IL CIRCEO.(1873).

Riuscimmo ad arrivare nel fitto della macchia e, con le mani insanguinate pelle spine, ci cacciammo nei cespugli, da dove potemmo vedere, fra la polvere, il luccichio delle corna dei tori, mentre si udiva sotto i loro piedi lo strepito dei rami infranti.

Non vidi mai il terrore meglio scolpito sopra un volto umano come allora su quello del mio compagno e il mio spavento non era punto minore. Finalmente tutto tornò silenzio intorno a noi: la mandra furiosa aveva proseguito la sua corsa verso il mare. Riprendemmo la nostra strada per la foresta e, spiando continuamente se i tori riapparivano, uscimmo alla fine dal bosco e sbucammo sulla libera spiaggia. Credo di non aver sentito mai un'eguale soddisfazione nel rivedere il mare e mi toccava proprio provare ad Astura, sulle tracce di Corradino, quali siano le ambasce di una fuga precipitosa, col pericolo della morte alla gola. Si sarebbe detto che uno spirito maligno, il demone di quel luogo maledetto, avesse destato in me tante dolorose memorie e avesse voluto darmi un'idea precisa diquanto ivi soffrì il povero Corradino. Gli animali selvaggi furono però più compassionevoli verso di noi che non gli uomini per Corradino.

Proseguimmo la nostra strada e ci fermammo di nuovo per riposarci sulle rovine del palazzo romano, dalle quali il melanconico castello appariva ancora più bello e più espressivo nell'incerta luce del tramonto. La vista di numerose mandre che coprivano la spiaggia sin quasi a Nettuno, c'impensierì di nuovo: ve n'erano alcune sdraiate in riva al mare, altre salivano per ritornare, come è loro abitudine, al bosco, perchè cominciava la frescura della sera. Passammo innanzi a cento e cento corna gigantesche, ma gli stupendi animali non ci fecero alcun male perchè noi ci tenevamo rasente al mare, al disotto di essi; apparvero infine due bei butteri, i primi che avessimo incontrato, a cavallo, che galoppavano, con la lancia in pugno, lungo la riva, e la loro vista ci rinfrancò.

Felicemente raggiungemmo Nettuno e di qui, con un senso di compiacenza, contemplammo la strada percorsa ed il castello di Astura che a quella distanza, a quella dubbia luce emergeva come un cigno sulle onde del mare.

Da Terracina, dove avevo passato la Pasqua, volli scendere al capo Circeo, fosse pure per una breve visita. Capo Circeo giace a tre ore da questa città, benchè sembri, per la trasparenza dell'aria, molto più vicino. Il grandioso promontorio si innalza sulla lunga duna e lascia da per tutto un orlo di spiaggia, su cui si cammina come su di un tappeto di velluto.

Mi allettava assai l'idea di andare a piedi fino al capo, ma i pescatori di Terracina me ne dissuasero ed io non vi andai perchè non ero sicuro che la strada fosse libera da mandre di bufali. Questi pescatori erano stati rallegrati prima della mia partenza da una pesca eccezionale: essi stavano con altra gente sulla riva, quando i loro sguardi furono attirati da un oggetto che si alzava di tanto in tanto sulla superficie delleacque e che pareva attaccato ad una corda, fissa a sua volta ad un piuolo. Era una grossa testuggine marina che si era impigliata nelle reti: la povera bestia era rimasta gravemente ferita da un raffio, ed i pescatori l'avevano legata, come un cavallo, per una zampa, ed assicurata ad un palo. Essa faceva grandi sforzi per liberarsi e di tanto in tanto sollevava la testa, il collo e una parte del suo guscio rosso scuro, per respirare. Fu lasciata tutta la notte al suo martirio e la mattina seguente, quando partii per il capo, vidi dalla mia barca che era ancora nello stesso posto.

Avevo con me quattro barcaioli e un servo dell'albergo che aveva passato qualche tempo a S. Felice, sul promontorio e che doveva farmi da guida. In tutto, eravamo sei persone. Partimmo alle quattro del mattino: la luna chiara che discendeva verso occidente, spandeva nell'ultima lotta col giorno, un bagliore largo e dorato sul mare lievemente mosso. Fitte nebbie apparivano ad oriente, verso la palude di Fondi, e nascondevano le rocce di Sperlonga ed i promontori di Gaeta e di Mondragone. Anche il capo Circeo era cinto di un velo, squarciato solo sulla vetta.

Soltanto chi ha viaggiato per mare fra il tramontar della luna e il nascer del sole può aver sentito la gioia divina dell'imminentenuovo giorno. Il respiro continuo del mare che sale dall'irrequieto e vivo elemento, ha in sè il fremito primordiale della creazione. Perchè mai il mare sveglia in noi, anche visto in lontananza, o sentito nel ritmico palpito delle sue onde dalla riva, un desiderio così profondo, ansioso ed ignoto, come nemmeno le cime delle Alpi sanno svegliare? Forse perchè questo nostro piccoloiocolle sue piccole necessità e la coscienza della natura, destata per un attimo, si trovano in immediato contatto coll'Infinito e l'Eterno, con ciò che non ha storia, nè tempo, nè limiti, nè forma.

Avanzavamo rapidamente nell'aria fresca e serena, condotti dolcemente dal vento e dal marinaro e sempre più si andava svolgendo dalle brume il capo oscuro, col suo bianco paesello sulla punta e una torre grigia ai piedi, sul mare. Ma prima di approdare a questa, voglio dire due parole sulla storia delMons CirceusoMonte Circello.

Da lungo tempo il paese delle favole di Circe fu fissato su questo promontorio che invero, con la sua forma nettamente insulare, i suoi folti boschi, i suoi odorosi declivii, le sue grotte di stalattiti sul mare, costituiva un ambiente, per lo meno non disadatto, a far sorgere una favola magica di antichi navigatori. Il monte Circeo eranei tempi preistorici veramente un'isola, come oggi le isole di Ponza e come un tempo il Soratte. A poco, a poco e certamente molto prima dei tempi dell'Odissea, questa isola si riunì alla terra e divenne un capo. Gli antichi geografi riferiscono che su di esso giacque una città col tempio di Circe e con un altare a Minerva, dove era conservata la coppa di Circe in cui Ulisse aveva bevuto. Anche la tomba di Elpenore vi si mostrava, con i mirti che vi erano germogliati sopra.

La città di Circei, o Circeo, era volsca, come Anxur, oggi Terracina. I Romani la conquistarono e vi stabilirono una colonia che non fu certo mai grande e potente, ma per la sua posizione fu una delle più belle piazze forti ed inoltre un gradito soggiorno. Lucullo vi pose i suoi vivai e v'edificò una villa e Lepido, quando dovè ritrarsi dal consolato, venne qui a dimorare.

L'antica città scomparve in un'epoca incerta; forse fu distrutta dai Goti. Sulle sue rovine sorge l'attuale San Felice, costruita probabilmente intorno all'antica fortezza dalle mura ciclopiche. QuestaArx CircaeaoRocca Circeji, si trova spesso menzionata nei documenti e nelle storie medioevali; solo molto più tardi compare il nome di San Felice. In questo luogo nel secoloviiiera anche un vescovato. La fortezza diCirceo era considerata come la più importante fra quelle della spiaggia pontina. Si sforzarono di acquistarne il possesso la città di Terracina, i conti di Gaeta e quelli di Fondi; ma essa riconobbe la sovranità del Pontefice.

Al principio del secoloxii, quando i duchi normanni avevano in loro potere l'Italia meridionale, essi s'impadronirono anche di questa fortezza, ma solo per poco, perchè i papi salvaguardarono bene i loro diritti sulla terra di confine, su Terracina e sul promontorio che ne dipendeva. Sul finire del secolo, divennero padroni della rocca di Circeo i Frangipani di Roma che possedevano Astura e molti altri territorii sul Tirreno ed essi seppero sottrarla alla giurisdizione di Terracina, dopo un lungo assedio. Essi possedettero laRocca Circejiper lungo tempo; Ottone e Roberto Frangipani la diedero poi a Rolando Guidonis de Leculo, ma a questi Innocenzo III la ritolse per restituirla alla Chiesa.

Alla metà del secoloxiiii Templari divennero proprietari del promontorio, dove ancora durava la leggenda di Circe, figlia del Sole e dove si era mostrata la coppa di Ulisse, ilGraaldi questo antico monte incantato. Un documento del 3 maggio 1259 dice che Pietro Fernandi, maestro dell'Ordine dei Templari in Italia, per autorizzazionedel maestro generale Tommaso Berardi, assegnava al vice cancelliere Giordano in cambio del casale Piliocta (oggi Cecchignola, sulla via Ardeatina),il villaggio Sancti Felicis sul monte Circego, appartenente per diritto all'Ordine, ottenuta la approvazione della casa romana dei Templari sull'Aventino (oggi priorato di Malta). Era questi il medesimo cardinale Giordano che come governatore della Campagna romana e della Marittima, nove anni più tardi, compariva colle sue truppe dinanzi ad Astura per chiedere, in nome della Chiesa, ai Frangipani la consegna di Corradino, cosa che non potè ottenere, come è noto, disgraziatamente per l'ultimo degli Hohenstaufen.

Giordano era un nobile di Terracina, della potente casa dei Peronti. Egli riunì a Terracina la rocca Circea che rimase alla sua famiglia fino a tutto il secoloxiii, nel qual tempo passò agli Anibaldi di Roma, dai quali nel 1301 la ebbero i Gaetani.

La potenza di questa famiglia derivava allora tutta da Bonifacio VIII; suo nipote Pietro possedeva già le città volsce di Sermoneta e di Norma e una gran parte del territorio pontino, ricco di bestiame, da Ninfa al mare. Pietro Gaetani diede principio a questo ricco possesso—che i suoi discendenti godono ancora—coll'acquistodel capo Circeo. Lo acquistò con tutte le terre dipendenti e ancora i Gaetani portano il nome di San Felice, e insieme acquistò per 2000 fiorini d'oro il lago di Paola, da Riccardo Anibaldi, signore della torre delle Milizie in Roma. Da quel tempo i Gaetani possedettero la rocca Circea per 400 anni. In questo lungo periodo di tempo essa fu tolta loro una volta, ma per soli due anni, quando Alessandro VI li privò di tutti i feudi negli Stati della Chiesa per donarli al figlio di Lucrezia, al piccolo Rodrigo di Biseglia. Allora egli eresse Sermoneta in ducato, ma subito dopo la sua morte i Gaetani rientrarono nei loro possessi, e siccome erano anche conti di Fondi, il castello Circeo costituì la pietra di confine della loro signoria sul mar Tirreno. Dalla cima del loro palazzo a San Felice essi spaziavano con lo sguardo, entro il cerchio armonioso del panorama, sul loro feudo da Fondi fino ad Astura e dalle mura ciclopiche di Norba fino alla spiaggia pontina.

Nell'anno 1713 i Gaetani alienarono il capo Circeo, e il duca Michelangiolo lo vendette ai Ruspoli di Roma, insieme col palazzo Gaetani sul Corso che si chiamò d'allora in poi palazzo Ruspoli.

Nel 1718 il capo passò agli Orsini come dote di Donna Giacinta Ruspoli; ma siccomela Santa Sede si era riservato il diritto di riacquistare il feudo, gli Orsini dovettero venderlo nel 1720 alla Camera Apostolica per 100,000 scudi. Nel 1808, dopo 88 anni, fu venduto nuovamente, al principe Stanislao Poniatowski, e così un magnate polacco, ultimo della sua casa, divenne signore dello storico capo e lo tenne per 14 anni. La Camera Apostolica lo riscattò nel 1822 e con la caduta degli Stati della Chiesa passò alfine in proprietà dello Stato italiano.[9]

Questa è la breve storia del capo Circeo: intanto il sole si è alzato fra i monti di Gaeta e la luna è scomparsa nella luce. Il capo è apparso tutto scoperto dinanzi a noi, illuminato dal sole matutino con una luce tranquilla e tutto l'incanto è finito.

Poche cose nel mondo tollerano una troppo grande vicinanza, o piuttosto il rapporto della nostra immaginazione con esse non le sopporta. I monti, come gli uomini e le loro imprese, i grandi e la loro fama, hanno bisogno di un velo di luce e d'aria che li renda misteriosi alla nostra immaginazionee tenga lontana l'indagine critica; quanto più piccoli sembrerebbero essi se le loro leggende fossero d'un tratto demolite dalla vicinanza del tempo e cadesse l'illusione che li avvolge! Profondo è il simbolo dell'Iside velata!

Come appare magico e misterioso il promontorio Circeo guardato dalla lontana Astura, dai monti Volsci o da quelli Laziali, ed anche da Terracina, quando cade la sera! Ora invece mi appariva grigio e verde, simile a molti altri monti; spariva quella forma insulare che aveva assunto nella lontananza e lo vedevo scendere verso la pianura pontina con una larga striscia di terra. Le belle forme sparivano e profonde selve coprivano i suoi fianchi fino alla sommità, mentre questa da lontano sembrava rocciosa e nuda, scintillante di riflessi solari!

Prendemmo terra a Torre Vittoria, dove il piede del promontorio si perde sul lembo della spiaggia, senza però avere un luogo di approdo in forma di porto. Non vi erano pescatori, nè barche. La torre è un edificio quadrato, dicesi costruita dai Gaetani. La sua guarnigione è stata soppressa, come quella di tutte le torri marittime, alla caduta del governo pontificio. Serve ora di caserma ai doganieri ed anzi uno di questi appena ci scorse, scese le scale e vennea salutare i pescatori che ben conosceva, ed a verificare il loro passaporto. Lasciai i marinari sulla spiaggia e con la mia guida mi avviai verso San Felice. La posizione del villaggio e la piccola via che vi conduce mi hanno ricordato Capri. Ma il capo Circeo non ha null'altro, o ben poco, che lo faccia rassomigliare a quest'isola. Dopo un quarto d'ora di non faticosa salita sul declivio coperto di siepi e cespugli di mirto, mi è apparso il villaggio in una posizione veramente incantevole.

San Felice sta su una piattaforma naturale, abbastanza larga, al di sopra si levano pareti boscose, dinanzi si apre l'immensa distesa e sotto, nella profondità, il mare turchino. Il paesetto ha poche strade rettilinee ma strette, sormontate dal castello baronale ed una decorosa chiesetta. Di fronte al castello si apre la piazza o strada principale. Le case sono, per solito, di un piano e prive di qualunque pretesa artistica. Fui non poco sorpreso dal fatto che un villaggio così antico e separato dal resto del mondo potesse avere il carattere di un borgo aperto. Che San Felice occupi il luogo dell'antica Circea, non può essere posto in dubbio, perchè non c'è in tutto il promontorio un'altra superficie libera e piana su cui potesse essere edificata una città.

Qualunque traccia di antica storia è scomparsa. E' vero che il palazzo dei Gaetani occupa evidentemente il terreno già occupato da una rocca medioevale che prima del dominio di quei duchi dovette appartenere ad uno dei loro predecessori, ma questo castello baronale non era l'anticaArx Circejiche doveva stare invece su una rupe enorme dominante la città, al disopra della quale ancora si vedono resti di mura ciclopiche larghe cinque piedi, e molti blocchi di pietra. Mi recai a visitare questo luogo, persuaso che il palazzo Gaetani fosse stato costruito sulle rovine dell'anticaArx.

Questo castello ha la forma di un grosso dado, con un cortile spazioso che fu quello della fortezza. Nel centro di esso cresce un boschetto ameno di oleandri e di mirti. Contro una muraglia sono appoggiate le basi marmoree di sei colonne, unica antichità che abbia trovato a S. Felice. Invano ho cercato stemmi e inscrizioni medioevali sulle porte; di queste una sola aveva forma gotica. Dell'antica fortezza resta una torre quadrata, alla quale si appoggia l'edificio centrale, ma anch'essa è restaurata. Le parti adiacenti del castello baronale sono di costruzione posteriore all'epoca dei Gaetani che nel secoloxviiaggiunsero ad esso comodità e nuove bellezze per potervi passarequalche settimana. Il cambiamento radicale avvenne certo sotto Poniatowski.

Questi edificò nuovamente l'interno, stanze e saloni, e l'adornò di pitture. L'attuale deserta abitazione dovette essere allora un luogo delizioso, tale che il nipote del re di Polonia non avrebbe potuto trovarne uno più bello. Egli vi si recava spesso, quando lasciava Roma, dove possedeva la villa di fronte alla porta del Popolo; è stato davvero un benefattore di questo villaggio; lo ha migliorato, vi ha costruito una fontana ed una strada che va al mare, ed ha ricompensato sempre generosamente i servigi resigli.

Presso S. Felice il principe si fece edificare anche un casino, ora in completo sfacelo, come il giardino annesso. Questo casino sta sull'orlo estremo della piattaforma, sul mare, e costituisce il più seducente belvedere che abbia mai visto.

Come ho detto, Poniatowski vendette il capo Circeo nel 1822; vendette anche subito dopo la villa in Roma e la collezione di antichità, e si ridusse a Firenze, dove nel 1831 morì.

San Felice conta 1200 anime. L'agricoltura è la sua ricchezza, soprattutto le viti che coprono gli ultimi declivi del capo.

Furono sue industrie un tempo i vasi d'argilla e d'alabastro. Queste fonti di guadagnosono scomparse, pure la popolazione non mi è sembrato soffra grande miseria. Si trova nel paese un albergo, molto primitivo ed anche un caffè; avrei dovuto pernottarvi, se avessi voluto poi salire sulla vetta del promontorio, ciò che era mio desiderio, non tanto per visitare le antiche mura che si additano come resti del tempio di Circe, quanto per godere l'incantevole panorama. Dicono che di lassù, a 1900 piedi, quando l'aria è limpida e chiara, si vede il convento di Camaldoli che domina Napoli, e la cupola di S. Pietro di Roma.

Da San Felice si può comodamente salire sulla vetta del monte per sentieri rocciosi, fra folti cespugli: ci vogliono però alcune ore. Mi ero proposto di fare il giro intorno a tutto il capo, ma dovetti abbandonarne l'idea, perchè dalla parte del mare le rocce cadono a picco, non lasciando sentiero possibile sulla spiaggia. La distanza da San Felice fino al punto in cui la parte interna del capo trova di nuovo il mare, presso il canale di Paola, è di tre miglia ed eguale lunghezza ha il capo: la sua larghezza non è certo invece più di un miglio.

Lasciando San Felice presi dapprima un breve sentiero, assai comodo e agevole, poi scesi per il declivio della roccia giù al pianoboscoso e giunto ai piedi del capo, potei ammirarlo in tutta la sua forma. E' una grandiosa piramide, la cui vetta, nella sua estremità, si ripiega in alto, dal lato occidentale. Fin verso la cima è coperto di quercie e di cespugli, fra i quali qua e là spiccano masse rossastre di acute roccie. Le pareti s'innalzano spesso perpendicolari e sembrano sorreggere un tetto. Tutto il capo sembra un tetto spiovente; ma vi si distinguono dieci monti che portano nomi speciali. Nelle spaccature delle rocce crescono i palmizi nani. Molte palme che adornano il Pincio sono appunto cresciute sul capo Circeo.

Nella mia passeggiata ho attraversato un boschetto di mirti, lentischi ed eriche, che crescono qui arborescenti, ed ho visto alte quercie da sughero, sempre verdi e quercie tedesche. La quercia nordica, che da noi comincia assai tardi a inverdire, in questo clima è uno degli alberi più precoci. Le trovai, già perfettamente coperte di fronde, lungo il canale della Linea Pia, mentre l'olmo ne era quasi spoglio. Il bel bosco sul capo porta il nome di Selva Piana: numerosi greggi di pecore e armenti di giovenchi vi pascolano e danno al placido paesaggio un carattere solennemente idilliaco.

Per voler trovare ora su questo capo un luogo dove immaginare la valle e il palazzodella melodiosa dea Circe, è necessario pensare alla piattaforma stessa di San Felice o a questo gradevole e ameno declivio.

Qui troviamo, se non vere e proprie valli, almeno dei larghi fianchi montuosi dove è possibile collocare idealmente il castello incantato di Omero, colla sua ombrosa solitudine e insieme il suo aperto orizzonte. Qui cresce un'inesauribile flora. Vi crescerà forse anche la salutare erba Moly che Mercurio somministrò al paziente Ulisse:

brunaN'è la radice: il fior bianco di latte.

brunaN'è la radice: il fior bianco di latte.

Ma siccome anche l'eroe dice essere difficile che creature mortali possano coglierla, così i botanici dovranno rinunziare a scoprirla senza l'aiuto di un Dio.

La fantasia popolare non ha del resto stabilito alcun luogo come dimora di Circe, e la leggenda è rimasta qui più per il nome della maga Circe che per la favola stessa: essa non è che artistica ed archeologica. Qui si son fatti il concetto di una maga Circe come di una Loreley che attirasse e facesse arenare le navi. Mi hanno raccontato che essa era stata alfine sfidata da una nave straniera tutta di cristallo, sulla quale la maga non aveva potuto esercitare potere alcuno e che anzi era statapresa, rinchiusa nella nave e portata via. Da allora se ne erano perdute le tracce e credo che la potenza immaginativa di questo buon popolo lavoratore non sia andata oltre nella bella leggenda di Circe. La mia guida mi narrava con soddisfazione un fatto accaduto durante il suo soggiorno in San Felice ad una sentinella di guardia alla torre del Fico; a questa sentinella, di notte, era apparso un cane dagli occhi di fuoco ed aveva tracciato intorno a lei circoli magici.

Nell'uscire dallo splendido bosco, avevo alla mia destra il lago di Paola, a sinistra la spiaggia del mare e sopra, all'estremità del capo, una graziosa torre, la torre di Paola. Il lago appariva come un grigio e melanconico specchio d'acqua fra rive piane, un vero lago di maremma che s'internava per parecchie miglia dentro terra. Stavano sulle sue rive due chiesette chiamate San Paolo e Santa Maria della Surresca. In tempi remoti, il lago era unito al mare e formava una baia: ora la comunicazione è ristabilita per mezzo di un canale. Lucullo vi aveva una villa e famosi vivai. Anche nel medio evo fu luogo di pesca e di caccia all'anitra (l'anitra selvatica si chiama quifolaga) e solo per opera del tempo l'antico canale è andato in rovina. Innocenzo XIII fece costruire il casino e la chiesa che stanno ancora sul canale, sebbene abbandonatie quasi rovinati ed altre case anche fece costruire sulla sponda del lago, per i pescatori e ispettori e per magazzini. Oggi uno speculatore di Sperlonga ha preso in affitto la pesca del lago per la modesta somma di lire 7500 annue. L'ardente sole del mezzodì fiammeggiava sul lago plumbeo nella profonda e selvaggia solitudine delle paludi e dei boschi: appena gli alti giunchi e i tamarischi della riva si movevano; non una barca appariva sulla superficie tranquilla; questa quiete fosca e solenne aveva qualche cosa di favoloso.

Camminavamo lungo le case della riva, lungo il muro di un grande giardino che fu di Poniatowski, ora completamente abbandonato e selvaggio. Sulla porta di una casa sedeva la moglie di un pescatore con i suoi figlioletti che non apparivano punto pallidi di febbre, ma freschi e rosei, fra reti distese, stanghe e altri attrezzi pescherecci. Uscirono poi anche alcuni uomini e con loro il fortunato affittuario del lago, lo speculatore di Sperlonga; questi ordinò ad un ragazzo di farmi vedere i vivai. Salimmo allora su un sandalo, una specie di barca assai antica, di cui ho trovato menzione in vecchi documenti riguardanti le paludi pontine. Nel 1223 fu concesso il diritto all'abbazia di Grottaferrata di tenereduos sandalos ad piscandum in Lacu Folianensi.Il sandalo è il battello della palude, quadrato e piatto; le dimensioni variano secondo il bisogno. E' barca di carico e di tragitto insieme. Il suo nome ed il suo uso si son mantenuti dai tempi più antichi, e son dovuti certamente alla sua forma. In sandalo andavano i viaggiatori romani quando dalForum Appiisolevano fare una gita sul canaleDecemnovius. I vivai si trovano in vicinanza delle sponde e formano una serie di camere circondate da un reticolato.

Speravo di vedere il più raro acquario, ma fui deluso, nè in questi vivai, nè nell'antico bacino murato che ancora si usa, mi fu possibile vedere un sol pesce.

Dal lago andai verso il mare, lungo il canale di costruzione romana che è largo circa 30 piedi, ed ha argini in mattoni. Innocenzo XIII lo restaurò nel 1721. Cateratte massicce lo proteggono contro le onde del mare. Si aprono queste per lasciar passare i pesci e lì ne vidi alcuni. Una delle cateratte serve anche da ponte. Su questa trovai in muratura lo stemma dei Conti (aquila della Campagna e dadi sulla scacchiera) con sotto la seguente iscrizione, memoria di quel Papa della casa Conti:

«Quod Inter Mare Tyrrhenum Lacumque Circejum Pristino Aquarum Restituto Commercio Carolo Collicola Aerario Ac Rei Marittimae Praefecto Piscatorio Urbis Foro Fisci Rationibus ac Publicae Utilitati Providerit Anno Pont. Primo».

In mezzo alla solitudine selvaggia del capo Circeo, sul lembo estremo dell'antico dominio papale, questa iscrizione sul pallido marmo mi affascinò con tale forza storica, come se fosse di un passato molto più remoto e come se appartenesse alla stessa epoca della lapide che, nel palazzo municipale di Terracina, eterna la memoria del prosciugamento delle paludi pontine eseguito dal gran re dei Goti, Teodorico.

Lo spazio di dodici secoli che corre fra queste due iscrizioni, comprende quasi tutto lo sviluppo dell'Occidente dalla caduta dell'impero romano; è per questo che sembra così lungo... Ma che sono dodici secoli nella vita del mondo? Il tempo che corre fra ieri ed oggi. In altri luoghi si ha profonda coscienza del lavoro incipiente dello spirito umano; qui, nelle paludi pontine, il tempo invece appare piuttosto come una superficie eguale e senza interruzione che si estenda indefinitamente monotona.

Non ho mai sentito così bene quanto presto le cose umane divengono leggendarie, come dinanzi a questa iscrizione. Il dominio temporale dei papi che soltanto tre anni fa cadde per sempre, mi si presentava già come un mito sulla cui storicitàsi dovesse riflettere come su quella del dominio dei Goti. I papi hanno lasciato molte indelebili tracce nella terra che fu loro, dall'Etruria al capo Circeo. Quando la figura storica del cristianesimo sarà passata, quando i dogmi e il culto della Chiesa per le generazioni future avranno soltanto un interesse storico, come oggi per noi il culto di Ptah e di Osiride, allora si ricercheranno gli stemmi pontifici, le iscrizioni e i monumenti dei più potenti dei re-sacerdoti, che si chiamavano papi, e si farà ciò col maggiore interesse e col più vivo desiderio, molto più di quello che si faccia oggi per le iscrizioni dell'antichità; le rovine di San Pietro e del Laterano saranno allora per l'osservatore e per l'archeologo oggetto di maggior considerazione che non le masse gigantesche del Colosseo e le rovine dei templi e delle terme di Roma.

I papi sono riusciti a dare alle loro opere un vero sentimento di romanità: anche queste paludi lo provano. Dopo Teodorico, re dei Goti, furono Sisto V e Pio VI che ristabilirono la via Appia ed i canali pontini. Il Governo italiano, nella successione, si è assunto il compito di continuare i lavori e di fare anche di più; e per ora è passato così poco tempo dalla caduta deldominio temporale, che non è lecito movergli rimprovero se ancora nonha pensato alla sistemazione del porto di Terracina. Più urgente, invero, sarebbe la costruzione di quello di Brindisi, che aprirebbe all'Italia meridionale una nuova vita e la via del commercio con l'Oriente.

Basta dare uno sguardo alla baia di Paola che, protetta dal promontorio, si offre all'ancoraggio, per comprendere quale avvenire essa potrebbe avere. E' l'unico luogo, nel promontorio, dove sia possibile l'approdo. Qui sbarcò Ulisse:

Taciti a terra ci accostammo, entrammo,Non senza un Dio che ci guidasse, il cavoPorto e sul lido uscimmo...

Taciti a terra ci accostammo, entrammo,Non senza un Dio che ci guidasse, il cavoPorto e sul lido uscimmo...

Qui approdò Tiberio, venendo da Astura; qui approdarono i Saraceni che molte volte saccheggiarono la località. Si vede ancora la torre quadrata dei Gaetani, la torre di Paola, l'eroica torre che sostenne lotte accanite coi pirati del mare.

Essa si erge su una sporgenza della rupe, immediatamente sopra il capo. Il mare e il canale sono distanti solo pochi passi. Questo punto, presso la torre, era la mèta più ambita delle mie peregrinazioni. E' una solitaria marina, celebrata dalla leggenda d'Omero. La saracinesca è caduta; porte e finestre sono chiuse ed invano tentai penetrarvi. La pallida erba balsamica cresce sulle mura grigiee e glisteli del grano selvatico, inariditi dal salso vento marino, oscillano intorno, mentre le rupi luccicano, al di sopra, di muschi purpurei. Tutto è qui come immerso nel sonno. L'onda marina si frange rumorosa sulla riva silente in ritmi uniformi che tutto il presente seppelliscono nel silenzio e risvegliano nell'anima lontane imagini e lontani ricordi. Ogni tanto un falco si leva da un cespuglio di mirti e si libra sulla costa, emettendo un acuto strido, poi allarga lentamente i suoi cerchi sulla palude e sul mare.

Le dune bianche, abbaglianti racchiudono per parecchie miglia il limpido mare in una linea dolcemente arcuata, finchè si perdono nei vapori, verso Astura. Dietro si stendono paludi e boschi nereggianti, che nascondono altri laghi: il lago di Crapolace, quello dei Monaci e l'altro di Fogliano, simili al lago di Paola, ma senza porto.

Per quanto il mio occhio poteva spaziare lontano, la bella spiaggia mi appariva completamente deserta; nessuna traccia di greggi; sul mare nessuna barca; solo tre o quattro vele, lontane, verso Astura. In distanza appariva sotto il sole una torre: la torre di Fogliano o il castello di Astura. Si può andare fin là a piedi, o a cavallo, seguendo la spiaggia.Anticamente v'era la via Severiana che conduceva fino al capo, lo girava e giungeva a Terracina. Su questa si trovavano:Ad Turres,Circejos,Turres Albas,Clostra Romana,AsturaeAntium.

Dall'alto della torre di Paola si ammira la grande distesa del mare e le isole di Ischia e di Ponza che nettamente vi si delineano, sotto gli scoscendimenti delle rupi ed i massi grigio-rossastri che ricordano il Monte Solaro di Capri. Ridiscesi poi al lago e tornai per la medesima via a San Felice.

Dopo un digiuno di dieci ore, dopo la gita in mare e la passeggiata sotto il sole che già scottava, calmammo la nostra sete, la mia guida ed io, con gli squisiti aranci di questa regione.

La sala del caffè era gremita di abitanti del capo, parte dei quali alti e begli uomini, non vestiti però con costumi speciali. Me ne furono indicati alcuni che avevano servito sotto il papa, il che sembrava in certo modo essere considerato come cosa speciale e onorevole. Mi dissero anche che, prima dell'ultimo rivolgimento, le guarnigioni di tutte le torri del litorale, da Terracina a Porto d'Anzio, erano composte di sanfelicesi.

Un pescatore era intanto venuto ad aspettare o ad affrettare il mio ritorno; perchè,come avevo osservato dalla torre di Paola, il vento si era nel frattempo fatto più forte e il mare si era coperto di schiuma. Una gita di parecchie ore in mare, con quel tempo, non si presentava certo come una bella prospettiva!

Scendemmo per un sentiero fino alla spiaggia, dove apparivano alcuni ruderi antichi. Sarebbe stato veramente bello aver potuto passare in quel luogo alcuni giorni, arrampicarsi sulle rocce, visitare le belle grotte, vedere le torri del Fico, Cervia e Moresca che stanno sulle sporgenze estreme del capo. Camminando lungo la spiaggia riuscimmo di nuovo presso torre Vittoria e salimmo sulla barca:

E quei si rimbarcavano; e sui banchiSedean l'un dopo l'altro, e percotendoGían co' remi concordi il bianco mare.

E quei si rimbarcavano; e sui banchiSedean l'un dopo l'altro, e percotendoGían co' remi concordi il bianco mare.

Ci arrestammo un istante ad un miglio dalla spiaggia. La barca sembrava davvero un guscio di noce sul flutto irrequieto, ora avendo come sfondo l'orizzonte da un lato ed i monti dall'altro, ora sprofondandosi nelle liquide valli. Questa gita mi fece molto piacere, perchè non temo il mare agitato e non soffro punto il mal di mare. I rematori vogavano faticosamente, ma con arte consumata sapevano ora evitare, ora utilizzare abilmente le onde più grosse e piùalte. Allora capii veramente che cosa fosse una barca equilibrata e la nostra poggiava fissa e sicura sui suoi quattro remi, che insieme sembravano servirgli come braccia e come ancora. Era assai difficile avanzare e dopo più di due ore di lotta ci trovammo di nuovo di fronte a torre Badino.

Questa torre ed un casino lì presso indicano il luogo dove il Portatore, un braccio del canale pontino, si versa nel mare. Vi sono stati costruiti dei moli. I pescatori risolsero di mettersi sotto vento ed invece di continuare il faticoso viaggio, arrivare così a Terracina per il canale.

Alla foce del Portatore l'agitazione delle onde alte e grigie era assai forte: la nostra barca ne risentì la violenza con un forte beccheggio, ma presto, oltrepassato un ponte levatoio, ci trovammo in uno specchio d'acqua più che tranquillo, morto, nero, stagnante. Da quello entrammo nella Linea Pia che conduce direttamente a Terracina.

La Linea Pia è fiancheggiata da alti olmi, e sulle sue rive cresce la più ricca flora di gigli acquatici che abbia mai visto. In alcuni punti il canale era impaludato, o era completamente coperto di piante. A causa di questo tre marinai dovettero scendere dalla barca e tirarla dalla riva con una fune, a forza di braccia.

Per quanto ad ogni stagione la LineaPia venga sottoposta ad un ripulimento, essa è invasa di nuovo prestissimo dalla flora palustre. Il metodo per pulirla è semplicissimo: si caccia qua e là per il canale una frotta di bufali e si fa loro calpestare l'erba. Queste bestie si sforzano naturalmente di liberarsi e di guadagnare la terra ferma, non perchè temano l'acqua, essendo al contrario animali di palude, ma perchè la fatica necessaria per strappare e pestare le piante così intrecciate, stanca anche la loro possente muscolatura. Ma i butteri che li accompagnano, li respingono nel pantano colle loro lunghe lancie, ed altri tormentatori stanno dietro sui sandali e fanno lo stesso con delle aste puntute. Il giorno dipoi vidi, sulla via Appia, presso la stazione di Mesa, questa selvaggia scena palustre: è impossibile immaginare qualcosa di più singolare di quei mostri neri ammassati nel canale che, simili a un branco di cavalli del Nilo, agitano le loro teste possenti con le corna piegate all'indietro, sbuffano fuor dell'acqua, mentre faticosamente avanzano nuotando e calpestando.

Quanto più ci avvicinavamo a Terracina, tanto più il canale diveniva animato. Molti sandali tornavano carichi dalla città e su molti di essi sedevano uomini civilmente vestiti che sembravano passeggeri ed erano forse proprietarii di terre vicine.

Scendemmo dal battello al ponte, presso il grande ospedale militare ed io mi recai subito alla riva accanto all'albergo, per sapere qual fine avesse fatta la gigantesca tartaruga. Essa stava distesa su un carro a due ruote, legata con funi e accuratamente avvolta in scorze d'albero, quasi si fosse voluto preservarla da un raffreddore. Molta gente stava ad osservarla attentamente. Il guscio robusto era di un bellissimo color bruno con macchie nere; la testa pareva quella di un'aquila e perfino la bocca aveva la forma di un becco. Viveva ancora e guardava gli astanti con occhi spalancati pieni di stoica indifferenza; sembrava quasi volesse dire: «Tu sei una creatura più abominevole di me, o uomo, e cento volte più crudele e vorace del pescecane, tu che strappi alle profondità dei mari i suoi abitanti per seppellirli nel tuo stomaco, nella grande voragine e abisso del mondo vivente!» Nella notte la tartaruga doveva essere spedita al suo destino, cioè a Piperno, fra i monti Volsci, dove sarebbe stata poi venduta come cibo di magro.

Invito il lettore ad un'escursione attraverso il paese latino, da Veroli a Casamari, da Isola a Sora e ad Arpino, da Arce ad Aquino, da San Germano[10]a Montecassino, proprio mentre l'Italia centrale pullula di armati, mentre le Romagne hanno scosso il giogo pontificio, mentre gli animi tutti sono preoccupati dallaquestione romana.

Questa regione è la continuazione del Lazio; il Liri divide con confini naturali la Campania in due parti: quella romana è solcata dal Sacco che si getta appunto nel Liri sotto Ceprano ed è propriamente la campagna romana; l'altra metà, magnifica pianura fra l'Appennino ed i Volsci, è la Campania napoletana, dove scorre il Liri. Essa si estende veramente fino a Capua, ma i monti la circondano di fronte a SanGermano e la separano così dallaCampania felice. A Montecassino mi fecero osservare un giorno di lassù il castello di S. Pietro in Fine, e mi spiegarono questo nome con:in fine Latii; se non che l'erudito don Sebastiano Calefati mi fece riflettere chein finepoteva anche significare: al confine della giurisdizione della diocesi di Montecassino. Non intendo però entrare in una disquisizione geografica; scendiamo piuttosto tranquillamente da Veroli, per arrivare sulle rive del Liri in una bella giornata di ottobre, mentre un sole tepido splende sui campi tingendo i monti de' più bei colori dell'autunno, mentre dinanzi ai nostri occhi si stende la classica campagna attraversata dal fiume, il cui bel nome risveglia i pensieri più gentili, più soavi e diffonde un alito poetico per queste contrade.

Uscendo dalla porta dell'alto paese di Veroli e camminando lungo le sue mura mezzo rovinate, prima di scendere nella pianura, per la prima volta mi si spiegò dinanzi la regione che volevo percorrere. Alla mia destra erano i campi di Ceprano, il ponte ove Manfredi fu tradito e più in là la catena azzurra dei Monti Volsci; alla mia sinistra i monti maestosi di Sora, volti verso gli Abruzzi e pieganti verso il Liri. Ma ciò che sopra ogni cosa attrasse la mia attenzionefu la vetta di un monte, o per dir meglio la linea bianca che lo coronava. Era Arpino, la patria di Cicerone e di Mario. Produce profonda impressione il vedere per la prima volta, e per di più in modo confuso e ad una certa distanza, un luogo che segna due grandi epoche e di cui ci è noto il nome sin dall'infanzia. Mi ritornarono così alla memoria infiniti particolari dell'età giovanile: il mio pensiero si riportò ai banchi della scuola dove ci veniva spiegato Cicerone, si riportò allo stesso volume stracciato e stampato su cartaccia grigia delle sue orazioni ed al tuonante ed indimenticabileQuousque tandem Catilina?Ed ora mi trovavo proprio dinanzi alla patria di Cicerone, dinanzi a quell'Arpino che non avrei sperato o sognato di veder mai.

Non essendovi altra strada carrozzabile all'infuori di quella sotto Casamari, e tutta questa regione latina non avendo altro mezzo di comunicazione con i paesi finitimi se non la Via Latina che porta a Capua, dovetti scendere di cavallo per percorrere lo scosceso sentiero che va fino a Veroli.

Tutti i borghi all'intorno, per la massima parte più antichi di Roma, appartenendo all'epoca di Saturno sorgono su colline rocciose, neri e cupi d'aspetto, rimasti da secoli e secoli quali erano un tempo. I contie i feudatarii del medio evo vi avevano fabbricato in ognuno il loro castello che sorge tuttora, abbandonato e deserto, dimora dei soli gufi. Il colono vi coltiva anche oggi, soggetto ad un principe romano o ad un convento, la vite, l'olivo, il granturco e la sua condizione, per quanto non sia più servo della gleba, non è in fondo affatto mutata. Per il Lazio, regione saluberrima, non vale la ragione dello spopolamento dei dintorni di Roma, l'influenza cioè della malaria. Fa impressione percorrere una contrada che da lungi appare come un paradiso e poi non è che un deserto pittoresco, coltivato solo qua e là a granturco, un deserto di aridi campi, popolati unicamente di ginestre e di asfodeli, su cui i falchi svolazzano con ampi cerchi. Si rimane stupiti di non trovare una popolazione florida e ricca, città fiorenti ed al vedere solo qua e là gruppi di meschini abituri sulle alture. Gli abitanti del Lazio, bella, buona e forte razza di uomini, sono rimasti in uno stato assolutamente primitivo; il loro modo di vivere, i loro costumi, i loro bisogni non subirono mai la menoma variazione e se uno de' loro antenati tornasse oggi al mondo, non troverebbe forse al suo paese altro di nuovo all'infuori dell'uso, del tabacco, dei fiammiferi e della polvere da sparo. Tutti quei castelli conservanosempre i loro nomi: Veroli, Pofi, Arnara, Bauco (Babucum), Ripi, risalgono alla più remota antichità. Li troviamo menzionati nei documenti delixexsecolo coi loro nomi attuali, con le stesse chiese, con i loro conti e giudici, per lo più di stirpe longobarda; non saprei citare un sol luogo di fondazione posteriore.

Il sole del pomeriggio splendeva ancora ardente su quegli aridi campi, quando entrai in un'orribile strada, in un sentiero, a malapena praticabile per i muli che conduceva al monastero di Casamari. Passai dinanzi ad un casolare solitario dove si era fermata una comitiva di gente venuta da Veroli, fra cui alcune ragazze, vestite per bene che stavano danzando e scherzando: tutto ciò produceva in quella solitudine una gradevole sensazione; si sarebbero potute paragonare ad uno stormo di garruli uccelletti in una cupa foresta. Proseguii quindi per una buona strada fiancheggiata da olivi e da vigneti ben coltivati, il che rivelava un possesso tenuto con un sistema di coltura molto diverso da quello dei dintorni. Presto ne scoprii la ragione; incontrai una compagnia di pellegrini che tornavano dal celebre convento di Casamari, gli uomini col bordone in mano, le donne portando sulla testa panieri di provvigioni, vestiti tutti nella pittoresca foggia dei monti latini.

Più volte avevo udito parlare di questo convento e mi era anzi stato vantato con quello di Fossanova, come il più bello di tutto il Lazio; soprattutto come una vera meraviglia di architettura gotica; ora finalmente me lo trovavo di fronte, mole grandiosa di severi edifici, dalla tinta grigia, sorgenti solitari sul sottostante altipiano, tra i quali emerge il vertice della chiesa del monastero. Tutto questo è circondato da un cortile con una porta maestosa di stile romano che dà accesso ad un porticato, che ricorda assail'arcus deambulatoriidei ricchi monaci medioevali; accanto scorre un ruscello, l'Amaseno, ombreggiato da melanconici pioppi: tutto ha l'aspetto di un deserto silenzioso e arso dal sole.

In genere i monasteri al dì d'oggi hanno un non so che di desolato, di morto, come di cosa che non risponde più all'indole dei tempi. Qui invece nulla è mutato; l'atmosfera morale di vari secoli addietro, sopravvive; i monaci continuano a salmodiare, a pregare, a tacere, a lavorare come in passato, rivestiti degli stessi abiti, negli stessi locali, con la stessa monotona uniformità. Tutto è andato mutando nella storia del mondo, ma fra i monaci di Casamari nulla è cambiato; ad essi basta che durino la chiesa, i vescovi e il papa in Roma. Nulla nei dintorni ha un aspetto diversodall'ieri: Veroli, Pofi e San Giovanni sussistono tuttora come una volta, con le loro chiese e i loro santi e i pellegrini continuano come prima a battere alla porta del monastero. Essi non hanno più da temere i Saraceni, nè i baroni rapaci, nè i condottieri; vivono però in continua angustia per la rivoluzione, che finirà col tornar loro più fatale dei Saraceni e dei masnadieri medioevali, poichè da quelli non avevano da temere che l'incendio o il saccheggio, mentre da questa dipenderà la loro esistenza. Inoltre i beni dei monasteri sono diminuiti e con ciò resta inceppata l'azione esteriore alla Chiesa. In realtà un tal convento è come una cronaca in pergamena dove le vecchie miniature rivivono come fantasmagorie.

Il nome di Casamari è stato erroneamente spiegato incasa amarae così erroneamente lo spiega pure il Westphal, nella sua opera sulla Campagna romana, alludendo alla regola severa dei fratelli della Trappa, cioè dell'assoluto silenzio prescritto ai monaci che vi abitano.

Sembra invece più giusto farlo derivare daCasae Marii, case di Mario, perchè la badia fu eretta in unfundus Marii, ossia in un antico possedimento del famoso eroe di Arpino.

Così vuole la tradizione e così pure affermail Rondinini, che scrisse: «Monasterii S. Mariae et Sanctorum Joannis et Pauli de Casaemarii brevis historia, Romae, 1707».

Il monastero venne fondato da alcuni abitanti di Veroli nel 1036. Primi ad occuparlo furono i benedettini. Ma nel 1152 Eugenio III v'installò i cistercensi che posseggono anche il bello e vicino convento di Trisulti; Federico II con un atto del 1221, datato da Veroli e che tuttora esiste, confermò i monaci di Casamari nel possesso de' loro beni; ma i suoi soldati distrussero il monastero allorchè l'imperatore la ruppe con Roma.

La storia di Casamari non offre nessuna particolarità: non fu che il solito continuo succedersi di guerre, di distruzioni, di ricostruzioni, alle quali andarono più o meno soggetti del pari tutti i monasteri. Nessun personaggio illustre uscì dalle sue mura. Casamari non ha avuto una storia propria come la vicina Fossanova, di cui il Muratori pubblicò una cronaca. Non ha avuto neppure le ricchezze di Trisulti, sebbene possegga ancora vari beni nella Campagna romana. Il suo maggior vanto consiste nella sua meravigliosa chiesa, di cui fu iniziata la costruzione nel 1203, proprio quando l'architettura gotica cominciava a venire introdotta in Italia.

Entrando nel cortile che precede la chiesa provai un disinganno: la facciata cui si accede per un ampia gradinata, il vestibolo a foggia di porticato, promettevano assai poco. Trovai in questo vestibolo una statua di Pio VI e una lapide in onore di Pio IX, per aver questi ristabilito il patrimonio del monastero. Ma appena entrato nella chiesa provai una grata sorpresa trovandomi in un tempio a tre navate, vasto, di proporzioni armoniche, bello, chiaro, ad archi a sesto acuto, con il coro separato solo da una cancellata, il tutto di una semplicità elegantissima.

L'armonia dell'architettura, la semplicità dell'edificio, la tinta tranquilla del travertino, lo stile gotico del mio paese, non potevano produrre in me impressione migliore; il mio occhio, abituato da vari anni alle basiliche di Roma col loro soffitto piatto ed alle chiese a cupola sovraccariche di ornamenti di tempi posteriori, non poteva a meno di trovare nel gotico uno stile architettonico nuovo, svelto, imponente per la fusione della ricchezza con la semplicità, dell'arditezza con la grazia, della forza con la sveltezza, per l'armonia di tutte quelle parti che concorrono a costituire un complesso bello, raro e sorprendente. Abituato a vedere chiese piene di sculture, di ornati barocchi e pesanti, di pitture,d'iscrizioni, di tombe, di altari, questo tempio, dove nulla era di tutto ciò, mi parve bello, semplice, veramente fatto per l'esercizio del culto di una religione pura ed immateriale.

Nessun'imagine, nessuna nicchia, nessuna cappella, un unico altare sotto un tabernacolo a cupola, il tutto come nelle antiche chiese cattoliche tedesche trasformate in templi protestanti. Casamari pareva appunto una di quelle. Non ricordo di aver visto mai in Italia altro edificio di stile gotico di così bella semplicità. La navata centrale ha sette archi a sesto acuto, sostenuti da fasci di colonne; al quinto arco trovasi la cancellata che separa il grazioso coro; al di là non v'è nessun ornamento bizzarro, nessuna statua; soltanto dietro il cancello, a fianco dell'altare, due grandi vasi, con piante di amaranto in piena fioritura che fanno un bell'effetto in quel luogo semplice e imponente.

Solo la chiesa è di stile gotico; le altre parti del monastero sono invece di vero stile romano. Il cortile è un ampio quadrato, con archi semigotici, interrotti a metà da due colonne: in complesso è tutt'altro che bello. La sala del capitolo è abbastanza strana: il suo gotico pare volgere allo stile moresco, la volta è sostenuta da quattro fasci di otto colonne sullacui estremità ottangolare poggiano gli archi a sesto acuto, partendo dal mezzo della parete ove terminano con un fantastico capitello. L'alternarsi poi di pietre bianche e nere accresce l'originalità del colpo d'occhio.

Vidi solo pochi monaci che passeggiavano silenziosi su e giù e non mi volsero mai la parola. Un frate laico mi recò una brocca d'acqua e sentendo che venivo da Roma mi chiese che cosa vi fosse colà di nuovo e dove si trovasse in quel momento Garibaldi. Il nome longobardo di questo prode capitano del popolo risuonava sopra ogni bocca al confine del regno di Napoli, come tanti secoli prima vi risuonarono quelli, parimenti longobardi, dei duchi Garibaldo, Grimoaldo, Romualdo e Gisulfo di Benevento. La figura di lui, popolare anche colà dove provocava timori anzichè speranze, pareva avere un'influenza veramente magica e non dovevo tardare ad averne la conferma nel napoletano.

Nel medio evo correvano per la Campagna i nomi di Nicolò Piccinino, di Fortebraccio da Montone, di Sforza d'Attendolo e di altri capitani di ventura, divenuti famosi per cento scorrerie, battaglie e conquiste di città. In realtà però non erano che audaci briganti e le loro gesta guerresche furono per l'Italia peste obbrobriosa:l'eroe popolare di oggi, Garibaldi, ha invece consacrato la spada e la vita al riscatto della patria sua.

Montai nuovamente a cavallo, per continuare il mio cammino, quando il sole al tramonto tingeva con le sue più belle tinte i monti di Arpino. Dal monastero al confine napoletano non v'è più di un'ora di strada. Fa sempre un particolare piacere trovarsi in un paese di confine. Là dove i popoli, gli stati confinano, si trova un carattere intermedio, una certa vivacità di spiriti: gli abitanti dei confini generalmente stanno in guardia, gli uni contro gli altri, mentre gli uomini che vivono nel centro degli stati diventano facilmente indolenti, ai confini sono sempre irrequieti, mobili, avidi di novità, furbi e infidi, perchè sempre in contatto coi forestieri. Un nuovo orizzonte si apre davanti ai loro occhi, li spinge ad investigare, a paragonare, li rende proclivi al biasimo, alla critica. Il passaggio da uno stato ad un altro produce sempre una singolare incertezza; per questo la dea Fama abita più volentieri al confine, come nella vita sospetto e invidia sono per lo più demoni bastardi di un confine morale.

Non tardai ad arrivare alla dogana romana, solitario casolare lungo la strada, dove le guardie di finanza ammazzavano il tempo fumando il loro sigaro. Di là,dopo aver percorso una strada attraverso ad un terreno coltivato a vigneti, giungemmo al vero confine, segnato da una semplice pietra. Il dio Termine congiunge qui pacificamente il territorio di Roma e quello di Napoli, non divisi neppure da un fosso.

A breve distanza dal confine sorge il primo villaggio del napoletano, Castelluccio e poco al disotto di questo, quello amenissimo d'Isola, che giace in una vaga isola del Liri. Folti gruppi di alberi in una valle ombrosa annunciano la vicinanza del fiume; graziose ville, opifici industriali, sorgono in mezzo al verde e la campagna, mirabilmente coltivata, mostra la fertilità e la ricchezza che hanno sede generalmente dove sono grandi corsi d'acqua. E sopra questi ricchi campi, in una regione ondulata, s'elevano belli e maestosi, a poca distanza, i monti di Sora. Questo tratto di paese, illuminato dal sole cadente, mi ricordò la Conca d'oro di Palermo; ha comune con essa la seria maestosità delle montagne e la fertilità delle pianure; se non che, invece del mare, si vede in questi campi il Liri o Garigliano[11]che scende rumoroso dall'Abruzzo, come il giovane Apolloe disseta romani e napoletani, per aprirsi poi il cammino tra i monti Volsci e scender placidamente alla riva del mare.

Quando si varcano i confini della sacra repubblicadi S. Pietroper entrare nel Regno non bisogna aspettarsi piacevoli impressioni, poichè bisogna confessarlo, gli abitanti dello stato pontificio conservano anche oggi tracce dell'antica grandezza romana, hanno un non so che di grave, di riflessivo, di misurato, una disinvoltura ed una franchezza di contegno, una facilità di parola, una certa generosità di tratto, ereditate dai tempi antichi. La costituzione stessa dello stato della Chiesa, dove il potere assolutamente monarchico, poco traspare, la mancanza di un governo civile accentrato e quella, non abbastanza apprezzata dai romani, di un esercito permanente, le franchigie municipali garantite per anni ed anni, da trattati e da statuti locali (annullati la prima volta dalla repubblica francese e più tardi, sotto la restaurazione, dal cardinale Consalvi), finalmente la mancanza di una dinastia ereditaria; tutte queste cose contribuirono a mantenere, fino ad un certo punto, negli stati della Chiesa sentimenti repubblicani. Entrati nel territorio napoletano invece tutto muta aspetto ed il cambiamento non torna certo a vantaggio di quest'ultimo!La natura grave dei romani scompare ad un tratto; il dialetto diventa barbaro e incomprensibile; gli uomini appaiono meno forti, meno generosi ed invece più importuni, ma al tempo stesso paurosi. Vi abbondano soldati, poliziotti, spie e doganieri di un governo sospettoso, malsicuro, illiberale; nessuno qui può parlare come la pensa, cosa poco piacevole per un napoletano.

Ad Isola v'è una bella cascata d'acqua, una splendida vegetazione, praterie freschissime; ma trovai anche la dogana. Dovetti farvi una lunga fermata e perdervi del tempo per colpa di sei poveri volumi. Eccettuato unOrazio, tutti gli altri erano libri di storia medioevale, libri innocentissimi, come ognun vede: ma gl'impiegati di dogana non ne comprendevano il titolo. Lamentarono, a dire il vero, con me la morte di Humboldt, quasi fosse riuscita dannosa alla cultura intellettuale di Napoli; lodarono l'istruzione della Prussia, dove le opere filosofiche sono familiari a tutti; ma conclusero che i miei sei volumi erano merce di contrabbando, che dovevano spedirli al capoluogo, all'ufficio superiore, dove mi sarebbero stati certo restituiti dopo un paio di giorni. Non potei fare a meno di far loro notare che altrimenti si faceva nella mia Germania, dove si cerca di agevolare agli studiosiil modo di viaggiare e non si creano loro imbarazzi e aggiunsi che trovavo addirittura barbare le loro leggi di dogana. Mi rallegrai meco intanto di aver avuto la precauzione di non recare a Montecassino i miei manoscritti, perchè altrimenti avrei corso il rischio di perdere il frutto del lavoro di qualche anno. Tale è la sorte che in questo beato regno può toccare ad uno straniero che viaggi occupandosi tranquillamente di gravi studî sul medio evo. Quale proibizione più assurda, più barbara di questa dell'introduzione dei libri? Finalmente mi fu possibile persuadere l'impiegato, in fondo persona gentilissima, a lasciar passare i miei poveri volumi senza mancare affatto al suo dovere. Per giustizia accennerò ora quanto più liberale sia il governo pontificio: allorquando feci ritorno da Montecassino con gli stessi libri, con altri che mi aveva donato don Luigi Tosti e coi materiali raccolti e con questa merce di contrabbando mi presentai al ponte di Ceprano, l'impiegato della dogana pontificia non fece che gettarvi sopra un rapido sguardo e con gentilezza somma, mi disse: «Passate pure, signore».

Avendo così perduto un tempo prezioso, non potei quasi vedere Isola al tramonto del sole, perchè già la notte scendeva. Questo paesetto giace in una bella isola delLiri, ombreggiata da molte piante. All'estremità dell'isola le acque del fiume, dal colore dello smeraldo, si precipitano impetuose come da una cascata. Sopra all'isola sorge una rupe, alta circa 80 piedi, sulla cui cima torreggiano le rovine di un antico castello. Si ode da lungi il rumore delle acque e avvicinandosi, la vista è rallegrata e dal fiume stesso e dai molteplici canali che vi si versano, dopo aver irrigato giardini, popolati da stupendi platani e pini e ricchi della meravigliosa vegetazione dei paesi meridionali quando sono bagnati dalle acque.

Qui il fiume è già ingrossato, perchè poco sopra riceve il tributo del Fibreno; nè serve solo a rendere fertili i campi, poichè dà moto anche a parecchie fabbriche di panni e di carta che danno lavoro a varie migliaia di operai e diffondono così il benessere e l'agiatezza nella regione.

Così Isola come Sora sono paesi industriali e la buona strada che li congiunge è fiancheggiata da opificî, da villini e da giardini. E' un'oasi di meravigliosa coltivazione sorta dal principio di questo secolo; e rallegra il trovare finalmente in queste regioni, tanto belle e tanto trascurate, lo spettacolo dell'attività umana.

Mi recai, al chiarore della luna piena, a Sora che dista appena un'ora di strada, su di unochar-à-banc, come si chiamanoqui i curricoli napoletani, con parola francese, poichè l'uso di questi carretti a un cavallo comincia già qui e come a Napoli il povero ronzino vien spinto al galoppo a furia di frustate. La luce della luna rendeva ancor più bella quella strada, di per sè già così suggestiva e tutte quelle costruzioni moderne, poichè la prosperità di Sora e d'Isola non risale che al principio di questo secolo; essa produce oggi una profonda impressione in chi viene dalle provincie romane, dove tutto è antico, dove tutto appartiene al papato, alla storia, dove le cupe ed oscure città sorgenti sui monti risalgono ai tempi di Giano e di Evandro.

Le fabbriche attuali, per lo più di carta, costruite grandiosamente e secondo i migliori sistemi moderni, debbono la loro origine ai francesi del tempo di Murat e principalmente a un certo Le Febvre che, venuto qui povero, trovò sulle sponde del Liri un vero Eldorado, riuscendo a trarre l'oro puro dalla forza delle sue acque. Lasciò a suo figlio queste fabbriche ed alcuni milioni. Il re di Napoli, credo Ferdinando II, accordò a questa famiglia il titolo di conti, titolo che essa invero aveva ben meritato; poichè una contrada poco coltivata deve al talento inventivo di quello straniero la sua ricca vita che non scomparirà più, anzi probabilmente aumenterà.

La vista di quanto possa l'umana attività riesce sempre di grande soddisfazione, anche dove frequenti ne sono gli esempi, come in Inghilterra, in Germania, in Francia; ognuno immaginerà quindi l'impressione che suscita in chi visita il regno di Napoli, dove, purtroppo, una tale attività è rara.

La cartiera Le Febvre del Liri e l'altra del Fibreno, sono due grandi edifici. E' un piacere vedere quella folla di operai intenta a fabbricare, direi quasi a fondere la carta; giacchè tutta quella pasta liquida scorre quasi fosse un denso fiume di latte e passando su cilindri riscaldati, si svolge in una bianca striscia senza fine, pronta ad accogliere il pensiero dello scrittore. Iddio ha certo creato il mondo ad un dipresso come il signor Le Febvre crea la carta, abbandonandolo alle dispute degli uomini. E' impossibile vedere scorrere quel candido fiume senza pensare a tutti i molteplici usi ai quali serve questa maravigliosa materia che domina la vita e che si chiama carta. Quella striscia bianca che si svolge dinanzi ai nostri occhi vedrà poi la luce, stampata coi prodotti del genio o della stoltezza, nelle scienze o nelle arti, o sotto forma di giornali, di cambiali autentiche o falsificate, di carte costituzionali, di partecipazioni di lutto o di gioia, di sentenzedi morte, di trattati di pace, di opere drammatiche, di passaporti, di opuscoli politici destinati a far rumore, come in questi giorniLe Pape et le Congrès, di carte da gioco, di fotografie, di lettere amorose e in tante altre forme che uniscono o separano la vita!

Presso Isola fui ospitato in una villa, il cui cortese proprietario mi condusse nel parco del Conte, parco che può gareggiare benissimo con quelli delle ville romane. Certo, i principi Doria o Borghese potrebbero invidiare al conte Le Febvre l'abbondanza delle acque che non devono essere procurate con l'arte, poichè un braccio del Fibreno attraversa il suo bosco, precipitandosi dapprima di scoglio in scoglio con piccole cascatelle e allargandosi poi in un placido e delizioso laghetto. Le sue sponde sono ricche di splendide piante, di ameni prati; vi sono viottoli ombrosi, angoli solitari, fiori in abbondanza; questo parco è, in una parola, un piccolo Tivoli, è un paradiso delle Ninfe, dove sarebbe un vero incanto passeggiare, riposare, leggendo e fantasticando liberamente.

Arrivai a Sora, città vescovile e la prima del regno di Napoli da questa parte, prima delle dieci della sera e trovai alloggio in un buon albergo. In questo luogo vicinissimo allo stato della Chiesa vidi chiaramentecome il confine politico diventa ben presto anche confine dell'uso e della lingua. Il cameriere mi offrì una lista di cibi, i cui nomi a Roma sarebbero apparsi incomprensibili, e non mancò di darmi deldon.

Il mattino dipoi trovai che Sora è un paese moderno, discretamente pulito, con buone strade e tutt'altro che privo di industrie e di commercio. Sora è posta sul Liri che svolge le sue acque verdastre fra alti pioppi, simile in ciò ai fiumi della Germania. Un ponte di legno lo attraversa; le sue rive hanno luoghi deliziosi e la sua campagna è fertile, ben coltivata svariatamente a giardini ed a vigne, attraversata da buone strade che portano ai paesi vicini.

Sora è situata in perfetta pianura, nella valle del Liri, circoscritta a distanza dai monti. In qualche punto il piano si restringe ed esce dalla catena un contrafforte. Immediatamente sopra la città si erge un monte di forma piramidale, alto, ripido, di aspetto severo, di roccia nera, selvaggio e nudo; sulla sua cima stanno le rovine pittoresche dell'antica rocca, chiamata Sorella, rovine non meno cupe del monte. Sora riposa tranquilla e idillica all'ombra di questa piramide naturale, tutta moderna di aspetto, sebbene sia un'antica città volsca che non ha mai mutato nome. Essa col tempo divenne sannitica, quindilatina, infine romana. Nel periodo romano vi nacquero i tre Deci e il famoso Attilio Regolo e ne sortì la gente Valeria, alla quale appartenne l'oratore Quinto Valerio; e poi Lucio Mummio: nomi sufficenti ad illustrare la città.

Durante il medio evo anteriore si trova ricordata Sora quale città di confine, più volte sorpresa e saccheggiata dai duchi longobardi di Benevento. Probabilmente allora era bizantina. Posseduta quindi da varî duchi di razza longobarda, finì per passare in potere dell'imperatore Federigo II che la distrusse. Più tardi appartenne ai conti d'Aquino, divenuti signori della maggior parte del territorio fra il Liri ed il Volturno. Carlo d'Angiò nominò conte di Sora un Cantelmi, parente degli Stuart ed Alfonso d'Aragona eresse Sora in ducato di cui primo signore fu Nicolò Cantelmi. Ma i papi frattanto non avevano mai cessato di aspirare alla signoria di questa bella regione e la ottennero sotto Pio II che conquistò Sora per mezzo del suo capitano Napoleone Orsini. Re Ferdinando I di Napoli confermò il possesso, ma Sisto IV ne privò la Chiesa nel 1471, investendone suo nipote Leonardo della Rovere, allorquando questi sposò la nipote del re. Più tardi, nel 1580, Gregorio XIII acquistò Sora dal duca di Urbino per suo figlio don GiacomoBuoncompagni: pochi furono i nipoti in Roma che ricevettero così cospicuo dono. Il territorio rimase in potere dei Buoncompagni-Ludovisi fino alla fine del secoloxviii. In questo tempo tornò al regno di Napoli, e di quello splendore del nepotismo romano non rimase in Roma che il palazzo di Sora e il titolo di duca di Sora, titolo che ancor oggi porta il figlio primogenito del principe Ludovisi-Piombino.

Mentre i della Rovere possedevano Sora, nacque colà un uomo illustre, Cesare Baronio, l'ultimo uomo di grandi meriti di questa contrada. Per quanto incantevoli, melodiose e pittorescamente irradiate dal sole, le sponde del Liri, ombreggiate da lunghe file di pioppi, non produssero mai un genio poetico, un Orazio, un Ovidio, un Ariosto; produssero invece famosi uomini di guerra e grandi oratori, e veramente per i retori è questo un ambiente favorevole alla creazione delle immagini e dei tropi per l'inesauribile eloquenza di questa natura.

Cesare Baronio nacque il 31 ottobre 1538. Lo si può considerare come il Muratori della Chiesa, di cui scrisse gli annali dalla nascita di Cristo all'anno 1198. Nel 1588 fu pubblicato il primo volume della sua opera, in cinque parti, compilata con i materiali degli archivi vaticani, lavoro veramentegigantesco, cui si può ricorrere utilmente, in molte parti, come a fonti originali, specialmente per i primi e più oscuri secoli del medio evo; ma libro di cui convien far uso con molta prudenza, poichè a quell'epoca gli studî storici non erano così innanzi come lo divennero in seguito è quindi opera informata a spirito illiberale ed ingiusto, frutto cioè di uno dei periodi più ardenti della reazione cattolica contro la riforma. Dagli oratori suoi compaesani Baronio non prese nè il sale attico, nè l'urbanità, nè lo spirito di discussione filosofica, nè la purezza della lingua. Non gli fa difetto però una certa ampollosità ciceroniana ed una certa maestosità che risalta ancora maggiormente accanto alle opere del Rainaldo, del Laderchi e del Theiner, suoi continuatori. Egli fece i suoi primi studî a Veroli, poi a Napoli e a Roma dove fu discepolo di quel santo assai originale che fu Filippo Neri; visse anche, come monaco, nell'Oratorio da questi fondato in S. Maria della Vallicella. Fu cardinale e dopo la morte di Clemente VIII, poco mancò che non ottenesse la tiara; ma, punto ambizioso, volle che fosse collocata sulla testa di Leone XI de' Medici, amico suo. Morì due anni dopo, il 30 giugno 1607. Venne sepolto nella chiesa dell'Oratorio di Roma. Il Baronio rimarrà sempre una gloria dellastoria ecclesiastica e la sua gigantesca opera sarà sempre meritevole di ammirazione.

Voglia ora il lettore gettare ancora uno sguardo su quell'altura di dove abbiamo preso le mosse e dove si scorge sempre Veroli. Chi non conosce, o non ha mai udito parlare di un'opera italiana intitolata «Del beneficio di Cristo?» Pubblicata nel 1542 in Venezia in grande quantità di copie, diffusa in molteplici traduzioni, dopo trent'anni era divenuta già irreperibile, tante erano state le mani che ne avevano fatto ricerca per consegnarla alle fiamme. Udimmo, pochi anni fa, che inaspettatamente se n'era scoperto un esemplare in una biblioteca di Cambridge e venne di poi ristampata in Inghilterra, in Germania e in Italia. Aonio Paleario di Veroli fu l'autore di quel celebre scritto ed io voglio porlo a fronte di Baronio, suo contemporaneo e quasi suo concittadino, essendo nati in località distanti appena due ore l'una dall'altra. Paleario non morì cardinale; dopo di aver trascorso tre anni nelle prigioni dell'Inquisizione, fu tratto alla forca e bruciato nel 1570.

Non si riesce oggi a comprendere come un uomo abbia potuto essere giustiziato per aver intrapresa, con la coscienza di un santo, la giustificazione della dottrina di Cristo. Leggendo oggi, dopo alcuni secoliquello scritto soave e pio, fondato unicamente sui precetti dell'Evangelo, vien quasi fatto di dubitare se sia proprio vero che per esso l'autore abbia potuto essere condannato al rogo da cristiani.

In quel tempo venne anche giustiziato Carnesecchi, amico di Clemente VII. Era il tempo dei riformatori italiani di Giovanni Valdez, di Bernardino Ochino, di Vergerio, di Paolo Ricci, di Antonio Flaminio; il tempo in cui anche cardinali come il Contarini, il Morone, il Polo, venivano citati innanzi l'inquisizione. Le fiamme del rogo che arsero Aonio, eccitarono lo zelo di Baronio ed i suoi annali della Chiesa ne risentono, perchè scritti alla loro luce.

La città di Sora e tutti i paesi del confine napoletano rigurgitavano di soldati, perchè all'intorno si stava stendendo un cordone militare. Sulla piazza erano disposte artiglierie da montagna; lancieri correvano al galoppo per ogni dove e poco dopo il mio arrivo giunse da Capua il settimo reggimento di linea che riempì tutte le strade di baionette. Trovai che la fanteria aveva molto migliore aspetto della cavalleria ed osservai, particolarmente tra gli ufficiali, dei bellissimi tipi di uomini. Tanto la cavalleria però, quanto la fanteria erano vestite di una tela di un colore tra il bigio e il turchino che faceva assai brutta figura.Il luccicare di tutte quelle baionette, quelle fisonomie abbronzate, gli abiti coperti di polvere, la ressa alla porta delle caserme, le grida di comando, davano l'idea di una piccola guerra. Così io qui m'imbattevo nella questione romana. Quelle truppe erano avviate verso gli Abruzzi. Nel pensare a un nemico, esse non potevano concepirlo che nelle persone di Vittorio Emanuele o Garibaldi. Correvano le notizie più strane, più contraddittorie, gli uni assicuravano che Garibaldi si trovasse di già negli Abruzzi, gli altri che i francesi fossero in marcia verso Ceprano. La completa segregazione di Napoli, la mancanza di giornali, di ogni mezzo di pubblicità, favorivano la diffusione di tutte queste voci, tanto più che tutti quegli apparecchi accennavano positivamente a probabilità di guerra.


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