La grande catena dei Volsci ha principio nel territorio romano presso Velletri che giace sulle loro pendici, e si stende, in una linea di belle alture in parte coperte da boschi, fino oltre il confine napoletano, venendo a declinare verso Capua. Correndo parallela all'Appennino divide geograficamente il Lazio nelle due regioni Campagna e Marittima che formano le due provincie di Frosinone e di Velletri.[5]
Lasciando Genazzano, dove mi ero recato a passare un'altra estate nel silenzio della campagna, ho voluto visitare i monti Volsci, che stavano sempre dinanzi a' mieiocchi, quasi per invitarmi a valicarli per discendere nella pianura marittima. Una mattina sono dunque montato a cavallo e vi ho passato alcune giornate deliziose.
Da Genazzano ai piedi della catena vi sono appena tre ore di strada, attraverso ad una pianura solcata dal Sacco ed interrotta qua e là da collinette e da verdi praterie: questa pianura presenta gli stessi caratteri della campagna intorno a Roma. Non mancano le torri nere, cadenti in rovina, che si levano ad una data distanza l'una dall'altra, vestigia solitarie e melanconiche dei tempi feudali. Esse danno al paesaggio un aspetto suggestivo e ricordano l'epoca di barbarie quando i baroni medioevali dominavano il Lazio. Le famiglie dei Colonna e dei Conti eran proprietarie di gran parte della regione intorno ai monti Volsci. I Conti si suddividevano in più rami, quelli di Segni, di Valmontone e di Anagni; di preferenza però assunsero il titolo di Conti della Campagna, portando nel loro stemma l'imagine dell'aquila della campagna romana. Questa casa, illustre per avere avuto più papi, è estinta ormai da più di trecento anni; i Colonna invece esistono ancora e sono tuttora proprietari di una parte notevole del Lazio.
Più tardi altre famiglie, nipoti di papi, come i Borghese, i Doria, i Barberini, presero piede in questa regione e tolsero aiColonna la parte migliore dei loro beni. Oggi, se si percorrono queste campagne latine e si domanda ad un pastore, ad un contadino, o agli abitanti delle nere castella, a chi appartenga il territorio, i nomi più spesso ripetuti sono Colonna e Borghese, e quest'ultimo ancor più del primo. Quando poi dai monti Volsci si scende nella pianura marittima, è il nome e la signoria di un'altra famiglia baronale di Roma, quella dei Gaetani, duchi di Sermoneta, che più spesso risuona al nostro orecchio.
Attraversai il Sacco presso laMola de' Piscari, molino veramente pittoresco, che sorge fra le rovine di un antico castello dei Colonna, del quale rimangono ancora notevoli avanzi. Ne ho trovata menzione in alcuni documenti medioevali sotto il nome diTurris de Piscoli.
Il Sacco scorre qui aprendosi rumorosamente la strada fra le rocce calcaree su cui sorgono le rovine del castello interamente coperte di piante selvatiche. Esso dominava un tempo l'ampia via Latina che parte da Valmontone che si trova a non più di una mezz'ora di strada.
Cavalcavo attraverso i campi deserti, dove non s'incontra che qualche pastore con la sua mandra di pecore. I pastori di questa regione portano le gambe avvolte in una pelle di capra, ancora pelosa, ciò che dàloro un vago aspetto di satiri. Si comprende facilmente che da questo modo di vestire abbia avuto origine il mito appunto dei satiri e del dio Pane, poichè così molto probabilmente vestivano i pastori nei tempi favolosi.
Giunti sulla via Latina, appare a poca distanza Valmontone, che invita a visitarlo. In cima ad una bassa collina, ma tagliata a picco e nera, sorgono il castello Barberini, e la chiesa, importanti edifici in stile barocco delxviisecolo. Attorno a questi stanno raggruppate le case del paese, contornate da giardini, frutteti e vigne. I topografi moderni sostengono che Valmontone occupi oggi l'area dell'anticaTolerium. Il nome attuale, appare per la prima volta in documenti del secoloxii, e designa un borgo di proprietà del Capitolo della basilica lateranense. Questa chiesa, un tempo ricchissima, vendette il borgo nel 1208 ad Innocenzo III, della casa Conti, ed al fratello di lui, Riccardo, conte di Sora, il quale ne divenne feudatario e fu il capostipite del ramo di Valmontone e di Segni.
I Conti rimasero signori di questo luogo sino al 1575, nel quale anno si estinsero. Giovanni Battista, l'ultimo capo della casa, non lasciò che una figlia, Fulvia, che portò in dote tutti i beni di famiglia agli Sforza. Gli Sforza vendettero Valmontone nel 1634 ai Barberini, e Camillo Pamphili, nipoted'Innocenzo X, lo comperò dal cardinale Francesco Barberini nel 1651. Da allora è rimasto proprietà della casa Doria-Pamphili.
Camillo, uno dei principi più ricchi del secoloxvii, in grazia specialmente della rapacità della madre Olimpia Maidalchini, una vera arpia, fece edificare il palazzo e la chiesa di Valmontone. Anche se non si sapesse in quale tempo furono costruiti questi due edifici, basterebbe un'occhiata per apprenderlo, essendo entrambi in stile del Bernini, e riportando il visitatore verso l'architettura romana delxviisecolo. Contemplando gli edifici, non si direbbe di trovarsi davanti ad un castello della campagna romana, ma piuttosto dinanzi al palazzo Pamphili ed alla chiesa di S. Agnese, in piazza Navona. I Pamphili impiegarono le loro ricchezze nell'innalzare principeschi e maestosi edifici; il nipote d'Innocenzo X costruì presso la porta di S. Pancrazio la villa più bella e più grandiosa di Roma; fabbricò sul Corso il magnifico palazzo che porta anche oggi il nome della famiglia Doria e vi pose la famosa galleria di quadri, che è una delle più ricche di Roma. Innocenzo stesso edificò il palazzo Pamphili presso la chiesa di S. Agnese, questa pure da lui fatta ricostruire, e fece innalzare su disegno del Bernini, la bella fontana in piazza Navona, che può essere annoverata fra i monumenti migliori della Roma moderna.
Questa famiglia ha dunque aggiunto alla fisonomia della Roma pontificia dei nuovi tratti, proseguendo così l'opera iniziata prima con tanto splendore e tanta attività dai Borghese e dai Barberini. In qualunque modo si voglia giudicare lo stile di quel secolo, non si può fare a meno di riconoscergli, nonostante le sue stranezze e le sue esagerazioni nei particolari, una certa grandezza: esso caratterizza nettamente tutta un'epoca, quella del lusso baronale, del fiorire di una splendida e ricca aristocrazia; l'epoca in cui i baroni oziosi, dissoluti, vestiti di raso e di trine, sfoggiavano le loro ricchezze, la loro eleganza in quelle ampie sale, facendo mostra di quell'opulenza che il sudore dei poveri contadini procurava loro. La rivoluzione francese ha posto fine col ferro e col fuoco a questo periodo di dissipazione e di prodigalità. In questo secolo i papi non hanno più edificato. Dopo Pio VI, non vi è stato più nepotismo ed il magnifico palazzo di suo nipote Braschi che sorge, non lontano da quello Pamphili, in piazza Navona, può dirsi l'ultimo innalzato a spese del popolo angariato ed oppresso. Ora che il nepotismo più non esiste, non vedremo dunque più costruire dei palazzi Barberini, Borghese, Doria, Albani, Odescalchi, Rospigliosi e Corsini; Roma prenderà un altro carattere, ed invece di sontuosi edifici, di ville eleganti come quellecostruite dalle famiglie dei papi, vedremo teatri, stazioni, alberghi, villini, ed altre costruzioni simili a caserme.
Nulla Valmontone ha di notevole. Nessun monumento del medio-evo è sopravvissuto alla distruzione compiuta nel 1527 dalle soldatesche di Carlo V, reduci dall'aver saccheggiato Roma. Appena riedificato, fu di nuovo demolito dalle truppe del duca d'Alba e di Marco Antonio Colonna. Solo dalla piazza baronale del castello l'occhio può godere una veduta incantevole, quella dei monti Volsci, sulle cui sommità si scorgono le case di Montefortino, con il grande e cupo castello dei Borghese che le domina.
Per quanto piccolo ed isolato, Valmontone non è però privo di vita e di movimento, essendo luogo di passaggio fra Roma e la frontiera napoletana. Vi si vedono passare senza tregua file di carri, tirati da bianchi buoi, che portano alla città dei Cesari grano, lana, vino, pollame ed altre merci. Anche la posta vi passa tre volte alla settimana, ma non va oltre Frosinone, capoluogo della delegazione, di guisa che per andare a Ceprano o più in là nel regno di Napoli, è necessario prendere una carrozza a nolo.
Da Valmontone la via Latina prosegue per una valle ombreggiata da alberi, e poi attraversa una pianura silenziosa, fravecchie torri, sino ai piedi dei monti Volsci. Ivi dalla strada maestra se ne stacca un'altra che dopo aver passato il Sacco prosegue per Segni. Da principio si cammina lungo le prime colline dei Volsci; alla destra sorge Monte Fortino, cupo ed oscuro, a sinistra, sopra una ridente collina, Gavignano. La via è monotona, ma più si sale e più stupenda appare la vista della classica pianura del Lazio, severa e bella, disseminata di colline e di castelli e limitata all'orizzonte dalle azzurre vette dell'Appennino, e più in là, verso il Napoletano, da altre montagne, dalle bianche cime.
Ho percorso tutte le più belle regioni d'Italia, ho vagato per le famose pianure di Agrigento e di Siracusa, ma nonostante lo scintillio di colori di queste regioni meridionali, confesso di non aver mai provato un'impressione tanto profonda come la campagna romana ed il Lazio hanno saputo suscitare in me. Queste contrade mi son divenute così familiari quanto quelle della mia patria, avendole dovute studiare profondamente per la mia storia di Roma nel medio-evo, e visitandole mi sono apparse sempre nuove e piene di grandezza. Quando poi me ne allontano, provo ardente il desiderio di rivederle. Non ho mai potuto contemplare da Monte Mario la valle che si apre fra Palestrina e Colonna verso lacampagna latina, senza sentirmici attratto come da un'imperiosa seduzione. E' possibile che questo paesaggio debba ai ricordi storici gran parte del fascino irresistibile che esercita sul visitatore, ma anche senza di quelli son persuaso che sedurrebbe per il carattere nobile e grandioso che la natura gli ha impresso. Alcuni luoghi hanno un aspetto del tutto mitologico, come, per esempio, la pineta di Castel Fusano, presso Ostia, con i suoi alberi giganteschi che si stendono sino al mare, e la larga foce del Tevere, che la fantasia si sente portata a popolare di figure leggendarie e favolose. Altre regioni invece hanno un carattere del tutto lirico, altre ancora epico, omerico, come Astura e il capo Circeo. Nessuna regione però ha un carattere storico, solennemente tragico, al pari della campagna di Roma. Essa appare come il teatro più grande della storia, come la scena dell'universo. Nessuna descrizione poetica, nessun pennello di genio, per quanto molti artisti di valore vi si siano provati, saprebbe dare un'idea della bellezza grandiosa e superba della campagna del Lazio a chi non l'abbia veduta e sentita. Là nulla v'è di romantico, nulla di fantastico; tutto è silenzioso, grandioso, di una bellezza imponente e severa; dinanzi a quello spettacolo della natura lo spettatore intelligente si sente penetratodall'impressione profonda e grave che proverebbe davanti alla statua di Giunone di Policlete.
Più si sale per i monti Volsci, e più, nel contemplare sotto di sè la stupenda regione, si prova invidia, per quelle aquile, che sono i vericontidella campagna e vi spaziano a loro piacimento, da padrone. Ora immobili sulle rocce, con aspetto imponente, ora sospese nell'aria, esse hanno la nobiltà di questa natura che dominano; il loro volo silenzioso e solenne è in piena armonia col paesaggio.
Non si scorge Segni se non allorquando vi si è quasi giunti, perchè la strada corre sempre tortuosa entro una gola di rocce calcaree, di colore rossastro. I fianchi del monte sono frastagliati, coperti di massi, che si accavallano gli uni sopra gli altri, così da sembrare una grande muraglia edificata da giganti. Esaminando quella formazione geologica, che più o meno si ritrova in tutti i monti del Lazio, mi è sembrato evidente che debba essere stato questo fenomeno naturale che ha dato all'uomo l'idea delle costruzioni ciclopiche; quelle formazioni geologiche essendo vere e proprie mura ciclopiche, di mole ancora più imponente. Gli uomini non hanno avuto che da imitare l'opera prodotta dalle rivoluzioni terrestri.
Era mezzogiorno ed il sole splendeva in tutto il suo ardore, allorchè giunsi innanzi a Segni. Questa antichissima città sorge su di un altipiano di rocce ed è tuttora circondata per buona parte da ciclopiche mura. A prima vista le sue case nere, che si inseguono a scaglioni, interrotte qua e là da alcune torri insignificanti, fanno un'impressione più singolare che piacevole. Non v'è una cattedrale, non un antico castello che richiami l'attenzione; non si scorgono che case noiosamente uniformi, senza alcun carattere architettonico; ed io, che avevo sperato trovare una città antica, ricca di monumenti, rimasi pienamente deluso. Tutti i paesi del Lazio propriamente detto, come Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli, recano, più o meno, l'impronta del medio-evo; quest'antica città diSignianon è invece che un luogo deserto, malinconico e senza il menomo interesse storico; è insomma una noiosa città. L'unico ricordo piacevole che di essa mi sia rimasto, è quello degli alberi stupendi che la circondano da un lato, e la vista dei rigogliosi boschi che ricoprono i monti vicini.
Mi sono convinto che i paesi Volsci, per quanti ne ho veduti, hanno un carattere affatto diverso da quelli latini; e ciò principalmente perchè sono paesi di montagna, solitari, appartati dal mondo, senza commercionè industria; taluni scarseggiano perfino di terreni coltivabili, non hanno che olivi, viti e altri alberi fruttiferi. Vi si raccolgono abbondantemente le ciliegie, le pesche, le castagne e soprattutto le ghiande, che servono ad ingrassare i maiali. Questi animali, tutti di razza nera, vengono allevati in grande quantità sui monti Volsci; i prosciutti di queste contrade sono infatti rinomatissimi. Tutti i paesi di questa regione, eccezion fatta delle città, come Cori, che sono più vicine a Roma e non si trovano proprio sui monti, hanno l'aspetto dello squallore e della miseria.
Le case di Segni son costruite di pietra bianca calcarea, alternata con blocchi di tufo nerastro e con mattoni. Questa disposizione dà loro un aspetto bizzarro; essa denota un primo passo, ancora timido ed incerto, nella via dell'architettura pisana, che, come è noto, fa alternare strisce bianche a quelle nere ne' suoi edifici. Ho spesso trovato in vecchi documenti l'espressione «Signino opere» applicata alle case, ed a Segni ho appreso cosa significasse: essa serviva ad indicare il modo di costruzione usata in questo paese. Qui però non mi ha fatto una grande nè buona impressione, avendo trovato nella città di Segni un carattere monotono e grigio, tanto più triste in quanto che non un giardino,non un albero viene a rompere l'eterna uniformità di quelle case di pietra calcarea.
Sono entrato per la Porta Maggiore, per cercare una locanda, e mi sono subito accorto con stupore che questa porta, addossata alle mura ciclopiche, è l'unico ingresso della città che, costruita su una ripida collina, rimane da tre lati inaccessibile. Presso questa porta sorge il castello o palazzo dei Conti, altra volta signori di Segni, grande edificio, «signino opere», che in complesso ha piuttosto l'aspetto di un convento che di un'abitazione signorile. Niente gli dà l'idea di un castello, mancando perfino una torre. Senza dubbio la rocca dei signori di Segni aveva un altro aspetto prima della distruzione della città, compiuta dalle soldatesche di Marcantonio Colonna.
Parlando di Valmontone ho già osservato che Segni fu posseduta dalla famiglia d'Innocenzo III, che fu anche quella di Gregorio IX e di Alessandro IV. Dopo il ristabilimento del libero governo municipale, ossia del Senato, in Roma, nel 1143, i papi si sono spesso trovati costretti a rifugiarsi nei luoghi fortificati della campagna, per sottrarsi al furore dei romani, e i luoghi prescelti furono Palestrina, Tuscolo, Anagni o Segni. Eugenio III, cacciatodalla città dal Senato romano, da principio si rifugiò a Segni, e vi edificò, nel 1145, una residenza papale, il famoso Alessandro III, Lucio III e Innocenzo III vissero pure qualche tempo a Segni. Quest'ultimo deve anzi esservi nato, nel palazzo della sua famiglia.[6]
Anche in seguito la casa Conti rimase per lungo tempo signora di Segni, dove anzi, dopo il 1353, i suoi membri occuparono la carica di podestà da prima e poi di vicario, a nome del papa. Allorchè la famiglia Conti si spense e l'eredità passò a Mario Sforza, Sisto V eresse la contea di Segni a ducato. Le truppe del duca d'Alba, nonostante la sua formidabile posizione strategica, s'impadronirono di Segni e la distrussero il 13 agosto 1557: ciò spiega perchè in Segni non rimanga traccia di antichi edifici gotici. La città venne riedificata, ma la casa Sforza, piena di debiti, non potè mantenersi padrona del ducato, ed allora ne venne investito da Urbano Vili suo nipote, il cardinale Antonio Barberini. Non meno di mezzo secolo durò la lite fra i Barberinie gli Sforza, finchè questi, verso la fine del 1700 la vinsero. Oggi ancora gli Sforza-Cesarini sono baroni, anzi duchi di Segni.
Tali sono, in brevi parole, le vicende di questa città nel medio evo; se se ne volessero rintracciare le sue prime origini, sarebbe necessario risalire nientemeno che ai tempi favolosi di Giano e di Saturno.
All'arrivo in un nuovo paese, la prima cosa che mi reco a visitare è la cattedrale, perchè generalmente la maggior parte delle chiese sono veri musei della storia locale, ed è raro che indipendentemente dalle antichità architettoniche non si trovi pure qualche altro ricordo del medio evo. Sono per lo più iscrizioni, che accennano ai principali avvenimenti del paese, o monumenti sepolcrali che, con le loro scolture ed i loro caratteri latini, presentano una grande attrattiva, ed hanno un grande valore per coloro che si occupano o si dilettano di studi storici. Disgraziatamente però il tempo rovina ogni cosa, deturpa lo stile primitivo degli edifici, che a poco a poco vanno assumendo un aspetto moderno di cattivo gusto, e va facendo scomparire dalle antiche tombe delle chiese le preziose iscrizioni. Quante non ne sono state tolte dalle basiliche di Roma! Le chiese di Roma erano un tempo piene di tombe del medio-evo; tutte le grandi famiglie vi possedevanocappelle gentilizie o cripte mortuarie. Ma dopo che Giulio II osò togliere dallo stesso S. Pietro le tombe dei papi, e rovinarle, distruggerle, il cattivo esempio è stato seguito ovunque, ogni qualvolta si è trattato di fare nelle chiese una qualche riparazione, un restauro qualsiasi. Sono poche ormai in Roma quelle in cui lo storico possa trovare ancora nelle tombe e nelle iscrizioni, notizie del passato: ne rimangono alcune in S. Pietro, in S. Giovanni Laterano, nella Minerva, in S. Maria in Aracoeli, la famosa chiesa del Senato romano durante il medio-evo, ed in altre poche, nelle quali l'antico pavimento non è stato completamento disfatto. Solo ora che è troppo tardi, si comincia a tenere in gran pregio ciò che è stato distrutto; si deve al De Rossi, l'illustratore infaticabile delle catacombe, se in Roma sono state salvate dalla completa rovina gran numero d'iscrizioni medioevali, collocandole nel museo Lateranense.
Mi ero rallegrato pensando che Segni, città vescovile sin dal 499, avrebbe avuto un'antica e bella cattedrale, ma invece ho trovato una costruzione moderna, grossolana, decorata nell'interno con un pessimo gusto romano, con una cupola dipinta, lusso questo veramente superfluo e senza ragione di essere in una chiesa dove anessuno vien fatto di torcere il collo per contemplare le pitture di una cupola. La chiesa contiene due statue moderne, consacrate a due uomini illustri, a cui Segni si vanta di aver dato i natali, il papa Vitaliano ed il vescovo Brunone. Vitaliano da Segni fu papa dal 657 al 672, nel periodo cioè più obbrobrioso di Roma quando la città era soggetta ai bizantini. Fu lui che ospitò l'imperatore Costanzo II, allorquando nel 663 venne a Roma a toglierle tutte le opere d'arte, sfuggite alla rapacità dei Vandali. Costanzo strappò perfino alla cupola del Pantheon le lastre di bronzo dorato che la ricoprivano, per portarle a Bisanzio.
L'altra statua, mediocre essa pure come opera d'arte, sorge di fronte a quella di Vitaliano.[7]Brunone nacque ad Asti nel Piemonte, fu raccomandato a Gregorio VII e più tardi da Urbano II fatto vescovo di Segni. Contrariamente alle prescrizioni canoniche, abbandonò la sede vescovile e si ritirò a Montecassino, dove l'abate Oderisio l'accolse fra i seguaci di S. Benedetto.Sebbene il papa Pasquale II gli avesse intimato di restituirsi alla sua sede episcopale, egli rimase a Montecassino, di cui divenne poi abate, e dettò ivi, nella tranquillità del chiostro, le sue opere di esegesi.
In seguito alla lotta d'investitura, questo stesso papa Pasquale fu fatto prigioniero da Arrigo V e, cedendo alla forza, promulgò un editto con cui veniva riconosciuto all'imperatore il diritto d'investitura. Ma non appena Arrigo fu tornato in Germania, i cardinali ed i vescovi spinsero Pasquale a revocare il decreto ed a rompere il suo giuramento; e fra i più zelanti ad indurlo a far questo fu Brunone, che abbandonò Montecassino e fece ritorno nella sua diocesi, dove morì nel 1123. La Chiesa lo santificò nel 1183.
Fu un inglese, certo Ellis, abate di Montecassino e vescovo di Segni, che innalzò questo monumento al suo predecessore. La chiesa di Segni ha inoltre un altro legame con la lontana Inghilterra: fu in uno dei sinodi tenuti in questo sacro luogo che nel 1173 Tommaso di Canterbury fu da Alessandro III beatificato, pochi anni dopo la sua tragica fine. Un'iscrizione del duomo ricorda questo fatto.
Lord Ellis divenne vescovo di Segni nel 1708. Restaurò la cattedrale e fondò il seminario. In questo collegio vengonoallievi da tutte le parti del Lazio, per farvi gli studi di umanità, di guisa che può essere considerato come un ginnasio. Gli allievi indossano l'abito ecclesiastico, anche se non intendono dedicarsi alla carriera sacerdotale. Il seminario sorge presso la chiesa di S. Pietro, nel punto più alto e più bello della città, dove in tempi remoti si elevava l'acropoli volsca, o rocca ciclopica.
Lassù, sopra un'altura, da dove si domina tutto il Lazio, si levano la rocca ed il tempio dell'antica Segni, di cui rimangono pochi avanzi, fra i quali notevole è una piccola cisterna circolare, situata presso il seminario. Gli abitanti della città hanno fatto di questo luogo la loro passeggiata favorita; essi vanno a spasso lungo le ciclopiche mura, sul punto più alto della montagna, fra quei blocchi di pietra, coperti di musco e di fiori selvatici. E' difficile trovare una passeggiata più originale di questa, a tanta altezza. La montagna scende a picco e di domenica vi ho trovato delle signore, elegantemente vestite in abito di seta e col ventaglio che sembravano voler signoreggiare su tutto il Lazio; poichè di lassù lo sguardo abbraccia un vasto panorama di pianure e di monti popolato da innumerevoli città, ricche tutte di memorie storiche o leggendarie. Il panoramasi stende da Roma, che si scorge confusa fra le nebbie nella pianura, fino ad Arpino, patria di Cicerone, che biancheggia sui monti azzurri del regno di Napoli.
L'aria v'è fina, quasi cruda. Essa agita di continuo le rose selvatiche e le piante di ginestra, che crescono fra le rocce. Tutto ricorda tempi antichissimi, primitivi di fiera e selvaggia natura, e l'animo ne rimane profondamente turbato.
Sono salito più in alto, per arrivare alle famose mura ciclopiche che, come in tutte le città del Lazio, circondavano qui la rocca, cadendo a picco sul pendio del monte. I loro massi stanno tuttora connessi gli uni agli altri, come se l'opera fosse stata compiuta ieri soltanto: qua e là si aprono piccole porte di stile etrusco. In fondo ad un lungo muro esiste ancora la famosa, pittoresca porta ciclopica, ad arco ottuso, formata da enormi massi quadrangolari. L'aspetto gigantesco di queste mura, la tinta cupa che il tempo le ha dato, le piante selvatiche che le ricoprono, la grandiosità del monte a cui si appoggiano, producono un'impressione che la parola non sa descrivere.
Oltrepassata questa porta, mi sono trovato sul versante opposto del monte, dove sparisce la vista del Lazio. Esiste colàpure una grandiosa cisterna circolare, scavata nella pietra, che ha 30 piedi almeno di diametro. Vi ho trovato delle donne intente a lavare i loro panni. Mi è capitato più volte di vedere nelle città volsce siffatte grandi ed antiche cisterne, che sono veramente una loro caratteristica.
Gli abitanti di Segni hanno anche un altro luogo di passeggiata, nella valle, di fronte alla porta della città: essa conduce prima ad un convento, nascosto fra le piante, e poi sale per le montagne. Vi abbondano castagni giganteschi, quercie ed olmi; qui vi è solitudine e incantesimo romantico, quanto ne desidera il cuore.
Era venuta la sera e gli abitanti di Segni erano accorsi colà in gran numero. Qui le classi superiori si vestono già secondo la moda francese, ma il popolo è rimasto fedele al suo costume montanino. Nel basso Lazio le donne portano dei fazzolettoni rossi; nella pianura i colori sono più vivaci e più vivaci sembrano essere gli spiriti, perchè la vita v'è più facile che sui monti severi e selvaggi, avvolti nelle nubi. Qui le donne portano degli scialli di lana di color turchino cupo, e la tinta di questi scialli, o mantiglie, come si chiamano in Sicilia, m'è sembrata armonizzare con tutto il paesaggio di Segni. Il turchino ed il nerosono i soli colori che ho visto indosso a quella gente.
Per quanto sia grandiosa e bella la posizione di Segni, non sarei capace di passarvi un'estate. Quelle nere pietre, quella natura melanconica e demoniaca avrebbero ben presto reso silenziose le Muse. Inoltre vi soffia quasi sempre un vento terribile; in estate tutti i giorni sulle montagne vicine si accumulano delle nubi che si rovesciano poi ad un tratto su Segni.
Del resto sono riuscito a trovare un buon alloggio in questo luogo; l'unico albergo della città è pulito ed i prezzi vi sono moderati, come lo sono generalmente sempre nei paesi di montagna. Vi ho mangiato delle pesche squisite di un colore giallo bianchiccio pallido, e bevuto del vino eccellente, sebbene un po' aspro. Di questo vino fa menzione anche Marziale in questi versi:
«Potabis liquidum Signina morantia ventrem:Ne nimium sistant, sit tibi parca sitis,Quos Cora, quos spumans inimico Signia musto».
«Potabis liquidum Signina morantia ventrem:Ne nimium sistant, sit tibi parca sitis,Quos Cora, quos spumans inimico Signia musto».
Era mia intenzione trovarmi a cavallo il domani, al levar del sole, col mio compagno, il celebre acquerellista Müller, per salire sulla cresta dei monti, traversare l'antica foresta dei Volsci ed arrivare al vetusto paese di Norba; ma il cielo cominciò a coprirsi di nubi, e poi il tuonorimbombò sui monti e l'acqua infine scese a dirotto. Disperavamo già di poter fare la nostra gita, quando ad un tratto Giove Pluvio si mise a sorridere. Subito saltammo a cavallo e, preceduti dalla nostra guida, ci ponemmo in marcia. Il vento faceva turbinare le nubi bianche, spazzandole dal cielo, come barchette a vela: era uno spettacolo incantevole e grandioso.
Subito dopo Segni principia una verde e folta foresta. Noi vi cavalcammo allegramente, perchè le foreste in Italia sono abbastanza rare: non c'è bisogno di dire quanto a me, cittadino tedesco, sia apparsa gradita, ricordandomi la patria lontana. Non ho ritrovato qui però gli abeti neri del Natale a me familiari, ma invece stupendi olmi, quercie ed alcuni pini. Il pino risuona come un arpa allorchè il vento scherza con le sue fronde; il suo suono ha qualche cosa di delizioso, come un canto di spiriti.
La strada era ancora fangosa, ma essendo a cavallo abbiamo fatto a meno di guazzarvi dentro come quelle povere fanciulle e quei ragazzi che abbiamo visto trascinarsi a piedi scalzi pel bosco in cerca di funghi, fatti spuntare nella notte dalla pioggia. Un silenzio profondo regnava in quella solitudine, interrotto solo qua e là dai colpi di qualche spaccalegna. Nonabbiamo incontrato che un merciaio, il quale, a fianco del suo muletto carico di mercanzia, si recava a Cori. Il merciaio ambulante doveva traversare faticosamente la cima di quei ripidi monti, per giungere alla città. Il commercio tra Segni e Cori non dev'esser dunque molto attivo.
Dopo un paio d'ore di cammino, prima attraverso i boschi, poi, a misura che si saliva più in alto, sopra le nude rocce, arrivammo al punto culminante della nostra via e, dato ancora uno sguardo al Lazio che si stendeva sotto i nostri piedi, cominciammo lentamente a discendere il versante opposto, senza riuscire ancora a vedere nè il mare, nè la Marittima, sorgendoci sempre davanti un'altura, intorno a cui bisognava girare. Fra questa e i monti di Segni si stende un'ampia e bella distesa di praterie, solcata da torrenti, detta Colle Mezzo. E' stato un vero godimento camminare, ora a cavallo, ora a piedi, per distrarci, su quel molle e verde tappeto.
Tornammo poscia a salire, attraverso una bella e fitta foresta, nella quale cavalcammo per più di due ore. Questo succedersi di montagne e di valli, queste gole profonde e cupe, cosparse di tronchi abbattuti coperti di muschio, simili ad eroi vinti, quelle praterie color verde carico, dove pascolavano delle mandre, quegli arbusti in fiore, queisentieri incassati, entro i quali i raggi del sole scherzavano, tutto ciò ci ricordava ad ogni passo le montagne del nostro paese. Prima di aver visitato il mezzogiorno, mi ero sempre immaginato che solo in Germania e nel Nord in genere si trovassero vere foreste; quando però sono più tardi tornato in patria, ho perduto presto questa superba illusione. Ciò che manca alle nostre foreste settentrionali sono i cespugli, le piante rampicanti e la lussureggiante flora del mezzogiorno.
Come è splendida questa foresta dei Volsci! Non avevo mai visto prima d'allora una solitudine più poetica! Sembra veramente la dimora delle silfidi e degli elfi, e si direbbe che il vecchio Saturno, con la sua bianca barba, vi si debba trovare nascosto in fondo a qualche tenebrosa caverna. Vi ho ammirato dei meravigliosi fenomeni di vegetazione, dei faggi le cui cime si perdevano nell'azzurro del cielo: essi avevano esattamente la tinta delle rocce coperte di musco, in mezzo alle quali si levavano. Si sarebbe detto che ne fossero una continuazione organica.
Siamo scesi da cavallo in un luogo veramente delizioso e ci siamo distesi sull'erba. La nostra colazione è stata frugale; dei cespugli di spine, coperte di nere more, ci han fornito ildessert. A poca distanzada noi era uno stagno d'acqua verdastra, circondato da erbe e da giunchi che pareva immerso nei sogni. Una passeggiata serale, quando i raggi della luna vengono ad inargentare la cima degli alberi e gli elfi cominciano a danzare in circolo sull'erba fiorita, deve essere una cosa deliziosa.
Finalmente giungemmo al termine della foresta, sul versante sud-ovest del monte, ed io provai l'impressione di un uomo condotto con gli occhi bendati dinanzi ad uno spettacolo meraviglioso, cui sia stata d'un tratto tolta la benda. Dinanzi a me apparve luminosa ai nostri piedi la pianura marittima, le paludi pontine, pervase di varie e strane tinte, più lontano il mare, dorato dal sole, le isole di Ponza, perdute in mezzo alle onde brillanti; il capo Circeo, la torre solitaria d'Astura, la Linea Pia e il castello di Sermoneta. Uscendo dalle ombre della foresta, l'aspetto di questo panorama è uno dei più belli che l'Italia presenti. Su di me ha prodotto un'impressione così forte che non ho trovato sul momento, e neppure ora so trovare, parole atte ad esprimerla. Mi si era vantata assai a Roma la bellezza di questo colpo d'occhio e mi si era detto che non avrei potuto trovare nulla di più bello della traversata dei monti Volsci e della vista di lassù delle paludi pontine e del mare; nulla di più vero. Io consigliovivamente a tutti quelli che visitano i paesi romani, questa magnifica escursione.
Dopo sei ore di cammino, giungemmo al piccolo villaggio di Norma. Esso sorge sopra un altipiano, a fianco di una scoscesa montagna, presso i ruderi ciclopici dell'antica Norba. Norma, Norba, Ninfa sono qui come degli esseri favolosi. I loro nomi risuonano da ogni lato ad ogni istante e svegliano nella mente un mondo fantastico di miti e leggende. Norma, Norba, Ninfa, Cori, Sermoneta, come questi nomi melodiosi parlano alla fantasia!
Allorchè entrammo nell'albergo di Norma e l'albergatore ci condusse nella nostra stanza, mi affacciai alla finestra e tutta la superba bellezza della pianura marittima si offerse a' miei occhi. Subito sotto di me, ai piedi del monte, scorsi una cerchia di mura coperte di ellera in mezzo alle quali si levavano delle curiose collinette, che sembravano fatte di fiori. Qua e là sorgevano pure antiche torri rovinate, rivestite tutte di musco, ed in mezzo a questa bizzarra cerchia di mura sbucava fuori un argenteo ruscello che attraversava poi le paludi pontine e, quasi striscia di luce, si perdeva in un lago presso il mare. Attonito domandai all'albergatore che cosa fossero quella strana cerchia e quelle collinette in fiore. «Ninfa, Ninfa», mi rispose.
Ninfa! Era, dunque, la Pompei del medio-evo, la città dei sogni, immersa nelle paludi pontine!
Decidemmo di andarvi la sera, allorchè la dolce Selene sarebbe sorta dietro i ruderi ciclopici dell'antica Norba.
All'albergo facemmo un buon pranzo e dopo un breve riposo, traversammo il paese. Norba è il nome volsco primitivo di questo villaggio, trasformatosi poi, non so quando, in Norma. Ho trovato adoperato quest'ultimo per la prima volta nelle cronache del secoloviii, all'epoca cioè della donazione dei due possessi, appartenenti allo Stato, diNymphas et Normias, donazione fatta dall'imperatore greco Costantino V al papa Zaccaria. E' dunque molto probabile che da quest'epoca l'antico paese volsco di Norba sia stato abbandonato e nella sua vicinanza sia sorta l'attuale Normia o Norma[8].
Le rovine dell'antica Norba sono a poca distanza da Norma e consistono in ruderi, tuttora notevoli, della rocca e delle mura, ciclopiche che la circondavano. Anche qui la rocca sorgeva sopra una rupe isolata, forte per natura, che scendeva a picco dalla parte delle paludi pontine. Era di forma quadrata, e la circondava una doppia filadi mura. Vi si può ancora entrare per una antica porta, di forma rotonda, simile ad una torre od al pilastro di un ponte, alta circa 36 piedi. Le mura misurano dai 40 ai 50 piedi di altezza ed offrono un insieme più imponente di quelle di Segni. Esse circondano l'altura calcarea che è stata spianata sulla cima; vi si scorgono tuttora fondamenta di costruzioni ciclopiche, appartenenti forse una volta ad un tempio od a qualche altro monumento pubblico.
Se si cerca rappresentarsi ciò che poteva essere una costruzione di questo genere, se un tempio cioè, od un'abitazione, in proporzione con le ciclopiche mura, bisogna concludere che doveva essere, in ogni modo, una cosa grandiosa, ma severa e cupa. Come architettura doveva avvicinarsi alTabulariumdi Roma che appartiene ad un dipresso al periodo dell'architettura volsca ed etrusca. Sarebbe, infatti, errore credere che le così dette costruzioni ciclopiche rimontino ai tempi leggendarî. Come ho già notato ad Alatri, non è necessario far qui che un passo per ricollegarle a quell'epoca della storia romana che porta il nome di Servio Tullio.
Una piccola cisterna antica ed alcune stanze e grotte sotterranee: ecco quanto rimane dell'antica Norba, oltre agli avanzi dell'acropoli e delle mura, di cui ho parlato.Sono rimasto sorpreso di non trovarvi dei sepolcri o dei loculi scavati nella roccia, come se ne vedono da per tutto nelle città etrusche e siciliane; in Sicilia, soprattutto a Siracusa, a Leonzio, ad Agrigento e ad Enna, ve ne sono innumerevoli.
La popolazione di Norma dà all'antica città il nome di Civita la Penna; io però non sono riuscito a spiegarmi donde questo nome abbia avuto origine. La denominazione sembra spagnola, perchè Pegna o Peña in spagnolo significa appunto rupe. Questo nome, del resto, si conviene benissimo a Norba, che, secondo la leggenda, sarebbe stata costruita da Ercole.
In tempi posteriori la città parteggiò per Mario e fu quindi stretta d'assedio da Emilio Lepido, seguace di Silla. Emilio Lepido con un tradimento riuscì a penetrare nella ciclopica rocca, ma gli abitanti, esasperati, rifiutarono di arrendersi e preferirono, come quei di Numanzia, trovare la morte tra le fiamme delle loro case. Da allora in poi, a quanto sembra, la città è rimasta un cumulo di rovine; per lo meno Plinio la trovò tale.
Dall'alto delle rovine della cittadella il panorama della marittima è stupendo. Si distingue nettamente la spiaggia del mare, da Porto d'Anzio sino al capo Circeo ed a Terracina, e più lontano ancora si scorgonoOstia, Pratica ed Ardea ed un'infinità di torri che solitarie si ergono lungo la riva come tanti obelischi. Queste torri sono state costruite a partire dalixsecolo, quando cioè, i Saraceni cominciarono ad apparire sulle coste italiche. Ancora oggi tutta l'Italia e le sue isole sono circondate, come da una cintura, da queste torri pittoresche: ciascuna è custodita da alcuni artiglieri, che sorvegliano dei vecchi e curiosi cannoni, postivi già da qualche secolo. Lamoricière, il nuovo generalissimo del Papa, ne ha ora ritirati gli artiglieri e li ha chiamati a Roma, ed ha anche fatto togliere da quelle piattaforme le vecchie colubrine che da centinaia d'anni tenevano aperte le loro bocche sul mare. Ora, invece dei Saraceni, sono i seguaci di Garibaldi che tentano sbarcare su queste spiagge.
Ho visto una di queste torri brillare a qualche distanza sul mare: era il celebre castello d'Astura. Più in là, ad un miglio distante da questa, ho scorto un'altra torre, Foceverde, così chiamata da un torrente che, uscendo dal bosco selvaggio e paludoso, si versa nel mare. Una terza torre sorge più lontano, presso un lago, circondato da folte piante, le cui acque, illuminate dai raggi del sole, splendono come oro liquido. Una grande, profonda pace regna sul lago insieme con un silenzio dimorte. Non vi sono che uccelli marini che svolazzano senza posa, qualche pescatore, pallido per la febbre, intento a ritirare nella sua barchetta le reti, e qualche povero diavolo che, mezzo nudo, va pescando le sanguisughe. È questa la torre ed il lago di Fogliano, un tempo chiamatoClostra Romana. Lucullo vi possedeva una villa e vi allevava le murene. Il Ninfeo, il torrente, che abbiamo visto correre attraverso alle rovina di Ninfa, va a gettarsi appunto nel lago di Fogliano, ed io potei seguirne tutto il corso, attraverso le paludi pontine.
Più lontano ancora si scopre il lago dei Monaci, poi quello di Crapolace, infine il gran lago di Paola con la sua torre, e non lontano da questo il capo Circeo, che il mare sembra circondare da ogni lato.
Chi non ha mai attraversato le paludi Pontine per recarsi per la via Appia a Terracina e crede che siano delle putride e nauseabonde maremme, s'inganna. Vi sono, è vero, terreni paludosi e stagni in quantità, ma nascosti da boschi, nei quali errano cinghiali, istrici, cervi, bufali e buoi quasi selvaggi. Nei mesi di maggio e di giugno la regione pare quasi un mare di fiori. Nell'estate, invece, sembra il Tartaro; la pallida febbre vi regna sovrana, facendo strage dei poveri pastori e degli operai che vi guadagnano miseramente il pane.
Più ci si appressa al mare e più i boschi si allargano, e da Norba si vedono distintamente sino al capo Circeo. Si seguono dalla foce del Tevere, da Ostia, da Ardea, da Nettuno sino a Cisterna e Terracina. In mezzo a quei boschi vi sono dei tratti liberi, dove vengono raccolti gli armenti e dove abitano i coltivatori, come, per esempio, Conca, Campo Morto, Campo Leone, Tor del Felce ed altre località. Là, nell'interno, dove i boschi cessano, esistono delle vaste praterie, e più in là dei campi coltivati, e quindi la via Appia, restaurata da Pio VI. Lungo il suo percorso attraverso la pianura marittima abbiamo scorto Cisterna, il villaggio più importante della regione paludosa, anticamente chiamatoTres Tabernae, e For'Appio, anticamenteForum Appium.
In nessun secolo si è riusciti a prosciugare le paludi pontine. Giulio Cesare ne concepì l'idea, ma morì prima di aver cominciato i lavori. Gli imperatori romani, prodighi nelle costruzioni di qualunque genere, non se ne curarono mai; ed è curioso notare che fu un re barbaro, erede e conquistatore di Roma, Teodorico il Grande, che fece ristabilire la via Appia e prosciugare una parte delle paludi pontine presso Terracina. Esistono tuttora in questa città due iscrizioni, ove è ricordatal'opera memoranda del re goto. Fra i papi, fu Sisto V, questo romano pratico e di carattere energico, che per primo riprese i lavori e due secoli dopo Pio VI continuò l'opera sua facendo ricostruire la via Appia, scavare a fianco di questa un grande canale, ed altri secondari, trasformando inoltre una parte delle paludi in terreni coltivabili: egli fu veramente un benefattore per una parte della regione marittima.
Dalle rovine ciclopiche di Norba discendemmo a Ninfa, che è a' suoi piedi, proprio dove cominciano le paludi; vi si arriva per una comoda ma tortuosa discesa, oppure attraverso il ripido pendìo del monte. Noi preferimmo quest'ultima via, e dovemmo saltare di roccia in roccia facendo rotolare i ciottoli in basso.
Così giungemmo a Ninfa, la leggendaria città rovinata, mezzo sepolta nella palude, con le sue mura, le sue torri, le sue chiese, i suoi chiostri e le sue case coperte di edera. Il suo aspetto è più incantevole di quello di Pompei, le cui case sembrano spettri o mummie sventrate, faticosamente strappate alla lava vulcanica. Sopra Ninfa invece si muove, al soffio del vento, un mare di fiori; ogni muro, ogni chiesa, ogni casa è rivestita d'edera, e su tutte quelle rovine oscillano i purpurei stendardi del dio trionfante della primavera.
Si prova un'inesprimibile emozione nel penetrare in questa città d'edera, nel percorrere le sue vie deserte, nascoste quasi sotto l'erba e i fiori e nell'errare fra quelle mura dove il vento scherza fra le foglie. Non un rumore turba l'alta sua pace, all'infuori del grido del corvo che ha posto dimora sulla torre del castello, del mormorio delle limpide acque del Ninfeo, del sussurro dei giunchi in riva allo stagno e del canto melodioso e dolce delle erbe, agitate dalla brezza.
I fiori coprono le vie e vanno, come in processione, salgono sulle chiese in rovina, si arrampicano ridendo sulle finestre cadenti, barricano tutte le porte, invadono le case, dentro le quali dimorano gli Elfi, le Fate, le Naiadi, le Ninfe e tutto il mondo incantato della favola. Le gialle camomille, le malve, i narcisi odorosi, i cardi dalla barba grigia, che debbono esser qui vissuti un tempo come monaci, i candidi gigli, personificazione delle pie monacelle che vissero un giorno tra queste mura; le rose selvagge, l'alloro, il lentischio, le alte felci, le rampicanti clematiti, i rovi, il caprifoglio, i garofani rossi che sembrano Saraceni incantati, i fantastici capperi che spuntano dalle fessure dei muri, le fucsie, il mirto, la menta aromatica, le ginestre dorate, ed infine l'edera oscura che ha tuttoinvaso e che ricopre le rovine in verdi cascate; tutto questo mare di fiori e di profumi rapisce i sensi, conquide l'anima e fa deliziosamente sognare.
Le mura della città sono ancora in piedi; esse circondano Ninfa con una larga cintura e son rivestite completamente d'edera; solo qua e là sbuca fuori dal verde qualche merlo corroso o qualche torre a metà diroccata. Le porte sono esse pure invase da piante selvatiche, da rovi e da edera; sembra quasi che i fiori di Ninfa abbiano voluto barricarle contro l'invasione d'un nemico esterno, come un tempo lo furono contro i Saraceni o i mercenari di Federigo Barbarossa e poi contro quelli del duca di Alba e dei Colonna. Ora la distrutta città ed i suoi fiori non sono minacciati più che dal fulmine e dalle bufere, che si scatenano dalle paludi pontine.
Esistono ancora tutte le piazze, tutte le strade fiancheggiate dalle case cadenti ed invase dall'edera; talune, che conservano l'aspetto di palazzi di architettura semigotica, appartennero certo alle famiglie più ricche e più illustri del luogo. Le più curiose a vedersi però sono le chiese; sono ancora in piedi i ruderi di quattro o cinque di esse. Non ho mai veduto rovine più poetiche, e difficile sarebbe voler descrivere quei campanili in parte rovinati, con le loro finestread arco oppure tonde, o divise in mezzo da una colonnina, con le loro cornici medioevali ad ornato, tutti guarniti di edera e coperti di fiori variopinti; tutti quegli avanzi di vôlte, di navate, sepolti in un mare di lussureggiante vegetazione. Tutte quelle chiese sono antiche ed appartengono ai secolixiexii, se pure non sono di costruzione anteriore perchè il loro stile è quello della semplice forma di basilica. Nelle loro deserte navate ora pregano i fiori ed invece del profumo dell'incenso l'atmosfera è impregnata dall'olezzo delle rose. Sulle pareti, nelle tribune rovinate, qua e là si scorgono ancora, fra l'edera, alcuni avanzi di affreschi: vi sono martiri con la palma in mano e con gli strumenti del martirio a lato. Le loro pallide figure, circondate da svanite aureole d'oro, coperte dalla dalmatica e con la ricca stola, fra il verde ed i fiori dalle mille tinte, sembrano irritate nel vedere i figli di Flora, la dea pagana, celebrare un culto sacrilego nelle chiese abbandonate. Non risuonano più quelle vôlte delle litanie monacali; più non vi s'ode che l'estivo ronzio degli scarabei, e le anacreontiche canzoni amorose del grillo. Gli scarabei ed i fiori sono i soli signori di quei templi e più non li abbandonano.
Nel Mezzodì della Francia fu sporta un giorno lagnanza a S. Bernardo che unachiesa costrutta di recente ed appena consacrata, fosse stata invasa dalle mosche. S. Bernardo esclamò: «Io le scomunico», e quando i messaggeri tornarono nella chiesa trovarono tutte le mosche morte. Sarebbe però ben difficile ad un santo liberare le chiese di Ninfa dai fiori, e per quanto quei poveri martiri si mostrino imbronciati, tra non molto l'edera li seppellirà interamente. Di molti di essi non si scorge più che un lembo di veste, sul quale sta scritto in caratteri latini il nome del santo: fra gli arbusti si possono ancora leggere i nomi di S. Sisto, di S. Cesareo o S. Lorenzo. Quando entrai nell'ultima chiesa, rimasi estatico. Invece dell'antico pavimento in mosaico bizantino, trovai un tappeto di fiori e di erba, e sull'altare, dove un tempo stavano le reliquie dei santi, vidi una rigogliosa vite dell'India, co' suoi grappoli rossi ed azzurri. Gli altari di Cristo non potrebbero essere meglio infiorati!
Non manca dunque nulla a Ninfa per essere ilpendantdi Pompei. Laggiù, ai piedi del Vesuvio, la classica antichità parla nelle immagini ridenti della città morta: qui è l'epoca cristiana che ha lasciato un po' della sua anima sopra i muri rovinati e coperti d'edera. A Pompei tutto spira amore e vita; vi si vedono amorini che pescano in uno stagno, satiri che danzano,grilli che tirano un carrettino, baccanti, avvolte nel loro bianco velo, che suonano il tamburello, o recano nelle loro mani misteriose cassette, o sollevano coppe cariche di succosi fichi; qui invece, nella Pompei del medio evo, l'occhio non vede che rappresentazioni di morte e di dolore. In luogo delle stupende imagini antiche qui si contemplano le melanconiche imagini delle catacombe, santi condotti al martirio, fiamme, croci, esseri inginocchiati, con le mani giunte, dinanzi al carnefice che tiene già la spada levata.
Sarebbe ormai tempo di seppellire nei fiori tutti quei martiri, tutti quei santi, tutti quei crocifissi corrosi dal tempo. Qui la natura ne ha sparsi a larghe mani sulle tombe di quei poveri peccatori e di quei poveri monaci che si tormentavano, si martoriavano nei tempi della più cupa superstizione. Non è forse tempo che pure il cattolicismo circondi di fiori le tombe de' suoi morti?
All'ingresso della città sorge ancora il castello, altra volta residenza dei baroni, nelle cui prigioni languirono le vittime del feudalismo. L'alta torre quadrata, di mattoni, è simile alla torre delle Milizie a Roma, e probabilmente della stessa epoca. Essa sorge in prossimità di uno stagno che, come lo Stige, sta vicino alla cittàdei morti ed è circondato da una cintura di canne. Il luogo suscita ricordi mitologici: lo si direbbe il soggiorno delle ombre, visitato da Enea o da Ulisse. La cupa torre ed altre rovine gettano la loro ombra tremante sulle acque silenziose dello stagno e il giunco vi sussurra malinconicamente agitato dal vento. Talvolta si leva un grido d'anitra selvatica: sembra quasi il gemito di un'anima che soffra nelle profondità della terra ed aspiri tornare alla luce.
Seduto in mezzo alle rovine, girai lo sguardo su quel verde reame di ombre, poi levai gli occhi verso la linea azzurra, tracciata nel cielo dalle montagne, su cui si distaccano gli scogli ciclopici di Norba ed il suo castello, e infine li abbassai di nuovo sulle paludi pontine e sul capo Circeo che superbo emergeva dal mare illuminato dal sole cadente.
Che Circe la maga abbia abbandonato la sua dimora, fabbricata laggiù sul promontorio? Abiterebbe forse ella ora a Ninfa? E' forse divenuta la regina dell'edera! Nel vedere il verde che mi circondava per un momento ho creduto che Ninfa fosse il magazzino d'edera dell'Italia e che ivi venissero le anime dei grandi ad inghirlandare tutte le rovine gloriosamente. Bisogna sedersi su quei muri, allorchè la sera ravvolge, nella porpora da prima, poi nell'oro, tuttequelle mura, tutte quelle rovine tappezzate di foglie, ed allorchè la montagna, il mare, il capo Circeo si tingono con sfumature indicibili.
E che dire poi di questo paese di fate quando si leva la luna e l'illumina con i suoi bianchi raggi? Il ruscello Ninfeo che esce dallo stagno, sembra abbia ivi origine e porti in quel mondo di tombe lo spettacolo della giovinezza e della vita: lo si direbbe un essere umano che abbia paura del funebre luogo e fugga precipitoso e spumeggiante verso il mare, attraverso le paludi pontine. Esso dà moto ad un molino stabilito in un edificio mediovale, in stile gotico-romano, con finestre a colonnine. Un'iscrizione sulla porta indica che il molino e la strada furono opera di Francesco Gaetani, duca di Sermoneta e signore di Ninfa, nel 1765.
In antico un tempio delle Ninfe era costruito, a quanto si dice, presso il lago e da quello il paese avrebbe preso il nome. Si racconta che sulle fondamenta di questo tempio fu poi innalzata la chiesa di S. Michele. Nel 1216 Ugolino Conti edificò nello stesso sito la chiesa di S. Maria del Mirteto.
La storia di Ninfa è peraltro abbastanza oscura. Nel sec.xiiapparteneva ai Frangipani. Il famoso Alessandro III vi fu consacratopapa il 20 Settembre 1159. La famiglia Gaetani ne divenne in seguito signora alla fine del sec.xiiied i discendenti di questa illustre casa ne sono rimasti padroni fino ad oggi. L'archivio di famiglia a Roma conserva numerosi documenti che attestano che Pietro Gaetani, nipote di Bonifacio VIII, conte palatino lateranense e conte di Caserta, comprò a poco a poco le case e le terre di Ninfa dai loro proprietari.
Io non ho rinvenuto alcun documento delxvsecolo in questo archivio; ma ho trovato invece un atto stipulato il 22 febbraio 1349 nel castello che oggi giace rovinato. L'atto porta queste parole: «Actum Nimphe in scalis palatii Rocce Nimphe presente Nicolao Cillone Vicario Sculcule...».
* * *
L'indomani mattina noleggiammo a Norma dei muletti per recarci al celebre villaggio di Cori o Cora, distante tre buone ore. Vi si arriva per una via carrozzabile che rasenta Ninfa, ma noi preferimmo prendere una scorciatoia montuosa che serpeggia lungo la catena dei Volsci. La vista che vi si gode è meravigliosa ed ampia, stendendosi per la pianura dalle pontine e dal mare fino a Roma.
Il fresco del mattino ed il cielo purissimo,come lo è quasi sempre in settembre, resero deliziosa la nostra gita, sebbene i monti che salivamo fossero monotoni e deserti. Solo qua e là ci imbattemmo in alcuni pastori, intenti a mungere le loro pecore od a preparare innanzi al fuoco il loro formaggio fresco, od anche a costruire le loro capanne coniche da nomadi, con rami di ginestra.
Nel contemplare dall'alto la vasta regione delle paludi pontine e soprattutto la spiaggia latina, là dove sorge l'antica Ardea ed i paesi dei Rutuli, ritornano naturalmente alla memoria le figure di Virgilio. Ivi sorse la Troia romana, ivi fu il campo delle epiche lotte dell'Eneide: ricordandolo, sembra quasi di veder rapidamente passare sulle praterie od attraverso le foreste l'eroina dei Volsci, la bella amazzone Camilla: