Lumina si quaeris Benedicte quid eligis antra?Quaesiti servant luminis antra nihil.Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem,Nonnisi ab obscura sidera nocte micant.
Lumina si quaeris Benedicte quid eligis antra?Quaesiti servant luminis antra nihil.
Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem,Nonnisi ab obscura sidera nocte micant.
E sotto:
D. O. M. ordinis S. Benedicti Occidentalium Monachorum Patriarchae cunabula.
D. O. M. ordinis S. Benedicti Occidentalium Monachorum Patriarchae cunabula.
In verità mi son creduto d'un tratto piombato nella misteriosa atmosfera di quei tempi straordinari, allorchè, passato dalla galleria nella prima chiesa, improvvisamente mi sono trovato in un piccolo duomo di splendida architettura gotica, nel soffitto e nelle pareti del quale si andavano già attenuando, per l'annerirsi graduale degli affreschi, il barbaglìo di luci multicolori. Invisibili monaci cantavano in coro il vespro; le loro voci possenti di basso risuonavano solenni e ritmiche attraverso l'ombra crepuscolare della chiesa, e nelle pause delle loro litanie si udiva il rauco gracchiare dei corvi. Tre corvi novelli sono infatti nutriti nel chiostro in memoria di S. Benedetto, e sembra che il numero tradizionale di questi simboli viventi dell'ordine non venga mai oltrepassato.
Sarebbe difficile una descrizione minuta del chiostro, tanto famoso per i suoi dipinti. Molti sono i tempietti e le cappelle, di costruzione laberintica, siccome si convienead un edificio fabbricato tra le rupi. Quei tempietti e quelle cappelle in parte sono fondati sulle grotte stesse, delle quali talora è visibile la nuda roccia; in parte sono appoggiati sulla parete della rupe. Si scende da una chiesa all'altra mediante scalini, e si crederebbe di essere dentro a catacombe montane, cariche di colori, scintillanti di ceri sugli altari. In queste cripte non si trovano soffitti o pareti che non siano ornati di affreschi, rappresentanti la vita di Benedetto, scene della storia del chiostro e della vita dei santi, o rappresentazioni allegoriche. La storia del monacato raggiunge con la vita di S. Benedetto il suo punto culminante epico-eroico, parallelamente ai canti cavallereschi delle lingue neo-latine. Non terribile come le leggende dei martiri del cristianesimo, che sostenevano la loro disperata lotta per la vita, ma penetrato di una mite dolcezza fantastica, esso spiega una ricchezza sorprendente di gradevoli motivi artistici. Mi sembra anche che i miracoli di Benedetto abbiano in sè più poesia di quelli degli altri santi, pochi eccettuati. L'amore fraterno tempera in essi l'egoismo di una esistenza d'eremita, separata del tutto dal mondo, e nobili ci sembrano in essa le avventure di Benedetto e di Scolastica, la loro solitudine, il lungo peregrinare sui monti, la distruzione dei templipagani, l'erezione di nuovi chiostri. Al maestro si uniscono nobili giovani; fra gli altri Placido, l'apostolo di Sicilia, e Mauro, l'apostolo di Francia; essi guidano la fantasia dalla limitata solitudine dell'eremita ad un orizzonte pieno di storia e di destino. La vita di Benedetto si prestava ad essere soggetto di pittura; e perciò questo grandioso ciclo del monacato, che ha avuto la sua influenza anche sui poemi del Graal e di Titurello, ha trovato in Subiaco la sua rappresentazione classica.
L'intero Lazio non ha nulla di simile a questi quadri, se non forse, in un certo senso, le pitture della cripta del duomo di Anagni. Il loro studio è utile per la storia dell'arte, appartenendo questi affreschi a stili diversi: a quello bizantino, a quello di Cimabue e di Giotto, fino ai secoli xv e xvi. Ne parlerò brevemente.
La prima chiesuola, edificata, secondo un'iscrizione, dall'abate Giovanni V, nel 1116, fu ornata con affreschi nel 1220 da Giovanni VI. Questi affreschi ricoprono letteralmente le pareti, e, benchè rozzi ed imperfetti nel disegno, mostrano tuttavia una rara freschezza di vita ed una potenza epica naturale, straordinaria nello stile delle cronache trasportato nella pittura, se ci è lecito usare questa espressione. A destra e a sinistra sono rappresentate molte scenedella vita di Cristo, il suo ingresso in Gerusalemme, quadro ricco di figure, la sua passione e gli avvenimenti dopo la sua morte. In oggi gran parte sono anneriti; pure, per fortuna, essendo stati fatti dei restauri, appaiono meno danneggiati dei quadri che trattano la vita di S. Benedetto. In uno di questi il santo è rappresentato mentre si rotola tra le spine per allontanare l'apparizione di una splendida donna, ed in un altro lo si vede intento a scrivere, nella sua grotta, le regole dell'ordine; e sotto v'è questo antico tetrastico leonino:
Hic mons est pinguis, multis claruit signis,A Domino missus sanctus fuit Benedictus,Mansit in cripta, fuit hic nova Regula scripta.Quisquis amas Christum talem sortire Magistrum.
Hic mons est pinguis, multis claruit signis,A Domino missus sanctus fuit Benedictus,Mansit in cripta, fuit hic nova Regula scripta.Quisquis amas Christum talem sortire Magistrum.
Una piccola tribuna, scavata nella volta nuda della roccia, chiude questa chiesuola; dinanzi ad essa stanno, all'estremità della navata, tre archi acuti su eleganti colonne, a foggia di arco trionfale, le cui lunette sono ornate dai ritratti dei genitori di Benedetto, Probo e Abbondanza.[12]Dietro vi è un piccolo altare-tabernacolo, l'unico lavoro così detto alessandrino che io abbiatrovato nel chiostro, nel quale altare il mosaico, contrariamente all'uso del tempo, è stato surrogato da un affresco.
Una serie di piccolissime cappelle conduce nell'interno e forma un corto e angusto passaggio che si può paragonare alla navata traversale d'una chiesa. Anche qui tutte le pareti sono coperte di quadri, che sono stati, però, di recente restaurati in modo vergognoso, con colori stridenti ed eccessivi. Sono quadrucci isolati, o piccole composizioni: vi si vede, Benedetto che cena con la sorella, la morte di due santi e quella di Placido e di Mauro. Si trova anche lassù un antico sarcofago di bambino, circondato da graziosi bassorilievi che raffigurano degli uccelli ed è innalzato sopra una piccola colonna per servire da vaschetta. Una scala conduce nella chiesa inferiore o media, particolarmente memorabile; anche qui tutte le pareti erano coperte di pitture, ed alcune iscrizioni ci hanno conservato il tempo e il nome dell'artista. Vi si legge in caratteri gotici: «Magister Conxolus pinxit hoc opus»; altrove: «Stamatico Greco pictor perfecit A. D. MCCCCLXXXX». Consolo fu pittore della fine del xiii secolo, prima dunque di Cimabue, e prima che la pittura italiana si liberasse dai caratteri tipici dello stile bizantino. Forse egli è lostesso artista che ornò di pitture murali il vestibolo di S. Lorenzo fuori le mura a Roma, sotto Onorio III, ambedue questi lavori essendo di quel tempo e della stessa scuola. I dipinti di Consolo—e di lui sono la maggior parte degli affreschi del chiostro—conservano ancora la maniera greca, ma certo non in tutta la sua violenta e cruda magrezza. Si trovano fra di essi sorprendenti figure di nobili forme, e con una semplicità di panneggiamento, che rammenta l'arte antica. Ad ogni modo questo antico maestro, il cui nome (da κομψός?) sembra rivelare il greco, è molto efficace e forse egli dipingeva, come scolpivano i Cosmati, greci essi pure (κοσμήτης) e suoi contemporanei, a Roma, a Subiaco e nella cripta del duomo di Anagni.
Vi sono in questa chiesa sotterranea pitture di soggetti disparatissimi; la maggior parte riferentisi alla storia del chiostro. Sotto la scala si vede Innocenzo III consegnare un diploma all'abate Giovanni VI, e Gregorio I dare all'abate Onorato l'atto di donazione. Parecchi trattano la vita di S. Benedetto; uno, che lo rappresenta con la nutrice, è notevolissimo per la gradevole figura della donna e l'ottimo panneggiamento; un altro rappresenta, in modo originale, la sua morte: il santo con la tonaca nera sta su di un giaciglio;dalla sua bocca un raggio di luce conduce alla piccola nuda figura della sua anima, che un angelo alato già reca fra le sue mani. L'angelo ha una bella espressione, un pronunciato profilo greco e gli occhi a mandorla. La dolce inclinazione della testa, già prima di Giotto espressione caratteristica del grazioso, ricorda vivamente le migliori imagini delle catacombe. Questa mirabile figura di un tono medio bruno non è stata, fortunatamente, ritoccata. Vi sono molti altri quadri con figure di bambini, di cui è inutile parlare: non tutte sono del medesimo artista, e talune senza dubbio appartengono già al secolo XI, poichè strettamente fedeli alle peggiori forme bizantine. Tali sono i colossali quadri del soffitto, rappresentanti apostoli e santi che contrastano aspramente con gli affreschi delle pareti, e che sono stati barbaramente restaurati.
Nella parte centrale della chiesa si trova anche la grotta di Benedetto, che mi ha ricordato assai vivamente la grotta famosa di S. Rosalia a Palermo, sul monte Pellegrino. Sotto un ricchissimo altare sta una marmorea figura del giovane santo in preghiera innanzi la croce; è un'opera non cattiva della scuola del Bernini;[13]e forsel'effetto che produce è accresciuto dalla penombra in cui si trova. Qui tutto ha un carattere di giocondità; la graziosa piccolezza di queste chiesuole, cappelle e grotte, splendenti e multicolori, sembra un giuoco di fantasia, come non ho visto mai in altre rappresentazioni religiose. Si potrebbe dire un libro illustrato di poetiche leggende, prive di dolore e di sangue, ma ricche di fantastico colorito, come la vita dei pii anacoreti nel deserto.
La religione vi è presentata sotto forma di favola, e produce un effetto corrispondente a questa. Il carattere del chiostro è appunto questo, ed è forse unico nel suo genere. Ivi lo spirito non è mai portato a gravi pensieri; in questa sacra grotta nemmeno il più fervente dei cattolici potrebbe sentirsi penetrato di venerazione: gli stessi artisti, che avrebbero voluto suscitare il senso della pietà con quadri melanconici, sono stati dalla scherzosa giocondità dell'insieme eccitati invincibilmente ad intonarsi all'ambiente. Questo ho sentito in due affreschi, che stanno di fronte, sulle strette pareti, presso una scala che dalla grotta mena nella sottostante cappella. Rappresentano il «Trionfo della Morte», secondo la nota canzone del Petrarca: la Morte, funebre cavaliere, dopo aver saltato a cavallo su dei cadaveri, colpiscecon la spada un giovane che s'intrattiene con un compagno a parlare. Di fronte stanno tre tombe aperte: nella prima giace una giovane donna, morta da poco tempo; nell'altra si scorge il suo corpo già nauseabondo e decomposto; nella terza finalmente il suo scheletro. Un vecchio pare spieghi queste varie fasi del nulla; egli ammaestra tre bei giovanetti, in eleganti abiti, coi falchetti sul pugno, che gravemente lo ascoltano. L'autore di questo memorabile quadro, che disgraziatamente ha molto sofferto, non è conosciuto; sembra sia dell'epoca del Ghirlandaio. Di lui forse è pure la Strage degl'Innocenti a Betlemme. Questo soggetto è trattato artisticamente e semplicemente: un gruppo di madri, con i bimbi lattanti fra le braccia, con ansia affettuosa li stringono al seno; verso di esse si avanzano dei guerrieri con la spada sguainata. Io non ho mai visto trattato con tanto sentimento drammatico ed estetico questa scena piena di orrore, soggetto preferito della pittura di tutte le epoche; e tanto più si deve lodare l'ingegno dell'artista, se si ricorda il ributtante carnaio rappresentato negli arazzi del Vaticano! L'artista di Subiaco ha capito che egli avrebbe potuto commuovere anche facendo solo indovinare o temere l'inumano. Il quadro è di proporzioni assai piccole.
Ho trovato anche altre rappresentazioni artistiche originali; specialmente due figure di S. Stefano e di S. Lorenzo. Il primo santo è lapidato; il pittore o il restauratore ha voluto con strano pensiero inserire nel quadro delle vere pietre, e nel suo zelo ha rappresentato materialmente l'aureola, rompendola coi sassi. S. Lorenzo è una graziosa figura giovanile, vestita di un ricco panneggiamento; tiene nella destra la palma, nella sinistra il libro e sta eretto sulla graticola.
Aggiungo ancora che dalla cappella descritta si scende in un'ultima grotta, assai piccola; si dice che qui Benedetto abbia ammaestrato nelle sacre scrittura i suoi scolari.
Le pareti sono coperte di stucchi e mostrano resti di antichissima pittura. Tali sono le principali curiosità del chiostro; ma non vogliamo dimenticare la parte superiore, da dove si gode una vista superba della rupe gigantesca sulla quale questi santuarî sono costruiti. Essa cade a piombo, e sembra volersi precipitare sul chiostro; ma fortunatamente si trova là effigiato il santo che con la mano stesa, come per trattenerla, sembra esclamare: Fermati, o rupe; non danneggiare i figli miei! Quando sono entrato nel cortile ho trovato appollaiati ai piedi della figura del santo trecorvi, che raucamente gracchiavano. Questi sinistri uccelli con le loro voci lugubri e le tonache nere da benedettini mi sono sembrati attributi propri del santo, come nell'antica mitologia altri uccelli sono sacri ad altri Dei.
I corvi hanno una parte di qualche importanza nella storia di Benedetto, dissi già che lo accompagnarono nel suo viaggio da Subiaco a Montecassino, e aggiungo ora che gli salvarono la vita. Infatti, avendo un nemico mandato a Benedetto del cibo avvelenato, essi lo portarono via, lontano, sulle rupi. Il corvo dei monti mi è sembrato un vero uccello da monaci; in ogni modo è un simbolo migliore di quello dei domenicani, consistente in un cane con la face in bocca.
Anche in un altro luogo mi sono ricordato dell'antichità, anzi di un nome celebre. Vi è nel chiostro anche un giardino di rose, sulla sommità della rupe. Un tempo erano rovi, precisamente quelli nei quali Benedetto si era avvoltolato a corpo nudo. Quando nel 1223 il famoso fondatore dell'ordine francescano visitò Subiaco, innestò alle spine delle rose, le cui discendenti stanno ancora in fiore. Col tempo si sono scoperte meravigliose virtù in queste rose. Un monaco mi disse seriamente che esse, ridotte in polvere e inghiottite, guarisconoqualunque malattia o incantesimo. Il monaco non mi disse però se esse possiedono anche la preziosa virtù delle rose di Apuleio; in ogni modo non avrei potuto verificarla.
Una gita da Roma nella Tuscia romana, nella Sabina e nell'Umbria è oggi tanto più attraente, in quanto che chi viaggia in queste province, or' ora annesse al regno d'Italia, ha campo di fare molte e nuove osservazioni importanti. Invece di viaggiare con la diligenza, è assai meglio prendere unvetturinofino a Perugia. L'istituzione italiana dei vetturini sarà fra pochi anni soppiantata dalle ferrovie, e vi sarà certo chi li rimpiangerà, perchè, se non sempre comodo, questo mezzo di viaggiare ha pure i suoi vantaggi, primo fra tutti quello di far conoscere la regione che si attraversa, cosa in ferrovia quasi impossibile. Il mio vetturino trottava allegramente sull'antica via Flaminia, di buon mattino, sotto uno splendido cielo di settembre. Meraviglioso è un viaggio attraverso questa campagna; il Soratte ei monti Sabini, dalle linee vigorose, offrono a destra le più gradevoli vedute. Di paesi se ne incontrano pochi in questo deserto; dopo il terzo miglio si trova Prima Porta,Saxa Rubradegli antichi, così detta per i grossi massi di tufo rosso che vi si trovano. Questa pietra vulcanica è particolare della regione tosco-romana; essa forma pittoresche colline, scoscendimenti, mura naturali e contrafforti. Chi conosce Veio e Civita Castellana, si ricorderà di questa caratteristica che tanto si discosta da quella del Lazio.
Il Tevere scorre attraverso il paese in belle volute, piacevolmente incorniciato da lontane catene di monti. Lo si perde di vista, quando si piega a sinistra, verso Castelnuovo, per raggiungere Rignano. Lungo la strada incontrai un plotone di cavalleria pontificia, che in mezzo alla polvere trottava rapidamente; compresi subito quale scopo aveva quest'ultima commedia militare nel territorio papale.
Si sa bene che la Tuscia romana, separata per mezzo del Tevere dalla Campagna romana o Lazio, è chiamata Patrimonio di S. Pietro. A torto si fa datare questo possesso dalla donazione della contessa Matilde, la famosa paladina della gerarchia romana, che non aveva veramente dei dominî in quei luoghi, ma possedevainvece qua e là nel Lazio molti castelli. Ciò che si chiama Patrimonio di S. Pietro fu essenzialmente la parte fondamentale e più antica degli Stati della Chiesa; qui sono gli inizî del possesso, e il primo dominio temporale della Santa Sede fu Sutri, sul lago di Bracciano, dono del re longobardo Luitprando.
Nell'epoca carolingia il vescovo romano signoreggiava su tutte le attuali città della Tuscia romana, la quale era amministrata da suoi delegati col nome diDuces, Comites, Rectores. Ma a poco a poco questo possesso si perdè, e dopo la caduta del regno carolingio alcuni conti ereditarî se ne impadronirono. Ai tempi della contessa Matilde il pontefice non aveva più possessi, sia temporalmente che politicamente, nè in Tuscia, nè in Sabina; cento piccoli conti e baroni v'imperavano, in barba alle donazioni di Pipino e di Carlo. Ci vollero molte guerre e molti secoli per rimettere la Santa Sede in possesso dell'antico patrimonio.
Ci fermammo sei ore a Rignano, paese appartenente alla Comarca di Roma; al di là comincia la delegazione di Viterbo. È piccolo e di poco interesse, per quanto fosse ducato, come molti altri paesetti romani. Il primogenito di casa Massimo porta il titolo di duca di Rignano.
Nell'albergo del paese trovai un colonnello pontificio che era partito in congedo pel suo paese, Macerata, ma che era stato rimandato indietro a Narni dai piemontesi, perchè sul suo passaporto mancava il visto del console italiano. Egli mi parlò della severità delle guardie italiane di confine.
Mi disse che tutto ciò che veniva da Roma era sospetto di mene reazionarie. Correvano, anche per Rignano e gli altri luoghi vicini, voci sull'irruzione di 200 napoletani, e di una banda reazionaria che, movendo da Corneto, si preparava a passare il fiume.
Qualcuno assicurava anche di aver visto la truppa, e si temevano eccessi, come nel napoletano. Anche il mio vetturino si impensierì e decise di accorciare la tappa giornaliera, fermandosi a Civita Castellana. Era dunque il movimento di questa truppa di zuavi, o altro che fosse, che aveva determinato l'avanzata della cavalleria papalina lungo la corrente del fiume. Senza saper più nulla di positivo su questa cavalleria, nel pomeriggio continuammo la nostra magnifica gita attraverso la Campagna.
La campagna si faceva sempre più bella, di mano in mano che si avanzava verso Civita Castellana. Si passò sulla via Flaminia proprio ai piedi del Soratte, ed iopotei osservare per un bel pezzo di strada il paese, la torre medioevale e la chiesa sorgenti sulla sua sommità. Quel monte, a cui Orazio e Virgilio han consacrato celebri versi, è in terra etrusca, ed è visibile anche da Roma.
Si leva isolato, in una massa rossastra, acuta e bella di pietra calcarea, di fianco al Tevere. Il suo aspetto d'isola, i suoi colori, e la gradevole forma, mi ricordarono il monte Cairo nelle vicinanze di S. Germano. La sua altezza supera i 2000 piedi.
L'archeologo lo conosce per il culto primitivo che avevano per lui gli abitanti, e lo storico per doverlo spesso ricordare nel medioevo.
Quel papa Silvestro che si lasciò regalare dall'imperatore Costantino—quando, secondo la leggenda, lo battezzò nel palazzo Laterano—Roma e tutta l'Italia, anzi tutto l'Occidente (e per quanto tempo non si è creduto a questa ridicola donazione?), quel papa fortunato visse nelle solitudini del Soratte, finchè durò l'ultima persecuzione dei cristiani. In suo onore fu eretto nel medio evo il chiostro di S. Silvestro, sulla cima del monte, e, si dice, sulle rovine di un tempio di Apollo. Per molto tempo questo chiostro fu celebre e visitato, come uno dei più antichi nella regione romana. Carlomanno, il primogenitodel grande eroe franco Carlo Martello, vi vestì l'abito nel 746, ma cambiò poi l'eremitaggio con quello più bello di Montecassino, per sottrarsi alle moleste visite che non cessavano di fargli i nobili franchi, quando si recavano a Roma.
Anche altri chiostri sorsero in questo luogo: ai piedi del monte era quello di S. Andrea, ora distrutto, dove nel secolo x il monaco Benedetto scrisse una cronaca ricca di notizie storiche. Pertz la trovò a Roma nella biblioteca Chigiana e la fece stampare neiMonumenta Germaniae. Questi luoghi si possono veramente considerare, qui sui confini dell'antica Sabina, come la culla dei benedettini. Di là dal Tevere, poco lungi dal Soratte, giace anche oggi il chiostro primitivo di Farfa, oggi abbandonato, famosa costruzione longobarda, abbazia imperiale e ghibellina che diede spesso alloggio agli imperatori tedeschi che scesero nella valle del Tevere. I ricercatori di notizie del medio evo romano devono alla diligenza e sagacia dei suoi monaci il prezioso codice deiRegestidi Farfa, che la Vaticana conserva. Questa importantissima raccolta di monumenti, appendice importantissima aiRegestidi Pietro Diacono di Montecassino, è oggi una delle principali fonti d'investigazione storica. E davvero con non lieve interesse osserveremola grandiosa campagna intorno al Soratte, se ricorderemo che più d'uno dei nostri imperatori tedeschi di qui scese verso Roma, al tempo delle lotte col papato gregoriano.
Ai piedi del monte esiste ancora il guado del Tevere che gl'imperatori solevano passare, presso l'anticoFlaianum, oggi Fiano.
Molto mi dispiacque di non poter visitare il paese di Sant'Oreste, appollaiato graziosamente in cima al monte. Gli archeologi pretendono che il famoso tempio di Feronia sorgesse un giorno lassù, e che la città, costruita in quel luogo, si chiamasse Sant'Edistio, corrotto poi in San Resto e Sant'Oreste; ma è più verosimile che il nome venisse alla città da quello stesso del monte Soratte, che durante le oscurità medioevali si sarebbe poi mutato nel nome di un santo ignoto o apocrifo.
Alle sei giungemmo a Civita Castellana. Il panorama di questo luogo meraviglioso è insuperabile, più bello ancora di quello di Veio. Il paese si leva su erte rocce rossastre, coperte da piante rampicanti, simili a mura naturali; ai suoi piedi scorre il fiume Treia. È ben fabbricato, ha molti ponti, uno dei quali somiglia al nuovo ponte dell'Ariccia, pur non essendo così grandioso. La valle, stretta e bellissima, formata dalle rupi che il Treia attraversa, èricca di singolari vedute, tali da formare certo l'ammirazione di ogni pittore. La posizione di questa città etrusca è stata scelta con rara fortuna ed acume.
Qui certo fu la primitiva Faleria. Nel medio evo, quando i saraceni resero malsicuri questi dintorni (essi distrussero una volta anche l'abbazia di Farfa), l'antichissima Faleria, abbandonata fin allora, fu ripopolata, perchè fortemente situata su una piattaforma di rupi; così si formò Civita Castellana, sede di conti per molto tempo, e spesso nominata nella storia dei papi. Il terribile avversario di Gregorio VII, Guiberto di Ravenna, antipapa col nome di Clemente III, passò qui i suoi ultimi anni, e quivi morì. Anche Alessandro III vi finì i suoi giorni. Oggi questa ospitale e spaziosa città (di soli 2400 abitanti) offre poche cose degne di nota. Da tempo antico è vescovado, come quasi ogni altro luogo un po' importante del Patrimonio di San Pietro. La cattedrale di Santa Maria è degna di esser visitata, col suo portale romanico e il vestibolo, notevole monumento del XIII secolo. Ha archi e finestre in stile gotico-romanico; colonne e un architrave a mosaico. Nel vestibolo si conservano antiche iscrizioni, la più vetusta delle quali ricorda una donazione di beni fatta alla Chiesa nel IX secolo.
La città, del resto, non ha reliquie municipali interessanti; del periodo feudale non resta che l'antico castello, costruzione della fine del secolo XV, con le armi dei Borgia; Alessandro VI lo fece costruire da Antonio Sangallo. Servì negli ultimi tempi come prigione di Stato, e molti visitatori ricordano di avervi veduto il famigerato brigante Gasparone, parente del cardinale Antonelli.[14]Io dimenticai di domandare se viveva ancora. Mi ricordo che a Roma qualcuno narrava di averlo visitato, per curiosità, e di avergli chiesto quanti omicidî avesse commesso, al che aveva egli risposto: «Non molti, forse appena una ventina».
Oggi la bandiera francese sventola sulla torre pittoresca e nera di Civita Castellana, poichè questo è il punto estremo delPatrimonium Petriverso la Sabina, e l'occupa una guarnigione di truppe napoleoniche. Alcuni soldati francesi mi dipinsero come molto triste e noioso il loro soggiorno in quel luogo solitario e remoto; ed avevano veramente ragione di lamentarsi, perchè ivi è impossibile ripararsi contro l'inclemenza del sole, che dardeggia senza pietà.
Dopo una notte di riposo, passata nel discreto albergo della Posta, che trovandosinel punto dove convergono le strade dalla Sabina, da Nepi, Amelia e Viterbo, è abbastanza frequentato, mi accinsi a passare i confini pontifici e ad entrare negli Stati piemontesi. Il segno del confine era il Tevere, che col suo corso divide le terre delPatrimonium Petridall'Umbria e dalla Sabina.
Partito la mattina alle cinque da Civita Castellana, giunsi in poche ore a Borghetto, pittoresco castello sul fiume, oggi l'ultimo villaggio pontificio, sotto il quale il Tevere scorre in una larga e bella valle; gli sono vicini i monti della Sabina, e con essi molte località, ora (1861) piene di piemontesi e di lombardi.
Qui il fiume, già abbastanza largo, è traversato dal ponte Felice, bel monumento costruito da Sisto V (Felice Peretti) nel 1589.[15]Fino a questa località il Tevere può essere risalito da battelli, anzi da qualche anno, da Ripetta a Roma, è stato stabilito un traffico per mezzo di battelli a vapore, e così la capitale è collegata alla Sabina. La siccità estiva aveva molto assottigliata la corrente, e fra tutto io non vidi che due o tre barconi di carbone, legati alla sponda. In mezzo al ponte, sopra l'iscrizione di Sisto V, sventolava la bandiera francese. Di là da questoconfine comincia il nuovo Stato, che la rivoluzione italiana nel 1859 creòper fas et per nefas. All'estremità del ponte erano due tricolori italiani, ancora incoronati di alloro appassito. Sembravano gettare sguardi sospettosi sullo stendardo di Francia, mentre i robusti granatieri piemontesi stavano in sentinella dinanzi ad una vicina capanna. Essi avevano un aspetto grave e sospettoso, quando mi chiesero il passaporto nel loro sgradevole dialetto. Mentre lo esaminavano, volli utilizzare quel tempo di attesa, ritornando in mezzo al ponte per copiare le iscrizioni di Sisto V e di Urbano VIII. Ma—strano a dirsi—un granatiere me lo impedì: egli mi venne dietro, e mi dichiarò abbastanza vivacemente che non poteva permettermi di ripassare il ponte, e che egli stesso non poteva varcare di un sol passo la bandiera francese. Così dovetti convincermi dell'efficacia di quel simbolo. Ogni rimostranza fu inutile, il bravo soldato non volle udir ragioni, ed io dovetti tornar indietro. Del resto, tanto egli che l'impiegato della dogana furono con me perfettamente corretti. Il panorama della Sabina che si gode dal ponte è bello e vasto. Di contro è l'antico e cupo Magliano, sede di un vescovo che qualche mese fa fu incarcerato; più oltre Poggio Mirteto, ora una delle stazioni più importanti dell'esercitopiemontese di confine, mentre il governatore civile di tutta la Sabina risiede in Rieti, città più grande, fino a poco fa residenza del delegato pontificio.
M'internai nella bella regione montuosa, piena di colli ridenti, ricchi di vino, olio e castagne, abitata da gente forte, onesta e patriarcale, ma ignorante e primitiva. Il carattere di questa regione non ha nulla di comune con quello del Lazio, pieno di sole e di luce; somiglia piuttosto a quello dell'Appennino centrale. La straordinaria siccità dell'estate aveva anche là bruciato i campi; il granturco presentava un aspetto deplorevole; anche l'olivo era poco rigoglioso; solo le viti promettevano un abbondante raccolto.
La prima città che si trova su quella strada è l'antichissima, ora assai piccola, città di Otricoli, nella quale si rinvennero molte antichità celebri, fra le quali la testa di Giove del Vaticano. Notiamo anche che ivi fu arrestato dai cavalieri del Barbarossa il famoso Arnaldo da Brescia, che fu consegnato ai cardinali e giustiziato poi a Roma. Egli aveva già ai suoi tempi insegnato ciò che ora l'Italia chiede ai papi.
Per dimostrare l'annessione all'Italia, quasi non bastassero le bandiere, che già in gran copia avevo vedute, si aggiungevano ora le armi di Savoia, dipinte di frescosui muri. Vidi sempre in maggior numero granatieri, lancieri, bersaglieri coi cappelli piumati e le mantelline turchine, simili a comparse teatrali; più là trovai la guardia nazionale, dalle poco brillanti uniformi.
Otricoli fa parte dell'Umbria, ma il confine fra le due provincie è difficilmente rintracciabile e sempre variabile. Oggi questa città appartiene alla delegazione di Spoleto, e da essa si entra nel territorio dell'antico e una volta così potente ducato.
Sotto Otricoli si apre la stretta e selvaggia valle della Nera, impetuoso fiume montano che si dirige verso il Tevere, e che una volta segnava il confine geografico fra l'Umbria e la Sabina. Viene quindi Narni, una delle più antiche città umbre, col suo bel castello e i campanili delle sue chiese. Il luogo è assai ameno; la Nera, uscendo dalla sua strada incassata fra le rupi, entra in una valle grandiosa e scorre fra armoniose colline. Un antico ponte romano riunisce ancora le due rive. In fondo si scorgono i verdi monti dell'Umbria, amenissimi e ricchi d'incantevoli luoghi, fra cui ricorderò Amelia. A cinque miglia di distanza giace l'anticaInteramna, oggi Terni, in mezzo a verdi colline, la patria di Tacito. Nulla, credo, possa essere più attraente di una gita per questi luoghi in primavera o in autunno.
Oltre il suo bel castello, Narni possiede notevoli chiese e conventi, come la cattedrale, consacrata al primo vescovo della città, San Giovenale; però il tesoro maggiore è rappresentato da un dipinto famoso dello Spagna, l'Incoronazione della Madonna, nel convento degli Zoccolanti.[16]Dello stesso artista si trovano quadri in molti paesi dell'Umbria; alcuni gli sono però stati erroneamente attribuiti.
Di mura ciclopiche non si hanno qui che pochi avanzi, e degli antichi monumenti romani di questa città, dove nacque Nerva, non rimane che il ponte di Augusto sulla Nera. Quest'opera, un dì grandiosa, appare anche oggi ammirabile, sebbene dei tre o quattro archi che la componevano, ne resti uno soltanto. Le imponenti rovine, i flutti vorticosi della Nera, un vicino convento, la città colla sua solenne architettura, tutto contribuisce a dare a questo paesaggio un carattere d'incomparabile bellezza.
Marziale gli ha dedicato i mirabili versi:
Narnia sulphureo quam gurgite candidus amnisCircuit, ancipiti vix adeunda jugo;Quid tam saepe meum nobis abducere QuintumTe juvat, et lenta detinuisse mora?Quid Nomentani causam mihi perdis agelliPropter vicinum qui pretiosus erat?Sed jam parce mihi nec abutere, Narnia, Quinto;Perpetuo liceat sic tibi ponte frui.
Narnia sulphureo quam gurgite candidus amnisCircuit, ancipiti vix adeunda jugo;
Quid tam saepe meum nobis abducere QuintumTe juvat, et lenta detinuisse mora?
Quid Nomentani causam mihi perdis agelliPropter vicinum qui pretiosus erat?
Sed jam parce mihi nec abutere, Narnia, Quinto;Perpetuo liceat sic tibi ponte frui.
Verso la metà del secolo XII il ponte crollò. Al tempo degli Hohenstaufen non doveva esistere già più, perchè Parsifal Doria, generale di Manfredi, si annegò, mentre voleva guadare in quel punto la corrente a nuoto, col suo cavallo, ambedue coperti di ferro. Si costruì allora il nuovo ponte, più comodo per la sua posizione, essendo troppo grande la spesa necessaria per restaurare l'antico.
La menzione fatta del valoroso Parsifal mi rammenta un'altra grande figura di guerriero, che forma ancora uno dei vanti dei Narnesi: in Padova di fronte alla cattedrale sorge il monumento equestre in bronzo del Gattamelata, opera di Donatello, la prima di questo genere compiuta in Italia durante il Rinascimento. Fu fatta per incarico della Repubblica di Venezia, che così volle onorare la memoria di uno de' suoi più fedeli condottieri, che fino al 1441 aveva servito la bandiera di S. Marco. Erasmo Gattamelata nacque a Narni.
Un altro Narnese diede lustro alla città nel secolo XV: il cardinale Bernardino Eroli, morto nel 1479, di cui la tomba è visibile nelle grotte di S. Pietro a Roma.
La famiglia di lui, che esiste ancora a Narni ed è una delle prime del patriziato, abita un antico palazzo. Uno de' suoi membri è il marchese Giovanni, distinto antiquario, ricercatore di documenti; egli è veramente la cronaca vivente della sua città, della quale ha descritto a fondo e riunito nella suaMiscellanea Narnesele cose più notevoli. Mi trattenni alquanto in questa città, e visitai questo degno signore. La vita di un patrizio in un piccolo centro campagnolo deve essere tanto più limitata e monotona quanto più esso possiede istruzione e talento. Il marchese, lieto di ricevere un viaggiatore, tanto più poi che veniva da Roma e che si occupava di storia, mi accolse con grande cortesia, e soddisfece pienamente alle mie domande circa l'archivio municipale di Narni, come sopra gli archivi delle altre città umbre, e mi invitò ad accompagnarlo nel suo studio. Non era uno studio di disegno o di pittura, ma di fotografia. Quando vi entrai credetti di esser penetrato in un tepidario, perchè il calore era così intenso da potersi appena tollerare. Egli mi mostrò i suoi lavori, che erano invero così poco riusciti da non allettare gran che i visitatori.
Da Narni m'internai con vera gioia nell'Umbria, in questo giardino dell'Italia centrale, irrigato da vivaci corsi d'acqua, cosparsodi olivi e di verdeggianti colline. Tutto vi è sereno e aggraziato; persino il dialetto degli abitanti è pieno di melodia. Non è davvero strano che la pittura umbra, così gradevolmente viva e ideale, abbia avuto nella natura la sua fonte precipua. L'Umbria fa veramente intendere che cosa sia la Toscana, ancora più bella e gradevole.
Dopo una breve corsa attraverso la campagna fertile e ricca, giunsi a Terni, patria di Tacito, famosa per le cascate del Velino, città attivissima di 9000 abitanti. Non vidi le cascate, ma girai per la città, che si presenta come un borgo abbastanza pulito, nel quale il periodo del Rinascimento e lo stile baronale pomposo hanno soffocato il medio evo caratteristico. Molti notevoli palazzi indicano che vi risiede una ricca nobiltà. Anche la vita politica ha qui uno speciale movimento.
Essendo una città di qualche importanza, più grande di Narni e, per numero di abitanti, venendo subito dopo Spoleto, Terni aspira ad avere un significato politico. L'italianizzazione vi fu accolta con entusiasmo; su molte insegne di botteghe operaie vidi già i colori bianco, rosso e verde da poco dipinti; anche sulla mia tavola all'albergo stava il tricolore. E non faremmo altrettanto noi in Germania, in analoghe circostanze?
Cresce in Italia una specie di zucca, detta cocomero, che al di fuori è verde, e, tagliato, mostra una polpa purpurea, e intorno una zona bianca: i colori italiani. A questo proposito ricordo di aver veduto questo spettacolo: un cocomeraro aveva inalberato sul suo banco un grande tricolore, sopra il quale era dipinta la dea dei cocomeri nei suoi tre colori naturali; con la scritta in trasparenza:Natura mi diè questi colori. Lo spiritoso cocomeraro faceva un degno richiamo! Anche nei dominî pontificî la coccarda del governo è di solito rappresentata da un uovo sodo tagliato in mezzo. Su questi due simboli corrono fra la popolazione dei saporiti motti di spirito.
La rivoluzione italiana ha portato con sè, come mi ha insegnato l'esperienza, una vera rivoluzione nei nomi delle strade e dei caffè, tanto che chi tornasse dopo una assenza di qualche anno nella sua città, difficilmente riuscirebbe a raccapezzarcisi. Le piccole piazze coi nomi di S. Maria, S. Paolo, ed altri, ora prendon nome da Vittorio Emanuele, e tutti gli altri santi e patroni sono ovunque sostituiti da Garibaldi, Cavour, Ricasoli, ed altri uomini della spada o del parlamento. Sarebbe interessante contare i caffè che oggi in Italia hanno il nome di Garibaldi!
Terni è ora il quartier generale del comandanteBrignone e di molta fanteria di linea. Io vi trovai i muri delle strade coperti di proclami per la chiamata delle classi sotto le armi. Mi fu detto che nell'Umbria la popolazione si sottopone più volontieri che non nelle altre province dell'ex-Stato pontificio all'obbligo della leva. Anche qui però vi sono molti disertori che vanno ad alimentare la reazione nel napoletano, tanto più che la sorveglianza dei confini da quella parte è assai difficile. Ci vorrà molto tempo perchè gl'italiani si abituino al servizio militare obbligatorio. L'esenzione dal servizio militare è stata veramente un prezioso beneficio del regime papale, beneficio inestimabile per il contadino.
Grande è il numero degli emigrati romani a Terni, come del resto in tutta l'Umbria ed in tutta la Sabina. L'emigrazione sparsa nei diversi luoghi mi fu detto essere superiore a 5000 individui, ma forse questa cifra è inferiore alla realtà.
Una gran parte dei forusciti viveva finora in Rieti, ma una discordia scoppiata fra i romani ed i cittadini di quella città li ha costretti ad abbandonare il luogo ed a spargersi per l'Umbria. La loro esistenza è abbastanza difficile e penosa, perchè i comitati creati allo scopo di soccorrerli hanno mezzi insufficienti. Cospirano attivamentecosì vicino a Roma, dove il comitato nazionale è in relazione diretta con essi. Secondo ogni verosimiglianza sono essi che redigono i giornali umbro-sabini, come l'Italia e Romadi Perugia. Questi fogli sono letti avidamente, e molti esemplari penetrano anche nella Città dei Cesari.
Da Terni partii per Spoleto; percorsi per molte ore una regione montuosa, fresca, ricca di quercie. Si valica l'Appennino sopra Terni, o, per meglio dire, attraverso il monte Somma. La strada, assai buona, giunge fino alla sommità lungo la gola dettaStrettura, salendo gradatamente. I due versanti del monte da ambo i lati sono boscosi; non si vedono paesi; solo qua e là qualche casale. De' bei buoi bianchi erano stati, per rinforzo, attaccati alla vettura, e mentre essi lentamente salivano l'erta, potei permettermi una breve camminata su quella ripida strada. L'aria era fresca e leggera: si sarebbe potuto camminare ore intere senza stancarsi. Dei briganti non c'era da temere, poichè tutta l'Umbria ne è immune. Avendo lasciato un po' indietro la carrozza, vidi d'un tratto un uomo accoccolato, nascosto in un cespuglio, che appena mi vide si mise a farmi energicamente dei segni, e precisamente quelli che soglion fare gli italiani per chiamarea sè. Io mi fermai in mezzo alla strada; l'uomo mi accennò di proseguire il mio cammino. Voleva dirmi di essere cauto? Finalmente scese egli stesso dalle rupi nella strada, e lo riconobbi per un giovane e simpatico milite della guardia nazionale.—Sembra che diffidiate di me—disse—ma io vi ho fatto cenno soltanto per dirvi che potete continuare la vostra strada e non guastare così il mio giuoco. Io debbo star qui a sorvegliare un giovane e una ragazza che stanno laggiù nella valle, e veder quello che fanno.—Il soldato mi disse queste parole un po' eccitato. Terribile cosa la gelosia! Anche quella solitudine che sembrava creata solo per pensieri e fatti patriarcali, nascondeva nel suo seno il terribile mostro! E non fu inutile la posta del giovane: dopo poco la coppia sbucò fuori da un cespuglio; la fanciulla si allontanò dall'amante e seguì la riva del torrente, mentre questi scompariva. Difficilmente sarà sfuggito ad unacoltellata!
Presto raggiungemmo la cima del Somma, dove i buoi furono staccati. Di qui si scese per la strada che costeggia una gola simile a quella percorsa all'insù, e che corre per sei miglia attraverso splendidi monti; dopo poco ci si presentò meravigliosamente la vecchia Spoleto e sotto a noi la valle del Clitunno, e la pianura ove scorre ilTevere. Uscendo di mezzo ai monti, Spoleto appare bella come nessun'altra città, e sopratutto pittoresca, con la sua nera rocca, le molte torri massicce che la coronano, e le mura merlate. La luce dorata del sole la illuminava morendo, e contribuiva a dare al quadro magnifico un perfetto e grandioso carattere storico. Influisce molto vedere da un punto, piuttosto che da un altro, per la prima volta una città vetusta; la prima impressione è quella che rimane. Io non conoscevo ancora Spoleto, che racchiude in sè una storia tanto ricca, che va da Faroaldo, duca longobardo, fino all'infelice generale Lamoricière, che nel 1860 stabilì qui il suo quartier generale per la difesa degli Stati della Chiesa contro gli usurpatori.
Quando entrai in Spoleto si cancellò dalla mia mente l'imagine di ogni antico ricordo; sulla bella spianata una folla di gente elegante si pigiava; le strade erano simpatiche e linde, le case moderne, ed un'aria di sereno benessere dava l'impressione più gradevole di una vita gaia e tranquilla.
Il ducato longobardo di Spoleto fu fondato nel 570, subito dopo che Alboino discese in Italia col suo popolo. I suoi due primi duchi furono Faroaldo e Ariulfo; questi, provincia a provincia, tolsero ai greci una gran parte dell'Italia centrale, e cioè tuttal'Umbria, la Sabina, la Marsica (oggi Abbruzzo), e le Marche di Fermo e di Camerino. I papi soffrirono spesso molestie da parte del ducato di Spoleto, fondato alla fine del VI secolo. Anche quando Carlomagno pose fine al regno longobardo, rimase tuttavia abbastanza grande la potenza dei duchi di Spoleto, divenuti vassalli franchi. La Francia stessa assicurava la loro dignità; dopo la caduta dei Carolingi, Guido di Spoleto potè porsi sul capo la corona imperiale. Egli la passò quindi al figlio di Lamberto, un nobile giovane, che morì improvvisamente nell'898 per una caduta da cavallo. Guido e Lamberto ottennero la corona imperiale e furono i due imperatori nazionali eletti dal popolo italiano in opposizione ai candidati di nazione tedesca, sebbene fossero di razza franca.
Quando più tardi l'impero cadde con gli Ottoni e passò alla nazione tedesca, gl'imperatori si impadronirono del ducato, e non vi fu più a Spoleto dinastia ereditaria. In seguito Spoleto fu annesso alle terre della contessa Matilde, come anche Ancona, finchè i papi con lusinghe ed astuzie riuscirono ad impossessarsi di quel ducato, sul quale già da Carlomagno accampavano diritti. Innocenzo III, e specialmente Gregorio IX, aggiunsero alla Chiesa le Marche di Ancona, Camerino e Fermo. Così la verapresa di possesso di quei luoghi da parte della Chiesa data dal principio del sec. XIII; ma dipoi essa perdette di nuovo molte di queste terre, col volgere degli anni, e, dopo varie vicende, in pochi giorni nel settembre 1860 le perdette tutte e per sempre.
Lamoricière aveva scelto Spoleto come suo quartier generale, perchè la posizione era buona, e potevano di là mandarsi truppe in tre direzioni. Il generale Schmidt aveva il quartiere a Foligno; Pimodan stava a Terni con la seconda brigata, e De Courten a Macerata. Lamoricière si aspettava di dover ripiegare verso il sud contro Garibaldi, che era nel Napoletano, ma quando seppe del generale Fanti, capì che i piemontesi avrebbero investito l'Umbria e le Marche. Il giorno 8 settembre i volontari di Masi irruppero da Città della Pieve nello Stato pontificio e marciarono su Orvieto. Il 10 settembre Lamoricière riunì le sue milizie, e il 12 si gettò sulle Marche, seguito da Pimodan. Nella cittadella di Spoleto aveva lasciato 300 irlandesi del maggiore O'Reilly, con due cannoni. Questa piccola fortezza fu presa dai piemontesi del generale Brignone il 17 settembre; secondo le istruzioni del Lamoricière, gli irlandesi la difesero valorosamente, respinsero un assalto e si arresero solo dopo 12 ore di combattimento. I piemontesi ebbero, a detta del Lamoricière,100 morti e 300 feriti; i papalini 3 morti e 6 feriti. È abbastanza curioso che nell'ultimo fatto d'armi di questa fortezza abbiano preso parte degli irlandesi.
Si vedono ancora le tracce di quella lotta. Ora non vi è più guarnigione, ma invece un bagno penale.
Del resto il ricordo di questi fatti si è assai indebolito nella città; la delegazione si è mutata in una sottoprefettura, dipendente da Perugia, sede del commissario generale dell'Umbria. Così Spoleto ha perduto del tutto il carattere di città capoluogo di provincia; la sede dei delegati poteva essere paragonata ad una piccola corte, e questi governi provinciali dei cardinali legati godevano d'una certa indipendenza; tutto questo ora è passato; i prefetti e i sindaci entreranno al posto delle provincie politiche d'un tempo, le quali rimarranno solo un ricordo storico.
Le strade salgono il monte con lieve pendio, e graziose piazze le interrompono qua e là. Molti luoghi sono assai pittoreschi e veramente italiani, ma spesso sporchi e mal tenuti. Si vede ancora che questa città dominò in altri tempi una ricca regione e fu centro d'una monarchia, benchè conti ora solo 9000 abitanti. Anche qui nell'architettura il Rinascimento prevale. L'alto medio evo è stato soffocato dalle epochesuccessive; dell'antichità romana si vedono alcuni avanzi, ed una vetusta porta presso il palazzo Gavotti ricorda Annibale che, dopo la famosa battaglia sul Trasimeno, fu respinto da Spoleto. Essa si chiama ancora Porta di Annibale o della Fuga.[17]Invano si ricercherebbero in Spoleto antichità longobarde. La mia prima domanda fu questa: dov'è il palazzo degli antichi duchi? Nessuno seppe darmi una risposta, ed anche lo storico del ducato di Spoleto, Gian Colombino Gatteschi, mi dichiarò d'ignorarlo. Così l'oblio sommerge la residenza di principi un giorno così grandi e potenti; non ne rimane una traccia, non una pietra. Solo una dubbia tradizione dice che il palazzo Arroni, sulla piazza del Duomo, occupi il luogo dove, fin dal primo duca Faroaldo (539), risiederono Ariolfo Toto, Trasmondo, Angebrando, Ildebrando, Gisulfo, Lamberto e Guido, finchè coll'ultimo della loro lunga serie, lo svevo Corrado, il ducato ebbe termine nel 1198.
Ora il duomo, uno dei più antichi monumenti di Spoleto, sorge su una bella piazza, con lo sfondo pittoresco delle vette montane. Fu edificato nel 617 dal terzo duca Teodelapio, poi più volte restaurato. È una bella ed armonica chiesa, con una torre sulla facciata in stile romanico-gotico del secolo XIII. L'atrio è moderno: è opera del Bramante. Un grande mosaico, opera del Solsterno, orna la facciata: porta la data del 1267. Si osserva in esso con stupore il primo sviluppo libero dell'arte umbra. In questa chiesa Fra Filippo Lippi, uno dei più simpatici pittori della seconda metà del secolo XV, si è eternato coi suoi affreschi nel coro, dove egli stesso giace. L'interno è quasi tutto restaurato di fresco; delle iscrizioni medioevali non ne rimane alcuna, nemmeno nell'atrio. Il duomo è oggi il più notevole monumento, l'ornamento maggiore di Spoleto, insieme con San Pietro, una chiesa di stile lombardo, degna di molta considerazione. La sua facciata è coperta di sculture, in alcune delle quali è rappresentata, in modo assai primitivo, la favola del «Roman du Renard».
Questa comunità conserva un pregevole, anzi meraviglioso affresco dello Spagna, la Madonna con i santi, ed una iscrizione su marmo, che ricorda la distruzione dellacittà, compiuta dal Barbarossa. Trascrivo fedelmente questa iscrizione:
HOC EST SPOLETVMCENSV PPLQE REPLETVMQVOD DEBELLAVITFRIDERIGVS ET IGNE CREMAVITSI QVERIS QVANDOPOST PARTV VIRGINIS ANOMCLVTRES NOVIES SOLES IVLIVSTVNC MENSIS HABEBAT
Molto probabilmente in questo incendio la residenza dei duchi di Spoleto andò perduta.
In special modo pittoresco è l'acquedotto gigantesco[18]che congiunge la città al monte Luco. Questo monte è diviso dal colle, su cui sorge la fortezza, da un abisso di 260 piedi; al disopra di esso è un enorme ponte di dieci archi. L'edificò il duca longobardo Teodelapio nel 604, e fu poi più volte restaurato. Se si prende la piccola strada del ponte per andare a monte Luco, si gode la vista dell'abisso vertiginoso e profondo, su cui spesso soffia un vento terribile. Questo mi costrinse anzi a rinunziare di attraversarlo. Monte Luco è il Monserrato dell'Umbria.
Dopochè nel VI secolo un santo siriaco, Isacco, ebbe fondato lassù un eremitaggio, vi sorse nel X secolo il chiostro di S. Giuliano ed una serie di eremitaggi. Di questi ne restano ancora alcuni, ma gli eremiti son da lungo tempo scomparsi. Di parecchie delle loro cappelle i cittadini di Spoleto si sono fatte delle graziose villette. Una passeggiata nei boschi di quercie del monte è un vero godimento, l'erba balsamica esala il suo aroma, le brezze agitano le millennarie cime delle quercie: appena si ode di tanto in tanto un suono, un fremito di campana: vi regna un silenzio divino. Di lassù si può rintracciare, nella sottostante campagna, la striscia bianca della via Flaminia, che sale fino alle porte della città e in lontananza si perde nella pianura.
Ma più maestosa di ogni altra cosa appare la rocca che domina la città e la pianura, e che si stacca sui monti solenni: un dado turrito, dalle linee nobili e armoniche, uno dei più bei monumenti del medio evo. Il famoso cardinale d'Albornoz, contemporaneo del tribuno Cola di Rienzo, aveva nel 1356 riedificato questo già antichissimo edificio, che fu poi terminato da Nicolò V. La memoria degli antichi duchi e dei potestà che risiedettero in questo castello è del tutto scomparsa, ma dalle finestre del fosco edificio sembra al viaggiatoredi scorgere ancora la figura di una donna famosa, che fu signora di Spoleto, quella cioè di Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, la Cleopatra del secolo XV. Suo padre la nominò nel 1499 reggente della città e del distretto di Spoleto, fatto nuovo questo nella storia della Santa Sede. La bella duchessa abbandonò Roma a cavallo, con grande seguito, l'8 agosto. Dinanzi a Spoleto la ricevettero con grande onore i priori della città, e l'accompagnarono al castello, dove pose la sua residenza. Ella presentò allora ai suoi dipendenti la sua nomina, ed un Breve di suo padre così concepito:
«Amati figli, a voi salute ed apostolica benedizione. Abbiamo conceduto il possesso del castello e il reggimento delle nostre città di Spoleto e Fuligno, della loro contea e distretto, alla nostra diletta figlia in Cristo, donna Lucrezia di Borgia, duchessa di Bisceglie, per il maggior bene di questi luoghi. Fidando nella particolare intelligenza, fedeltà e rettitudine della sullodata duchessa, come in altri Brevi abbiamo dichiarato, ed anche facendo appello alla vostra abituale obbedienza a Noi ed alla Santa Sede, speriamo che riceviate la vostra nuova duchessa reggente con gli onori e la riverenza che vi impone la vostra deferenza verso di Noi. Desideriamo dunque che degnissimamentela riceviate, e che, per conservare il nostro favore e per evitare la nostra disgrazia, voi ubbidiate alla duchessa reggente Lucrezia Borgia, in generale e in particolare, per tutti quei diritti e quelle consuetudini concernenti il suo governo, e per tutti quei comandi che ad essa piacerà di darvi, come alla nostra medesima persona, con tutto lo zelo e la diligenza, per darci novella prova della vostra fedeltà ed obbedienza. A Roma, in S. Pietro, segnato coll'anello del Pescatore, 8 agosto 1499—Adriano (Secretario)».[19]
La vita di Spoleto a Lucrezia Borgia, improvvisamente chiamata a succedere agli antichi duchi longobardi, dovè certo sembrare noiosa e intollerabile. Non rimane nulla del suo governo, se non la riconciliazione avvenuta fra le due comunità di Spoleto e di Terni. Nell'archivio municipale di Trevi esiste ancora un documento sottoscritto di sua mano con questa formula: «Placet ut supra Lucrezia de Borgia». Questa donna rimase a Spoleto breve tempo. Il 21 settembre visitò a Nepi suo padre, e nel mese di ottobre tornò a Roma. Pochi mesi dopo, nel luglio 1500, le morì lo sposo Alfonso di Aragona, duca di Bisceglie, cheCesare Borgia fece prima pugnalare sulla scala vaticana, poi strangolare nel suo palazzo.
A Spoleto rimasero alcuni suoi impiegati: Antonio degli Umioli di Gualdo, dottore in diritto, e il suo segretario Cristoforo Piccinino. Il 10 agosto 1500 Alessandro VI affidava il governo della città a Ludovico Borgia arcivescovo di Valenza.
Per recarsi da Spoleto a Foligno, bisogna attraversare la famosa valle del Clitunno, dov'è il piccolo e grazioso tempio di questo dio fluviale, tempio che non ha però più nulla a che vedere con quello descritto da Plinio; sorge vicino alla stazione postale dettaLe Vene, presso la sorgente di una fonte più pura del cristallo.
Intorno la campagna è ridente, con lo sfondo incantevole delle montagne umbre. Percorrendo, come ho fatto, questi dominî che appartennero ai papi, bisogna convenire che era il loro un ben prezioso Stato, di cui la corona nessun re avrebbe sdegnato. Se si sono viste con i propri occhi queste campagne e queste antiche città, si capisce che sarebbe stato necessario un sovrumano disinteresse per rinunciare a questo antico possesso ereditario. Ma nulla può contrastare ed opporsi alla forza del tempo.
Foligno ha il doppio degli abitanti di Spoleto, ed è città assai industriale: visono fabbriche di carta, di candele di cera e di confetti; i migliori d'Italia, almeno così dicono. Giace in una pianura che è il punto d'incrocio ed il centro delle ferrovie umbre e romane, il che non è senza importanza per l'avvenire della città.
In essa tutto è più o meno moderno; vi ho però trovato alcuni palazzi dello stile del Bramante. La cattedrale può dirsi moderna in seguito ai molti restauri; solo la facciata conserva il suo stile gotico, ed ha un antico portale. Altre chiese sono notevoli per i loro quadri; così San Nicolò, possiede un capolavoro della scuola di Foligno, un quadro di Nicolò Alunno, maestro del Perugino.
Da Foligno si va in breve tempo a Trevi ed a Spello, che è situata sopra un'altura. Queste città sono caratteristiche e medioevali; le loro nere mura turrite e le antiche porte conservano i segni di un lontano passato. Presso Spello si vedono ancora molte case in rovina, come furono ridotte dallo spaventevole terremoto del 1831. Ciò non è per vero una prova dell'attività di questa popolazione. Così ci si avvicina alla valle del Tevere, che scorre qui fra i colli di Perugia e di Assisi. Sotto Bastia lo si passa, ancora piccolo ed esiguo. Intorno la campagna appare fertile e ben coltivata, specialmente a granturco e a viti.
Passai dinanzi ad Assisi senza entrarvi, perchè pensavo di recarmivi comodamente da Perugia. La patria di San Francesco sorge solennemente su un'altura a terrazze, con le molte antichissime torri e le massiccie mura della chiesa del santo. Due miglia circa al di sotto si vede la grande chiesa di Santa Maria degli Angeli. Fu costruita nel secolo XVI sulla cappella di San Francesco, e abbattuta poi dal terremoto. Gregorio XVI la fece riedificare dall'architetto Poletti.[20]È una copia del San Pietro di Roma, in proporzioni gigantesche. Quale strano contrasto fra la città medioevale e questo edificio moderno che non porta più nemmeno traccia di slancio religioso e mistico! Visitandolo, la prima cosa a cui vien fatto di pensare è il prezzo che questo tempio deve essere costato.
Si può dire soltanto a sua lode che è assai ben situato. Nel centro esiste intatto il santuario di San Francesco: una piccola cappella gotica, che stona vivamente con ciò che la circonda. Fu edificata in questo luogo in memoria dell'apparizione delle rose che avrebbe suggeritoal santo, mentre pregava devotamente, di fondare il famoso ordine. Tavole votive e doni sono appesi nell'oscuro oratorio, costellato qua e là di ceri, alla luce scialba dei quali si scorgono fedeli che pregano inginocchiati. Questa cappella è il santuario dell'Umbria. I due lati esterni sono ornati di affreschi: uno è opera di Overbeck, e, a quel che si dice, è la migliore sua composizione; l'altro, molto restaurato, è un bel quadro della scuola del Perugino, forse dello Spagna. I due quadri sono fra loro nello stesso rapporto in cui una chiesa nuova sta con una chiesa antica, o come un santo moderno sta ad uno antico, o almeno come un pittore di santi moderno ad uno antico. Ogni tempo ha la sua fisonomia, e i fiori artificiali non hanno nè profumo, nè anima. Il pittore più felice, anzi più grande, non potrebbe oggi comporre un'opera che esercitasse su di noi il fascino che esercita un Perugino, uno Spagna, un Pinturicchio.
Nel convento di Santa Maria vivono 90 francescani. La rivoluzione, come mi assicurò un monaco, non ha toccato nessuno dei chiostri di Assisi. Nondimeno questi mi apparve triste e depresso. Quanto si è detto sulle soppressioni dei monasteri dell'Umbria è inesatto. Dovunque io mi sono fermato, ho veduto monaci. L'Italia non sene libererà mai, mai potrà bandirli del tutto dalle sue terre. Essi appartengono alla terra come i suoi fiori e i suoi animali. I cappuccini, gli zoccolanti, i benedettini, gli scolopî ed i varî altri ordini, non sono stati affatto soppressi, benchè monasteri di altri ordini siano stati chiusi per la legge Siccardi. I possedimenti della Chiesa, estesissimi nell'Umbria, sono stati sequestrati e non venduti. È però indiscutibile che qua e là si è proceduto in modo un po' troppo sommario.
Alta, su i suoi molti colli, che si levano dal fiume sottostante, di aspetto vetusto e analogo a quello di Palestrina, Perugia si mostra allo sguardo del visitatore. Appena entrati in questa città, si sente la sua imponenza, come città essenzialmente medioevale, ricca di caratteristici ricordi municipali. Città principale della regione, prospera, lieta, museo dell'arte umbra, vecchio centro di scienze e lettere, essa fu la gemma più bella del diadema pontificio, e perciò fu trattata con indulgenza e considerazione. Fin dall'epoca bizantina Perugia fu, almeno di nome, possesso della Chiesa, eppure per secoli interi si sottrasse, come altre città, al dominio di quella, e primeggiò fra le repubbliche vicine. Governata a volta a volta dai popolari (Raspanti) e dai nobili (Beccarini), ondeggiante fra guelfi eghibellini, divenne, per queste lotte e fazioni, residenza di molti papi, mentre davano opera alla propria istallazione sulla sede di San Pietro. Il famoso papa Innocenzo III vi morì nel 1216 e vi fu seppellito sotto la stessa volta che accolse Martino IV, il quale morì per aver mangiato a cena, un sabato santo, troppe anguille del lago Trasimeno. Anche Innocenzo IV risiedette in Perugia. Vi morì pure l'infelice Benedetto XI, l'ultimo dei papi che regnarono prima dell'esilio di Avignone.
Durante il secolo XIV questa repubblica municipale fiorì straordinariamente; tutta l'Umbria le fu soggetta; nel 1370 però dovette sottomettersi nuovamente al papa. Cinque anni dopo i cittadini si ribellarono e demolirono la fortezza papale, ma alla fine di quel secolo furono ancora una volta assoggettati; non per questo cessarono le lotte intestine. Le famiglie degli Oddi e dei Baglioni, specialmente quest'ultima, ebbero una parte importante in questi rivolgimenti. Il noto Braccio Fortebraccio, che nel 1416 si fece signore della città, nacque a Perugia. Finalmente: Giulio II sottomise Paolo Baglioni, che fu poi giustiziato da Leone X in Castel Sant'Angelo a Roma. Paolo III annientò l'ultimo resto dell'indipendenza di Perugia, e d'allora in poi la repubblica fu retta da cardinali legati,che risiedevano nel nobile e antico palazzo del Comune.
Perugia ha, più di molte altre città italiane, mantenuto il suo carattere medioevale; non si trova qui quella frivolezza moderna che ha ormai invaso le città; ma v'è comune quella cortesia di modi, seria e solida, che data dal tempo dei conflitti cittadini fra la nobiltà e la borghesia. Oggi i nomi dei Braccio e dei Baglioni, dei capi-partito e dei tiranni, sono eclissati da quelli degli artisti e degli artefici. Il Perugino è lo splendore, il vanto più bello della città. A Perugia è stato completamente compreso il valore e la grandezza di quell'ingegno, che servì di base al genio di Raffaello. Ma non voglio portare nottole ad Atene, dilungandomi sull'opera di questi grandi artisti.
Perugia si divide in città alta e città bassa, collegate da strade, scale e da ponti in mattoni, dai quali si gode la mirabile vista della città e della campagna. La città alta è la vera ed antica Perugia, ed è anche la parte più bella: il pittoresco Corso, coi suoi palazzi del secolo XV ed anche del XVI, è un vero monumento della grandezza repubblicana. Le loro facciate, romanico-gotiche, si completano l'una l'altra in modo sorprendente, e sono documenti storici; si potrebbe anzi dire che ci presentano proprio i lineamenti della città, il suo voltomedesimo. V'è anche il grandioso palazzo comunale, che rimonta al 1281, cupo e severo, vasto ed oscuro, di architettura moresca alle finestre e ai portali, decorato degli stemmi dei principi e delle città alleate. Ai piedi del grifone, emblema di Perugia, sono appese le catene della porta di Siena, rapite dai Perugini.
La piazza del Duomo, verso la quale è volto un lato del palazzo comunale, è ornata anche dalla grande fontana di Giovanni Pisano, e dalla statua in bronzo di Giulio III. Non dico nulla del Duomo, nè di molte altre chiese, come S. Domenico, nella quale è la tomba di Benedetto XI, Sant'Agostino e San Francesco, perchè di esse si è parlato infinite volte; e infinite volte son stati descritti i tesori conservati nei grandi palazzi privati: Conestabili, Donini, Baglioni, Bracceschi e Baldeschi, Monaldi, Penna e Cenci.
Non lungi dal Corso sorgeva la fortezza pontificia, opera di Paolo III Farnese e del suo terribile nipote Pier Luigi che straziò infamemente la città. Questo sinistro edificio fu costruito sul luogo dove sorgeva un tempo il grande palazzo Baglioni. Nel 1848 fu smantellato a furia di popolo, ed ora non resta più, per ricordarlo, che un mucchio di pietre; quel luogo fu ancheteatro delle ultime lotte contro Schmidt, comandante degli svizzeri pontifici.
Le rovine di questo castello hanno un aspetto melanconico; io vi trovai una folla di persone, specialmente di giovanotti, che vi passeggiavano con evidente soddisfazione, e contemplavano con interesse i resti della loro piccola Bastiglia, mentre si intrattenevano con le narrazioni dell'ultimo assalto subíto da essa e della capitolazione alle milizie del generale Fanti.
La vecchia fortezza non ebbe mai, del resto, un importanza strategica. Fu soltanto destinata a tenere in freno i cittadini.[21]Le truppe piemontesi poterono avvicinarvisi da ogni lato e impadronirsene senza ostacoli, nè resistenza da parte della sua guarnigione. Non si sa bene che cosa si erigerà su queste rovine; un grande edificio vi farebbe certo bella figura.[22]La posizione è ottima; la vista incantevole, scorgendosi la valle del Tevere e la fila dei verdi colli. La piazza dinanzi agli avanzi della fortezza è già stata chiamata Vittorio Emanuele, in memoria, come dice una lapide, del 14 marzo, giorno in cui il Parlamento nazionale lo proclamò re d'Italia.
Una strada conduce dal castello alla parte inferiore della città. Già da lungo tempo gli spalti sono stati adibiti come luogo di passeggio. Ma questo genere di passeggio è spesso malagevole, perchè troppo ripido. Vidi con piacere i viali di castagni tedeschi, che la siccità aveva del tutto spogliati di foglie; solo qua e là presentavano alcuni ciuffi di fiori secchi sui rami. La vegetazione è a Perugia più tarda che nella valle sottostante; prima della venuta dell'inverno questa città si ammanta di neve.
E' sempre consigliabile per un forestiero visitare il passeggio di una città che ancora non conosce. Talora nei giorni di festa ci si trova la parte migliore della cittadinanza. Ma sotto questo rispetto io non posso dire molto bene di Perugia. Anche nei più bei pomeriggi la sua passeggiata mi apparve poco frequentata; le signore uscite a spasso coi mariti erano poche; in grande quantità invece lecocottes, che si aggiravano fra i viali, sfacciatamente, con un velo in testa. E' deplorevole che la rivoluzione del 1859 abbia fatto perdere a molte città italiane il decoro che le distingueva prima di quell'epoca; almeno così sembra: le città dell'antico Stato pontificio sono ora in preda alla più sfrenata licenza. Io non ricordo di aver veduto mai in altro luogo una così sfrontata mostra diragazze quale vidi in Perugia, dove, di pieno giorno, nella strada principale, nel Corso, dei giovani non si peritavano d'intrattenersi liberamente con queste femmine. E' incredibile lo strabocchevole numero di fotografie oscene che è sparso per l'Italia, e che proviene dall'industria francese. E' altamente encomiabile la proibizione fatta in Roma per mezzo di un editto, della vendita di simili imagini. Si dovrebbe fare in ogni città la stessa cosa. Nulla corrompe tanto la pubblica moralità quanto questa licenza.
Tutto sommato, Perugia è una città priva quasi di vita. Di truppe regolari ne vidi ben poche; la guardia nazionale ha occupato tutti i posti. Le truppe volontarie, da poco arrivate, saranno, mi si è detto, incorporate nell'esercito regolare. Il loro capo, Masi, ora colonnello, fu in origine segretario di un principe Bonaparte, passò molti anni in America, dove tentò invano molte speculazioni. Nel '59 passò i confini della Toscana come capo di bande volontarie e si distinse a Montefiascone. In lui si è veramente conservato il carattere dei condottieri del medio evo.
Gl'italiani odiano il servizio militare regolare, per lo spirito indipendente del loro carattere, insofferente di ogni giogo. Vidi l'esercito di Francesco II di Napoli nel 1859,mentre si dirigeva su Aquila: appariva bene armato e ben organizzato; ma dinanzi ai volontari di Garibaldi si disperse. Ora quelle truppe disciolte si sono raccolte qua e là, sotto il comando di briganti e di avventurieri, come Chiavone, Crocco, Ninco-Nanco e Cipriani, per battersi valorosamente come briganti e come tali farsi ammazzare. Un metodo di lotta così romantico è conforme all'indole meridionale. Alle bande di Masi (composte anche di cavalleria) si uniscono sempre molti volontari, anche di Roma, fuggiti spesso ancora adolescenti dalle loro case, per servire a Perugia o a Spoleto. Nei caffè si vedono giovani ufficiali in gruppi vivaci, pieni d'entusiasmo e di patriottismo. In generale ognuno sembrava qui, come del resto in tutta l'Umbria, pieno di speranza, quantunque non si dissimulasse le difficoltà della situazione. Un nucleo di reazionari è rimasto nella regione, composto specialmente di antichi impiegati,[23]i quali sono stati lasciati quanto più era possibile nei loro uffici. La nobiltà umbra, specialmente la perugina e quella che appartiene all'antico patriziato, è rimasta in gran parte fedele all'antico regime, temendo di venir soverchiata dalla democrazia, ed anche perchè tutti i suoiinteressi son legati alla Santa Sede. Essa si tiene appartata nei suoi possessi o nei suoi palazzi cittadini. La nobiltà inferiore al contrario si è unita volentieri al movimento, e così pure il basso clero.
Perugia non possiede meno di 36 fra monasteri e conventi, alcuni dei quali, quelli dei domenicani per esempio, sono chiusi; i monaci si sono prudentemente e astutamente ritirati nel territorio romano. I preti dell'alto clero sono contrari al movimento, ma si comportano con prudenza. Tutto l'episcopato umbro sta, come un sol uomo, col pontefice, e questa fermezza del clero in tutta l'Italia, salvo poche eccezioni, ha qualche cosa d'imponente e di bello. I vescovi, con le loro lettere pastorali, si sono opposti alle disposizioni del commissario dell'Umbria, in quanto quelle disposizioni concernevano i conventi, i possessi della Chiesa, l'abolizione del Foro ecclesiastico e della sorveglianza del clero sulle scuole. Questo commissario, di nome Gualterio, non ha dato nessuna importanza alle proteste, e continua imperturbabilmente l'opera sua. La stampa è libera. Nella papale Perugia ora si vende liberamente la Bibbia del Diodati, come a Firenze, e presso i librai si trovano esposte al pubblico vivacissime invettive contro il papato. LaGazzetta dell'Umbriae l'ebdomadariaRoma e l'Italia, ambedue di Perugia, contengono di continuo articoli roventi contro i preti della regione e contro i cardinali di Roma. Così l'antico regime, costretto a limitarsi ad una opposizione del tutto passiva, è soverchiato dalla potenza del nuovo.