnello Valcroissant, il quale in compagnia di certo suo ufficiale di ordinanza, e di Altobello Alando datogli in quel giorno di guardia, percorreva le strade notando diligentissimamente i casi che si succedevano. Appena il colonnello ebbe scorto il generale gli si fe' incontro, e dopo alternati i saluti, gli domandò:

— Or come avviene, signor generale, che non vi troviate a presiedere la consulta?

— A me non tocca.

— Sia pure così: ma almeno dovreste stare presente alle deliberazioni, massime quando scottano davvero.

— La legge mi esclude giusto perchè il negozio è serio; mi pareva avervelo già avvertito...

— Sicuro, ma io credeva, che voi...

— Avessi dato ad intendervi una bugia; ecco a che siete ridotti voi altri Francesi; chiunque vuole ingannarvi d'ora in poi non avrà a fare altro, che dirvi la verità.

— Vorrei domandarvi un favore, signor generale.

— Parlate.

— Desidero, che mi permettiate visitare il castello.

— Venite meco; io non ci vedo alcun male, perchè quando la guerra si ridurrà attorno al castello, e' sarà come la vita, che si stringe al cuore, per cessare.

Innanzi di porre piede dentro al castello venne fatto al colonnello di osservare una casa tutta piena di cicatrici fattevi dalle palle di carabina, e di spingarda; quelle di cannone erano state murate; pure se ne osservano tuttavia le toppe. Pertanto il colonnello, preso da vaghezza di sapere che fosse, interrogò:

— Qui si fece battaglia a quello che pare?

— E terribile, rispose il generale. Questa fu casa di Giampiero Gaffori: allorchè il commissario Giustiniano gli fece rapire il figliuolo, la moglie sua ch'è donna feroce gli andò incontro forsennata urlando: Giampiero, rendimi il figlio! — E Giampiero, condotte notte tempo bertesche e feritoie intorno casa sua, cominciò su l'alba a fulminare quanti Genovesi si affacciavano ai baluardi; il commissario ordina gli si sfasci la casa con le artiglierie; ma provò che questo era più agevole a dirsi che a farsi, imperciocchè quanti artiglieri comparivano a maneggiare il pezzo tanti colti di punto in bianco andavano a gambe all'aria. Allora il diavolo agguantava per i capelli il commissario, il quale ordinò pigliassero il figliuolo del Gaffori, lo legassero sul piano della cannoniera, intantochè riparati da lui potessero gli artiglieri ammannire con sicurezza il pezzo. Ai nostri atterriti da simile vista cascano le braccia, e si volsero al Gaffori senza far motto, ma in atto di domandargli: e ora che pesci si piglia? — Sicuro, uno strettone se lo sentì dare il Gaffori, ed anche dei buoni, ma scosse il capo disse: badate a tirare diritto: — magari! se possiamo scansarlo! — Se Dio non vuole noi generiamo i figliuoli appunto perchè muoiano per la Patria.

— E questi fu quel Gaffori che poi i Côrsi assassinarono? domandò malignamente il Valcroissant.

— Cioè due o tre Côrsi a istigazione del diavolo, e dei Genovesi.

— E ci abitano sempre i Gaffori?

— No, di presente l'abita un giovane, assai cosa mia, di Aiaccio, originario di Toscana, che si chiama Carlo Buonaparte con la moglie Letizia Ramorino.

Esaminato ch'ebbe il Valcroissant il castello disse: certo deve essere stato costruito quando non si conoscevano le artiglierie.

— Si adoperavano, ma a stento; le memorie avvertono lo fabbricasse Vincentello d'Istria sul principio del 1500.

— Di fatti, oggi con quei monti a ridosso, che lo pigliano a cavaliere non potrebbe fare resistenza contro a nemico munito di artiglierie.

— Ed io non avrei mancato di fortificare coteste alture se non sapessi, che non sarà decisa qui la causa della libertà côrsa. Oh! ecco qui; questa è la cannoniera dove fu attaccato il figliuolo del Gaffori.

— Perchè non ci mettete un marmo, che rammenti il fatto?

— Le memorie di marmo e di bronzo sono mute quando il cuore degli uomini dimentica. I Côrsi non hanno mestieri sveglie per ricordare le prodezze dei loro padri; e poi troppo marmo ci vorrìa per indicarle tutte. — Se non vi gira il capo, colonnello, mirate un po' che precipizio!

Il colonnello agguantandosi al parapetto sporse la testa per vedere il pauroso dirupo su cui sta il castello, e lo ricinge da tutti i lati, tranne il settentrionale dove pure la strada appariva sì stretta, che due persone ci si potevano erpicare a gran pena.

— Sta bene; lo trovo proprio quale lo descrive il Tuano: —arx Curiæ saxo fere undique prærupto imposita;— e da che nasce quel ribollimento di acque laggiù in fondo, che anche di qua mette paura a vederlo?

— Colà le acque della Restonica si azzuffano con quelle del Tavignano, ma fatta subito la pace procedono poi di amore, e d'accordo fino al mare. La Restonica, forse per menare un'arena fina possiede la virtù di forbire ogni maniera di metalli, massime il ferro; onde noi altri vi lasciamo immerse canne da schioppi e ferramenti per pulirli dalla ruggine. Il balzo come voi dite fa rabbrividire a mirarlo, e nondimeno non una, ma parecchievolte i Côrsi prigionieri dei Genovesi ci si misero giù a repentaglio, e si salvarono sempre.

Intanto nella chiesa di S. Marcello si faceva un gran tramestio tra i procuratori intorno al partito da vincersi per la pace o per la guerra: e colà come altrove coloro che in fondo volevano che la guerra spuntasse, più degli altri sembravano avversarla, però i difensori della pace, mentiti, o veraci, di petto ai contrarii erano pochi, e le ragioni non facevano frutto. Ormai le voci discordanti ogni momento più si accordavano nel grido: Guerra! guerra! quando il padre Mariani detto il Rosso da Corbara levandosi con impeto esclamò: — Guerra! guerra! Se a farla fosse agevole come a dirla adesso chi più di me sentireste arrangolato a gridarla? Contro cui di grazia combatteremo questa guerra? Contro il re di Francia, tra i potentati di tutta cristianità potentissimo? Avete forse Mosè, che divida le acque del mar Rosso con la verga? O forse contate fra voi Giosuè che valga a fermare il sole? Qui ci vogliono miracoli; perchè co' partiti ordinarii dove possiamo riuscire, io davvero non comprendo. E noi che siamo? Un pizzicotto di gente seminato su di uno scoglio in mezzo al mare, senza quattrini, senza fortezze, senza munizioni, senza soldati esperti nei modi della moderna disciplina. Coraggio possediamo, anzi di questo ce ne ha di avanzo; ma questo basta per morire, non basta per vincere: e qui entrando in confronti prolungati, e minuti gli riusciva facile mostrare a prova, che la guerra era partito da gente disperata; per la qual cosa consigliava si piegasse il capo alla fortuna, non rendendo pessimo con la resistenza uno stato a bastanza lacrimevole; come conforto della libertà perduta pigliassero quei beni che la coscienza estorceva di mano al non giusto dominatore.

Al frate Mariani rispose un altro frate e fu padre Lionardo Grimaldi da Campoloro; le parole di costui non andarono esenti da passione, anzi ce ne entrò di molta, ma così parvero allora persuadenti, che la storia in parte e la tradizione ce le conservarono: vale il pregio riportarle, non fosse altro per conoscere come or fa quasi cento anni sapessero i frati favellare in Corsica.

— Quando gli Ateniesi ammazzarono Licida persuasore di accordi col barbaro, male provvidero alla fama e agl'interessi loro. Noi permettendo, anzi lodando le libere parole ci mostriamo assai più civili degli Ateniesi, e meglio esperti nei governi dello Stato. Di fatti uditi diligentemente i difensori della pace abbiamo sommatoquesto, che dobbiamo astenerci dalla guerra, perchè la perderemmo di certo. Veramente non possediamo Moisè, ma ne anco gli Ateniesi lo ebbero; ed entrambi questi popoli o non conobbero fortezze, o le abbandonarono, chè il mare, i monti, e i petti degli uomini sentirono essere fortezze di bontà supreme, e pure vinsero in mare e in terra eserciti, e armate piuttosto immani che grandi, fugarono re potentissimi, nè contarono i nemici tranne per seppellirli. Ma lasciamo in disparte gli esempi antichi, veniamo ai moderni, anzi ai nostri: se Federigo re di Prussia invece di combattere i nemici si fosse giù gittato a confrontare il numero di quelli col numero dei proprii soldati, all'ora che corre se gli restava il marchesato di Brandeburgo era bazza. E sì che gli Svizzeri quando superarono i Tedeschi si avvantaggiarono dei monti, gli Olandesi per annegare i Francesi apersero le cateratte dei dicchi, ma Federigo non potè approfittarsi di monti, e nè di dicchi; forse opponete che il re di Prussia eredò dal padre copia di danari, e di omaccioni alti sei piedi e più, ed io rispondo, che i quattrini non erano tanti e poi li spese, e che gli uomini non si misurano a canne, e noi sortimmo dalla natura corpi infaticati, anima sicura, e combattiamo per la libertà, mentre quei bestioni Prussiani si battevano pel padrone. Ma, santa fede! oh! che sarebbe la prima volta questa che i Còrsi combattano contro forze tre, quattro, e sei volte superiori alle loro? Veramente prodi soldati sono i Francesi, ma le vecchie fanterie spagnuole di Carlo V non ebbero vanto fra le prime del mondo? La Francia annovera parecchi illustri capitani, ma il principe Andrea Doria passava forse per un castrato della cappella del Papa? — Non siamo più buoni a quello che seppero fare i nostri vecchi? Forse Dio ci levò il senno, la forza? Oibò; queste cose se non le buttiamo via da noi altri nessuno può levarci. Le nostre madri hanno smessa l'arte di partorire Sampieri? — Ve lo dirò quello che manca a noi, e non ebbero i padri nostri. Manca la concordia, manca l'animo deliberato in un proposito: tre fratelli, tre castelli, e questo perchè? Perchè smesse le virtù avite ci piace poltrire negli ozii lascivi, e nelle mollizie del lusso. Troppo più del ferro temo l'oro francese.

Qual'ebbe dalla Francia grado nella milizia, o carico nella magistratura trova il massimo dei beni nella dependenza francese, e già di amico diventò avverso, di lodatore, detrattore, in breveaspettatelo Caino, e Giuda. Per altra parte non vi crediate che la Francia si metta coll'osso del dorso in questa impresa; io so che la piglia a malincuore aggirata dal ministro, che dà ad intendere l'acquisto di Corsica compensarla con usura del Canadà, e di altri luoghi perduti, e ciò per allontanare la disgrazia che minaccia cascarle tra capo e collo; lo stesso re non ci va di buone gambe, uggito delle miserie del popolo, e corrucciato, che altri vada a scombuiarlo nella vita che mena; io so che a dare la balta al ministro ci si è messa con le mani, e co' piedi l'amante, dico male, l'amica, peggio che mai, la donna, ma costei è sfregio delle donne di garbo, insomma quella cosa che il re tiene ai suoi piaceri, e si chiama la Dubarry, di balla col duca di Aguillon il quale da un anno a questa parte dice allo Choiseul: — levati di costà che ci voglio entrare io — e questi fa orecchi di mercante. Per ultimo io vi accerto, che lo Choiseul non chiude mai occhio pel sospetto, che la Inghilterra ci abbia a pigliar parte. Santa fede! si avrebbe a vedere anco questa, che la prima volta che si trovano d'accordo fosse in pregiudizio della povera Corsica; e poi ci va della sicurezza della Inghilterra a impedire che la Francia si allarghi nel mediterraneo, nè si deve credere che voglia attendere, che la pietra sia cascata nel pozzo per darci soccorso. Cotesti Inglesi, più sottili degli aghi che fabbricano, non hanno mestieri imparare da noi, che mentre il cane si gratta la lepre scappa. Mettiamo tutto alla peggio, e meniamo buona la sentenza del padre Corbara; perchè dubiteremo noi del miracolo se sfidati di ogni aiuto terreno porremo ogni nostra speranza nel cielo? Forse non l'operò allorquando Filippo II mosse con la grande armata contro la Inghilterra? Ecco il re spagnuolo già pensa al discorso col quale accoglierà il sindaco di Londra, che gli porta le chiavi della città e in questo mentreDeus afflavit et dissipati sunt; Iddio soffia e vanno tutti al diavolo. E non si obietti che gl'Inglesi essendo eretici questo soccorso non viene da Dio, perchè chi dicesse così mostrerebbe avere poco giudizio: in effetto tra eretici, che difendono la propria libertà, e cattolici, che vanno ad abbacchiarla, la giustizia di Dio non può tentennare. Tuttavolta, amici e fratelli miei, non giace qui il nodo; la questione deve proporsi in quest'altra maniera: supposto, che la Corsica non possa durare contro la potenza di Francia, dobbiamo piegare il collo spontanei alla oppressione, ovvero più che ci è dato resisterle? Patirla, o accettarla?Chi si abbandona Dio abbandona; e l'uomo libero che acconsente alla servitù, non può in seguito tentare di affrancarsene senza taccia di ribellione; sopra tutti dura, e tenace, e meritata la tirannide quando può mettersi la larva della giustizia. Cotesta lanciata nel costato del Diritto è sorella dell'altra che Longino avventò contro Gesù Cristo. — Al contrario la tirannide, la quale ebbe bisogno di far sangue per reggersi, ad ogni piè mosso sdrucciola, e non riesce a camminare; il Diritto ha accompagnato i difensori della Patria nella tomba, e non poteva fare a meno, anzi ci si è rinchiuso con loro; ma non ci sta mica morto per questo, e di tratto in tratto alza il coperchio con la testa e fa capolino per vedere se gli capita dare negli stinchi alla tirannide con un osso di morto, e traboccarla giù in terra. Cento anni di prepotenza, di tirannide e di oppressione non valgono un minuto di Diritto: non lo spengiamo dunque con le nostre mani: procuriamo che sventoli finchè possiamo glorioso sul candelabro; poi quando il temporale soverchia nascondiamolo sotto il moggio, affinchè a tempo debito il popolo trovi dove accendere la fiaccola che propagata di lume in lumelumen de luminetorni a rischiarare la terra.Ah! si muoia una volta, ma in libertà su la patria terra, ed apprendano gli oppressori della nostra Patria che i Côrsi sanno esserci qualche cosa preferibile alla vita; onde tremino anco vincendo.[36]


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