Deh! peregrini, che pensosi andate,Forse di cosa che non v'è presente;Venite voi di sì lontana gente,Com'alla vista voi ne dimostrate?
Deh! peregrini, che pensosi andate,Forse di cosa che non v'è presente;Venite voi di sì lontana gente,Com'alla vista voi ne dimostrate?
Camminavano in gruppi di dieci, venti, cinquanta, cento persone. Ve n'erano di tutte l'età: vecchi che si appoggiavano sul bastone, servito loro per cinquanta volte almeno su quella stessa via che ora percorrevano forse per l'ultima volta; nonne con i loro nipotini, floride fanciulle, giovanirobusti, ragazzi e perfino bambini lattanti, portati dalle madri sulla testa. In una di queste processioni vidi passare una giovane sposa che portava sulla testa un cestino, entro cui giaceva un bimbo che sorrideva graziosamente, con gli occhi spalancati, quasi si beasse dello splendore del sole. La maggior parte delle donne recava in capo un paniere con le provvigioni od un fardello di vestiti, e colla loro varietà aggiungeva nuova bellezza allo spettacolo. Chi avesse potuto leggere nell'anima di tutti quegli esseri, vi avrebbe trovato l'innocenza accanto alla colpa, il vizio accanto al pentimento, il dolore e la virtù, tutto il bene ed il male che si avvicendano nel cuore umano.
E' come una grande e bella, ma seria e solenne mascherata, che si svolge in un magnifico quadro, con un succedersi continuo di nuovi costumi, di colori, di fisonomie diverse; le compagnie dei pellegrini si succedono le une alle altre, nei costumi dei loro monti, delle loro valli. Ve ne erano di Frosinone, di Anagni, di Veroli, di Arpino, di Anticoli, di Ceprano e persino delle napoletane di Sora.
Osservate quest'ultime! Che splendide figure dall'ovale più puro, dalla pelle olivastra! Le donne hanno un aspetto strano, si direbbero arabe; attorno al collo portanodelle collane di corallo o delle catene d'oro; dei pesanti orecchini adornano le orecchie delicate; un fazzolettone bianco o nero, a lunghe frangie, avvolge loro la testa e le spalle, sì che paiono madonne; una camicia bianca, pieghettata, ricopre loro il petto, stretto in un basso bustino di color rosso scarlatto. Indossano una gonnella corta, rossa o turchina, ornata di un orlo giallo. E che grandi occhi neri, dalle sopracciglia corvine ed arcuate, brillano in quei volti!
Ecco i pellegrini di Ceccano! Le donne portano un busto di color amaranto, un lungo grembiale dello stesso colore, ed in testa un fazzoletto bianco, che ricade sulle spalle. Gli uomini hanno il cappello a punta ed una giacca color amaranto, ed attorno ai fianchi una fascia multicolore.
Ecco poi quelli di Pontecorvo! Le donne sono superbe e maestose; vestono interamente di rosso e portano in testa un fazzoletto dello stesso colore. Le pellegrine di Filettino vestono con molta semplicità, coi busti di stoffa nera: costume semplicissimo, ma grazioso e pulito.
Ecco infine i «ciociari!» Uomini e donne del paese dei sandali. Vengono probabilmente da qualche villaggio vicino a Ferentino, forse da più lontano, dalle frontiere napoletane, dalle sponde del Liri o delMelfa. E' un paese di splendidi monti dall'aspetto selvaggio, che si stendono da Ferentino in su verso le province napoletane. Il popolo là porta le «ciocie», calzatura molto semplice che dà al paese il nome di «Ciociaria.» Trovai in uso questa calzatura anche prima di Anagni. Impossibile concepire una calzatura più primitiva, e si può anche dire più comoda di quella: ed io ho sinceramente invidiato ai ciociari le loro ciocie. Esse consistono in una semplice suola di cuoio di asino o di cavallo forata; si avvolgono intorno al piede e si fissano per mezzo di cordicelle passate attraverso ai buchi, in modo che il sandalo quasi lo fascia; la gamba poi è avviluppata sino al ginocchio da striscie di tela grigia. Così calzato il ciociaro si muove liberamente nei campi e sui monti, dove zappa la terra o conduce a pascolare le sue pecore e le sue capre, vestito del suo bigio mantello, o di una pelle di montone, con la piva appesa al fianco. Si vede subito che quei sandali sono classici. Diogene li avrebbe certo portati, se non fosse andato a piedi nudi, e Crisippo ed Epitetto li avrebbero potuti celebrare in un trattato sulla semplicità del saggio e sulla sua moderazione dei desideri. Quando questa calzatura è bene aggiustata e quando le striscie di tela sono ancora nuove, è bella a vedersi; ma, quando le ciocie e le strisciesono logore e vecchie, prende un aspetto povero e cencioso. E siccome in tale stato sono generalmente leciociedi questa gente, così il popolo che le porta, appare molto miserabile ed il suo nome vien disprezzato e talvolta usato come una vera ingiuria. Un abitante di S. Vito, che mi faceva un giorno ammirare lo splendido panorama che si gode da quel paese, sorridendo con un certa aria di sprezzante superiorità mi diceva: «Guardate, signore, laggiù è la Ciociaria!»
I ciociari portano delle lunghe giacche d'un rosso acceso, e un cappello di feltro nero a punta, per lo più guarnito con una penna colorata, o con un nastro o con un fiore. Fra di essi, come del resto in tutta la campagna romana, moltissimi hanno i capelli biondi e gli occhi celesti. Portano i capelli molto corti sulla nuca, come i contadini prussiani, e ne lasciano invece cadere due lunghe ciocche sopra le tempie.
Mettiamo addosso al ciociaro un lacero mantello, o una pelle di montone bianca o nera, ed avremo completato il suo ritratto, ma per carità non diamogli in mano un fucile, altrimenti ci assalterà al passo di Ceprano gridando «Faccia in terra!» e con sorprendente destrezza vuoterà le nostre tasche.
Le donne portano esse pure i sandali,un abito corto colorato, un grembiule quadrato di lana, uno scialle bianco o rosso in testa, ed infine ilbustoche completa in tutto il Lazio ogni costume femminile. E' una specie di corsetto in tela, trapunto, duro come una sella, alto e sostenuto sulle spalle da strisce, esso fascia e sorregge il seno simile ad una corazza che custodisce la virtù, come un baluardo solido, ma largo tanto da poter servire da tasca.
La vigilia della festa, le comitive dei pellegrini diventano più numerose; a poco, a poco non si ode più che il canto melanconico delle processioni che man mano arrivano in paese e che si recano per le anguste vie alla chiesa. Giunti alla loro meta tutti sembrano aver dimenticato ogni stanchezza, l'esaltazione ed il fervore religioso anima i loro volti, si prosternano davanti alla chiesa, con le mani giunte intorno al bastone e col loro fardello ancora in testa, e ad alta voce cominciano a cantare le litanie; poi si rialzano gridando a squarciagola «Grazie, Maria!» e salgono con i ginocchi la gradinata. Qua e là si vedono delle donne baciare o leccare colla lingua il cammino percorso, spettacolo abbastanza ripugnante, ed il ricordo di Carlomagno, che salì esso pure in questo modo bigotto i gradini di S. Pietro, non vale a mitigare il disgusto.
Non mancano neppure, di quando in quando, delle scene orribili; ho visto un giorno, per esempio, un infelice che si trascinava con le mani e coi piedi; fu portato in chiesa dentro una coperta, mentre urlava come un lupo. Mi dissero che egli era colpito da quella malattia che nel Lazio è chiamata dellupomanaro. Un'altra volta ho visto una donna che è rimasta a lungo dinanzi alla cappella della Madonna urlando furiosamente: mi hanno narrato che era indemoniata.
I pellegrini si trascinano senza posa sui ginocchi per la navata laterale della chiesa e passando davanti alla cancellata cantano, pregano, e gridano a squarciagola: «Grazie, Maria!» e questo grido risuonava con tale spaventosa energia che il febbrile delirante fervore, da cui era ispirato, mi fece una profonda impressione.
I ceri ardono, la notte è discesa, i pilastri della chiesa gettano grandi ombre sul pavimento, lasciando alcune figure nella completa oscurità, mentre altre restano avvolte in una magica penombra ed altre ancora sono illuminate da riflessi di luce. I pellegrini, stanchi, giacciono, in pittoreschi gruppi, sul nudo terreno, attorno alle colonne, sui gradini degli altari davanti alla cappella; ed i vari costumi, le diverse età, l'espressione delle loro fisonomieformano un quadro vivente, che punge la curiosità ed invita alla riflessione. Intanto un frate agostiniano, seduto davanti ad un piccolo tavolo, vende indulgenze e riceve offerte per le messe, incassando con indifferenza il danaro del povero.
Davanti alla chiesa stanno altri gruppi seduti o distesi sulla nuda terra, mentre nuovi pellegrini arrivano ancora. Si succedono senza posa durante il giorno, e nella notte che precede la festa, e l'accento solenne dell'inno latino rompe il silenzio, mentre sulla piccola città sembra regnare una atmosfera di mistica e profonda melanconia. Eppure questo torrente che spinge tante migliaia di persone da lontani paesi verso la stessa meta, ha in sè qualche cosa di consolante, come qualunque manifestazione armoniosa dell'anima umana, anche nel dolore.
Le case del paese non bastano ad alloggiare tutti i pellegrini, e a tarda notte si vedono questi uomini, abituati ai disagi, distesi a gruppi sul selciato duro e disuguale. Se ne vedono nelle strade, in mezzo alle piazze, intorno alle fontane, offrendo, in proporzioni ridotte, lo spettacolo di una fermata notturna di un popolo migrante. Ma è un'antica legge celeste che piova, quando l'umanità si riunisce per solennizzare qualche festa, perchè non vi èmaggior burlone del cielo, quando guarda di lassù il bizzarro agitarsi dei miseri mortali. I pellegrini si erano appena coricati alla meglio, quando cominciò a piovere. Allora avvenne una fuga generale in mezzo alla confusione ed ai lamenti, tutti in massa si precipitarono alla ricerca di un portone o di un tetto sporgente ove ripararsi. E quanti di quegli infelici, esausti dalla fatica, per miseria o per averne fatto il voto, rimasero digiuni!
La mattina dopo, la festa incomincia con la messa solenne e con una specie di vendita religiosa. All'entrata della chiesa vengono venduti gioielli d'oro, imagini sante, corone, ampolline della grossezza di un dito, contenenti olio delle lampade che ardono davanti al quadro della Madonna. La folla le acquista avidamente per unbaiocco, quale rimedio infallibile contro tutte le infermità.
Nel pomeriggio, musica suonata da una banda sulla piazza, e poi l'inevitabile tombola o lotteria, ed alla sera fuochi artificiali. Quindi anche i pellegrini ballano allegramente sotto le piante del parco, ma la maggior parte preferiscono far ritorno alle lor case, appena recitate le preghiere ed offerti i loro doni. Si vedono ripartire cantando, in gruppi come quando sono venuti, tutti infiorati da quei mazzi di rose egarofani artificiali, che si vendono in tutte le feste pubbliche del mezzogiorno. Nel ritorno, giunti al punto da dove per l'ultima volta si può vedere Genazzano, s'inginocchiano, con le mani appoggiate ai loro bastoni e dicono in silenzio la preghiera d'addio. Tale scena, all'aria aperta mi è sembrata la più bella di tutte. Mi fermai con piacere ad osservare le belle donne che s'inginocchiavano con una mossa graziosa collo sguardo rivolto verso quel santuario da cui si congedavano portando nel cuore qualche consolazione.
Lasciamo noi pure Genazzano e rechiamoci a Paliano e ad Anagni.
* * *
Paliano, città di 3700 abitanti, è situato a circa sei miglia di distanza da Genazzano, su una collina rocciosa, ombreggiata da boschi e coltivata a vigne, isolata in mezzo alla campagna. Vi si arriva per una buona strada, attraverso a campi di granturco; alla sua sinistra si leva la gran piramide del monte Serrone, che imprime a tutta la contrada un carattere di grandiosità e di maestà.
Più comodo e più bello è il sentiero, praticabile anche a cavallo, che conduce in cima alla collina rocciosa. Lassù sorge la piccola e solida fortezza bianca, che fu unaposizione importante un tempo, disputata spesso nelle guerre della Campagna romana e nelle lotte che i Colonna sostennero con i Papi. Alta e scoscesa non è difficile difenderla anche contro l'artiglieria. Ora è ridotta a prigione e contiene duecento galeotti, custoditi da una compagnia di cacciatori pontifici. La città si stende sotto al castello e lo circonda. Le strade e le piazze sono strette, le case nere e di miserabile aspetto, eccettuato qualche edificio che ha pretesa di palazzo; non vi ha altro movimento che quello dei contadini che si recano ai campi e ne ritornano.
Mi occuperò ora del palazzo dei Colonna, un ramo dei quali assunse il nome di Paliano e ne diventò poi il principale. E' un bell'edificio di tufo grigio, di forma quadrangolare, formato da due soli piani, ma vastissimo e collocato all'ingresso della città, sul fianco della collina, da dove si gode una vista stupenda. Lo stile, elegante, appartiene al principio delxviisecolo, ciò che dimostra che dovette essere restaurato in quel tempo.
Quando si conosce la storia degli illustri personaggi della famiglia Colonna, e si sa l'influenza da loro esercitata sulle vicende di Roma e d'Italia, non si può fare a meno di visitare con vivo interesse Paliano. Prima di entrarvi ricordiamo brevementela storia dei più illustri tra i Colonna.
Non è molto che lo scrittore romano Antonio Coppi, ben noto come continuatore degliAnnalidel Muratori, ha pubblicate le sueMemorie Colonnesi(Roma, 1855), opera seria, piena di notizie importanti per la conoscenza della famiglia Colonna e di Roma nel medio evo. Quest'opera fornisce eccellente materiale agli studiosi, tolto dall'archivio dei Colonna. D. Vincenzo Colonna[1]pose a disposizione del Coppi questo archivio, come già lo aveva messo a disposizione di un altro storico della sua famiglia, il conte Litta di Milano. Fra i molti archivi delle famiglie nobili, che in Italia abbondano, quello dei Colonna occupa per importanza storica uno dei primi posti. Irrequieta, bellicosa ed ambiziosa, questa famiglia, sorta sui primordi del medio evo, riassume in sè la storia di Roma e dell'agro romano. Divenuta ricca con l'ingrandimento dei suoi dominî, non potè però mai, come altre famiglie anche meno antiche, soprattutto nell'Italia settentrionale, erigere un principato indipendente, perchè i suoi possessierano nello stato del Papa; da ciò guerre interminabili con la Santa Sede ed una tendenza a parteggiare per gl'imperatori. La casa Colonna brillò assai più in guerra che nella pace, sebbene abbia dato alla Chiesa un papa, Martino V, che pose fine allo scisma, e molti cardinali. Poco coltivò le scienze e le lettere; in queste, più dei Colonna, brillarono alcuni papi stranieri e le loro famiglie, che è inutile qui ricordare. Appena, nella loro lunga storia, si trovano alcuni nomi che si riattacchino alle scienze, alle lettere ed alle arti: ricorderemo solo i rapporti del Petrarca col vecchio Stefano Colonna e coi suoi colti e valorosi figli, ed il nome dell'illustre poetessa Vittoria Colonna, contemporanea di quelle due bellissime donne, Giulia Gonzaga e Giovanna d'Aragona, che entrarono per matrimonio nella sua famiglia.
L'origine di questa famiglia è incerta: Sembra però che essa discenda da quei conti di Tuscolo, che erano potenti in Roma nelxsecolo. Secondo questa ipotesi, il capostipite dei Colonna sarebbe il margravio Alberico, marito della famosa Marozia, morto nel 924, cinque discendenti del quale, quasi l'un dopo l'altro, occuparono il seggio di S. Pietro. Tuttavia il nome dei Colonna non appare la prima volta che ai primi del secoloxii, con Pietro Colonna,di cui ho parlato. In questo primo periodo noi li vediamo nominare già come signori di Zagarolo e di Monte Porzio. Siano o no i Colonna discesi veramente dall'antica casata dei conti di Tuscolo, scomparsi quando questa città fu distrutta dai Romani (1191), quello che è certo si è che essi vennero da quei monti e che a poco a poco estesero i loro dominî nella campagna romana, da Monte Fortino,[2]cioè dai monti Volsci, sino ai monti Equi ed Ernici e sino alla Sabina. Palestrina fu la loro sede principale, e tutti i paesi circostanti passarono sotto la loro giurisdizione.
Nel secoloxiiicominciò la loro potenza e la loro grande influenza in Roma, dove già da molto tempo possedevano un palazzo presso la chiesa deiSanti Apostoli, nella regione diVia Lata. Cardinali di questa famiglia ebbero parti importanti in questo secolo, e la storia degli Hohenstaufen ricorda spesso i Colonna come ardenti ghibellini in Roma. Chi ignora la parte da essi avuta nella caduta di Bonifacio VIII?
Nelxivsecolo, durante l'esilio dei papi ad Avignone, lottarono senza tregua per la signoria su Roma coi potenti Orsini, ched'allora in poi, furono loro costanti nemici ed amici dei papi. Rifulse in questo periodo, quale capo della casa, il vecchio Stefano Colonna. A lui Petrarca indirizzò sonetti ed epistole.
Fu in questo secolo che si separarono i due rami di Palestrina e di Paliano.
Nel secoloxvcrebbe ancora la potenza della casa, prima per i grandi favori di Ladislao re di Napoli e di Giovanna II, e poi per l'elezione a papa di Ottone Colonna, sotto il nome di Martino V. I Colonna ottennero dunque molti feudi nel reame di Napoli, principalmente il ducato dei Marsi (da cui presero il titolo di:Marsorum dux), la contea di Celano e quarantaquattro villaggi e castelli.
Ai tempi di Sisto IV vennero in guerra con la Santa Sede; Girolamo Riario, nipote del papa, assediò Paliano, ma l'assedio fu tolto in seguito alla morte improvvisa del pontefice. Del pari guerreggiarono con Alessandro VI, e durante quegli anni la campagna romana fu quasi sempre desolata dalle armi. Fu il ramo di Paliano che in questo periodo diede gli uomini più illustri della famiglia. Ricorderò solo Fabrizio, primo connestabile della casa, e i suoi due figli, Ascanio (1522-1553), marito di Giovanna d'Aragona, e Vittoria, moglie del marchese di Pescara, Ferdinando d'Avalos.Marcantonio, figlio di Ascanio, rinomato come uno dei vincitori della battaglia di Lepanto. Nessuno poi ignora quale parte ebbe prima di ciò Pompeo Colonna nelle disgrazie di Clemente VII e nel sacco di Roma.
Verso la metà del secoloxvii Colonna furon minacciati da un grave disastro: venuti in dissidio con Paolo IV, furon da questo papa, di natura irritabile, spodestati di tutti i loro dominî, come già lo erano stati da Bonifacio VIII. Il pontefice eresse Paliano in ducato e lo donò a suo nipote Giovanni Caraffa. Marcantonio, capo della casa Colonna, si difese e, con l'aiuto del duca d'Alba, percorse la campagna romana per riconquistare i suoi possessi: da ciò ebbe origine la famosa guerra fra Paolo IV ed il re di Spagna, conosciuta sotto il nome di «Guerra della Campagna». Essa terminò nel 1557 con la pace di Cave (presso Genazzano), negoziata fra il duca d'Alba e il cardinale Carlo Caraffa. Solo dopo la morte di Paolo IV però, Marcantonio potè rientrare nel possesso de' suoi beni; tutti coloro che se ne erano impossessati fecero un'orribile fine. Giovanni, duca di Paliano, fu decapitato a Roma nella Torre di Nona, e il cardinale Caraffa fu strangolato in Castel Sant'Angelo.
Marcantonio può ritenersi come l'ultimodei Colonna potenti: egli morì a Paliano nel 1584. Dopo di lui le cose cambiarono; i baroni cessarono di guerreggiare col papato ed i loro beni cominciarono ad assottigliarsi a poco a poco, per le vendite a cui furono costretti dai debiti. La gloria di Lepanto era costata loro ben cara; mi diceva Don Vincenzo Colonna, che Marcantonio contribuì a questa guerra con un milione, e che d'allora in poi la famiglia non si era mai più rialzata. Fin dal 1622 vendettero gli antichi possedimenti di Colonna e di Zagarolo, e nel 1630 dovettero vendere Palestrina, ora in possesso dei Barberini. La famiglia venne man mano declinando e per sempre: il ramo di Paliano esiste ancora; il suo capo attualmente è Giovanni Andrea, marito d'Isabella Alvarez di Toledo, ma si è trasferito da Roma a Napoli, residenza abituale dei Colonna. La maggior parte dei loro feudi è pure nel regno di Napoli, avendo Filippo III Colonna (morto nel 1818) posseduto colà sessantadue feudi, ventisette negli Stati della Chiesa ed otto in Sicilia, con 149,403 vassalli. I feudi nello Stato pontificio erano: Anticoli, Arnara, Castro, Cave, Ceccano, Collepardo, Falvaterra, Genazzano, Giuliano, Marino, Morolo, Paliano, Patrica, Piglio, Pofi, Ripi, Rocca di Papa, San Lorenzo, Santo Stefano, Sgurgola, Serrone,Sonnino, Supino, Trivigliano, Vallecorsa e Vico.
I feudi erano maggioraschi e per la maggior parte vincolati a fidecommesso, secondo le leggi locali. Ma la rivoluzione francese venne a mutare i sistemi: nel reame di Napoli la legislazione feudale fu abolita nel 1806, in Sicilia nel 1812, e negli Stati della Chiesa la maggior parte dei baroni vi rinunziò nel 1816, seguendo l'esempio del principe Colonna. A Napoli i fidecommessi vennero aboliti in parte nel 1807 e totalmente nel 1809; in Sicilia invece erano ancora in vigore alla morte di Filippo III (ma disparvero qualche settimana più tardi, il 2 agosto 1818); nello Stato Pontificio sono tuttora in vigore. La successione di Filippo fu perciò regolata da leggi diverse e l'asse ereditario è stato diviso in più parti.
Filippo, discendente diretto di Marcantonio, lasciò solo tre figlie: Maria (maritata a Giulio Lante della Rovere), Margherita (maritata a Giulio Cesare Rospigliosi) e Vittoria (maritata a Francesco Barberini); la nobile stirpe fu continuata da suo fratello Fabrizio.
Queste sono le notizie che ho creduto utile dare al lettore, prima d'introdurlo nel castello di Paliano. Ma questo castello, che brillava una volta per il suo lusso ela sua magnificenza, non è più oggi, come tanti e tanti altri palazzi baronali italiani, che un luogo deserto e silenzioso, dove un custode brontolone vi fa da guida, additando le nude pareti e lamentandosi che siano scomparse le belle collezioni d'armi della famiglia, trofei di tante battaglie, e che i quadri preziosi siano stati venduti o portati altrove.
Però mi piace visitare questi antichi castelli nobiliari, in cui gli alberi genealogici, anneriti dalla polvere e dal fumo, pendono ancora dalle pareti, quasi piante disseccate, ed in cui le tappezzerie ciondolano dai muri non meno lacere dei diplomi feudali, che il vassallo ha finalmente fatto a pezzi. Quasi spettri, vi si vedono i ritratti di una lunga serie di antenati, anneriti dal tempo nelle loro massicce cornici dorate: essi evocano il ricordo di tutto un lontano passato scomparso. Vi sono ritratti di guerrieri, di cardinali, di belle gentildonne, di cui i colli alla Maria Stuarda ci fanno conoscere il secolo in cui vissero. Veramente ne trovai pochi a Paliano, appena una trentina di ritratti, intorno ai quali il guardiano non seppe darmi alcuna informazione. La sua testa era ancora più vuota, più disordinata del palazzo dei suoi padroni, e tutti i ricordi del passato erano completamente sfumati nella coscienza di questo essere moderno.Quanto avrei dato per sapere il nome di quella bella donna pallida, dagli occhi nerissimi, vestita di un abito di velluto rosso! Eppure non domandavo che un nome! Era forse Felice Orsini, o Lucrezia Tomacelli, o Diana Paleotti? Oppure era quella stessa infelice duchessa di Paliano, di cui la tragica fine fu uno dei più strani romanzi del suo tempo? Essa però non fu uccisa in questo palazzo, ma in un altro castello di suo marito.
Nella piccola galleria non manca neppure il ritratto di un astrologo, che ci siamo abituati a considerare qualespiritus familiarisdi ogni nobile castello antico; un vecchio dalla barba lunga e bianca, con un'ampia veste di velluto. Il suo abbigliamento è in armonia con i mobili massicci e severi di quei palazzi medioevali, dove i nostri abiti alla francese ed i nostri candidi guanti sembrano eccessivamente ridicoli. L'astrologo di Paliano era, secondo l'iscrizione,Nicolaus Colinus de Paliano, astrologus insignis.
Nelle altre sale, alle pareti sono appesi panorami e piante di molte città, quali Madrid, Parigi, Venezia, Firenze e Genova.
Le sale sono di mezzana ampiezza e sembrano stanze di una casa di campagna, se si paragonano alla principesca sala di ricevimento che si ammira nel palazzo Colonna a Roma.
Presso il castello sorge la chiesa di S. Andrea, cappella gentilizia e tomba dei Colonna del ramo di Paliano, un elegante edificio di modeste proporzioni. Filippo I (1578-1639) vi raccolse le ceneri de' suoi antenati, sparse in luoghi diversi, e vi fece costruire per sè e la sua famiglia la cripta sotterranea. Scesi a visitarla e rimasi stupito di trovarla priva di ogni ornamento; le pareti della sala, di forma circolare, abbastanza ampia, sono intonacate di bianco e perfettamente nude; non v'è nè un sarcofago, nè un monumento in marmo, e non vi si vedono intorno che delle iscrizioni, i cui caratteri uniformi appartengono al secoloxvii. Vi si leggono gli epitaffi di Marcantonio e della moglie Felice Orsini, di Ascanio e di Giovanna d'Aragona, suoi genitori; di Fabrizio e di Agnese di Montefeltro, suoi avi. Non so se la più bella donna d'Italia, Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna, si trovi sepolta a Paliano, nè sono riuscito a sapere se vi sia la tomba della famosa Vittoria. Nel suo testamento ordinò di esser tumulata nel monastero dove sarebbe venuta a morire; ella fece anche un legato per le monache di S. Anna dei Falegnami, che l'avevano assistita durante la sua ultima malattia, e lo stesso testamento fu dettato al letto della morente il 15 febbraio1547, nell'antico palazzo de' Cesarini, presso l'Argentina. E' quindi molto probabile che ella sia stata sepolta nel vicino monastero di S. Anna.[3]
Da Paliano non v'è strada carrozzabile che porti ad Anagni, distante sei miglia, giacchè infatti questo paese non ha che una sola porta, che si apre davanti a Genazzano, e chi arriva dal lato opposto, è costretto a fare il giro delle antiche mura. Un sentiero tortuoso, praticabile a cavallo, ma spesso ripido e scosceso per essere scavato nella roccia calcare, che lo rende molto sdrucciolevole, conduce ad Anagni attraverso la campagna deserta.
Ho fatto questa strada a cavallo, insieme con un contadino della campagna romana, che avevo preso per guida, in una splendida giornata di settembre, che rimarràsempre fra le più belle delle peregrinazioni da me fatte per laSaturnia tellus, tanto la vista di quelle contrade selvagge e di quei monti maestosi era superba. La collina di Paliano scende dolcemente verso il fiume, mentre dalle altre parti cade a picco; essa è interamente coltivata a viti; sulla cresta, che noi seguivamo, crescono folti cespugli di lentisco, fragole e mirto, ciò che mi ha sorpreso, perchè il mirto preferisce di solito le coste e l'aria marina. Sulla collina miseri coloni abitano in capanne di paglia a forma di cono, come se ne vedono per tutta la campagna romana.
Passando per questa rustica colonia la strada giunge ad un monastero, che sorge solitario fra verdi boschi di elci, castagni ed olmi: si chiama S. Maria di Paliano. Quindi bisogna attraversare per l'unico ed angusto sentiero la foresta che circonda tutta la collina. La discesa è così ripida, che difficilmente si riesce a farla a cavallo. Giunti in fondo, si trova una pittoresca e selvaggia pianura, che si stende fra la collina di Paliano e quella di Anagni. Qua e là si vedono disperse delle solitarie fattorie di pietra scura o qualche mulino presso un torrente che taglia il sentiero. Il paesaggio è animato da mandre di vacche e di pecore, ed il pifferaro che scende a Roma nella notte di Natale, appare qui nel suostato naturale, e si odono gli strani accenti della cornamusa che il pastore suona, seguendo passo, passo il suo gregge, che si muove qua e là in cerca di erba, che la terra fertile abbondantemente gli offre.
Verso la fine di settembre i greggi di pecore discendono dai monti circostanti e si spandono, per passarvi l'inverno, nella pianura, arrivando fin presso le mura di Roma. Nel mio ritorno ne ho incontrato appunto uno che si dirigeva verso Roma: era così numeroso che ingombrava alla lettera tutta la strada, ed era diretto e sorvegliato da grossi cani dal pelo lungo, e da pastori a piedi ed a cavallo. Calcolai che fossero circa 3000 pecore, ma un pastore mi disse che erano quasi 5000 capi di bestiame che venivano dalla Serra e si recavano a Roma. I belati delle pecore e degli agnelli empivano l'aria dei mansueti lamenti che risuonano nella campagna di Roma in ottobre ed in novembre, sì che par di vivere in mezzo ad un grandioso idillio classico.
Intanto ci avviciniamo ad Anagni e ci troviamo ai piedi della collina, su cui sorge superba l'antichissima metropoli degli Ernici. Dinanzi a noi si apre una porta alta e maestosa, che reca in cima lo stemma della città: un leone sul cui dorso un'aquila affonda gli artigli.
Anagni mi ha sorpreso: abituato alle strade strette dei villaggi della campagna romana, ed alle loro case meschine, ho trovato qui delle lunghe file di fabbricati di bell'aspetto e dei palazzi che fanno pompa dello stile sfarzoso delxviisecolo e che danno al paese l'impronta di una certa agiatezza. Questo aspetto moderno mi sorprese ed io non riuscii a spiegarmelo che dopo aver studiato la storia della città.
Sono arrivato sulla piazza di Anagni, che ha la forma di un piccolo rettangolo, di cui i due lati più corti son formati da palazzi; delle case di semplice aspetto chiudono il terzo lato, un parapetto di pietre cinge il quarto che sorge sulla cresta della collina, di là si scorge la pianura del Sacco, attraverso la quale si svolge tortuosamente la via Latina che parte da Valmontone. Essa non tocca Anagni, ma gira intorno alla sua collina e passando per Ferentino e Frosinone, giunge alle sponde del Liri, di là da Ceprano. Il panorama che da questa piazza si gode, è così stupendo che impressiona anche chi abbia visitato minutamente tutta l'Italia, dalle Alpi sino al mare Jonio e al mare Africano. Si scorge la catena dei monti Volsci, i cui pendii illuminati dal sole si vedono così distintamente da poter contare le finestre dei villaggi che vi sono sparsi; ovunque si scorgono lecittà dei Volsci, che sono schierate lungo i monti: Montefortino, la gloriosa Segni, Gavignano, Rocca Gorga, Sgurgola; più in là, Morolo, Supino, Patrica, dietro la quale a forma di piramide si leva azzurro e maestoso il monte Cacume; e più lontano ancora le cime seguono le cime, poi altri paesi: qua Ferentino, dietro ad una collina Frosinone di cui si vede anche il castello, Arnara, Pofi, Ceccano, e qualche altro ancora che l'occhio abbraccia in un solo sguardo. Verso Roma si stende l'ampia pianura, coronata dai monti di Palestrina, visibile anch'essa a questa distanza. Si vedono anche i monti Laziali, di modo che da questo punto senza sforzo alcuno l'occhio abbraccia la maggior parte del Lazio.
Ben diverso invece è il paesaggio, se si guarda dal lato opposto della piazza, e soltanto allora si comprende la posizione di Anagni. La collina, sul margine estremo della quale è costruita la città, appare unita alla Serra, e si stacca da questa con una curva a forma di falce. La roccia è scura, ripida e brulla, e dal paese si sale in una regione selvaggia, dove è il villaggio di Monte Acuto, un erto e nero castello, che prende nome dalla vicina altura.
Nell'osservare questa posizione non ci si stupisce più che Anagni sia stata nel medio evo preferita da tanti papi comeluogo di rifugio e di villeggiatura, essendo una cittadina nell'aperta campagna, posta su di un'altura che ne rende l'aria salubre, mentre le sue rocce e le alte mura la fanno un forte baluardo.
Del resto la città deve la sua importanza storica soltanto al medio evo. Sebbene sia stata capoluogo degli Ernici, forte tribù del Lazio, essa non ha avuto alcuna importanza al tempo dei Romani, e, dopo essere stata da questi soggiogata, rimase sempre una piccola città sottomessa. Anche oggi qualche rovina ci ricorda il dominio romano; qua e là si vedono avanzi di mura ed a nord della città una fila di archi giganteschi che si appoggiano sull'erta scoscesa della collina. Questo caratteristico monumento dei tempi romani offre una vista imponente. Non esistono più tracce dell'antica rocca, la quale molto probabilmente occupava il punto dove oggi sorge il duomo. Neppure esistono in Anagni mura ciclopiche, come se ne vedono a Ferentino ed a Segni.
Solo verso la fine delxiiisecolo Anagni acquistò importanza, avendo avuto la rara fortuna di vedere in un secolo quattro de' suoi cittadini ascendere al seggio pontificio. Il primo fu Innocenzo III, Conti (1198-1216), il secondo Gregorio IX, Conti (1227-1241), poi Alessandro IV, Conti (1259-1261),ed infine Bonifacio VIII, Gaetani (1294-1303).
Anche prima però la città era preferita da papi; sin da quando Roma si era ordinata a governo repubblicano, parecchi pontefici si rifugiarono dentro le mura di Anagni. Quivi morì nel 1159 Adriano IV, Breakspeare, l'unico inglese che abbia portato la tiara, sottraendosi alle pressioni del senato romano per il ristabilimento della repubblica: ivi pure si rifugiarono l'illustre suo successore Alessandro III ed il successore di questi, non meno famoso, Lucio III.
La città ritrasse molto vantaggio dall'aver dato, in sì breve intervallo, quattro papi alla Chiesa; si arricchì, così, di monumenti e di palazzi in stile gotico-romano, stile che prevalse fino alxvsecolo in molte parti d'Italia. Anche a Genazzano abbiamo trovato siffatte costruzioni gotiche; poche ne rimangono in Anagni, se si eccettua la cattedrale, lo stupendo palazzo municipale e la casa Gigli.
Il palazzo municipale ha un imponente porticato, che sorregge un solo piano. La strada passa sotto a quei portici come attraverso ad una porta. Sulla facciata si vedono, scolpiti nella pietra, stemmi del medio evo; in mezzo ad essi vi è il busto di un capitano della città, della casa dellaRovere, appartenente alxvsecolo. Nella facciata posteriore del palazzo sono notevoli gli ornati architettonici del cornicione e le sue finestre, adorne di colonnette di stile moresco, simili a quelle che si vedono a Rovello, sopra Amalfi.
Il palazzo municipale si è salvato dalla rovina medioevale, ed è qui, con la casa Gigli, il principale monumento del passato. La casa Gigli, un piccolo fabbricato che appartiene certamente al secoloxiv, mi ha ricordato le case di Palermo: essa è quadrata, con un tetto piatto ed un portico. Questo consiste in due arcate rotonde sostenute, al punto in cui si riuniscono, da una sola colonna; sotto di esso si trova una scala esterna di pietra, che porta nell'interno; questa architettura è ripetuta nell'unica finestra, del pari ad arco tondo, con una colonnetta nel mezzo. Sugli archi corre una piccola cornice ondulata, semplice ed armoniosa; sopra il tetto sono vasi di fiori che danno all'edificio un carattere grazioso e tutto meridionale.
Dopo aver visitato questa casa, mi son seduto sopra un banco di pietra che stava lì di fronte e mi sono accinto a farne uno schizzo nel mio album: sono stato subito circondato da molti cittadini, e nel vederli soddisfatti di ciò che stavo facendo, ho compreso che quel monumento del passatoispirava loro un sentimento di orgoglio patriottico. Si son lagnati però meco amaramente di quei quattro papi, loro compatriotti, che sì poco avevano fatto per la loro città natale, non provvedendola neppure di un acquedotto. E' questo veramente per gli abitanti di Anagni un grave danno: essi non hanno altr'acqua da bere che quella delle cisterne, che mi è parsa molto cattiva; e d'altra parte non sarebbe possibile costruire un acquedotto senza enormi spese, perchè bisognerebbe portarvi l'acqua da monte Acuto, facendole attraversare una larga valle. «E' vero, dicevano quelli, sarebbe occorsa una grave spesa; ma pensate che sono stati quattro i papi, e se avessero datoqualche cosa per uomol'opera sarebbe stata compiuta».
Il duomo di Anagni è costruito sul punto più alto della collina, presso la porta di Ferentino, in mezzo a molti altri edifici, in modo che la sua facciata ed il suo campanile isolato non producono quasi nessun effetto. Questa chiesa è una delle più antiche del Lazio, più antica anche della maggior parte delle cattedrali degli Stati della Chiesa, rimontando ai tempi della prima crociata. La fece edificare nel 1074 Pietro, vescovo della città, della stirpe dei principi longobardi di Salerno, il quale prese parte alla prima crociata come compagnod'armi di Boemondo, principe di Taranto. Sulla porta principale del duomo si legge, scolpita nella pietra, la seguente iscrizione:
QUISQUIS AD HOC TEMPLUM TENDIS VENERABILE GRESSUMMOX CONDITOREM CUNCTORUM NOSCE BONORUMCONDIDIT HOC PETRUS MAGNO CONAMINE PRAESULQUEM GENUIT TELLUS NOBIS DEDIT ALTA SALERNUSSIC MISERERE SIBI SUPERI PATRIS UNICE FILI.
La forma dei caratteri di questa iscrizione appare moderna: è forse del secoloxvi, ma lo spirito e l'espressione appartengono certo al tempo in cui la cattedrale fu innalzata.
Quantunque più volte restaurata dai vescovi della città, la cattedrale ha conservato il suo carattere primitivo, gotico-romano. La facciata è di architettura rozza: termina con un frontone pesante, a forma di triangolo, di cui l'angolo superiore è ottuso e la base è formata da una semplice cornice. Nel centro si apre una finestra circolare, senza ornamenti, ed al disotto di questa un'altra finestra grande e quadrata, aperta molto probabilmente in un'epoca posteriore. La porta, ve n'è una sola, ha una cornice d'un gusto mediocre, formata di strisce di pietra ornate di teste di leoni e di tori, rozzo lavoro del medio evo.
Da un sol lato della porta, senza simmetria e senza ragione alcuna di essere, sorgono due pilastri con capitelli, incastratinel muro. Ai disopra v'è un arco di pietra adorno di semplici arabeschi.
Tutto l'edificio è costruito col tufo calcareo bruno, fornito dalle montagne vicine. Si vede facilmente che la facciata ha conservato nelle linee generali la sua forma primitiva, ma che è stata in seguito restaurata alla men peggio, per necessità.
All'interno il duomo è vasto e bello, non a forma di basilica, bensì costruito in quello stile semigotico, di cui in Roma porge esempio la chiesa di S. Maria sopra Minerva. Ha tre grandi navate ed un coro a volta alto, in forma di croce; il pavimento, in mosaico, fu eseguito nel 1226, dal celebre Cosma, romano, a spese del vescovo Alberto e del canonico Rinaldo Conti, che salì più tardi sul seggio papale col nome di Alessandro IV.
Dal coro si discende nella cripta sotterranea, veramente bella e degna di una descrizione minuta. Consiste in una volta non molto alta, sorretta da colonne; tanto la volta che il pavimento sono decorati di mosaici colorati, mentre le pareti sono interamente ricoperte di antichi affreschi, disgraziatamente molto sciupati ed in certi punti addirittura irriconoscibili. Si nota subito che essi appartengono ad epoche diverse, perchè, mentre alcuni dei soggetti biblici che vi sono rappresentati sono diun rozzo stile bizantino, altri presentano i caratteri di un'arte più avanzata, e vi sono pure alcune belle e graziose figure, particolarmente quelle dell'adorazione della Croce, che sembrano dell'epoca di Cimabue.
In questa cripta è la tomba di S. Magno, patrono della cattedrale, ed un'antica iscrizione ci fa sapere che nel 1231 lo stesso maestro Cosma fu incaricato di rinnovare la tomba del martire. Così questa famiglia di artisti, che ha arricchito Roma di tante opere preziose, recava pure il suo artistico tributo nei paesi della campagna romana.
Anche nella cappella del coro, nella navata posteriore, esiste un monumento eseguito dai Cosmati, un antico tabernacolo gotico, poggiato sopra un sarcofago di marmo, la cui forma ricorda a prima vista la tomba del vescovo Consalvo, eretta nel 1298 da Giovanni, figlio di Cosma, in S. Maria Maggiore di Roma. Non v'è dubbio che anche questo tabernacolo sia opera sua, ed anteriore solo di quattro anni, perchè l'iscrizione dice:
IN ISTO TUMULO REQUIESCUNT OSSA D. PETRI EPISCOPIQUI NUTRIVIT D. BONIFACIUM PAP. VIII. ITEM SUBTUSOSSA D. GOFFREDI CAJETANI COMITIS CASERTANI.ITEM OSSA D. JACOBI CAJETANI HIC RECONDITA KAL. AUGUSTIANNO D. MCCXCIIII.
Sul sarcofago semplicissimo, che racchiude le ossa di questi membri della famigliaGaetani, si scorgono le loro armi, ma senza l'aquila, componendosi lo stemma dei Gaetani ordinariamente di uno scudo diviso in due campi, in uno dei quali sono due strisce serpeggianti, nell'altro un'aquila.
Nella stessa cappella del coro v'è anche un'altra antichità degna di nota, cioè una antica e bella imagine della Madonna, sotto la quale sta la seguente iscrizione:
HOC OPUS FIERI FECIT DONRAYNALD. PRESBYTERET CLERICUS ISTIUS ECCLESIAE.ANNO DNI M.CCCXXII. MENSE MADII
Fu dunque un dono fatto dal Conti, quegli che poi fu Alessandro IV.
Pochi altri ricordi di quei papi di Anagni rimangono in questa cattedrale. Primi fra questi gli abiti pontificali d'Innocenzo III e di Bonifacio VIII, conservati in un armadio della sagrestia. La pianeta d'Innocenzo è d'una stoffa turchina, con ricchi e pesanti ricami d'oro, e vi sono tessute figure che rappresentano soggetti del Nuovo Testamento, eseguite con una tale perfezione che si direbbero copie di quadri di Giotto o di frate Angelico da Fiesole, anzichè ad un'epoca anteriore. Assai più rozzo come lavoro è il pesante piviale di Bonifacio, ricamato ad aquile e leoni.
Oltre a questi tesori, il sagrestano mi ha fatto vedere delle antiche mitre vescovili edei bastoni pastorali che per le loro bizzarre ed insolite forme meritano l'attenzione degli antiquari.
Invano ho cercato busti o ritratti di quei papi: non ve ne sono. Soltanto nel muro esterno della chiesa, in una nicchia o tabernacolo, posta sotto il cornicione, è seduta sul trono la marmorea figura di un papa. Mi fu detto che quell'informe statua, che pare un idolo, rappresenta Bonifacio VIII.
In tempi posteriori furon collocati nel coro del duomo i busti dei quattro papi, dipinti su tela a forma di grandi medaglioni, che ora si trovano appesi, ondeggianti all'aria, nelle due gallerie del coro stesso; è questa un'idea bizzarra che deve risalire al secoloxvii, e forse anche alxviii.
Prima di lasciare la cattedrale per recarci al palazzo di Bonifacio VIII, voglio ricordare alcune scene di cui essa fu teatro, scene molto interessanti per noi tedeschi, poichè esse si collegano alla storia della Germania, giacchè il duomo di Anagni ha avuto grandi rapporti con la casa degli Hohenstaufen. Fu davanti al suo altare che Alessandro III, nel giovedì santo del 1160, maledì il grande imperatore Barbarossa; fu lì che Innocenzo III lesse la bolla che scomunicava Federigo II; e fu lì finalmente che Alessandro IV lanciò l'anatema contro ilgiovane eroe Manfredi. Scene barbare e selvagge del medio evo, scomparse da gran tempo, al pari dello splendore del nostro grande impero e del prestigio del papato stesso.
L'ultimo papa di Anagni fu Bonifacio VIII, della famiglia Gaetani. Chi ignora la sua prigionia nello stesso suo palazzo, e la tragica fine che seguì immediatamente la sua liberazione?
Nel 1294 la sorte aveva strappato l'eremita Pietro da Morone dalla sua profonda solitudine del monte Majella, per innalzarlo al seggio papale. L'eremita, debole ed inetto, aveva preso dimora a Napoli, divenendo lo strumento cieco di re Carlo. Intanto l'ambizioso e risoluto cardinale Benedetto Gaetani di Anagni, aspirava alla tiara pontificia. Pietro, o meglio Celestino V, decise di abdicare, e così fece, cinque mesi appena dopo la sua elezione, fuggendo quindi subito nella sua solitudine. Ma non appena il Gaetani fu eletto papa col nome di Bonifacio VIII, fece arrestare il fuggiasco, lo portò nel suo palazzo di Anagni e da questo poi lo relegò nel vicino castello di Fumone, dove l'infelice eremita finì i suoi giorni.
Bonifacio non aveva dimenticato che i due cardinali della casa Colonna, Jacopo e Pietro, avevano osteggiato la sua elezione, e giurò di umiliare questa potente famiglia.Nel 1297 la ruppe con essa per motivi o pretesti che non importa qui riferire. Ne seguì una crociata del papa contro i Colonna; essi fuggirono dinanzi al suo sdegno; i due cardinali, privati della porpora, si ritirarono a Rieti e Sciarra Colonna, allora capo della famiglia, si recò in Francia, dove Filippo il Bello lo accolse con piacere, poichè egli era in guerra con Bonifacio VIII, che lo aveva scomunicato e dichiarato decaduto dal trono. Egli decise con Sciarra di sorprendere Bonifacio in Anagni, dove si trovava nell'estate del 1303, e di farlo prigioniero; a questo scopo Sciarra si unì a Guglielmo di Nogaret, che godeva la fiducia del sovrano. Furono radunati segretamente trecento cavalieri e maggior numero di fanti, e dopo che Nogaret si fu accampato a Ferentino, con alcune truppe pronte ad ogni evento, Sciarra, nella notte del 7 settembre, uscì dal vicino borgo di Sgurgola. I ghibellini di Anagni, che erano del complotto, gli aprirono le porte; egli assalì il palazzo Gaetani e penetrò nelle stanze del papa. Bonifacio oppose alle violenze sofferte un'eroica dignità. Rimase per tre giorni prigioniero di Sciarra e di Nogaret che lo minacciarono di morte, intimandogli di scendere dal trono papale come egli aveva costretto a scenderne l'infelice Celestino. Intanto il cardinale Luca Fiesco incitava gliabitanti di Anagni a liberare il papa, loro concittadino, dalle mani di quella turba furibonda. Il popolo diè di piglio alle armi e cacciò gl'invasori dal palazzo. Poi ricondusse a Roma il papa liberato, che vi morì l'11 ottobre per l'ingiuria patita e per la rabbia.
I cardinali suoi concittadini, membri della Curia, avevano tradito Bonifacio. Quando poi fu eletto a suo successore Benedetto XI, questi lanciò una bolla contro coloro che avevano perseguitato Bonifacio, ed ebbe ad esclamare: «La stessa sua patria non lo protesse; il suo palazzo non gli servì di asilo; la più alta dignità della Chiesa è stata insultata; la Chiesa ed il suo Sposo sono stati avvinti dalle catene. Quale luogo potrà d'ora innanzi offrire sicurezza? Quale asilo resta ancora inviolabile, se lo stesso papa di Roma è stato offeso nel suo? Delitto abbominevole, sacrilegio inaudito! Guai a te, Anagni, che hai lasciato compiere un tale misfatto fra le tue mura! Non cada più sopra te nè rugiada, nè pioggia, cada invece sugli altri monti, e l'una e l'altra sfugga te che hai assistito alla caduta dell'eroe senza impedirla, ed hai tollerato gli fosse fatta violenza!».
La maledizione di Benedetto XI non pesa più oggi sopra la città di Anagni; ma nell'anno 1616 gli abitanti superstiziosi si credevano ancora sotto l'influsso di quelle terribiliparole. Allorchè in quel tempo il famoso viaggiatore Leandro di Bologna visitò la città, la trovò un mucchio di macerie e lo stesso palazzo dei Gaetani in rovina; la tremenda guerra della campagna romana, condotta dal duca d'Alba, aveva devastato tutta la contrada, e gli abitanti di Anagni, ridotti alla miseria, narrarono al bolognese, piangendo, che dal giorno in cui Bonifacio era stato tradito fra le loro mura, erano stati oggetto di continue calamità.
Ho cercato in Anagni il luogo dove si svolse questo dramma, che pose fine, con Bonifacio VIII, alla potenza universale del papato, fondata da Gregorio VII: ma il palazzo Gaetani è stato distrutto da molto tempo, e quello a cui ora gli abitanti di Anagni danno tal nome, è un edificio moderno del marchese Traetti, che sorge sulle fondamenta di quello stesso palazzo, sul margine della collina, non lontano dal duomo, col quale mi fu detto che l'antico palazzo avesse comunicazione. Nel cortile esistono ancora antiche mura della residenza di Bonifacio VIII, e dietro l'attuale edifizio sono le rovine grandiose di un'antica loggia, di cui rimangono ancora tre grandi archi, appoggiati alla collina. Ai piedi di questa sorge una grande muraglia di antica costruzione, che mi si èdetto essere un avanzo delle stalle di Bonifacio VIII.
Trovai anche qui, come altrove, che il presente ha maggior diritto alla nostra attenzione che non il passato, perchè alla vista dello stupendo paesaggio che si stendeva dinanzi ai miei occhi dimenticai subito la storia di Bonifacio. Di lassù si scorge una selvaggia regione sassosa, di aspetto severo, sulla quale sorge solitario un tempio dorico, di costruzione moderna, che è il camposanto di Anagni. Più in là si leva maestoso il bruno monte Acuto. Salendo per pochi passi la collina si scorge alla distanza di sei miglia al più una rupe grigiastra e selvaggia, sulla quale, in triste abbandono, sorge un cupo villaggio. «È Fumone!» mi disse una donna che passava; e soggiunse con disprezzo: «Quando Fumone fuma la campagna trema». Non avendo compreso questo proverbio, gliene chiesi il senso, ma la donna non mi seppe rispondere che questo: «Guardate, guardate come è misero! Là vi si muore sempre di fame!».[4]Quello era dunque Fumone, dove fu rinchiuso Celestino V, l'unico Papache abbia abdicato, di cui tutta la storia è un romanzo, quanto tutto il medio evo.
Qui debbo ricordare un curioso incidente. Avevo tratto di tasca, per osservare Fumone, un cannocchiale guarnito in metallo lucido, quando per caso lo rivolsi su un giovanetto che stava sulla strada, a poca distanza da me. Il ragazzo gettò un grido e fuggì in preda allo spavento. Al suo grido accorsero uomini, donne e fanciulli, domandando cosa fosse accaduto: questa scena mi ha ricordato quell'altra ridicola di Genazzano, dove con un semplice libro sparsi il terrore come mago.
Abbiamo ormai visto e parlato di tutto ciò che v'è di notevole in Anagni, e possiamo lasciare questa città. Ogni interesse per essa cessa con Bonifacio, se non termina con lui anche la sua storia, poichè dopo di allora, due sole volte Anagni è ricordata, e cioè nel 1378, allorquando, dopo l'elezione di Urbano VI, i cardinali francesi avversari del partito romano, vi si rifugiarono per eleggervi un antipapa dando origine al grande scisma, e nel 1556, allorquando i soldati del duca d'Alba la distrussero durante la guerra della campagna.
Questa rovina spiega il suo aspetto moderno. Ora è una città morta di 6000 abitanti, fieri ancora delle loro memorie, dei loro Papi e delle loro famiglie patrizie. Fraqueste se ne contano ancora dodici, le cosiddette dodici stelle di Anagni, ed ancora esistono quelle dei Gaetani e dei Conti, i più antichi di stirpe. Nuove famiglie si sono aggiunte a queste, fra le quali mi è grato ricordare la gentil famiglia degli Ambrogi.