Hic ubi nocturnae Numa constituebat amicae:Nunc sacri fontis nemus, et delubra locanturJudaeis, quorum cophinus foenumque suppellex:Omnis enim populo mercedem pendere iussa estArbor, et ejectis mendicat silva Camoenis.In vallem Egeriae descendimus, et speluncasDissimiles veris. Quanto praestantius essetNumen aquae, viridi si margine clauderet undas,Herba, nec ingenuum, violarent marmora tophum!
Hic ubi nocturnae Numa constituebat amicae:Nunc sacri fontis nemus, et delubra locanturJudaeis, quorum cophinus foenumque suppellex:Omnis enim populo mercedem pendere iussa estArbor, et ejectis mendicat silva Camoenis.In vallem Egeriae descendimus, et speluncasDissimiles veris. Quanto praestantius essetNumen aquae, viridi si margine clauderet undas,Herba, nec ingenuum, violarent marmora tophum!
Quando Giovenale si recava per la porta Capena nella valle Egeria, vedeva, a quanto pare, gli ebrei mendicanti andare qua e là come zingari, con fasci di fieno e ceste sulle spalle. I fasci di fieno servivano loro di letto, e nelle loro paniere recavano i cenci, di cui facevano commercio, e il proprio cibo. Secondo quello che hanno lasciato scritto i Romani, le loro occupazioni e i loro mestieri non differivano da quelli di oggi.
Il disprezzo dei Romani per quegli infelici era così grande che si considerava come un'onta metter piede nelle loro sinagoghe, mentre partecipare al culto d'Iside, di Mira e di Priapo non era ritenuto affatto un disonore. Ed è strano che quel culto di Dio che in Roma rimase in ogni tempo libero da feticismo e idolatria, sia stato trattato sempre con tanto disprezzo.
Nella quattordicesima satira Giovenale si lagna della superstizione che spingeva i Romani ad accostarsi al giudaismo:
Quidam sortiti metuentem sabbata patrem,Nil praeter nubes et coeli numen adorant,Nec distare putant humana carne suillamQua pater abstinuit; mox et praeputia ponunt:Romanos autem soliti contemnere leges,Judaicum ediscunt, et servant ac metuunt ius,Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.
Quidam sortiti metuentem sabbata patrem,Nil praeter nubes et coeli numen adorant,Nec distare putant humana carne suillamQua pater abstinuit; mox et praeputia ponunt:Romanos autem soliti contemnere leges,Judaicum ediscunt, et servant ac metuunt ius,Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.
A quel tempo gli ebrei solevano già predire la buona ventura, vendere filtri d'amore e sortilegi. Giovenale infatti ne parla nella satira sesta.
Quum dedit ille locum, cophino foenoque relicto,Arcanam Judaea tremens medicat in aurem,Interpres legum Solymarum, et magna sacerdosArboris, ac summi fida internuntia coeli,Implet et illa manum, sed parcius. Aere minutoQualiacumque voles Judaei somnia vendunt.
Quum dedit ille locum, cophino foenoque relicto,Arcanam Judaea tremens medicat in aurem,Interpres legum Solymarum, et magna sacerdosArboris, ac summi fida internuntia coeli,Implet et illa manum, sed parcius. Aere minutoQualiacumque voles Judaei somnia vendunt.
In questi versi Giovenale descrive così vivacemente gli ebrei, che ci sembra di aver dinanzi veramente un tipo di vecchia strega. Ai tempi di Domiziano le ebree uscivano spesso, durante la notte dalla valle d'Egeria per introdursi nella casa di qualche voluttuosa dama romana, e ciò si è ripetuto sino ai nostri giorni. Numerose donne del Ghetto vagavano per la città dicendo la buona ventura, spiegando alle nobili signore i sogni della notte, o vendendo loro filtri d'amore. Appunto a queste pratiche si riferisce una bolla di Pio V, con la data del 1569, che comincia con le parole:Hebraeorum gens sola quondam a Domino electa. Questo decreto che bandiva gli ebrei da tutte le città degli Stati della Chiesa, eccettuate Roma ed Ancona, è un importante documento storico; ne riporto alcuni passi che corrispondonoai versi di Giovenale; «Privato de' suoi sacerdoti e dell'autorità della sua legge, scacciato dal paese dove Dio nella sua misericordia l'aveva primitivamente stabilito, dal paese in cui scorreva il latte e il miele, da più secoli il popolo della Giudea erra per il mondo, odiato, coperto di disprezzo, rivolto a mestieri vergognosi e infami, pronto sempre a discendere sino alla più abbietta schiavitù per guadagnare di che vivere». Poi la bolla papale parla dei loro mestieri. «Senza fermarsi a parlare dell'usura, con cui spogliano di ogni loro avere i cristiani, noi li denunziamo a tutti come ricettatori, autori o complici di furti, come soliti a nascondere, a trasformare gli oggetti rubati, sia profani che sacri, per renderli irriconoscibili. Molti di essi s'introducono, con la scusa del commercio, nelle case di donne oneste, provocandole ad ogni sorta d'impudicizia, e peggio ancora, dannandone l'anima con artifizi diabolici, con vane profezie, con stregonerie, con arti magiche e sortilegi, facendo credere che son capaci di predire il futuro, squarciare i veli, trovare tesori, scoprire oggetti celati e rivelare tante e tante altre cose ancora che non è dato ai semplici mortali di conoscere».
L'origine del disprezzo in cui furon costantemente tenuti in ogni tempo gli ebrei in Roma dipende certo dagli ebrei stessi; essiprovocarono sempre il riso de Romani quasi fossero delle caricature. E' indiscutibile—senza con ciò voler recare offesa a molti bravi e degni ebrei e tanto meno all'intero popolo di Israele—che agli occhi di un europeo il tipo prettamente ebreo presenta un non so che di bizzarro che lo rende ridicolo, come ridicola doveva essere la grottesca danza di Davide dinanzi all'arca, cotanto ingrata anche agli occhi di Micol. Si aggiunga a questo l'idea di esser la nazione prediletta da Dio, l'opinione generalmente radicata in essi che la storia abbia dato loro ragione in questa pretesa; finalmente il disprezzo verso tutte le altre credenze, il ribrezzo di avere un contatto con ogni altra razza umana, tutto ciò fece scontare a questo popolo la pena del suo amor proprio nazionale, della sua ripugnanza ad avere rapporti con gli altri uomini, infino a tanto che furono dai cristiani confinati in un ghetto.
Poco si sa sulle condizioni degli ebrei a Roma sotto i successivi imperatori. Quando Adriano ebbe di nuovo distrutto Gerusalemme e migliaia di ebrei furono venduti per suo ordine sui mercati della Siria, la colonia di Roma aumentò considerevolmente per le immigrazioni. Essa continuò ad abitare nel Trastevere. Il suo cimitero era situato dinanzi alla porta Portese,presso il Gianicolo; lo si scoprì nelXVIIsecolo. Gli ebrei ne possedevano un altro davanti alla porta Appia. Si può vederlo oggi presso S. Sebastiano, nella vigna Rondanini, dove è stato rimesso alla luce nel 1857. Si compone di catacombe che sembrano del III secolo e assomigliano in tutto nella loro disposizione a quelle cristiane di Roma. I sarcofaghi ebraici sono talvolta decorati d'imagini, vi si vede spesso scolpito il candelabro dai sette bracci. Gli epitaffi degni di nota non sono mai in ebraico, ma in latino od in greco, ciò che prova che gli ebrei di Roma in quell'epoca si erano appropriati la lingua che si parlava intorno a loro. Anche i morti di quelle catacombe devono avere appartenuto alle due sinagoghe di Roma, di cui la più antica fu fondata al tempo di Pompeo e la più recente era essenzialmente alessandrina. Disgraziatamente la storia degli ebrei a Roma in quel periodo è sepolta nell'oscurità.
Quando il cristianesimo diventò religione di Stato la posizione degli ebrei divenne ancor peggiore, perchè al disprezzo che essi ispiravano nei Romani si unì l'odio dei cristiani. Costantino per il primo vietò loro di tenere al proprio servizio cristiani, e da allora ciò fu come un precetto di separazione fra le due comunità. Il codiceteodosiano prescrisse poi leggi ancora più severe per impedire la fusione degli ebrei e dei cristiani; proibì che si celebrasse in tutto l'impero la festa di Haman, in cui i giudei avevano l'abitudine di rappresentare il loro nemico sotto i tratti del crocifisso per poi bruciarlo in mezzo ad alte grida.
Al tempo del sacco di Roma per opera di Alarico, gli ebrei del Trastevere soffrirono crudelmente. Fra i tesori rubati dal re visigoto vi furono anche i vasi del tempio di Salomone che egli aveva presi a Roma come preda; alcuni però gli sfuggirono, perchè più tardi Genserico ne trovò ancora quando giunse a Roma. Trasportati a Cartagine, caddero nelle mani di Belisario e furon da questi riportati a Bisanzio. Gli ebrei allora, come afferma Procopio, li reclamarono all'imperatore Giustiniano, che li fece portare in una chiesa di Gerusalemme. Strana storia, invero, quella di questi tesori del Tempio, portati altra volta a Roma da Tito! Ancora nel medio evo, al tempo in cui furon redatte le «Mirabilia Urbis Romae» circolava su ciò una leggenda, si credeva cioè che l'arca dell'alleanza, il tabernacolo, il candelabro dai sette bracci e gli abiti di Aronne fossero conservati come reliquie nel Laterano.
Al tempo dei Goti è menzionata una volta la Sinagoga di Roma; il popolo la saccheggiò e il nobile Teodorico fece una legge a protezione degli ebrei.
Poco si sa sulle condizioni degli ebrei durante i secoli seguenti. Sappiamo solo che continuarono ad esistere come comunità e che più volte resero omaggio agli imperatori tedeschi, quando venivano incoronati, cantando in lingua ebraica le laudi tradizionali. Sempre dimorarono in Trastevere ed esercitarono il loro commercio vicino ai ponti del fiume e sui ponti stessi. Infatti il ponte dei Quattro Capi, vicino al Ghetto attuale, si chiamava «Pons Iudaeorum» e anche quello degli Angeli era designato nello stesso modo: probabilmente dei banchi di ebrei erano situati su questi ponti.
Ad eccezione di qualche lampo di odio popolare, gli ebrei del resto non subirono a Roma quelle feroci persecuzioni che soffrirono in altre città d'Europa. Roma non è mai stato terreno propizio al fanatismo religioso; l'antica tradizione di tolleranza verso tutti i popoli vi si è sempre conservata. Perfino le crociate che provocarono in tutta l'Europa spaventevoli esplosioni di odio contro gli ebrei, non ebbero le stesse conseguenze in Roma. Una sola volta, nel 1020, noi troviamo nellastoria notizia di una persecuzione propriamente detta contro gli ebrei, ed ebbe origine da un terremoto.
I papi riconobbero sempre la Sinagoga come una legale comunità dell'urbe; essa era pareggiata alle altre comunità straniere dei greci e dei germani. L'inquisizione, introdotta ai primi del secolo XIII, ebbe per essa, al principio, gli stessi riguardi. Così, a un dipresso, gli ebrei acquistarono in Roma una certa importanza come cambiavalute e come medici. Il commercio del denaro e la scienza medica essendo passati quasi interamente nelle loro mani, essi non tardarono in queste qualità a rendersi necessari al Vaticano.
Il viaggiatore Beniamino di Tudela, ai tempi di Alessandro III (1159-1185) contò in Roma 200 ebrei ricchi, liberi, tenuti in grande considerazione, tra i quali il papa aveva scelto dei servitori. «Qui—egli dice—si trovano persone sapientissime, fra cui il primo è il grande rabbino Daniele, un altro rabbino Daniele, un giovane bello e intelligente frequenta la corte di Alessandro in qualità di ministro del papa», cioè come banchiere.
Il curioso è che Pier Leone, l'antipapa Anacleto II (morto nel 1138), era nipote di un ebreo convertito. La sua famiglia fu annoverata fra le più grandi famiglie patrizioe per più secoli. Questa razza, largamente dotata dalla natura e dalla lotta che acuisce l'intelligenza, seppe dunque infiltrarsi, come di contrabbando, sino nell'intimità dei papi. Mentre le donne ebree andavano a predire la buona ventura nelle nobili famiglie, gli ebrei erano ammessi liberamente, in qualità di banchieri o di medici, presso i papi che si trovavano in ristrettezze finanziarie o ammalati.
Si trova il nome di tutti i medici ebrei dei papi nell'opera di Mandosio,Degli archiatri pontificj, completata dal Marini (Roma, 1784). Il primo di questi fu Giosuè Halorki, medico dell'antipapa Benedetto XIII (1394), il quale sembra aver avuto una speciale predilezione per gli ebrei. Halorki si fece più tardi battezzare e prese il nome di Gerolamo di Santa Fede; e sotto questo nome scrisse un libro contro gli ebrei: «Hieronimi de Sancta Fede ex Iudaeo Christiani contra Iudaeorum perfidiam et Talmud tractatus, sive libri duo ad mandatum D. PP. Benedicti XIII».
Egli fu maledetto dalla Sinagoga.
Innocenzo VII, del quale fu antipapa Benedetto, nel 1406 accordò il diritto di cittadinanza a certi ebrei di Trastevere, fra cui a Elia di Sabbato, a Mosè di Lisbona, a Mosè di Tivoli, i quali erano medici e portavano il titolo di «maestri». Godevanocostoro grandi privilegi ed erano dispensati dal portare il segno obbrobrioso di Giuda.[28]Medico particolare di Martino V fu Elia, appartenente al Ghetto romano. Così fino al XVI secolo, nonostante le bolle di scomunica promulgate da più papi, si trovano medici ebrei in Vaticano. Come orientali, come imparentati con gli Arabi, gli ebrei furon tenuti ovunque, anche presso i principi e gl'imperatori, in grande considerazione per la loro sapienza medica. Samuele Sarfadi, rabbino spagnuolo, uomo dotto ed eloquente, fu il medico di Leone X.
Naturalmente qualche cosa del favore che godevano i medici ebrei si rifletteva sulla comunità di Trastevere; ma a causa della natura stessa del reggimento della Chiesa, reggimento tutto personale, la sorte degli ebrei di Roma dipendeva unicamente dal carattere del papa che regnava; e questa incertezza del domani teneva gli ebrei in continuo timore, e li esponeva spesso a uno stato senza legge.
Già parecchi Concilii avevano da molto tempo prescritto la separazione dei cristiani dagli ebrei, e imposto a questi un marchio distintivo in segno di disprezzo. InnocenzoIII, il promotore dell'inquisizione, rinnovò queste prescrizioni nel 1215, ed altri papi dopo di lui ne seguirono l'esempio. Senonchè gli ebrei non le osservavano, riuscivano ad eluderle, o si riscattavano col denaro. Talora poi un papa più clemente revocava gli editti che il suo predecessore aveva emanati.
Giovanni XXII perseguitò gli ebrei e fece pubblicamente bruciare il loro Talmud; Innocenzo VII invece fu loro favorevole. Fu il romano Martino V che mostrò ad essi la maggiore benevolenza; rese loro la facoltà di esercitare medicina e decretò poi che tutti gli ebrei degli stati della Chiesa, e non più solo quelli di Roma, avrebbero da allora in poi contribuito alla tassa del carnevale. Ma il suo successore Eugenio IV, un veneziano nemico della razza trafficante d'Israele, ristrinse di nuovo i loro diritti; proibì loro di commerciare coi cristiani, di abitare nelle loro case, di prestare loro assistenza come medici, di girare per tutta la città, di costruire nuove sinagoghe, e di occupare alcuna carica pubblica. Decretò inoltre che la testimonianza di un ebreo contro un cristiano non avesse alcun valore, e infine li obbligò a pagare annualmente alla Camera capitolina 1130 fiorini ed a contribuire con altre imposte ai sollazzi del carnevale.
Era invalso a poco a poco l'uso di valersi in modo indegno degli ebrei per questi divertimenti carnascialeschi, che avevano luogo in piazza Navona, sul colle Testaccio e pel Corso. Non solo gl'infelici dovevano fornire una squadra di vecchi che, vestiti in foggia grottesca, dovevano precedere la cavalcata dei senatori all'apertura del corso, ma dovevano anche esporsi all'onta di correre essi stessi. Il veneziano Paolo II fu il primo che, volendo festeggiare il 1468, anno di pace, offrì ai Romani lo spettacolo delle corse dei cavalli e della corsa degli ebrei.
Ancora oggi sopravvive nelle città d'Italia l'uso di solennizzare certi giorni di festa con le corse deiPalii, così dette perchè il premio consiste in stoffe di seta date al vincitore. Allorchè Paolo II offrì questo sollazzo al popolo, fece correre negli otto giorni di carnevale cavalli, asini, bufali, vecchi, giovanotti e ragazzi ebrei. Prima di lanciare quest'ultimi nella pista, venivano riempiti ben bene di cibo, per render loro più penosa la corsa e provocare il riso del popolo. Essi dovevano correre dall'Arco di Domiziano sino alla chiesa di S. Marco, in mezzo agli urli e agli schiamazzi dei Romani, mentre il Santo Padre assisteva allo spettacolo da un balcone riccamente addobbato, e rideva di cuore. Si potrebbecredere che la parte che a queste corse prendevano gli stessi Romani, togliesse a quella degli ebrei il suo carattere di umiliante; ma bisogna avvertire che per questi era un divertimento, a cui essi si offrivano spontaneamente, mentre gli ebrei vi erano costretti con la forza. Coloro che ai dì nostri hanno assistito alle corse di cavalli nel Corso, che sostituirono più tardi quelle degli ebrei, e che hanno visto il popolo quasi folle eccitare gli animali con grida furiose e con fischi, possono immaginare quello che nei barbari tempi del medio evo dovessero soffrire gli ebrei correndo lungo il Corso fra gl'insulti e in mezzo a quel tumulto.
Per lungo tempo il popolo volle questo spettacolo; io ho trovato, nellaRoma novadi Sprenger del 1667, che gli ebrei dovevano correre nudi, con una sola fascia intorno ai fianchi, e l'autore dice che i primi a correre erano gli asini, poi gli ebrei, poi i bufali ed infine i «barberi».
Durante due secoli gl'israeliti di Roma soffrirono questo volgare insulto, sino al giorno in cui Clemente IX, Rospigliosi, nel 1668, cedendo alle loro suppliche, li esentò dalla corsa a patto che pagassero un tributo annuo di 300 scudi, e concesse loro che, invece di precedere la cavalcata del Senatore, prestassero omaggio ai reggitoridella città nella sala del trono, e fornissero i premi per le feste del carnevale.
Solevano i notabili ebrei, quali rappresentanti della comunità israelitica, presentarsi ai reggitori della città in Campidoglio nel primo sabato di carnevale. Giunti nella sala dove quelli sedevano, gli ebrei si gettavano ai loro piedi e offrivano un mazzo di fiori e 20 scudi, perchè fossero impiegati ad addobbare il balcone, su cui il Senato soleva, in piazza del Popolo, prendere posto. Si recavano quindi dal Senatore e, secondo l'antico uso, lo supplicavano di conceder loro di abitare ancora in Roma.
Il Senatore metteva ad essi il piede sulla fronte, poi ordinava loro di alzarsi e diceva, secondo la consueta formola, che gli ebrei non erano già ammessi in Roma, ma soltanto tollerati per misericordia. Anche questa umiliazione è ora scomparsa; ma ancor oggi gli ebrei il primo sabato delle feste di carnevale vanno al Campidoglio e prestano il loro omaggio, offrendo il tributo per i palii, che essi devono procurare per i cavalli che ora divertono il popolo in luogo degli ebrei.
Non mancavano nel medio evo altre cerimonie, a cui dovevano prender parte. Nella festa per la presa di possesso del Laterano, fatta dal nuovo papa, essi dovevano mandare a lui una deputazione,come già un tempo avevano dovuto prestare omaggio agli imperatori romani. Quando l'imperatore saliva al trono, gli ebrei facevano per lui in Gerusalemme offerte e sacrifici; dice già Filone nella sua «Ambasciata a Caio» che essi tre volte offrirono sacrifici per Caligola, la prima, quando salì al trono, la seconda, quando cadde gravemente ammalato, e la terza, quando ritornò vittorioso dalla Germania. Che anche gli ebrei in Roma facessero lo stesso, è indubitato; essi si presentavano nelle feste di omaggio innanzi all'imperatore come imploranti protezione, per chiedere a lui quella tolleranza che era stata loro concessa da Augusto
E quando agl'imperatori sottentrarono i papi, mutarono le forme, ma l'essenza delle cerimonie restò qual'era. Ad ogni omaggio a un nuovo papa, sulla via che doveva percorrere il corteo, compariva una delegazione di ebrei col Pentateuco sulle spalle. Secondo una frase di S. Girolamo, essi eran considerati quasi come i bibliotecari della religione cristiana, perchè avevano conservato nella loro arca dell'alleanza l'Antico Testamento. E mentre si accostavano al nuovo papa per implorare la sua protezione, dicevano di far ciò prima, perchè i padri loro avevano fatto altrettanto con gl'imperatori, e poi perchè, attendendo essi il Messiache li doveva liberare dalla schiavitù, ogni nuovo papa poteva essere appunto quello destinato a rompere il loro giogo.
A cominciare da Calisto II, che nel 1119 ricevette dagli ebrei tale omaggio, esistono documenti che narrano queste cerimonie. In tutte gli ebrei portavano il Pentateuco sulle spalle, andando incontro ad Eugenio III, ad Alessandro III, a Gregorio IX. Il Cancellieri, nella sua operaStoria dei possessi, ne dà una minuta descrizione, tolta dai diari dei maestri di cerimonie della Corte Pontificia.
Il luogo dove gli ebrei si presentavano al papa non fu sempre lo stesso. Ai primi del medio evo era nel rione detto «Parione» che gli ebrei attendevano il pontefice che si recava al Laterano. Il vecchio poema latino del cardinale Giacomo Stefaneschi, ci descrive l'omaggio degli israeliti reso a Bonifacio VIII nel 1295:
«Ecce, super Tiberim positum de marmore pontemTransierat, provectus equo, turrique relictaDe campo Iudaea canens, quae caecula corde est,Occurrit vesana duci Parione sub ipso,Quae Christo gravidam legem plenamque sub umbraExhibuit Moysi, Veneratus et ille figuram.Hanc post terga dedit, cauto sermone locutus.Ignotus Iudaea deus, sibi cognitus olim.Qui quondam populus, nunc hostis; qui deus et rexObnubi patitur, praesentem temnere mavis,Quem fragilem reputas hominem, sperasque futurum,Et latet ipse deus».
«Ecce, super Tiberim positum de marmore pontemTransierat, provectus equo, turrique relictaDe campo Iudaea canens, quae caecula corde est,Occurrit vesana duci Parione sub ipso,Quae Christo gravidam legem plenamque sub umbraExhibuit Moysi, Veneratus et ille figuram.Hanc post terga dedit, cauto sermone locutus.Ignotus Iudaea deus, sibi cognitus olim.Qui quondam populus, nunc hostis; qui deus et rexObnubi patitur, praesentem temnere mavis,Quem fragilem reputas hominem, sperasque futurum,Et latet ipse deus».
Di qui si scorge che fino da allora la cerimonia dell'omaggio aveva luogo con quelle forme che furon conservate anche in seguito; gli ebrei attendevano al suo ritorno il nuovo papa, cantandone le lodi; presentavano al pontefice il libro della Legge; questi lo prendeva, faceva le viste di leggerne qualche parola, poi lo restituiva agli ebrei dicendo: «Confermiamo la Legge, ma condanniamo il popolo ebreo e la sua interpretazione». Quindi procedeva oltre e gli ebrei facevano ritorno alle loro dimore, amareggiati dal dolore o confortati dalla speranza, secondo quello che avevano creduto leggere negli occhi del nuovo papa.
Spesso si collocavano anche al di là del Ponte di Adriano e talvolta a Monte Giordano. Sebbene questa collinetta formata di rovine e di rottami, dovesse il suo nome a Giordano Orsini, membro dell'antica famiglia patrizia che vi aveva costruito il suo palazzo, forse fu scelta dagli ebrei per la fortuita coincidenza del nome con quello del biblico fiume della Giudea. Ivi stavano i discendenti d'Israele, portando un Pentateuco riccamente legato in oro e ricoperto di un velo, circondati dal popolo che li insultava e li derideva, finchè non appariva il papa; allora s'inginocchiavano e gli presentavano il volume della Legge.
Le ingiurie e i cattivi trattamenti, a cui in queste circostanze gli ebrei venivano sottoposti crebbero tanto col tempo, che Innocenzo VIII, nel 1484, cedendo alle loro vive preghiere, consentì che si presentassero a lui nel cortile di Castel Sant'Angelo. Il maestro delle cerimonie, Burcardo, così descrive la cerimonia: «Allorchè il papa fu giunto, dinanzi a Castel Sant'Angiolo si arrestò, e gli ebrei che si erano fermati presso le fortificazioni inferiori, comparvero col libro della Legge, che porsero al Santo Padre, rivolgendogli delle frasi in ebraico che ad un dipresso significavano questo:—Noi, uomini ebrei, in nome della nostra Sinagoga, preghiamo Vostra Santità di volervi degnare di accogliere e sanzionare la legge mosaica, che l'onnipotente Dio diede a Mosè, nostro sacerdote, sul monte Sinai, nella stessa guisa che si degnarono accettarla e confermarla i venerati pontefici predecessori di Vostra Santità.—Il papa rispose:—Noi confermiamo la Legge, ma condanniamo la vostra credenza e la vostra dottrina, imperocchè colui che voi dite dover venire in terra, già venne e fu nostro Signore Gesù Cristo, come la Chiesa insegna.—Terminata la cerimonia, gli ebrei si ritirarono».
E quando si pensi che questo Castel S. Angelo non era altro che il mausoleodi Adriano, il quale aveva distrutta da cima a fondo Gerusalemme per ben due volte, e condotti gli ebrei in schiavitù, sarà facile comprendere come anche questa stessa località dovesse riuscire invisa agli ebrei, che non odiavano meno la memoria di Adriano di quella di Tito.
Per una eccezione Pio III, nel 1503, trovandosi infermo, ricevette gli ebrei in una delle sale del Vaticano stesso. Giulio II li ricevette di bel nuovo alla Mole Adriana, dove gli diressero un lungo sermone, e dove specialmente parlò con singolare eloquenza il rabbino spagnolo Samuele, medico del papa. Questi risposeprout in libello, vale a dire secondo la forma stabilita dal libro dei cerimoniali.
Anche Leone X, Medici, in occasione della elezione del quale, nel 1513, si fecero le feste più splendide che abbiano mai avuto luogo per un papa, ricevette gli ebrei in Castel S. Angelo. La scena è stata descritta dal maestro di cerimonie Paride de' Grassi. Gli ebrei stavano alla porta del Castello, sopra un palco di legno ricoperto di ricchi tappeti e di broccati lavorati in oro, e dove ardevano otto grandi torcie in cera, ed ivi tenevano le tavole della Legge. Allorquando fu giunto il papa che cavalcava una chinea bianca, gli ebrei lo pregarono, secondo il solito, di confermarela legge. Il papa prese il libro aperto dalle loro mani, lesse alcune parole e disse:
«Noi confermiamo ma non approviamo» dopo di che lasciò cadere a terra il libro, e proseguì la sua strada.
Fu questa l'ultima volta che la cerimonia ebbe luogo; da allora in poi venne soppressa, o perchè progredito lo spirito dei tempi, o per altre ragioni a noi ignote.
Fu imposto per contro l'obbligo agli ebrei di addobbare con stoffe preziose parte delle strade per le quali dovevano passare il nuovo papa e il suo corteo. Allorquando prese possesso Gregorio XIV, nel 1590, gli ebrei dovettero parare con tappeti la salita del Campidoglio e l'arco di Settimio Severo. In seguito venne stabilito che dovessero ornare l'arco di Tito, e la via che porta al Colosseo. Fu loro pertanto forza assoggettarsi all'onta di dover adornare l'arco trionfale eretto in onore del distruttore di Gerusalemme.
E ciò ebbe luogo alla elezione di tutti i papi che vennero di poi. Gli ebrei dovettero ogni volta addobbare l'arco di Tito, ed aggiungere ai tappeti emblemi che si riferissero al papa, contraddistinti da sentenze latine tolte dall'Antico Testamento. Gli emblemi, ordinariamente in numero di venticinque, erano per lo più molto significativi, e colle loro sentenze in linguaggiosimbolico prettamente orientali. Vi era rappresentato, per esempio, l'albero della mirra, che offre spontaneo il suo balsamo senza che abbisogni d'incisione ed aggiuntovi il detto: «Benedetto il principe che è generoso». Altrove il pellicano, che nutre i figli col suo sangue colla scritta: «Si privò di tutto dandolo ai poverelli» (Salmo 112, 1, 9). Una palma irradiata dal sole e sopra: «Fiorirai al pari di una palma»; e al di sotto: «Benedetta sia la tua venuta». Il rinoceronte che immerge il suo corno in una sorgente,—una conchiglia di mare aperta,—la fenice e l'arcobaleno—un cigno che mangia spighe mature,—uno sciame d'api,—un gelso,—un'arpa inghirlandata di fiori,—il mare con sirene che cantano, e sopra il cielo, verso il quale drizzano il volo molti usignuoli ed al di sotto il versetto d'Isaia: «Cantano tutti insieme».
Questo linguaggio figurato ricorda le solennità di ugual natura, colle quali gli Arabi di Sicilia accoglievano i re normanni loro signori. Gli ebrei accudivano con lagrime e con lamenti ad ornare il monumento della loro onta, e quando dall'arco di Tito facevano ritorno al loro sudicio Ghetto, certamente si purificavano, con lamentazioni geremiache e con preghiere, della profanazione che avevanodovuto commettere umiliandosi innanzi al vicario di Cristo.
Si deve però fare un'osservazione singolare: col rinascimento la mitologia pagana trovò mezzo di cacciarsi perfino negli usi e negli atti degli ebrei, particolarmente nei secoli decimosettimo e decimottavo, nei quali dopo Leone X e Raffaello, rinati gli studi delle antichità, gli Dei dell'Olimpo tornarono in fiore. Ed è propriamente divertente e piena di contraddizione la tendenza in questo senso, che si può osservare negli ebrei di Roma, particolarmente nel secoloXVIIIche fu l'età aurea del Parnaso barocco. In questo, anche gli emblemi degli ebrei divennero mitologici; le loro poesie di omaggio parlavano di Apollo e delle muse, facendo una strana miscela di antichità pagana e di Vecchio Testamento, che pare ed è tanto più singolare, quando si ponga mente che questi emblemi, queste poesie venivano dal popolo d'Israello, dedicate ad un papa. I maggiori emblemi mitologici si rinvengono in quelli dedicati a Pio VI ed a Pio VII. Si vedeva Ercole, dalla cui bocca uscivano le catene d'oro destinate a trarre a sè i popoli, e sotto il versetto biblico: «Le labbra dell'uomo pio sono ripiene di dolcezza» (Prov. 10, 32). Vi si scorgeva il monte Parnaso fiancheggiato da due terrazziricoperti di tappeti, su cui stavano cavalli e muli, che mangiavano del grano, e sotto il versetto di Giobbe: «Esso ci ammaestra per mezzo degli animali da tiro», miscuglio più barocco che immaginare si potesse, Parnaso, muli, e Giobbe tutto confuso. Vi si scorgevano Giunone con un giglio, Atlante che regge il mondo, Minerva coll'olivo, un tempio dove stava Mercurio colle tre Grazie, e sotto vi si leggeva: «Non torrà gli averi a coloro che camminano nella diritta via» (Salmi 84, 12).
E' molto probabile che fra tutte quelle figure mitologiche, quella di Mercurio, il patrono dei negozianti e dei banchieri, il Rothschild dell'Olimpo, dovesse essere quella che tornava più accetta, più intelligibile agli abitanti del Ghetto. Del resto tutti gli emblemi di quel povero popolo si riferivano sempre più o meno ad un'idea sola; danaro, sempre danaro; e difatti vi si scorgevano immancabilmente i corni dell'abbondanza, dai quali sgorgavano monete d'oro, vino e pane.
Gli ebrei presentarono a Pio VII, Chiaramonti, tutti i loro emblemi e motti raccolti in un volume splendidamente legato, e maestrevolmente miniato, e glielo porse in Venezia il rabbino Leone di Leone di Ebron, vestito alla foggia orientale, con turbante,haftan, e lunga barba. Un poemalatino in distici elegiaci lo accompagnava e la dedica in lingua latina era la seguente:
PIO SEPTIMO P. O. M.QUA DIE IMPERII GUBERNACULO SOLEMNITER SUSCEPITQUOD BONUM FELIX FAUSTUMQUE SITFESTIVISSIMA HEBRAEORUM UNIVERSITAS D. D. D.
Come si vede, gli ebrei di Roma non avevano abitato senza profitto presso il classico portico di Ottavia. Il poema poi seguitava dopo aver cominciato con esclamazioni lagrimose prettamente giudaiche, e prima di arrivare al papa chiamava in scena Apollo.
O si me Cythara plectroque juvaret Apollo,Concinerem summi maxima regna Pii.Meque peregrinis audiret versibus uti,Quidquid habet tellus, quidquid ex axis habet.Principis astra super ferrem clarissima facta,Queis comes it recti non temerandus amor;Quippe suis, velut illa, polo fulgoribus umbrasDimovet, e vulta quos radiante jacit.Ast pro me Pindi veniant et culmina MusaeQuas cecinit vatum fabula graeca deas.Hae resona fundant solemnia carmina voce,Tympana pulsantes, sistra lyrasque manu,Hae Temidis celebrent servantem jura decorae,Qua duce subjectis imperat agminibus:Candoremque sinus dantis cum pace salutem,Viribus ingenii, pondere consilii.Magnanimis nitit ille notis, prudentibus aeque.Ne summum videat gloria tanta diem!Culmina Gregorium nutu qui celsa creavit,Sospitet, omnigenis condecoretque bonis,Edat, ut arbor aquae prope rivos consita, fructus,Et diadema suum vinciat usque caput.Hic niteat solusque, ferax sit dactilus ipse:Adspiciat laetos ire, redire dies.Gaudeat urbs, precibus nunquam non acribus instet,Ut sibi sint Pacis numera juncta Piae.
O si me Cythara plectroque juvaret Apollo,Concinerem summi maxima regna Pii.Meque peregrinis audiret versibus uti,Quidquid habet tellus, quidquid ex axis habet.Principis astra super ferrem clarissima facta,Queis comes it recti non temerandus amor;Quippe suis, velut illa, polo fulgoribus umbrasDimovet, e vulta quos radiante jacit.Ast pro me Pindi veniant et culmina MusaeQuas cecinit vatum fabula graeca deas.Hae resona fundant solemnia carmina voce,Tympana pulsantes, sistra lyrasque manu,Hae Temidis celebrent servantem jura decorae,Qua duce subjectis imperat agminibus:Candoremque sinus dantis cum pace salutem,Viribus ingenii, pondere consilii.Magnanimis nitit ille notis, prudentibus aeque.Ne summum videat gloria tanta diem!Culmina Gregorium nutu qui celsa creavit,Sospitet, omnigenis condecoretque bonis,Edat, ut arbor aquae prope rivos consita, fructus,Et diadema suum vinciat usque caput.Hic niteat solusque, ferax sit dactilus ipse:Adspiciat laetos ire, redire dies.Gaudeat urbs, precibus nunquam non acribus instet,Ut sibi sint Pacis numera juncta Piae.
Per Gregorio XVI gli ebrei fecero dipingere dal pittore Pietro Paoletti di Belluno, concittadino del nuovo papa, un libro che conteneva tutti gli emblemi e tutte le poesie, e fattolo riccamente legare lo presentarono al pontefice, che volle mandarlo in dono al Capitolo della sua città natia. Anche a Pio IX, attualmente regnante, venne presentato un libro simile, nel quale il rabbino di Roma, versatissimo nella letteratura ebraica, e abilissimo calligrafo, a quanto mi assicurarono i suoi correligionari, raccolse preziosi emblemi, e sentenze bibliche, scelte con molto criterio ed il libro era tanto riccamente legato ed ornato, che costò circa cinquecento scudi.
Tali erano le cerimonie che, secondo gli usi e le costumanze di Roma, si compivano dagli ebrei nell'occasione della elezione dei papi. Se non che, anche in altre località avevano luogo funzioni analoghe. Troviamo nel dizionario del Moroni la minuta descrizione delle solennità, colle quali gli ebrei di Corfù festeggiarono la nomina di un nuovo arcivescovo. Quando nel 1780 Francesco Maria Fenzi fece il suo solenne ingresso in quella città, gli ebrei gli prepararono uno spettacolo veramente originale. Apriva la marcia un ebreo vestito all'italiana col bastone del comando,e lo seguivano altri tre, con lunghi bastoni, questi rappresentano i patriarchi; venivano quindi dodici giovanetti, vestiti all'italiana, i quali raffiguravano le dodici tribù, ed avevano tutti in mano un pomo d'argento, e quindi altri dieci giovani, con mantello sulle spalle, che rappresentavano i dieci rabbini savi, conservatori della legge mosaica ai tempi dei Cesari. Seguivano ancora altri undici giovanetti, che portavano mazzi di fiori, i fratelli di Giuseppe, accompagnati da quattro servitori, come se stessero per presentarsi al re Faraone; subito dopo otto uomini, portanti vasi e palme, gli otto conservatori del precetto della circoncisione; quindi ventiquattro ebrei, il doppio del numero delle tribù, con vassoi e vasellami d'argento, coi guanti alle mani che raffiguravano il fiore d'Israello. Seguivano ancora quattro ebrei, con voluminose parrucche e bastoni; un gruppo di quarantotto ebrei con berrettone di pelo, fra i quali sei cantori che cantavano salmi; indi una quindicina di giovanetti, che portavano sul petto l'urimed ilthummim; poscia un nuovo gruppo con frutti e palme, finalmente di nuovo altri cantori. Venivano dopo i quattro grandi sacerdoti Mosè, Aronne, David e Salomone, a cui tenevano dietro i leviti. Poscia i tre giovanetti della fornace ardente. Chiudeva lamarcia un gran rabbino decrepito, che pareva la quaresima ambulante; vestito tutto di bianco, e a fianco del quale stavano due altri vecchi, con in mano ciascuno un vassoio pieno di foglie di fiori. Il Pentateuco tutto adorno di campanelli, di frutti, di corone di argento, era posto sotto un baldacchino bianco, portato da quattro fra gli ebrei più ragguardevoli. Il libro della legge venne aperto in sei diversi punti della città, e ricoperto di foglie di fiori tolte dai bacili, e sempre colle più vive manifestazioni di gioia degli ebrei. Le foglie, che cadevano a terra, erano raccolte dalle donne ebree, che se le riponevano, quasi sacre reliquie, in seno. La processione era divisa in quattro sezioni, in memoria delle quattro schiavitù d'Egitto, di Babilonia, di Roma, e della presente. L'arcivescovo finalmente venne ricevuto da sedici ebrei, sopra un palco eretto in vicinanza del Duomo, e riccamente parato; egli portava la mitria, e teneva in mano il pastorale; un ebreo postosi il cappello in capo, e gettato via il mantello, pronunciò un breve discorso di complimento, cui monsignore fece cortese risposta.
Come appare chiaro, una simile processione, avente tutta l'impronta nazionale ebraica, poteva farsi bensì a Corfù,ma non avrebbe potuto mai aver luogo a Roma. In quest'ultima città, dove il culto cristiano sfoggia appunto in processioni pubbliche, una processione nazionale ebraica, avrebbe fatto conoscere con troppa evidenza al popolo che la pompa cattolica in gran parte non è di origine antica propriamente cristiana, ma piuttosto una specie di riproduzione delle antiche processioni degli ebrei. Non era però questa la vera ragione, per la quale gli ebrei in Roma non comparivano in forma cotanto solenne; sarebbe superfluo accennarlo. I monelli di Roma avrebbero preso a sassate una esposizione pubblica dei riti mosaici, e Dio sa di quanti lazzi, di quanti frizzi quella sarebbe stata oggetto. Inoltre si sarebbero guardati bene gli ebrei di fare sfoggio di oro e di argento, e quando comparivano davanti ai papi lo facevano coll'aspetto della miseria, timidi, tremanti, in apparenza propriamente servile.
Ma torniamo alle sorti degli ebrei sotto i successori di quel Paolo II che primo li fece correre nel carnevale. Ora oppressi, ora trattati con una certa indulgenza, come da Paolo III della famiglia Farnese, la loro sorte peggiorò sotto il pontificato di Paolo IV. Questo, fanatico napoletano, della famiglia dei Caraffa, introduttore della tortura e della censura a Roma, zelante inquisitore,appena salito sulla cattedra di S. Pietro, pubblicò, nel 1555, la bollaCum nimis absurdum, che regolava la condizione della corporazione israelitica di Roma. Revocò tutti i privilegi concessi antecedentemente agli ebrei; vietò ai loro medici di curare i cristiani, proibì loro di esercitare le arti, il commercio, le industrie, di possedere beni immobili; accrebbe loro i tributi e le imposte. Vietò loro perfino di assumere il titolo didoncol quale, secondo l'usanza di Spagna e di Portogallo, si onoravano gli ebrei più distinti. Allo scopo di separarli e di distinguerli totalmente dai cristiani, prescrisse non potessero uscire dal Ghetto se non col cappello e con un velo, entrambi di colore giallo, il cappello per gli uomini, il velo per le donne. «Imperocchè, dice la bolla, è cosa assolutamente assurda e sconveniente che gli ebrei i quali per propria colpa sono caduti in ischiavitù, abusando insolentemente della misericordia loro dimostrata dai cristiani, abbiano l'impudenza di abitare promiscuamente con questi, di non portare verun distintivo, di tenere i cristiani al loro servizio e perfino di acquistare case».
Finalmente Paolo IV stabilì il Ghetto, quartiere per l'abitazione obbligatoria degli ebrei. Fino ai suoi tempi avevano questi goduto, tuttochè non fosse loro espressamentegarentita, della libertà di abitare dove più loro piacesse in Roma. Come era naturale, raramente risiedevano nel centro della città, nè fra i cristiani che li odiavano, e si erano stabiliti per lo più nel Trastevere, e sulle sponde del fiume, fino al ponte di Adriano. Ora il papa assegnò loro un angusto e separato quartiere, come era stato fatto a Venezia, che comprendeva poche strette e malsane strade presso il Tevere, e che stendevasi dal ponte Quattro Capi fino alla Regola. Il quartiere era chiuso da mura con porte. Ebbe dapprima il nome divicus judaeorume più tardi quello diGhetto: questo deriva probabilmente dalla parola talmudicaghetche significa «separazione». Fu nel giorno 26 luglio 1556 che gli ebrei presero possesso del loro ghetto, piangendo e sospirando come i padri loro quando venivano tratti in schiavitù.
Paolo IV fu per gli ebrei di Roma il crudele Faraone che li espose a tutti i mali derivanti dalla mancanza di spazio, e da una località bassa e umida, per la vicinanza del fiume, il che dava origine ad un intero esercito di piaghe d'Egitto. Allorquando morto il cupo Caraffa nel 1559, il popolo romano, per sfogare contro di lui la sua rabbia, si sollevò, saccheggiando il palazzo dell'inquisizione e la Minerva, sededei domenicani, si videro gli ebrei, uomini per natura timidi, che non avevano preso mai parte alle rivoluzioni, neppure ai tempi di Cola di Rienzo, sbucare dal loro quartiere, per imprecare essi pure alla memoria del papa defunto. Un ebreo ebbe perfino l'ardire di mettere sulla statua di papa Paolo in Campidoglio il suo vergognoso cappello giallo; il popolo rise, atterrò la statua, la fece a pezzi e la testa del papa con la tiara fu fatta rotolare nel fango. È facile immaginarsi quale sorte fosse riserbata agli ebrei, dopo stabilito il nuovo tribunale dell'Inquisizione. Parecchi ebrei furono bruciati sulla piazza della Minerva, a Campo de' Fiori, dove solevano avere luogo gli Autos-da-fè. In quell'epoca venne bruciato anche Giordano Bruno.
Rinchiusi nel Ghetto, gli ebrei non ne erano punto proprietari, poichè le case appartenevano ai Romani, e vi avevano stanza pure famiglie distinte, come i Boccapaduli. Erano quelli proprietari; gli ebrei soltanto inquilini. Perchè potessero rimanere perpetuamente rinchiusi in quelle strade, era mestieri assicurare loro un modo durevole di starvi, poichè senza di questo gli ebrei si sarebbero trovati esposti a due pericoli: mancanza di tetto, qualora i proprietari non avessero voluto averli più per inquilini; impossibilità di pagare, o aggravioincompatibile, quando i proprietari avessero voluto aumentare le pigioni. Si promulgò pertanto una legge,[29]che ordinava dovessero i romani restare padroni delle case affittate agli ebrei, ma averne questi il possesso a titolo enfiteutico; non potessero i proprietari espellerli, sempre che avessero pagata regolarmente la pigione, nè si potesse aumentare questa; fosse lecito agli ebrei praticare nelle case quegli ampliamenti od innovazioni che ritenessero di loro convenienza. Il diritto derivante da quella legge ebbe il nome che porta tuttora dijus Gazagà. In forza di questo l'ebreo rimaneva proprietario assoluto del suo contratto di locazione, poteva lasciarlo in retaggio ai congiunti o ad altri, lo poteva alienare, e ancor oggi è ritenuta cosa vantaggiosa possedere perdiritto di Gazagàun contratto di locazione trasmissibile per eredità, ed è molto ricercata quella giovane ebrea, che può recare in dote al suo sposo un tale documento. In forza di questalegge benefica fu assicurato agli ebrei un tetto.
Pio V, Ghislieri, nel 1566, confermò la bolla di Paolo IV, promulgò ordini severi per impedire agli ebrei di vagare per la città e perchè venissero di notte rinchiusi nel Ghetto. All'Ave Maria le porte di questo venivano irremissibilmente chiuse, e gli ebrei còlti fuori andavano soggetti a punizione, sempre quando non riuscissero con danaro a corrompere i guardiani. Nel 1569 lo stesso papa proibì agli ebrei di abitare altre città degli Stati della Chiesa, eccetto Roma ed Ancona, poichè prima erano stati tollerati pure a Benevento e in Avignone.
Questo editto era stato promulgato appena, che Sisto V lo revocò, facendo brillare tra le miserie del Ghetto un raggio di umanità. Questo grande papa, rinnovatore di Roma, dove pressochè ogni strada, ogni edificio ricorda il suo nome, sentì compassione del popolo d'Israele; pubblicò nel 1586 la bollaChristiana pietas, infelicem Hebraeorum statum commiserans, con la quale rese gli antichi privilegi agli ebrei. Permise loro di abitare nello Stato romano, cioè in tutti i luoghi murati, città e castella dell'agro romano. Loro concesse facoltà di esercitare qualunque commercio o negozio, ad eccezione di quelli del vino, grano ecarne; permise loro di trafficare liberamente con i cristiani, di valersi parimenti dell'opera di questi, vietando loro unicamente di tenere al servizio persone cristiane. Si prese pensiero di migliorare le loro abitazioni; lasciò ad essi facoltà di aprire scuole o sinagoghe quante volessero; parimenti permise loro di fondare biblioteche ebraiche; prescrisse non si potessero chiamare gli ebrei in giudizio nei giorni delle loro feste; abolì l'obbligo di portare il segno di Giuda; vietò che si battezzassero a forza i bambini degli ebrei; e che si aggravassero di tasse straordinarie gli ebrei in viaggio; diminuì le imposte loro assegnate, riducendole ad un modico testatico, e al pagamento di una somma fissa per l'acquisto dei palii del carnevale. Diede per tal guisa Sisto V l'esempio al mondo di un papa propriamente cristiano, la cui memoria sarà benedetta in ogni tempo; e tornerà sempre a lode del suo nome, quanto, per impulso d'animo generoso, operò a vantaggio degli ebrei.
Finalmente questa volta nella lotteria era toccato un buon numero agli ebrei, ma appunto, perchè era una lotteria, poteva tutto ad un tratto venirne fuori uno cattivo. Infatti pochi anni dopo la morte di Sisto V, Clemente VIII, Aldobrandini, revocò tutte queste liberali disposizioni e rinnovò l'edittoCaraffa, ripiombando gli ebrei nella desolazione.
Nè solo rimasero in questa misera condizione per tutto il secolo XVII, ma la loro miseria nel secolo XVIII aumentò per gli editti di Clemente XI e di Innocenzo XIII. Questi vietò agli ebrei qualunque commercio, ad eccezione della vendita dei cenci, panni usati e ferri vecchi, o come dicevasi volgarmentestracci-ferracci, e soltanto Benedetto XIV nel 1740 permise loro di aggiungervi la vendita di panni nuovi, alla quale attendono tuttora assiduamente e con profitto. Si videro pertanto fino da quel tempo gli ebrei aggirarsi per le case con le loro vecchie mercanzie e si è udito fin da allora per le strade risuonare il grido «aeo!» col quale annunciavano il loro meschino commercio.
Ancor oggi si sente spesso in tutte le strade di Roma il malinconico grido del povero ebreo, che con un sacco sulle spalle lancia il suo «Ròbbi vè!»
Il secolo XVII, nel quale i Medici accordarono tante agevolazioni agli ebrei in Toscana, fu forse l'epoca più infelice per il Ghetto di Roma. Trovo in un libro romano del 1677 (Stato vero degli ebrei in Roma; Stamperia del Varese) la notizia che a quell'epoca il numero degli ebrei era di 4500, fra i quali si contavano 200 famiglieagiate. L'autore dice che nel secoloXVIil Ghetto pagava 4861 scudi annui di tributi, e che nel secolo XVII non ne pagava più che 3207. Sebbene quello scrittore sia grandemente ostile agli ebrei, non avrei argomento per tacciarlo di non esser veritiero. L'autore asserisce che ad onta delle incessanti lagnanze che gli ebrei andavano movendo di continuo, il Ghetto era ricco; e che, pagati tutti i tributi, risparmiava ogni quinquennio 19,470 scudi, e che possedeva un capitale di un milione di scudi. Non c'è dubbio che vi erano in quell'epoca ebrei ricchi a Roma, e che in mezzo ai manutengoli dei ladri, e ai negromanti del Ghetto, v'erano degli usurai che accumulavano interessi sopra interessi. Nessun papa riuscì mai a impedire questa piaga dell'usura nel Ghetto; i nobili indebitati proteggevano gli ebrei, e mentre il Ghetto era oggetto di disprezzo generale, il patrizio romano, il cardinale e talora il papa, accoglievano con complimenti nel loro palazzo, l'usuraio dal giallo berrettone. L'autore di quello scritto dice che gli ebrei avevano estorto coll'usura ai cristiani 235,000 scudi, e che non passava sera, in cui non entrassero per le porte del Ghetto nelle case degli ebrei almeno 800 scudi usciti dalle tasche dei cristiani. Quel popolo astuto sapeva far danari con qualsiasi mezzo; e l'usura degli ebrei davaalimento all'odio dei cristiani per essi. Giovanni di Capistrano aveva una volta fatto offerta di una flotta ad Eugenio IV per trasportare gli ebrei di Roma di là dal mare. «Ora che egli è morto, dice il nostro autore, sarebbe a desiderare potesse mandare dal cielo una flotta a papa Clemente IX per purgare Roma di tutti quei ribaldi». I Rothschild del Ghetto romano in quell'epoca esigevano d'ordinario il diciotto per cento. Oggi ancora il danaro degli ebrei fa le loro vendette sui cristiani; ancor oggi nel Ghetto s'impresta ad usura. Tutti colà si agitano, si muovono per guadagnare, per fare danaro, e come potrebbe essere altrimenti? Un giorno che passavo in una strada del Ghetto, una povera donna che cuciva dei cenci, mi chiamò dicendomi: «Signore, che cosa comandate?» Volendo provare la sua presenza di spirito, risposi subito: «cinque milioni!» E la donna di rimando: «Sta bene! quattro per me, e uno per voi!»
NelXVIIIsecolo si esigeva con rigore che gli ebrei assistessero in certi giorni determinati ad una predica, destinata a convertirli. Già Gregorio XIII nel 1572 aveva prescritto dovessero ascoltare la predica una volta per settimana. Un ebreo, convertito, come ben si può immaginare, era stato il promotore di questa usanza, certoAndrea, che con tutto il servilismo di un convertito, aveva insistito vivamente presso papa Gregorio per la promulgazione di quell'editto. Si vedevano pertanto al sabato comparire nel Ghetto gli sbirri che spingevano a furia di frustate in chiesa gli ebrei, uomini, donne e fanciulli, al di sopra dei dodici anni. Dovevano assistere alla predica, per lo meno cento uomini e cinquanta donne, e più tardi il numero fu portato a trecento. Alla porta della chiesa una guardia contava questi uditori forzati, e nell'interno della chiesa stessa la polizia li sorvegliava, e se un qualche ebreo sembrava distratto, o sonnecchiava, era destato da un colpo di frusta. La predica era fatta da un frate domenicano, dopo che si era tolto dall'altare il Santissimo Sacramento; e il sermone versava sul testo dell'Antico Testamento che gli ebrei avevano in quello stesso giorno udito leggere e spiegare nella loro sinagoga, e che veniva commentato nel senso del dogma cattolico, allo scopo di far conoscere agli ebrei la verità cristiana. Queste prediche da principio venivano fatte in S. Benedetto alla Regola, ma più tardi ebbero luogo in quella chiesa di S. Angelo in Pescheria, dove Cola di Rienzo aveva tenuto i suoi primi discorsi infuocati ai Romani.
Queste prediche vennero ridotte a poco apoco a cinque sole per anno, e stavano per andare addirittura in disuso, allorquando Leone XII, il gretto Genga (1823-1829), volle rinnovarne l'obbligo. Oggi però, anche questa barbarie è scomparsa; venne tolta di mezzo, a quanto mi si disse, nel primo anno dal pontificato liberale di Pio IX.[30]
L'ebreo convertito, acquistava come di diritto la cittadinanza romana, con tutti i vantaggi che sono a questa inerenti. Non era raro che ebrei appartenenti al Ghetto si facessero battezzare, e questi, come suole avvenire di tutti coloro che abbracciano una nuova religione, erano i più fanatici nel volere ottenere conversioni che non quelli stessi che li avevano convertiti. Si possono leggere ancor oggi sul frontone di una chiesa che sorge rimpetto al Ghetto, presso il ponte Quattro Capi e dove sta dipinta una crocifissione, scritte in ebraico ed in latino le parole del secondo versetto del capitolo sessantesimo quinto d'Isaia: «Io stendo tutto il giorno le mie mani verso un popolo disobbediente, il quale batte una via che non è la retta». E questa esortazione fu fatta incidere da un ebreo convertito.
Secondo l'uso del medio evo, gli ebreiche si battezzavano in Roma, assumevano il nome dei loro padrini; e siccome per lo più si ricercavano questi fra le famiglie più distinte della città, ne avveniva che gli ebrei in certo qual modo si infiltrassero nel patriziato romano più antico. Vi furono dei Colonna, dei Massimi, degli Orsini, ebrei ed anzi, si pretende ora a Roma che parecchie famiglie patrizie, le quali vanno superbe del loro titolo principesco, dopo essersi spente, siano state continuate dagli ebrei di Trastevere.
Anche al giorno d'oggi, in cui sono scomparsi gli antichi maltrattamenti contro gli ebrei, si osservano per il battesimo solenne di uno di questi, o di un turco, le solennità che furono anticamente in uso. Hanno luogo ogni anno, nel sabato santo, nel battistero di S. Giovanni in Laterano, e siccome questa cerimonia sembra sia considerata come obbligatoria e deve aver luogo ad ogni costo, quando manca un catecumeno da battezzare, fa venire un turco od un ebreo da fuori. E' perfino accaduto che giudei o turchi si sian fatti battezzare più volte per lucro. Nel 1853 assistei al battesimo di un'ebrea. Essa stava presso la fonte battesimale avvolta in bianchi veli, con un cero acceso in mano, simbolo della luce che l'aveva rischiarata, e dopo essere stata unta sulla fronte e sullanuca degli olii santi, ricevette il battesimo in quella vasca di Costantino, dove Cola da Rienzo si era tuffato un giorno nell'acqua di rose; e quindi fu ricondotta processionalmente al Laterano. Il cardinale che l'aveva battezzata, la cresimò davanti all'altare, quindi espresse al popolo la sua gioia per il grande miracolo compiutosi sotto i suoi occhi, in forza del quale, una creatura umana, in preda poco prima ai demoni e condannata all'inferno, tutto ad un tratto si era rivestita della innocenza di un bambino, ed immersa nella pura luce celeste.
Anticamente si parlava con maggiore energia; infatti il gesuita Stefano Menochio, nel suo libroStuore, stampato in Venezia nel 1662; asserisce che gli ebrei puzzavano nella stessa carne, e che quel cattivo odore spariva immediatamente in seguito al battesimo. Narra, con tutta ingenuità, che perfino l'imperatore Marco Aurelio si lagnò del cattivo odore degli ebrei, e che questo fatto è incontestabile, e che appunto gli Agareni si fecero battezzare per non puzzare come cani.
Leone XII, accordò agli ebrei il diritto di acquistare case, purchè ne possedessero di già l'Jus Gazagà. Ampliò pure la periferia del Ghetto, includendovi la via Reginella ed una parte della pescheria, in guisache venne ad avere otto porte, che erano chiuse e guardate la notte. Durante la dominazione francese in Roma, fu tolto il sequestro degli ebrei nel Ghetto, essi ebbero facoltà di stabilirsi in qualsiasi parte della città e di esercitarvi ogni commercio. Ma Pio VII, nel 1814[31]chiuse di nuovo il Ghetto, e le cose tornarono come prima fino al papa oggi regnante.
Torna ad onore di Pio IX l'avere atterrato le mura del Ghetto, la qual cosa avvenne, come mi accertarono gli ebrei stessi, prima della rivoluzione di Roma; in guisa che il merito di questa disposizione si deve attribuire per intiero al pontefice, e non fu una concessione fatta allo spirito dei tempi. Caddero le mura e le porte del Ghetto, ed in seguito, in conseguenza delle nuove idee, fu data facoltà agli ebrei di abitare dove meglio loro piacesse in Roma, e di esercitare liberamente ogni mestiere e negozio. Il Ghetto pertanto, ha cessato di esistere quale prigione; ma dura tuttora quale quartiere, il più malinconico di Roma, ed è raro che un ebreo si prevalga del diritto che gli spetta di abitare altrove, poichè l'antico e radicato pregiudizio gli rende malagevole, se non addirittura impossibile,quanto gli è dalla legge permesso.
Un giorno, era di sabato, stavo presso la fontana di piazza Navona, quando parecchie ebree vestite a festa vennero, e si fermarono a contemplare le sculture della fontana. Una romana le guardò con disprezzo e rivolgendosi a me disse: «Guardate, guardate, ora sono nè più nè meno di noi cristiani».
Le riforme politiche del 1847 posero fine pertanto a quella schiavitù degli ebrei di Roma, che aveva durato tanti secoli; speriamo almeno che la potenza della pubblica opinione saprà dimostrarsi superiore ai pregiudizi qualora mai potesse risorgere, e che le scarse libertà ora concesse agli ebrei di Roma, si estenderanno tanto da permettere loro di prendere parte a tutti i vantaggi della coltura e della civiltà. La prospettiva è tuttora lontana, ma finalmente vi ci siamo avvicinati. La popolazione del Ghetto sale attualmente a circa 3800 persone, numero enorme se si confronta al ristretto spazio del Ghetto stesso, che non equivale in estensione alla quinta parte di parecchie piccole città di tremila abitanti. Tutta «l'università degli ebrei» è sottoposta alla Congregazione superiore della Inquisizione, e il loro tribunale è quello del Cardinale Vicario. Nellematerie di semplice polizia è competente il presidente della regione di S. Angelo a Campitelli. L'Università Israelitica poi ha il diritto di regolare la sua amministrazione interna, per mezzo di tre così dettifattori del Ghetto, che durano in carica sei mesi. Questi sorvegliano l'ordine delle strade, provvedono al reparto delle imposte, tassando ognuno secondo le proprie facoltà; e provvedono all'assistenza degli ammalati, e dei poveri. Il Ghetto paga in complesso allo Stato, ed a parecchie corporazioni religiose, circa tredicimila franchi annui.
Abbiamo finito la storia degli ebrei di Roma. Ora vogliamo dare un'idea del Ghetto nel suo stato attuale.[32]
Allorquando lo visitai per la prima volta,il Tevere era straripato, e le sue acque gialle scorrevano per la strada più bassa chiamataFiumara, le case della quale hanno in parte le loro fondamenta nell'acqua. Le acque erano salite fino al portico di Ottavia, e coprivano i piani inferiori delle case circostanti. Qual malinconico spettacolo presentava il povero quartiere degli ebrei, inondato dalle acque torbide del Tevere! Ogni anno il popolo d'Israello va soggetto a questo diluvio; il Ghetto galleggia sulle acque, nè più nè meno che l'arca di Noè con i suoi uomini e i suoi animali. Ed il male diventa maggiore allorquando il mare grosso, per il vento di ponente, contrasta lo sbocco alle acque del fiume ingrossato dalle pioggie; allora chi abita in basso si rifugia nei piani superiori. Mi si fece osservare il segno dell'altezza raggiunta dalle acque del fiume nell'inondazione del 1846; allora le acque invasero per intiero tutti i piani inferiori. Nello scorso autunno e nella primavera di quest'anno l'inondazione fu di corta durata, abbastanza sensibile però, perchè io potessi formarmi un'idea precisa dei gravi mali che porta seco. Tuttavia si dice che la mortalità nel Ghetto non sia maggiore che in altri quartieri della città; non fu forte nemmeno durante il colera del 1837. La mortalità, se si giudica dal numerodelle lapidi mortuarie degli ebrei, sembra molto ristretta. Queste lapidi bianche con le loro iscrizioni stanno, miseri monumenti di reietti, in una località classica di Roma, in un angolo del Circo Massimo, fra le erbe selvatiche e la cicuta. E là nella più antica arena di Roma, costrutta fin dai tempi di Tarquinio Prisco, che si trova oggi il cimitero israelitico, denominato volgarmenteOrto degli ebrei.[33]Strano giuoco del destino!
Vi è come una relazione segreta possente e simbolica tra la fisonomia dei luoghi e quella degli uomini e delle cose. Ho avuto troppe volte occasione di far questa osservazione, per non doverla ricordare qui. Ed anche l'aspetto dei dintorni di questo Ghetto di Roma mi parve tale da ispirare una profonda malinconia. Non parlo soltanto di quel portico di Ottavia occupato ora dagli ebrei, che sorge cadente in rovina, aprendo i neri suoi archi sulla vicina pescheria, fetido ed oscuro mercato, dove i pesci stanno in mostra sopra banchi di pietra. Se leggiamo poi il nome della piazza più vicina alla Sinagoga troveremo che porta quello diPiazza delPianto, dalla chiesa di S. Maria detta del Pianto, e se mai vi fu nome che si attagliasse al popolo di Geremia, si è questo; poichè non vi fu certamente popolo che abbia versato tante lacrime, quanto quello degli ebrei di Roma. Sulla piazza del Pianto un antico palazzo sorge fra due chiese. Sopra una di queste si legge la dedica alla Vergine Maria del Pianto, sull'altra il nome di chi la fece costruire e cioè Francesco Cenci. Questo nome fa venire i brividi ricordando la terribile tragedia di Beatrice Cenci, figliuola infelice di Francesco. Il palazzo della famiglia Cenci si trova proprio di fronte alla Sinagoga, e nei giorni di festa vi si possono sentire i canti lamentevoli.
V'è di più. In questo palazzo oggi abita il pittore Overbeck. Non mi fu possibile trattenere un sorriso per la strana coincidenza, quando entrai nello studio, dove le anime pie entrano come in un santuario, e dove un uomo pallido con lunghi capelli, amabile e dolce, pronuncia a voce bassissima, appena intelligibile, poche parole, per dare spiegazioni intorno alle imagini sante che stanno sui cavalletti. Ed anche queste sono tranquille e quasi atone; un S. Giuseppe morto tra le braccia del Salvatore; una Madonna addolorata, che ha l'aspetto di un'ombra;un Cristo che sfugge ai suoi persecutori scomparendo tra le nuvole; teste di angeli, colle ali e senza corpo; figure ed arte senza vita, discorsi senza parole, imagini senza colorito; sulle mura la Madonna addolorata; la passione di Cristo; fuori la storia tragica della Cenci; là il Ghetto inondato, qui S. Maria del Pianto, e nel mezzo il beato Angelico della pittura moderna.
Prima del 1847 un alto muro divideva la piazza dei Cenci da quella detta Giudia, che ha pure nome diPiazza delle Scuole. Aprivasi su questa la porta principale del Ghetto; mura e porta sono state demolite, ed i materiali giacciono tuttora in parte al suolo.
Entriamo ora in una delle strade del Ghetto stesso; colà troveremo Israello intento ad un incessante lavoro. Le donne ebree stanno sedute sulla porta delle loro abitazioni, o nella strada stessa, poichè le loro stanze basse ed oscure mancano di luce, ed ivi stanno assiduamente occupate nello scernere cenci, nel cucire o fare rammendi. E' incredibile il caos, e la quantità di stracci e di cenci che si trovano colà. Si direbbe che gli ebrei vi abbiano radunato quelli del mondo intero. Stanno ammucchiati davanti alle porte, di ogni foggia, di ogni colore, antiche stoffe ricamate, broccati, velluti, cenci di colorerosso, turchino, arancio, bianco, nero, tutti vecchi, laceri, consunti, in mille e mille pezzi. Io non ne ho veduti mai di simili, nè in tanta quantità. Gli ebrei potrebbero rivestirne tutto il creato, e mascherare tutti gli abitanti di Roma da arlecchini. Gli ebrei si immergono in quel mare di cenci, quasi vi volessero cercare i tesori, o almeno un pezzetto smarrito di broccato in oro; essi infatti sono ricercatori appassionati di antichità, nè più nè meno di quegli altri che scavano e smuovono macerie e rottami, colla speranza di scoprire un pezzo del fusto di una colonna, un frammento di scultura, una moneta o qualche altra reliquia del passato. Quei Winckelmann del Ghetto pongono tanto orgoglio nell'esporre i loro cenci, quanto i mercanti di antichità nell'offrire dei marmi. Questi magnifica il pregio di un pezzo di giallo antico, l'ebreo quello di un pezzo di seta gialla; quegli vi vanta il porfido, il verde antico; l'ebreo uno straccio di damasco di colore verde o di velluto. Non v'è nè pietra dura, nè alabastro, nè marmo bianco o nero, nè breccia cui l'antiquario del Ghetto non abbia la sua merce da contrapporre. Vi si può trovare un saggio di ogni moda, dai tempi di Erode il grande, fino a quelli dell'inventore delpaletote tutte le vicende subite dalle fogge di vestiredel mondo civile sono abbandonate alle ipotesi della critica, e chi sa non si possano rinvenire reliquie storiche di Romolo, di Scipione l'Africano, di Annibale, di Cornelia, di Augusto, di Carlomagno, di Pericle, di Cleopatra, di Barbarossa, di Gregorio VII o di Cristoforo Colombo, e chi sa di quanti altri ancora?
Le figlie di Sion seggono ora sopra tutti que' cenci; cuciono, rammendano tutto quanto si può ancora rammendare. Sono somme nell'arte del cucire, del ricamare, del rappezzare, del rammendare; non c'è alcuno strappo, in una drapperia, in una stoffa, per quanto grande esso sia, che queste Aracni non riescano a fare scomparire, senza che più ne rimanga traccia.[34]Tutto questo commercio si pratica per lo più nella strada inferiore, vicina al Tevere, denominata Fiumara, ed in quelle laterali, di cui una porta il nome delle Azzimelle, dal pane senza lievito. Ho spesso guardato con stringimento di cuore quelle povere creature pallide, deboli, curve sui loro aghi, perpetuamente in moto, uomini, donne, fanciulli e ragazzi. La miseria traspare da quelle capigliature incolte, da
quei visi di color bruno gialliccio, che non ricordano in alcun modo la bellezza di Rachele, di Miriam o di Lia. Solo di quando in quando ti sorprende il lampo dello sguardo di un occhio nerissimo e profondo che si solleva dall'ago e dal cencio, quasi a dire: «Ogni ornamento è scomparso dalle figliuole di Sion. Quella che era principessa fra i pagani, che portò la corona nella sua patria, è ora condannata a servire e piange tutta la notte per modo che le lagrime le rigano le gote; non v'è chi si muova a pietà di essa; tutti la disprezzano, e sono diventati suoi nemici. Il popolo di Giuda è nel servaggio, condannato alla miseria, ai più duri servigi; abita fra gl'infedeli, tutti lo maltrattano, non ha nè quiete nè riposo. La collera di Dio si è tremendamente aggravata sopra la figlia di Sion!»
Non è però oggetto di queste pagine descrivere le miserie del Ghetto, del resto miserie eguali, se non maggiori si trovano in tutte le grandi città del mondo, anche fra le nazioni più civili. Nè si deve credere che per quanto riguarda le strade e le abitazioni, il Ghetto di Roma sia di effetto più ripugnante dei quartieri più poveri di Parigi, Londra o Berlino. Aggiungo volentieri che a Roma gli ebrei sono caritatevolissimi gli uni verso gli altri; chel'agiato soccorre largamente il povero; che lo spirito di famiglia, dote caratteristica e costante del popolo d'Israello, vi si mantiene più vivo che forse in qualunque altra comunità di ebrei, e come parimenti sia un fatto, che questi uomini sobri e laboriosi sono raramente processati per delitti. Ciò che colpisce maggiormente chi si aggira nel Ghetto, è l'angustia, la sporcizia di quel laberinto di strade, di vicoli fiancheggiati tutti da case altissime. I poveri ebrei sono quasi come sovrapposti e ammucchiati in un colombario e tanta angustia di abitazione fa più impressione che altrove in Roma, città che siede in una vasta pianura, caratteristica propriamente per gli ampî spazî vuoti, per le dimensioni in ogni cosa grandiose della sua architettura, per i suoi palazzi colossali e pei suoi conventi in gran parte deserti.
Sono meno infelici quegli ebrei che abitano la parte superiore del Ghetto, e particolarmente la via Rua. Questa strada, più ampia delle altre, con case abitabili, si potrebbe in certo modo considerare come il Corso del Ghetto, perchè anche sotto una stessa legge, anche nella servitù l'uomo fa valere i diritti della disuguaglianza. Nella via Rua abitano gli ebrei che hanno in tasca il migliore titolo diGazagà; taluni vi posseggono case, e sono addiritturaagiati. Qui stanno le più belle botteghe dei negozianti in pannine a principiare dalle più ruvide e grossolane fino alle stoffe più preziose. Gli ebrei che riescono a diventar ricchi, si portano volontieri, a quanto mi si assicurò, ad abitare in Toscana.[35]È poi cosa singolare che sulle insegne nel Ghetto si leggano pochi nomi prettamente ebraici. Gl'israeliti di Roma hanno preso in gran parte nomi di città italiane, come Asdrubale Volterra, Samuele Fiano, Pontecorvo, Gonzaga. Parlano pure in generale l'italiano,[36]e non mi è mai accaduto disentirli conversare fra loro in lingua ebraica; anche nel modo di vestire non si distinguono dal resto della popolazione e neppure alle loro feste mi venne fatto di notare costumi orientali.
La parola di festa, accoppiata a quella del Ghetto, suona quasi ironia, se si pon mente alla storia ed alla condizione attuale degli ebrei; per questa stessa ragione però un tale spettacolo non può a meno di riuscire attraente anche in questa Roma, dove le feste sono così numerose. Nei giorni in cui le strade di Roma sono animate da tutte queste feste, in cui tutti godono, ammirano,in cui il denaro circola largamente, mentre tutte le strade, tutte le piazze sono adorne di arazzi, di fiori, mentre da ogni casa i lumi splendono, e le carrozze succedono alle carrozze, i pedoni ai pedoni, il popolo d'Israello seduto innanzi la sua porta nel suo Ghetto, riman tetro e solitario, continua ad affaticarsi nel suo lavoro, col sudore della sua fronte, senza toglier gli occhi dai mucchi dei suoi cenci.
Ma arrivano anche le sue feste. Allora il povero rigattiere lascia in disparte i suoi stracci, indossa i suoi abiti migliori e raddrizza la sua incurvata persona. Ed in ciò credo debba consistere la poesia delle feste, da cui sprigiona il loro più vero significato, esse non compiono appieno la loro vera missione se non quando strappano l'uomo dal lavoro quotidiano, sciogliendolo in certo modo dai vincoli della servitù, trasformandolo in un altro uomo ideale, non più soggetto alla miseria, alla preoccupazione continua dei mezzi di campare la vita. Questo popolo singolare, quando si raduna nei giorni delle sue feste, dovunque si sia, in qualsiasi parte più remota o più inospitale del mondo, si considera quale l'antico popolo d'Israello, quale il discendente diretto di Abramo e d'Isacco, il fiore dell'uman genere, che Iddio di sua propria mano volle porre sulla terra. Ho assistito nel Ghettoalla festa di Pasqua; seppi per caso che era prossima, passeggiando pel Ghetto, e scorgendo davanti a tutte le porte i rami di cucina rilucenti di pulizia, e tutte le fonti occupate da gente che lavava, puliva arredi e masserizie domestiche. Mi si disse che ciò si faceva a motivo della festa di Pasqua, che era imminente.