IL GHETTOE GLI EBREI DI ROMA.(1853).

L'università, un tempo sotto la protezione dei papi, segnalatasi sempre per valenti insegnanti, è teatro degli stessi antagonismi. Molti professori, membri della nobiltà umbra, son reazionarî; la parte giovanile invece si è gettata a capo fitto nella rivoluzione. Il ristagno negli studi è sensibilissimo, e la gioventù sempre più diserta le lezioni per prendere le armi. Naturalmente di questi perturbamenti ne risente soprattutto il mondo letterario, a cui la pace e la concentrazione sono necessarie. Niente accenna che questo stato di cose debba cessare. Perugia, come è stato detto ridendo, dovrebbe divenire la capitale d'Italia: così almeno proporrebbero seriamente alcuni cittadini, fondando i loro desiderî sul fatto che la città è il punto più centrale della penisola e per molti rispetti meritevole di tale onore.

Lo scopo del mio soggiorno in Perugia era un'accurata indagine negli archivi della città e specialmente nell'archivio dei Decemviri, al palazzo pubblico, che dovevaservirmi per la storia medioevale di Roma. Ora tutti gli archivi dei conventi soppressi sono riuniti in quello municipale. Ne sono stati soppressi 22, ad eccezione di quelli dei frati questuanti e dei benedettini di San Pietro. Gli stessi conventi furono già una volta soppressi nel 1810, e molti documenti andarono perduti in quel tempo. Un professore dell'università, Adamo Rossi, mi condusse nel chiostro dei Serviti di Santa Maria Nuova, dove in più stanze sono stati raccolti gli archivi della città. Qui vidi mucchi di pergamene sovrapposte o sparse sul pavimento, alla rinfusa, spettacolo melanconico, come di un tesoro troppo grande e troppo pesante per poter essere sollevato e riordinato. Noi vi penetrammo infatti come veri ricercatori di tesori, e sollevammo nubi di polvere nel rovistarli, ma non scoprimmo un sol documento di qualche interesse: tutti avevano un'importanza strettamente locale.

L'abbandono di questo convento è incredibile; ne' suoi cortili solitari cresce l'erba; i ragni tessono le loro tele nelle sale e nei lunghi corridoi; talora un monaco muto e spettrale si aggira in quella solitudine come un fantasma del passato. Vi si sente l'odore di un'epoca tramontata per sempre.

Nel famoso e vetusto convento di San Pietro, dove vivono ancora otto monaci,abitò per due anni Gregorio IX, il grande avversario di Federico II. Conta 900 anni di vita; la sua chiesa, una bella basilica, con antiche colonne di granito, è ritenuta come la gemma più preziosa della città, ed è un vero museo della pittura umbra. Contiene splendidi quadri del Perugino, di Orazio Alfani, del Doni, dello Spagna e di altri maestri, e preziosissime copie delle opere del Perugino e di Raffaello, eseguite dal Sassoferrato. I benedettini di questo convento non si lagnavano della loro sorte; essi sembravano anzi rassegnati. Il degno abate si mostrava favorevole all'unità d'Italia, solo sperava che Roma fosse conservata al papa. Io mi accorsi che avrebbe voluto dire qualche altra cosa che non disse. A quest'abbazia è stato concesso il privilegio di rimanere intatta, come quella metropolitana di Montecassino, fino alla morte dell'ultimo monaco. Questi frati hanno ora istituito una scuola di agricoltura per cinquanta alunni.

Un giovane benedettino mi condusse nell'archivio del convento, che conserva diplomi imperiali di Enrico III, di Corrado III e di Barbarossa, e molte Bolle papali. Formava il suo vanto principale il più antico documento che Perugia possegga; il privilegio di Benedetto VII, del 978, fondatore e primo abate del convento. Quandogli svizzeri pontificî, sotto il comando dello Schmidt, nel 1859 assaltarono Perugia, fecero un'irruzione nell'abbazia e la devastarono. Gettarono all'aria i diplomi (così mi fu detto) lacerarono i sigilli delle Bolle e distrussero anche alcuni preziosi documenti. Di quello di Benedetto VII ne fu salvato un frammento, che fu poi messo sotto un cristallo alla parete dell'archivio. Un monaco ha composto sul fatto un epigramma latino, che tramanda ai posteri i misfatti delFuror Helveticus.

Io continuai il mio viaggio attraverso l'Umbria con lo scopo di far sempre nuove indagini negli archivi delle varie città, dove fui sempre ricevuto assai cortesemente, grazie alle lettere che mi aveva dato il ministro dell'istruzione, Michele Amari. Nessun altro luogo del mio viaggio mi ha lasciato un'impressione gradevole quanto la città di Todi.

Questa antichissima città umbra, in origineTuderoTudertum, sorge sopra un colle ridente, presso la valle del Tevere, fra vigne e olivi. Lontana dalle grandi vie di comunicazione, appare come assopita nei sogni del suo passato, in una placida tranquillità che però non è morte.

Era già notte quando, giunto con la diligenza ai piedi della collina di Todi, mi feci condurre alle porte della città per cercareuna locanda. Il mio ingresso fu assai triste e melanconico; le strade strette ed oscure e la solitaria locanda alla quale fui condotto, non mi presagivan nulla di buono. Ma dovetti ricredermi la mattina seguente, quando il sole dissipò la tristezza del luogo.

In pieno giorno Todi mi apparve come una simpatica cittadina, incantevolmente situata, conservante quel carattere nettamente medioevale che ora così poche città possono vantare. Circondata di vetuste mura, in parte ancora di costruzione etrusca, questa città copre il colle su cui giace in modo da conservare alle piazze una livellazione sorprendente, a dispetto della ripidità del monte. Vecchi palazzi, brune torri medioevali, pittoreschi edifici gotici, chiese e conventi, sono sormontati dal grandioso duomo.

Sulla piazza principale sorgono gli edifici pubblici, i monumenti del tempo in cui Todi era una repubblica libera, arbitra di guerre e di alleanze, come Terni, Spoleto, ed altre città. Nel secolo XIII, il suo periodo aureo, essa era in grado di mettere in campo mille cavalieri armati; e mentre ora non conta che 4000 abitanti, ne contava allora 30,000. La sua costituzione guelfa era profondamente democratica; il governo era nelle mani delle corporazioni artigiane,che avevano una rappresentanza al Consiglio. Un potestà e un capitano del popolo, i quali stavano in carica un solo anno e dovevano essere stranieri, governavano questo Stato libero e rendevano giustizia. Si trovano nella loro lista molti nomi romani, delle maggiori famiglie del XIII secolo: Colonna, Orsini, Frangipani, Annibaldi, Cenci, Caetani, Savelli, Malabranca, e altri.

I monumenti più notevoli di questa storica repubblica sono oggi il palazzo comunale e il palazzo del governatore, ambedue sulla piazza principale. Il primo è un grande edificio in stile gotico-romanico, di belle proporzioni, con una splendida scala esterna in pietra. L'altro ha un'alta torre, ed è coronato su tutta la fronte da merli, ugualmente di architettura pseudogotica, con una potente torre. In faccia a questi è la cattedrale pure di architettura pseudo-gotica con un'alta torre, l'interno ha tre navate, la principale delle quali mostra ancora la volta gotica primitiva dell'XI e XII secolo; una quarta navata minore è stata aggiunta in tempi posteriori. Dopo il duomo, la chiesa più notevole di Todi è San Fortunato, grandioso edificio gotico del secoloXIII. San Fortunato è il patrono della città, e la sua chiesa è pittoresca, severa e solenne.

Durante il mio soggiorno in Todi passai gran tempo a San Fortunato, dove si trovano gli archivi della città. Ottenuto dal sindaco il permesso di frequentare l'archivio, l'archivista, Angelo Angelini, mi condusse in una stanza posta sotto la chiesa, presso la sacrestia. Rimosso un vecchio inginocchiatoio, ci apparve la porta che metteva direttamente nell'archivio. In esso, ammonticchiate contro la parete, stavano innumerevoli pergamene, quasi tutte in uno stato compassionevole, e in mezzo alla stanza, sopra una tavola, altre pergamene, gettate alla rinfusa, coperte di un denso strato di polvere, le quali facevano parte un tempo della biblioteca del cardinal vescovo di Albano, Bentivegna d'Acqua Sparta. Di quest'uomo fa menzione una volta Dante nel suo poema. Morì nel 1289.

La biblioteca si riduce a questo solo archivio; io vi lavorai per molte ore. Dapprima ero sorvegliato da un valletto del Comune; poi, avendo io voluto vedere in ciò un segno di sfiducia, me ne fu affidata senz'altro la chiave, con facoltà di andare e venire a mio piacere.

Allora si sparse per Todi la voce che uno straniero faceva grandi ricerche nell'archivio della città; in seguito a questa voce, mi vidi comparire dinanzi il presidente della corporazione dei sarti, conun fascio di fogli sotto il braccio, con gli statuti cioè della sua corporazione. Era un giovane correttamente vestito, dall'aspetto intelligente. «Io vengo—mi disse—a chiedere il vostro parere, trovandosi la corporazione in un grande frangente».

A queste parole repressi a stento un sorriso, pensando che cosa avessi fatto di grande nel mondo, perchè a me, uno straniero della Prussia orientale, si venisse a chiedere un parere per una corporazione di sarti dell'Umbria! Assunsi però un atteggiamento grave e solenne, come un savio greco.

Egli proseguì, lamentandosi del governo italiano che aveva osato porre la mano su tutti i beni delle opere pie e su certe rendite della loro corporazione. Evidentemente il governo aveva considerato l'ars sartorumdella città come una confraternita o associazione a scopo religioso. Essa possedevaab antiquol'ospedale di San Giacomo.

Le rendite di questo, 360 scudi all'anno, erano state reclamate e sequestrate dal governo, contro un derisorio compenso. Il presidente della corporazione con grande facilità mi disse che la rivoluzione del 60 era stata fatta principalmente dagli operai, e che egli stesso aveva in quell'epoca preso le armi ed aveva con le truppe marciatocontro Orvieto. E questa era la ricompensa!

Il governo stesso aveva raccolto quelle rendite, ed aveva con esse impinguato la cassa ecclesiastica! Il giovane presidente aveva mandato alla prefettura di Perugia i documenti atti a comprovare i loro diritti, ma questi documenti non erano stati presi in considerazione. Ora, siccome queste pergamene erano indecifrabili e in Todi nessuno aveva potuto ricavarne nulla, mi pregava di esaminarle e di dirgli poi se da esse si potevano o no rilevare i diritti della corporazione così bistrattata.

Io gli dissi di tornare il giorno seguente. Egli venne e si lasciò persuadere che quei documenti non erano che strumenti notarili e che non avevano per la corporazione che un valore di antichità: mi confessò di averlo già sospettato.

Del resto, questa corporazione dei sarti di Todi è una florida e bella istituzione medioevale, che conta già più secoli di esistenza.

Essa ha ancora un capo,console, e dodici consiglieri,fratelli. I suoi statuti sono chiaramente esposti in un volume in pergamena di sessanta fogli: datano dal 1308, ma nel 1492 furono tradotti dall'originale latino in italiano.

Trascrivo il principio di questo documento:

«El prohemio della matricola de sartori: capitolo I.

«Nel nome del Nro signor Iesu Xto et della beatissima sempre vergine Maria sua madre: et del beato sancto Michele Arcangelo, et del b. sancto Ioanni Baptista et Ioanni Evangelista, et de beati apostoli S. Pietro et S. Paolo: et de beati confessori sancto Fortunato, sancto Calisto et S. Cassiano; et de tutti i sancti et sancte della corte celestiale. Questi sono i ordinamenti et statuti iscritti dell'arte de sarturi et cinaturi della città et contado de Todi: facte et ordinate per glomini della decta arte; nel tempo dello officio de consoli, cioè delli sapienti homini Iacobuccio Dondreelle; del rione de sancta presedia, et de Cechole de Manello; del rione della valle; iscripti per me ser Francesco de maestro Iacomo publico notario della detta arte; nel tempo et negl anni del signore nell mille trecento otto: nella indictione sexta: nel tempo del pontificato del nro signore Benedecto papa duodecimo: et addì venti dua de novembre».

In Todi conobbi molte gentili persone che in ogni modo mi favorirono, fra cui Alessandro Natali, già libraio in Roma ecittadino di quella città, ora editore della «Storia di Todi» del Leoni, e della «Vita di Bartolomeo d'Alviano», famoso capitano nato a Todi al principio del secolo XVI. Questo Natali è rettore economo di Monte Cristo già monastero, ora ospizio dei trovatelli. Mi condusse in questo ospizio, che ricovera 98 fanciulli. Anche là visitai l'archivio, dove vidi molte pergamene, che riguardavano il luogo stesso, destinato una volta come ricovero pei lebbrosi.

Mi mostrò anche il convento dei Cappuccini a Monte Santo, posto su una collina, presso la città. La sua piccola chiesa possiede sull'altare maggiore un pregevole quadro dello Spagna,[24]dello stesso soggetto del quadro di Narni: l'incoronazione, cioè, della Vergine. Ambedue queste tele sono autentiche e originali. Il priore ci offrì del caffè, e mi chiese di Witte, la cui fama di dantista è giunta fino in questa solitaria cittadina. Mi fu anche mostrato un manoscritto di Fra Jacopone, di questo profondo mistico dell'ordine di Celestino, nemico animoso di Bonifacio VIII. Morì a Colazzone nel 1304, ma è sepolto a S. Fortunato. Si attribuiscono a lui le parole delloStabat Mater, e forse non a torto. A Monte Santo trovai un monaco intento a copiareun codice che fra le altre poesie di Fra Jacopone, conteneva anche loStabat Mater. Però vi sono manoscritti più antichi delle poesie di questo francescano, a Venezia e a Firenze; quelli di Todi non possono rimontare oltre il XV secolo.

Tutti coloro coi quali feci relazione in Todi, mi parvero soddisfatti della loro tranquilla ed angusta residenza; al lume di luna, la sera, le signore si recano alla passeggiata sotto l'antica rocca, ora caduta in rovina. Da questa si arriva alla chiesa della Consolazione, edificata su disegni del Bramante. Non v'è in Todi una grande nobiltà feudale: le antiche famiglie son quasi tutte scomparse. Fra queste nel medio evo erano considerevoli gli Acti o Atti, gli Oddi, i Fredi, i Bentivenga, i Caracci, i Pontani, i Landi, i Corradi, gli Astancalli.

Molti palazzi ricordano ancora queste famiglie, ma sono abitati da altre o da discendenti impoveriti. Oggi che tutto è fatto per servire ai bisogni del momento, noi dovremmo sentire vergogna dinanzi a questi palazzi edificati per sfidare i secoli, palazzi che troviamo fin nelle minori città! Questo dicevo ad un tal Pierozzi di Todi, dottore in diritto e autore di commedie in versi. Oh quanti autori drammatici invidierebbero questo solitario cittadino diTodi che, nel palazzo ereditato dai padri, gode una serena e vera felicità!

A Roma mi avevano consigliato di spingermi fino ad Aspra, sui monti della Sabina, dove è un importante archivio municipale ed una superba selva. Quando fui di ritorno a Terni, risolsi di andarvi, tanto più che una buona strada da Terni conduce nelle vicinanze di quel castello. V'era però un inconveniente di qualche importanza: in Aspra non vi sono alberghi. Un abitante di Terni si occupò di trovarmi un alloggio, scrivendo in precedenza una lettera ad un suo conoscente. Noleggiai una carrozza e partii da Terni alle 4 del mattino del primo agosto. Si attraversa una regione montuosa da settentrione a mezzogiorno, su una buona strada, cosparsa di poche e piccole abitazioni e ricca invece di bei boschi di quercie. Le montagne si aprono e si allontanano a Torri, antico castello che nel secoloXappartenne alla famiglia romana dei Crescenzi, potentissima nella Sabina. Nera e pittoresca, sorge su di un colle, da dove si gode la vista del monte Soratte, della Campagna romana, dei monti della Sabina, degli Appennini, e a sinistra di un profondo scoscendimento, dominato da una rupe, sulla quale si leva un oscuro gruppo di case, circondato da mura nere e coronato di torri. Questa è Aspra, laCasperiadei Romani, vero nido di aquile, inaccessibile ed inattaccabile.

Era mezzodì, ma l'aria era lassù ancora fresca e leggiera. Dopo i molti e lenti giri che la strada fa nella valle profonda, cominciammo alfine a salire la montagna faticosamente, e giungemmo dinanzi alle mura. Qui il cocchiere si arrestò, e mi spiegò che il paese non aveva strade praticabili. Scesi allora e mi avviai verso la porta. Qual luogo spaventosamente solitario e selvaggio! Strettissime e oscure vie fra case ammonticchiate e soffocantesi a vicenda, o piuttosto che vie, letti di torrenti montani: ecco Aspra.

Era domenica. Il popolo di Aspra, vestito di giacchette grigio-azzurre, secondo il costume sabino, giocava a palla dinanzi alle case. Tutti mi guardarono con grande stupore. Mi feci condurre al Municipio, dove giunsi dopo un faticoso saliscendi. Il sindaco di Aspra, vestito con la giacchetta da operaio, mi disse che aveva ricevuto lettere che mi concernevano da Terni e da Perugia, ma che io non potevo quel giorno visitare l'archivio, essendo festa, ed essendo il segretario occupato altrove. Aggiunse che avrei trovato alloggio dal calzolaio, che teneva una specie di locanda.

Fui condotto da questo signore in una casa d'aspetto miserabile, e mi fu mostratoun buco che veniva chiamato anche camera. Aveva una finestra rotta, che sbatacchiava alla brezza vivace, ma che lasciava però vedere un panorama d'indescrivibile e sublime solennità. Io mi gettai stanco su di uno sporco letto in un angolo della stanza, ma dovetti presto rialzarmi per le punture delle zanzare e di altre bestioline maligne. Il mio ospite mi pose presto dinanzi un pranzo, che io non toccai, e, disperato, dichiarai che non potevo rimanere in quel luogo. Mi affrettai a tornare dal sindaco, che mi accompagnò dal suo segretario. Uniti tutti e tre sotto un arco che congiungeva due strade, tenemmo consiglio. Finalmente quei nobili signori risolsero di aprirmi l'archivio, e di andare in cerca di un alloggio possibile in qualche buona famiglia; della prima cosa s'incaricò il segretario; della seconda il sindaco. Il segretario mi condusse dunque al Comune, un fabbricato massiccio ma non molto antico, e mi fece entrare in una stanzetta, nella quale si trovavano due armadii con le preziose memorie del Comune. Vi trovai molti documenti che concernevano il Senato romano medioevale, poichè Aspra formava in quel tempo una comunità indipendente, come altri paesi sabini dei dintorni, ma sotto la giurisdizione del Campidoglio, che vi mandava i suoi rettori, opodestà. Vi erano anche—strano a dirsi—dei documenti apocrifi del secoloX.

Al cader della notte il segretario tornò per dirmi che una delle migliori case del paese era pronta ad accogliermi. Mi condusse, infatti, in una casa d'aspetto decoroso. Una signora, giovane ed alta, mi ricevette, e mi disse che la sua casa si onorava di ospitare uno straniero. I suoi modi erano distinti e civili, come il suo abito. Mi accompagnò nella mia camera, facendomi traversare un deserto e tetro salone, dove poche settimane prima era caduto un fulmine; le finestre e il camino avevano sofferto, come la parete esterna che si era spaccata, e lasciava scorgere il cielo azzurro. Nulla era stato fatto per riparare in qualche modo a quello sconcio. Antiche armi familiari mostravano che la casa era stata un giorno fra le maggiori del paese.

L'aspetto poco confortante del salone mi rese curioso di vedere la camera. La signora ne aprì la porta: era abitabile ed aveva un buon letto romano. Comparve il fratello della signora, un bell'uomo, cacciatore accanito dei boschi sabini; indossava la divisa di capitano della guardia nazionale. Fui invitato in modo assai cortese a fare quello che più mi piaceva, in piena confidenza; ed io accettai le loro offerte,alla condizione che mi permettessero di fare i miei pasti presso l'ospite primitivo, al quale ero stato indirizzato da Terni, al che essi gentilmente acconsentirono. Passai in Aspra due piacevoli giornate, nonostante l'orribile impressione ricevuta sulle prime. Lavorai nel piccolo archivio dal mattino alle cinque della sera, ciò che suscitò in tutti una straordinaria meraviglia. Andavano e venivano intorno a me dei curiosi; mi salutavano amichevolmente, ma con stupore, non avendo visto da molti anni un forestiero. Io mostrai al segretario una preziosa pergamena del tribuno Cola di Rienzo, diretta alla comunità di Aspra. Mi pregò di fargliene una traduzione italiana, che gli dettai, e che fu posta come memoria nell'archivio. Nel pomeriggio mi recai con questo signore e col maestro del paese, un laico, al convento dei Cappuccini, dove si festeggiava una ricorrenza. Il convento è bello e solenne, sopra un monte coperto di quercie. Alcune donne stavano inginocchiate nella piccola chiesa, tutta avvolta nell'ombra. Sul portale erano altre persone, fra cui le donne del mio compagno, e alcune fanciulle, delle quali una di straordinaria bellezza, una creatura di sedici anni appena, nel fiore della sua primavera, ma grave e pensosa. Felice l'abitante di Aspra, che potrà accogliere quell'essere incantevolenella sua casa fumosa, battuta dalla folgore! Mi presentarono a quelle signore, fra le quali divisi dei fiori artificiali che avevo preso al monastero, e che furono assai graditi. Dove vidi mai io un panorama così superbamente bello, quale potei godere dall'alto del monte dei Cappuccini? Dinanzi a me il Soratte grandioso, e la valle del Tevere, i colli umbri, la Sabina, il Lazio, la Campagna romana: tutta questa regione immersa nella porpora del tramonto, pareva un'apparizione fantastica. Sui monti vicini regnava una maestosa solitudine, rotta da cupi castelli e da città. Verso occidente, lontano molte miglia, si scopriva una piccola altura, presso la quale un'altra ne sorgeva a forma di cupola: monte Mario e la cupola di S. Pietro. La sera di Pasqua anche il popolo di Aspra gode dell'illuminazione di questo monumento meraviglioso; esso lo scorge, all'estremo orizzonte, come una sfera di fuoco. Dal tetto del convento contammo ben 28 paesi, più o meno vicini, dei quali nominerò alcuni pochi, perchè si possa intendere la straordinaria ampiezza di quella veduta: il Soratte, Civita Castellana, Ronciglione, Caprarola, Collevecchio, Montasola, Stimigliano, Magliano, Roccantica, Poggio Sabino, La Fara, Poggio Mirteto, Montopoli, Torrita sul Tevere, che sembrava una strisciad'argento, Filacciano, Cantalupo, monte Gennaro, Tivoli, Palestrina, i monti Albani.

Quando tornammo ad Aspra, il sindaco stava sulla porta della sua casa, e ci invitò ad entrare. Il bravo uomo si chiamava Asprone; poteva perciò vantarsi di incarnare perfettamente la comunità, di cui si trovava a capo. Conobbi anche sua moglie, un'opulenta matrona. Dovetti, solo, sedermi sul canapè, mentre la moglie del sindaco mi serviva un piatto di ciambelle sabine. Quindi il sindaco, accesa una candela, discese in cantina, e tornò poco dopo recando un grosso bocale di terracotta colmo di vino. Bevemmo abbondantemente, ed io brindai alla prosperità di Aspra e del suo magistrato, la qual cosa commosse molto i miei ospiti. Parlarono con meraviglia della mia strana velleità di andare in un luogo così remoto e perduto fra i monti, per ricercare e leggere antiche pergamene. Mi pregarono di tornare presto, ma per molte settimane, per tutto l'autunno.

Quando lasciai il sindaco, il segretario mi pregò di fare anche a lui l'onore di una visita: evidentemente non voleva cederla in gentilezza al suo superiore. La sua giovane moglie mi ricevette nella sua modesta abitazione, con un bambino al petto, del tutto scoperto, e così rimase a sedere vicino a me per tutta la visita. Altro vino ealtre ciambelle mi furono offerte. Più tardi presi congedo dai proprietari della casa che così ospitalmente mi aveva accolto; anche da loro ricevetti calorosi inviti di ritornare, ed una lettera per dei loro parenti romani. Quando la mattina dopo mi alzai, un lume ardeva ad una finestra della casa, ma nessuno si mostrò. Un asinello mi aspettava alla porta, ed io partii da Aspra lieto e soddisfatto di aver trovato nei cuori di quella popolazione l'incanto stesso della natura meravigliosa che li circondava. Attraversata una bella regione montuosa, giunsi a Passo Corese, dove presi la posta e feci ritorno a Roma.

NOTA.

Questo capitolo porta la data del 1861, ma quanto si riferisce alla gita nell'Umbria e nella Sabina è invece notato sotto l'annata 1864 neiDiari romanidel Gregorovius, tradotti da Romeo Levera e pubblicati dall'Hoepli nel 1895, ai quali rimandiamo il lettore poichè completano la narrazione, avvertendo che negli stessiDiaripoche note appena ci informano sulla fermata a Perugia e sul viaggio da Roma a Firenze nell'agosto 1861.

Ammassato in un cupo e triste angolo dell'Urbe, rimpetto al Trastevere, abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il popolo degli ebrei di Roma. Di essi tratteranno queste pagine, che l'autore ha ricavato parte da scritti antichi e moderni, parte dalla bocca degli stessi ebrei. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto romano, e la sua popolazione, unica antica rovina vivente fra le rovine della città, gli è sembrata degna di attento studio.

L'arco di Tito al Foro rappresenta il trionfo del distruttore di Gerusalemme. Nel fregio di quest'arco il sacro fiume Giordano è rappresentato da un vecchio portato su di una lettiga; e sotto la volta dell'arco,sotto il quale non passerà mai un ebreo,[25]il vincitore ha fatto scolpire gli oggetti tolti al Tempio di Gerusalemme, il candelabro a sette braccia, la tavola d'oro, l'arca dell'alleanza, e le trombe d'argento per l'anno del giubileo. Sono trascorsi quasi 1800 anni da che l'arco fu eretto, e di quella Roma che dominava il mondo intero non restano che rovine, polvere, simboli morti del culto antico. Ma se ci si dirige dall'Arco di Tito verso il Tevere e si percorre il Ghetto, si vede qua e là, su qualche casa, il candelabro a sette braccia scolpito nel muro. E' la stessa imagine che si è veduta sull'arco di trionfo; ma essa sta qui come testimonianza vivente della religione d'Israele, poichè ancor oggi abitano qui i discendenti di quegli ebrei che Tito portò seco a Roma. Entrando nella Sinagoga ebraica si scorgono sulle mura le stesse sculture, le tavole della legge, la tavola d'oro del Tempio, le trombe del giubileo. Il popolo ebreo tuttora esistente, e non distrutto, innalza oggi le sue preghiere all'antico Jehova, dinanzi alle stesse imagini che un giorno Tito portò a Roma. Jehova dura ancora, dopo scomparso Giove Capitolino.

Ivi è il portico di Ottavia. Rovinati e cadenti, i suoi grandi archi, i suoi pilastri si drizzano sempre a lato del Ghetto. E' di là che Vespasiano e Tito partirono col corteo trionfale per celebrare la loro vittoria su Israele. Fra gli spettatori eravi pure un ebreo, Giuseppe Flavio, il famoso storico, che non ebbe vergogna di assistere al trionfo del vincitore della sua gente e di scriverne una particolareggiata relazione.

Dobbiamo a questo vile cortigiano ebreo la descrizione del trionfo.

«Dopochè—egli narra—l'esercito verso sera fu entrato in città, venne ordinato sotto il comando de' suoi capi dinanzi al tempio d'Iside; ivi passarono la notte i due capitani Tito e Vespasiano, che sul fare del giorno ne uscirono, coronati di alloro e vestiti di porpora, per recarsi al portico di Ottavia, dove attesero i senatori, i primi magistrati della città e i cavalieri più nobili. Di fronte al portico era stato innalzato un palco, su cui stavano sedili d'avorio; i due imperatori vi presero posto e allora le truppe proruppero in evviva e presero a vantare le loro geste. I soldati erano senz'armi, vestiti di seta e coronati di alloro. Vespasiano dopo avere ascoltato gli applausi, fece fare silenzio, e, sorto in piedi, si velò il capo e pronunziò una preghiera di ringraziamento. Tito fece lostesso. Dopo la preghiera Vespasiano rivolse alcune parole ai convenuti, e congedò i soldati, perchè si assidessero ad un banchetto, che, secondo l'uso, era stato preparato dagli imperatori. Quindi l'imperatore tornò alla porta detta del Trionfo, perchè vi si passava sempre in queste occasioni; quivi mangiarono, vestirono gli abiti trionfali, offrirono un sacrifizio agli altari eretti presso la porta; dopo di che ebbe luogo la marcia trionfale, che attraversò il teatro, affinchè il popolo la potesse meglio godere».

Augusto aveva fatto costruire in onore di sua sorella Ottavia quel magnifico portico a due file di colonne. Una parte della facciata esiste ancora ed è addossata al mercato del pesce, che confina col Ghetto, presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, ch'è un'antica basilica, la cui storia si riconnette con quella degli ebrei, perchè nel medio evo erano costretti ad ascoltarvi le prediche. E' veramente un caso senza esempio nella storia che presso quei portici di Ottavia, là dove Vespasiano e Tito passarono in trionfo, reduci dall'avere sconfitto gli ebrei e distrutta Gerusalemme, i discendenti d'Israele ponessero la loro sede in Roma. Intorno a quel portico, una volta magnifico ed ora sepolto sotto le immondizie, il popolo degli ebrei fa i suoi affari.

Sulle lastre di marmo delle sue sale e de' suoi templi, i figli dei prigionieri di Gerusalemme vendono oggi il pesce, senza che nessuno di essi pensi neppur lontanamente all'importanza che ebbe un giorno questo luogo nella storia d'Israele.

Il Ghetto romano è fra tutte le comunità israelitiche d'Europa la più importante, per i rapporti storici del popolo d'Israele con l'Urbe. Altre, soprattutto quelle della Spagna e del Portogallo, e la Sinagoga di Amsterdam, offrono un più vivo interesse, ma tutto teologico, a causa delle loro scuole talmudiche; nessuna però è tanto antica e tanto importante quanto la Sinagoga romana: questa rappresenta la più vetusta radice del cristianesimo nella capitale stessa del mondo cristiano.

Se si pensa che qui, in questa stessa Roma, il popolo ebraico si mantiene da oltre 1800 anni, non si può fare a meno di rimanere stupiti dinanzi alla sua forza di resistenza. Sembra quasi incredibile che una razza così maltrattata, benchè rinnovata per l'aggiunta di nuove famiglie, tuttavia quasi sempre della medesima stirpe decadente, abbia potuto sopravvivere, attraverso i secoli, in quegli stretti vicoli, in mezzo a quell'atmosfera appestata, conservandosi per secoli sempre la stessa, quasi vivendo una vita tutta propria.

Fin dal tempo di Pompeo gli ebrei si stabilirono in Roma. Cacciati parecchie volte dalla città sotto i primi imperatori, vi fecero sempre ritorno, ed ai tempi di Tito si stabilirono dove sono tuttora, nel luogo per essi il più pericoloso del mondo, sotto gli occhi dei loro nemici, prima, di quei Romani che avevano distrutta Gerusalemme, poi, sotto quelli dei Papi, rappresentanti di quel Cristo che essi avevano posto in croce. Fin dai tempi di Pompeo furono fatti segno al disprezzo, e finalmente, radunati in un ghetto come una corrotta tribù di paria, si tennero uniti strettamente rimanendo sempre gli stessi, per secoli e secoli e sopportando la terribile uniformità del loro stato.

Essi vissero senza speranza, ma pure sperando, secondo il carattere del popolo d'Israele, cui i profeti promisero il Messia. Impotenti a lottare apertamente con i loro nemici, si trincerarono nel triste e possente appoggio della miseria, della consuetudine e della tenacità di propositi tutta propria della razza ebraica. La loro forza nel soffrire appare tanto più meravigliosa in quanto che essi non si confortavano, come i martiri, nel pensiero di una ricompensa in un'altra vita.

La natura stessa sembra che abbia dotato questa fra le più infelici classi umanedei più forti istinti di vita. Forse qualunque altra stirpe in tali condizioni sarebbe scomparsa, incapace di sopportare un disprezzo così profondo; ma gli ebrei ne furono capaci, e si conservarono, indistruttibili, nel centro stesso del cattolicismo. Segregati dal consorzio civile, gli ebrei non tentarono mai di mescolarsi fra le altre razze; anche i loro tardi nipoti sono oggi stranieri ai cristiani della città, nè più nè meno di quello che lo furono i padri loro ai tempi di Pompeo. Allora e sotto gl'imperatori, sebbene tenuti in grande disprezzo, erano trattati al pari delle altre sètte orientali, al pari dei siriaci, degli egiziani, dei persiani, e non vivevano appartati come oggi. Tra le molte sètte religiose dell'antica Roma gli ebrei costituiscono la sola che si sia conservata, e conservata senza variare.

La storia degli ebrei di Roma è, nei primi tempi almeno, difficile a ricostruirsi, scarse essendo le testimonianze degli scrittori romani.

I rapporti fra Roma e Gerusalemme datano dal giorno in cui Pompeo entrò in questa città, e, spintovi dalla curiosità, sordo alle preghiere dei giudei, osò penetrare nel sacro tempio. Pare sia stato Pompeo a portare per il primo schiavi ebrei a Roma; certo a quel tempo erano già in questa città liberti ebrei ed altri loro concittadini, trattiviprobabilmente dal desiderio di lucro. Essi vivevano liberamente, praticavano pubblicamente i loro riti religiosi, ed i principi e le principesse ebraiche, onorati allo stesso modo degli altri principi dell'Asia, poterono qualche volta presentarsi in Senato ed al palazzo imperiale; allora vi erano ancora principi ebrei.

Il felice Erode venne più volte a Roma ed entrò nell'intimità dei Cesari con tutti i titoli della sua regale dignità; fu accolto ai loro banchetti, e prese posto nel loro palco a teatro. Così pure si videro nel Palatino Archelao e la principessa Salome, Antipa e Antipatro; parecchi principi ebrei furono pure educati alla corte imperiale di Roma, fra cui Agrippa, nipote di Erode, l'avventuriero che fu compagno di studi di Druso e amico intimo di Caligola. Il giovane ebreo libertino era appena uscito dalla prigione, dove era stato rinchiuso per debiti, che Tiberio lo gettò di nuovo in carcere e ve lo lasciò a languire sei mesi, finchè la morte dell'imperatore lo venne a liberare e Caligola lo nominò re degli ebrei.

E' nota la parte brillante che ebbe in Roma Berenice, sorella e amante di suo fratello Agrippa il giovane, ultimo re degli ebrei. Dopo la distruzione di Gerusalemme, ebbe stanza nel palazzo di Tito, ma nonostantei suoi intrighi, non riuscì a salire sul seggio imperiale.

Dopo Erode Agrippa, nessun altro ebreo occupò più una posizione importante in Roma, fino al pontificato di Gregorio XVI, che, per ragioni facili a capirsi, fece la più lusinghiera accoglienza, nello stesso Vaticano, al barone Rothschild.

Mentre i principi della Giudea si succedevano a Roma, molti dei loro correligionari si erano già stabiliti nella città. Cesare fu loro favorevole, come lo provano i lamenti che essi levarono in suo onore, allorchè cadde sotto il pugnale degli assassini. Augusto pure lasciò loro completa libertà di dimorare in Roma e di attendere ai loro affari; dicesi che alla sua morte abbiano pianto una settimana. A quell'epoca non si era peranco assegnato loro uno speciale quartiere della città, sebbene Filone narri che Augusto aveva donato agli ebrei una parte del Trastevere. Abitavano un po' dappertutto; la maggior parte però nell'attuale Trastevere, dove sorgeva la loro più antica Sinagoga. Secondo la tradizione romana, fu là che abitò l'apostolo Pietro, presso la chiesa di Santa Cecilia, dove dimoravano pure molti ebrei. Un'altra tradizione vuole che egli abbia dimorato anche sull'Aventino, nella casa dei santi Aquila e Prisca, due sposi ebrei convertiti al cristianesimo.

Nella curiosissima opera di Filone, intitolata «L'ambasciata a Caio», si può vedere sino a qual punto Augusto fosse clemente con gli ebrei. Il dotto alessandrino afferma che Augusto trattò sempre con dolcezza gli ebrei, conferma che essi abitavano nel grande quartiere del Trastevere, erano per lo più schiavi liberati e non furono costretti a mutare le consuetudini dei loro padri. La liberazione di quegli ebrei è tuttora ricordata da un bellissimo sepolcro sulla via Appia, che porta i nomi di due ebrei, Zabda e Akiba. Augusto sapeva, continua Filone, che gli ebrei possedevano delle sinagoghe, nelle quali si radunavano ogni settimana per essere ammaestrati nella sapienza dei loro padri. Tollerava pure che essi, alla nascita di un primo figlio, inviassero a Gerusalemme denaro, perchè si facessero sacrifici in favore del fanciullo. Eppure egli non li cacciò mai da Roma, nè li privò del diritto di cittadinanza romana: non mutò nulla nelle loro sinagoghe e nelle loro adunanze. Arrivò sino ad ornare il Tempio di Gerusalemme di doni preziosi e offrirvi delle vittime; e rispettò il sabato a tal segno che ordinò che non si facesse agli ebrei la distribuzione del grano in quel giorno, ma bensì nel giorno seguente, non potendo essi il sabato dare nè ricevere denaro, nè altro.

Filone fu inviato, nell'anno 40 dell'èra cristiana, dagli ebrei di Alessandria, alla testa di un'ambasceria, all'imperatore Caligola, per protestare contro le crudeli persecuzioni che essi soffrivano da parte degli abitanti di quel grande centro commerciale. Egli narra come Caligola ricevesse questa deputazione nelle sua villa di campagna: l'imperatore correva come un pazzo da una camera all'altra, dando ora ordini di nuove costruzioni, ora per far disporre e collocare antiche imagini, mentre gli ebrei lo seguivano attraverso la casa, fra le risa dei presenti. L'imperatore poi domandò loro con scherno perchè non mangiassero carne suina. «I gridi ed i fischi di quelli che ci beffavano—dice Filone—erano così forti, che pareva di essere in un teatro». Abbiamo, dunque, fin dall'antichità, un esempio di quelle scene che si ripeterono in Roma in ogni tempo, nel medio evo ed anche in epoche più recenti, per esempio, allorquando gli ebrei, schierati a Monte Giordano o davanti all'arco di Tito per prestare omaggio al nuovo papa, rimanevano esposti ai fischi dei monelli ed agli schiamazzi del popolaccio.

Caligola aveva una ragione tutta sua di essere irritato contro gli ebrei. Gli era venuta la fantasia di far erigere una sua statua di colossale grandezza, nella qualeera rappresentato come un Dio, nel santuario di Gerusalemme; avendo saputo che il popolo ebraico, solo al mondo, s'era rifiutato di rendergli gli onori divini, ordinò dunque, a Petronio, governatore della Fenicia, di compiere il suo desiderio. Allora, se si deve prestar fede a Giuseppe ed a Filone, tutta quanta la Giudea, vecchi, giovani, donne, fanciulli, si riversò in massa sulla Fenicia; simili a una nuvola coprirono il paese; ed erano tanti e tali i loro lamenti e i loro pianti, che quando tacevano, l'eco li ripeteva ancora a lungo nell'aria. Si gettarono ai piedi di Petronio e lo supplicarono di ucciderli tutti quanti, dicendo che non avrebbero mai permesso un simile sfregio al tempio del loro Dio. Questa scena fu una delle più grandi tragedie di un popolo, delle quali si abbia memoria, e questa resistenza morale contro Caligola è una delle più belle pagine della storia ebraica, più luminosa delle geste di Davide e di Salomone.

Petronio rimase commosso e scrisse all'imperatore per distoglierlo dalla sua idea. L'amico d'infanzia di Caligola, il re Agrippa, si recò egli stesso a Roma ad intercedere in favore del suo popolo. Narra Filone che il suo terrore per la minacciata profanazione del tempio, fu tanto, che fu portato via svenuto, e poi cadde in una pericolosamalattia. Infine scrisse a Caligola una splendida lettera, in seguito alla quale il pazzo tiranno, cui il mondo intero elevava templi, altari, statue, abbandonò l'idea di far innalzare la sua effige nel santuario di Gerusalemme.

La morte repentina di Caligola preservò gli ebrei di Roma dalla sua vendetta. Disgraziatamente Filone non ci dice nulla delle loro condizioni in quell'epoca. Essi occupavano già il Trastevere e vi avevano formato una sinagoga di liberti, della quale è fatta menzione sotto questo nome negli Atti degli Apostoli (I, 9).

Dacchè i misteri cristiani penetrarono in Roma, gli ebrei e i cristiani furono confusi in una stessa setta comune, errore facile a spiegarsi, perchè questi ultimi erano per la massima parte ebrei convertiti. Così subirono anche le stesse persecuzioni. Nell'anno 51 furono gli uni e gli altri da Claudio scacciati dalla città. Già prima, Tiberio, dietro consiglio di Seiano, li aveva fatti una volta deportare in Sardegna, sotto l'accusa di usura sfrenata. Ma essi seppero ritornare e mantenersi in Roma; il loro numero aumentò a tal segno, che sotto i primi imperatori salì a oltre 8000, cifra che, se esatta, supererebbe del doppio il numero degli ebrei che abitano attualmente la città.

Quando Tito ebbe finito di distruggere Gerusalemme, fece condurre a Roma una turba di ebrei prigionieri, parte dei quali fu condannata a morte ed il resto vi si stabilì.

Stimo opportuno continuare la descrizione del trionfo di Tito, affinchè il lettore, a cui sia ignoto Giuseppe Flavio, possa avere un'idea di quello stupendo spettacolo. «È cosa difficile—dice Giuseppe[26]—descrivere la varietà di questo spettacolo, la sua magnificenza sotto ogni riguardo, sia per splendore d'oggetti, sia per la loro ricchezza e rarità. Tutto ciò che vi può essere di più prezioso e di più peregrino, comparve in quel giorno a provare la grandezza dell'impero romano. Si videro oggetti ornati d'oro, d'argento e di avorio, e non già in piccol numero, ma in tanta copia da sembrare il corso di un fiume. Si videro abiti tinti della più fine porpora, o ricamati mirabilmente in Babilonia, pietre scintillanti incastonate in corone d'oro ed in altri gioielli, ed in tanta abbondanza, da non crederle vere. Seguivano le imagini degli Dei, di proporzioni gigantesche e lavorate divinamente; e poi stoffe rare di tutte le specie, animali rarissimi, ecc. Coloro che prendevano parte al corteo indossavano abiti

purpurei ricamati in oro, ed in special modo erano ornati i soldati chiamati a partecipare agli onori del trionfo. Anche la schiera dei prigionieri attirava la generale attenzione: i loro abbigliamenti, di svariatissimi colori, distraevano gli spettatori dal triste aspetto delle loro stanche fisonomie. Il massimo stupore l'eccitarono poi i magnifici baldacchini: si temeva che gli uomini destinati a portarli non avessero la forza di sorreggerli. Taluni erano a tre e quattro piani, disposti in modo sorprendente ed artistico. Parecchi erano ricoperti di tappeti ricamati in oro, e sopra tutti scintillavano lavori artistici in oro e avorio. La guerra era rappresentata sotto tutte le sue forme ed in ogni suo aspetto; vi si scorgevano contrade devastate; intere file di nemici morti o posti in fuga; prigionieri; immense e alte mura che rovinavano all'urto delle macchine; ricche città distrutte; torrenti di sangue; disarmati che imploravano pietà; templi e case in fiamme, precipitanti sui loro abitatori; e finalmente, in mezzo a tutta quella desolazione, un fiume che volgeva le sue onde, non già per irrigare i campi e dissetare gli uomini e gli armenti, ma per spegnere quel generale incendio.

«Tutto ciò confermavano gli ebrei di aver sofferto durante la guerra. L'accurata rappresentazione dava un'idea di tuttoquanto era avvenuto. Presso ogni baldacchino stavano i condottieri dell'esercito nemico, fatti prigionieri. Seguivano numerosissime barche. Il bottino di guerra era immenso, ma tutto scompariva al cospetto degli arredi del Tempio di Gerusalemme, che comprendevano la tavola d'oro massiccio, un candelabro pure d'oro, con le sette lampade, simbolo presso i Giudei della santità dei sette giorni, e infine, ultima preda, la legge di Dio. Venivano poi gli uomini recanti statue della vittoria, d'oro e d'avorio, e quindi Vespasiano e Tito, entrambi a cavallo, ed a fianco di quest'ultimo Domiziano, riccamente vestito, a cavallo di un magnifico destriero. Meta del trionfo era il tempio di Giove Capitolino. Giunto davanti a questo, il corteo si arrestò, giacchè l'araldo, secondo un antico costume, doveva ivi dare l'annunzio della morte del condottiero generale dell'esercito nemico. Era questi Simone di Giora, che seguiva esso pure la marcia trionfale. Venne tratto con una corda al collo, sulla rupe che sorge di fianco al Foro, e ivi fu percosso con le verghe. In quella località, secondo le leggi romane, si eseguivano le condanne a morte. Quando dunque fu annunciato che Simone era morto, si levò un grido solenne, generale di gioia, ed ebbe principio il sacrificio. Dopo le preghiere e la solita distribuzionedi denaro al popolo, gl'imperatori fecero ritorno al loro palazzo, dove ebbe luogo un grande banchetto. Tutta Roma festeggiò questo dì, quale giorno di solenne letizia, per l'esito felice della guerra, per la fine della discordia civile, per la speranza di splendido avvenire».

Vespasiano innalzò un magnifico tempio alla Pace e vi collocò tutti gli arredi del santuario di Gerusalemme; le tavole della Legge però furono conservate nel palazzo dei Cesari. L'arco, nell'interno del quale sono con tanta maestria rappresentati gli arredi del tempio e la marcia trionfale, non venne terminato che dopo la morte di Tito. Nel medio evo fu chiamato «Arco delle sette lampade», o, come si legge nel libro Mirabilia Urbis Romae «Arcus septem lucernarum, Titi et Vespasiani, ubi est candelabrum Moysi cum arca». I Frangipani, che eran padroni del Foro e del Colosseo, se ne servirono come porta del loro castello, laTurris Cartulariaal Palatino. Solo sotto Pio VII, nel 1821, l'arco fu restaurato e ridotto come è oggi. Presentemente è uno dei più bei monumentidella città, per quanto restaurato alla moderna.[27]

Tito, dopo il suo trionfo, rifiutò di prendere il titolo diJudaicus, prova questa del disprezzo che gl'ispiravano gli ebrei. Però, come Vespasiano, tollerò la loro presenza in Roma. Le loro colonie si erano d'altronde accresciute grandemente per la venuta degli schiavi e dei liberti. Vespasiano aveva loro concesso il libero esercizio delle loro pratiche religiose, a condizione che pagassero a Giove Capitolino il mezzo sesterzio a testa che sino allora avevano versato nel tesoro del Tempio. Ancora oggi gli ebrei pagano questo tributo allaCamera Capitolina.

Sotto Domiziano, narra Svetonio, ilfiscus judaicusveniva riscosso con grande rigore. Gli ebrei, che sino ad allora avevano abitato liberamente il Trastevere, furono da questo imperatore cacciati dalla città, e fu loro assegnata come residenza la valle della Ninfa Egeria, dietro un pagamento in denaro. Di ciò fa menzione Giovenale nella satira terza:


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