IDILLI DELLE SPIAGGE ROMANE.(1854).

«Hos super advenit Volsca de gente Camilla,Agmen agens equitum, et florentes aere catervas,Bellatrix...»

«Hos super advenit Volsca de gente Camilla,Agmen agens equitum, et florentes aere catervas,Bellatrix...»

La descrizione della morte di Camilla e la tragica fine di Evandro, figlio di Pallade, sono ciò che di più bello Virgilio abbia scritto. E' qui che bisogna leggere: i melodiosi versi dell'Eneidesulla campagna romana, per gustarne completamente la magica bellezza. La poesia di Virgilio è improntata di quella stessa pura e maestosa beltà che caratterizza la campagnaromana. L'immortale poema è quello che più e meglio riproduce a noi il carattere di Roma antica e fin che durerà il mondo varrà a circondare d'una aureola di poetica ispirazione questi monti, questi boschi e questi campi. Qui vivono Turno, Lavinia, Ascanio ed il fido Acate... e in quale quadro! Esso non ne ha uno eguale, uno così epico, se non sulle rive dello Scamandro, se forse non è ancora più sublime. Cosa v'è di più grandioso della campagna intorno a Roma e del mare che ne lambisce le rive?

Nel percorrere i luoghi che furon la prima culla della grandezza romana, si richiamano alla memoria i versi virgiliani su Troia e sull'Ellade. Si vive quasi in un'atmosfera ellenica, e ciò tanto più quanto più ci si avvicina a Cori.

Questa città è antichissima, risalendo ai tempi mitologici, ai tempi pelasgici. Roma è detta la città eterna, ma non per la sua antichità, perchè molte città della campagna romana sono di gran lunga più antiche, soprattutto Cori che, secondo i calcoli di tutti i topografi antichi e moderni è una delle città più antiche del mondo, essendo stata fondata 1470 anni avanti Cristo, 700 anni cioè prima della fondazione di Roma.

Secondo la leggenda, Cori fu edificata dal troiano Dardano, figlio di Corito, red'Italia e d'Elettra, figlia di Atlante, il quale poi fuggì, fratricida, per paura di Siculo e di suo padre, nell'Asia, dove fondò Dardania che solo dal suo nipote Tros fu chiamata Troia. Nel VII libro dell'Eneide[verso 670 e seguenti], è nominata Cora:

«Tum gemini fratres Tiburtia moenia linquunt,Fratris Tiburti dictam cognomine gentem,Catillusque acerque Coras, Argiva juventus».

«Tum gemini fratres Tiburtia moenia linquunt,Fratris Tiburti dictam cognomine gentem,Catillusque acerque Coras, Argiva juventus».

I tre fratelli Catillo, Cora e Tibur o Tiburto erano figli di Anfirao di Argo; venuti dalla Grecia in Italia, costruirono Tiburi o Tivoli. Cora fu anche, a quanto si dice, il fondatore di Cori: questa è la seconda leggenda sull'origine della città.

Siamo ora dinanzi alla città, le sue case sono disposte a piramide sulla montagna; sulla cima appaiono i bei resti del tempio d'Ercole e, ai piedi, stanno dei giardini pieni di frutta e di olivi. Cori conta circa 5000 anime. Fin dal medio evo è stata feudo «del Senato e del popolo romano» ed è uno dei più bei possessi della città di Roma.

Non stancherò il lettore con la descrizione delle rovine di Cori, avendogliene già descritte abbastanza. Meritano però uno sguardo le mura ciclopiche o pelasgiche. Esse sono visibili in molti punti della città; si possono paragonare con le mura dell'antica Micene o Tirinto. Sostengonol'Acropoli sulla sommità del paese. Quando uno si è arrampicato sin lassù, rimane grandemente sorpreso di trovarsi dinanzi alle rovine del peristilio di un tempio di puro stile greco. E' un piccolo edificio dorico grazioso, benissimo conservato. Il travertino delle colonne ha preso un colore turchino grigiastro che gli dà un aspetto assai antico. Si chiama tempio d'Ercole, ma questo nome probabilmente non è giustificato.

Castore, Polluce, la Fortuna e Diana, la dea delle campagne pontine, il Sole, Giano, Eolo, Apollo, Esculapio, avevano i loro tempî a Cori. Si mostrano ancora, sotto l'Acropoli, quattro belle colonne corinzie, murate in una casa, che si pretende siano appartenute al tempio dei Dioscuri. Sussistono tuttora alcuni avanzi di antichi bagni, di cisterne, ed un ponte gigantesco, di costruzione romana, sopra un rapido ruscello che corre presso la città. Altre antichità sparse possono inoltre interessare qui il visitatore.

Poche sono invece le memorie del medio evo. Il tempio di S. Pietro, eretto sopra le rovine di quello d'Ercole, non offre nulla di pregevole: è invece degna di attenzione per la sua architettura la chiesa di S. Oliva. Ma chi può pensare alle antichità dinanzi allo spettacolo della lontana pianura marittima che si gode da per tutto in Cori?

Passare un'estate a Cori sarebbe delizioso, perchè l'aria v'è fresca e balsamica, buono il vino e le frutta così abbondanti che per unbaioccosi possono avere ventisei ottimi fichi. Cori però non è affatto visitata dai romani, che preferiscono Frascati ed Albano: pochissimi sono quelli che conoscono le bellezze della loro regione. Eppure dove sognare una vita più attraente di quella che si trascorre percorrendo le montagne della Sabina, i monti Ernici e Volsci? Dove è dato ritemprare il proprio spirito come in seno a questa sana e primitiva natura?

Lasciai Cori per recarmi a cavallo a Velletri e, come feci a Ninfa, mi promisi di tornarvi per vivere qualche tempo in mezzo a questa classica pace.

Le spiagge del mare latino sono distanti da Roma solo cinque ore di strada; tre volte alla settimana una diligenza vi porta chi voglia passare alcuni giorni a Porto d'Anzio o a Nettuno, o vi si reca per fare la stagione dei bagni, o per imbarcarsi per Napoli. Come un tempo, queste spiagge sono ancora luogo di ritrovo e di svago per i cittadini dell'Urbe, giacchè è fra le abitudini della vita romana, recarsi almeno una volta all'anno a Porto d'Anzio, come pure a Frascati, a Tivoli, ad Albano, per dimenticarvi la noia della città. Un lungo soggiorno, anche nel luogo più bello, finisce con lo stancare.

Ho provato questa sensazione io pure, sulla fine della primavera del 1854, quando lo scirocco, flagello di Roma, soffiava da più di otto settimane sulla città. Allorchè il 24 giugno, di buon mattino, verso le cinque,sono partito, mi è sembrato di respirare più liberamente. Splendeva un sole stupendo; la strada era già affollata di persone che, con fiori in mano, si dirigeva verso la basilica laterana, la cui piazza, ricorrendo la festa di S. Giovanni, una delle più solenni di Roma, sembrava un mercato di fiori.

Dalla campagna spirava un vento dolcissimo; i prati scintillavano ancora della rugiada notturna ed i campi eran ricoperti di grano da poco falciato.

La strada rasenta i monti Albani. A Fontana di Papa, dove è un'osteria solitaria in mezzo alle vigne, che prende il nome da una fonte fatta costruire in quel luogo da Innocenzo XII, ci siamo fermati. Qui è solito fermarsi anche il papa, quando nel maggio si reca alla sua villa di Porto d'Anzio per godervi la frescura marina.

Regna ivi una grande animazione: tutti si siedono a tavola e mangianomaccheronied ottime frittate; vi si beve però del pessimo vino. Ad ogni momento sopraggiunge una carrozza od una persona a cavallo od una squadra di sbirri che tornano da perlustrare la vicina foresta, ho sentito uno di questi vantarsi di aver freddato il giorno innanzi con una schioppettata un brigante. Abbiamo visto anche arrivare da Porto d'Anzio un convoglio di galeotti, sedutisopra un carro, incatenati a due a due; fra di essi vi erano dei bei giovani, vestiti pulitamente, con cappelli di paglia, camice linde, cravatta di seta svolazzante; giunti a Roma, questi dovevano essere lasciati in libertà. Si porta loro del vino, dei sigari, ed i birri, stando vicino, col fucile in ispalla, accettano essi pure quanto viene loro offerto. Tali sono le scene che si possono godere a Fontana di Papa.

Poi la strada corre per due ore entro le macchie che costeggiano le paludi pontine sino a Terracina, coprendo la spiaggia del mare, e che sono abitate da cignali, da porcospini, da bufali, da tori, dalla febbre e dai briganti, che sbucan fuori di là per svaligiare sulla via Appia, o presso Cisterna, o presso For'appio, o sotto le rocche di Terracina, i viaggiatori.

Finalmente ci è apparso il mare, raggiante di luce, turchino, tranquillo, ed abbiamo salutato le onde azzurre di Anzio, l'antica città dei Volsci, dove Coriolano trovò la morte, e dove è stato ritrovato il capolavoro dell'antica scultura, l'Apollo del Belvedere, che ornava il suo tempio.

Sono ormai nove anni che ogni estate mi delizio del mare. Ivi ho trascorso le mie ore migliori ed ho fatto le mie più belle escursioni. Mille imagini e mille ricordi sono sorti in me nello scorgere questomare latino. Ma mentre riapparivano chiare e limpide nella mia mente le coste elisie della Corsica e della Campania, i golfi superbi di Palermo, di Cefalù, di Siracusa e dell'Etna, la spiaggia latina non ha punto corrisposto alla mia aspettazione. In tutti gli altri mari si vedono magnifici scogli, capi, promontori, castelli e città torreggianti qua e là sulle rive, ricchi oliveti scendenti sino al mare, aranceti fioriti e odorosi, melagrani con i loro frutti infuocati. Chi può dimenticare, alla vista del mare, il magico lido di Sorrento, i giardini di Palermo, i vigneti che si stendono lungo la spiaggia stupenda di Acireale, sul mar Jonio? Ritornando col pensiero a tutte queste bellezze, la spiaggia del mare latino e la piccola città di Anzio mi hanno prodotto una penosa impressione. Per quanto abbia spinto l'occhio dalla parte di Ostia, non mi è riuscito vedere che macchie deserte, una spiaggia depressa di argilla e di sabbia, alcuni spazi chiusi da palizzate, dove pascolavano alcune mandre. La città è un complesso di ville in stile romano, di casupole in pietra, di capanne ricoperte di paglia, che si stendono tutte intorno al piccolo golfo, sulla cui spiaggia sono alcune barche tirate a secco e nel porto poche paranze.

Allalocanda, seduto dinanzi al cavalletto,ho trovato un compatriota tedesco, distinto paesista; pitture di marine, da poco terminate stavano sulle pareti e provavano che l'autore non aveva perduto il suo tempo. Non gli ho celato la mia delusione, ma egli mi ha portato alla finestra e mi ha fatto osservare il mare che scintillava di luce e all'orizzonte i monti che si profilavano in una tinta azzurrina. Non era trascorsa una giornata che io non pensava più a tutte le amene riviere che conoscevo ed ero completamente conquistato dal nuovo fascino di questa solitaria spiaggia di Anzio. Essa mi ha ricordato quelle del mio mar Baltico, meno belle e pittoresche e più d'una volta alla vista di queste gialle coste senza rocce, ho esclamato: Ma questo è proprio Neukuhren, Wangen, Sassau! La spiaggia del mar Baltico e quella del mare latino si somigliano fra loro, come un'ingenua canzone popolare ricorda i classici idilli di Teocrito.

Nè Poussin, nè Claudio, nè Salvator Rosa sarebbero certo qui venuti a trarre per le loro marine l'ispirazione. Nulla vi ha qui di epico, di eroico, di grandioso, di ardito, di bizzarro, di fantastico. Tutto v'è ampio, largo, indeciso, ma tranquillo, pieno di dolcezza, idillico insomma. Quest'ampia, lunga spiaggia ha un significato veramente lirico, ed ora mi so spiegare l'attrattiva cheessa aveva su i Romani, preoccupati sempre delle sorti del mondo intero. I contemporanei di Augusto, di Caligola, di Nerone (questi era appunto di Anzio) amavano sottrarsi a tutte le preoccupazioni della capitale e godere, per un mese, nell'estate, in Anzio, il dolce far niente, come anche oggi è solito fare il papa.

Quale pace scende negli animi nella solitudine di questo mare! Quella linea fine e dolcissima della spiaggia che si prolunga per miglia e miglia e si perde poi nei vapori, quella sabbia morbida e scintillante, quelle onde che si frangono di continuo in quel mare che muta ad ogni istante aspetto e tinta, quel superbo capo di Circe, che emerge nel mare come un'isola e splende come un magico e grandioso zaffiro, quella lontana e piccola isola di Ponza, di cui le vette sorgono dalle onde quasi corolle di fiori, quelle cento piccole vele che vanno, vengono, compaiono, spariscono; quel canto melanconico dei pescatori, quel suono di flauti e di arpe, tutto ciò fa sì che se al di fuori rintronasse il mondo intero del rombo del cannone, dello scoppio delle granate, qui non giungerebbe l'eco più lieve.

Pochi giorni prima a Roma non vedevo l'ora in cui giungessero al caffè i giornali, e mi precipitavo quasi sulMonitore di Toscana,sullaGazzetta di Genova, sullaGazzetta universale di Augsburg, appena arrivavano; qui, invece, non si ha nessun giornale, neppure ilGiornale di Roma, periodico più innocente ancora di un'egloga di Virgilio, e se si chiede a qualcuno: «Che cosa fa Omer Pascià?... Dove si trova l'ammiraglio Napier?... Continua Silistria a resistere?...», si ha una scrollata di spalle e nulla più.

Quando mi affaccio alla finestra della mia stanza, sotto la quale i pescatori napoletani, seduti sulla sabbia, racconciano le loro reti, scorgo tutto il magnifico golfo, ed il mio occhio può seguire tutta la spiaggia sino al capo Circeo: su questa spiaggia, presso Anzio, sorge la bella villa del principe Borghese, in un parco assai trascurato, ma ricco di elci e di olivi, e più in là il castello e la città di Nettuno, bruna e pittoresca, costruita sul mare e famosa in tutto il mondo per la bellezza delle donne e per la loro stupenda foggia di vestire. La linea della spiaggia continua poi, sempre fina e dolcissima, ed in lontananza, in fondo, appare confusamente un bianco castello. Questo castello stende sulla spiaggia e sul mare quasi un velo di tristezza, e così, come il capo Circeo, desta un sentimento di omerica poesia. Ogni tedesco è portato a contemplarlo mestamentee l'animo suo non può che riempirsi di malinconia e di tristezza, giacchè quel castello segna un periodo grande e doloroso nella storia della nostra patria: esso è la rocca di Astura, dove, dopo la sconfitta di Tagliacozzo, cercò rifugio l'ultimo degli Hohenstaufen, Corradino, e dove il traditore Frangipane lo tenne prigione e lo consegnò poi a Carlo d'Angiò, avido di sangue. Da quella rocca precipitò in mare il sole degli Hohenstaufen.

Questo castello, dalla mia finestra, mi è sempre davanti agli occhi e mi richiama al desiderio della patria lontana ed aumenta quella mestizia che è propria di tutta questa spiaggia. Non ho potuto aver pace sino a che non mi ci sono recato e non ho visitato le sue antiche mura; ora posso di nuovo guardarlo tranquillamente. Anche là vogliamo andare, perchè da per tutto giriamo, avendoci gli dèi concesso queste ore libere.

Quando i signori romani si recavano a villeggiare ad Anzio, la città era vasta ed il porto in fiore. Nerone lo aveva costruito splendidamente, ed anche oggi si scorgono in fondo al mare i resti di un molo grandioso, visibili quasi quanto quelli del ponte di Caligola, nella baia di Pozzuoli. Se non che sin dal medio evo il porto cominciò ad andare in rovina ed a riempirsi di sabbia,e la città, saccheggiata prima dai Saraceni e poi distrutta da un terremoto, oggi non è più che un villaggio. Nel 1700 Innocenzo XII restaurò il porto, riparò la strada, costruì alcune case ed una fontana. Dopo di allora i papi vi si recarono di tanto in tanto, prima che dalle paludi pontine sorgessero i miasmi che dànno la febbre, per godervi un po' di tranquillità e di riposo. Pio IX fece acquisto recentemente della splendida villa edificata nel 1710 dal famoso cardinale Alessandro Albani, dove dimorò per qualche tempo Winckelmann, insieme col cardinale e con la principessa Albani. Con gli scavi fatti qui eseguire, il cardinale non solo fece un affare eccellente, ma riuscì anche ad ornare la sua villa in Roma di molte e belle statue.

La villa in Anzio è un palazzo signorile nel gusto dell'epoca; sorge in mezzo ad un vasto giardino, ora mal tenuto, povero di fiori e di piante, ma ricco di aranci. Qui il papa può condurre una vita più solitaria e più libera che a Castel Gandolfo; deve però adattarsi alla vista delle miserabili casupole di paglia abitate da famiglie di pescatori, e ad una vista anche peggiore, quella del bagno penale che sorge presso il molo ed è un ampio casamento chiuso fra il castello e la chiesa. I galeotti lavorano tutto il giorno a cavareil fango dal porto; hanno la catena nascosta sotto gli abiti e per lo più non presentano alcun segno speciale che li faccia riconoscere; fra di essi vi sono molti giovani briganti. Questi galeotti rendono impossibile lo sviluppo di qualunque industria nel porto d'Anzio, perchè, esercitando essi tutti i mestieri, tolgono ogni lavoro agli operai liberi. Risparmiando denaro, essi possono vivere bene, e corrompendo i loro guardiani riescono a godere molte agevolezze. Quando ottengono la loro libertà, si stabiliscono generalmente nel luogo e sposano la loro innamorata.

Un bagno penale ed una villeggiatura estiva del Santo Padre non sembrano cose fatte per andare insieme, ma ciò è prettamente romano, perchè una qualche contraddizione e stonatura devono manifestarsi nella vita romana, in questa paradisiaca natura. Il Papa, però, vuol riedificare Anzio; ha ordinata la costruzione di molte case e ha detto che non vuole più oltre tollerare la brutta vista di quelle capanne di paglia. Il porto va ogni anno sempre più prendendo incremento, soprattutto perchè si trova più vicino a Napoli che Ostia e Civitavecchia. Una società romana ha fatto acquisto di un piroscafo che parte da qui due volte la settimana per Napoli, dove porta i viaggiatori giunti da Roma con laposta. In tredici ore e con la tenue spesa di cinque scudi si va a Napoli. Questo piccolo commercio ha richiamato un po' di vita ed un po' d'industria ad Anzio e son queste le sole fonti di guadagno e le sole occupazioni de' suoi abitanti, le campagne essendo quasi incolte. Non vi sono qui nè vigne, nè oliveti; solo vi si allevano delle mandre, che pascolano liberamente sulla riviera; tutti gli oggetti di consumazione vengono dagli altri paesi: Nettuno fornisce il vino ed anche ogni giorno il pane fresco; Genzano l'olio e le frutta e Cori, nei monti Volsci, le ciliegie ed i fichi.

Gli alberghi sono piccoli e meschini: una camera vi si paga venticinquebaiocchial giorno, e vi si pranza, come a Roma, alla carta; con settepaolial giorno, corrispondenti ad un tallero prussiano, si ha pensione intera, con quattro piatti a pranzo e tre a cena. I pensionanti sono per lo più pittori tedeschi, che vanno promovendo il progresso nelle piccole locande dei villaggi della costa e dei monti, e che possono quindi esser considerati come tanti missionari della civiltà nella campagna romana.

Vi è però qui in Anzio una cosa eccellente: il pesce. Il golfo fornisce ogni giorno ogni sorta di pesci, e financo delle splendide aragoste. Non sono però mai gli abitanti del luogo che li pescano, perchè essinon hanno tanto danaro per comprarsi una barca; sono invece pescatori napoletani che vengono, sulle loro vaghe imbarcazioni, da Pozzuoli, da Baia, da Portici, da Torre del Greco, da tutta la costa del loro incantevole golfo, e passano qui varî mesi dell'anno a pescare, dormendo nelle stesse loro barche. Altri napoletani abitano nelle capanne e sono generalmente quelli che, per sfuggire alla leva militare, hanno emigrato dalla loro patria. Per tutto il Mediterraneo, del resto, si trovano questi marinai napoletani, che sono i primi pescatori del mondo, e se ne incontrano anche nelle isole spagnole e sulle coste d'Africa, dove pescano il corallo: e così le loro graziose barche variopinte solcano in ogni direzione questo mare.

Ho dunque ritrovato qui, e con piacere, delle vecchie conoscenze. La vivacità del loro gestire, la loro mimica, il loro dialetto, il loro costume mi hanno fatto ricordare quelle scene pescherecce di cui sono stato tante volte spettatore sulle spiagge napoletane. Sono scene descritte e dipinte sino alla sazietà, ma che, sulla riva del mare, appaiono sempre più belle.

Le loro barche, venti all'incirca, ciascuna delle quali porta almeno cinque uomini ed è governata dal padrone, stanno a tre passi dalla mia finestra.

I pescatori generalmente lasciano la spiaggia la sera verso l'Ave Mariae rimangono in mare tutta la notte; al mattino il pesce viene posto in recipienti coperti di paglia, ed alla sera è imballato per esser spedito nella notte con i carri a Roma. La sera si può godere una scena animatissima. Gli scrivani, seduti ad un tavolo, al lume di una lanterna, registrano la merce; i pescatori stanno all'intorno, occupati gli uni a trarre fuori dalle ceste il pesce, altri a spezzare il ghiaccio ed alcuni infine ad accomodarlo. Le varietà e le forme di questo pesce di mare sono veramente sorprendenti: si vedono dei bellissimi rombi, dei grossi palombi, delle variopinte murene, delle sogliole dalle pinne pungenti, delle triglie luccicanti, delle sardine, dei merluzzi in gran quantità. Di quando in quando vengono pescati anche dei delfini ed una sera sulla piazza ho visto persino due pesci-cani, presi la notte precedente. Saranno stati lunghi dagli otto ai dieci piedi, e la loro tinta turchino-nerastra aveva un non so che di ributtante. Il mezzo per pescarli è l'amo: quando si sente che lo hanno addentato, si issano a bordo e si uccidono a colpi di mazza. La loro carne, bianca come quella dello storione, è mangiabile, ma piuttosto dura.

Questi poveri pescatori conducono dunqueuna vita faticosa, alla giornata, che può apparire poetica a chi sta contemplando, seduto tranquillamente sulla spiaggia, le loro barche illuminate, che ora si vedono, ora scompaiono sulle onde del mare. Un eguale spettacolo si può ammirare sul mar Baltico, ma fra questo e quello si nota la stessa differenza che passa fra il Nord nebbioso ed il Sud irradiato dal sole. Il pescatore napoletano, povero qual'è, mezzo nudo, con i calzoni corti di tela, in maniche di camicia, col suo berretto rosso in testa, è snello, vivace, ciarliero, pronto sempre allo scherzo, al motto, al canto, al ballo; accanto al pescatore taciturno e tranquillo del Baltico, sembra quasi una figura da teatro, sino ad un certo punto ideale. Credo che se si mettessero in una stessa barca un pescatore napoletano ed un pescatore del Baltico, con l'obbligo di passarvi una intera giornata, uno dei due finirebbe per gettarsi in mare. Sarebbe certo impossibile ad un pescatore del Baltico di avere una parte storica come l'ha avuta il pescatore partenopeo, che può vantare il nome di Masaniello.

Masaniello non è già stato un grande uomo, ma certo un uomo strano, anima di pescatore avvezza alle tempeste, ardito, temerario, ambizioso; è stato un uomo del momento, come momentanea fu la suagrandezza; spensierato, folle, senza uno scopo prefisso, simile alle onde sempre agitate del mare, che si accavallano le une sulle altre. Tra le figure storiche non saprei paragonarlo, per origine, condizione e per ombra di passeggera grandezza, che a Giovanni di Leida, il momentaneo re di Münster. Questi era sarto, e in Germania quella dei sarti è la classe più irrequieta; veri napoletani, pulcinella, avventurieri nati, Giovanni di Leida però è stato più grande di Masaniello, perchè in certo modo vagheggiò un'idea, cosa possibile questa soltanto a sarti, non a pescatori. L'uno e l'altro furon figure bizzarre, fatte apposta per il teatro lirico. Ma era ben naturale che sul suolo napoletano l'antica stirpe dei pescatori che vi è più rappresentata che altrove, avesse una volta anche un re.

Ho visto a Napoli, nella pinacoteca un ritratto di Masaniello, opera dello Spadaro, suo contemporaneo: è rappresentato nel costume deilazzaroni, cioè scamiciato, col petto scoperto, abbronzato dal sole, e con la pipa di gesso in bocca, e appunto così stanno seduti dinanzi a noi sulla spiaggia i pescatori napoletani. Se non che il pittore gli ha posto in testa un berretto alla spagnuola, ornato di penne, rappresentando così in modo felice la singolare contraddizione della sorte di quest'uomo. Lasua fisonomia non ha nè nobiltà, nè espressione; la sua faccia è larga, grassa, di una mollezza quasi femminile; il suo sguardo ha qualcosa di astuto, di equivoco. Questo ritratto è prezioso perchè è fedele e contemporaneo: in esso si riconoscono le caratteristiche del pescatore napoletano, e Masaniello infatti non fu nè un mezzo eroe, nè un mezzo re Lear, quale il melodramma l'ha voluto rappresentare. Esistono altre pitture dello Spadaro, che rappresentano scene storiche dell'epoca di Masaniello, fra le quali la rivolta del mercato, dove il re pescatore arringa, vestito da lazzarone, il popolo; sul davanti lo si vede vestito alla spagnola, a cavallo, sulla piazza, dove molti nobili sono impiccati o stesi a terra dalle archibugiate. Alfredo di Reumont ha descritto recentemente, con vivaci colori, nella sua operaI Caraffa di Maddaloni, la vita di Masaniello.

Questi ricordi ci hanno intanto allontanato dai pescatori della spiaggia d'Anzio. Le loro barche meritano però ancora uno sguardo: sono veramente pittoresche, dipinte come sono a graziosi rabeschi sul fondo bianco; vi si scorgono delfini, sirene, stelle ed in mezzo a questi segni profani o mitologici, la Madonna, o S. Antonio, protettore dei pescatori. Per ripararsi da gli ardori del sole sopra la barca è stesa unatenda di tela; l'armonia di tutti quei colori, neri, bruni e bianchi, il timone ed i remi, le vele spiegate, le reti ammucchiate producono un effetto veramente pittoresco.

Il porto d'Anzio formicola al presente di queste barchette; presso al molo vi sono altri legni napoletani e tartane, venute a caricare legna e carbone, giacchè da questa riviera ricca di boschi vengono portati ogni anno a Napoli combustibile e legname da costruzione per un milione di scudi. Si vedono infatti qua e là sulla spiaggia d'Anzio e di Nettuno grossi mucchi di carbone, cotto nei boschi, dai quali neri bufali traggono pure sulla riva gigantesche quercie. Vengono talvolta attaccati ad un carro fino a sedici bufali, punzecchiati, perchè camminino, con una specie di lancia. Il regno di Napoli possiede vaste foreste in Calabria, ma preferisce prendere il legname dalle paludi pontine, perchè scendendo i boschi sino al mare ed essendo la spiaggia piana e facile, le spese di trasporto sono di gran lunga minori.

In questo ambiente vario, semplice e primitivo, fra questi pescatori e marinai, le figure della città non attirano quasi nessuna attenzione. Qua e là un pittore, seduto e riparato da un ampio ombrello bianco, sta facendo uno schizzo della spiaggia o dei pescatori. Tali apparizioni sono diventateormai caratteristiche e proprie di ogni bel sito d'Italia; in qualunque bella giornata di estate o di primavera si può esser certi di vedere sorgere, in un posto od in un altro, ovunque è un bel paesaggio, come un fungo, l'ombrello bianco di un pittore. Ne ho incontrati perfino nelle regioni più remote della Sicilia, e ricordo anzi che, arrampicatomi un giorno, nelle ore più solitarie, sulle rocce di Taormina, non potei trattenermi dal ridere, vedendo giù da lontano l'ombrellone: v'era sotto un paesista di Weimar. Raramente invece ho visto dei pittori intenti a disegnare le spiagge del Sunland, che pur sono così belle e superano anzi, come quelle bizzarre di Gross e di Kleinkuhren, per grandiosità, le spiaggie latine; la ragione è che manca loro la magia delle tinte. Nel nord la tinta del mare è o troppo splendente, o dura, o confusa; essa non ha questa fine nebbia d'aria e di luce, nè il magico riflesso, nè il confondersi insieme di dolci luci scintillanti, questa chiarezza eterea di smeraldo. Ma che cosa non può dipingere il pittore? Ciò che ad un profano pare senza significato è colto dall'ingegno creatore, che ne fa un'immagine espressiva. Altrettanto avviene nella poesia lirica. I pensieri, le ispirazioni sono inesauribili. La natura non ha che da essere bene osservata e sentita; essa cela formee pensieri infiniti, che un uomo privo di fantasia neppure può sospettare. Ed anche su questa costa tranquilla vi sono originali apparizioni; solo è difficile esprimerle, rappresentarle, perchè delicatissime, finissime, non riproducibili con tratti grossolani.

Ma lasciamo da parte l'album degli schizzi e lanciamoci in mare! L'aria marina, narcotica, molto più grave di quella del Nord, invita qui veramente a cercare sollievo in seno alle onde. La sabbia in fondo al mare è bianca come la neve, soffice quanto il velluto e si stende sino al largo. Si vedono per ogni dove persone che si bagnano; qua e là sulla spiaggia sorgono capanne, formate e coperte da rami d'albero. Tutti questi bagnanti vengono da Roma, da Velletri, dai monti, ma non mai prima del luglio, perchè gl'italiani in giugno trovano l'acqua ancora troppo fredda per prendere il bagno. Si ritiene inoltre che non sia igienico oltrepassare i venti bagni e ciò, almeno sembra, per le condizioni speciali del clima; io stesso del resto ne ho fatta l'esperienza nell'isola di Capri. L'acqua pare sia qui più eccitante che nel Nord e quindi prendendone un numero un po' forte, ne risentono il sonno e l'appetito.

Su questa spiaggia non v'è ombra di vita balneare, non vi sono quelle facili relazionidi società, quasi familiari, che fanno sulle spiagge dei nostri mari una festa dei mesi d'estate; qui ogni famiglia, ogni persona vive a sè; il forestiero non ha altro luogo di ritrovo che l'unico caffè del porto, dove, sotto una tenda, allo stesso tavolino, democraticamente e con quella bella confusione di classi tutta speciale all'Italia, seggono il bagnante ed il pescatore mezzo ignudo, che approfitta tranquillamente dell'ombra della tenda per fumare la sua pipa di gesso, senza prendere nè caffè, nè altro.

Alcuni ufficiali del genio ed un capitano pontificio, che mi diverte col suo grazioso dialetto veneziano, sono le persone con le quali generalmente mi trattengo a chiacchierare.

Passato il luglio, la maggior parte dei bagnanti lascia Anzio, incominciando il pericolo delle febbri. Anche ora, in cui il calore è spesso insopportabile e si fa sentire fin dalle sette del mattino, dopo calato il sole l'aria diventa umida ed il venticello tepido e molle che spira dal mare è veramente caratteristico: non è prudente allora rimaner fuori di casa. Il bel chiarore della luna sulle foreste, sulla spiaggia e sul mare, che rende nel mar Baltico così piacevole a quell'ora la vita all'aria aperta, non può qui esser goduto che dalla finestra; imperocchè una sola di queste notti passate all'apertobasterebbe a procurar le febbri e forse anche, dopo alcuni giorni, la morte. E' pericoloso su questo mare lasciarsi adescare dalle sirene: bisogna dunque adattarsi a passeggiare lungo la riva prima del tramonto, facendovi ricerca di conchiglie e di piccoli gamberi marini. Sono questi animalucci grandi al più come un quarto della mano ed hanno quasi la forma del ragno; corrono con una velocità straordinaria ed allorquando si fa per afferrarli, il più delle volte spariscono sotto la sabbia, come spettri nel teatro. Qui dove tutto si mangia, perfino le rane, i porci spini, gli usignoli, questi gamberetti vengono mangiati vivi, dopo essere stati spogliati delle loro squamme.

Su questo lido più volte mi è accaduto di pensare alla brillante ambra gialla che si raccoglie sulle nostre spiagge e che qui il mare non produce: qui esso somministra invece tutte le specie più preziose del marmo. Se ne potrebbero raccogliere a carri e dei più rari, che le onde gettano sulla riva. Vi si vede il verde e il giallo antico, il preziosissimo alabastro orientale, il porfido, il pavonazzetto, il serpentino azzurro. Per comprendere donde vengano tutti questi marmi preziosi, basta dare dalla spiaggia uno sguardo in fondo al mare: sorgono ivi ancora le fondamenta di quei palazzi marmoreiromani che si specchiano nell'acqua, e per la distanza di un chilometro da terra, la spiaggia d'Anzio non è che un seguito di mura: e non solo si possono anche oggi vedere massi grossissimi, resti di costruzioni, ma distinguere pure che sono opere romane in peperino, collegate con la pozzolana, indistruttibili, lavorate egregiamente a forma di reticolato. Tutta questa spiaggia non era che un seguito di grotte, di bagni, di templi, di palazzi, di cui le fondamenta in gran parte sussistono in fondo al mare o sotterrate nelle sabbie della spiaggia. Su questa sorgevano le stupende ville marmoree degli imperatori. Qui si sprofondava nella dissolutezza Caligola; egli aveva una speciale predilezione per Anzio ed aveva anzi formato il disegno di venire a stabilircisi: qui festeggiò le sue nozze con la bella Lollia Paolina. Qui faceva le sue orgie Nerone, che era nato ad Anzio e vi aveva impiantato una colonia; qui fece il suo trionfale ingresso, tirato da bianchi destrieri, di ritorno dalle sue rappresentazioni teatrali in Grecia.

Anche prima, Anzio era stata dimora preferita dei Romani: Attico, Lucullo, Cicerone, Mecenate, Augusto vi ebbero le loro ville. Ed in quali fresche montagne o belle spiagge d'Italia questi favoriti della fortuna non ebbero le loro ville! Di qualimonumenti deve avere allora brillato questa spiaggia, a giudicare dai frammenti, che, quasi testimoni storici, sono da secoli e secoli gettati sulla spiaggia! Queste rovine spargono nell'idillio di Anzio una nota melanconica, ed i pensieri, i ricordi che esse destano, valgono ad accrescere fortemente l'incanto di questo soggiorno. La mancanza assoluta di storia, la separazione completa dal mondo e dalle sue vicende, sono quelle che danno uno speciale carattere alle nostre spiagge del Nord; qui in Italia, invece, non si rinviene un solo angolo di terra, per quanto solitario e remoto, dove le memorie severe e classiche del passato non sorgano, dove non invitino a riflettere sul continuo avvicendarsi delle sorti del genere umano. Sedendo qui sulle rovine di un palazzo romano, al rumore delle onde che si frangono contro di esse, tornano inconsciamente alla memoria i versi di Orazio:

«O diva gratum quae regis Antium,Praesens vel imo tollere de graduMortale corpus, vel superbosVertere funeribus triumphos!»

«O diva gratum quae regis Antium,Praesens vel imo tollere de graduMortale corpus, vel superbosVertere funeribus triumphos!»

E la vista del capo Circeo ci richiama alla poesia omerica, e quella della lontana Astura ci trasporta in altre storie, in altra poesia, sì che ci circondano tre periodi dell'umana civiltà, tre diversi generi di poesia:Omero, Orazio ed il poeta degli Hohenstaufen, Wolfram di Eschenbach.

La Dea Fortuna aveva in Anzio un tempio famoso, ed avevano quivi i loro templi anche Apollo, Venere Afrodisiaca, Esculapio e Nettuno. L'idea che su questa spiaggia deserta, circondata di prati, brillò in tutta la sua divina bellezza, attorniato da altre stupende creazioni artistiche, l'Apollo del Belvedere, aumenta il pregio di questo luogo, già di per sè amenissimo. La statua meravigliosa fu qui scoperta ai tempi di Giulio II, ed anche quelle che sono nelle gallerie del Vaticano, del Campidoglio e del palazzo Albani, furono in seguito per la maggior parte qui rinvenute, come del resto anche il famoso gladiatore morente, parecchie statue di imperatori, i busti di Adriano, di Settimio Severo, di Faustina, i satiri, gli atleti, le statue di Giove e di Esculapio, i tripodi stupendi e i meravigliosi altari del Campidoglio, dedicati ai venti. Sopra un'altura della spiaggia, dove ora sorge, sulle fondamenta di un tempio antico, un piccolo forte, dal quale, appoggiato ad una vecchia e gigantesca spingarda del medio evo, tutta arrugginita, un soldato contempla il mare, sono tuttora in piedi le basi di antiche colonne e vicino queste, ventidue splendidi capitelli corinzi di cipollino. Le loro volute ed i loro ornamentisotto l'abaco, sono particolarmente geniali ed io non ricordo di averne mai visto di simili; rappresentano conchiglie, delfini, gamberi di mare. L'architetto conformò gli ornamenti al luogo, e molto probabilmente questo tempio era dedicato a Nettuno.

Ad Anzio ho trovato una persona che si diletta di antichità; in Italia non v'è paese di qualche importanza che non abbia il suo storiografo locale od il suo archeologo. Ad Anzio è il canonico Lombardi, presidente dell'amministrazione del porto, il quale abita all'ultimo piano del casamento che comprende il bagno penale. Ho trovato questo degnissimo uomo, intento a decifrare un'antica iscrizione, disotterrata dai galeotti. Il Lombardi ha già scritto un libro su Anzio, ed attende ora ad un'opera più vasta sulla storia e sulle rovine della sua città. Ho letto con piacere e con gratitudine il suo pregevole lavoro.

Oramai ho percorso tutta questa spiaggia sino ad Astura e da per tutto ho trovato avanzi di ville, di bagni, frammenti di marmi, di mosaici, fra i quali ricorderò il pavimento in mosaico, abbastanza ben conservato, che è di fronte alla torre solitaria di Astura, sulla spiaggia, presso il ponte. È impossibile figurarsi quanti e quali stupendi edifici abbiano i romani innalzato lungo questo mare. Tutta la spiaggiadalla Toscana sino a Terracina, da Terracina a Napoli, attorno al golfo, fino a Salerno, non dovè essere che un seguito di palazzi marmorei, di templi, di bagni, di palestre, una manifestazione continua della magnificenza romana; e quale fosse lo splendore di tutte queste costruzioni si può anche oggi giudicare dalle rovine che giacciono in fondo al mare. Chi avesse percorsa allora questa lunga riviera e veduti tutti questi edifici destinati al piacere, al diletto, gareggianti per importanza con le città, avrebbe certamente potuto ammirare una grande manifestazione della civiltà. Ora invece queste amenissime spiagge sono nude e deserte, non offrono altro allo sguardo se non le torri cadenti, innalzate nel medio evo contro le invasioni dei Saraceni, torri che possiamo vedere sparse lungo tutte le coste d'Italia e delle isole del Mediterraneo, e che dànno loro un aspetto magico, quasi direi cavalleresco.

Qui non mancano però neppure monumenti moderni, che ricordino altri siti, altre regioni. La bella villa Mencacci, che sorge in una fresca valletta, vicino alla spiaggia, fu, per esempio, non è molto, abitata per varî anni da un re in esilio che aveva vissuto in America e guerreggiato per un trono sulle belle sponde del Tago. Intendo parlare di Don Miguel, principeesecrato dal Portogallo, che venne qui fuggiasco, senza corona e visse a lungo in questa solitudine, vicino ai galeotti, in un esilio che fu certo senza conforti, perchè se a noi, che nulla abbiamo da espiare, questa spiaggia solitaria, ai contini delle paludi pontine, può apparire poetica, ad un re spodestato dovette riuscire insopportabile e con un carattere quasi vendicativo. Don Miguel ammazzava qui il suo tempo cacciando continuamente nei boschi sopra Astura. Un giorno scomparve. Mi hanno narrato in Anzio che soleva trattenersi volontieri con i pescatori e che non si vergognava punto di parlare della sua disgraziata lotta per la corona del Portogallo.

Contemplando la villa Mencacci, la fantasia vola lontano, al Brasile ed al Portogallo, alle burrascose vicende della loro storia.

Un altro avvenimento moderno ricorda questa spiaggia: lo sbarco, cioè, nel 1848, degli spagnoli, chiamati da Pio IX fuggiasco, per salvare gli Stati della Chiesa. Trovavasi allora il Papa in esilio nella rocca di Gaeta, la Coblenza dell'emigrazione italiana nel 1848 e nel 1849: mentre i francesi marciavano su Roma, gli austriaci occupavano Bologna ed i napoletani si avanzavano verso Terracina. Glispagnoli, che da molto tempo non erano più apparsi in Italia, sbarcarono a Porto d'Anzio ed occuparono tutto il paese, fino ai monti di Albano e della Sabina. Erano, a quanto mi si è detto, della bella ed allegra gioventù, ma mal vestita e peggio armata. I francesi non tardarono a surrogarli, ed i giovani ufficiali di Valenza e di Barcellona abbandonarono a malincuore i monti di Albano, dove erano stati rapiti dalla bellezza delle donne, alcune delle quali ancora ricordano con un sospiro i poveri cavalieri di Spagna.

Porto d'Anzio non vanta donne belle, nè bei costumi, essendo la popolazione composta di elementi diversi. Si distingue, al contrario, sia per bellezza femminile, sia per originalità di costume, la piccola città di Nettuno, che sorge pittorescamente sulla spiaggia e di cui le nere mura si specchiano nel mare. Vi si arriva da Porto d'Anzio in tre quarti d'ora, facendo una bellissima passeggiata. A metà strada, in mezzo ad un bosco, sorge la splendida villa del principe Borghese, signore di tutto il circondario. All'orizzonte si scorgono i monti Volsci ed il capo Circeo, immerso in una luce superba, che ricorda, con la sua forma imponente e caratteristica, i promontorî più belli d'Europa, quali quelli dell'isola di Capri ed il monte Pellegrino di Palermo.

Per giungere a Nettuno v'è un'ottima strada, che passa davanti alla villa ed attraversa un bosco di sugheri e di elci, dove sono parecchi ruderi romani. Scavando sotto la strada è facile scoprire dei pavimenti in mosaico. Sulla spiaggia la strada è ancora più bella: la sabbia è ora gialla, ora scura, ora di un bel rosso acceso, ora di tufo vulcanico. I cardi turchini della costa del mar Baltico vi crescono abbondantemente, come pure la scabbiosa e la camomilla; invece però dei salici, degli ontani, delle foreste di abeti, sono qui le piante dei paesi meridionali e i mirti dai fiori bianchi, il mastice e le fragole e il ginestro dai fiori color oro che abbonda su tutte le coste del Mediterraneo e l'olivo selvatico. Splendono qui pittorescamente le malve arboree, con i loro candidi calici, e i rovi con i loro variopinti fiori e grandioso s'innalza fra le piante minori il classico acanto, con le sue belle foglie corinzie ed i fiori rosa o bianchi. Qua e là si vedono anche deicactuse l'aloe, quasi piante esotiche. L'usignolo allieta con la sua presenza ancora questa spiaggia, nonostante sia passato il giorno di S. Giovanni, epoca in cui gli uccelli cessano qui di cantare e cedono il posto al grillo anacreontico: l'usignolo non può staccarsi da questo verde, da questo fresco mare, e fino ad Astura le paludipontine continuano a risuonare dei suoi armoniosi gorgheggi.

Una quiete profonda regna nell'antico paese di Nettuno e ne' suoi dintorni. Nettuno attualmente è circondato da antiche torri e da scure mura merlate, che hanno più di una volta resistito agli assalti dei Saraceni. Nessun pescatore o marinaio avviva lo specchio dell'acqua, poichè non vi è porto, e la popolazione è dedita alla pastorizia.

Sulla piazza di Nettuno sorge un'antica colonna solitaria, emblema dei Colonna, antichi feudatari del paese. Le strade sono profumate dai garofani che ornano quasi tutte le finestre e che, agitati dal vento, ondeggiano i loro fiori color rosso ardente. Fiori così belli annunciano donne più belle ancora; infatti nei garofani che rallegrano le finestre, si può quasi vedere la bandiera nazionale delle donne di Nettuno: il loro costume non è di aspetto men gaio, meno vivace di quello dei purpurei fiori.

E' cosa degna di nota che in Italia anche i più piccoli paesi sembrano quasi altrettante repubbliche, diverse per usanze, per tipo, per foggia di vestire. Si potrebbe dire che ogni castello, ogni villaggio forma una popolazione a sè. Bisogna vedere le donne di Nettuno in un giorno di festa per potersi fare un'idea precisa della bellezzae dell'eleganza del loro costume nazionale. Nei giorni di lavoro non sono che i minimi particolari quelli che indicano la moda del paese, come, ad esempio, la foggia di portare i capelli, divisi in mezzo al capo e lisci, senza trecce nella parte posteriore, rattenuti da un nastro verde per le ragazze, rosso per le donne maritate e nero per le vedove; basta dunque vedere una donna per saper subito se sia nubile, maritata o vedova.

Ho assistito qui a due feste, a quella di S. Giovanni ed a quella di S. Luigi. Nella prima ho visto una processione con musica, per le vie; la croce era completamente coperta di garofani e tutti portavano fiori. Vi prendevano parte donne e fanciulle, ed era veramente uno spettacolo stupendo vedere per quelle cupe strade tante belle figure e così splendidi abiti. Ecco in che consiste il costume delle donne di Nettuno: in capo portano una specie di fazzoletto a striscie d'oro e d'argento che sporge sulla fronte; una gonnella di seta o di velluto color rosso scuro, ricamata sul fondo in oro o in argento, scende loro dai fianchi, e sopra questa portano un corsetto di broccato, ugualmente ricamato sul petto e sulle maniche. Anelli, orecchini, braccialetti di oro e coralli dànno ancora maggior risalto alla bellezza della persona ed all'originalitàdel loro costume. Il colore dei vestiti è a volte verderame o violaceo, o anche nero o azzurro scuro. Pare anzi che l'eleganza e la bellezza di questo costume nobiliti il portamento delle donne; io le ho viste infatti passeggiare per le piazze del loro paese in rovina con l'incendere maestoso delle romane e di quelle certo non meno belle: parecchie con un profilo greco nobilissimo, tutte con capelli corvini ed occhi scintillanti, atti a soggiogare il cuore più duro. Allorchè i mortaretti, che formavano quasi una ghirlanda su un antico muro, sono scoppiati, i cannoni hanno sparato, ed ho visto tutte quelle donne con i loro abiti rossi ed oro, avvolte nei vortici di fumo di quell'artiglieria popolare, mi è sembrato di trovarmi dinanzi ad un Olimpo, popolato da divinità ideali.

Però, anche senza il loro costume festivo, son belle del pari le donne di Nettuno. Si vedono ogni giorno, in gruppi numerosi, lavare patriarcalmente i loro panni alla fontana pubblica; non attaccano mai discorso con gli stranieri, sono timide come gazzelle, e rispondono appena, solo con gli occhi bassi, al saluto.

La festa di S. Luigi ha un altro carattere; è una festa popolare, e mi ha ricordato il mio paese natio. Sulla piazza del mercato era stato innalzato qualcosa di similead una forca ornata di fronde; dalla trave superiore pendeva, legata ad una fune, una pentola oscillante; dei giovani a cavallo agli asini dovevano, correndo, cercare di far destramente con un bastone un foro nelle pareti della pentola; ma la colpissero o no, questa si rivoltava e bagnava il cavaliere, fra le risate generali degli spettatori. Colui che riusciva a colpire la pentola riceveva in premio duepaolida un prete che esercitava le funzioni di giudice del campo. Quando la pentola fu rotta ed il giuoco terminato, ebbe luogo la tradizionale tombola. Il premio consisteva in una pezza di stoffa in cotone, che pendeva da una finestra. Un ragazzo estraeva i numeri, che venivano spesso annunciati coi nomi proverbiali che loro si sogliono dare, ed eran motivo di nuove risa. Sempre però si rideva con quella naturalezza e quella convenienza che sono doti caratteristiche e preziose del popolo italiano, di natura civile ed educato.

Così vivono e si divertono i cinquecento abitanti di Nettuno, in certo modo separati dal resto del mondo, fra il mare, le paludi pontine e le strade poco frequentate che portano da una parte ad Anzio e dall'altra a Velletri. Nettuno però possiede campi e giardini, somministra il vino che si beve ad Anzio, ed ogni giorno invia aquesto porto un carro di pane bianco, perchè là si fa solo del pane grossolano. Ho bevuto a Nettuno del vino squisito, cosa non facile in questi anni in cui il dio Bacco è travagliato da fatale malattia. Un cittadino del luogo ci volle un giorno condurre nel suotinello, come qui chiamano la cantina; è sceso segretamente in un nascondiglio sotto il suolo e ne ha tratto fuori uno stupendo vino rosso, quale non ne avevo più bevuto da Siracusa in poi.

Sulla spiaggia di Nettuno ogni coltivazione cessa oltrepassata appena la città, cominciando quasi subito, in tutto il loro squallore, le paludi pontine che si estendono fin verso Terracina. Non più abitati sulla riva, solo sorgono qua e là, solitarie, alla distanza di circa due miglia l'una dall'altra, le antiche torri medioevali. L'aspetto di questa solitudine, di questo deserto, di questa mancanza di coltivazione è grandemente imponente. Pare quasi di non trovarsi più sulle classiche coste d'Italia, ma nei deserti dell'India o dell'America. Il frangersi continuo delle onde, lo scintillare del sole estivo sulla bianca, piana, monotona spiaggia, il cupo bosco infinito che accompagna per qualche centinaio di passi il mare, lo stridore dell'avvoltoio e del falco, il volo dell'aquila, che altissima si libra sulle ali in larghe spire, il calpestio ed il muggitodei tori selvaggi, l'aria, le tinte, l'aspetto delle cose e degli elementi dànno veramente qui l'impressione di un mondo deserto e selvaggio.

Il 28 giugno, il pittore ed io partimmo lungo questa spiaggia per recarci ad Astura, distante circa tre ore di cammino. Il mattino era di una limpidezza straordinaria, il mare tranquillissimo ed il capo Circeo, avvolto in una tinta rosea, davano al quadro un aspetto del tutto omerico. A Nettuno comprammo vino e pane e quindi proseguimmo la nostra strada. Ci fermammo a far colazione su di un vecchio tronco d'albero, presso una carboniera e provammo un piacere simile a quello di Ulisse, quando si assise al banchetto apprestatogli da Circe nel suo palazzo. Era veramente delizioso gustare un buon sorso di vino in quella profonda pace, su quell'omerica spiaggia, dinanzi all'azzurro di quel mare, tinto in rosa all'orizzonte.

Fino a questo punto tutto era andato benissimo, ma giunti là dove il bosco scende fino al mare, cominciammo ad avere dei timori. Non erano già i banditi che ci davano pensiero, ma le mandre di tori e di bufali che vagano colà completamente liberi, non sorvegliati da pastori. Tutta quanta la spiaggia fino a Terracina è coperta di numerose mandre di tori, di buoi,di vacche, dalle corna lunghissime, di quella forma tutta classica della campagna romana e che si vedono scolpite nel Partenone, attorno all'ara del sacrificio. Le loro corna sono lunghe quasi tre piedi, molto divergenti, arditamente contorte, grosse, chiare, di bel colore.

Quasi in tutte le case del Mezzogiorno si vedono queste corna, tenute come amuleti contro il «malocchio» e piccoli cornetti vengono portati dai principi alla catena dell'orologio e pendono dal collo dei ragazzi dei pescatori.

I buoi sono selvaggi e grandemente pericolosi; il solo pastore li può governare, stando a cavallo, con la sua lancia; più pericolosi ancora sono i bufali. Questi vivono a branchi e vagano solitari e liberi come i cinghiali; frequentano volentieri gli stagni e le paludi e nuotano con grande agilità. Quando si attraversano le paludi pontine o il bassopiano di Pesto, si vedono molti di questi mostri neri e selvaggi immersi negli stagni, dai quali stendono fuori talvolta, sbuffando, solo le tozze teste. Il bufalo cammina sempre col capo chino a terra e guarda sospettoso dal basso in alto. Non si serve delle sue corna, che sono come quelle del montone rivolte indietro, ma rovescia a terra con la sua fronte di bronzo l'uomo che insegue, quando l'abbiaraggiunto; quindi gli pone il ginocchio sul petto e lo calpesta fino ad ucciderlo. I pastori domano questi pericolosi animali con la lancia; passano loro attraverso il naso un anello ed allora li attaccano al carro e se ne servono per trasportare grandi pesi, voluminosi blocchi di pietra, o tronchi d'albero giganteschi. Col latte della bufala vien fatta laprovatura, che è una specie di cacio molto difficile a digerirsi. La carne del bufalo è poco stimata, perchè dura; la comprano gli ebrei poveri del ghetto che non ne mangiano generalmente altra. I bufali abbondano nelle paludi pontine, nella squallida riviera di Cisterna, di Conca e di Campomorto, covo della febbre, dove perfino l'assassino non viene ripreso, quando vi si sia rifugiato. Gli uomini che custodiscono queste bestie menano una vita misera, sono febbricitanti e di poco inferiori agli indiani della Prateria.

Il possibile incontro di questi animali ci dava assai pensiero; appena giunti nei boschi, li vedemmo numerosi sulla spiaggia. Lasciati liberi, percorrono sempre la stessa strada e sempre nelle stesse ore; al mattino escono dalla foresta e vengono al mare, per bevervi l'acqua salata, quindi o si sdraiano sulla sabbia o pascolano lungo la costa; vi passano tutte le ore calde e quando sulla sera comincia la temperaturaa rinfrescarsi, si muovono e pascolando lentamente sulla riva s'inoltrano nei cespugli sino a che non arrivano nel fitto dei boschi, dove trascorrono la notte, per scendere il mattino appresso nuovamente al mare.

Alla vista di tutti quegli animali, rimanemmo alquanto perplessi. Era impossibile passare di là, perchè avrebbero potuto tagliarci la via, molti essendo proprio in riva al mare; proseguire lungo la spiaggia era pericoloso, perchè sarebbe stato necessario passare in mezzo ad essi e qualche animale furioso avrebbe potuto inseguirci nella direzione del capo Circeo: pensammo se non fosse stato più prudente tenerci vicino alla macchia e questo partito ci sembrò il migliore.

Scendevano intanto sempre nuovi branchi, la qual cosa ci fece argomentare che ve ne dovevano essere ancora nei boschi, e se ne scorgevano infatti fra i cespugli di mirto. Ad un tratto scorgemmo due magnifici tori, dalla fronte splendente, arrestarsi e fissarci: allora prudentemente, pian, piano, ci avviammo verso il bosco ed in poco tempo ci trovammo nel fitto degli alberi. E' impossibile figurarsi dei boschi più adatti per i briganti che questi di Astura: non sono già formati da alte quercie, ma da fitte macchie di sugheri,di olivi selvatici, di lentischi, di rovi neri, di mirti, coperte di piante rampicanti, di edera bellissima, che forma delle volte, quasi moschea boschereccia, impenetrabili ai raggi del sole ed alla pioggia. Vi erano dei cespugli di mirto di un'altezza straordinaria e tutt'intorno un odore di selvatico, che penetrava i sensi.

Il terreno non è piano, ma accidentato, percorso da piccoli ruscelli, in molti punti paludoso; vi abbondano gl'istrici, le tartarughe e le serpi; noi vi trovammo spesso delle penne di galli selvatici, avanzi del pasto di qualche aquila: ciò dava ancora maggior risalto alla cupa poesia di questa riviera.

Ci riuscì alla fine di scansare i branchi dei bufali e dei tori e quando ne incontravamo qualcuno in ritardo ci arrestavamo e restavamo silenziosi e tranquilli finchè non fosse passato e dopo aver superato rivi, fossi e siepi, sboccammo finalmente di nuovo sulla spiaggia e ci fermammo per riposarci piacevolmente all'ombra di un muro, cui era addossato uno steccato destinato a racchiudere una mandra. Anche questo muro era certo, come lo dicevano chiaramente alcune vestigia di mosaico, un resto di qualche villa romana.

Rimaneva un'ora sola di strada per giungere ad Astura, e nel camminare lungo questatriste spiaggia, mi colse quella profonda malinconia che nasce nel vedere cosa che rammenta una grandezza scomparsa. Non è solo il ricordo della tragica fine del giovane Corradino e della stirpe degli Hohenstaufen, che può qui rattristare l'animo, specialmente di un tedesco; v'influisce anche e per molta parte l'aspetto della contrada stessa. Vorrei poterla descrivere con le parole, come il mio compagno di passeggiata l'ha saputa riprodurre nelle sue tele che spero saranno presto note a tutti. Sarebbe bene che un qualche istituto artistico della Germania pubblicasse un album degli Hohenstaufen.

Il luogo dove ci eravamo fermati era circoscritto dalla parte di terra dalle paludi pontine, su cui imponenti si ergono i monti Volsci che scendono al mare; e dalla parte del mare dal capo Circeo che, simile ad un'isola, si perde nell'azzurro del cielo. Sulla spiaggia sorge, ad un dato punto, una piccola cappella abbandonata e deserta e pochi passi più in là emerge dalle acque il castello di Astura, un piccolo quadrato di mura merlate, con in mezzo una torre. La cappelletta e il castello sono gli unici edifici che sia dato vedere in questa vasta solitudine. Per quanto si volgesse da ogni parte lo sguardo, non si scoprivano che due ombre nere suimerli del castello e due vecchi pescatori seduti contro il muro, taciturni e quasi annientati dal calore del sole fulgente che stavano intrecciando una rete di giunchi per i pesci, mentre la loro barca si dondolava sulle onde.

Correvano gli ultimi giorni del 1268 quando, perduta la battaglia di Tagliacozzo, giungevano su questo lido, fuggiaschi e pieni di terrore, il giovane Corradino, il principe Federigo d'Austria, il conte Galvano Lancia con i suoi figli, insieme coi due conti della Gherardesca, parenti dell'infelice Ugolino che i versi di Dante hanno immortalato. Venivano da Roma dove, come narra il cronista Saba Malaspina, avevan cercato rifugio dopo la sconfitta, e dove era rimasto Guido da Montefeltro, quale vicario del senatore Arrigo di Castiglia. Corradino era giunto colà «senza pompa alcuna, non come capo di un esercito, ma come uno che abbia tutto perduto e che non cerchi che di salvarsi di nascosto, e quasi fuori dei sensi» (latenter ingreditur mente captus). Ma in Roma erano giunti dal campo di battaglia anche i suoi nemici, Giovanni e Pandolfo Savelli, Bertoldo e molti guelfi con l'intenzione di sollevare la città, cosicchè gli amici avevano consigliato al giovanetto di non indugiare a cercare scampo nella fuga.Si diresse con i suoi compagni verso il mare, con l'idea di recarsi a Pisa ed ivi imbarcarsi per la Sicilia; cercò una barca e la ottenne dagli abitanti del villaggio di Astura, dove s'imbarcò e salpò. Ma avutane notizia Giovanni Frangipani signore di Astura e riconosciuto dai gioielli che Corradino aveva regalati, essere i fuggitivi personaggi ragguardevoli, salì su di un'altra barca, li raggiunse a forza di remi e li ricondusse nel castello. Invano Corradino supplicò che lo lasciasse fuggire coi suoi, che non lo volesse consegnare nelle mani di Carlo, avido di sangue; invano gli ricordò la gratitudine che doveva alla casa di Svevia, avendo i Frangipani ottenuto grandi feudi dall'imperatore Federigo ed essendo stato da questi lo stesso Giovanni creato cavaliere; invano Corradino promise ampia ricompensa e si dichiarò pronto anche a sposare la figliuola di Frangipani. Il signore di Astura era titubante e commosso forse dalla gioventù, dalla grazia, dalla sventura di Corradino, incerto, come dicono i cronisti, da qual parte avrebbe potuto trarre maggior guadagno, se da Corradino o da Carlo d'Angiò; quando dinanzi al castello arrivò Roberto di Lavena, capitano delle galere angioine che ingiunse al Frangipani di consegnargli i prigionieri. Narra Saba Malaspina che il Frangipani fece condurrei poveri fuggiaschi in un altro castello vicino, per non essere costretto a consegnarli a Roberto contro sua volontà e prima che questi avesse soddisfatto al pagamento della pattuita ricompensa; ma quest'altro castello non è nominato.

Intanto arrivava dalla parte di terra, con fanti e cavalli, il cardinale Giordano di Terracina, governatore per la Santa Sede della contea della Campagna; egli pure richiese la consegna dei fuggiaschi.

Il vile traditore, intascato il denaro di Giuda, consegnò gl'infelici che aveva ospitato, nelle mani dei loro acerrimi nemici. Furon condotti a Napoli, prima attraverso i boschi e i monti di Palestrina, poi traverso le meravigliose campagne poco tempo innanzi percorse vittoriosamente. Il 29 ottobre la mannaia troncava la testa di Corradino per la prima, poi quelle di Federigo, dei valorosi conti della Gherardesca, del generoso Galvano Lancia, fratello di quella bella Bianca che aveva partorito Manfredi a Federigo il Grande e per ultimo quelle de' suoi giovani figli, Galeotto e Gherardo che erano stati poco prima strangolati nelle braccia del padre.

Presso la torre di Astura, in quella solitaria spiaggia, mi tornarono alla memoria tutti gli altri luoghi famosi nella storia degli Hohenstaufen che io ho visitato nellemie peregrinazioni per l'Italia. Mi è apparsa la bella figura di Manfredi, biondo, ricciuto, sui campi di Benevento, quale Dante lo vide, con una doppia ferita alla fronte ed al petto, mormorante mestamente: «I' son Manfredi, Nipote di Costanza imperatrice». Lasciai errare lo sguardo sul mare ricco di memorie e lo rivolsi laggiù dove giace la bella Sicilia, dove sorge, in mezzo a giardini sempre in fiore, sulla spiaggia più amena del mondo, quel castello di Palermo nel quale visse Federigo e da dove era partito per la Germania; pensai al duomo di quella stessa Palermo, a quell'oscura cappella, dove riposano, dentro ai loro sarcofaghi di porfido rosso, Enrico VI, Federigo e le due Costanze, rappresentati con la corona in testa e con la dalmatica di seta, il cui orlo è ornato da iscrizioni saracene.

Entrammo quindi nel castello. Un ponte in muratura lo unisce alla spiaggia ed un ponte levatoio dà accesso all'interno. Nella piccola corte sorge la torre ottagonale che termina con una specie di terrazza, dove rimane un unico e arrugginito cannone. La guarnigione, composta di otto uomini, quando entrammo stava facendo gli esercizi nella piccola corte e don Pasquale, luogotenente di Astura, la stava guardando dal terrazzo con l'aria di chiavrebbe voluto essere ovunque, fuori che lì. Ci condusse nel suo piccolo e meschino alloggio e ci fece vedere degli arabeschi pompeiani assai ben fatti: dipingendo egli trascorre le sue giornate in quella solitudine. Il luogotenente ci disse che ciascuna di queste torri della costa è attualmente custodita da otto uomini, comandati da un maresciallo o da un ufficiale e che le prescrizioni di vigilanza sono severissime, temendosi da parte dei mazziniani un colpo di mano.

Visitammo tutto il castello composto di piccole e melanconiche stanze, dove il ragno tesse le sue tele e lo scorpione trova un ricovero nelle infinite screpolature dei muri; la vista però, tanto sulla pianura verdeggiante, quanto sul limpido mare, dove ora si vedono, ora spariscono le vele delle barche pescherecce, è bella e affascinante. La torre sembra fatta apposta per un bardo, che vi suoni l'arpa e vi muoia col canto del cigno, nell'ora in cui il sole scende in mare e tinge di color porpora il capo Circeo. In quell'ora regna sul mare una tale tranquillità, tale uno spirito di quiete che non si può descrivere; si direbbe che il sonno e la morte si librino sul mare e che quella barca che gira, come un'ombra, il capo Circeo, porta forse il dio del sonno spargente calma e riposo sulle onde.

Tutto qui allora spira dolcezza. Mentre il capo Circeo riporta alle avventure omeriche, alle imagini dell'Odissea, la solitaria torre di Astura parla delle grandi e non meno poetiche memorie dell'epoca degli Hohenstaufen. Quanti ricordi non risvegliano questi nomi degli Hohenstaufen e del provenzale Carlo d'Angiò! Ritornano alla memoria i personaggi del «Parsifal» di Wolfram di Eschenbach e Corradino diventa Parsifal che cavalca per il mondo, per trovare la sacra coppa di sangue del Graal, Elisabetta di Baviera diventa Erzeleide, sua madre, che non lo vuole lasciar partire, e così si presentano Goffredo d'Angiò, il cavalier Gavino e Feirefiz, Arturo e Titurello e il castello di Graal, nella foresta selvaggia, i saraceni, i trovatori, i pellegrini, i penitenti e i saggi dell'Oriente.

Astura è la torre del romanticismo, è la sede della poesia tedesca in Italia. Essa appartiene ai romantici, come la grotta azzurra di Capri. Io, in nome di questi, ne ho preso silenziosamente possesso, dichiarando proprietà nazionale della Germania questo leggendario castello.

La sola torre risale ai Frangipani; tutto il resto è di epoca posteriore, giacchè nel 1286 i siciliani, che nei vespri avevano preso una splendida vendetta del sanguinario re Carlo, guidati dal loro ammiraglioBernardo da Sarriano, lo distrussero tutto, ad eccezione della torre, ed uccisero anche il figlio di Frangipani. Anche ora sulle mura esterne del castello si vedono le armi dei Colonna, che ne furono in seguito proprietari. Dopo i Frangipani, divenne feudo dei Gaetani; quindi passò in possesso dei Malabranca, degli Orsini e dei Colonna, i quali lo vendettero nel 1594 a Clemente VIII. Presentemente Astura è feudo dei Borghese.

Altri ricordi storici si ricollegano ancora a questo castello. Innanzi al ponte, che serve di accesso, notai degli avanzi di un pavimento in mosaico, quasi ricoperti dalla sabbia, e mi accorsi subito che il castello, sul mare, sorgeva sopra le fondamenta di una villa romana assai vasta, le cui rovine erano visibilissime sul fondo del mare, ed anzi in alcuni punti ne emergevano ancora. Sorgeva l'antica villa sopra un banco di sabbia e molto probabilmente, appunto per questo Plinio dà il nome d'isola ad Astura, colonia d'Anzio: la località in antico è possibile che si trovasse per un piccolo tratto d'acqua staccata dal continente. Strabone infatti dà a quel braccio di mare il nome di Storace (Στόρας ποταμός), Plutarco lo chiama Astura (τὰ Ἄστυρα) e ne parla quando descrive la tragica fuga, qui avvenuta, di Cicerone. A dire il vero, deverecar non poco stupore ai miei lettori che questo luogo solitario, appartato, possegga altre tristi memorie, e che molto tempo prima di Corradino sia stato un punto di sventura, dedicato forse alle Eumenidi.

Cicerone vi possedeva una villa. Egli ne fa menzione spesso nelle sue epistole, in una delle quali, scritta ad Attico appunto da Astura, è detto: «Est hic locus amoenus et in mari ipso, qui et Antio et Circaeis aspici possit». Abitava volentieri questa villa che più delle altre gli offriva quiete e riposo. Poco prima della sua morte venne qui ed Astura gli fu fatale. Vi si era rifugiato in primavera, non appena aveva saputo che sarebbe stato compreso nelle liste di proscrizione; Plutarco narra che si era qui imbarcato per fuggire in Macedonia, presso Bruto, ma che aveva poi cambiato idea ed era tornato a terra. Con l'intenzione di recarsi a Roma per cercare di commuovere Ottaviano, partì da Astura e prese la via della città ma, fatte appena dodici miglia, fu colto da paura e tornò indietro rapidamente. Salito su di una lettiga, si avviò verso Gaeta, ma raggiunto per via dai cavalieri che lo inseguivano, in un punto che viene anche oggi additato, fu da quelli ucciso.

Strana coincidenza! Lo stesso Ottaviano fu preso nella medesima Astura, a quanto narraSvetonio, dal male che pose fine a' suoi giorni. Venne qui poco prima della sua morte, nell'ultimo suo viaggio per la Campania. «Al principio del suo viaggio venne ad Astura, ed essendosi trattenuto, contro la sua abitudine, all'aria libera, di notte, per godervi il fresco, fu colto da dissenteria e ciò fu l'inizio della sua malattia». Dopo una breve dimora a Capri, morì a Nola.

Nè qui finisce l'influenza fatale di Astura: anche il successore di Augusto, Tiberio, si ammalò in questo luogo poco prima della sua morte. Ecco ciò che narra Svetonio: «Ritornò in tutta fretta in Campania e, giunto ad Astura, vi cadde ammalato. Riavutosi un poco, s'imbarcò per il capo Circeo». Essendosi quivi il male aggravato, colto da paura, egli s'imbarcò di nuovo, e prima di poter arrivare a Capri, fu costretto a scendere a terra, al capo Miseno, dove spirò.

Che aggiungere, quando avremo detto che anche su Caligola, successore di Tiberio, Astura esercitò la sua malefica influenza? Quivi Caligola sbarcò prima di morire. «Si trovò—dice Plinio—un piccolo pesce, chiamatoremora, appeso all'albero maestro della galera che portava Caligola da Astura ad Anzio e ciò venne considerato come presagio della sua prossima fine».

Astura mala terra, maladetta!Noi pure, innocenti viaggiatori, doveva costringere aprecipitosa fuga, a noi pure doveva far provare ambasce di morte.

Lasciando Astura, decidemmo di prendere, invece della strada lungo il mare, quella attraverso la foresta, di cui avevamo sentito vivamente lodare la selvaggia bellezza. Non conoscendola, prendemmo con noi un soldato del piccolo distaccamento, un bel giovane robusto e forte che doveva servirci per alcune miglia di guida e prestarci nello stesso tempo aiuto, non già contro i briganti, ma contro i tori ed i bufali. Per un certo tratto camminammo lungo la spiaggia, dove potemmo vedere dei tori neri tanto maestosi che Giove non avrebbe potuto averne dei migliori, allorquando trasse in mare la bella Europa. Poco dopo ci trovammo in mezzo alla foresta. Camminavamo per ampi sentieri, fra odorosi cespugli di mirto, sotto la volta di gigantesche quercie, rallegrati da mille effetti della luce del sole che volgeva al tramonto. Il bosco presso Astura è molto bello. Pensavo alle mie spiaggie natie, alle loro alte quercie diritte, fra i tronchi delle quali si può scorgere l'azzurro del mare; tutti i miei pensieri erano rivolti al passato. È bello aggirarsi là per quei boschi, spiando la comparsa dei cervi e dei caprioli, quando sbucano dai cespugli e vi contemplano con curiosità, alzando il loro capo coronatodalle lunghe corna. Qui invece balza talvolta fuori da un cespuglio la nera testa di un bufalo o di un toro e talora attraversa il sentiero un lungo serpente variopinto. La vegetazione è di una bellezza e rigogliosità tropicale; l'edera raggiunge qui le proporzioni di un albero e si abbarbica alle quercie le circonda le avvinghia, come i serpenti Laocoonte e pare quasi voglia soffocarle in un vigoroso amplesso e strapparle al suolo; sale su tutti i rami e giunge sino alla cima, lassù dove hanno ricetto gli uccelli selvatici della foresta.

Camminammo in tal guisa per alcune miglia, assorti sempre nella contemplazione di quello stupendo spettacolo. La nostra guida di Astura, là dove il bosco cominciava a farsi men fitto, ci lasciò, dopo averci indicato il sentiero della macchia, al di là della quale dovevamo trovare il mare. Lieti e felici continuammo a camminare fra i mirti e gli olivi selvatici, quando tutto ad un tratto ci trovammo di fronte ad un centinaio di tori. Ci fermammo subito: uno dei tori a sua volta si arrestò stupito; alzò la testa, ci contemplò con gravità maestosa, poi si staccò dal branco e ci venne incontro. In quell'istante il mio compagno chiuse il suo maledetto ombrellone bianco da pittore e subito il toro furiosamente spiccò un salto e tutta la mandralo seguì. Una nube di polvere si levò tosto nel bosco e noi ci demmo a precipitosa fuga, guardandoci ogni tanto indietro. Era un orribile e bello spettacolo il vedere quegli stupendi animali correre avvolti in una nube di polvere!


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