IL CASTELLO DEGLI ORSINIA BRACCIANO(1870)

Proseguendo il mio viaggio, incontrai truppe in ogni luogo e durai fatica a prestar fede a miei occhi, quando, nel tornare da Arce, presso il ponte di Ceprano, trovai gli avamposti stabiliti sulla strada come se il nemico fosse già alla frontiera. I romani ridevano di cuore di tutto quell'apparato guerresco.

«Non vi potete fare un'idea—mi si diceva in Ceprano—della paura che i napoletani hanno di Garibaldi; giorni sono abbiamoavuto qui una festa religiosa e, come si usa dappertutto, abbiamo sparato i mortaretti e lanciato dei razzi; sapete di che cosa furono capaci questi napoletani? Dettero il segnale d'allarme con gli squilli delle trombe ed il rullo dei tamburi in Arce e Isola». «Che cosa ve ne pare—mi disse un'altro—di questi napoletani? Se potessimo disporre di cinquecento uomini soltanto, arriverebbero senza ostacoli a Napoli, ma bisognerebbe che fossero buoni parlatori; sapete!».

Quest'ultima frase, prettamente italiana, ci dà una giusta idea della natura delle persone.

Le truppe intanto avevano occupato i loro quartieri ed io mi misi in cammino per recarmi alla patria di Mario. Il carretto che mi portava correva a precipizio ed anzi, presso il ponte, gittò a terra una donna. Gridai, ma fortunatamente la poveretta si rialzò subito e il mio vetturino continuò a sferzare, bestemmiando, il suo ronzino. Per andare da Sora ad Arpino, conviene ripassare per Isola; prendemmo colà due signori di Arpino che lungo la strada furono molto loquaci, forse perchè evitai di parlare di politica; ma appena giunti in città, fecero, prudentemente, le viste di non aver veduto mai il forestiero.

In vicinanza di Sora passammo pressoil convento, già famoso e ora rovinato, di S. Domenico. Sorge in un'isola del Fibreno o Carnello, nome questo, che assume poco prima di sboccare nel Liri, in una località bellissima, ricca di piante dove sorgeva la villa che vide nascere Cicerone e suo fratello Quinto.

Questo S. Domenico fu un santo del secolox, contemporaneo di S. Nilo e di S. Romualdo nato a Foligno nel 951, fu monaco benedettino a Montecassino sotto l'abate Aligero; fondò parecchi monasteri nella Sabina, e nel 1011 questo, aderendo alle preghiere del conte Pietro di Sora, di stirpe longobarda ed esistono tuttora i documenti di quella fondazione. Domenico vi fu abate, e vuole la tradizione che Gregorio VII vi sia vissuto qual monaco benedettino.

Quante volte non avrà quell'uomo grande e singolare passeggiato fantasticando sotto i pioppi dell'isola di Cicerone; certo però non si sarà mai immaginato di dover vedere un giorno un imperatore ai suoi piedi in atto di penitente e di dover sostenere in Roma ed anzi nella storia del mondo, una parte ben più importante di Mario o del debole Cicerone.

Nonostante la memoria di Gregorio, la disciplina andò rilassandosi fra i monaci di S. Domenico; al contatto di quella splendida e voluttuosa natura, non è facile, ancheai monaci, non cedere all'umana fragilità; e non a torto provvedeva Benedetto confinando i suoi nella severità di monti selvaggi. Onorio III nel 1221 riunì per sempre il monastero di S. Domenico,hortus deliciarum, come lo qualifica nella sua bolla, a quello di Casamari. Rimase così disabitato per cinque lunghi secoli, finchè Clemente XI vi installò i trappisti, che finirono poi per riunirsi a quelli di Casamari. Finalmente Ferdinando II donò S. Domenico al Capitolo della basilica vaticana che oggi ne ricava un esiguo reddito. La chiesa, di stile gotico, è quasi completamente rovinata e nulla vi è di notevole nel convento; il solo ricordo di Cicerone invita ad arrestarsi in quel luogo.

Ivi Cicerone, Quinto ed Attico si trattennero in quei colloqui che ci rimangono ancora nei tre libri,de legibus. Da Arpino, passeggiando lungo il Fibreno, pervenutiin insula quae est in Fibreno, vollero fermarsi per riposare, discorrendo di filosofia. Attico non riusciva a saziarsi di ammirare la bellezza del luogo e Cicerone, narrando che spesso vi si recava a pensare, a leggere, a scrivere, disse che trovava in quella località una particolare attrattiva, perchè era la sua culla,quia haec est mea, et huius fratris mei germana patria; hinc enim orti, stirpe antiquissima, hic sacra, hic gens, hic majorum multa vestigia.Aggiunge che quella era già stata proprietà dell'avo suo, che suo padre, malaticcio, di cui fa un grand'uomo, vi era invecchiato negli studi e che alla vista di quel luogo natio, comprendeva il sentimento di Ulisse, che preferiva l'aspetto d'Itaca alla stessa immortalità. Riconosceva che Arpino era sua patria comecivitas, ma che propriamente apparteneva all'agro Arpinate, ed allora Attico descrisse le bellezze dell'isola circondata dalle acque del Fibreno, che andavano a rinfrescare quelle del Liri ed erano talmente fredde, che a mala pena vi si poteva immergere il piede. Sedettero allora per trattenersi intorno alle leggi, e noi oggi possiamo figurarci più volentieri il gruppo di quei tre personaggi togati, eminenti per istruzione e per urbanità, che non i monaci in tonaca, coll'ispida barba, contemporanei di Gregorio VII, in pieno secoloxi, nell'epoca della maggiore barbarie, della maggiore decadenza di Roma. Quale sorpresa non avrebbero provata Cicerone, Attico e Quinto se avessero potuto vedere i Romani dell'undicesimo secolo!

Cicerone nacque fra questi pioppi del Fibreno, di cui sentiamo sempre con piacere il mormorio delle foglie agitate dal vento. Ma a che parlare della sua stupenda culla a coloro che non potranno forse mai gettareuno sguardo su questa campagna smaltata di fiori, rallegrata da una continua primavera? Quale stupendo panorama di monti tutto all'intorno, quali tinte calde non si perdono nei vapori dell'orizzonte!

Cicerone fu figlio della pianura, non dei monti; egli, spirito vasto, radunò in sè quale fiume potente tutti i ruscelli dello scibile suo contemporaneo. Mario invece fu figlio delle montagne, nato proprio in Arpino, fra le mura dei ciclopi, dove vogliamo salire.

Ho veduto pochi terreni così frastagliati e parlanti come questa patria di Cicerone; sorgenti, canali, ruscelli ad ogni passo e di tutte le tinte; ed in mezzo a tutto ciò, il rumore dei molini, le grida dei lavoratori dei campi, ed il fracasso del nostrochar à bancche correva sempre a precipizio.

Passammo nella pianura, dinanzi a parecchi casini e vaghi giardini; quindi, lasciata la valle del Fibreno, prendemmo a salire il monte per una bella e comoda strada, dalla quale si gode una nuova vista, affascinante per la varietà, sulla lontana campagna di Roma e la pianura di Pontecorvo. Sora dista da Arpino sette miglia, di cui quattro corrono in salita in una regione coltivata ad oliveti, lasciando sotto il Liri. Man mano che si sale, diminuisconole case, e raramente se ne incontra una lungo la strada.

Giunsi finalmente ad Arpino verso un'ora dopo mezzodì ed entrai in città per l'antica porta romana.

La patria di Cicerone e di Mario conta attualmente 17,000 abitanti. Le sue vie sono strette, la piazza piccola, ma non fanno difetto case di signorile apparenza. Del resto, la città è morta e non vi si scorge indizio di attività industriale. In quasi tutti i paesi intorno a Roma esistono chiese antiche; Arpino non ne possiede alcuna, quantunque anticamente la sua cattedrale fosse un tempio dedicato alle nove Muse; ora invece è dedicato agli Angeli, come se vi fosse stato bisogno della musica celeste di questi per far tacere per mezzo del cristianesimo i canti pagani delle nove vergini sorelle dell'Olimpo.

Arpino è divisa in due parti; la città vecchia, sul punto più elevato dove sorgeva l'antica rocca, e la città propriamente detta che si stende ai piedi del ripido pendio del monte. Questa divisione è antichissima, ed è una caratteristica distintiva di tutte quante le antiche città volsche e latine. Del resto, le mura ciclopiche, scendenti dall'altura su cui sorgeva la rocca, provano che la città moderna è fabbricata sulla stessa area dell'antica, ed anche la porta dellacittà è di origine ciclopica. Le mura sono in tutto simili a quelle di Segni e delle altre antiche città del Lazio. In generale sono ben conservate, specialmente nella parte più alta, cui si accede per una ripida strada scavata nel tufo calcareo, fiancheggiata da oliveti che scendono fino alla parte bassa.

Lassù sorgeva la rocca ciclopica, e nel medio evo il castello dei conti longobardi. Esiste ancora una vecchia torre rivestita di edera; sono vicino ad essa quelle mura di giganti che non si possono guardare senza stupore. E' ancora in piedi una bella porta ciclopica e le mura formano un quadrato attorno alla rocca. Le porte per solito finiscono in un arco a sesto acuto, o tozzo, come quelle di Alatri, di Segni, di Norba; questa invece è di stile quasi gotico, se non che esiste tuttora il macigno che serviva di chiave alla volta e non è possibile che abbia assunto la presente forma in seguito a rovina accidentale. Le pareti sono formate di sei ordini di macigni, collocati tre per tre; la larghezza della porta è di otto passi, la sua profondità interna di sette e l'altezza di circa quindici piedi. I macigni, di tufo calcareo porosissimo, sono di forma quasi quadrata.

Di là scendono le mura con dolce pendenza, come a Segni, interrotte qua e làda una porta quadrata di stile etrusco, o da torri medioevali di guardia. L'edera le ricopre; nelle loro fessure crescono olivi selvatici e arbusti fioriti. Il loro aspetto, cupo e severo, riporta ai primitivi tempi italici, coi quali comincia la storia del Micali. «Nei primi tempi regnò in Italia Giano, quindi Saturno, il quale fuggendo dalla presenza di suo padre Giove dalla Grecia, si ricoverò nella città di Saturnia. E siccome rimase in Italia nascosto (latuit), ne venne a quella regione il nome diLatium».

Gli arpinati sostengono che la loro città è stata fondata da Saturno (non vi è città latina che non lo voglia per fondatore) e che vi sia stato sepolto; a conferma di ciò mostrano ai viaggiatori presso la Porta dell'Arco un antico sepolcro colossale battezzato per «Tomba di Saturno». In una iscrizione moderna della città alta si leggono le parole seguenti, che, a dire il vero, non peccano di soverchia modestia: «Arpinum a Saturno conditum, Volscorum civitatem, Romanorum Municipium, Marci Tullii Ciceronis eloquentiae Principis et Caji Marii septies consulis patriam ingredere viator; hinc ad imperium triumphalis aquila egressa urbi totum orbem subjecit; ejus dignitatem agnoscas et sospes esto».

Del resto, si può perdonare questo sentimento di orgoglio municipale ad una vecchissima città che ospitò Saturno e fu patria di Mario e di Cicerone. Lo stemma attuale di Arpino consiste in due torri sormontate dall'aquila di Giove o delle legioni romane.

Si può concedere al canuto Saturno di riposare in quella tomba colossale, ma la ingenuità degli arpinati passa ogni limite quando mostrano al forestiero la casa di Cicerone. Mi condussero, infatti, in un angolo della città antica, dove erano una cappella ed alcune casipole ed indicandomi una specie di stalla tutta nera, addossata ad una di quelle, mi dissero:—Ecco la casa del famoso Cicerone!—

Sostai per riposarmi sulle mura ciclopiche, godendo la vista splendida della campagna latina che da quell'altura tutta scoprivo. Il monte di Sora mi apparve di là quasi una piramide d'Egitto accanto al Nilo; la città era immersa nell'ombra proiettata dal monte e si poteva seguire il corso del Liri, fra i monti maestosi che lo fiancheggiano. Si scorgevano pure la Posta, dove nasce il Fibreno, i Sette Fratelli dedicati ai figli della Felicità, dove il monaco Alberico ebbe la famosa visione che precedette quella di Dante, dando probabilmente origine al poema diquesti. Parecchie città e castella si staccavano biancheggianti sull'azzurro dei monti; si scorgevano Veroli, Monte S. Giovanni, Frosinone, Ferentino ed a fianco un monte piramidale, di forma strana, su cui sorge Rocca d'Arce; ed un altro su cui campeggia nel cielo la torre solitaria e scura di Monte Negro. Tutti questi paesi rimontano ai tempi di Saturno e stando su queste mura ciclopiche ricoperte di edera su cui sono passate migliaia di anni, si gode un maraviglioso spettacolo.

Su queste mura stesse si arrampicava un giorno il giovane plebeo Caio Mario, all'epoca in cui tutti i popoli, dalle Calabrie al Liri ed al mare Adriatico, erano insorti per la conquista dei propri diritti civili, e di là il giovanetto tendeva lo sguardo verso il Lazio, verso quella gran Roma, cui erano rivolti nelle provincie i pensieri di tutti quelli che anelavano all'operosità, alla fortuna. E questo ciclopico Arpino deve considerarsi quale culla adatta al sanguinario Mario, vera culla di gigante, la cui terribile e rozza natura porge un non so che di titanico, posta a contatto a quella aristocratica di Silla che con arti volpine gli attraversa continuamente la strada ed arresta costantemente il corso della sua fortuna.

L'atmosfera di Arpino è impregnata dimemorie di Mario e di Cicerone. Qui ci si trova in una delle sorgenti della storia; qui si visitano, con la stessa soddisfazione che reca nell'ordine fisico la loro ricerca, le fonti modeste, da cui ebbero origine i grandi fiumi che diffondono nel loro corso la fertilità e la vita. La scienza di Cicerone si può veramente paragonare al fiume più maestoso della letteratura antica, accresciuto durante i secoli del medio evo ed a cui ancora oggi si ricorre con frutto; merito questo però che non diminuisce affatto la sua vanitá, nè la sua debolezza di carattere. Mario, invece, fu uomo di grande energia ed il suo nome segna un'epoca nella storia di Roma e dell'impero, quando si pensi alla grande spinta da lui data a Roma ed al mondo. Senza di lui non sarebbe sorto l'impero; ed Augusto, Tiberio, Caligola, tutta quella serie di despoti, possono dirsi aver avuto origine da Mario ed essere stata Arpino la caverna del drago, da cui uscì l'impero romano.

La figura africana di Giugurta, la sua fine terribile nelle prigioni del Campidoglio, i Cimbri ed i Teutoni, che profetizzarono in certo modo la caduta di Roma per opera delle razze germaniche, la terribile guerra civile, la figura asiatica di Mitridate, Mario nascosto nelle paludi di Minturno, Mario profugo, seduto sulle rovine di Cartagine,Mario vecchio di settantadue anni che entra trionfante a Roma, l'uccisione dei fautori della proscrizione e, cosa strana, la morte tranquilla di un tal uomo; tutto ciò mi passava dinanzi come una lanterna magica e si accordava meravigliosamente col paesaggio. Poi ripensavo a Cicerone giovanetto, quando l'altro era canuto; alla caduta della repubblica preparata dalla guerra civile tra Mario e Silla, alla quale aveva assistito e attorno a Cicerone sorgevano le immagini degli oratori, degli uomini di stato più distinti della morente repubblica; le figure di Pompeo, di Cesare, di Antonio, di Ottaviano, di Bruto, di Cassio, di Catone, di Attico, di Agrippa e, finalmente, il ricordo della testa sanguinolenta di Cicerone stesso, esposta su quella tribuna, teatro un dì della sua splendida eloquenza.

La fantasia del mio lettore potrà completare questi ricordi storici, conseguenza naturale del luogo dove io mi trovavo; chiunque avrebbe pensato le stesse cose, trovandosi solo, dove sorgeva la rocca di Arpino.

Nello stesso modo che esistono punti elevati dai quali si scopre tutta la vista di una campagna, vi sono punti dai quali appare tutto il panorama della storia.

Arpino è uno di questi punti e nel discendere da quell'altura mi tornava in menteil passo di Valerio Massimo, in cui è riassunta concisamente, ma esattamente, la natura e la vita di Mario.

«Da questo Mario, da questo Arpinate d'infima condizione, da quest'uomo tenuto in Roma come ignobile, da questo candidato poco meno che dileggiato, sorse quel Mario che soggiogò l'Africa, che trascinò il re Giugurta avvinto al suo carro, che debellò le orde dei Teutoni e dei Cimbri che entrò ben due volte sul carro del trionfo in Roma che fu sette volte console e che da proscritto diventò promotore di proscrizioni. Vi fu mai altra vita che, al pari della sua, abbondasse di tanti contrasti? Di lui si può dire che fu tra gli infelici infelicissimo, tra i fortunati fortunatissimo».

Il rozzo Mario e l'astuto Silla con la sua fisonomia pallida, col suo aspetto effemminato, svogliato, sprezzatore di tutto, e dominatore nel tempo stesso di ognuno e di tutto, accompagnati dalla fortuna, sono due delle figure storiche più caratteristiche dell'antica Roma.

Intanto, sulla piazza di Arpino, la cosa cui meno si pensasse quel giorno, 4 ottobre, era certo la storia romana; poichè ricorrevano l'onomastico del re Francesco II ed il genetliaco della regina sua consorte ed i ritratti della giovine coppia reale stavano esposti in una specie diloggia del palazzo municipale e così si ammirava l'immagine di una graziosa principessa bavara, di una figlia di quei Teutoni e di quei Cimbri vinti un giorno dal terribile Mario. Sulla stessa piazza sorge un grande edificio, nella cui facciata stanno entro apposite nicchie i busti di Mario, di Cicerone e di Agrippa, poichè anche quest'ultimo, secondo i buoni Arpinati, nacque nella loro città. Sotto i busti si legge questa iscrizione:Arpinum a Saturno conditum Romanorum Municipium, M. Tullii Ciceronis, C. Marii, M. Vipsanii, Agrippae Alma Patria. Quest'edificio si chiama Collegio Tulliano e lo occupano i gesuiti. Le finestre erano tutte aperte e si vedevano i padri con la loro sottana nera prendere parte anche essi alla festa. Sulla piazza sonava una banda vestita in modo arlecchinesco e si gridavaViva il Re!La banda si mosse ed andò solennemente incontro al giudice che prese posto dietro non già rivestito di toga color porpora, ma in marsina nera e coi guanti; al suo fianco stavano il sindaco e il primo eletto pure in abito nero. Si gridò di nuovoEvviva il Re!ed il corteo si recò alla cattedrale. Alla sera vi fu concerto, o per parlare più esattamente, vi fu un chiasso diabolico sulla piazza, a cui si dava il nome di concerto; si accesero anche fuochi artificiali,o per dir meglio razzi e si spararono mortaretti, come nelle feste ecclesiastiche.

Non voglio dimenticare che Arpino vanta anche una celebrità moderna, un pittore, Giuseppe Cesari, conosciuto sotto il nome diCavalier d'Arpino. Come Cicerone e Mario, questi si recò a Roma a cercarvi fortuna e vi dipinse, fra le altre cose, la grande sala nel palazzo dei Conservatori, dove fece gli affreschi che rappresentano fatti della storia romana; le sue pitture murali, pregevoli particolarmente per il colorito, sono ritenute fra le migliori della fine del secoloxvi. La cattedrale di Arpino possiede una sua bella Madonna.

Partii da Arpino su unochar à bancper recarmi a Montecassino. La strada scende per una collina tutta coltivata ad olivi. Si gode la vista del vicino territorio romano, e si passa sotto l'alto Monte S. Giovanni accanto al Liri la cui acqua verde si scorge qua e là fra i pioppi.

La regione, montuosa a sinistra, è quasi deserta; di quando in quando appare un'antica torre medioevale, come quella di Monte Negro, od un dirupato castello come quello di Santo Padre. Si arriva sopra un'altura che divide le acque del Liri da quelle del Melfa e si passa in vicinanza di Fontana e di Arce, senza però toccarle. Quest'ultimo borgo ha veramente l'aspettodi una fortezza inespugnabile e tale infatti fu ritenuta durante il medio evo; però fin lassù riuscirono ad arrampicarsi e ad impadronirsene i Provenzali di Carlo d'Angiò così agilmente come gli zuavi dei nostri tempi. La caduta di Arce sgomentò tutte le città ghibelline del regno e fu preludio alla sconfitta di Manfredi.

L'antica rocca dei Volsci sorge su una rupe alta, scoscesa, dove ancora ne rimangono le vestigia, attorniate da mura ciclopiche, mentre la città moderna si stende sul pendìo del monte. La disposizione di tutti questi paesi è identica; in alto la rocca, al disotto la città. Nella rocca si rifugiavano nel medio evo gli abitanti della città e delle campagne, quando erano minacciati dalle scorrerie degli Ungheri e dei Saraceni dell'Africa. Non è possibile percorrere le sponde del Liri, soprattutto la ridente pianura di Aquino, senza ricordare il terrore che vi portarono una volta i Saraceni. Per ben trent'anni essi funestarono le contrade fra il Garigliano o Liri e Minturno, facendo scorrere per la Campania, la Tuscia e la Sabina, saccheggiando e distruggendo i monasteri di Montecassino, di S. Vincenzo al Volturno, di Subiaco e di Farfa, riducendo in cenere gli archivi e le biblioteche, perdita questa irreparabile. Solo nell'agosto del 910 poterono esser cacciati, da una lega italo-bizantina,per opera dell'energico papa Giovanni X, e un papa si ornò della gloria di essere stato il salvatore d'Italia.

Al disotto di Arce vi è una dogana, denominata le Muratte; ivi mi fu chiesto il passaporto, ma fortunatamente non mi fu visitato il bagaglio. Avevo però preso la precauzione, con l'aiuto del mio auriga, un giovane arpinate molto svelto, di nascondere accuratamente nella carrozza un libro, ed il manoscritto del mio giornale di viaggio che cavammo in trionfo fuori dal loro ripostiglio non appena la dogana fu oltrepassata. Da ogni parte si vedevano truppe che non disdicevano su questo antico teatro di guerra; nel vederle il mio pensiero correva sempre più a ricordare gli eventi storici di queste stupende contrade, poichè qui appunto ha principio il territorio storico dell'Italia meridionale. All'inizio del medio evo era ripartito in tre gruppi, gli stati longobardi di Benevento, Salerno e Capua; il dominio bizantino delle Calabrie e le repubbliche marittime, di Napoli, Amalfi, Gaeta e Sorrento. Tutte queste regioni passarono in seguito in possesso dei Normanni. Mentre tutti questi diversi elementi, longobardi, greci, imperatori germanici, papi, repubbliche, saraceni, erano fra di loro in continua lotta, la storia dell'Italia meridionale diventa veramente un caos. L'infernodi Dante non può dare che una debole idea di tutti gl'intrighi, le passioni, i delitti che si muovevano in questi stati, in queste corti. Purtroppo la storia di quei tempi manca ancora, essa è un labirinto. Montecassino ne possiede sempre molti elementi nelle sue collezioni di diplomi, particolarmente riguardanti Gaeta. La rinomata opera di Giannone, pregevolissima per ciò che riguarda l'ordinamento civile, e quello della giustizia, non sempre è esatta nel rimanente e non corrisponde più all'attuale progresso della scienza.

Arrivammo al ponte sul Melfa che ha conservato l'antico suo nome e che è ancora, in ottobre, quasi asciutto nel suo ampio letto bianco e sassoso. Si pretende che esso abbia segnato una volta la linea di confine fra gli stati della Chiesa o ducato di Roma e il ducato longobardo di Benevento; ma la cosa è tutt'altro che certa; sembra anzi assai più probabile che allora, come oggi, il Liri dividesse i due stati. Stavano accampati vicino al fiume, attorno ad un mucchio di fieno, dei soldati di cavalleria.

Poco dopo passato il ponte, comincia l'estremo Lazio, la bella campagna di Aquino e di Pontecorvo, irradiata dal sole, ed attraversata dalla magnifica strada che porta a Capua. Alla sua sinistra si leva la catenadegli Appennini, di cui si scorgono la vetta del Cimarone ed i borghi di Castello, di Rocca Secca, di Palazzuola, di Piedimonte; più in là sorge il monte Cairo, mèta della nostra gita. Già si scorgevano gli edifici grandiosi e le cupole di Montecassino, l'Atene del medio evo, faro della scienza nella cupa notte di quei tempi. Colà Paolo diacono scrisse la sua storia dei longobardi.

A destra della pianura apparivano le cime azzurre dei monti Volsci, di natura identica a quelli di Segni e di Gavignano, e poi S. Giovanni Incarico, Pontecorvo, il piccolo territorio pontificio già possesso di Bernadotte e più lontano Oliva, Rocca Guglielma ed altri villaggi. Il Liri qui corre ai piedi dei monti, attraversa campi deliziosi che sembra non voler lasciare mai, perchè allunga la sua strada con mille sinuosità; ad ogni passo accoglie il tributo di un ruscello o di un torrente e le sue acque risplendenti ai raggi del sole, sono veramente meravigliose. Con qual diletto non dovettero soggiornarvi i Saraceni! Certo essi non trovarono mai sponde più amene nè sul Guadalquivir, nè sul Sebeto, nè sul fiume Ciane. Molti popoli dopo l'epoca romana funestarono questo paradiso: i Visigoti con Alarico ed Atalulfo, i Goti valorosi di Totila e di Teia, gli Isauri, gli Unni, i Sarmati, i Greci; le orde terribilidi Leutari e di Bucellino, i docili Longobardi che finirono coll'occupare tutte queste terre, col coltivarle e farle rifiorire, gli Arabi, gli Ungari, i Normanni, i Francesi, gli Spagnoli, i Tedeschi; tutti si accamparono qui e vi combatterono; tutti apparvero in questa Campania felice, chiave del regno di Napoli.

Più lontano noi scorgiamo anche i monti di fronte a S. Germano, su cui sorgono Rocca d'Evandro (propriamente Bantra), S. Elia, S. Pietro in Fine, sui quali emerge l'alto Aquilone. La maggior parte di questa bella pianura apparteneva alla diocesi di Montecassino e parecchi di questi paesi, di queste città, debbono al monastero la loro esistenza.

Questa parte estrema del Lazio non ha la severa grandiosità della campagna romana; le sue tinte sono più calde, più dolci, più meridionali, infine, la sua coltivazione è assai più rigogliosa, nè vi sono tante colline.

Essendo giorno di fiera a S. Germano, incontrammo per strada molti contadini, vestiti come nella valle del Sacco e ciociari coi sandali. Le donne però, anzichè il busto portavano un morbido panno con nastri sulle spalle e due vesti di cui quella superiore fatta a grembiale: questo modo di vestire fa una graziosa figura.

Qui, invito il lettore ad abbandonare la strada di Capua ed a piegare a destra, verso Aquino che giace in mezzo alla pianura. E' piacevole attraversare la linea recentemente ultimata fino a questo punto della strada ferrata di Capua che non può venire ancora esercitata poichè, se il governo napoletano si affrettò a compierla sul suo territorio, quello pontificio è ancora arretrato sul suo, avendo appena oltrepassato Albano.[12]

In un quarto d'ora, attraverso a campi coltivati a granturco, si giunge ad Aquino. Questa città, importante ai tempi dei Romani, è ora un borgo lungo e stretto, su cui emerge solo un campanile. La sua posizione, su di un ruscello, non ha nulla di speciale, senonchè bellissimi per ricchezza e per frescura di vegetazione sono i suoi dintorni e stupendo è il panorama che vi si gode. Esistono ancora presso il paese alcune rovine della città romana, avanzi di porte, di mura, reliquie dei templi di Cerere e di Diana; in complesso però nulla di notevole. Presso il ruscello sono le rovine di una chiesa del secoloxi, S. MariaLibera, basilica a tre navate, sulla cui porta si scorge ancora una Madonna in mosaico, opera bizantina ben conservata. Vicine le une alle altre sorgono così le rovine dell'Aquino romana e dell'Aquino medioevale; a queste due epoche appartengono le celebrità della città.

Aquino si può vantare di aver dato i natali a uno dei meno famosi imperatori romani, a Pescennio Nigro che vi nacque in umile condizione come Mario. Prode soldato, si distinse quale generale in Siria; dopo l'uccisione di Pertinace vestì la porpora, ma la dovette cedere presto all'africano Settimio Severo che lo sbalzò dal trono e lo fece prima imprigionare, poi decapitare. Maggior gloria procurarono ad Aquino due altri suoi figli. Sono due tipi che rappresentano due epoche e che si possono l'uno all'altro contrapporre, come le rovine di un tempio romano a quelle della basilica di S. Maria Libera. Quale maggior contrasto, infatti, di quello che passa tra Giovenale e S. Tommaso d'Aquino, fra il grande poeta satirico della corruzione pagana di Roma ed il più grande filosofo della sacra teologia scolastica, che ebbe il nome di Dottore Angelico? Si direbbe che questi due personaggi tanto diversi abbiano voluto sorgere entrambi in Aquino, nel modo stesso che la corruzionepagana di Roma richiedeva la rigenerazione cristiana.

Giovenale ci trasporta con le sue satire in quelle condizioni di Roma, preparate da Mario e consolidate dalla stirpe Giulia dopo la caduta della repubblica, in quella Roma, pantano sanguinoso, putrida palude morale, menzogna in tutto, dove ogni cosa era appestata, in quella Roma fisicamente e moralmente ammalata, tutta da comprare; dove patrizi e cittadini si affollavano famelici attorno ad un despota onnipotente, terribile come il fato; dove pensiero, parola, penna, erano avvinti in ceppi; dove unica libera era l'adulazione; dove non vi erano che idee servili, libidine di piacere ed una mostruosa prostituzione della natura; dove in quella folla lasciva e tormentata dalla voluttà e dalla paura, alcuni spiriti stoici, concentrati in sè stessi, davano sfogo alla loro nausea morale con la satira e con la storia, non appena lo consentiva un despota più temperato degli altri.

Giovenale nacque in Aquino; poco però si sa della sua vita, come di quella della maggior parte dei poeti dell'antichità, il che, del resto, non torna davvero a loro danno. Le loro persone assumono così quasi l'aspetto di un mito. Nessun erede, parente o amico indiscreto, pubblicò la loro corrispondenza; nessun giornalista descrissecon scrupolosa esattezza il loro aspetto esteriore nei più minuti particolari, non li accompagnò passo passo nella loro vita, partendo dalla culla; non tenne conto delle loro virtù, dei loro vizi, dei loro errori, dei loro debiti presso ebrei e cristiani e d'ogni altro loro imbarazzo. Due pagine bastano, alla vita oscura di Orazio, di Virgilio, di Ovidio; della morte di Eschilo e di Euripide, non rimane che una tradizione favolosa; l'arguto Terenzio scomparve tranquillo in qualche angolo dell'Ellade, presso la palude Stimfalica.

Di Giovenale, solo da un suo verso, si sa che nacque in Aquino. Venne esiliato in Egitto o in Scozia? Dove morì? Nessuno lo sa. La sua lunga vita, ora rattristata, ora allietata dai regni di Claudio, di Nerone, di Galba, di Ottone, di Vitellio, di Vespasiano, di Tito, di Domiziano, di Nerva, di Traiano e di Adriano, fu spettatrice dei più grandi avvenimenti; vide sul trono del mondo una serie di demoni feroci, ed una di genî buoni; vide tempi in realtà miserrimi, a torto detti felicissimi.

E' difficile quindi immaginarsi quale idea dovette farsi della vita, quali impressioni dovette provare un uomo di mente e di cuore che potè vedere l'aspetto truce di un Nerone, e la fisonomia serena di un Tito.

Se egli non avesse visto quella doppia serie di imperatori, se invece di essere nato sotto Claudio, fosse nato ai tempi di Tito, forse non avremmo le sue satire; ma le impressioni di gioventù dettero la direzione al suo spirito; in fondo poi la società romana dei tempi di Tito era sempre quella stessa dei tempi di Nerone. Povero Giovenale condannato ad essere il poeta della sua età! La sua lingua, la sua narrazione già oscura, difficile, serrata come quella di Tacito, sotto il peso dell'atmosfera romana, sotto la stretta della sua amarezza, dovettero esercitarsi sopra argomenti ai quali non sarebbero stati adatti nè il marmo, nè l'argilla, ma il fango. Chi può leggere le sue satire sugli uomini e sulle donne di Roma senza provare un senso di ribrezzo? Chi può non compiangere un ingegno eletto come il suo, condannato a cercare le sue ispirazioni in quel pantano della società romana dei suoi tempi?Facit indignatio versum, qualemcunque potest.

Giovenale fu paragonato (e con qualche verità) a Tacito, il suo più grande e più nobile contemporaneo; ma lo storico di quell'epoca aveva almeno la coscienza di chiamare il dispotismo davanti ad un tribunale supremo, sempre pronto a pronunciare le sue sentenze. Ma che cosa può confortare il poeta satirico, il pittore della impudicizianel ribrezzo che deve provare a descrivere la generale corruzione dei suoi tempi? Eppure, quanto non è superiore un Giovenale ai romanzieri ed ai drammaturghi dei tempi nostri, più lascivi, ma più deboli di Petronio, i quali descrivono il vizio coi colori più dolci e sentimentali e ci dipingono vili meretrici come tipi ideali?

Teniamoci fortunati noi tedeschi, almeno per ciò che non possediamo nella nostra letteratura un Giovenale, nè un Sue o un Dumas, ma possiamo porre ancora corone non contaminate sul capo di Schiller, il poeta generoso della libertà e dell'ideale umano.

Ambedue quei romani, Giovenale e Tacito, lamentarono la perduta libertà repubblicana; ambedue disperarono dell'avvenire che non appariva loro diverso da un abisso, e Giovenale ancora più di Tacito. E di fronte ad essi già sorgeva, da loro conosciuto, ma non compreso, anzi disprezzato quale setta giudaica, il cristianesimo, ideale tuttora velato di una umanità ringiovanita. E i Germani, di cui Tacito ammirava la schietta naturalezza e la semplicità eroica, dovevano poi abbattere in Roma il dispotismo e la menzogna.

Il cristianesimo... Siamo sulle rovine di Aquino e tra i ruderi di S. Maria Libera, appare un santo illustre, il Dottore Angelico.Veste l'abito dei domenicani, porta un fascio di libri sotto il braccio, è di statura alta, asciutto, ma cammina curvo, ha una testa potente e voluminosa, viso abbronzato e rugoso, peròmolli carne, quae acumen ingenii et excellentiam indicaret.

Erano trascorsi mille e più anni da Tacito e da Giovenale allorchè Tommaso nacque nel 1224, non propriamente in Aquino, ma lassù nel pittoresco castello di Rocca Secca, edificato dall'abate Manso di Montecassino, sul monte Asprano, verso la fine del decimo secolo. Esso appartenne poi ai conti longobardi di Aquino, dell'antica famiglia di Landolfo. Il padre di Tommaso era il conte Landolfo, sua madre Teodora Caracciolo e suo zio Landolfo era abate di Montecassino. Quando il fanciullo ebbe cinque anni, i suoi genitori lo condussero nel monastero di S. Benedetto, con la speranza che un giorno ne diventasse abate. Fu sempre costume dei Benedettini quello di accogliere fra i monaci ragazzi di tenera età e quest'usanza vi è ancora. Don Luigi Tosti, oggi rinomato storico d'Italia, don Sebastiano Calefati, l'erudito bibliotecario, tutti e due uomini illustri, i cui nomi saranno sempre ricordati con piacere da molti studiosi tedeschi, entrarono nel monastero di Montecassino in età di otto anni. Tommaso rimase nel monastero sette anni,quindi si recò a Napoli, dove attese per altrettanti anni allo studio della teologia; vestì l'abito dei domenicani e andò a studiare a Parigi e poi a Colonia, per sentirvi il celebre Alberto Magno; fu professore a Napoli e morì il 7 marzo 1274 nel convento dei cistercensi di Fossanova, presso Piperno, a poche ore di distanza dalla sua patria. Fu uno degli uomini più illustri del medio evo, il primo che propriamente introdusse la filosofia nella teologia, o meglio che innalzò quest'ultima alla dignità di sistema filosofico. Quando oggi si ode il nome di scolastica, si pensa e non a torto, ad un labirinto di meschinità, di sottigliezze, di distinzioni, in cui stette per il corso di molti secoli imprigionato l'ingegno umano. Chi può oggi ancora immergersi nellaSommadi Tommaso d'Aquino, arrischiarsi in quella cupa foresta di spiriti, nel cui fitto sta il Minotauro del pensiero aristotelico cristiano? Noi consideriamo attualmente quella grandiosa filosofia gotica come un'anticaglia; tutte le sue sottili distinzioni, tutte le sue ricerche morali e speculative, tutti i suoi problemi privi di ogni utilità per gli scopi della vita, non offrono più alcun interesse a una generazione che tende a scopi pratici e materiali, e che vuol essere più libera e semplice nel suo pensiero. Ma non dobbiamo però dimenticareche anche quei sistemi sono di base alla scienza del pensiero e bisogna confessare inoltre che l'uomo del secoloxixdi fronte ai più alti problemi che si può proporre lo spirito, si trova appunto così perplesso, come uno scolastico del medio evo, o come il primo uomo del paradiso terrestre.

Partimmo da Aquino, contenti di aver veduto questo paese, tornammo sulla strada di Capua e in un'oretta arrivammo ai piedi del monte Cairo; girammo il monte, avendo innanzi agli occhi l'anfiteatro romano di S. Germano, città di gaio aspetto, sormontata dal celebre castello di Janula e finalmente là in alto Montecassino che ci aspetta. Ma è ormai tempo di finire, essendo già troppe queste pagine. Se ci volgiamo a considerare tutto quanto si mostra al viandante in un così breve tratto di strada, non possiamo a meno di meravigliarci per la ricchezza di queste contrade. Nessun'altra nel mondo è così penetrata e animata dallo spirito. La natura e la storia hanno versato la loro cornucopia sull'Italia ed ogni epoca storica vi ha lasciato la sua impronta.

L'Italia è la madre della civiltà in occidente e la Pandora della sua cultura sia nel senso buono che nel senso cattivo della parola. Se essa ora risorge e chiede il suoposto di nazione indipendente, fra tutti quei popoli che dopo aver da lei ricevuta la propria civiltà, la sfruttarono, la saccheggiarono, la signoreggiarono, lo fa in nome di un suo incontrastabile diritto. Sì, questa è una nobile terra, degna dell'amore del genere umano! Ed anche in mezzo al caos sconfinato dell'età presente, in questa nauseante mescolanza di errori e di verità, anche oggi noi Tedeschi non possiamo, nè mai lo potremo, far tacere la voce del nostro ardente voto per la liberazione di questa terra.

Poco dopo la stazione postale della Storta si distacca a sinistra, dalla via Cassia, la via Claudia e per questa ci vogliono ancora tre buone ore di carrozza per arrivare al lago di Bracciano. Il paesaggio è deserto, ma pittoresco; collinette vulcaniche di tufo lo attraversano e qua e là, si scorgono fiorenti praterie e pascoli, con masserie e numerose mandre di bovini.

Il carattere della campagna etrusca di Roma è molto diverso da quello del Lazio. Nel Lazio tutto è più ridente e soleggiato, più ricco di forme ed anche più animato; i monti Volsci e gli Appennini spingono fin là le loro diramazioni ed hanno la bella struttura delle formazioni calcaree; città antichissime, per la maggior parte vescovili, sorgono sulle alture verdeggianti di castani e coperte di oliveti, o inghirlandatedalla vite e danno alla campagna laziale un'impronta preponderantemente storica; essa è piena di monumenti dell'antichità e del medio evo. Nella regione etrusca invece predomina un terreno montuoso, vulcanico, diruto, con vaste solitudini, severe e melanconiche, d'aspetto quasi misterioso. Qui la vita storica non ha generalmente lasciato traccia di sè: tombe sotterranee e necropoli di un popolo enigmatico sono gli unici tesori e gli unici monumenti della Tuscia. La storia del paese sembra qui interrotta e dove non lo è, manca di significato potente e vivo. Il completo decadimento di una città come Veio e l'intero abbandono del suo territorio in ogni tempo, mi sono sembrati sempre segni caratteristici di questa storica estinzione dell'Etruria romana.

Solitarie torri baronali senza nome, o piccoli paesi privi di valore storico, si levano qua e là melanconicamente sulle colline tufacee. I ricordi in questi luoghi incolti e selvaggi non vanno al di là del medio evo, dell'undecimo secolo, epoca in cui si stabilirono qui, come signore, alcune famiglie feudali germaniche, di origine franca o longobarda, come i conti di Galera e i prefetti di città della casa di Vico. Anche il possente influsso della Chiesa ha qui impresso e lasciato poche orme, essendo il paese passato assai tardi nel patrimonio di S. Pietro.

Al di là del fiume Arrone, emissario del lago di Bracciano, sorgono due grandi fattorie: S. Maria di Celsano e Casale di Galera, qui è necessario scendere di vettura se si vogliono visitare le vicine rovine del castello di Galera. Queste fanno singolare riscontro alla favolosa città di Ninfa, nel Lazio che giace sprofondata nella sua incantevole tomba di edera e di fiori, sul limitare della palude pontina. Anche Galera, sede un tempo d'insolenti e feroci signori che dettero frequenti noie alla città di Roma, è oggi distrutta e presenta le sue vie, la chiesa ed il castello comitale coperti d'edera, nel senso più preciso della parola. Eppure Galera non giace come Ninfa nella profondità paludosa, ma salda ed alta si erge su di una scoscesa rupe di tufo, dominante una gola boscosa da cui l'Arrone precipita in cascate spumeggianti.

Sulla porta rovinata si scorge ancora lo stemma degli Orsini, la rosa, cioè, con le travi. Dietro le potenti mura della città si sale a monte nel paese diroccato, aprendosi la via attraverso la fitta e selvaggia edera che barrica le strade minate. Ancora in piedi rimangono diverse case colle finestre gotiche; la maggior parte del materiale però è stato portato via, o forma adesso dei mucchi di macerie, cinti da cespugli. Galera non è, per quello che diarchitettura ne resta, bella come Ninfa; soltanto i muri del castello e della chiesa principale rivelano un'epoca più antica; gli altri sono assai moderni, solo nell'anno 1809 essendo stato il paese abbandonato, o per mancanza d'acqua o, più verosimilmente, per impoverimento della popolazione. E' veramente sorprendente che nel nostro secolo, un paese possa sparire, non distrutto da subitaneo cataclisma, ma intisichito per decadenza interna. Non prova forse ciò ed in modo persuasivo, la mancanza di principio vitale di questa terra etrusca?

Galera (nella regione, dove, secondo gli antichi itinerari, era la stazionead Careias) comincia ad esser menzionata nella storia solo nel 780, anno in cui papa Adriano I fondò sul fiume Arrone una colonia di questo nome, per coltivare il deserto paese dei Veienti. Questa colonia prosperò ma, per circostanze a noi ignote, si sottrasse al dominio della Chiesa; al principio dell'undecimo secolo vi apparvero come signori i conti di Galera, fieri nemici del papato ed ardenti partigiani dell'impero tedesco.

Gerardo, figlio di Ranieri (questi nomi indicano già l'origine germanica) era conte colà ed era anzi uno dei principali capi della nobiltà imperiale di Roma e del territorio, strettamente legato coi conti di Tuscolo, della stirpe d'Alberico e coi Crescenzi diMonticelli, nella Sabina. Questi signori nell'anno 1058 innalzarono in Roma, con la forza, un papa, Benedetto X: ma Ildebrando, il futuro Gregorio VII, fin d'allora capo del partito papesco e nazionale romano, chiamò a Roma, al servizio dell'appena eletto papa Nicolò II, una schiera di predoni normanni dalle Puglie, contro i conti avversari. Galera, dove Benedetto X si era rifugiato ed altre castella furono assalite.

La potenza dei conti di Galera che dominavano il paese etrusco fino al di là del lago, verso Sutri, fu repentinamente abbattuta, ma ciò nonostante la loro stirpe si mantenne ancora a lungo a Galera. Sparì molto probabilmente solo alla metà del secoloxiii, quando Matteo Rosso della casa Orsini, famoso senatore della repubblica romana, divenne signore di Galera. D'allora in poi gli Orsini rimasero padroni di questo castello finchè, nel 1670, lo vendettero al papa.

Il più fiero nemico di questa regione ed in pari tempo il più forte ostacolo alla coltivazione è oggi la malaria. Un umido venticello insidioso spira sulle pianure incolte e sulle colline vulcaniche disalberate, coperte solo di fiori d'asfodelo.

Sorgono forse i demoni sterminatori della febbre dal lago stesso?... Chi lo crederebbe, quando dalle alture, presso Bracciano, siscorge questo specchio azzurro e porporino?...

Questo è veramente lo specchio delizioso della ridente e soleggiata felicità, della magica solitudine, è un idillio campestre e lacustre di un genere tutto speciale, grande e maestoso, ma non così vasto da cessar d'essere un quadro completo e bene incorniciato.

Lo splendido lago, in anticolacus Sabatinused originariamente cratere vulcanico, si allarga tra dolci catene di colline e leggiadre sponde. Ha un'estensione di 21 a 22 miglia; la sua superficie è dunque perfettamente eguale a quella di Roma, con cui si trova in diretta comunicazione per mezzo del rinnovato acquedotto dell'acqua Paola, edificato da Traiano: l'acqua che per la porta S. Pancrazio entra in Trastevere e sgorga, con un magnifico fiotto simile ad un fiume, dalla fontana di Paolo V, proviene in parte appunto da questo lago, dopo aver girato attorno alle mura aureliane.

A nord lo abbraccia una piccola montagna boscosa, da cui emerge, come un nero picco vulcanico, alto al massimo 2000 piedi, il monte di Rocca Romana. Questa vetta è visibile da tutta la campagna etrusca, come il Monte Cavo, sopra il lago di Albano, è visibile da tutta la pianura laziale.Sotto di esso, sulla riva del lago, sta il villaggio di Trevignano; a sinistra s'innalza la catena dei colli di Bracciano, distanti circa un miglio dal lago sul quale si leva, dominando l'intero paesaggio, il grandioso maniero degli Orsini, splendido edificio pentagonale, con cinque rotonde torri merlate. La sua tinta grigio nerastra appare in armonia con la circostante natura vulcanica, di cui questo castello sembra essere il prodotto storico. A destra infine sporge nel lago un'altra lingua di terra, con un cupo borgo turrito: è Anguillara, sede un tempo dei conti di questo nome, ramo laterale degli Orsini. Colà sgorga l'Arrone dal lago di cui è emissario.

Solo in questi tre luoghi è raccolta tutta la vita storica del lago e de' suoi dintorni: ad egual distanza gli uni dagli altri, formano i tre lati di un triangolo e soli interrompono l'incantevole silenzio di queste sponde, rappresentando l'umana civiltà, senza però disturbare la magia della sua solitudine. Che significano infatti Bracciano, Trevignano, Anguillara?... Chi ha mai udito questi nomi, tranne coloro che hanno familiarità con la storia particolare di Roma?

Se quel castello degli Orsini, cronaca granitica di terribili tempi feudali, non levasse le sue nere torri sul lago azzurro, questi tre paesi, sulle sue sponde, si potrebberoprendere per borghi di pescatori. E così silente è appunto il lago: non vi si scorge una barchetta; soltanto mandre di giovenchi appaiono sulle rive, o frotte di cavalli selvaggi, col corpo nell'acqua e butteri a cavallo, con la lancia, come nelle paludi pontine.

Ho trovato Bracciano più grazioso di quello che mi attendessi da un paese vassallo; è una cittadina di circa 2000 abitanti, con strade larghe e buone abitazioni, modernamente costruite, molto simile a Marino, dove è il castello dei Colonna, appartenuto un tempo esso pure agli Orsini. Bene abitabile veramente non è che la parte nuova del paese, perchè la vecchia, quella del periodo baronale, giace stretta intorno al castello, come un nero ammasso di case di tufo. Il castello però s'innalza così gigantesco che sembra coprire tutta Bracciano con la sua ombra.

Come regale deve essere stata la potenza della famiglia che in un luogo così remoto costruì questo splendido castello, fortezza inespugnabile e palazzo signorile ad un tempo! Dopo che il castello degli Orsini a Campagnano è caduto in rovina, questo è uno dei monumenti più mirabili del rinascimento romano, è uno de' più bei castelli baronali ed in tutto il Lazio non ve n'è uno che lo eguagli. Il castello di Spoleto, cominciatoa costruire dal cardinale Albornoz e condotto a termine da Nicolò V, è più maestoso, è verissimo, ma non è un edificio baronale, come non lo sono del pari i bei castelli di Ostia, di Narni, di Civita Castellana e di Subiaco.

La vista del superbo maniero richiama anzitutto, alla memoria del visitatore, la storia della stirpe degli Orsini che insieme con quella de' suoi nemici ereditari, i Colonna, ha riempito per quasi cinquecento anni gli annali di Roma con le gesta ed i nomi dei suoi innumerevoli membri, tra i quali furono papi, cardinali e capitani di grande rinomanza. Le due case, guelfa l'una e ghibellina l'altra, di Roma, hanno durato più a lungo delle dinastie dei re e degli imperatori e durano anche oggi nei loro avanzi, nei castelli che hanno un tempo posseduto.

Il capostipite degli Orsini, dal romano nome di Orso, si perde nel buio della leggenda: non si sa neppur bene se fosse germanico. I suoi discendenti si chiamaronoFilii Ursi: così suona sempre nelle più antiche cronache il cognome degli Orsini. Storicamente appaiono solo nelxiisecolo. Celestino III (1191-1198) apparteneva alla loro casa. Nelxiiisecolo, durante le lotte degli Hohenstaufen, acquistarono maggior potenza, per opera specialmente del senatoreMatteo Rubeus, capo imperante della repubblica capitolina ed instancabile avversario dell'imperatore Federigo II e poi per opera di papa Nicolò III (1277-1280), figlio di detto senatore. Gli Orsini, fecondi quanto i Colonna, si suddivisero in seguito in più rami e dai loro diversi possedimenti si chiamarono Orsini di Monte Giordano e di Campo di Fiore in Roma, conti e signori di Nola nella Campania, di Tagliacozzo negli Abruzzi; di Gravina e Manoppello, di Monte Rotondo, di Vicovaro, di S. Angelo, di Pitigliano, d'Anguillara, di Bracciano. L'elenco dei loro castelli e possedimenti è conservato nell'archivio di famiglia a Roma e forma un intero volume. Erano egualmente potenti nel regno di Napoli come nel dominio romano. Mentre i Colonna, proprietari essi pure nel napoletano di grandi feudi ed in lotta violenta con i loro nemici ereditari per i marchesati di Tagliacozzo, Alba e Celano, possedevano nel Lazio il nocciolo della loro signoria, gli Orsini dominavano il territorio sabino sull'Anio, da Vicovaro fino a Nerola e Monte Rotondo, ed il paese etrusco da Sutri in giù, fino di là dal lago, verso Galera, ed alla sponda marina del vecchio Cere. In questo paese etrusco eransi già stabiliti fin dal secoloxiii, appropriandosi Galera.

Non si sa quando vennero a Bracciano.Questo villaggio fu fondato in tempo ignoto, si crede su un fondo dellagens Braccia. Il Nibby che per primo ci ha fatto conoscere la storia dell'agro romano nel medio evo, ha trovato la prima menzione delCastrum Brassaniin un documento claustrale del 1320: io mi trovo in grado di completare la cosa, perchè ho trovato un altro documento, anteriore di quasi cento anni, nell'archivio Orsini: è uno strumento legale del 10 marzo 1234, nel quale Goffredo Amatore e Landolfo, figlio del prefetto Gotifredo, appaiono come signori di questo castello:Domini de Brachiano et de sancta Pupa.[13]Secondo questo, Bracciano apparteneva in quei tempi alla famiglia dei Prefettani o dei prefetti della casa di Vico, potente nell'Etruria, che aveva ridotto ereditaria fin dalxiisecolo, la prefettura della città di Roma. Questa famiglia, tedesca di origine, violenta, ghibellina e nemica del papa, si impadronì anche di Viterbo e di Orvieto e tramontò solo nel 1435, allorchè il terribile Giovanni Vitelleschi fece decapitare nel castello di Soriano l'ultimo prefetto, Jacopo di Vico.

La Chiesa confiscò i beni prefettizi; alcuni però furono comprati da Everso, il brigantesco conte d'Anguillara, la cui stirpe orsina aveva da lungo tempo preso piede sul lago di Bracciano. Anche la prefettura di città passò nel 1435 agli Orsini, cioè a Francesco, primo conte di Gravina, un antenato di quel ramo che solo di tutto il casato, sussiste ancora in Roma.

Gli Orsini possedevano Bracciano già nelxivsecolo, essendo Martino V Colonna stato costretto a confermare il vicariato di quel castello ai fratelli Francesco, Carlo ed Orsino Orsini nell'anno 1419.

Dipoi sul lago signoreggiarono il ramo più antico di Anguillara ed il ramo di Bracciano che possedeva molti altri castelli etruschi.

La casa di Bracciano brillò nelxvsecolo grazie a due celebri capitani di guerra, Napoleone e suo figlio Virginio. Napoleone (questo nome di battesimo è stato in uso presso gli Orsini sin dai tempi antichi) edificò il castello di Bracciano, quello che tuttora rimane e dopo esser divenuto il più potente dei feudatari del suo tempo, morì a Vicovaro nel 1480. Virginio ereditò i suoi beni e la sua gloria. Ai primi egli aggiunse Anguillara e Cervetri, comprati dopo la caduta della casa di Everso. Fu gran connestabile del regno di Napoli,dove si legò strettamente alla dinastia d'Aragona, egli stesso si chiamò de Aragona, al servizio del re Alfonso II e quindi di Ferdinando II. Fu incaricato di arrestare la marcia di Carlo VIII di Francia, attraverso l'Etruria, ma i figli di Virginio, Giovanni Giordano e Carlo, per ordine del padre, secondo i patti convenuti, consegnarono al monarca che si dirigeva alla conquista di Napoli, i loro castelli e questa inevitabile defezione degli Orsini dischiuse al conquistatore la via di Roma.

Carlo VIII entrò in Bracciano, prese dimora nel castello di Virginio, dove rimase dal 19 al 31 dicembre del 1494 e mosse quindi col suo esercito alla volta di Roma. A Galera lo accolsero sottomessi gli ambasciatori della città e quelli di Alessandro VI.

Nella bufera di questa guerra che doveva decidere delle sorti d'Italia, fu travolto anche Virginio sempre al servizio d'Aragona. Carlo VIII lo fece arrestare in Napoli e lo trasse poi con sè al suo ritorno. L'Orsini fuggì nella famosa battaglia del Taro, per cambiare di nuovo bandiera poco dopo e passare al servizio di Montpensier, il luogotenente di Carlo VIII a Napoli. Ma quando, dopo la rotta dell'esercito francese, gli aragonesi risalirono al trono, egli fu preso, nonostante la suacapitolazione, nell'agosto del 1496 e rinchiuso in un carcere. Così volle papa Alessandro VI che in seguito alla restaurazione napoletana, si era prefisso di sradicare dal suo territorio tutti i baroni romani.

La sua guerra contro gli Orsini ebbe però un esito inatteso e segnò uno splendido trionfo per questa casa minacciata da tanta rovina. Mentre Virginio languiva in un carcere a Napoli, dove poco dopo morì di veleno, difendevano eroicamente il suo castello di Bracciano il giovane Alviano e sua moglie Bartolomea, sorella di Virginio. Gli assalti degli assedianti, guidati dal duca Guidobaldo di Urbino e dal figlio del papa, Giovanni di Gandia, furon respinti. Altri Orsini recarono soccorso e l'esercito papale soffrì nel gennaio 1497 una sanguinosa sconfitta presso Soriano. Il papa dovette concludere la pace e gli Orsini rimasero signori di Bracciano e di tutti gli altri possedimenti patrimoniali.

Ancora una volta essi furono molestati da Cesare Borgia; ma neanche a lui riuscì di espugnare la forte rocca di Bracciano e finalmente la morte di Alessandro liberò gli Orsini dagli imbarazzi.

Essi durarono quivi ancora per due secoli, mentre il secondo ramo di Anguillara si spense fin dall'anno 1548. Pio IVinalzò Bracciano a ducato nel 1560, a favore del pronipote di Virginio, Paolo Giordano Orsini, uomo, come il suo contemporaneo Sampiero, dalle passioni violente: in lui apparve per l'ultima volta la natura impetuosa della sua stirpe. Combattè gloriosamente a Lepanto. Era sua moglie Isabella, figlia di Cosimo I di Toscana che viveva quasi sempre da lui separata; sul conto di lui si narravano cose incredibili. Un giorno Paolo Giordano la strangolò con le sue mani nel suo castello di Cerreto in Valdarno nel 1576. In Roma s'innamorò poscia follemente della bella Vittoria Accoramboni, moglie di Peretti, un nipote di Sisto V, in quel tempo ancora cardinale; una notte nel giugno del 1583 fece assassinare nel Quirinale il Peretti e tre giorni dopo il fatto Vittoria fuggì, con sua madre, nel palazzo Orsini, presso l'assassino di suo marito. Gregorio XIII proibì le loro nozze e fece rinchiudere la donna in Castel S. Angelo, dove rimase sino alla morte del papa, avvenuta nell'aprile del 1585. Il giorno dell'elezione di Sisto V, Paolo Giordano sposò Vittoria. Il papa bandì l'uccisore di suo nipote e l'Orsini morì poco dopo in esilio. I suoi congiunti odiavano Vittoria, anche perchè ella pretendeva una parte dell'eredità. In Padova, dove era stata costretta a rifugiarsi, ungiorno nel dicembre del 1583, fu pugnalata nella sua stessa camera, da uomini mascherati, per mandato di Lodovico Orsini, signore di Monte Rotondo.

Virginio, figlio di Paolo Giordano e di Isabella, continuò il ramo di Bracciano e il duca Flavio lo chiuse nell'anno 1698, come ultimo di questa celebre casa.

Già da alcuni anni don Livio Odescalchi, nipote di Innocenzo XI aveva acquistato Bracciano.[14]Dagli Odescalchi, ai primi di questo secolo, comprò il ducato il Rothschild di Roma, Torlonia, con la clausola però del riscatto. Questo è avvenuta pochi anni or sono: oggi dunque il principe Odescalchi è nuovamente duca di Bracciano.[15]

Entriamo nel castello. A quanto pare, un triplice muro, solidissimo, costruito con blocchi di basalto, circondava originariamente il maniero, insieme col fossato, ora riempito. Si può entrare nel castello dadue robuste e grandi porte, una dalla parte del paese, l'altra dalla parte del lago.

Lo stile generale dell'edificio appartiene al rinascimento; le pareti, le finestre incorniciate di peperino ed i merli ricordano assai il palazzo di Venezia di Roma, la cui costruzione è della stessa epoca. Come in quello, il maggior cortile del castello degli Orsini era in origine cinto da un porticato a colonne che fu più tardi murato. Resta soltanto la gabbia di una scalea, poggiata su colonne di tufo che conduce al piano superiore: come la porta vicina della vecchia cappella, essa mostra il passaggio dal gotico al rinascimento.[16]

Le cinque torri rotonde racchiudono in maniera imponente l'edificio e sembrano sorreggerlo e tenerlo insieme come poderose colonne. In alto, un ballatoio coronato di merli, le unisce fra loro. Al difuori, sopra le porte, come anche nel cortile, si vedono ancora gli stemmi in pietra della casa Orsini che risalgono al tempo della prima costruzione del castello.

Una donna attempata mi ha accompagnato in giro pel castello durante due ore, dopo avermi detto che era tedesca, che datrent'anni stava al servizio degli Odescalchi e che intendeva finire i suoi giorni, tranquilla e felice, nella solitudine di quel maniero.

Abbiamo attraversato alte sale a vôlta e file di stanze, piene di mobili roccocò e moderni e specialmente di armadi parigini, in legno scolpito. Questi ambienti sono tetri e poco adatti ad essere abitati; soltanto la veduta sul lago, dalle profonde finestre, è bella. In generale le esigenze della nostra vita moderna sono così differenti da quelle della vita feudale, come le ville Doria Pamphili o Albani, da questo castello Orsini. In esso poteva sentirsi a suo agio solo una famiglia baronale che trincerava dietro spesse muraglie di pietra i suoi privilegi e le sue barbare passioni, mentre lo sciame dei vassalli devoti e dei servi schiavi obbediva al cenno del padrone, garantito dalle loro sostanze e dalla loro vita. Soltanto ambiziosi pensieri di dominio, di potenza e di guerra potevano agitarsi entro queste mura; la voce della grazia e della musa risuonava qui assai raramente. Ben diverso era il principesco castello d'Urbino, il più bel monumento del rinascimento in Italia, della stessa epoca. Me ne sono ricordato a Bracciano. Colà il geniale Federigo di Montefeltro, padre di quel Guidobaldo che assediò ilcastello di Bracciano, formò la sua celebre biblioteca, vi eresse molte statue e ne fece una delle più dotte accademie del suo tempo.

Nelle sale del castello pendono, come in quasi tutti i manieri baronali, molti ritratti di famiglia, quasi tutti però delxviisecolo.[17]I ritratti della famiglia Orsini, se alcuno li possedesse e li riunisse insieme, formerebbero certo intere gallerie e nella lunga fila di ritratti femminili ogni celebre casa aristocratica d'Italia sarebbe rappresentata. La mia cicerona, disgraziatamente, non me ne seppe nominare alcuno. Forse avrei potuto trovare quello d'Isabella Orsini. Mi si mostrò invece la stanza di questa disgraziata principessa che, solo fugacemente, può darsi sia comparsa in questo castello.

Alcuni soffitti sono decorati con figure di stucco, ma pesanti e senza gusto; altri sono stati fatti dipingere dal Torlonia, il cui stemma è qui più volte riprodotto. L'arme di chi è venuto su dall'aristocrazia del danaro appare accanto a quella della vetusta casata degli Orsini, come ironia del tempo moderno sul passato feudalismo.Quanti antenati, quante lotte e fatiche, quale lunga storia di guerre, di paci, di convenzioni, di delitti e di virtù dovettero succedersi prima che un Orsini edificasse questo castello e che un altro ottenesse il titolo ducale di Bracciano! Tutto ciò non occorreva più al banchiere Torlonia: egli era diventato ricco durante la notte, ed un giorno potè metter fine a tutta quella noiosa storia con un paio di cambiali, ponendo il suo stemma: quattro stelle dorate con quattro grossi ciuffi di raggi d'oro, accanto alla rosa degli Orsini, e sorridendo passeggiare come duca sotto i cento polverosi ritratti del castello. Non è forse il mondo un venale mercato di mercerie e di ciarpame?...

La mia brava guida mi condusse sui merli del castello e sulla piattaforma di tutte le torri che sono ripianate sulla cima la quale è lastricata. Mi accompagnò quindi al luogo desolato, dove il conte o duca sedeva per render giustizia ai vassalli o ai prigionieri di guerra e poi nelle camere di tortura, nelle carceri chiuse da forti cancelli, ed in altri luoghi, dove veniva eseguita la giustizia, nel buon tempo antico delle torture e della pena capitale, quando ancora non si discuteva in Parlamento l'abolizione della pena di morte.

Dall'alto delle torri preferii ammirarel'incantevole specchio del lago da una parte e dall'altra la cima del Soratte; quindi lasciai il castello e vagai un poco sotto le alte querce del convento dei cappuccini e infine attraversai il borgo di Bracciano che possiede un albergo, La Piva, dove si sta abbastanza bene. E' poco frequentato; solo nell'estate talvolta si anima per gli ospiti che si recano ai bagni vulcanici di Stigliano e Vicarello, situati vicino al lago, famosi per le loro virtù salutari fin dall'antichità.

Quei di Bracciano non hanno alcuna industria, tranne le vicine ferriere. In questo paese notai delle brocche di forma etrusca, che le donne e le fanciulle portano sulla testa alla fontana: questi recipienti di terracotta non vengono però fabbricati qui, ma a Vetralla, una delle castella dell'antico paese prefettizio. Mi ricordai che un tempo v'era in Bracciano una stamperia, da cui, per uno strano caso, nell'anno 1624 era uscita la prima edizione dellaVita di Cola di Rienzo, una delle più pregevoli opere della storiografia romana delxivsecolo. Non mi fu possibile trovare alcuna traccia di questo stabilimento, impiantato, chi sa per quale ragione, a Bracciano.

Era mia intenzione proseguire il mattino appresso per Anguillara, lungo illago; scesi perciò dall'altura del castello per un sentiero selvaggio, giù alla sponda. Anguillara mi attirava per la storia dei suoi conti, alcuni dei quali famosi senatori di Roma nel secoloxiv.

Là fu conte un tempo Orso, il mecenate del Petrarca, uomo colto ed amico delle muse che accolse il poeta ospitalmente nel Castello di Capranica e come senatore di Roma lo coronò poi in Campidoglio. Petrarca si recò senza dubbio da Capranica ad Anguillara ed i suoi occhi videro questo lago delizioso, sulla sponda del quale l'usignolo sembra che chiami a sè il poeta. Cento anni dopo, al tempo di Eugenio IV e di Pio II, era conte di Anguillara il terribile Everso, violento signore d'Etruria, temuto tutto all'intorno. Dopo la sua morte Paolo II conquistò gli undici castelli di lui e fece tradurre il figlio, Francesco, in Castel S. Angelo. Così finì questo ramo, ma Anguillara passò più tardi a Virginio Orsini ed a Carlo, suo bastardo. Ricordano ancora Everso i resti del suo palazzo in Trastevere: un'alta torre sulla cui cima, per Natale, si suole esporre il presepio, ed il suo stemma sulla parete esterna dell'ospedale lateranense, al quale questo delinquente aveva fatto un pio lascito.

L'arma dei conti d'Anguillara reca incrociati due serpenti o anguille: a me almenoquei segni sono sembrati anguille e dapprima credetti che anche il cognome derivasse dalle anguille del lago. Ma a Bracciano mi convinsi dell'errore, essendomi stato detto che il lago è ricco di lucci e di carpioni (regine), ma non d'anguille, ed avendo appreso, dalla posizione stessa di Anguillara che il vero suo nome doveva essereAngularia, giacchè il castello sta su di un promontorio che fa un angolo nel lago.

Proseguendo lungo la sponda, nella direzione di Anguillara, dopo aver attraversato parecchi tratti paludosi, m'imbattei in una grossa mandra di giovenchi e di splendidi tori che minacciava di tagliarmi la strada. Chiamai un pastore in aiuto e questi mi accompagnò per un certo tratto, minacciando con la sua lancia i tori e gridando loro delle parole di comando. Costui, che era dei dintorni di Spoleto e faceva il pastore per vivere, mi condusse in un luogo dove aveva stabilito la sua solitaria dimora: era una specie di grotta sulla sponda, ombreggiata da un albero. Mi sedei ed ammirai estatico l'azzurro lago, dal quale qua e là guizzavano fuori pesci e le idilliche mandre di giovenchi e i cavalli che animavano da ogni parte la riva. Cercavano l'acqua per rinfrescarsi, ma talora si agitavano e correvano sulla sponda, perchètormentati dalle maligne mosche della palude, i tafani di Io.

Rinunziai a malincuore alla mia gita ad Anguillara perchè, per quanto vicino sembrasse quel paese per la trasparenza dell'aria, altrettanto era invece lontano ed anche perchè sarebbe stato necessario aprirsi la via attraverso la palude e la macchia di Mondragone che sembra arrivare fino al lago. Tornai dunque a Bracciano, lungo la solitaria sponda dove, fra i cespugli, l'usignolo etrusco canta così dolcemente come il suo fratello latino del lago di Nemi. Nel pomeriggio, veramente soddisfatto e ristorato feci ritorno a Roma. Questa gita durò solo cinque ore.


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