I monti Ernici.(1858).

Vi sono nella campagna romana alcuni luoghi speciali che per la loro antichità, o per la bellezza dei dintorni, o per le qualità caratteristiche delle popolazioni, o per i monumenti, invitano il forestiero a visitarli. La regione di cui mi accingo a parlare è appunto uno di questi luoghi, e appartiene alla Legazione di Frosinone, stendendosi sopra il fiume Sacco, sulle pendici dell'Appennino. Le principali città di questa regione, degli antichi Ernici, sono Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli e Frosinone, paesi tutti più antichi di Roma, le cui origini risalgono ai tempi favolosi di Saturno ed a quelli dei Ciclopi.

Era mio proposito visitare non solo le città, ma arrampicarmi anche su per i monti, per vedere la bella e famosa Certosa di Trisulti, e nelle sue vicinanze la rinomatagrotta di Collepardo, nonchè lo strano pozzo nelle rocce di Santulla, a forma d'imbuto, detto «Fonte d'Italia», del quale molti parlano ma pochi si recano a visitare.

A cavallo, in compagnia di un bravo campagnolo, certo Francesco Romano, che avevo preso meco come guida e come servo, lasciai Anagni prendendo un'amenissima via.

Scendendo la collina su cui sorge Anagni, ad una distanza di circa otto miglia, si scorge Ferentino, che si presenta come un paese di una certa importanza, collocato in cima all'ampia ed estesa vetta, di un colle le cui pendici sono verdeggianti di vigneti e di giardini, mentre sulla cima sorgono pittorescamente nere torri medioevali, chiese e conventi. La via Latina sarebbe molto monotona sino a Ferentino se non fosse animata dal continuo passaggio deiCiociari, e qui se ne incontrano molti, perchè la via Latina serve pel trasporto a Roma non solo dei prodotti di queste contrade, ma anche di quelle dei confini napoletani, e gli Arpinati, compatrioti di Cicerone e di Mario, son soliti portare il loro bestiame al mercato della città eterna.

Incontrai molte comitive di gente di quei paesi e file di carri pesanti e grossolani, con due enormi ruote, detti barocci, tirati da buoi bianchi, dalle corna lunghissime. Alcuni di questi barocci erano carichi disacchi di grano, altri di lana, la maggior parte però portavano ceste di polli. I campagnoli che li conducevano facevano veramente una splendida figura coi loro cappelli a punta, le lunghe giubbe rosse ed i sandali di rozzo cuoio.

Quando giunsi a Ferentino speravo nella gentilezza di una famiglia del paese per la quale mi avevano dato una commissione. Un giovane di mia conoscenza, impiegato nel tribunale di un paese della Sabina, dove mi ero trattenuto a lungo, aveva la sua fidanzata a Ferentino, e siccome questa tenera relazione si era da qualche tempo raffreddata, egli desiderava riannodarla e non avendo potuto accompagnarmi nella mia gita, come sarebbe stato suo desiderio, mi aveva pregato di far la parte di Galeotto, o meglio di messaggero d'amore, cosa a cui mi ero volontieri prestato. Mi aveva dunque consegnato una epistola elegantemente scritta per la sua bella, raccomandandomi di non consegnarla all'amica in presenza di suo fratello prete, ma con ogni segretezza. Appena sceso all'albergo, mi recai alla casa indicatami: la bella e graziosa fanciulla stava appunto alla finestra. Salii le scale e trovandomi solo con lei nella prima stanza, senza scorgere l'ombra di un prete, le feci prima di tutto i saluti dell'amico nella miglior forma possibile, poitirai fuori la lettera e gliela consegnai. La poveretta era visibilmente imbarazzata: prese la lettera, e divenuta pallida, poi rossa, senza dire una parola, entrò nella stanza vicina e di lì a poco riapparve pregandomi di entrare. Appena entrato mi trovai di fronte al prete, che stava coricato in un letto tutt'altro che pulito: egli aveva in mano la lettera d'amore, che stava leggendo attentamente.

Capii subito che la povera ragazza stava sotto la dispotica influenza del fratello; che brutte scene dovevano esser accadute in quella casa e che la giovinetta non aveva la forza morale di sottrarsi alla dura tirannia del reverendo. Questi, che avrebbe potuto essermi molto utile per darmi informazioni sulla storia e sulle cose più notevoli della città, mi accolse con molta freddezza e con una certa inquietudine, ed io lasciai poco dopo la casa, dolente di avere con la mia intromissione confuso maggiormente le fila di quell'innocente intrigo amoroso. Per fortuna trovai altre persone che si offrirono di servirmi di guida in Ferentino, e così potei visitare in lungo ed in largo quest'antichissima città del Lazio.

Ferentino, anche oggi importante sede vescovile, si compone di un laberinto intricato di strade, per la maggior parte strette, interrotte qua e là da qualche piazza. Latranquillità tutta campestre, la mancanza completa di movimento commerciale, la solitudine che regna su quasi tutte le case, danno al paese un'impronta tutta medioevale, mentre qua e là tronchi di colonne, avanzi di sepolcri, frammenti marmorei, coperti d'iscrizioni romane, ricordano l'antichità classica.

Mi posi a sedere in una piccola piazza quadrata, che dà sulla campagna da dove si gode lo splendido panorama del paese dei Volsci, e non tardai a provare un senso di profondo benessere. Guardavo le donne che si affollavano intorno ad un'antica cisterna medioevale, calando giù, l'una dopo l'altra, il loro secchio di latta legato ad una corda; lavoro assai noioso e faticoso, ma inevitabile, perchè a Ferentino, come in quasi tutte le città del Lazio, mancano fontane. Spesso in queste regioni il viaggiatore dura fatica a scuotersi da quel torpore, da quella pigra contemplazione a cui lo invitano il caldo estivo e l'alta quiete che lo circonda. In quella strana e pur familiare solitudine si ridestano sensazioni già altra volta provate, e ciò che giace in un lontano passato ritorna con dolcezza alla mente come avvolto nell'ombra.

Uno sguardo ad una iscrizione romana vicino a me bastò a richiamarmi alla realtà ricordandomi l'intenzione che avevodi visitare le antiche mura di Ferentino. Come molte città del Lazio essa era in origine circondata da mura ciclopiche e sul punto più alto della collina sorgeva la rocca ugualmente fortificata. Non fa meraviglia che sussistano ancora notevoli avanzi di quelle opere gigantesche, frutto di una civiltà, della quale non si hanno altri ricordi, ma che dovette essere straordinariamente avanzata; reca piuttosto stupore che costruzioni di tal fatta abbiano potuto essere in parte rovinate. In molti punti quegli enormi massi sono spostati, in altri furono sostituiti con muri romani, ed in altri infine si riconoscono costruzioni del medio evo, nel così detto stile «saracinesco», in modo che con un solo sguardo si vedono riuniti su di un piccolo tratto di muro i caratteri di tre diversi periodi di civiltà, gli uni dagli altri tanto diversi. Meglio che in qualunque altro luogo si può fare questa osservazione presso la porta di Frosinone e presso la meravigliosa porta Sanguinaria, di struttura ciclopica, che fu da prima ridotta ad arco dai Romani, quindi deturpata da misere costruzioni medioevali. Le fondamenta però, sino ad una certa altezza, sono costituite tuttora da massi ciclopici voluminosi, irregolari, meravigliosamente congiunti fra loro.

L'antica rocca di Ferentino merita di essere visitata; essa pure è circondata di mura come la città, e sorge in cima ad una collina rocciosa e in origine era interamente cinta da mura ciclopiche. All'epoca romana vi era una fortezza turrita, le cui fondamenta costruite con grosse pietre quadrate esistono ancora. Questa rocca dovette essere inespugnabile, ed anche oggi si potrebbe con poca fatica render tale questa forte posizione. Durante l'impero romano vi dimorava il prefetto di città e nel medio evo sostenne più assedi. Si scorgono tuttora all'estremità del piano, in cima alla collina, gli avanzi del castello superiore e specialmente due torri mozze, che certo sorgevano ai due fianchi di una fortezza quadrata: esse sono di un effetto straordinariamente pittoresco.

In quasi tutte le città del Lazio si osserva che le cattedrali furono costruite là dove prima sorgevano gli antichi castelli, e non si potè trovare per esse luogo più adatto. I vescovi fabbricarono anche generalmente a fianco delle cattedrali i loro palazzi, trovandosi così situati in modo da dominare la città. Il vescovato di Ferentino è uno fra i più antichi dei dintorni, e quelli che lo fondarono, furono ben consigliati a scegliere la rocca, riducendo così ad uso di abitazione del vescovo l'anticopalazzo del prefetto, mentre il duomo venne costruito con i materiali degli antichi monumenti.

Appena entrati in città da porta Romana, lavoro di meravigliosa solidità di costruzione, ci si trova vicinissimi al duomo ed al palazzo vescovile che gli sorge a lato. Siamo in pieno medio evo. La chiesa è piccola, ma ben proporzionata, ricca di iscrizioni e di frammenti di meravigliose sculture, alcune delle quali si fanno risalire alxsecolo; queste sculture sono incastrate parte nel muro, parte nel pavimento. Il palazzo vescovile è un miscuglio di vari stili architettonici, e pare un piccolo castello deserto.

A Ferentino vi sono alcuni monumenti medioevali specialmente degni d'attenzione, fra gli altri ricorderò almeno la graziosa chiesa di S. Maria Maggiore. Essa si trova in fondo alla città su di una piccola piazza, ed è una delle opere più perfette nello stile gotico-romano del secoloxivoxvche esistano nel Lazio. Le chiese di Fossanova e di Casamari, che non ho ancora visitate, devono essere simili a questa nello stile. Sebbene mi occupi particolarmente dei monumenti del medio evo, e la mia attenzione sia specialmente rivolta alle iscrizioni che appartengono a quell'epoca, non trascurai però di farmi condurre a visitarele antichità romane, sparse qua e là per il paese. Però esse non sono molto importanti. Sotto questo riguardo l'orgoglio di Ferentino è il così detto «Testamento», ed io dovetti arrampicarmi faticosamente sulle rupi, tra le siepi spinose di una vigna, per arrivare a questa meraviglia, e vidi finalmente dinanzi a me una grande lapide scolpita nella pietra viva. Una lunga iscrizione in caratteri elegantissimi informa che Aulo Quintilio, quatorviro ed edile, era stato benefattore della sua patria, avendo a questa lasciato per testamento tutto il patrimonio, e che la città riconoscente gli aveva decretata l'erezione di una statua da collocarsi nel foro.

Quando, stanco di questa gita, feci ritorno alla mia locanda, presso la porta di Frosinone trovai una grande confusione. Erano proprio in quel giorno terminati gli esami nel ginnasio e parecchie agiate famiglie delle città dei dintorni erano venute a ritirare i loro figli, per condurli a passare a casa loro le vacanze autunnali. Padri, madri, ragazzi, avevano invasa tutta la locanda, e l'impetuosa gioia dei vecchi e dei giovani era senza limiti: gli uni partivano, gli altri pranzavano, altri ancora si preparavano a passarvi la notte, di modo che con grande fatica riuscii a conservarmi la camera che avevo già fissato. Riposarefu impossibile, perchè tutta la notte le donne, i ragazzi, i servi stettero in continuo movimento. Quando poi nel cuor della notte questo chiasso infernale si fu acquietato, cominciarono nella via canti festosi e straordinariamente sonori.

Erano gruppi di pellegrini che, approfittando del fresco notturno, s'incamminavano verso non so qual santuario. Le loro litanie, echeggiando nella quiete della notte, producevano un'impressione profonda. L'udire quei canti nel silenzio solenne della notte invita a pensare, poichè la fantasia segue i passanti che non vediamo e di cui non sappiamo nemmeno donde vengano e dove siano diretti. Era appena passata una compagnia, che in lontananza si udivano gliOra pro nobisdi un'altra, che passando davanti alla casa si allontanava per esser seguita ancora da un'altra, e così trascorse tutta la notte.

Finalmente fui felice di veder spuntare il giorno, ed il sole era ancora nascosto dietro ai monti che attraversavo a cavallo la città per recarmi ad Alatri. La strada era magnifica: prima passava in mezzo a vigneti, poi si faceva più aspra e selvatica traversando una regione montuosa, ombreggiata da annosi castagni e rallegrata da parecchi ruscelli. Ma avanzando, la strada si faceva più cattivaed il paesaggio più deserto, finchè arrivai ai piedi di una collina a forma di cono, in cima alla quale in un luogo cupo e malinconico sorgevano alcune torri sgretolate e mura cadenti. La vista inaspettata di questo castello mi sorprese piacevolmente; l'avevo già contemplato con desiderio ad Anagni e non sapevo che andando ad Alatri vi sarei passato così vicino. E' l'antico Fumone, il carcere di Celestino V. Qui egli morì il 19 maggio 1296, dopo una penosa prigionia di dieci mesi, nella tarda età di 81 anno.

Nel contemplare Fumone pensai che non sarebbe stato facile davvero trovare un luogo di esiglio più triste di questo. Non fu certo però la solitudine che maggiormente addolorò quel prigioniero, che aveva passato la sua vita fra le spelonche in luoghi selvaggi.

Dovetti contentarmi di guardare questo castello sospeso sulla mia via, simile ad un nido di briganti. Proseguii la strada ai lati della quale si ergevano due alti monti ed una terza altura chiudeva l'orizzonte. Giunto in cima a questa mi si presentò dinanzi un panorama sublime. Di lassù si scorgeva il più splendido paesaggio degli Appennini; colline e pianure si alternavano e dietro si stendevano catene di alti monti su cui, in lontananza, si scorgevanoborghi e città, fra le quali Vico e Guarcino.

La strada scendeva quindi dolcemente nella fertile campagna di Alatri, e finalmente dopo aver girato una collinetta vidi dinanzi a me questa interessante città. Cavalcando attraverso mura annerite dal tempo, in un meraviglioso mattino d'estate, fui rallegrato dall'aspetto vivace della città, ricca di splendidi palazzi che dimostrano una fiorente vita cittadina nel passato. Non avevo ancor visto una città di così bell'aspetto nei monti del Lazio e non ve n'è altra che abbia un'architettura di stile così spiccatamente gotico-romano.

Alatri è il centro principale d'industria e di commercio dei monti Ciociari, vi si fabbricano stoffe, tappeti, coperte di lana, e quelle giubbe e quei cappelli a punta che sono tanto in uso in tutto il Lazio. Il giorno in cui vi arrivai, c'era mercato. Le strade e le piazze, ingombre delle frutta d'agosto, fichi, pesche, albicocche e grosse pere, offrivano un lieto spettacolo, ed erano gremite di gente. I montanari, alti, nerboruti, con le loro giubbe scarlatte, coi sandali e i cappelli di feltro a punta ornati di fiori, mi ricordarono che mi trovavo nelLatium feroxdi Virgilio, i cui abitanti robusti ed energici hanno conservato durante tutto il medio evo il loro carattere.

Le strade sono quasi tutte strette, oscure e cupe, tutte le case essendo costruite in tufo scuro, di rado imbiancate con la calce. Rimasi stupito di trovarne buon numero che avevano l'aspetto di palazzi, nome che vien dato nelle città romane ad ogni casa, che abbia un portone, tanto più se appartiene ad antica famiglia patrizia. In Alatri dovettero essere dunque moltissime le famiglie nobili che fiorirono durante i secoli XV e XVI, giacchè la maggior parte dei palazzi della città appartiene a quell'epoca. Hanno generalmente il tetto piatto, molto sporgente, e la facciata in massi quadrati tagliati molto regolarmente in pietra calcarea, il cui colore scuro produce un bellissimo effetto. Le porte sono di architettura gotica, ad archi snelli; ne osservai sei in un bel palazzo; su di esse posava un cornicione di squisito disegno e sopra questo erano sei finestre di splendide proporzioni. Tutte le finestre in Alatri sono di stile gotico-romano, molto simili a quelle degli antichi campanili di Roma, e sono formate da due archi divisi nel mezzo da una colonnetta.

Questo stile architettonico dà un carattere imponente alla città. Alcuni edifici mi richiamarono alla memoria quelli del periodo delle repubbliche toscane, quella di Siena specialmente. Il palazzo Jacovazzi sidistingue dagli altri per la sua altezza e per la severità della facciata in stile semigotico: è ora proprietà e sede del Municipio.

Da Roma ero stato raccomandato ad una delle famiglie più distinte di Alatri che per ricchezza e per influenza aveva avuto una parte importante nella storia della città.

Appena arrivato cercai subito il palazzo Grappelli, e trovatolo, mi accorsi che meritava veramente la denominazione di palazzo. Un'ampia corte interna, belle scale in pietra, un salone magnifico, dove era stato eretto un teatrino, molte stanze con soffitti dipinti e pareti adorne di affreschi, ed infine in mezzo ad alcune costruzioni laterali in pessimo stato, una torre in rovina rivelava che un tempo vi era una fortezza e che quel palazzo era stato la residenza di ricchi signori. Ora però tutto era in stato di completo abbandono e le stanze poveramente mobiliate e con reliquie di tempi migliori. Mi si assicurò che questa famiglia, al pari di molte altre della città, era caduta in gran miseria. Ma la gioventù che vidi in questa casa era tutta fiorente di vita e di salute, ed ammirai con piacere le vivaci fanciulle cresciute magnificamente in quella fresca aria montanina. Esse facevano a meno volentieri dei noiosi divertimenti diRoma e, sempre in moto, animavano colla loro allegria le piccole riunioni cittadine ed alla sera si divertivano giocando e ballando.

Quando chiesi quali fossero le cose più notevoli di Alatri, mi raccomandarono in modo particolare la chiesa di Santa Maria Maggiore e le mure ciclopiche, che in fondo erano state lo scopo della mia gita. La chiesa, situata in una piazza circondata interamente da costruzioni medioevali, è piccola e in stile gotico-romano. Aveva in origine due campanili, ma ora ne rimane in piedi uno solo che forse non fu mai finito ed è mezzo rovinato. Le finestre sono ad archi romani. Una facciata assai irregolare, con tre porte di architettura gotica, produce una strana impressione, perchè nella porta di mezzo si apre una finestra circolare che non va affatto d'accordo col resto dell'edificio. Il rosone di questa finestra è guarnito di vetri dipinti.

La cornice della porta ha un ornato di foglie di acanto, ed il suo arco riposa sopra un gruppo di colonne. Entrando in chiesa rimasi deluso perchè, sebbene le tre navate composte di quattro grandi archi siano di stile semigotico, tutto l'interno appare guastato da un cattivo gusto moderno, coperto di falsi marmi e dipinto fin sulla volta a croce con variati colori com'è dimoda ora a Roma. La navata di mezzo è ora rischiarata a ciascun lato da una finestra a rosone, ed anche la tribuna riceve la luce da un'altra finestra simile. Invano cercai antiche sculture: l'unica che meriti qualche attenzione è il battistero, una vaschetta sostenuta da tre cariatidi, lavoro assai grossolano del medio evo.

Mi recai subito alle mura ciclopiche. Al pari di Ferentino, Alatri era in origine circondata da queste mura, ma quelle intorno alla città sono quasi completamente rovinate; solo le mura della così detta rocca, si sono conservate meraviglioso monumento di quell'epoca, di cui non trovasi l'eguale in tutto il Lazio. La sola vista di queste mura, che possono sostenere il paragone con le più gigantesche dell'Egitto, basta a compensare ampiamente della fatica del viaggio.

L'antica rocca di Alatri (chiamata ora «Civita» quasi città per sè stessa) è sulla collina più elevata, attualmente vicino al duomo, giacchè, come a Ferentino, la cattedrale e il vescovato si appoggiano alla vetusta fortezza. Questa collina, sulla cui cima spianata si erge il duomo, è intieramente circondata, sostenuta e quasi rivestita di mura ciclopiche, alte da 80 a 100 piedi. Allorquando mi trovai dinanzi a quella nera costruzione titanica, conservatain ottimo stato, quasi non contasse secoli e secoli, ma soltanto anni, provai una ammirazione per la forza umana, assai maggiore di quella che mi aveva ispirata la vista del Colosseo. Perchè in un periodo di maggiore cultura, con mezzi meccanici ben superiori, si capisce come si siano potuti edificare il Colosseo, le Terme di Caracalla e di Costantino; senza chiedere troppo alla forza degli uomini, perfino le mura di Dionigi a Siracusa, e perfino le opere più grandi che in questo genere io abbia mai veduto fin qui non destano tanta meraviglia.

Qui vediamo dinanzi a noi mura colossali di cui ogni pietra non è un grosso pezzo quadrato, ma un vero macigno di forma irregolare, e se ci domandiamo meravigliati con quali mezzi si siano potuti collocare tali massi gli uni sugli altri, si arriva ancor meno a comprendere come sia stato possibile incastrarli gli uni negli altri, in modo da non lasciare il minimo interstizio, producendo l'effetto di un gigantesco mosaico lavorato con la massima precisione.

La tradizione attribuisce questo genere di costruzione degli antichissimi tempi latini, ai tempi di Saturno, e li sbalza addirittura fuori del periodo della civiltà storica. Però la scienza, che in Italia si occupatanto di ricerche intorno agli Indo-Germanici e ai Pelasgi, è costretta a confessare di non saper nulla intorno a quei popoli che hanno costruito quelle opere colossali. La loro vista sola basta a convincerci che una razza che potè costruire tali mura, doveva già possedere un'importante cultura e leggi ordinate.

La vicinanza tra di loro di queste città ciclopiche sparse per tutto il Lazio dimostra che in tempi antichissimi esistette in questa regione un gran numero di repubbliche o comuni autonomi di cui ignoriamo le scambievoli relazioni, ma dalla costruzione di tali immense fortificazioni possiamo dedurre come esse fossero continuamente in guerra fra loro, ed esposte soprattutto alle invasioni dei malviventi per le loro posizioni isolate e malsicure. Se si volesse stabilire una proporzione esatta fra la forza degli uomini e le dimensioni delle loro opere, si dovrebbe supporre essere stati giganti coloro che costruirono quelle mura, o che le assaltavano con nemico furore, ma queste costruzioni appartengono al periodo delle opere colossali, con le quali s'iniziò la civiltà umana presso tutti i popoli ed in tutte le parti del mondo, finchè poi dalla grandezza materiale salì a quella che con mezzi perfezionati produce opere belle ed artistiche.Non si dovrebbero far risalire queste opere ciclopiche a tempi remotissimi; forse furono costruite nel Lazio dopo la fondazione di Roma. Non è molto grande il passo che separa queste costruzioni di massi irregolari da quelle più regolari degli Etruschi e dei Romani.

Si usciva dalle mura di questo Campidoglio dell'antica Alatri per una porta principale tuttora esistente: un'immensa costruzione in pietre disposte orizzontalmente; oltre a questa vi è un'uscita secondaria e, nel muro esposto a mezzogiorno, vi sono tre nicchie quadrate che fanno supporre vi fossero collocate le statue degli Dei, mentre si può ragionevolmente ritenere che un ciclopico avanzo nel centro del castello fosse l'altare su cui erano offerti i sacrifizi solenni.

Fino al 1843 queste mura erano mezzo sepolte fra le macerie e le piante rampicanti e non vi era una strada che permettesse di farne il giro. Una visita di Gregorio XVI fece nascere negli Alatrini la felice idea di liberare da quegli ingombri quell'impareggiabile monumento della più remota antichità. Duemila uomini lavorarono dieci giorni per sgombrare i rottami, e così l'Acropoli fu non soltanto liberata dalle macerie che la deturpavano, ma provvista di una strada che ne fa il giro e sichiama via Gregoriana. In quel tempo furono pure riaperte la porta principale e la salita che conduce alla piazza del castello, che è larga e bene spianata ed ora è cinta da un parapetto di pietra, che s'innalza sopra le mura ciclopiche, e, siccome non vi è altra costruzione che il duomo, vi si gode liberamente un'ampia vista del paesaggio montuoso. Il colpo d'occhio è splendido ed affascinante per la sua estensione e bellezza, ed io non tenterò nemmeno descriverlo od anche soltanto accennare alla linea dei monti che, nel luminoso cielo turchino, si stendono sopra l'amena campagna. In tale quiete perfetta, anzi in quella completa solitudine, in quei luoghi misteriosi, testimoni di un'antichissima civiltà, si prova vivamente l'impressione del sublime. Non parlerò nemmeno del piccolo duomo che sorge solitario da un lato della piazza con un bizzarro campanile ed una facciata che appartiene al secoloxviii. Una larga gradinata di pietra conduce alla porta della chiesa. Purtroppo nell'interno tutto è rimodernato, e con dispiacere dovetti riconoscere che, anche nei luoghi più remoti del Lazio, la falsa ambizione dei preti e dei comuni ha guastato, restaurandole, le venerate reliquie dell'antichità. La mania di seguire la moda che distrugge a poco a poco i costumi nazionali,si attacca dovunque, anche ai fabbricati, che rimoderna con facciate senza stile, e ne guasta l'interno con puerili pitture dai colori stridenti come nella Roma moderna, dove per mancanza di gusto si gareggia coi Siciliani.

Girai per le strade di Alatri e la città mi piacque sempre più. Essa è circondata da giardini abbastanza ben coltivati, e nell'interno una vita vivace ed operosa rivela un'agiata condizione economica e, siccome in tutti questi luoghi dalla qualità del pane e del vino, come alimenti principali, si può con ragione dedurre quali siano le condizioni economiche del paese, mi persuasi che gli Alatrini non soffrono miseria. Non mi ricordo di essere stato importunato ad Alatri da nessun mendicante, come succede nella Sabina e nei monti Albani, dove essi vi seguono a frotte. Però i prigionieri domandano l'elemosina dalle finestre del loro carcere, spettacolo che, del resto, si può avere in quasi tutti i dintorni di Roma. Mentre il nostro rigoroso sistema di prigionia usa d'isolare più che sia possibile i carcerati dal resto del mondo, murandoli anzi nelle loro celle, come se fossero appestati, qui la tolleranza meridionale concede loro molta libertà.

Nelle città del Lazio udivo spesso i prigionieri cantare le più allegre canzoni dietrole loro inferriate, o rispondere ai ritornelli cantati nella strada o li vedevo raccontare a gesti storie che un forestiere non poteva certamente capire. Ora persino la questua è loro permessa in carcere. Questi delinquenti, spesso condannati all'ozio per lievi mancanze, sporgono fuori dell'inferriata una lunga canna cui, per mezzo di un filo, è assicurata una borsetta. Si vedono sempre due, tre, quattro di queste borse in movimento, ed i prigionieri sembrano dei pescatori i quali colla più grande tranquillità d'animo tengono la loro canna in mano per tirarla su quando il pesce ha abboccato all'amo. Così le borsette vuote dondolano nell'aria e, se qualcuno passa davanti alle prigioni, canna e borsetta gli calano immediatamente davanti al naso ed il carcerato chiede vi si metta una moneta per amore della Madonna. Gradisce anche un sigaro, che fumerà con piacere dietro le sbarre di ferro, ma se gli riesce di carpire duebaiocchimanderà subito a comperare del vino o ciò che desidera. Non potevo trattenermi dal ridere osservando questa classica arte di mendicare e ripensavo sempre alla leggenda che racconta come Belisario domandasse l'elemosina ai passanti dalla finestra della sua prigione. Questa favola dimostra, se non altro, quanto sia antica questa tolleranza,e forse anche negli antichi tempi romani i prigionieri sporgevano dalle finestre del loro carcere canne simili a queste.

Partii da Alatri per recarmi a visitare la famosa grotta di Collepardo, di cui avevo sentito tanto decantare le bellezze. Un vero sentiero di montagna conduce lassù, perchè alla distanza di poche miglia dalla città la natura del terreno cambia assolutamente carattere, ogni coltura scompare e si giunge alla montagna attraversando la selvaggia solitudine d'ignude rocce calcaree di color rosso.

Un carbonaio del piccolo villaggio alpestre di Collepardo, che aveva deposto il suo carico ad Alatri, e che avevo incontrato per caso, fu il mio compagno e la mia guida attraverso quei monti e, quantunque il suo rozzo dialetto fosse un po' difficile per me, ascoltavo volentieri i suoi racconti sulla vita povera ma contenta che conduceva nel suo paesello.

Le rupi erano sempre più erte e scoscese, la valle si andava facendo più romantica e selvaggia, eravamo giunti al torrente Cosa, che scorre impetuosamente attraverso quei monti. Le sue acque di una tinta verdognola come quelle dell'Inn nell'Engadina, abbondano di trote.

Questo torrente si può chiamare l'unica vena di vita della montagna, perchè la solaangusta striscia di coltura in quel deserto di rupi si trova sulle sue sponde. Dopo un rapido corso si getta nel Sacco e con esso finisce nel Liri.

Risalendo il Cosa, al punto in cui esso si apre con violenza la via per una stretta gola ai piedi di un'erta massa di rupi, giace Collepardo. Non si può immaginare nulla di più malinconico. Un gruppo di misere casupole di calcare, disposte in fila, interrotte solo da una bizzarra chiesa: un muro nero e sgretolato le circonda, nuova prova che anche questo miserabile paesello non era al sicuro dalle rapine del nemico.

Pochi giardini, con scarsi alberi d'ulivo e vigneti danno un'idea dell'estrema povertà del luogo, perchè meno il piccolo piano su cui è posto Collepardo, tutt'intorno non si vedono che rupi.

Il buon carbonaio m'invitò a salire in casa sua, cosa che feci ben volentieri perchè, altrimenti sarei stato imbarazzato a trovare alloggio: mi accomodai alla meglio in quella misera stanza per passarvi le ore più calde della giornata. Nel frattempo giunsero alcuni signori di Velletri a cavallo per vedere anch'essi la grotta, così mi accadde ciò che avevo desiderato molto, perchè essendo in compagnia mi sarebbe stato possibile osservare quella meraviglia alla luce delle torce.

La grotta è posta molto al disotto di Collepardo; vi si scende per un ripido sentiero; laggiù il torrente Cosa rumoreggia in una stretta gola e, per un poco, la strada segue le sue sponde ombreggiate da piante di castagno e d'ambo i lati sorgono imponenti pareti di roccia. A sinistra s'innalza il monte Marginato che stende nell'aria la sua imponente massa, gettando un'ombra cupa e profonda sulle acque che gorgogliano con forza tra le pietre. A destra sorge un'altra rupe non meno scoscesa, ricca di vegetazione, nella quale appunto è scavata la grotta. Anche l'entrata promette qualche cosa di straordinario. Una nera gola si apre fra scure masse di pietra, ed una corrente d'aria gelata pare scaturisca dalla più grande profondità.

Ci coprimmo bene prima di entrare. Le guide ci avevano preceduto colle torce accese, e le leggiere nuvole di fumo che salivano su dalle fessure della parete esterna ci avvertirono che esse erano già dentro la grotta. Ho visto molte caverne nei monti e, in generale, non sono molto propenso ad ammirare questi scherzi della natura; perciò entrando nella grotta di Collepardo non mi ripromettevo nulla di straordinario. Ma nonostante le mie prevenzioni, confesso che mi fece molta impressione specialmente per la sua grande ampiezza. Si compone di dueparti principali, come due immense sale che, in mezzo, sono separate da una parete mezzo rovinata. Le pareti sono nere o giallo-scure come il pavimento, sparso di grosse rocce sulle quali ogni tanto bisogna arrampicarsi, e dalla volta irregolare del soffitto pendono stalattiti delle più svariate forme, mentre altre bizzarre figure isolate o in gruppi pare che sorgano dal suolo stesso incontro a voi. Le figure più strane si sono formate nella parte posteriore della grotta e per farcele vedere meglio, le guide ci fecero aspettare un poco per illuminarla bene prima che vi entrassimo. Molti uomini e ragazzi si erano messi in piedi qua e là colle loro torcie, e per di più avevano acceso in diversi punti grossi mucchi di stoppa. Quando gettai lo sguardo nella sala così illuminata essa offriva certamente uno strano spettacolo. Ora pareva di entrare in un tempio egiziano sostenuto da nere colonne tra le quali fossero sfingi ed idoli scolpiti. Ora invece sembrava di girare in un bosco di palme o di altre fantastiche piante di pietra. Dalle pareti pareva pendessero lancie, sciabole e rigide armature di nani e giganti. Tutto ciò si animava alla luce delle fiaccole che facevano risaltare alcuni gruppi, gettando un'ombra profonda sugli altri. A volte le nuvolette di fumo, errando qua e là formavano come un velo; i gufi ed i pipistrelli,disturbati nella loro quiete, svolazzavano nell'aria umida gettando grida selvagge. Queste grotte non si possono descrivere, perchè ognuno le vede in modo speciale e le popola di fantasmi diversi, secondo l'immaginazione individuale. Naturalmente le più notevoli di queste stalattiti hanno un nome ma mi è rimasto impresso soltanto quello dei così detti «Trofei dei Romani». Senza dubbio la grotta di Collepardo contiene un seguito di sale simili a queste e si estende profondamente nella montagna, ma ancora non vi è modo d'inoltrarvisi.

In questa regione vi sono molte grotte scavate nella pietra calcare, che un tempo saranno forse servite di rifugio a qualche eremita. Anche nell'anno 1838, presso Collepardo, in una grotta del vicino monte Avicenna, abitava un eremita.

Nel settembre di quell'anno si presentò là un giovane francese, a nome Stefano Gautier, e disse di aver seguito un'ispirazione celeste che lo aveva chiamato in quella solitudine per condurvi una vita da anacoreta. Lo straniero si stabilì in quella grotta, dove gli portavano da mangiare e da bere. Pregava e portava cilizi; lo si vedeva spesso a Collepardo, a Veroli e nella Certosa di Trisulti, dove visitava le chiese e discorreva coi frati. La sua condotta erairreprensibile, anzi passava per santo, quantunque fosse ancora molto giovane. Gautier aveva già trascorso due anni in quel l'eremitaggio, quando un giorno gli sbirri circondarono il suo rifugio, e lo arrestarono, conducendolo con loro. Nessuno conobbe la causa di questo arresto e non si potè sapere nulla di preciso del suo destino; si seppe solamente che il santo era stato consegnato nelle mani della giustizia francese e corse voce che egli avesse preso parte ad uno degli attentati contro la vita di Luigi Filippo.

La natura ha riunito molte cose notevoli intorno a Collepardo, perchè solo a poca distanza dalla grotta delle stalattiti, vi sono le famose sorgenti d'Italia, il pozzo di Santulla, proprio sulla via che conduce alla Certosa. Volevo giungere a questa Certosa prima di sera per chiedere ospitalità ai frati. Dopo una cavalcata di mezz'ora in mezzo agli orti e su di un sassoso altipiano, mi trovai ad un tratto sull'orlo di una cavità circolare che mi rammentò vivamente le grandi latomie di Siracusa. Questa misteriosa fonte ha una circonferenza di 1500 passi, discende ad una profondità di 150 piedi circa e nel fondo lascia vedere una foresta di un verde cupo di arbusti e piante rampicanti che al più leggero soffio della brezza si agitano mollemente come le onde di un lago.

Il sole dall'alto del limpido cielo lasciava cadere delle striscie di luce in quella profondità e vedevo delle bianche farfallette svolazzare allegramente qua e là fra le piante di quello strano bosco sprofondato laggiù. Tralci fioriti coprivano i rami di questi alberi che, a quanto si assicura, sono alti fino trenta piedi, e pure visti dall'alto sembrano piccoli arboscelli. Quella splendida fioritura cresciuta a quella profondità, i selvaggi sentieri che si confondevano come un laberinto nell'oscura boscaglia, lo svolazzare delle farfalle nate laggiù, seducevano la fantasia che si figurava in quel magico boschetto sotterraneo un paradiso di fate ed un giardino di delizie per Oberon e Titania.

Laggiù scaturiscono abbondanti sorgenti dal corso misterioso che mantengono il verde dell'erba, mentre questa vasta conca tira a sè la rugiada notturna.

Discendendo collo sguardo lungo le pareti giù nel profondo si osserva una meravigliosa vegetazione: in forme bizzarre e fantastiche, simili alle stalattiti, crescono dappertutto cespugli di lentischi e ginestre selvatiche dai fiori dorati. Le pareti presentano tutti i variati colori dell'iride perchè ora la roccia si tinge di un delicato grigio argenteo, ora invece è di un bel rosso acceso, giallo o turchino scuro, oppurenero addirittura. Il paesaggio alpestre che circonda questa fonte offre uno spettacolo di straordinaria bellezza. Qui, dietro gli alberi verdeggianti, sorge melanconicamente l'oscuro villaggio di Collepardo, laggiù una lunga distesa di valli rocciose discende a perdita d'occhio, più in là si elevano monti giganteschi dalle forme maestose sulle cui cime ancor vergini si librano solitarie aquile reali e le nubi dalle forme fantastiche stendono il loro bianco velo.

Sull'orlo dell'abisso erano sdraiati, insieme con le loro capre, pastori dall'aspetto quasi selvaggio, ciociari della montagna coi lunghi bastoni a foggia di lancia, ed animavano colla loro presenza la scena grandiosa, mentre alcuni robusti ragazzi si divertivano a gettare dei sassi che cadevano in quella profondità con un sordo rumore, facendo uscire dai loro nidi i colombi selvatici che svolazzano qua e là sopra le piante. Quantunque questi pastori mi volessero dare ad intendere che in fondo a quel misterioso abisso vivesse una tigre, pure ammettevano che di quando in quando vi facevano scendere le capre legate ad una corda. Queste bestie trovavano laggiù acque ed erba in abbondanza e vi rimanevano dei mesi finchè non le andavano a riprendere riportandole su ingrassate ed in ottimo stato.

Se il pozzo fosse in Germania od in Scozia la fantasia popolare lo avrebbe certamente popolato di esseri favolosi, ma gl'italiani in genere non hanno nessuna tendenza per le favole. L'aria è troppo limpida e serena in Italia perchè i racconti del soprannaturale possano essere gustati. Trovai il racconto dell'origine di questa fonte, narratomi da quei pastori, molto caratteristico perchè è una leggenda. Il pozzo, mi dissero, era una volta una grande aia circolare; i contadini un giorno osarono battervi il grano benchè si solennizzasse l'Assunzione della Beata Vergine. La Madonna adirata di quel sacrilegio fece sprofondare ad un tratto l'aia con tuttociò che vi si trovava sopra e così si formò il pozzo circolare. Del resto, non essendovi nei dintorni alcuna traccia di vulcani, potrebbe essere giusta l'opinione di alcuni che suppongono che il pozzo fosse una caverna di cui sia sprofondata la volta.

Mi staccai con dispiacere da questo meraviglioso fenomeno immaginando con desiderio il meraviglioso spettacolo che esso deve offrire di notte, quando la luna è sospesa su quelle montagne deserte ed i suoi pallidi raggi illuminano le pareti della fonte penetrando tra le piante del magico bosco.

I pastori guidarono me ed il mio compagno per sentieri sassosi, finchè giungemmoalla strada mulattiera che conduce alla Certosa di Trisulti. Quest'abbazia tanto famosa doveva essere distante circa un miglio tedesco e non si vedeva ancora ma ci additarono lassù, in cima alla montagna che avevamo dinanzi, la scura linea di un bosco di quercie, dietro al quale si trovava un podere, vero modello di coltura alpestre. Ricordo pochi paesaggi montuosi più belli e d'aspetto più selvaggio di quello che traversavamo allora. Ora lo sguardo si sprofondava giù in un vertiginoso abisso in fondo al quale rumoreggiava il Cosa, ora si elevava alla splendida catena di monti, fra i quali spiccava gigantesca la piramide del Monna spingendo la sua cima verso il cielo.

Seguitammo a scendere e dopo una mezz'ora di cammino, reso molto malagevole per dover girare le grigie roccie, che poste sulla strada come sentinelle sbarravano il passo, giungemmo al torrente che si è aperto la via tra due montagne e tuonando precipita le sue acque spumeggianti attraverso le nere gole.

Il sole era già calato dietro i monti e i suoi ultimi raggi infuocati indoravano ancora le vette circostanti. Cominciammo a salire e nel voltarmi indietro vidi a poca distanza da me otto o dieci soldati che si avanzavano a rapidi passi sul sentierodietro di noi. Dubitai che dessero la caccia ai briganti, ma non era probabile, perchè la famigerata banda di Gasperone non abitava più quelle montagne, dove ancora in molti luoghi si possono leggere nomi di briganti famosi da loro stessi scolpiti sulle roccie coi loro pugnali.

Quei soldati, come mi disse il mio compagno che si mostrava bene informato, venivano da Alatri per visitare la Certosa, godendo dell'ospitalità dei frati, perchè dovete sapere che le ricche tonache bianche sono obbligate dalla loro regola ad ospitare gratuitamente per tre giorni ogni viandante, e se anche un intero esercito volesse entrare nella Certosa, non potrebbero chiudergli in faccia la porta del convento. Siccome sapevo che la brigata insieme alla quale avevo visitato la grotta di Collepardo aveva passato la notte precedente alla Certosa, mangiando alle spalle di quei monaci, quando vidi dietro di me quei soldati mezzo affamati, che già pregustavano col pensiero il buon pranzo del convento, fui preso da una certa inquietudine, cominciando anch'io a sentire gli stimoli della fame: «Vieni, Francesco, dissi, affrettiamo il passo, perchè quei soldati non arrivino prima di noi alla Certosa, se no correremo il rischio di trovare i frati di cattivo umore quando busseremo alla loroporta per chiedere vitto ed alloggio». Francesco sorrise e proseguimmo la nostra via con maggiore alacrità.

Ero giunto all'altura su cui sorge la Certosa di Trisulti: essa si trova sul largo altipiano delle magnifiche montagne che le si aggruppano intorno. Uno splendido bosco di quercie mi toglieva ancora la vista del convento. Andando avanti vidi da lontano due frati vestiti di bianco che passeggiavano su e giù nella fresca ombra di quegli alberi maestosi, ed invidiai la quiete filosofica che sembravano godere. Se vi è un luogo in cui lo spirito umano possa raccogliersi nella più seria ed elevata meditazione, dev'essere qui in una delle più sublimi solitudini che io abbia mai visto.

Una leggera brezza vespertina soffiava, agitando le vette di quelle ombrose piante secolari, ed intorno sorgevano solenni e maestose le montagne. Ad un tratto la campana del convento echeggiò nel bosco e sentii in me l'influenza potente dello spirito medioevale.

Mi avvicinai ad un frate presentandomi come viaggiatore e gli chiesi ospitalità per una notte. Il frate ben pasciuto, dall'aspetto imponente, m'indicò il convento e mi disse che dovevo presentarmi al guardiano. Dopo un breve tratto di strada attraverso al bosco la Certosa si presentò al mio sguardo.

Giunto ad una tale altezza su di una montagna quasi impraticabile, dopo essersi dovuto arrampicare faticosamente per pendii diruti e rocciosi, il viandante prova una deliziosa ed ineffabile impressione, trovandosi ad un tratto dinanzi ad una fiorente oasi di coltura. Quel piccolo paradiso, l'Eden di quei monaci, spiccava sul fondo delle foglie verdi, solitario, fantastico, meraviglioso. La Certosa non si compone di un unico fabbricato, ma di un gruppo di cappelle, di chiese, di cortili cintati, di costruzioni di ogni genere, la cui comoda disposizione denota ricchezza e tranquilla felicità. Le fanno corona folte piante annose isolate od in gruppi. Nei recinti chiusi vacche, pecore e capre pascolavano mentre i frati camminavano su e giù sorvegliando i servi che lavoravano; vi era un animato movimento di ogni genere di persone, tutte mantenute dal convento.

Il guardiano, uomo alto e serio con una lunga barba ondeggiante, mi accolse cortesemente alla porta del vestibolo e mi disse di presentarmi al superiore che avrebbe poi dato l'ordine che fossi ricevuto.

Indi venni condotto nel vasto cortile interno di forma quadrata, circondato dai diversi fabbricati del convento e dalla facciata della chiesa.

Tutto è mantenuto colla più scrupolosacura e nettezza, ma le costruzioni non hanno nulla di antico anzi portano l'impronta, dello stile sfarzoso del secoloxviii. Nell'interno vi sono dei corridoi lunghi ed ariosi sui quali si aprono d'ambo i lati le celle dei monaci. Trovai il superiore seduto dietro ad uno scrittoio in una stanza spaziosa, occupato ad ascoltare alcuni domestici che pareva gli esponessero qualche richiesta. Egli accettò volentieri la mia preghiera di essere ricevuto nel convento senza farmi alcuna domanda sulla mia patria o sulla mia religione. Certamente a quei frati bastano un rapido sguardo alla fisonomia del forestiere e le poche parole scambiate con lui per riconoscere subito il cattolico od il protestante.

Salutai il superiore dopo che mi ebbe consegnato ad un laico incaricato di condurmi alla foresteria. Si dà questo nome alle camere appartate che in questi conventi sono destinate ai forestieri: ve ne sono di prima o seconda classe secondo la condizione dell'ospite. Chi è giudicato più distinto ha una camera nella foresteria nobile o dei signori, gli altri si contentano di un modesto alloggio, e quelli d'infima condizione sono condotti nelle camere dei servi o nelle stalle dove i poveri viandanti si devono sdraiare sulla paglia. Mi fu assegnata una buona camera vicino al refettorio. Un letto pulito,cambiato di fresco prometteva un buon riposo ed il cameriere, un giovane svelto, che era stato garzone d'albergo in diverse città, ed ora era addetto alla foresteria, mi dette la consolante notizia che all'ora prescritta dalla regola sarebbe stata servita la cena nella sala attigua. Nel frattempo, mi disse che ero libero di visitare il monastero come più mi piaceva.

Un frate laico mi accompagnò in giro facendomi da cicerone. Vi sono però poche cose notevoli nella Certosa, poichè purtroppo tutto ciò che vi era di antico è sciupato o scomparso, così non trovai nulla d'interessante per i miei studî. Però la posizione stessa del monastero su quegli alti monti, la vita di quei monaci nella loro solitaria repubblica, la loro influenza pratica sulla società, la storia di questi ordini singolari offrono ampia materia di osservazione. Brunone, uno di quei santi leali dell'epoca delle crociate, fondò la regola dei Certosini alla fine dell'xisecolo. Questo ordine che riuniva in sè la vita sociale dei monasteri e quella degli anacoreti, condannato alla più rigida rinunzia di ogni cosa terrena, prese il nome dal luogo detto la Certosa vicino a Grenoble dove venne fondato. I suoi statuti (consuetudines Cartusianae) risalgono all'anno 1134 ed ottennero l'approvazione del Papa nell'anno 1170. L'ordine si estese prestoin molti paesi. Fino dall'anno 1208 questi padri si stabilirono a Trisulti, di cui Innocenzo III fece loro donazione. Essi trovarono qui un monastero in rovina che era appartenuto un tempo ai Benedettini, e nell'anno 1211 eressero su quelle rovine la nuova Certosa. Si dice che un Castello Trisalto abbia dato il nome a quel luogo comunemente designatoa tribus saltibusda tre alture boscose.

Quantunque il voto di povertà sia imposto ai monaci dalla regola, esso non esclude la ricchezza del convento e Trisulti acquistò col tempo vaste tenute, che possiede ancora, nella provincia di Frosinone. Questa Certosa non si distingue certamente, come quella di Pavia, per la bellezza dell'edificio e per le opere d'arte, anzi ha un carattere assolutamente rurale. Non vi si trovano nemmeno gli splendidi locali che vanta la Certosa di Roma nelle Terme di Diocleziano, questa del resto è una fondazione più recente, del secoloxvi, e riconosce come madre la veneranda Certosa di Trisulti. La piccola chiesa del convento costrutta da Innocenzo III nell'anno 1211 e restaurata nell'anno 1768 è adorna di svariati marmi e di molte pitture. Sulla porta d'ingresso vi è una pittura che ricorda la fondazione della Certosa e vi è rappresentato Innocenzo III che ne mette in possesso icertosini. Ai due lati della chiesa è dipinto il martirio dei Maccabei a cui fa riscontro la persecuzione che i Certosini ebbero a soffrire in Inghilterra sotto Enrico VIII. Nel coro, meravigliosamente adorno, si vede Mosè che fa scaturire una sorgente dalle rupi e, di fronte, Brunone che ripete lo stesso refrigerante miracolo. Il refettorio, in cui si vede una pittura adattata al luogo, rappresentante il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è una sala molto spaziosa. Qui i fratelli nei giorni di festa si riuniscono ad una mensa comune, perchè negli altri giorni la regola prescrive ad ognuno il pasto solitario nella cella. Mi fecero vedere anche la cucina brillante di pulizia ed il forno dove si prepara in grande abbondanza un pane gustoso di due qualità una fina e l'altra più ordinaria. Un bacino d'acqua da cui sbocca un canale, mette in moto il mulino posto in un cortile. La cosa più degna di nota però, quella che mi fu mostrata col più giusto orgoglio, è la farmacia e vi entrai con maggior devozione di quella che mi avrebbe ispirato una chiesa. L'associare le cure del corpo a quelle dell'anima è un'antichissima missione di questi ordini religiosi posti in contrade isolate. I frati che si dedicano alla medicina vi spiegano un'attività largamente efficace e veramente degna di lode. La naturadei monti li invita ad un continuo studio delle erbe medicinali, che vi crescono in abbondanza, e infatti, quale più gradita occupazione vi può essere che l'erborizzare in quelle montagne, fra quelle roccie e quei ruscelli, raccogliendo piante balsamiche di miracolosa efficacia e prepararne poi delle medicine?

Un bel frate con una lunga barba rossiccia che gli dava proprio l'aria di un mago del medio-evo, mi ricevette nel più lindo tempio di Esculapio che si possa immaginare. Il fabbricato dov'è posta la farmacia non è lontano dall'ingresso del convento, nell'interno del muro di cinta. Davanti alla sua loggia aperta, un giardino molto ben tenuto rallegra l'occhio e l'animo, offrendo la vista di una quantità di piante fresche e profumate delle più svariate specie, fra le quali non mancano neppure molti fiori ornamentali. La terrazza era adorna di arbusti fioriti dentro grossi vasi. Entrando da una porta a vetri ci si trova in una ricca farmacia. L'erudito monaco mi fece molto gentilmente ammirare i suoi tesori racchiusi in vasi ed in ampolle, e rimpiansi vivamente di non saperne abbastanza di medicina, per poter comprendere e gustare la sua conversazione. Nel frattempo comparvero molti contadini a chiedere delle medicine che sono date gratuitamente. Lafarmacia di Trisulti è conosciuta e venerata ovunque come la casa della salute ed i suoi benefizi sono risentiti fin giù nella campagna del Lazio travagliata dalla febbre.

Se nei dintorni si fa molto uso dei medicinali di questa farmacia, i frati stessi vi devono ricorrere raramente. Non mi ricordo di aver trovato facilmente dei frati di aspetto più robusto. La tranquillità d'animo, una dieta sempre ugualmente severa e soprattutto l'aria eccellente di quei monti li conservano in salute; i loro giorni e le loro notti scorrono interrotti od occupati continuamente dallo sforzo mentale delle ripetute preghiere e dalle funzioni di Chiesa, ma esente da patemi d'animo.

Il convento possiede una piccola biblioteca e vi sono dei frati che si dedicano a studi severi, ma in generale lo studio non è troppo coltivato in quel deserto. Me ne persuasi conversando col bibliotecario mentre passeggiavamo insieme nel grande cortile, e vedendo che le mie domande ponevano nell'imbarazzo quel bravo uomo stimai conveniente di non seguitare quel discorso. Mi congedai da lui e mi sedetti in uno dei cortili osservando le figure dei monaci che passeggiavano. Essi apparivano veramente maestosi nelle loro tonache bianche come la neve. Mi sorprese il vedere che non portavano nè barba, nè capellipoichè ogni mese si fanno radere due volte anche la testa lasciando solo una corona di capelli. Soltanto i laici portano una lunga barba come i frati cappuccini. Vi sono molti gradi fra i monaci, simili a quelli dei mistici seguaci di Pitagora. Non vidi i frati più elevati in grado perchè erano nelle loro celle. Il silenzio nel quale si racchiudono, può esser considerato come il sacrifizio supremo a cui possa giungere il fanatismo umano spinto dalla religione. Rinunciando alla parola, la chiave della vita e delle cose, essi confinano l'anima in una quiete quasi spaventosa che equivale ad una completa cecità morale:Memento moriè il raccapricciante saluto col quale essi interrompono il silenzio incontrandosi.

Pare che a questi morti che camminano, a questi spettri viventi, sia concesso di abbellire le proprie celle procurandosi qualche distrazione. Chi coltiva entro cocci dei fiori coi quali tacitamente conversa; altri si bea la vista con l'effigie di un santo, o custodisce un uccello in gabbia dilettandosi al suo canto, dato però che un uccello possa cantare in quelle celle di spettri. Talvolta la natura ribelle infrange con violenza la regola, che gli preclude la rivelazione divina della vita, ed il muto volontario comincia a parlare, ed è punito subito colla flagellazione. Può darsi che fra questi montisereni e muti, il tormento del silenzio sia più sopportabile che altrove, perchè qui pare che la voce d'Iddio parli sola nello stormire del vento, fra le foglie del bosco, nello scrosciare impetuoso del Cosa selvaggio, nella bufera che imperversa fra lampi e tuoni, su quelle alte cime. Che spiriti tetri e melanconici devono giungere a plasmare la natura, le celle e la regola del convento! Se lo sguardo avesse la potenza di penetrare in queste anime chiuse certamente vedrebbe le cose più straordinarie.

Da queste riflessioni mi liberò felicemente la cena, e quando il servitore mi annunciò che essa era pronta, l'appetito e la curiosità erano ugualmente grandi. Nel convento non si mangia carne ed anche l'ospite deve sottomettersi alla regola, invece si può avere olio ed aceto a piacere. La mia cena era così composta: Maccaroni all'olio, senza formaggio, cucinati alla perfezione insieme con erbe squisite cresciute in quei monti, fagioli verdi, freddi, conditi con olio e aceto, un fiasco di vino, più che mediocre con una punta di aceto, e per finire un pezzo di torta cotta coll'olio. Quantunque cercassi di fare onore ai miei ospiti potei mangiare ben poca di questa roba e mi contentai dei maccheroni e del pane eccellente. Appena mangiato uscii per vedere come fosse stata trattata la mia guida, e mi disse chegli avevano dato del pesce freddo ed una pagnotta di pane.

Intanto era calata la notte profonda, la luna piena splendeva sul più limpido cielo illuminando lo splendido anfiteatro dei monti. Gli alberi inondati di luce, le nere ombre delle rupi, i vapori luminosi che salivano dalle vallate, il terribile silenzio interrotto dal malinconico grido dell'upupa, il grosso gufo della montagna e il sordo mormorio del Cosa, tuttociò pareva circondare il monastero di un influsso magico. A mezzanotte mi destò il suono della campana—suonavano il matutino—sapevo che a quel suono un frate, l'excitator, andava di cella in cella a destare i monaci. Essi recitano i primi quattro salmi penitenziali, poi vanno in chiesa dove rimangono tre ore a cantar matutino. Tornati nelle loro celle seguitano ancora la preghiera, indi è loro concesso un breve sonno per riposarsi: e così avanti una notte dopo l'altra. Ascoltai i rintocchi della campana, che parevano risuonare strani e fantastici nell'aria, e sarei sceso volentieri in chiesa se non avessi temuto di turbare le preghiere di quei santi uomini. Mi addormentai al suono dei loro canti e appena spuntò il giorno la mia guida venne a bussare alla porta della mia cella, per avvertirmi che era l'ora di partire per Veroli.

Lasciai il convento senza poter ringraziare il superiore, perchè non vidi anima viva, all'infuori del portinaio e del servitore della foresteria che si scusò di non potermi portare il caffè, che mi aveva promesso la sera prima, perchè la regola prescrive un'ora fissa anche per la colazione. Questa notizia mi fece molto dispiacere, perchè la strada attraverso ai monti fino a Veroli è lunga e noi uomini civilizzati ci sentiamo raramente disposti ad un assoluto digiuno alla mattina. Francesco mi consolò con un pezzo di pane, che aveva portato con sè, e le più saporite more mi furono offerte, con ospitale gentilezza, da un cespuglio nelle vicinanze del monastero.

In quella natura alpestre la mattinata era di una bellezza meravigliosa, il panorama cambiava continuamente d'aspetto fra quelle montagne variate. Per un'ora costeggiammo abissi scavati dal Cosa, poi il sentiero scende giù nelle vaste ed amene praterie alpestri. Tutto questo è proprietà dei Certosini. I cavalli del convento pascolavano a frotte in quei prati e di tempo in tempo si vedevano mandre intere di capre; i pastori erano attorno al fuoco, occupati a convertire in formaggio il latte inacidito. Piccole masserie, di cui molte appartengono al convento, rompono di quando in quando la solitudine; ne trovai alcune inposizioni così deliziose, nelle verdi vallate vicino a fresche sorgenti alpestri, che stimai felici le creature che vi trascorrono i loro giorni nella pace. Parevano tutti ben nutriti e nessuno domandò l'elemosina al passante.

Dopo parecchie ore di strada, lasciando dietro di me le montagne, giunsi alla fertile campagna di Veroli e questo grosso paese, collocato su di un'altura elevata si presentò pittorescamente al mio sguardo. Esso domina un sublime panorama e di là la vista, abbracciando tutto il Lazio, si spinge fino al regno di Napoli, e dovunque sulle pendici azzurrine dei monti vicini e lontani, spiccano le città e le bianche castella.

Veroli è città vescovile e non manca di una certa industria poichè provvede i dintorni di tappeti di qualità inferiore ma molto richiesta, essi sono tessuti a righe di svariati colori, merce strettamente nazionale ad uso dei ciociari.

Le strade sono strette e spesso tortuose e molti quartieri sembrano addirittura labirinti, pieni di casette strane, che, in generale, hanno una loggia aperta. Trovai la piazza interamente coperta di frutta estive, vendute ad un prezzo irrisorio, che in questi luoghi non reca meraviglia. In questa stagione il mercato rigurgita dicocomeri, che trovai squisiti. Un soldato congedato, veterano ancora dei tempi napoleonici, sentì per caso nel caffè dove mi ero seduto, che venivo dalla Certosa e mettendomisi vicino fece un'entusiastica pittura della vita di paradiso che si conduce nella solitudine di quel monastero, e disse che l'ultimo desiderio della sua vecchiaia era quello di essere accettato come frate laico nella Certosa. Disse che si sarebbe messo anche subito in pensione nel convento, se avesse posseduto la lieve somma che bisogna versare nella cassa dei frati. Poi il discorso prese la solita piega ed egli coprì il governo pontificio di tutte le invettive che si odono giornalmente da tutte le bocche. Il bravo veterano mi fece nascere la curiosità di vedere la grande tenuta dei Certosini situata sotto Veroli. Il tempo stringeva, perciò decisi di rinunciare a Frosinone, che pure era così vicina, e di passare da quella tenuta per recarmi a Ferentino.

Lasciai Veroli durante un magnifico temporale. I monti dei Volsci e degli Appennini erano avvolti in una tinta azzurro-cupa, e le fuggevoli striscie di sole, facendo spiccare in un cupo riflesso ora questo ora quel monte, illuminando ora un castello ora un convento, producevano su quel fondo oscuro un incantevole effetto. Raggiunto dalla pioggia affrettai il passo attraverso ad una lussureggiantepianura ricca di frutteti e vigneti e mi trovai davanti alla fattoria della Certosa. Essa farebbe davvero onore ad un principe romano. I fabbricati della fattoria sono di aspetto grandioso e, tenuti con somma cura, uniscono in sè i caratteri del convento e del castello.

Anche qui la regola dei Certosini prescrive che sia dato cibo e bevanda al viandante che lo richiede, ed in caso di bisogno essi devono dare anche alloggio per la notte. Non chiesi nè una cosa, nè l'altra, ma domandai il permesso di visitare la fattoria. L'ispettore, un robusto frate laico, in tonaca bianca, con una lunga barba, non solo mi dette il desiderato permesso, ma mi accompagnò egli stesso in giro. Essendo abituato nel mio paese a figurarmi un fattore come un uomo di maniere piuttosto rozze e dure con alti stivali e speroni, col frustino in mano e la bestemmia sul labbro; un economo in tonaca da frate, colle maniere di un santo, mi sembrò qualcosa di straordinariamente originale. Con una simile guida i nostri primi passi furono naturalmente diretti alla chiesa che è costruita a fianco della fattoria. Entrando nella cappella la mia guida capì, anche troppo presto, di avere con sè un eretico, e il santo economo si gettò in ginocchio con un profondo sospiro,nel quale credetti distinguere il timore per il mio destino dopo morte e la sua bene intenzionata preghiera per la salvezza della povera anima mia.

La tenuta dei Certosini chiamata Ticchiena è uno dei più ricchi possedimenti della campagna. Mille coloni la coltivano, agricoltori che pagano l'affitto dei campi in natura o col proprio lavoro. Sei frati laici amministrano la tenuta e di quando in quando abitano la fattoria. Grano, olio, vino e frutta vi si raccolgono in quantità. La rendita è impiegata ai diversi scopi del monastero, fra i quali primeggia la beneficenza. Il nome della Certosa di Trisulti è benedetto e lodato in tutta la contrada, e mi fu detto che molti anni prima in una tremenda carestia che desolò la Campagna, per molto tempo il convento provvide i viveri. «I Certosini hanno governato la campagna per moltissimo tempo»; ecco la lode che sentii ripetere più volte ed in molti luoghi. E con questa, voglio chiudere queste pagine come si conviene ad ospite riconoscente.


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