.... e trasportatolo presso al procoio di Santa Colomba lo esponessero alla pubblica strada; perchè la gente lo stimasse il corpo di Altobello. (Cap. IX.)
.... e trasportatolo presso al procoio di Santa Colomba lo esponessero alla pubblica strada; perchè la gente lo stimasse il corpo di Altobello. (Cap. IX.)
Allora correva l'andazzo fra i principi di dilettarsi della libertà come dei mostricini di bronzo che ai dì nostri usano tenere sopra le tavole per calca-lettere; certa volta parve loro si movessee veramente si moveva; allora gl'invase una sconcia paura e corsero a pigliare le molle per agguantarla e buttarla sul fuoco come si costuma agli scorpioni: senonchè voltando le spalle essi se la trovarono addosso così ad un tratto gigante che col capo toccava il soffitto minacciando salire anche più in su: si attentarono mostrarle la porta perchè uscisse, ed ella mostrò loro la finestra perchè la saltassero; staremo a vedere come l'andrà finire, perchè per ora nè ella è salita dove voleva andare, nè i principi saltati dove li voleva scaraventare: staremo a vedere.
Ora è di mestieri raccontare due fatti degni di commemorazione successi uno poco prima della partenza del Paoli, l'altro il giorno dopo. Comincierò dal primo: quando si sparse la fama del prossimo arrivo dei francesi a Corte i Côrsi che sapevano come quantunque un popolo butti in faccia ad altro popolo gli omicidi, le rapine e gli stupri, sull'entrare dentro terre vinte, pure in verità la batte tra il galeotto e il marinaio, eccetto gli Austriaci che in fatto di bestialità stanno in cima dalla scala senza dire al calcagno viemmi dietro, uomini e donne vecchi e fanciulli presero a fuggire alla rinfusa verso il Monterotondo.
Lettore mio, per poco il cielo ti abbia largito immaginativa, fingi un monte altissimo perpetuamente incoronato di neve, orrido per selve e per dirupi di gioghi moltiplici, dove occorrono laghi e cascate di acqua, e in mezzo a questi orrori ti rappresenta una donna giovane di severa bellezza col grembo grave di crescente prole salire affannata di greppo in greppo sotto la sferza dei raggi solari; ella dissimula così la interna ambascia, che di tratto in tratto muove parole di conforto al suo compagno sbigottito; e qualche volta presa da pietà per la stanchezza di lui, ostentando forze che non ha, gli porge il braccio soccorrevole. Cotesta è Letizia Ramolina che porta in seno il castigo di Francia, l'uomo è Carlo Bonaparte, quell'avventato giovane che udimmo sul poggiolo di casa Gafforia favellare al popolo gagliarde parole.
Ora, Lettore mio, non immaginare più nulla, bensì pensa come l'uomo per virtù propria condotto in alto, se è primo ad essere rischiarato dai raggi del sole e della gloria, per compensare si trova esposto a tutti gli strali di offesa e d'ingiuria che gl'indirizza il volgo senza nome, non però senz'astio, che vede rappresentata in lui una ingiustizia tanto più aborrita quanto meno facile a ripararsi; per la quale cosa tra molti e meritati biasimi contro Napoleone, fatto tiranno del mondo, i rigattieri delle sconcieparole ve ne mescolarono altre così turpi come bugiarde. Di vero in parecchi libri Napoleone trovasi infamato come figliuolo adulterino del conte di Marbeuf, ed è falso; la Letizia Ramolina era da sette mesi incinta di lui mentre si arrampicava sui gioghi di Monterotondo fuggendo l'ira francese. Carlo Bonaparte si mantenne fedele alla causa della libertà, anzi mordeva gli apostati, e condendo tuttavia il vezzo di aombrare gli eventi con le allegorie pastorali, ripigliò la Corsica della sua voltabilità con la canzone satirica:Pastorella infida sei; ma durò poco; povero e vanitoso di breve cesse ai tempi. I Francesi a cui stende la mano non rifiutano il tozzo, ed ei se l'ebbe: morì lungi della famiglia a Montepellier sempre male in arnese. Più tardi quando la destra della fortuna agguantò pei capelli Napoleone, il municipio di Montepellier propose erigergli uno sbardellato monumento composto delle statue della città di Montepellier, della religione e di altre parecchie; la città di Montepellier con una mano aveva da alzare il coperchio della tomba, e con l'altra additare la base dove si dovevano leggere le parole «esci dalla tomba; il tuo figliuolo ti leva alla immortalità».
Napoleone allora console rispose: «non turbiamo la quiete ai defunti; alle ossa loro pace; anche mio nonno è morto e il mio bisnonno altresì; perchè dovrebbonsi essi trascurare? Ciò andrebbe per le lunghe. Se avessi perduto ieri mio padre, la cosa potrebbe andare che il mio dolore si manifestasse con qualche segno di onoranza: ma ora corrono venti anni dacchè è morto; il pubblico pertanto non ha parte in questo caso: non ne parliamo più.»
Questo fatto dimostra tre cose almeno: che il pecorume municipale a un di presso in ogni tempo e dappertutto si rassomiglia; che Napoleone forse non volle al padre quel bene che portò sempre alla madre sua; per ultimo che l'adorazione di sè non era per anco in lui diventata tanta, che la troppa vampa dell'adulazione non gli facesse aggrinzare il naso: e in vero, non anco tolto il titolo di padrone assoluto, come Console la trinciava tuttavia di popolesco.
L'altro fatto, che si congiunge dolorosamente al fine della nostra storia, merita di essere riportato proprio nel vero modo in che avvenne. — Domenico Leca, o da Leca, curato di Guagno, il giorno dopo la partenza di Pasquale Paoli, che fu il 14 giugno 1769, la mattina a mezzogiorno raccolto nella chiesa di Sovrinsùquanti erano rimasti di là dai monti fedeli fino alla morte alla causa della Libertà, celebrando la messa, quando fu sul punto di comunicarsi, lasciata l'ostia su la patena si volse agli assistenti e con piglio truce, così prese a parlare:
—Dilecti in Cristo fratres.— «Quando i peccati degli uomini sforzano la bontà divina, Dio memore del patto non manda più il diluvio, bensì manda i tiranni. Ora a questi parrebbe quasi essere felici se Dio gli segnasse su la fronte della stimata di Caino; Caini senza segno ogni uomo può ucciderli senza incorrere nell'ira del Signore; ecco la paura e l'omicidio come due vipere mettono il nido nel cuore del tiranno; egli educa metà del genere umano negl'istinti del mastino, le dà denti, le dà collare di spunzoni e l'avventa contro l'altra metà; egli piglia il ferro, e fattene due parti, quella che tocca a lui foggia in arme da punta e da taglio per tormentare, e in ceppi per incatenare; l'altra che tocca al popolo lavora in vomeri e in badili, e gli dice: con questi arnesi apri la terra per seminarvi il grano per me ed anco per te, o seppellirvi i tuoi corpi; e non pertanto il terrore gli dura: allora chiama un sacerdote (non più sacerdote, che tale non rendono la veste e il rito, bensì l'anima conservata tempio degno della divinità) e gli sussurra dentro gli orecchi: mettimi a parte del cielo, ed io spartirò teco i beni della terra, circondami di spavento, distendi intorno a me l'inferno a modo di vallo come lo mettesti intorno a Dio; fammi terribile, sbigottisci le anime, e persuadile che sono parte di Dio, che egli mi impose con le sue sante mani sopra la terra, chi tocca me tocca lui; il medesimo fuoco immortale arderà chi ardisce levare non che altro un pensiero ostile contro la sua divinità e la mia. Il sacerdote non sapeva, o non volle rammentarsi delle parole del Redentore: Satana, è scritto che tu non mi tenterai. Strinsero insieme il patto, e quando il tiranno salì su l'altare, Dio lo disertò. — Ma la paura durava, se il tiranno vestiva la corazza la paura s'immetteva fra la sua carne e le piastre di ferro; nella notte sul letto solitario atterrito dai sogni stendeva la mano sotto il guanciale per tema di un ferro; paventò prima il ferro in mano al barbiere, e barba e capelli si fece accortare co' tizzi ardenti; gli mise ombra lo spillo della moglie, e orribile a dirsi! volle che ella si nudasse prima di entrare nella stanza del talamo: e nè anche questo bastando a quietare la febbre dell'apprensione,mandò per un dottore; voi sapete, o diletti fratelli in Cristo, come i dottori in ogni tempo abbiano sostenuto coi sofismi loro il tiranno; uno ne visse il quale richiesto dallo imperatore di giustificare in senato la strage del fratello, rispose: «è più facile commettere il fratricidio, che difenderlo[39]», e basta; dicono di tratto in tratto ve ne fosse degli altri buoni, e sarà; però tutti insieme e' si possono contare su le dita. Il tiranno dunque disse al dottore: io ti metterò a parte della mia potestà di uccidere e spogliare, a patto che tu la dimostri intangibile; il dottore scese agli accordi e scrisse: «il bene del consorzio umano volere, che si ubbidisse ai principi accettati col consenso espresso o tacito dei popoli (consenso tacito è la paura del boia); occorrendo certi casi (e li dicevano); stare nella comunanza dei sudditi il diritto di muovere rimostranze al Principe ed anco di bandirlo; ammazzarlo mai; il singolo in verun caso potere levare la voce e molto meno la mano, dacchè la volontà altrui non s'interpreta, e bisognerebbe ad uno ad uno farsi conferire il mandato. Chi opera altrimenti, il consorzio umano deve giudicarlo perturbatore dell'ordinato vivere civile, e degno così del supplizio in questa vita come d'infamia eterna nell'altra.» — Ipocriti! In qual modo potrebbero profferire siffatto consenso labbra sigillate dalla paura? Come andare in giro a raccogliere i voti l'uomo cacciato dai segugi del tiranno peggio che belva in bosco? In questo modo, come poterono, hanno creduto provedere alla propria sicurezza i tiranni; alla forza aperta contrappongo centuplice forza e ordinata; alla violenza segreta lo spavento religioso, il clamore dell'interesse, il sofisma dello intelletto pervertito o confuso; e nondimanco il pallore regna su la faccia dei re; e ciò che ormai non valgono ad ottenere giustizia o pietà, la paura vale. Nel naufragio del diritto, quando il tiranno aveva comune con l'uccello di rapina il nido su la rupe, l'istinto ladro, le voglie crudeli e gli artigli sanguinosi, la giustizia abitò le catacombe al pari dei discepoli di Cristo, e attese a difendere l'umanità. Sopra la terra di Vestfalia venne prima istituito il tribunale della santa Vema, segreto e terribile, che giudicava i delitti dei potenti e li puniva. Le medesime cause partoriscono naturalmente i medesimi effetti; la nostra forza fu infranta davanti a forza maggiore, il diritto è calpestato, i lamenti derisi, le acque dell'amarezzaci annegano. Che fare? Dileguarci nei sepolcri sarebbe il meglio; ma a i figli, alle donne, a tutti quelli insomma che per infermità o per natura si sentono pusillanimi, come provvederemo noi? Repugna l'animo nostro dal partito estremo adoperato dai Giudei quando Tito Vespasiano espugnò Gerusalemme; e non lo praticheremo noi. Costituiamoci a posta nostra Tribunale, invisibile tutela degli straziati, e vendicatori dei misfatti. Omai servire bisogna, tra noi e i Francesi Dio ha giudicato, e davanti a cui egli ci atterrava, forza è pur troppo che ci atterriamo noi, e se lo stato dei nostri non inaspriscono vivremo, e lasceremo che vivano: noi non pretenderemo, che nelle nostre piaghe infondano olio e vino come adoperò il Samaritano, ma nè anco patiremo, che ci stillino veleno. Se poi ci ridurranno alla disperazione noi cadremo improvvisi come il fulmine e terribile come lui. Ottenga allora la paura quello che non poterono procurarci la giustizia nè la misericordia: e veruno straniero commetta colpa senza tremare continuamente il vendicatore che lo colga. A me è parso che in questa guisa possiamo sempre benemeritare della Patria e della umanità; ci ho meditato sopra nella notte quando il silenzio e le tenebre schiudono la mente ai casti pensieri della tomba, ci meditai a piè degli altari: mi consigliai col mio angelo custode, implorai Dio che m'illuminasse, e non sentii niente che mi dissuadesse, anzi tutto mi confermò nel proponimento. Gli è molto facile, che la mala morte ci colga, ma io ho considerato che ogni setta, anco la più empia, ebbe martiri, la Patria, che pure si reputa nobilissima fra le religioni, non vanterà i suoi? Può darsi che il mondo ci chiami infami, ma a cui sprezza la morte, che importa il mondo? Dio che sente i nostri cuori ci darà premio o pena: ed io vi accerto, che ci aspetti il premio eterno in paradiso.»
Così orava fervorosamente Domenico da Leca curato di Guagno: s'egli avesse ragione a me riesce arduo giudicare: questo ben so, che i Francesi ebbero torto, gli acerbi gastighi meritarono, e a questi più che ad altro furono debitori i Côrsi se la immane ferocia degli stranieri oppressori pigliò col tempo andatura più umana. Queste cose si rammentano non in odio dei Francesi, bensì della tirannide, che gli angioli stessi renderebbe demonii. Per fermo tu provi generosi gl'Inglesi, ed alacri soccorritori delle miserie altrui, pure coteste generosità e misericordia lorodifettano di un certo tepido alito, che consolando blandisce; si sente sempre un braccio che dall'alto si stende al basso, un'anima che sa, senza menomare la copia della sua felicità, potertene far parte; insomma non è l'inglese il ricco epulone che lascia languire alla porta del suo palazzo Lazzaro affamato, bensì gli manda a ribocco i rilievi della mensa, forse anco qualche vivanda intatta; i Francesi poi ti aprono il penetrale domestico, ti mettono a parte della famiglia, ti accostano al proprio cuore e ti ravvivano, eglino, arguti nella beneficenza, arrivano a persuaderti essere la sventura, come l'ingegno, come il valore, e le altre nobili facoltà, pregio desiderabile della specie umana. La cavalleria nacque in Francia, e colà più che altrove fu educato questo fiore della barbarie, il quale propagandosi diventò la civiltà dei tempi moderni: ciò non pertanto i Francesi si comportarono in Corsica tali, che le belve più feroci non possono somministrare sufficiente paragone alla efferatezza di loro; e ciò per la ragione avvertita, che l'uomo messo su lo sdrucciolo del tiranno e del cagnotto, per quanta virtù possieda, forza è che diventi tormentatore.
Quanto affermo suona grave, io lo comprendo ottimamente, e non lo avrei scritto se non fosse per rifrescare dinanzi agli occhi degli uomini una esperienza che troppo spesso li proviamo disposti a mettere in oblio, e per altra parte siccome senza buone autorità non sarebbe creduto, reputo obbligo chiarirlo con carte in mano. Incominciando dai generali, innanzi tratto pongo un frammento di lettera scritta da Napoleone Bonaparte ventiquatrenne, la quale Nicolò Tommaseo giudica per probità, per calore di eloquenza e per feroce ironia, degna di Gian Giacomo Rousseau. Questo frammento voltato in italiano, imperciocchè la lettera comparisca scritta in francese, suona così: «parte dei patrioti propugnando la libertà della patria periva, parte abbandonava proscritta la terra fatta ormai nido di tiranni, ma troppi più non erano morti, nè fuggivano e diventarono segno di ogni maniera persecuzioni. Coteste forti anime corrompere non si potevano, e dall'altro canto il dominio francese, se le non si sperdevano, non poteva attecchire. Ahimè! Questo partito fu troppo bene portato al compimento; taluni perirono vittime di accuse falsamente apposte: tali altri, traditi dalla ospitalità e dalla fiducia posta in uomini venduti, espiarono sopra i patiboli i sospiri e le lacrime sorpresi alla loro passione: moltiammonticchiati, dal Narbona Fritzlar nella torre di Tolone, avvelenati col cibo, tormentati dalle catene, oppressi dai bistrattamenti, vissero, vita affannosa, e furono distrutti da morte atrocemente lenta.»
Che se si opporrà, che la età della bollente giovinezza, e la temperie della stagione (correndo in quel torno l'anno 1793) potevano partecipare colore esagerato alle scritture, e noi confermeremo la verità dello esposto con la sentenza di Giovan Carlo Gregorio, uomo maturo e grave magistrato, scritta sessanta anni dopo della lettera di Napoleone Buonaparte. Sul finire del libro per me ricordato, nella prefazione egli dichiara: «poi cominciò il governo dai servi tremanti, adulatori e ribaldi chiamato felice, ma la Consulta di Orezza del 1791 lo qualificò il più infame, il più esecrando di tutti i reggimenti! governo che durò lunga pezza, sopra del quale non hanno gli storici, come ne correva loro l'obbligo sacrosanto, disacerbato la ignominia amarissima che meritava, contenti di prorompere in vilipendii codardi contro la dominazione genovese, che dalla tomba ove giace, erano sicuri che non sarebbe più uscita a infierire contro i numerosi e sazievoli detrattori di lei» E questo si chiama scrivere bene col cervello e col cuore!
Delle promesse di gravezze diminuite anzi renunziate non si parlò neppure; come suole aumentaronsi. Bene si parlò subito, che sarebbe messo a morte irremissibilmente qualunque fosse rinvenuto con le armi addosso, e poichè questo partito non approdava, poco dopo mandarono fuori ordini rigidissimi contro chi, possedendo armi, non le consegnasse al governo. Chi non piegava la cervice giurando fedeltà al re cacciavano per boschi e per pendici non altramente che belva si fosse: in vero ci adoperarono cani e cacciatori e questi la più parte côrsi: aizzando così fratello contro fratello, onde il misfatto di Caino, mercè le virtù dei Francesi cessando di comparire delitto, fu reputato quasi opera meritoria; più di 500 tra preti e frati di mala morte finirono: fu gloria non avere pietà, e vanto la frode sanguinosa. Racconta la storia, come parecchi, tra gli altri un Pace Vincenzini e varii uomini della famiglia Franchi essendosi arresi, per le persuasioni di Monsignore Guernès vescovo di Alearia, al Marbeuf che gli assicurò della vita, questi appena gli ebbe in mano, gl'incatenò e mandò in galera; e al vescovo a cui parendo incomportabile tanta enormezza se ne rammaricava, rispose: «di che guaite voi? La vitapromisi e la vita hanno.» Al sacerdote Salvatore Stappanova fu promessa libera l'andata insieme col suo nepote, però che egli disperando, vecchio com'era, di mai più rivedere la Patria, fatto danaro di ogni sua sostanza s'imbarcò per a Livorno, ma appena allargatosi dalla costa un miglio, ecco abbrivarglisi addosso a voga arrancata due barche regie di cui la ciurma urlava: «ferma! ferma!» Lo imperterrito sacerdote, senza esitare nè manco un attimo, tolse a sè l'occasione della morte ignominiosa ed ai persecutori la causa scellerata del tradimento, imperciocchè legatosi il sacco dei danari al collo si precipitò nel mare gridando al nepote: «vienmi dietro!» e questi lo faceva, ma pietà insensata fosse, o piuttosto prodizione, lo tennero, ond'ei di lì a poco col laccio fu tolto di vita.
Lo dico lo taccio? Lo dirò pure in conferma, che gli Urban e gli Haynau non sono mica bestie esclusivamente austriache, bensì comuni ad ogni popolo che imbestia nella oppressione di altro popolo.
I Francesi messe le mani addosso ad un famoso bandito, il quale per lungo tempo aveva menato strage di loro, tanto furono acciecati dal furore, che non si tennero contenti prima che l'ebbero segato vivo. I Côrsi per non restare in debito di ferocia, preso un francese, mandarono a invitare i compagni di lui andassero a vederlo bruciare vivo: la crederono celia e non si resero alla posta: i Côrsi, che non celiavano, ci furono e vivo arsero il meschino. Certo mio maestro mi sgrida e forte per avere io in qualche parte affermato, che se le bestie avessero senso dei torti che vengono loro fatti quando si sentono paragonate con gli uomini, potrebbero sporgere querela d'ingiurie con buona speranza di ottenere ragione. Il mio maestro non sa quello che si dica, cosa che gli è come naturale; di fatti veruno nega all'uomo il volere, ed anco il potere d'inalzarsi sopra la sua creta accostandosi alle sostanze divine, ma ad un punto con questo volere e potere egli possiede facoltà di avvilirsi sotto le bestie; in lui ci è il verme, in lui ci è Dio, e troppo più spesso le nobili facoltà sue egli adopera pel secondo che pel primo intento. Così vero ciò, che non si lesse mai di un branco o vogli lupi, o vogli jene, i quali abbiano profferto le zanne e gli ugnoli loro a un lupo, o ad una jena incoronati, per istraziare altre bestie, massime della loro specie, mentre questo negli uomini tutto giorno accade; il lupo e la jena per istinto lacerano e per fame divorano, leccanonon irridono il sangue, le membra strappate portansi nelle tane o quivi se ne pascono chete, di nascosto, brontolando al contrario se altri li disturbi, non ne menano vanto, non chiedono medaglie, non ne ottengono, croci nemmeno, benedizioni nè anco per ombra, non passa a loro pel capo di millantarsi sostegni del trono e dell'altare, per ultimo non hanno mai cantato ilTedeum.
Tali e peggiori enormezze commisero gli Svizzeri a Napoli ministri della più atroce tirannide che da parecchi anni contristasse il mondo, se ne eccettui quella dell'Austria; tali e più inumani ne hanno commesso pur dianzi in servizio del prete cortese, padre dei fedeli, immagine vera di Cristo redentore venuto al mondo per sigillare col sangue il patto di fratellanza fra gli uomini.
La Corsica ebbe a sostenere in quei giorni il tipo, per così dire, di perfezione ideale di uomo siffatto: costui, come altrove esposi, venne prima con Teodoro, e combattè crudelissimamente per la libertà, poi s'ingaggiò co' Francesi, ed anco più trucemente mise le mani nel sangue per la tirannide, gli fu patria la Lorena; due amori egli ebbe nel mondo: sangue e vino, nè metteva differenza o poca a versare dell'uno come dell'altro; la sua spada profferiva come il carnefice la mannaia; percoteva senza saperne la causa, nè si curava saperla; niente gli premeva conoscere chi avesse torto o ragione e nemmeno lo domandava; mascagno e maliziato partecipava della jena e della scimmia; come Margutte professore solenne di cose inique, le quali a lui sembravano, come diceva, una minestra senza sale, un'insalata senz'olio, se non le condiva con le sue facezie più strazianti delle sue medesime atrocità. Costui, avuta carta bianca dal governo di Francia, per ridurre la isola a devozione, la correva di su e di giù portando da per tutto la miseria, ma non gli bastava, che avrebbe voluto eziandio spargervi il terrore, e questo non gli riusciva; sovente qualcheduno dei suoi mancava alla chiamata, e se ne chiedeva ai paesani, nessuno lo aveva visto: finchè frugando qua e là lo trovavano sforacchiato da una palla, raramente da due, più spesso non trovavano nulla, chè la terra lo aveva coperto col suo mantello di zolla: talora qualche palla a costui portò via il cappello di capo, e una volta lo spallino: non passava sera che non sentisse fischiarsi intorno agli orecchi tre o quattro palle, che piacevolmente appellava zanzare côrse: da tutto questo comprese, che se non si levavano le armi di mano ai Côrsi non si veniva a capo di nulla,fermo in simile disegno, il quale per avventura era il più razionale di ogni altro, vi lascio figurare s'ei mettesse a tortura il cervello per pescare trovati capaci di farglielo conseguire: sopraggiungeva in un paese alla sprovvista e notturno, e inondate le case di sgherri, rovistava ogni luogo per rinvenirci armi: niente era salvo dalle sue ricerche; rompeva muri, scassinava mobili, rivoltava il terreno e maritali letti sfondati e laceri lasciava in mezzo della stanza, e per mettere fine dirò che nè le gole dei camini, nè altre più immonde andavano esenti dalle sue investigazioni: costumò ancora occupare uno o più paesi e quivi prendere stanza campando con la sua gente a spese dei paesani, finchè non gli avessero portato le armi; e bene egli potè vedere l'ultimo pane di cotesto popolo, non già uno schioppo solo: mise in pratica anche questo altro spediente; entrato sopra una pieve minacciò disertarla col fuoco se non rendevano le armi, incominciando ad ardere gli olivi, le viti e ogni albero fruttifero sopra la decima parte del contado, e promettendo che ogni giorno avrebbe operato altrettanto su l'altro decimo se non gli consegnassero le armi, e i Côrsi videro con dolore inestimabile ridotti in cenere quegli olivi, testimonianza della benevola sollecitudine dei padri verso i figli, in cenere la vite sola capace ormai di portare un raggio di gajezza sopra il loro cuore contristato, e i frutti idonei ad addolcire alquanto le loro labbra amare: li videro ma non consegnarono uno schioppo. Di un tratto egli mutò registro a modo dei sonatori degli organi: a cui facesse la spia bandì avrebbe dato di grosse mance e poi perfino rimessione di ogni pena a quale spontaneo consegnasse l'arme, e tanto di danaro che valesse quattro volte il prezzo dell'arme consegnata, ed anco questo non gli valse. Merita particolare menzione quello che fece a Castirla ch'è paese di tratto non lungo discosto da Corte: il Sionville prese tempo per entrarci dentro, allorchè il popolo era in chiesa alla messa: circuita la parrocchia dai suoi sgherri, egli inosservato quatto quatto salì la scala che metteva al pulpito e quivi rannicchiandosi rimase senza farsi vedere, finchè il Pievano finita la messa si volta al popolo che benedicendo accommiata con le parole:ite missa est. Allora egli sbalza su ritto come un di quei diavoli di saltaleone scappano fuori dalle scatole di finto tabacco, e voltosi al popolo favellò:
— Neh! dilettissimi, neh fratelli, avete a sapere, che io sono venuto a farvi la predica.
E siccome i Côrsi scandalizzati da tanta profanazione mostravano volere uscire con segni manifesti di orrore, egli continuò.
— Sicuro! bella come il Pievano io non ve la posso dire, ma siccome mi preme che la sentiate in fondo, così vi avverto, che quale si attenti uscire sarà ricacciato in chiesa a calci di fucile, sicchè disponetevi ad ascoltarmi con benevolo orecchio.» E questo a fè di Dio mi sembra un bellissimo esordio a cui i maestri di rettorica non hanno pensato dalle mille miglia. Sputò e ripigliò a ragionare. — Ora dunque voi avete a sapere, che ieri notte dormendo sul manco lato io mi sono fatto un sogno: mi pareva vedere la testa di Moro, che è la vostra impresa, con una bellissima corona reale in capo e la benda cavata dagli occhi, la quale prima mi rise mostrandomi da coteste sue labbra grosse due fila di denti, che sembravano fagioli bianchi e poi disse: «maresciallo, buona sera; tu vedi che io porto corona reale e fui sempre arme di regno, figurati se mi adattava di cuore a servire d'impresa ad un villano nato e sputato com'era quel coso di Pasquale Paoli! però della mia reverente fedeltà pel Cristianissimo tu non hai a dubitare, questa benda che i Côrsi mi avevano messo su gli occhi io me la sono levata per vedere i fatti così come vanno in servizio di S. M.; avendo pertanto esaminato con diligenza le faccende ho conosciuto, che nella pieve di Talcini, e precisamente nel paese di Castirla, ci vivano mucchi di briganti, che bisognerebbe ardere di un bel fuoco di pruni secchi, fa presto a visitarla che ci troverai armi, munizioni ed altri testimoni dell'odio implacabile che cotesti ribaldi portano al prediletto loro padrone e signore: Io; che credo ai sogni, ho dato retta alla testa di Moro, ed eccomi tra voi.»
A queste parole quella povera gente sbigottita, consapevole come fosse stato dichiarato il possessore dell'armi reo di morte, con voci rotte si mise a gridare:
— Signore maresciallo, credete per la Immacolata Santissima, che vi hanno ingannato, la è pretta calunnia messa fuori dai nostri nemici che ci vogliono condurre al macello: vi pigli carità di noi; noi non abbiamo fatto male a nessuno e fin qui fummo fedeli e vi promettiamo conservarci per lo avvenire obbedientissimi sudditi del nostro reale signore e padrone, come dite voi.
— Zitti! riprese il Sionville, zitti! non urlate tutti assieme, che non siete mica colpevoli... taluni non accuso, ma altri stannolì lì per ribellarsi, e ne sono sicuro; i primi facciano una cosa, si separino dagli altri raccogliendosi qui sotto il pulpito, e così sceverata la zizzania dal buon grano, vi lascio in pace...
— Nessuno signor maresciallo, qui nessuno è reo, tornò a gridare con una sola voce il popolo presagio di guai.
— Olà, zitti! voi mi avete fradicio. A questa toppa io proverò un'altra chiave. A voi, signor podestà, sbugiardate questi saracini, e ditemi su, quali sono le persone, che qui in Castirla congiurano contro la legittima autorità del re nostro sovrano, e la quiete della isola.
— Io conosco il popolo di questo paese, rispose il podestà alquanto turbato, fedele e devoto; se avessi avuto odore, che ci si nascondessero armi, io mi sarei già dato premura di scoprirle e vi avrei tolto il disturbo di salire fin qua. Vivete tranquillo, signor maresciallo, io vi assicuro, che potete proprio contare sopra i sentimenti di fedeltà di questo popolo.
— O sentiamo via, signor dottore, e come hanno ad essere secondo voi i sentimenti di fedeltà al sovrano?
— Parmi agevole dirlo: il dovere del suddito sta nell'obbedire con anima volonterosa alle leggi, e amare e venerare il principe...
— Così asciutto asciutto senz'altra giunta?
— Che abbia a fare di più io non saprei, se vostra eccellenza non me lo insegna.
— Sicuro, che ve lo insegnerò io, pezzo di somaro. Si ama il proprio sovrano davvero quando ci mostriamo disposti a fare per lui quanto gli può riuscire di servizio, invigilando i suoi nemici, spiandoli, rivelando ai magistrati le trame, le insidie e le intenzioni loro, non portando rispetto ad amici, a conterranei, a parenti, anzi nè anco a mariti, a genitori, a figliuoli, ributtarli di casa, non visitarli, non nudrirli, unirsi al reggimento provinciale côrso per isterminarli; ed anche non basta: bisogna ingegnarci a scoprire e denunciare al Governo le persone con le quali i sospetti mantengono usanza, quello che in generale si pensa, in quali luoghi, in quali case sogliono adunarsi e quando, e in quanti, se hanno armi, e dove le appiattino; se riesce, le portino via essi, se no vengano a farne il rapporto. Ricordinsi i buoni sudditi, che qualunque impegno di onore viene meno all'onore di servire il proprio sovrano, i beneficî non tengono, nè promesse, nè speranze, perchè veruno può beneficare più di lui,vincolo alcuno di tanto può reggere ch'egli non valga a sciogliere; desiderio che persona possieda più facoltà di lui di soddisfare. Questi obblighi crescono pei magistrati, ed anco per loro aumentano via via, che occupano ufficio più sublime.
«Ai parrochi in particolare, e ai confessori in generale corre dovere di provocare le confessioni piene e circostanziate, e rivelarle, che non ci ha segreto che tenga, quando si tratta d'impedire che i malvagi arrechino danno a colui che dopo Dio, e come Dio, merita il profondo omaggio della reverenza vostra. Di fatti, credete voi, parrochi e confessori, di essere istituiti nell'interesse di Dio? Ma' mai lo credeste, vi fareste canzonare, imperciocchè egli non abbia punto bisogno di voi, l'occhio di Dio ti è sopra anche nella tenebra e vede di notte più dei gatti; il suo orecchio ti sta sul cuore e sente venir su i pensieri appena nati, anzi anco prima che nascano,ergoDio non ha bisogno di voi; i vostri occhi e i vostri orecchi o non sono buoni a nulla, o sono buoni in quanto gli mettete al servizio del re, ed ecco per qual modo un buon suddito senza taccia di temerarietà può sostenere di nutrire sentimenti di fedeltà verso il proprio sovrano.
Il parroco, offeso nella sua religione e nella sua onestà da cotesti scempi discorsi, esclamò dall'altare:
— Signor maresciallo, voi operereste assai meglio dando voi stesso lo esempio del timore di Dio, levandovi da un luogo che non vi spetta, e cessando discorsi pieni di scandalo.
— Come pieni di scandalo? Oh! non lo ha detto San Paolo, che le podestà furono messe da Dio, e che va dannato chi le disobbedisce? Dunque, che vi ribolle? Lo so io da che nasce questo, egli è perchè voi siete Paolista, nemico del buon governo, dell'ordine, anche voi perturbatore della dignitosa tranquillità dei popoli, un commettimale, uno avversario della concordia; insomma un repubblicano, un parricida, e vi mettete in quattro per ricoprire le colpe di questi vostri briganti.
— Io sono sacerdote e voi soldato, però non potendo, nè dovendo vendicarmi, badate, i vostri oltraggi fanno come le processioni; io vi attesto pel sangue di Gesù Cristo redentore, che tutti questi miei parrocchiani sono innocenti della colpa di cui gli accusate.
— Ohibò! Non istà bene a un prete dire bugiarderie: e ve lo provo...
— Siamo innocenti! urlava il popolo, siamo innocenti!
Intanto il Sionville aveva staccato il Cristo dalle staffe dentro le quali lo collocano a manca del pulpito, e recatoselo accanto all'orecchio diceva:
— Vien qua, dolce Gesù Cristo, signor mio, e bisbigliami dentro l'orecchio il nome dei traditori del re di questa terra, mostrando così che fra me e te siamo pane e cacio assai più che questi rinnegati non credono.
Ormai quello che non aveva avuto la virtù di operare la propria salute operava l'amore della religione: la rabbia vinceva la paura, e già usciva dai petti anelanti la voce cupa e minacciosa furiera delle procelle umane: ogni uomo aveva adocchiato o candegliere, o scranna, o arnese altro qualunque, che il furore converte in arme, quando il Pievano, persona prudente, considerando che il nefandissimo atto non avrebbe menato a danno di persona, come colui ch'era consapevole non trovarsi armi nel paese, supplicò a mani giunte il popolo a quietarsi tanto, ch'egli avesse potuto parlare, la quale cosa avendo a stento ottenuta, egli disse:
— Or via, finitela, e diteci quali voi accusate colpevoli.
— Eccomi subito, e raccostato il Cristo all'orecchio disse: i rei che mi sono stati rivelati, quei che tengono armi nascoste nelle loro case sono: Filandro Vinciguerra ed Imperio Castineta ambedue di questo paese.
— E qui presenti, soggiunse il Pievano additandoli e disposti, io penso, a somministrarvi tutte le giustificazioni che stimerete più convenevoli.
— Sì, signore, risposero ad un tempo cotesti due onesti cittadini, la nostra coscienza non ci rimprovera delitti di veruna specie e sopra il santo evangelo possiamo giurare...
... accatastarono cadaveri umani, e in breve ebbero costruiti parapetti e trincee di carne umana. (pag. 464)
... accatastarono cadaveri umani, e in breve ebbero costruiti parapetti e trincee di carne umana. (pag. 464)
— È fiato perso, perchè per non farmi credere una cosa basta giurarmela; se sarete innocenti lo vedremo tra pochi minuti, e così dicendo scese dal pulpito. Venuto in chiesa egli barattò non so quali parole col podestà, spinse il Pievano in sagrestia e ce lo chiuse dentro: guai a lui se si attentasse uscire, lo avrebbe fatto portare a Corte legato come un Cristo, ci pensasse, poi aperte le porte della chiesa andò difilato alle case Imperio e Filandro; le scombussò, mise sossopra, fece il diavolo e peggio, e non trovava nulla; si mordeva allora lo sciagurato le labbra per la rabbia, davasi dei pugni nella fronte, un po' pregava Dio,un po' lo bestemmiava: mentre la sua smania cresceva al punto da rompere in convulsioni, ecco accostarsegli un uomo, che a guisa di bracco gli strisciò da lato e fuggì via: di un tratto si placò il furore del Sionville; che trapassando a gioia smoderata, si mise a sghignazzare, spiccò salti, battè forte le mani gridando:
— Le ho trovate! le ho trovate!
E seguito da tutti corse a certa stalla, che appartata dalla casa del Castineta e del Vinciguerra, possedevano in comune fra loro; quivi dopo poco rivoltare di paglia rinvennero tre o quattro schioppi rugginosi e in malo arnese, che non avrieno preso fuoco nè manco a metterli in forno. Il Sionville con fronte di bronzo, fingendo una grossissima collera, riprese a tempestare peggio di prima.
— Briganti! Traditori! Mi aveva detto il giusto Gesù Cristo neh? Quando s'incomoda egli dal paradiso a fare la spia, credete che ci si metta per canzonare un pari mio? Incatenateli, a Corte, alla forca,marche!
Gli urli, i pianti, le disperazioni, ed anco le minacce potevano sul Sionville quanto il suono del mandolino sopra un lupo affamato: quei miseri furono carichi di catene e circuiti dagli sgherri, che a furia di armi contenevano appena il popolo, erano tratti a Corte.
Partirono, e forse un miglio era il paese rimasto loro dietro le spalle, quando un ufficiale di età assai provetta mise il suo cavallo accanto a quello del Sionville, che cavalcava cantando in quilio certa sua canzone da taverna, e così gli disse:
— Maresciallo, già siamo d'accordo, che non eseguirete mica sul serio la pena di morte sopra cotesti due poveri grami.
— Non siamo d'accordo per niente, io gl'impiccherò bene e meglio appena arrivati a Corte.
La fama, come suole, precorritrice delle tristi novelle (quella delle buone arriva sempre zoppicando) empì Corte del fatto del Sionville, onde gli animi se ne sgomentavano, e un pezzo stettero in dubbio di andare a vedere se fra i tratti a vituperio al supplizio vi fosse alcuno dei loro cari; alfine vinse la pietà, e s'incamminarono a incontrarli; prima di tutti fu vista Francesca Domenica, la quale allo accostarsi del carro sentì sfinirsi dentro e le convenne con ambedue le mani coprirsi gli occhi, ripreso cuore, separò un pocolino un dito dall'altro e per quel filo di luce agguardando le parve non distinguere il contorno della sembianzadel suo povero figliuolo; allora risoluta buttò giù le mani, e vide che tra gli incatenati sul carro non era il suo figliuolo: pensando alla disperazione che l'avrebbe invasa se le compariva davanti la cara faccia, se ne tornava quasi lieta, quantunque altri affanni non meno strazianti l'aspettassero a casa.
Chè quivi da parecchi giorni giaceva inferma Serena. Vi ricordate la giovane baliosa, la quale si mesceva tra i combattenti e si cimentava alle prove più perigliose? Ohimè, adesso quanto apparisce mutata da quella! Il suo cuore come arco troppo duramente teso si ruppe. Noi andiamo soggetti a due maniere di malattie, la prima maniera esterna nabissa il corpo, onde l'anima è costretta a uscirne come l'inquilino dalla casa aperta alle intemperie delle stagioni; la seconda muove dall'anima, la quale a guisa di pugnale troppo affilato, taglia il fodero; quelle sovente guariscono, queste non mai. Troppo cumolo di affetti si era precipitato su di lei: la strage paterna, l'atroce vendetta che ne seguitò, l'amore per Altobello, la sua prigionia, il caso di Mariano, il quale tanto non si potè celare, che qualche odore non ne arrivasse anco a lei, le acute trepidazioni per la vita che si era condotta a menare l'uomo da lei scelto a sposo, le vicende infortunate della guerra, la fuga del Paoli da lei riverito come secondo padre, i mali presenti, il presagio dei futuri, tutte queste passioni a troppo largo palpito avevano dilatato quel povero cuore, perch'egli avesse potuto durare senza sfiancarsi. Da prima l'assalse una quiete stanca, una mestizia assidua che la chiamavano al pianto; ora le pareva mancarle sotto i piedi la terra ed ora un ronzìo molesto le zufolava dentro le orecchie; di un tratto vide più soli, o il sole spezzarsi in milioni di faville che le ferivano gli occhi; un po' più tardi ad ogni subitaneo rumore, o di porta che sbatacchiasse, o di masserizia che cadesse, ella rabbrividiva battendo a verga tutte le fibre da capo a' piedi; le lacrime che avevano preso a versarsi non piante dagli occhi suoi, e anche gli sguardi si succedevano uno più lungamente lucido dell'altro a mo' di lampada presso a morire; la vita le fuggiva per tutti i sensi incessante, minuta come l'arena d'orologio a polvere: la voce sonava a mo' di strumento scordato, e il riso appariva su le sue labbra simile alla viola tra i fiori. Durante questo periodo della sua infermità, per attutire alquanto l'arsura che le avvampava le viscere, ella prese a vagare per la campagna ma i suoi piedi si voltavano sempre al camposanto dove al fianco;del padre assassinato dormiva l'omicida; qui stava ore e ore, e per tempo lunghissimo nel medesimo atteggiamento, sicchè di leggieri chi passava poteva supporla una statua sepolcrale; sopra tutto le piaceva considerare le spoglie della natura, che il verno soprastante le rapiva pari al conquistatore entrato in paese nemico, e sembrava consolarsene; un giorno la fermò una foglia la quale sola sul tronco si dibatteva al soffio gelato di novembre; dopo averla fissata un pezzo la staccò, e pian piano la depose su la terra dicendo:
— Abbi pace anco tu in compagnia delle tue sorelle già secche; che giova contrastare al destino? Per le foglie e per gli uomini cascati non si rinnova la primavera.
E sempre e più sempre crescendo in lei il talento delle cose lugubri, incominciò visitare gl'infermi e ad assisterli, senonchè migliorando essi cessava ella di andarli a trovare, tuttavia sovvenendoli con robe o con denari; se si aggravavano non gli lasciava più giorno nè notte; spiava i moti dell'agonia, le guise di esalare l'anima, e se la morte fosse scienza da impararsi, certo ella non ebbe scolare più diligente di Serena alle sue fiere lezioni. Quando il morto si trovava in là con gli anni, ella nel chiudergli le palpebre diceva:
— Beato te! di cui gli affanni sono finiti.
E se per lo contrario giovane, rendendogli il medesimo ufficio con pari affetto, esclamava:
— Beato te: di cui i dolori non incominciarono mai.
Quantunque il vento della fortuna avesse portato via parecchi amici della famiglia Alando, pure la reverenza vetusta e lo amore indomabile gliene aveva conservato qualcheduno; tra questi un vecchio dabbene, medico del luogo, il quale aveva veduta nascere Serena, e non sapeva darsi pace di averle a sopravvivere. Egli la visitava mattina e sera e le ordinava posasse l'animo, non si tribolasse con pensieri funesti; dopo il tempo cattivo venire il buono; Dio misericordioso avrebbe sentito pietà di tutti, massime di lei innocente come Gesù, pura quanto la Vergine Maria; con altre più cose che le anime afflitte non possono fare e che durando sono capaci a trapanare il granito nonchè il cuore umano; e poi la dieta di latte e i sughi di lichene e le altre cose che le si possono fare e si fanno, ma non giovano a nulla. Nè egli punto s'illudeva considerando alla inferma gli occhi diventare ogni giorno più acutamente fulgidi, quasi la Provvidenza li disponessealla dignità delle visioni spirituali, e sul sommo delle guance infoscarsi il colore vermiglio, ultimo addio dell'astro della vita che tramonta; per la quale cosa ogni volta che Francesca Domenica l'accompagnava all'uscio interrogando come l'andrebbe a finire, e se ci fosse punto di speranza, egli sempre rispondeva:
— Mia signora, i rimedii per coteste infermità gli speziali non tengono nei barattoli, bensì Dio nei tesori della sua misericordia; la gliela raccomandi a Dio nelle sue orazioni, signora Francesca Domenica, chè quella poveratintain coscienza lo merita.
— Oh! davvero; ella è una santa; e par che il cielo la richiami a casa; ed anco voi, signor dottore, pregate per la mia cara figliuola...
— Si figuri! Ma le orazioni di un vecchio peccatore, come sono io, credo che poco possano giovare ad un'anima benedetta come la sua: ad ogni modo non mancherò, signora Francesca Domenica, non mancherò...
Francesca Domenica per non destare sospetti nell'animo di Serena, tornando a casa ebbe la precauzione di salire le scale, senza scarpe, ma le tornò inutile, imperciocchè appena questa la vide le disse:
— Mamma, a questa ora dove siete stata?
— Io?... Io?...
— Ho sentito il rumore dei vostri passi fin giù su la strada... Perchè volete negarlo? Voi fate male, mamma, a non dirmi la verità...
— Io non ho negato, Serena, nè sono usa a mentire; vi dirò, ma non vi turbate; era andata a vedere se caso mai fosse venuto Altobello, ovvero persona che me ne portasse le nuove...
— Se lo confidavate a me non avreste sciupato i passi, perchè ho saputo qui che non è anche giunto, ma non tarderà ad arrivare.
— E chi può averlo detto, figliuola mia?
— Chi me lo ha detto? Veramente tale, che lo può sapere: dopo che siete uscita voi, una voce mi ha chiamato: Serena! Serena! — Io stava in forse di rispondere perchè non riconosceva la voce, e mi sembrava non averla mai udita, ma la voce replicò da capo: Serena! Serena! Allora mi sono fatta cuore, ed ho risposto: Chi è che mi chiama dalla parte di Dio? Sono io, mi ha risposto la voce, sono il tuo babbo, che vengo ad annunziarti, che ti aspetto in luogo di salute, ma prima di morire rivedrai il tuo sposo Altobello. Dopo ciò non ho sentito più voce, bensì le hatenuto dietro loscuccolocon istridi così assordanti, che mi pareva proprio la nottola si fosse posata sul davanzale della finestra.
Francesca Domenica tacque e pensò tremando al presagio di prossima morte, che i Côrsi reputano infallibile quando la voce dei defunti chiama gl'infermi, o piuttosto quando sembra a questi esserne chiamati; nè meno atterrì loscuccolo, sfida di vendette che non avea cessato mai di perseguitarla, e da un pezzo in qua si faceva sentire più frequente di prima: certo le sembrava respirare un'aria pregna di sciagura.
Adesso parliamo di Altobello: talvolta unito, talvolta separato dal piovano di Guagno aveva scorso in tutte le parti dell'isola rendendo a misura di carbone il male che i Francesi commettevano; senza dubbio il disegno loro non era andato del tutto fallito, imperciocchè, come avvertimmo, sebbene le persecuzioni durassero ardenti, tuttavia nella mente dei più speculativi era caduto il pensiero correre stagione che cotesto rigore cessasse o almeno si temperasse e si provvedesse alla pace con più miti consigli. Ho detto che le persecuzioni duravano ardenti come prima, ma in verità infierivano maggiori, e ciò perchè ogni moto in fondo è più veloce, e innanzi di comparire mansueti, i Francesi studiavano opprimere pienamente i banditi, sia per non mostrare di farlo per paura, sia per impedire che cotesto tizzo lasciato acceso non rinfocolasse.
Cacciati di pieve in pieve i banditi si erano ridotti nei monti della Bavella e di Cagna, e per le boscaglie dell'Aitone e del Coscione traendo giorni pieni di patimenti e di pericoli: difficile, per non dire impossibile, diventato lo scendere ai paesi per procurarsi tanto che gli sostenesse in vita; e dopo essere calati, più di una volta ebbero a tornarsene con li zaini vuoti, perchè i paesani non possedessero bene di Dio da spartire con loro o perchè la paura delle asprissime pene minacciate li trattenesse da soccorrerli. Raccolsero quanto poterono castagne, cibarono corbezzole; che più? Non abborrirono dalle stesse ghiande; ma omai questo misero frutto mancava; arrivava il dicembre e il verno si metteva rigido oltre l'usato. Da qualche giorno tacevano, timorosi di accrescersi il peso dei mali partecipandoseli; da parecchio tempo stentavano, ora poi pativano di ogni necessità, trenta ore non avevano gustato cibo, e già in alcuno cominciava a farsi sentire la stiracchiatura convulsa allo stomaco preludio degli spasimi della fame, allorchè all'improvviso un mufflo, assicurato senza dubbiodal silenzio e dalla immobilità loro si avanzò in mezzo ad essi: parve lo mandasse Dio; Altobello, Ferrante e gli altri giovani che avevano stretto fra loro sviscerata amistanza, come più destri degli altri, inarcato lo schioppo sgrillettarono e a veruno fece fuoco; essi tutti o la più parte di loro avevano viaggiato in Italia, militato ai soldi di Principi grandi, avevano ingegno ed anco coltura non ordinaria, e pure si sentirono scorrere il gelo per le ossa a causa della superstizione côrsa, che crede i morti impedire lo sparo dei moschetti perchè il rumore gli sperderebbe, nè indi a dieci anni potrebbero più riunirsi; e tutti in un moto fecero il segno della croce sul guardamacchie, rimedio indicato come solo efficace a rompere lo incanto e ripetere il colpo, ma il mufflo non si rimase ad aspettare i loro agi, che scappò via pari a saetta volante.
Allora Nasone di tutta foga dietro, e così uno fuggendo l'altro perseguitando, arrivarono sopra il ciglione di un dirupo che al solo vederlo metteva i brividi addosso. Il mufflo presentendo forse il pericolo si fermò di botto puntando le zampe davanti e volgendo in un attimo il capo a destra e a manca quasi a speculare se avanzasse altra via di salute; parve che non la trovasse, e il cane intanto si accostava arrangolato; il mufflo ridotto agli estremi senza più esitare si precipitò giù col capo in avanti dalla balza; poco dopo sopraggiunse il cane, il quale o non avvertisse il pericolo, o avvertito lo disprezzasse, anch'egli si cacciava nel precipizio in un fascio col mufflo: ma con sorte diversa, però che il mufflo difeso dalle corna, se le ruppe entrambe e accosto alla radice e giacque alquanto tramortito, ma poi si rialzò e riprese la fuga come una cosa balorda, ma Nasone non si rilevò più; le sue ossa rotte in parte gli uscivano fuori della pelle, dalla testa fessa ciondolava il cervello, i denti schizzati dalle mandibole gli stavano sparsi d'intorno come le armi al guerriero caduto in battaglia. Altobello non potè dargli sepoltura; ed egli che ormai non aveva più lacrima pei patimenti dei proprii simili nè per i suoi torse gli occhi dal miserando spettacolo e pianse come un bambino.
Il piovano di Guanco sul ciglione della rupe preconizzò la povera bestia con queste parole:
— Noi siamo fatti simili a quelli che sgombrano la casa vecchia per tornare nella nuova; essi levano a mano a mano le masserizie dalla prima e quando l'hanno vuota, lasciano la chiavenell'uscio e si recano ad abitare nella seconda; non passa giorno che noi non depositiamo qualche affetto nella tomba: oggi toccava a te, Nasone, esempio di fedeltà, da far vergogna a molti uomini; poco più a noi rimane di qua di questa vita, Nasone, tu non ci aspetterai molto in seno della terra.... e forse... chi sa! anco nella vita eterna.
E dall'alto lo benedisse, memore che tutti siamo creature di Dio e Dio stesso versa senza distinguere la sua benedizione sul creato.
Ciò fatto il Pievano appoggiò alquanto il mento sopra la bocca dello schioppo come persona oppressa da pensiero molesto e che fra sè tenzona se debba o no manifestarlo, vinse il partito del sì, dacchè egli con piccola voce riprese:
— L'addio è sempre una parola che viene proferita col cuore chiuso anco tra la gente felice, la quale spera rivedersi presto.
Si abbracciarono e baciarono; poi si partirono facendo strada da più lati, senza parole, senza lacrime; il cuore stretto non dava adito nè anco a un sospiro; parecchi affrettarono il passo, altri lo rallentarono, taluno si coperse con le mani la faccia ed ebbe il refrigerio del pianto; ve ne furono di quelli, che mossi da un medesimo spirito voltarono nello stesso punto il viso e si videro e corsero a braccia aperte a rinnovare gli amplessi con quello intenso abbandono, con la infinita svisceratezza che due cose sole al mondo danno, l'altissimo amore e l'altissima sventura.
Altobello fu, senza che gl'invitasse, seguitato da Ferrante Canale, da Romano Colle, da Ugo della Croce e da Rutilio Serpentini; e poichè ebbero scorso insieme buon tratto di cammino, si volse loro e gl'interrogò:
— Non vi parrebbe bene separarci anco noi?
— No, rispose Ferrante dalle rade parole, se in molti riesce difficile vivere, l'uomo solo dall'altra parte male si può aiutare.
Allora Altobello da capo: — o dove andiamo noi?
E Ferrante di rimando: — Tutta la Corsica è patria, ma in Corte nacqui e fui battezzato; ci serva di bussola il luogo del nostro nascimento: quando anco non ci fruttasse altro che deporre le nostre ossa nella terra dove dormono quelle dei nostri padri, ci condurrà sempre bene.
— Tu di' santamente; le tue parole, Ferrante, sono rare ma preziose come le perle; e poi io per me credo, che su le montagne prossime a Corte noi ci batteremo con meno pericolo che altrove, però che i nostri persecutori non si potranno mai immaginareche abbiano posto stanza tanto vicini quelli ch'eglino stimano ormai disperati vagare per l'estremità della isola.
Arrivarono a piè dei colli di Corte attriti dal digiuno e dalla fatica; i piedi avevano sanguinosi; privi da molto tempo di scarpe si erano composti certa foggia di sandali con la scorza degli alberi; ma questa non bastando sola perchè feriva le carni, se gli erano fasciati con bende, le quali avendo dovuto strappare dalle vesti; ora così mezzo ignudi intirizzivano dal freddo: nella buona stagione non pensarono al verno o se ci pensarono ebbero speranza che Dio provvederebbe; ma non provvide, e gli uomini?
Taluno per le terre dove passavano vedendo comparire codesti strani aspetti credè che fossero anime dannate, e fuggì via riparando senza sangue addosso a battersi il petto ai piedi del Crocifisso; altri si accorse ottimamente di quello che gli era, ma per paura più vile gli evitò; l'abbietto interesse aveva di già insegnato ai Côrsi la lezione: che dove non si guadagna, la perdita è sicura; e lì con loro ci era da perdere moltissimo e in doppia guisa; però sarebbe ingiustizia tacere come parecchi li confortarono con parole e sovvennero co' fatti, massime fanciulli e donne, i primi perchè il tempo non gli aveva anco spruzzati con la tristezza degli anni, le seconde perchè su loro si posano meno così i forti come i tristi proponimenti; una cosa, dicono compensa l'altra; per me stimo che l'utile superi due cotanti il danno.
Da prima passarono per le terre lavorate, pei vigneti e pei chiusi degli ulivi; si lasciarono addietro castagneti e macchie di cornioli e di corbezzoli; nè anco lì si fermarono; continuando a salire traversano foreste di larici di faggi e di abeti; ma la lena a taluno di loro vien meno e avvilito domanda;
— Dove ci mena Altobello? Quando ci fermeremo?
— Avanti, avanti, rispose Alando, chè ci bisogna ire dove non è chiamato l'uomo a lavorare, a raccogliere o ad uccidere. Noi abbiamo adesso due soli protettori, il deserto e la morte.
Eccoli giunti dove massi enormi appaiono ammonticchiati alla rinfusa o sparsi pei fianchi del monte in tutti i sensi, parte su ritti, parte a giacere, screpolati o interi; pareva il campo di battaglia dove rimasero fulminati i Titani figliuoli della terra.
— Più su ancora, più su, gridava a tutti avanti Altobello; le vette dei monti ci allontanano dai travagli degli uomini e ci avvicinano alle consolazioni del cielo.
Oramai erano in parte, dove chi va senz'ale più in alto nonpuò arrivare: appena ci ebbero fermo il passo, un nugolo di falchi schiamazzando fuggì via spaventato: indi a breve si mise a girare con le sue larghe ruote intorno alla pendice; qualcheduno ancora si provò calare al vecchio nido, ma fu cacciato via con le grida e co' sassi; non per questo e' rimase, chè trovarsi così sfrattato dalle antiche dimore sembrava gli avesse a parere gran cosa. Certo, torto egli non aveva, perchè l'uomo, se felice, pigli le terre feconde dei tesori della natura, e se infelice, occupi i deserti e le rupi. Dove mai adunque avranno di ora in poi a vivere le altre creature di Dio?
Là su quel vertice, benchè il fiato gli uscisse affannoso dal petto e le tempie e i polsi gli battessero terribilmente, Altobello volse gli occhi dintorno per contemplare lo spettacolo che gli si parava davanti. Davvero desolazione maggiore egli non aveva visto mai; coteste vette ignude erano fatte a strappi, cosicchè meno acuti e taglienti appaiono i vetri rotti su recinti degli orti per allontanarne lo scarpatore; si conosceva espresso come la natura spasimante pel fuoco interno che la bruciava cacciasse le mani nelle proprie viscere e a brandelli le lacerasse per fare strada al vulcano; qua e là cespi di pruni e tignamiche e arbusti altri cotali che crescono in luoghi sterili, arruffati a mo' di chiome della disperazione; e quei fessi tutti erano vocali, sicchè il vento che perpetuo soffiava costà, rotto in mille punte zufolava in suoni molteplici e fastidiosi sinistramente, quasi che tutte le anime degli ammazzati a ghiado nella Corsica si fossero date la posta su cotesti scogli per querelarsi della mala morte. Da occulte scaturigini usciva e si sparpagliava in cascatelle moltitudine di acque, le quali precipitando giù si rammaricavano da prima come chi piagne basso, ma poi stringendo in meno rivi il volume diverso ed anche aggiungendone altro da sorgenti nuove, si aumentava lo strepito, sicchè pareva che il luogo echeggiasse di singhiozzi; per ultimo le acque ristrette in un fascio si avventavano giù nello abisso a mo' di chi prorompa in pianto irrefrenato. Su l'orlo della voragine l'acqua si rompeva, schizzava, rimbalzava e ora ravvolgendosi in sè stessa o ribolliva o mandava all'aria sonagli, e ora andava sbrizzata in minutissimi spruzzi, vera polvere di acqua; lì i fianchi della montagna tremavano; la Ninfa del luogo pareva essere Scilla dalla cintura dei cani, perchè un continuo latrato intronava le orecchie; gli scogli, quasi mostri animati, si minacciavano con gli urli pure aspettando il destro dipotersi avventare l'uno contro l'altro e sbranarsi; in capo al giorno un raggio di sole si arrischiava di penetrare fin là dentro, e allora per un momento cotesta polvere, cotesti sonagli e coteste bolle si tingevano in colori dell'iride; ma indi a breve la paura tornava a impadronirsi del luogo, anzi pel contrasto vi dominava più terribile. Così l'angiolo del perdono si accosta fino alle porte dello inferno, pure tentando riscattare qualche anima; e quando privo di speranza ne torce l'ale, i dannati al pianto eterno sentono i loro tormenti oltre misura inaspriti dalla visione celeste. — Più lontano, nella pianura dove o entrano in qualche lago o si affrettano al mare, le acque si mostrano placide, simili al cuore dell'uomo, che logorato dalle passioni, quieta a misura che si accosta alla suprema quiete del sepolcro; egli dura in vita, ma la mano della morte si è stesa sopra di lui.
— Ecco il nostro regno, esclamò Altobello dopo avere lungamente specolato dintorno: peccato! che non ci si presenta un po' di tetto per mettere a riparo la nostra testa.
— Questo è ciò che vedremo; prima di biasimare, assicuriamoci se merita spregio.
E i banditi si misero alla cerca, nè si dilungarono troppo ch'ebbero trovato grotte e caverne capaci di uno, di più ed anco di moltissimi uomini, dove pararonsi loro dinanzi lembi di veste fradici, armi di tempi andati, alabarde o corsesche arrugginite ed ossa umane; miserabili testimonianze che cotesta terra era antica alla sventura; ma in coscienza qual terra può vantarsi nuova ai carnefici ed alle vittime? ogni secolo sperò, e spera vedere mutato il fiero ordine delle cose invano; il demonio vie vie si aggroviglia altro pennecchio alla vita e dura a filare la corda per la tortura della umanità: dicono che Noè maladicesse il solo Cam: io avrei gusto davvero che qualcheduno mi mostrasse in che cosa approdava la sua benedizione a Sem e ad Jafet.
Tutte coteste grotte funestate a quel modo non garbarono: e statuirono le avrebbero adoperate solo allorquando non trovassero meglio, ad uno di loro cadde in testa che tutto cotesto stormo di falchi doveva pure avere fatto costà i nidi, i quali non apparivano, e ci era da giocare che scoperta la caverna, l'avrebbero provata migliore di ogni altra; allora mettendoci un po' di attenzione, sentirono stridere dietro uno smisurato cespo di marruche che remosse lasciarono l'adito a capacissima grotta; e quivi dentro apparvero parecchi nidi di falchi di ogni maniera dallo implumeuscito dall'uovo pure ieri, fino al piumato in procinto di affidare le penne al volo; questo apportò loro non mediocre conforto nella inopia in cui si versavano di cibo, e Ferrante osservò:
— Dio manda le quaglie ad Isdraelle nel deserto.
Sicchè egli e i compagni messo in un attimo mano ai coltelli si dettero a menare strage di cotesti uccelli i quali, almeno i più adulti, non si adattarono a lasciarsi sgozzare senza difesa, onde gli uccisori ne rilevarono parecchi graffi di artigli e di becco. Finchè durò la guerra, Altobello come gli altri si arrovellò nell'uccidere; compita la carnificina si battè della mano la fronte ed esclamò:
— Anco questo è presagio peggiore di tutti; abbiamo sparso il sangue della creatura invano: noi non ciberemo queste carni, perchè il fuoco col quale le avremmo a cocere ci scoprirebbe col fumo il giorno, e col chiarore la notte. Ora qualunque causa muova l'uomo a far sangue, o fame, o pena, o guerra, quando la necessità cessa il peccato incomincia; gittiamo lontano dai nostri occhi questi accusatori della nostra insania e della nostra ferocia.
Ed egli primo tolse una manata di cotesti uccelli e gli scaraventò fuori della grotta; imitaronlo gli altri, e giù per le roccie della rupe cadde una pioggia di falchetti sgozzati: maraviglia a vedersi, i padri le madri accorsero a tiro di ale per ripigliarsi le loro geniture e trasportarle in luogo men reo; ma conosciutele morte ruppero in istrida desolate, e andavano e venivano, si rimescolavano tra loro come chi percosso da immenso dolore non sa più quello che si faccia; di un tratto parecchi fra essi si dirizzarno alla grotta donde erano stati scacciati, e quivi librati su le piume stettero sul capo dei banditi, poi presero a scotere con inestimabile celerità le ale e prorompere in urli assordanti: certamente io penso che prima piovessero a modo loro la maledizione su gli scannatori, e poi gli sfidassero a battaglia; imperciocchè subito dopo rovinarono giù di piombo a ferirli. Non fu leggera fatica liberarsene, nè poterono venirne a capo, se, nonostante la repugnanza e il pericolo grande che correvano i banditi, non si adoperavano i moschetti.
Animosi erano tutti, e lo avevano provato e lo proveranno, e nondimeno i banditi, rosi dal tedio, sovente sorprendevano in se stessi con raccapriccio il tremito della paura. Questo avviene per ordinario quando il coraggio non rinfranca l'uomo come virtùdell'anima, bensì come forza di sangue, allora si vide chi affrontò il ferro e il fuoco su i campi di battaglia, gelare nelle ombre, abbrividire alla vista di un animale, e la storia ricorda Carlo V cui un topo bastava a mettere in convulsioni; io poi rammento eziandio di tale ai miei tempi, che per paura lontana di una specie di morte da lui abborrita, si uccise dolorosissimamente straziandosi le vene; per questo i banditi avvezzi a dare la morte e a patirla a cielo aperto e mercè di una palla piantata nelle regole nel cuore o nel cervello, si peritavano calare dalle pendici; e con mentite spoglie aggirarsi pei paesi in cerca di vettovaglia, ma necessità vince natura, e da prima ebbero la sorte di abbattersi in certi casolari pei castagneti che i montanari costumano abitare la estate per condursi coi greggi al piano durante l'inverno: povere robe, anzi poverissime trovarono là dentro, le quali a cagione della penuria che gli stringeva, parvero ad essi, e in vero furono, tesoro; però non durarono molto e alla perfine e' fu mestieri risolversi o morire di fame, o recarsi a procacciare i viveri nei paesi. Posto che qualcheduno di loro si avventurasse (postergato il pericolo quasi sicuro di cascare in mano agli stracorridori del provinciale côrso che indefessi frugavano in ogni cantuccio), senza danaro non avrebbero potuto provvedere i cibi; e possedendo danaro, se la prima volta riusciva passarla liscia, per la seconda non ci era a pensarci nemmeno, essendo cosa insolita nei paesi di Corsica, massime in quelli dentro terra comperare le derrate che ognuno raccatta sul suo, o serba in casa per sè e per la propria famiglia: onde non poteva fare a meno che dessero nell'occhio se ne contassero le novelle e mettesse loro sulla traccia i mastini del vincitore. Il Canale dopo averci su ruminato un pezzo, disse:
— Ci andrò io!
E Altobello allora punto rispose:
— Perchè non io?
— Perchè tu fosti in vista più di me. Io ci sono appena conosciuto, e poi bisogna che vada io a rompere il ghiaccio, poi andrai tu....
Ferrante a così parlare era mosso dalla paura che fosse accaduta qualche disgrazia ai parenti di Altobello, e che rovinandogli addosso improvvisa la nuova non fosse tratto dalla passione a precipitarsi.
— Ma dove vuoi andare? Qual'è il tuo disegno?
— Che ti preme saperlo? Tu non lo puoi aiutare: rispetto a consigli noi siamo a tale che tutti paiono buoni, tutti cattivi, e forse il più tristo può riuscire migliore. Lasciami andare; se non ci avessimo a rivedere, addio, ma non mi voglio intenerire... Solo mi di', Altobello, e voi compagni miei, parvi ch'io sia molto mutato da quello che fui?
— Ahimè! tutti siamo trasfigurati e come!
— Io non parlo di voi, parlo di me.
— Guarda noi, e fa il tuo conto per te.
— Allora questo è bene e male ad un tratto, ma al male ci ho trovato il suo rimedio e subito. Altobello, cavati dal collo quel crocifissino d'oro e prestamelo...
— Ah! ho indovinato... Ferrante!... ohimè! tu le dirai...
— Zitto! Io sento qui ottimamente nel cuore quello che ho da dire, e non vo' perdere tempo a sentirmelo ripetere peggio con gli orecchi. Se dopo due giorni non torno, ditemi unde profundis; però non vi affrettate troppo, ed anco se avessi a tardare, tu non disperarti.
Il giorno seguente un povero boscaiuolo fu visto entrare in Corte con un grosso fascio di legna verdi su le spalle sotto il quale ei vacillava; il suo sembiante non compariva, perchè parte glielo adombrava la frasca, e parte perchè procedeva curvo così, che ad ogni ora sembrava in procinto di cadere, nè veramente era finzione quella che faceva andare a quel modo Ferrante Canale, però che si sentisse rifinire di fatica e di fame: pure, come Dio volle, giunse al mercato dove lasciò andare giù il fascio asciugandosi con la manica del vestito il sudore che gli grondava dalla fronte, comecchè fossimo quasi a mezzo decembre, e lì rimase ad aspettare che qualcheduno andasse a comprarglielo. Ebbe ad aspettare un pezzo, dacchè fosse giunto verso il mezzodì, ora nella quale ogni buona massaia si è già provvista, nè mette più i piedi fuori di casa, in ispecie nella stagione invernale; pure venne alfine una fantesca, che viste le legna verdi levò le spalle e senza contrattarle se ne andò pei fatti suoi; e così due, e così tre.
Ferrante sentì cascarsi il cuore, pure volgendo attorno gli occhi vide più oltre la bottega di un fornaio, ond'egli abbrancato con forza convulsa il fascio della legna, lo gittò ai piedi del bottegaio; e gli disse con tal voce ch'era preghiera e poteva sembrare minaccia:
— Un tozzo di pane in baratto di questo fascio di legna... per carità.
— Che vuoi tu che mi faccia delle tue legna verdi? Mi guasterebbero il forno; e quanto al pane, la farina è cara; — e così dicendo si staccò dai panni la mano che Ferrante gli aveva posto addosso, e lo respinse da sè. Allora un baleno passò dinanzi agli occhi del reietto di cui la destra corse sotto le vesti, e senza sangue non finiva, se per somma ventura non entravano in quel punto due micheletti regi nella bottega, di cui la vista bastò a tenere in cervello Ferrante, che mordendosi le labbra fino a lacerarle, chiotto chiotto se ne uscì, e gli parve bazza.
Nello inverno presto arriva la sera, ma dal tocco alle ventiquattro tempo ci corre, ed egli poteva destare sospetto, molto più che i villani sbrigate le faccende ripigliano il cammino dei paesi: mentre ei sta perplesso sul partito da seguitare, vede una brigata di mendicanti avviarsi verso il convento dei Francescani posto in fondo al paese: gli parve ventura, e poichè le sue vesti stracciate gli servivano anco a questo uso, imbrancatosi con gli altri, arrivò al convento. Correva il dì che i frati dispensavano la minestra, e tu vedevi cento destre tese in garbi simili a quelli dei deputati dell'assemblea nazionale in Francia dipinti dal David nel famoso quadro francese del giuramento della palla a corda. Poichè ogni paltoniere aveva recato seco gli arnesi della sua professione, si misero all'opera. Ferrante, venuto senza, se ne stava lì come smemorato, non avendo motivo di fermarsi, ed a qual modo ritirarsi ei non sapeva; quando il frate laico levato in alto il ramaiuolo gridò:
— Porgi la scodella o te la rovescio sul capo.
Ed egli pietoso rispose:
— Io me la sono dimenticata.
— E tu allora rimarrai senza.
Un accattone, il quale strabuzzando gli occhi e piangendo dalla pena aveva ingoiato la minestra bollente, senza curare le scottature, borbottò a Ferrante:
— Se mi dai mezzo della tua parte ti presto la scodella.
— Magari! soggiunse Ferrante; ma il torzone sempre col ramaiolo all'aria esclamò:
— Non sia mai detto, che qui sulla porta del convento di San Francesco si abbia a commettere il brutto peccato dell'usura.