Così votiamo ai piedi di questa croce, a Gesù Cristo che ci ascolta, che veruna di noi si congiungerà in matrimonio se non dopo finita la guerra. (pag. 312)
Così votiamo ai piedi di questa croce, a Gesù Cristo che ci ascolta, che veruna di noi si congiungerà in matrimonio se non dopo finita la guerra. (pag. 312)
La consulta mareggiava muggiando come onda flagellata dal vento, ma vedendo che padre Bernardino Casacconi tutto aggrondato recavasi in mezzo della chiesa, nel presagio di udire cose singolari si tacque. Il cappuccino levata la mano impetrò l'attenzione degli uditori, e di leggieri l'ottenne, allora con voce sonora e lentamente disse:
— Mi vennero riportate di taluni di voi altri infamie sacrileghe; mi affermarono come vi ha taluno fra voi, che scoperchiata la sepultura di sua madre grida a chi passa: entrate signori, a vedere le ossa di una meretrice: mi accertano, che taluno fra voi così si vanta: io giuro per la Immacolata, che stilla di sangue di mio padre non mi corre nelle vene. Voi fremete tutti d'ira e di rabbia; sta bene, ed io pure, se non mi tratteneva la reverenza dell'abito che porto avrei di un coltello spaccato il cuore all'empio calunniatore. Però in siffatte sventure l'ira nonrimedia nulla, nè le pugnalate si ricevono per prova: voi però tanto Dio ama, che vi ha conservato uno spediente di ridurre in cenere con una parola... una parola sola cotanto vituperio. — Qui trasse fuora dalla manica un rotolo di carta il quale, dopo avere spiegato, con molta solennità, lesse: — «il nostro attaccamento, e il nostro rispetto pel Re di Francia sono sempre più umili e inalterabili, e a lui affidando le nostre speranze non avremo più luogo a dubitare in appresso della sua compassione; ma se per disgrazia tanta fiducia ci venisse a mancare, non ci rimane altro che abbandonarci nelle braccia del Dio degli eserciti, e noi ci armeremo di una disperata risoluzione di morire piuttosto gloriosamente in guerra, che ignominiosamente servire, ed essere spettatori dei mali innumerabili che si tramanderebbero alla nostra posterità: laonde termineremo col sentimento dei Maccabei:melius est mori in bello quam videre mala gentis nostræ.»
Così i padri vostri decretarono nel 1733; ora chiunque accetta questa eredità si manifesta figliuolo pietoso e degno cittadino; chi la ricusa dichiara, che intende essere tenuto e chiamato bastardo.
E' fu come mettere fuoco alla mina; dallo scoppio degli urli, fu visto tentennare il Cristo dall'altare maggiore, come se volesse scendere giù dalla croce e mettersi a parte della difesa della libertà; gli stendardi appesi al cornicione presero ad agitarsi violentemente quasi drappellati da mani invisibili; le immagini dei santi, le lapidi delle sepolture si circondarono di un nuvolo di polvere, i campanelli della chiesa scossi dall'aria rotta suonarono; l'acqua santa si spinse impetuosa di contro gli orli delle pilette, e li superò; le fiammelle delle lampade accese davanti il sacramento ventilate sfavillarono; insomma cose animate e inanimate al sacro grido di libertà palpitarono.
La più parte dei procuratori proruppe fuor dalla chiesa, esultanti come gli apostoli uscirono dal paracleto, e come gli apostoli si diffusero fra la moltitudine a bandire l'evangelio; imperciocchè ai montanari côrsi l'annunzio della guerra sonasse propriolieta novella; taluno però staccate le bandiere dal cornicione della chiesa si fece in fretta a drappellarle su in cima al tetto; altri si attaccò alle funi delle campane tirando giù alla disperata, anzi vi fu tale che tratto fuori dalla passione, dimenticando mollarle andò a dare di picchio col capo al palco quandola campana volse la bocca impetuosamente all'insù; ventimila labbra presero a cavare suoni daicolombida cacciare i morti dalle sepolture a dieci miglia dintorno, e ventimila dita al punto stesso toccato il grilletto spararono ventimila tra schioppi e pistole a marcio dispetto del padre Casacconi che arrangolava: risparmiate la polvere; ma non lo sentivano, a giudicarne dai gesti furibondi lo pigliavano per lunatico. Non era da credersi, che il castello di Corte fra tanto fracasso eleggesse starsene zitto; in vero appena mirò sventolare le bandiere sul tetto di san Marcello prese a esprimere la sua contentezza a cannonate. Il bombardiere o fosse uomo di poca creanza, ovvero la soverchia gioia gli facesse dare la volta, sparò il cannone dietro le spalle del Paoli e del Valcroissant senza avvertirli, ond'essi spiccarono un salto come caprioli.
— Che significa questa storia? domandò il Valcroissant tutto intronato.
— Significa certamente, che la consulta ha deciso doversi difendere dagl'ingiusti assalti fino all'ultima goccia di sangue.
— Non ci è rimedio, sono matti!
— Silenzio, signore, allorchè gl'Inglesi vinto in più battaglie il vostro popolo, scorse le vostre terre, occupato Parigi, una povera villana mosse a sollevare gli spiriti abbattuti, promettendo la vittoria in nome di colui, che esalta gli umili ed abbatte i superbi, la chiamaste matta voi altri? Ciò, che su le sponde della Senna considerate divino, con qual pudore oltraggerete come follia su quelle del Tavignano? Non fate getto di tutte le virtù che onorano i popoli; poichè buttaste fuori di finestra la giustizia, non le mandate dietro il giudizio, e se ad ogni modo vi garba vituperare, pensate prima chi meriti maggiore biasimo fra questi due, o il potente che intende commettere la ingiustizia, o il debole, che mette allo sbaraglio averi, e vita per non patirla.
Il Francese abbassò la coda come il cane il quale abbia assaggiato la mazza, ma per poco; e come la sua natura comportava, indi a breve comparve più baldanzoso di prima; onde nello scendere dal castello avendo veduto un capannello di gente intesa ad ascoltare un uomo che ritto sul muricciuolo delle case Gaffori favellava accompagnandosi con gesti accesissimi volle anch'egli accostarsi mescolandosi ai Côrsi. Invano ne lo dissuadeva il Paoli, e certo è da credersi che se fosse stata nei Côrsi minore o l'osservanza della ospitalità, o la reverenza pel generale, cotesto era mal giorno pel colonnello Valcroissant. Pertantoda veruno offeso e nè meno proverbiato potè mirare un giovane di sembianza gentilesca, di vestire eletto che orava alle turbe in questa sentenza:
«I popoli cultori della libertà avere sofferto strane vicissitudini, le quali però valsero a renderli famosi nella storia. Per isgarare il punto tutte le virtù buone, ma la pertinacia suprema. Se a conseguire la libertà bastasse il desiderio, qual gente incontreremmo adesso serva nel mondo? Però se un tanto acquisto costasse così poca fatica non sarebbero giudicati pari alle divinità gli uomini, che la patria loro condussero, o restituirono a libertà. Sciaguratamente la esperienza dimostra come gli stati liberi movano in altrui non ammirazione sola, bensì ancora invidia, ed odio, onde se una parte di Europa affila il coltello per segarci le vene, e l'altra mostra volersi stare neghittosa a vedere la strage, voi non anderete lontani dal vero se pensate ch'elleno facciano tutte così per levarsi davanti gli occhi una nazione, che avendo il cuore più grande della fortuna sotto ruvidi panni rinfaccia al mondo la sua viltà. Prodi uomini! adesso siamo giunti alle strette davvero; ora vedremo di che qualità fossero i nostri padri, e di che noi; e se queglino sopportarono fatiche ed affanni e l'anima sdegnosa versarono solo perchè alla prova noi avessimo a comparire indegni perfino dell'acqua del battesimo, che ci fu data, perfino immeritevoli della sembianza umana che ci compartirono. Io lo confesso; mi riesce duro a pensare, che quel medesimo re il quale s'interpose una volta affinchè i Genovesi non ci opprimessero, e da cui speravamo protezione e sollievo, ora intenda abbattere la nostra libertà; tuttavia se il cielo ha decretato, che il monarca più potente della terra venga a combattere il popolo più piccolo, accettiamo con franco petto la prova, imperocchè ci si para la occasione di vivere o di morire ugualmente gloriosi. Prodi uomini! Si pretende, che gente assoldata stia sul punto di mettere a repentaglio la vita per interessi non suoi, e per vantaggio della tirannide, e a noi mancherà il cuore di esporre la nostra per interessi proprii, e per la libertà? Fate dunque di vincere con la vostra prontezza la comune aspettazione, affinchè il nemico si persuada, che altro è volere, ed altro potere ridurre in servitù un popolo libero.»
Questi concetti dell'oratore ci ha conservato la storia e tanto parvero onesti allo stesso francese, che si sentì invogliato disapere il nome del giovane oratore. Il Paoli interrogato da lui rispose:
— Egli è il gentiluomo di Ajaccio assai mio familiare, che si chiama Carlo Buonaparte[37]ed è quel desso, che ora abita la casa Gaffori; i suoi maggiori avendo esulato di Toscana per causa della libertà, è naturale che da pari suo continui ad amarla.
— Costui per certo non verrà mai a vivere in Francia.
— Chi sa, che il destino non ce lo meni a morire.
Accostandosi vie più al centro della terra occorse loro una frotta di donne stipate intorno alla croce della chiesa di san Marcello come pecore sotto la sponda dei castagni quando diluvia; solo ne appariva una ritta a canto la croce in atto di parlare.
— Forse reciteranno il rosario, osservò il Valcroissant.
— Penso, che non la indovinate, rispose il Paoli, affrettiamo il passo; avvegnachè le donne sieno di poco più mansuete degli uomini: spero che non correremo pericolo ad accostarci.
In effetto si accostarono, e giunsero in tempo per ascoltare le ultime parole della zitella su ritta accanto alla croce, le quali furono:
— E siccome non ci ha dolore al mondo, che vinca il dolore di madre nel contemplare i suoi figliuoli intisichire nella servitù, così votiamo a' piedi di questa croce, a Gesù Cristo, che ci ascolta, che veruna di noi si congiungerà in matrimonio se non dopo finita la guerra.
Assentirono tutte non senza gemiti di dolore, o accenti d'ira giusta l'indole di ciascuna di loro; e il Valcroissant quinci torcendo il cammino, tentennato il capo, diceva: — ecco un voto ch'è più facile profferire, che osservare.
Non lo udì il Paoli, che conosciuta la zitella si volse a salutarla: ella era Serena, figliuola dell'Albertini assassinato. Il generale, prima di entrare in casa, si fermò sopra la soglia, dove, dopo avere fatto non so quale cenno a Minuto Grosso, che salì lesto le scale prese a favellare in questa sentenza:
— Signor colonnello, voi avete udito la deliberazione della Consulta, e qualora vi piaccia potete aggiungere se spontanea o provocata da me. Adesso la vostra presenza qui non gioverebbe più a noi, e nè a voi. Iddio assista la causa migliore, Altobello, pigliate una dozzina di guardie, e scortate l'oratore francese, e la sua compagnia a qualche miglio fuori di Corte; voi Ambrogiogli servirete di guida fino alla foce del Golo per la via di Accia procurando non deviare mai dalla strada battuta. — In questa scese Minuto Grosso con un foglio stampato, e una penna; il Paoli prese l'uno e l'altra, scrisse il suo nome, e poi consegnata la carta ad Ambrogio aggiunse: — questo è il passaporto: dove occorra mettetelo subito fuori, e minacciate da parte del Supremo Consiglio, a cui si attentasse toccare a questo ufficiale pure un capello, severissime pene...
— Come? correrebbe forse pericolo un ambasciatore di S. M. Cristianissima? Così osservano la fede quaggiù? Di questa sorte è dunque la vantata lealtà côrsa?...
— Col riprendere aspramente i vizî altrui voi siete usi di onestare i proprii, cavaliere Valcroissant. Voi foste i primi a violare la fede assaltando a tradimento Patrimonio, e Barbaggio...
— Signor generale, questo è tale oltraggio che un soldato di Sua Maestà....
Ma il generale trattolo in disparte con voce turbata, quantunque sommessa, soggiunse: — Tacete, e ripigliatevi questi danari e questi arnesi co' quali voi, ospite, che invocate il diritto di ospitalità, tentaste corrompermi i miei servitori. Se voi altri conservaste in cuore uno scampolo di quelle virtù di cui tenete fondaco su le labbra, beati voi! felice il mondo! Partite, e più presto tra me e voi porrete il tratto che giace tra Corte e Bastia, tanto meglio farete. Addio.
Il cavaliere Valcroissant, quantunque rotto ad ogni sfrontatezza cortigiana, sentì salirsi le vampe alla faccia; appena ebbe balia di salutare il generale, e mogio mogio tornò a casa. Colà ridotto, la mortificazione testè ricevuta non ebbe, a quanto sembra, valore di sconcertarlo in guisa da impedirgli di aprire l'involto per vedere se alcuno mancasse dei danari o degli arnesi donati. Bisogna confessarlo a malincuore: non ci erano tutti; onde il Valcroissant ebbe ragione di fregarsi le mani in atto di compiacenza; non l'ebbe ad esclamare: — siamo a cavallo!
Ebbe ragione di rallegrarsi perchè non sentirsi soli dà fiato anche ai tristi; sarà se volete allegria di dannati, ma la cosa sta come la conto; ebbe torto, perchè un diavolo, ed anco due non fanno l'inferno, e prima di venire a capo della libertà della Corsica e' sarà forza mandar giù pane pentito, e di molto.
Si affrettò pertanto il cavaliere a partire; Ambrogio gli camminavadinanzi ad esplorare la strada, poi veniva il cavaliere solo assai torbo in vista; dietro la sua compagnia, e con la scorta condotta da Altobello di Alando, formava parte della comitiva del colonnello Rinaldo Cassagnac, purissimo sangue guascone, che le sparava grosse come campanili, ma da questo difetto in fuori, mettici un po' di prepotente e un tantino di bue, era la miglior pasta di giovane che vivesse in Parigi; egli e Altobello a voce sommessa alternarono lungo la via discorsi pei quali si sentirono tratti a stimarsi scambievolmente: sicchè quando furono in procinto di lasciarsi, l'Alando gli disse:
— Voi siete un giovane dabbene, signor Rinaldo, e al tutto degno di combattere per una causa migliore.
— Potrebbe darsi; ma non importa; voi capite bene, signor Alando, che io non posso presentarmi in corte per dichiarare al Re, che sta in bilico di commettere una solenne castroneria; a noi bisogna obbedire.
— Sarà...
— Come? ne dubitereste?
— Adesso non fa caso ragionarne; forse la non vi parrà sempre così. Intanto pregovi di accettare questo pugnale côrso in ricordo di me...
— Un pugnale! un milione e mezzo di grazie; noi altri non usiamo di cotesta generazione d'armi.
— Eh! via pigliate; adoperato alla scoperta il pugnale desidera più cuore della spada, e circa a maneggiarlo alla sordina, caro signor Rinaldo, o che credete, che non leggiamo libri noi? Di quale arme morì Enrico III? E con quale arme trafissero Enrico IV? Anzi il prediletto Re, che adesso vi regge, non corse pericolo di trovarsi stilettato dal Damiens? Su, su, pigliate, ve ne stuzzicherete i denti. Di un altra cosa io vo' pregarvi, se mai ci avessimo ad incontrare sul campo di battaglia promettiamoci di scansarci.
— Voi mi chiedete un terribile sagrifizio; ma non importa, ad ogni modo ve lo prometto, perchè capisco che a trovarsi nella necessità di ammazzare uno dei migliori amici che abbiamo deve essere una cosa... una cosa da fendere il cuore.
— Sta bene; io vi supplico per pura amicizia di non essere ucciso dalle vostre mani.
— Toccate qua, disse Rinaldo, porgendo la destra ad Altobello,intanto che con la manca si lisciava le basette: — è negozio conchiuso.
L'Alando licenziandosi con assai cerimonie dal colonnello lo lasciò alla condotta di Ambrogio, il quale prese a studiare con più diligenza il passo, andando su e giù e sovente internandosi nei macchioni da parte come costuma il cane inteso a levare le starne: in effetti egli ne aveva cagione perchè ad ora di sopra le siepi, o di mezzo le fronde dei cornioli si vedevano scaturire canne da schioppi e berretti appuntati da mettere il ribrezzo addosso anco ai più audaci: se non che Ambrogio accorreva pronto agitando dalla lontana sul capo il foglio sottoscritto dal generale, arragolando: — Salvacondotto! — Parlamentario! — Passo libero sotto pena di forca.
E il Valcroissant, che capiva non doversi scherzare coll'orso, non risparmiava scappellate nè baciamani, salutando anche quando non vedeva nessuno: amici miei! miei figliuoli!
Come Dio volle verso sera arrivarono alla Foce di Golo, e Ambrogio fermatosi in capo al ponte disse:
— Signore, finchè venendo con me voi correvate pericolo vi ho accompagnato; adesso che inoltrandomi con voi il pericolo sarebbe mio permettete che vi lasci con la buona sera.
— Gran mercè, signor Ambrogio, mille complimenti al signor generale e accettate questo per bere — e così parlando gli cacciò in mano un bellissimo luigi doppio nuovo di zecca. Ambrogio monete d'oro non ne aveva mai viste, sicchè guardava questa con infinita curiosità; il Valcroissant covava con gli occhi Ambrogio a mo' che fa il rospo all'usignolo; all'ultimo questi domandò; ed a che è buono questo coso signore?
— A che è buono? Ti senti fame, egli ti darà da mangiare. Hai sete, ed egli ti porgerà da bere. Vuoi amore? Te ne comprerà a sporte. Desideri amici? Mettilo dicontro al sole e gli amici ti cascheranno addosso al pari delle allodole attirate dallo specchietto. Ti stucca un nemico? basta che tu consenta a perdere questo pollice di oro, tu gli farai consegnare un palmo di ferro nella pancia o nella gola a tua scelta. Secondo a te piaccia egli ti spalancherà a due imposte le porte del peccato o della grazia; i tuoi pensieri possono fargli crescere l'ali come ad un cherubino e trasportarti in paradiso, o granfie da diavolo che ti traboccheranno nello inferno: piglia la moneta di oro... ella può tutto.
— Io credo che sbagliate, ed è chiaro; spesso mi trovo su i monti in mezzo ai boschi, e colà se mi chiappa la fame do una squassatina ad un castagno, ed egli mi piove di desinare; se la sete faccio con le mani scodella alla prima cascata del torrente ed ecco la bevanda; di questi miracoli non opera il vostro luigi di certo: lo amore quando era giovane me lo dava l'amore; allora e adesso l'amicizia mi genera amici: quanto a nemici me li aggiusto da me; le mie devozioni si trovano da sè la via del paradiso, Dio mi salvi da quella dello inferno. Forse nelle vostre città la moneta d'oro partorisce tutte le belle cose che voi dite: qui non ha corso; e poi perchè mi date questa d'oro?
— Perchè mi avete scortato fin qui; ogni servizio merita premio.
— Curiosa! Mostrare la strada lo chiamate servizio: per noi è dovere, come dare acqua, fuoco ed anco un po' di pane quando ne abbiamo; rispetto a servizio, badate bene, io non ve lo avrei reso nè anco a patto di diventare re; e lo feci per obbedire ai comandi di Sua Eccellenza, e non parliamone più. Prima di rendervela però vorrei che mi diceste che sia questo segno qui sopra.
— Cotesta è la sacra immagine di S. M. Cristianissima il re di Francia — rispose il Valcroissant, levandosi il cappello.
— Il re di Francia è vostro padrone, n'è vero? — Padrone, e signore. — Ma sarebbe egli forse parente della Immacolata, che voi vi levate il cappello?
— Certamente, e perciò gli fu concessa la facoltà di operare miracoli, come sarebbe guarire scrofole solo a toccarle col dito grosso del piede.
— Oh! guarda via, ma allora perchè non ci segnarono il piede, mentre su la moneta io non vedo altro che il capo?
— Ci effigiarono la testa come quella che è la più nobile parte del corpo.
— Ma sapete, signore, che io vi trovo mal fatto mostrare così ad ogni momento il capo del vostro padrone, cugino della Immacolata, separato dal busto; anche noi abbiamo per arme la testa di Moro; però qui ci sta a capello, perchè un giorno una gentaccia avara venne di fuori per impadronirsi della isola, e i nostri padri che non volevano padroni, a quanti di questa gente, che era saracina, cascavano loro nelle mani a tanti tagliavano la testa; poi la pigliarono per impresa a fine che i loro discendenti senza tanti discorsi imparassero l'arte, caso mai si rinnovasse il fastidio.
— Stupenda in verità! Dai vostri discorsi potrebbe inferirsi, che la testa del re mostrata ai Francesi potesse far venire in essi il ticchio di tagliargliela. Curiosa!... Curiosa!... merita proprio che la noti al taccuino.
— Oè, urlò Ambrogio al colonnello, che spronato il cavallo si allontanava, oè, e di questa moneta che ho da farne?
— Quello che vuoi; un cavaliere non ripiglia mai quello che ha dato.
— E nè manco un Côrso serba quello che non ha accettato — e la scaraventava dentro le acque del Golo aggiungendo: — Così potessi buttarci tutte quelle che ci portaste, insieme con coloro che ce le portarono.
Poichè ebbe percorso di galoppo un buon tratto di via, il colonnello Valcroissant mettendo a passo il cavallo disse a Rinaldo:
— Capitano Cassagnac, ho paura che S. M. comprando questa isola abbia fatto un negozio da figliuolo di famiglia. — Era quello che pensava ancor io; ricusano l'oro. — Non tutti però. — E regalano il ferro; guardate, mi hanno donato questo stiletto; non so perchè mi dà cattivo augurio. — Chi ha da mangiarla la lavi; quanto a me basta poter dire sempre come ogni altro buon francese: viva il re. — Viva il re, rispose il capitano, ed ambedue rilanciarono i cavalli al galoppo.
La natura dei Francesi è inchinevole alla iattanza, e per questa volta, considerata la facilità con la quale avevano fatto impressione nell'isola, non sembrava fuori di luogo nella più parte di loro; se nonchè quelli che eran pratici del paese tentennando il capo dicevano: prima di vendere la pelle dell'orso aspettate ad averlo preso. Intanto al Paoli ogni dì più si rendeva necessario percuotere un gran colpo, sia per dare animo ai suoi, sia per rintuzzare la baldanza nemica; a questo fine tu vedevi un insolito affaccendarsi intorno al palazzo: chi andava, chi veniva a piedi e a cavallo; preti, frati, montanari, pianigiani, gente insomma di ogni generazione; e chi portava rapporti dai posti avanzati e chi esplorazioni proprie. Fu detto, e bene, che presso i medici la menzogna si converte sovente in virtù, e tuttavolta l'amore di Patria possiede maggiore prestanza; imperciocchè in grazia sua la spia in ogni tempo e in ogni luogo obbrobrio della natura umana, diventa sacra come quella che senza gloria corre supremi pericoli; talora senza premio di sorte, e sempre senza premio condegno dei rischi ai quali si espone. Taluni partivanocon ordini, altri con inviti o preghiere o istruzioni; brevemente, contemplando cotesto brulichio, e l'altro che sotto la sferza del sole facevano allora le formiche, tu non avresti saputo se quello a questo, o questo a quello potevasi con maggiore convenienza paragonare.
Altobello in compagnia degli altri ufficiali da mattina a sera attendevano ad ammaestrare giovani e vecchi nelle mosse militari: da principio incontrarono difficoltà e quasi disperarono; ma quando, cessati gli esercizii a solo, i militi si agglomerarono, si spiegarono in ordinanza e condussero sul terreno tutti gli altri movimenti che sono massima parte dell'arte soldatesca, non è da dirsi il gusto che ci pigliavano; anzi non trovavano verso di farli riposare nè manco nelle ore più calde: ritiratisi gli ufficiali, i soldati continuavano da per sè soli mettendosi a capo quelli che si palesavano meglio prestanti. Clemente Paoli, come gli altri, contemplava da prima quei giri e rigiri, e rideva a fior di labbro quasi sprezzando: anch'egli insegna, ma a spaccare una noce messa su di un ramo di larice a sessanta e più passi di lontananza: e i più vecchi stavano con lui. Altobello, guardando i tiri maravigliosi di Clemente, notò come dall'acciarino, quando egli scattava il cane, oltre la vampa e il fuoco della polvere accesa prorompesse un lampo che abbarbagliava gli occhi, e non sapendo a che cosa attribuirlo era voglioso di domandarglielo; la occasione non si fece troppo aspettare, dacchè Clemente considerata la solerzia del giovane, e preso in buon concetto gli esercizii militari, quando ebbe a confessarne la efficacia incominciò a ricercare la compagnia di lui: a vero dire Altobello da parte sua non sentì per qualche giorno minore repugnanza per Clemente; gli mettevano ribrezzo quel viso truce riarso dal sole, gli occhi chiazzati di bile e di sangue, ora socchiusi e come coperti di velo ed ora sbarrati e fulminanti; ma poi gli piacquero quel maneggiare disinvolto che Clemente faceva dello schioppo come se fosse un giunco, e il tiro infallibile; la modestia, il valore celebrato da tutti ed anco il suo ragionare, però che egli usasse armare la mente di sillogismi taglienti come il suo stile; e battagliava feroce con le argomentazioni del pari che con le ferite. La gente côrsa, che non temeva nulla, pigliava soggezione di Clemente; onde appena lo mirava comparire soleva susurrare: — bada alla burrasca, il signor Clemente è alle viste! — Per ultimo l'affetto di Clemente traboccò per così dire sopra Altobello,allorchè un giorno quegli avendolo pregato di attendere tanto che ei potesse recitare le sue orazioni, Altobello gli rispose: — e non potrei pregare con voi? — Ed egli: con tutto il cuore, figliuol mio, con tutto il cuore. Da quel momento in poi il signor Clemente si compiaceva ripetere che il Signore in sollievo della sua vecchiaia gli aveva donato un figliuolo. Allora come è da credere Altobello trovò il destro d'interrogare Clemente da che cosa nascesse il lampo che balenava dal suo acciarino: sorrise a tanto il vecchio; e soddisfacendo volentieri al desiderio dell'Alando gli disse: — mirate un po'; che cosa vi parrebbe che fosse questa pietra focaia?
— Non so; mi sembrerebbe a prima vista cristallo.
— Giusto; avete indovinato; è cristallo di rocca, e la natura lo foggia pentagono, che meglio non potrebbe il lapidario; lo trovano sul margine del lago Ino, ed anche talvolta nelle montagne d'Istria: ridotto a pietra di archibugio lo sperimento unico in bontà, e quando in lui si rinfrange la vampa della polvere, come avete notato, balena: ne ho in serbo parecchi pezzi e ve ne donerò uno o due; consento gli adoperiate, perchè non vuolsi trascurare nulla di quanto vale a incutere nei nemici terrore e negli amici reverenza: solo tenete in voi, perchè chi dice quello che sa e niente serba, può andare con le altre bestie a pascere erba; — così almeno m'insegnarono i vecchi.
Ora accadde certa sera, che Clemente e Altobello uscendo dal generale, il primo dicesse: — la sera è proprio quale deve essere comparsa a Dio dopo che ebbe attaccato al posto loro le stelle; e che altri ne pensi, a me piace più la notte serena con le stelle sole che con la luna: in effetto questa, vestita per così dire delle spoglie del sole, non mi commove coi suoi splendori accattati, mentre il numero infinito delle stelle mi attesta la magnificenza di Dio come il mare di luce che piove giù dal sole: moviamoci dunque per queste ombre; odoriamo l'odore deimucchi, rinfreschiamoci alla brezza che tira dal monte, godiamo i doni di Dio.
Assentiva Altobello, e così di ragionamento in ragionamento, di passo in passo si trovarono dinanzi al camposanto in custodia dei padri capuccini; lo circondava un muro a secco, ed anco un cancello lo chiudeva, però senza serrame, impedimento alle bestie, non ai visitatori che potevano aprirlo solo che lo avessero sospinto. Clemente si soffermò e disse:
— Oh! mira un po' dove ci siamo condotti, forse non senza permissione di Dio; entriamo a pregare pei nostri se vogliamo che altri preghi per noi. La natura manda la rugiada ai fiori, ma il suffragio alle anime spetta mandare ai vivi; — e la preghiera giusto è la rugiada pei defunti.
— Volentieri, signor Clemente; perchè la maggiore contentezza ch'io abbia provata nel mondo, mi venne dal pregare pei morti; ciò fa bene a due; alle anime, che, sentendosi ricordate con amore, sicuramente devono esultare; a noi che ne pigliamo speranza di non essere a nostra volta obbliati, e con questa speranza ci viene l'ardire delle belle cose. La preghiera io credo che sia l'unico tesoro, che mentre arricchisce chi lo riceve non depaupera chi lo dà.
Ed entrarono nel camposanto, in fondo al quale stava una capella col portico di un arco solo e due finestrelle di qua e di là dalla porta donde uscivano raggi dalla lampada che ardeva dentro dinanzi al sagramento, e si prolungavano pel campo dei morti.
Serena, la figlia desolata dell'ucciso Albertini, mossa anche ella dall'ora mesta e dalla dolce stagione, sentì desiderio di visitare la tomba del padre suo; però ne la dissuadevano il trovarsi sola ed anche il timore di qualche pericolo; non pertanto come quella che animosa era molto, dopo breve dubbio si cinse sotto le faldette la carchiera paterna con le pistole e lo stile, e si avviò al camposanto. Senza che alcuno l'avvertisse andò oltre; inosservata da tutti s'inginocchiò sopra la fossa del padre, intorno alla quale aveva fatto condurre una rosta per proteggere cesti di salvia e spigo e rose piantatevi; quivi si genuflesse e pianse col cuore. Mentre che si tratteneva in cotesta opera pia, ecco sente lì presso levarsi un sospiro profondo, uno di quei sospiri, che chi per prova dolore intende sa come traggono seco grande parte dell'anima.
— Qual è chi geme? interrogò Serena.
— Ohimè! le fu risposto, un infelice che piange sopra il suo figliuolo defunto.
— Ed io piango il padre perduto.
— Certo anche questa è grande sventura, ma la Provvidenza ordinò che il nostro pellegrinaggio in questa vita avesse un termine.
— Pur troppo, ma non volle la Provvidenza, anzi vietò chequesto pellegrinaggio fosse abbreviato dalla mano dell'uomo; ed io mi trovo innanzi tempo orfana e sola.
.... già con le mani toccano i davanzali delle finestre, quando giù dai tetti rovinano camini, lavagne e le pietre con le quali le difendono dagl'impeti del vento. (pag. 346.)
.... già con le mani toccano i davanzali delle finestre, quando giù dai tetti rovinano camini, lavagne e le pietre con le quali le difendono dagl'impeti del vento. (pag. 346.)
La voce che moveva certo da persona giacente dall'altra parte della rosta si rimase alquanto di tempo, poi riprese più fioca di prima: — ma pure è scritto che i figli sopravvivano ai padri, se voi sapeste, o piuttosto possiate non sapere mai, come sia acerbo pei genitori raccogliere le eredità dei figliuoli! Voi troverete consorte quale si merita la bontà vostra, mia figliuola, e in lui avrete sostegno della vita, e poi la prole che vi consolerà e ricondurrà la gioia nell'anima contristata; ma io non ho più alcuno al mondo; l'albero tagliato giace in terra co' suoi frutti e le sue fronde.
— Ma voi chi siete? Forse?....
— Io sono il padre di Giovan Brando.
Così è; questo misero nelle vigili notti, fra la solitudine della casa aveva sentito rimorso per la durezza dimostrata al suo figliolo; pensò come gli avesse armato la mano non l'odio, bensì l'amore, e ciò se non poteva fruttargli scusa alcuna al cospetto del mondo, almeno il padre doveva sentirne un po' di compassione: ancora la superbia del nome intemerato, l'affetto immenso di Patria vediamo formare in parecchi una seconda natura che ad ora ora soffoca la vera natura; ma questa quando te lo attendi meno manda dal profondo un grido che il cuore dell'uomo è costretto ad ascoltare; però il padre di Brando obbedendo a questo grido nel buio della notte, prosteso sopra il monticello senza croce e senza nome che copriva le reliquie del suo figliuolo, gemeva e pregava. Dopo avere aspettato un pezzo che Serena gli rispondesse, non udendo parola, il vecchio riprese: — dunque voi non avete nulla a dire al desolato Matteo?
— Che dovrei dirvi? Voi avete data la vita a colui che la levò al padre mio.
— E ne siete stata vendicata pur troppo!
— Che fa a me la vendetta? Forse mi rende il padre?
— Pure la desideravate coll'ardore del cane che perseguita il cervo. E non sapevate, che la vendetta dà meno di quello che promette, anzi non dà nulla o male? Io lo appresi da molto tempo: voi lo apprendete adesso: fatene senno, figliuola mia, e perdonate.
— Io? Al padre di chi mi ha ammazzato il padre?
— Perdona il padre di cui fu impiccato l'unico figliuolo: —considera; tuo padre fu onorato e compianto, il mio figliuolo portarono al sepolcro senza lume e senza croce: veruno lo rammenta senza ribrezzo; il padre stesso lo condannò.
— Io non vi odio, Matteo; ma la memoria del vostro figliuolo mi sarà sempre argomento di maledizione.
— Senti, figliuola, nè io, nè questa terra che già fu mio figliuolo abbisogniamo di perdono; non io, perchè mi senta immune di colpa; se i padri confidassero ai figliuoli l'anima come lettere chiuse ai condottieri di navi, le quali aperte nei luoghi indicati impongono loro quello che si abbiano a fare, certo che il mio figliuolo continuerebbe ad essere adesso la gioia della mia vecchiezza: e di vendetta non temo, che vendetta è conservarmi non tormi la vita, la quale in breve io renderò al mio Creatore in mezzo a maggiori spasimi che i miei nemici non saprebbero immaginare ed anco credo desiderarmi. Nepoti non ho; congiunti, remoti ed ignorati o conosciuti poco; tutta la mia stirpe porto meco nel sepolcro; la mia casa mi rovina addosso; fra pochi anni andrà dimenticato perfino il nome dei Brando — nel modo che alle prime brezze di autunno cessa di farsi sentire questo singulto della notte.... questo canto di cuculo.... o in questi pochi anni lo terrà vivo nella memoria degli uomini un delitto commesso, un supplizio patito, un padre morto di dolore. Del tuo perdono molto meno ha mestieri il mio figliuolo, se, come spero, il suo pentimento gli fruttò quello di Dio; e se così non è, ed io a pensarlo inorridisco, e se così non è, che cosa può aggiungere, o figliuola, il peso della tua ira al furore dello Eterno? Io lo faceva per te.... per te che vedrai suscitata la tua stirpe nella benedizione del Signore.... per te, felice se potrai dire con onesta baldanza nel tuo cuore; non ho demeritata la bontà di Dio; per te, se misera, che potrai levare il capo al cielo senza rampogna sì, ma ed anco senza paura, e dire col santo David: e tu Signore fino a quando? — Se al tuo consorte, se ai tuoi figliuoli accadesse mai di offendere, tu moglie e madre avrai diritto di chiedere perdono, perchè tu figliuola avrai perdonato.
— Cessate, signor Matteo, io non posso perdonare; il dovere mi obbliga ad avere in odio la memoria dei Brando eternamente.
— La giustizia umana ha percosso in questo mondo; la giustizia divina percoterà, se crede, nell'altro; e tra queste due giustizie come fa ad entrare il tuo odio sconsigliato? Sono convenientia dirsi queste parole sopra le fosse dei morti? Stanno bene a cristiana?... a zitella?
— O signor Clemente, per poco non sono cascata; tanto la vostra improvvisa comparsa mi ha rimescolato il sangue. Dunque voi che foste amico del mio povero padre, mi confortate a buttar giù l'odio? — E nello accento di Serena traluceva l'esitanza di persona che tuttavia difendendosi desideri rimanere vinta.
— Ma sicuro.... non ci ha dubbio: o con cui vorreste prendervela? Forse con le ossa del defunto? Coteste sono voglie di cani affamati, non già di cristiani battezzati. Forse con questo vecchio? Per Dio santo, o non vedete che l'odio stesso se lo incontrasse per via rintascherebbe il coltello, e passandogli da canto gli direbbe: Dio ti dia pace. Il Côrso mette vanto nel vendicarsi; egli si dà ad intendere, che ci vada del suo onore, persuaso che la storia intingerà la penna nel sangue che egli ha versato e ne tramanderà il nome alle tarde generazioni. Fosse almeno così! una scusaccia l'avrebbe, ma no, i nomi di questi uomini sanguinarii si buttano nella spazzatura, e vivono soli così nella memoria come nella reverenza delle genti coloro che perdonarono, massime donne; in effetto non dà argomento a storie e canzoni Marianna Pozzo di Borgo cui essendo stato ucciso il figliuolo vestì abito virile e trasse con la sua gente ad assediare la casa dell'omicida, la quale avendo espugnata, e lui preso, mentre legato ad un albero aspetta la morte, ispirata da Dio, salva? Non vive eterna nei ricordi Dariola di Appietto, che avendo sorpreso con molti dei suoi ad una fonte l'uccisore del proprio marito, poichè il sopraffatto non volle arrendersi ad altri fuori che a lei, ella abborrì comparirgli minore della fiducia che aveva posta in lei; onde gli disse: va, ti dono alla tua moglie, per vendicare una vedova non voglio farne due? Però se vi garba la fama, se desiderate la benevolenza altrui e la grazia di Dio, perdonate.
Serena ascoltava Clemente, ma piegata la faccia nel palmo della manca mano guardava Altobello, a cui, posto ch'ebbe termine alle sue parole il Paoli, ella domandò: — e voi, signore Alando, perdonereste?
— Io! Per me penso che rimettere la ingiuria al potente sia tanto vile quanto non perdonarla al battuto da Dio e dagli uomini; — e tacque, ma pur tacendo col moto dei labbri e col guardo soave pareva ripetere: perdona.
Serena non fece motto; si accosta al vecchio e postegli ambeduele mani sopra le spalle, declina il capo e glielo appoggia sul petto, mormorando: — la pace sia con voi e il perdono col vostro figliuolo.
Il vecchio a sua volta strinse il capo alla donzella, la baciò in fronte e disse: — Dio ve ne rimeriti, figliuola.
In questa si udì stridere sinistro come l'urlo della civetta loscuccolo, il quale era un suono gutturale costumato dai Côrsi per vantare la vendetta fatta o per annunziarla da farsi. Il vecchio e Serena si strinsero spaventati come colombi che sentano rombare sul capo le ale del falco, e Clemente in un attimo inarcato l'archibugio con voce alta esclamò: — quale è che vuole vendetta metta fuori la faccia.
Però nessuno rispose, onde Serena avvertì:
— Consoliamoci di questo, che il triste urlo non si rivolge a noi — e involontariamente conchiuse le parole con un sospiro.
Il vecchio Matteo scioltosi dalle braccia di Serena, disse: — Clemente, accompagnate a casa un vecchio amico; io non mi reggerei solo, e poi ho parecchie faccende da consultare con voi.
E si avviarono seguitandoli a breve distanza Altobello e Serena.
— Clemente, incominciò il vecchio; poichè a questo mondo oramai non mi attacca più altro vincolo che il dolore, ho fatto proponimento di consacrare il restante de' miei giorni a Dio.
— Avete pensato santamente.
— Clemente, voi sapete, che alla usanza del paese io posso stimarmi ricco.
— Lo so.
— Ora vorrei che voi che siete tanto religioso, mi consigliaste un po' sul modo di disporre delle mie sostanze.
— Per me, in verità, credo, che il miglior modo di essere accetto a Dio sta nello amare dopo lui con tutte le viscere la Patria; per la quale cosa promovendo coi vostri averi la sua libertà, penso che sarete a buon porto per ottenere la remissione dei vostri peccati e di quelli del vostro figliuolo.
— E questa è proprio la vostra fede, Clemente?
— Per Dio Santo da quando in qua altri può dubitare che Clemente Paoli una cosa ne dica e un'altra ne pensi?
— Non vi arrabbiate, Clemente, mi aspettavo altro consiglio da voi.
— Inprimischiedo perdono a voi dell'impazienza e a Dio di avere rammentato il suo santo nome invano; poi vi domando quale consiglio aspettavate da me.
— Ma! immaginava m'aveste suggerito a lasciare il mio a qualche convento per la celebrazione di messe quotidiane in suffragio dell'anima del mio figliuolo e della mia.
— Avete immaginato male, anzi malissimo; e vi confermo che adoperando il vostro patrimonio alla difesa della Patria voi provvederete meglio ai casi vostri, e a quelli del defunto, che con le messe; quantunque, intendiamoci bene, che voi non mi pigliaste per qualche eretico, anch'esse siano utilissime e santissime. Ma, badate bene, non ci ha cosa che guasti tanto gli ordini religiosi quanto di simile maniera lasciti che furono loro fatti o fanno: adesso noi proviamo preti e frati, se non perfetti buoni, della Patria e della libertà zelatori sviscerati, e ciò perchè essendo poveri si trovano costretti a stare col popolo, a vivere con quello che il povero loro largisce, ad essere carne della sua carne ed ossa delle sua ossa: affinchè si facciano amare bisogna che lo amino, con lui piangano, delle sue gioie si rallegrino, padri insomma si mantengano e fratelli, o se altro ci ha vincolo più forte e soave di questi lo cerchino e lo adoperino: allora saranno, come i nostri sono, veri medici dell'anima. Anche san Giovanni Grisostomo lo ha detto: finchè la chiesa usò calici di legno, i sacerdoti si conservarono d'oro; all'opposto se diventassero ricchi voi li fareste superbi, dacchè la superbia sia la ruggine del benefizio nè qui cadrebbe il peggio: da prima metterebbero ori, marmi fini e gemme nella casa di quel Dio che nacque nel presepio e morì in croce; e dopo averla fatta teatro, le cerimonie auguste convertirebbero in rappresentanze da scena; canterini ormai, e istrioni, non più sacerdoti. Il lusso in chiesa mena la morbidezza in convento, e i vizii in cella. Se questo avvenga, guai! Il mondo non conoscerà nemico a gran pezza più pericoloso del frate; difficile pigliarlo in fallo, perchè la ipocrisia da mattina a sera gli fabbrica una corazza delle virtù di quei santi che invoca sempre e non imita mai; con le parole rinfaccia altrui il peccato che intende esercitare solo, come se lo avesse in appalto con patente regia, e le opere palesi le adopera per coonestare le occulte a mo' del pastrano che il ladro si tira su la faccia per non essere riconosciuto, impossibile percoterlo, dacchè niente niente che tema si rifugia dietro la croce,e quivi canta salmi; onde tu non puoi vibrare il colpo per paura di mettere in pezzi la croce, e ai semplici sembra empio rompere le ossa al cane che abbaia in suono delTantum ergo; celatamente corrompe; la codardia battezza per carità, saluta gli uomini fratelli, affinchè senza rimorso quelli siano tiranni, senza ribrezzo questi durino servi, ed ammannisce impunità e leva infamia al tradimento; diventato ignorante odia ogni lume di scienza, che spento un giorno egli riaccese; — e così viziato, ignorante, imbelle e schiavo diserterà il popolo per arrolarsi al soldo del re il quale metterà il frate in mazzo allo sbirro, alle manette, al giudice, al boia e agli altri arnesi di governo. Però voi, Matteo, non renderete questo cattivo servizio alla Patria; deponete il vostro disegno perchè davvero e' sarebbe come se alla Corsica voi voleste dare il male per medicina. — Matteo Brando si attenne al consiglio di Clemente Paoli, istituendo erede delle sue sostanze la patria, con l'obbligo però di fare in capo all'anno celebrare non so che messe in suffragio dell'anima del figliuolo e della sua. Indi a breve scomparve, nè s'intese più oltre favellare di lui; dicono si riducesse a menar vita romita in Olmetta di Capo Côrso: la verità è che in codesta pieve su di un poggio vediamo anco ai dì nostri una torre, mezzo rovinata, che i terrazzani chiamano la torre dell'Eremita.
Alando e Serena tennero un pezzo dietro ai signori Clemente e Matteo, ma considerando come, impegnati nel discorso, a loro non ponessero mente, piegarono ad una svolta per guadagnare le proprie case. Tacevano, e nondimanco sentivano che un medesimo pensiero occupava lo spirito di ambedue; un poeta avrebbe detto che le colombe di Venere sentono a quel modo il giogo stesso che le allaccia al carro della Dea, e non l'odiano. Sempre in silenzio arrivarono a casa della Serena, e lì si dissero: buona notte, un cotal poco alla trista; e si volsero le spalle turbati, ma Serena troppo più di Altobello, e con maggiore ragione; infatti ella pensava: a lui spettava parlare; anche quando mi sentissi scoppiare il cuore, la verecondia insegna così, e sta bene lasciarci vincere, ma nessuno ci ha da pestare peggio che schiave. Altobello dal canto suo ragionava alla medesima guisa; pure ella avrebbe dovuto dargli un cenno, alla lontana se vuoi, pure tale che lo animasse, perchè, signore Dio! se avesse sbagliato ei ne sarebbe morto di vergogna e di dolore. All'incontro, Serena, presaga di codesti pensieri opponeva: oh! non ci sono queipericoli, ed egli doveva saperlo, non glieli ho dati io questi segni per quanto è permesso a fanciulla dabbene, e vie più là che il mio stato angoscioso non consentiva? Quante volte in chiesa piegai il capo, ed una volta fingendo sedermi lo voltai del tutto per ricercarlo con gli occhi, e trovatolo, cogli occhi gli sorrisi; certo due o tre volte mi aspettò davanti la porta sperando che lo guardassi, ed io non lo guardai; ma il rossore che mi avvampò la faccia doveva pure chiarirlo ch'io lo sentii. — Quel giorno ch'egli le porse l'acqua benedetta deve essersi accorto che la sua mano tremava come foglia di castagno al vento di dicembre, e l'altro quando ella entrò in casa Filippi, e allo improvviso le apparve dinanzi Altobello, non proruppe in un grido, che s'ingegnò giustificare dando ad intendere che aveva battuto il piede sopra la soglia? Ancora non si rammentava egli, che andando ella per la via, egli la salutò levandosi il cappello, ed ella che in cotesto punto teneva l'anima tutta compresa in lui sopra pensiero rispose: — Buon giorno, Altobello — come che ripigliandosi tosto aggiunse:sciòAlando? E tutto questo non basta? O da quando in qua le fanciulle hanno da palesare i dubbiosi desiri con lettere da appigionasi? Signore! per mantenersi così gabbiano valeva proprio il pregio che Altobello lasciata casa se ne fosse ito fin oltre a Venezia.
Qui taluna leggitrice (me lo sento piovere dietro le spalle) obietterà: ma voi dimenticate, signor Francesco, che lasciaste il giovane in istrada, e la giovane sul pianerottolo, mentre per fare tutti questi discorsi anche col pensiero ci vorrebbe tanto tempo quanto ne occorre per iscorrere almeno quattro miglia di strada. — No, signora: il pensiero degli innamorati, vostra signoria ha da sapere, va più veloce di Maometto quando viaggiò pei sette cieli; egli non conosce tempo nè spazio; in meno che palpebra non percota palpebra, trasvola non le diecine, ma le migliaia di idee; alza venti torri più alte di quella di Babele, scava altrettanti pozzi più profondi di quello di san Patrizio; fa, disfà e rifà da capo, s'incupisce, si eclissa, sfavilla più abbagliante di prima, piange, ride; mesce in un bicchiere veleno, poi lo butta al diavolo, lo risciacqua, lo riempie di vino di Chianti e se lo beve cantando; o introduce il capo al capestro o accosta il rasoio alla gola; indi a poco attacca la corda a due rami di albero e ci fa l'angiroccolo; col rasoio si rade la barba per apparire più bello; insomma la è una strana, ma strana potenza quella dell'amore,signora mia: e quando l'avrà provato, sono sicuro che ella mi darà ragione: capisco, ella mi ha contradetto perchè si mantiene sempre ingenua; non me ne sono mica arrecato, solo la prego a ricordarsi del proverbio: chi non prova non crede; — provi e poi ci riparleremo.
Pertanto affermo, che i pensieri da me ricordati con la compagnia di cento altri si affollarono allo spirito di Serena, prima che la sua mano (a vero dire lentamente) avesse fatto girare su gli arpioni la porta di casa un quarto di quadrante; onde Altobello, di subito voltatosi e chiamata Serena, fu a tempo a impedire che una imposta della porta s'incastrasse nell'altra come si stringono due labbra dopo che hanno detto: addio. Allora egli si allentò più oltre, e pose un piede su lo scalino, mentre lasciava l'altro sopra la strada; Serena rimase appoggiata con la spalla alla soglia dell'uscio. Così atteggiati non potevano durare gran pezza in silenzio, ed in vero non ci durarono, chè Altobello continuò:
— Signora Serena, mi parrebbe... crederei che non istesse bene che vi rimaneste in casa a questo modo sola... voglio dire senza sufficiente difesa...
— Oh! chi mi deve offendere? Non non ho nemici che io sappia.
— Avete udito nel camposanto lo scuccolo?
— E qual può dire che sia stato per me?
— Se ho da confessarvela intera, soggiunse Altobello bassando la voce, io tengo in mano prove più manifeste che qualche occulta vendetta mi perseguita.
— O Signore, anche voi? — e si strinse vieppiù ad Altobello, chè nulla vale a destare il mutuo affetto quanto la minaccia del comune pericolo.
— Ieri l'altro passando di sotto casa Campana precipitò dall'alto un sasso il quale per poco non mi schiacciò la testa; e' fu proprio fortuna che mi battesse un palmo davanti ai piedi dove sbrizzandosi mi cacciò nel volto un nuvolo di schegge. Guardai subito in su; le finestre erano chiuse; presi lingua nel vicinato chi mai ci abitasse di presente e mi risposero essere vuoto, che l'unica figliuola del Campana lo aveva abbandonato e si credeva si fosse ridotta a vivere in villa, o avesse raggiunto il padre alla Bastia.
— Signore Altobello, questo vi viene per me; una furia invisibilesi è attaccata alla mia vita, nè sembra che voglia risparmiarmi, quantunque femmina.
— Oh! di grazia, che cosa vi avvenne?
— I miei castagni furonoaccintolati; parecchi olivi e molte viti recise; al mio cavallo dentro la stalla tagliarono gli orecchi: mirate qui; vedete questo buco sul sommo dell'uscio; stamane ci ho trovato confitto un coltello; ieri...
— Ieri?
— Oh! ieri se rimasi viva e' fu proprio miracolo; io me ne andava a dare un'occhiata alla vigna del pignone, quando arrivata al ponte di legno, a un tiro di schioppo dalla casa, il cavallo mi si ferma in quattro: io che avevo premura vado a frustarlo, ma egli duro come un masso; stizzita scendo, e avvoltemi le briglie intorno al braccio metto il piede sul ponte; e' parve che le tavole ci stessero attaccate con la pece, dacchè a quel tocco leggero rovinarono, ed io sarei andata giù a catafascio con esse se le briglie erano meno salde o il cavallo men forte non avesse puntato le gambe dinanzi tanto da tenermi su ritta.
— Serena, qui non ci è caso, voi abbisognate di qualcheduno che vi difenda.
— Non pensate che mi troverebbero sprovvista, Altobello, — e remossa un cotal poco la faldetta gli mostrò la carchera con le pistole e il pugnale.
— Sì, ma in due ci difendiamo meglio, cara Serena.
— Questo non si può negare.
— E poi... e qui tacque alquanto per ripigliare lena come costuma torre campo chi intende spiccare un gran salto, — e poi che la stirpe degli Albertini si ha da spegnere? Respingerete un reverente amore che vi venisse offerto? Vi condannerete a vivere sterile nel mondo! Voi, che sapete, anche senza porci mente, ispirare amore, non vorrete sentirlo mai? E... e...
Oh! che sgomento invase allora l'anima del giovane, però che Serena presa da forte pensiero forse non lo udiva, od anche udendolo lo lasciava dire senza porgergli filo: ond'ei si smarriva, e le sue parole gli cascavano dalla bocca rotte, e rade come le prime e le ultime gocciole della pioggia. Ad un tratto Serena gli pose la mano sopra la spalla e favellò pacata.
— Altobello, voi mi vorreste per moglie?
— Ah!
— Ed io vi accetto per marito; e vi accetto perchè una voce qui dentro mi dice: Serena, fallo: tuttavolta io sono orfana e potrei errare: per la qual cosa mi bisogna sentire il signor Pasquale; egli ha detto che si mantiene scapolo per servire di padre a tutti i Côrsi.
— Ed in effetto lo è; dunque pigliate il mio braccio e andiamo.
— Dove?
— Dal generale.
— A questa ora? Così su due piedi?
— Che monta l'ora? Forse il tempo governa il Paoli? Egli in un modo o in un altro è sempre occupato di noi; — per ultimo chi tempo ha, tempo non aspetti.
— Ma le nozze non possono farsi se non dopo passato il lutto; ancora, io ho giurato, e meco fatto giurare le fanciulle di Corte astenersi dal matrimonio finchè dura la guerra.
— Il papa dispensa dai voti.
— Dispensi il papa, non io; o questo patto o niente. Caduta la Patria le nostre nozze faremo sotterra; io non intendo lasciarmi dietro figliuoli superstiti alla servitù; questo giurai alla Immacolata, e questo confermo.
— E sia così; come fidanzati potremo mutuamente soccorrerci e difenderci.
Il generale, comecchè la notte fosse avanzata, vegliava. Nasone cucciato fra le gambe di lui, annunziò lo appressarsi dei giovani con un lieve schiattire, senza moversi nè schiudere gli occhi. Accolti nella sua camera da letto essi parlarono sentenze così piene di generosità, di amore santo di Patria, che il generale per non piangere ebbe a levarsi e correre piuttosto che camminare su e giù per la stanza. Gli abbracciò, li benedisse a più riprese, e tanto erano tutti al dipartirsi profondamente commossi, che il generale in veste da camera con un candelliere in mano gli accompagnò fin giù in istrada senza accorgersene, e eglino pure se ne avvidero allorchè non ci era più tempo impedirlo. Solo Nasone, sempre presente a sè stesso, lo accompagnò inosservato sia all'andata che al ritorno, per cento prove oggimai era stato chiarito come nessuna commozione avesse potenza di distrarre il cane da addentare un osso e da custodire il padrone.
Se mai visse popolo al mondo il quale meritasse che uomo mettesse a repentaglio anima e corpo per lui, veramente fu ilcôrso di un secolo fa. In effetto il maestro di campo Grandmaison, rompendo contra la religione dei patti la tregua, aveva occupati Patrimonio e Barbaggio, che sono in certo modo le porte del Capocorso; e con essi tutta questa provincia; dall'altra parte il marchese di Arcambal ridusse a devozione pressochè intera la Casinca; il marchese Chauvelin sostenuto dal conte Marbeuf partendo da S. Fiorenzo si era spinto fin sopra Murato, ed espugnatolo, pareva che volesse pigliare Corte come dentro una rete. Sopra i teatri fa maraviglia non piccola lo ingegno dei macchinisti i quali così presto sanno mutare le scene che l'occhio appena se ne avvede, e non pertanto anco più veloce operavasi il cambiamento delle fortune della guerra appena si mossero le compagnie côrse al comando del Paoli. Dappertutto i Francesi tentarono resistere, ed anche in parecchi luoghi con molta costanza, ma non valse, che si sentivano portati via a modo di foglie dal libeccio.
Decio Cottoni, in compagnia del capitano Guiducci, si avventa nel Nebbio, e sgombrati davanti a sè i Francesi ripiglia Murato, impadronendosi di armi, di provvisioni e di non pochi prigionieri tra ufficiali e soldati.
Di breve Giocante Grimaldi, Francesco Gafforio e il dottore Acquaviva sboccando con le loro genti, e fatta massa con quelle del Cottoni e del Guiducci, corrono contro il Grandmaison accesi nel desiderio di fargli scontare la tregua tradita. Il Grandmaison da una parte non si sentendo capace di resistere a tanta furia, e dall'altra fatto per avventura meno animoso dal sentimento del grosso debito che presto gli avrebbero fatto pagare, non istette ad aspettarli, lasciando per la precipitosa fuga in Oletta tende, bagagli e due cannoni.
In Casinca, dove aveva fatta maggiore impressione il nemico, convennero Clemente Paoli, Antongiulio Serpentini, Nicodemo Pasqualini, Domenico Buttafuoco; raccolti a Tavagna deliberarono le difese estreme, e già si ammannivano a metterle in atto, quando sopraggiunse un Taddei di Pero spaventato in vista, il quale schiamazzando affermava la resistenza vana, ogni cosa perduta, doversi rifuggire tutti a Campoloro. Clemente che conosceva l'uomo capace di fare di ogni lana un peso gli voltò la faccia verso mezzogiorno, e datogli una spinta nelle spalle gridò: scappa presto a Campoloro prima che t'agguanti qualche palla di mio — e costui che era corrotto dalla pecunia francese non se lo lasciòdire due volte. Allora accadde una guerra arrabbiata, alla rinfusa, con vicenda di sconfitte e di vittorie; per ultimo la fortuna arrise ai Côrsi: il Serpentini andò a Orezza e la riprese; il capitano Colle vinse a Vignale. Clemente Paoli con gli altri di prima colta riscattò Sant'Antonio; donde scorrendo il paese gli venne fatto penetrare in Vescovato, e comecchè la terra si fosse mostrata parziale ai Francesi, in quale maniera incominciassero a conciarla non è da dire; sopratutto la rabbia dei Côrsi si avventò contro le case di Matteo Buttafuoco traditore, a sovvertire le quali adoperarono ferro e fuoco; ma i Francesi si rannodarono, cacciarono i Côrsi, e giunsero a spegnere le fiamme; i Côrsi per altra parte fermi a sgararla, ripigliata lena, tornarono: dopo lungo accapigliamento, dove i coltelli giuocarono più dei moschetti, riaccesero l'incendio, nè si ristarono finchè videro pietra su pietra.
Matteo Buttafuoco, per comune consenso dei Côrsi, Napoleone Buonaparte compreso, viene reputato traditore. Ai giorni nostri il suo figliuolo Antonio Semideo, togliendo occasione dal libro dettato dall'abate Giammarchi intorno alla vita di Pasquale Paoli, si è sbracciato a purgare la memoria del padre: meritano reverenza la pietà filiale, e compassione i tempi durante i quali siffatta difesa può farsi e accettarsi. Matteo Buttafuoco tradì perchè oratore presso al duca di Choiseul per la Corsica, vinto dalla ingordigia del premio, si mutò in promotore della dominazione francese in Corsica; di ciò lo incolpano le parole, molto più le opere; nè si nega, ma il suo figliuolo sostiene come questo non si chiami tradire, bensì amare la Patria, imperciocchè i Côrsi non potessero sostenersi contro le forze della Francia; matta impresa ed esosa, piacendo ai Côrsi assoggettarsi alle leggi di quella; ed a ragione, chè per questa via essi arrivarono a tal grado di prosperità e di gloria, che in altro modo sarebbe stato follia sperare. — A ciò si risponde, che affermare i Côrsi volonterosi della dominazione francese dopo novanta anni di conquista non è onesto; d'altronde la storia lo bugiarda, perchè il Paoli non governava tiranno, bensì col voto delle Consulte liberissimo, e quando ogni altro testimonio mancasse durano i campi, le pendici e i fiumi consacrati da tanto sangue cittadino nelle disperate lotte contro la oppressione. In quanto a prosperità e gloria quello che non potrebbe un côrso diremo alla recisa noi: se la fortuna della Corsica avesse prevalso, oggi ellapossederebbe meno accattoni e più lavoratori, meno cavalieri e più contadini; non avrebbe quello che si costuma chiamareciviltàalla francese, la quale le casca di dosso come veste non sua, bensì propria; non presenterebbe adesso un mostro non francese nè italiano, bensì paese sano e gagliardo di sangue naturale; e per dire tutto in poco, non servirebbe di pollaio alla Francia donde cava marinai per le sue navi, soldati per i suoi eserciti, sbirri per i suoi bargelli... per rimandarli poi (quando ce gli rimanda) stroppi di corpo, o, quello ch'è peggio, nabissati nell'anima, a rosicchiare un tozzo di pane, spesso, ah! troppo spesso impastato d'infamia e di rimorso. Questo non affermiamo di tutti, che non sarebbe giusto, ma di molti, ed è vero. — Ancora si può domandare come mai Matteo Buttafuoco, se credeva la opinione sua partecipa dai più, s'industriasse a tutt'uomo di procurarle fautori per via di corruzioni inique, e di peggiori scandali? Perchè la Francia gli compartiva il titolo di Conte, e gli donava lo stagno di Chiurlino? E perchè il figliuolo imprendendo la difesa del padre ostenta questo titolo il quale sarebbe stato senno nascondere come uno sfregio sulla faccia? Questo, in buon latino, significa negare il paiuolo in capo. Ma queste parole bastano, anzi a taluno parranno anco troppe; però importa chiarire come la stirpe dei Buttafuoco, se ebbe macchia dal tradimento di Matteo, lei resero veneranda nella memoria dei posteri Giambattista che vendè massima parte del paterno retaggio per sovvenire ai bisogni della Patria, e per ultimo le diede anco la vita; Domenico, che con le proprie mani contribuì a rovinare le case del parente fellone, ed altri parecchi che sarebbe soverchio rammentare.
Più grave zuffa avvenne a Loreto, dove i Francesi assaliti da quattro parti sostennero per sette ore furiosissimi assalti; ormai disperati dal vincere tentennavano tra il rendersi, ovvero aprirsi colla spada la via, quando con inestimabile maraviglia videro i Côrsi fuggire per la campagna; non sapevano a che ascrivere il caso; però decisero valersi della buona fortuna e rafforzarsi per durare con esito migliore; ma presto appassirono coteste speranze dacchè i Côrsi non fossero mica fuggiti, bensì andati a provvedersi di nuova polvere, avendo logorata la prima, in certe macchie dove l'avevano nascosta; allora dolse ai Francesi non avere colta l'occasione, e non gli sovvenendo migliore partito tornarono a volersi ritirare combattendo; dicono che sommassero a 150 quandouscirono da Loreto. I Côrsi dietro ai fianchi a mo' di canatteria sguinzagliata; certo come il cervo i Francesi, di tratto in tratto voltata la faccia, qualcheduno sventravano, ma subito dopo bisognava fuggire, e sempre in peggio arnese di prima. Stracchi e trafelati arrivarono circa mille al fiume Golo gonfio per pioggie recenti; nè questo gli annoiava, anzi se ne confortavano, imperciocchè non si sentendo perseguitati così da vicino giudicavano passare il ponte, e subito passato rovinarlo; onde le acque grosse invece d'impedimento a loro avrebbero trattenuto i nemici. Ed anco qui nel conto non entrò il lupo, perchè il signor Clemente cheto cheto, presi seco duecento uomini, aveva passato il Golo sul ponte del Lago Benedetto, e colà messo su in fretta alcune trincere faceva mostra di finire quanti si attentassero di avventurarci il piede: e poichè nei Francesi non è per certo l'ardire quello che manca, ci si provarono, e non una volta, nè due: però toccarono troppi morti per non invilirsi; al fiume non avevano avvertito molto; che sguazzarlo mentre lo cavalcava un ponte parve inonorato; adesso lo arieno fatto più che volentieri, ma lo videro terribilmente gonfio, nè minacciatore di morte meno sicura, che il ponte; e il tempo a deliberare stringeva; perchè dai parapetti côrsi fioccavano moschettate fitte come grandine. Scelsero la via del fiume o perchè la credessero meno perigliosa di quello che provarono, o perchè sperassero poterne più facilmente venire a capo. Il Golo li passò veramente, non tutti però; chè si risovvenne essere côrso, e contro lo straniero doversi industriare tutti, così uomini come cose; mille entrarono nelle sue acque e ne rese seicento; e a quelli che toccarono la sponda non parve caro il nolo.
I Francesi cacciati da tutte le parti della Casinca fecero testa al borgo di Marana dove comandava il signor de Ludre, soldato vecchio di buona rinomanza: scrivono taluni che la sua gente sommasse a 550, altri la stimano a 700; ma errano entrambi, perchè se prima fu 550, sembra certo che dopo la congiunzione dei cacciati della Casinca, anco contando solo gli sfuggiti dal Golo, a meno di 1150 non montavano.
Il borgo è paese costruito su di un colle di figura conica che si solleva sopra un piano inclinato, il quale a oriente confina col mare, a mezzogiorno lo chiude il Golo, a tramontana lo stagno di Chiurlino; dalla parte di ponente gli sta sopra la Serra di Stretta, che per la via di Oletta e di Olmetta comunica con lapieve del Nebbio; una volta colle e pianura ebbero fama di ferocissimi, e forse anche adesso sarebbero, ma la malaria funesta il piano; e il colle quantunque non ingiocondo pure dalla passata prosperità differisce assai. Narrano che Mario vicino al mare vi stabilisse una colonia, e sarà; ai giorni nostri non ne rimane nè anche orma; avanzano alcuni ruderi nè romani nè pagani, bensì cristiani e a quanto può giudicarsene pisani. Il luogo comparisce facile alle difese, e malgrado che trent'anni prima i Francesi ci rimanessero rotti per modo, che il conte di Boisseux, nipote del maresciallo di Villars, ne morì di dolore, eglino non trascurati o immemori statuirono tenerlo ad ogni costo. A tale effetto circondarono la sommità del Borgo con terrapieni e palizzate; e mandati a prendere a Bastia nuovi cannoni gli adattarono in varii fortini, i quali comecchè fossero fabbricati di terra e di pietra senza calcina non parevano men acconci alle offese come alle difese.