Dopo le grandi solennità cristiane della settimana santa e della Pasqua, in S. Pietro e nella Cappella Sistina, che in presenza di tanti capolavori dell'arte si possono ritenere per le funzioni più imponenti del culto cristiano, riesce attraente lo assistere in quello angusto ed oscuro quartiere del Ghetto, ad una festa di Pasqua, e di rinvenire le antiche basi, appena mutate, del culto cattolico di Roma. Sono propriamente quelle le radici di questo culto, e quanto più l'albero crebbe e si è sviluppato ed esteso con magnificenza, tanto più le radici si sono sepolte nella notte.
La sinagoga romana comprende cinque scuole in uno stesso fabbricato, la scuola del Tempio, la Catalana, la Castigliana, la Siciliana, e la Scuola nuova. Il Ghetto di Roma trovasi dunque diviso in cinque sezioni, ognuna delle quali rappresenta le nazionalità diverse degli ebrei di Roma, i cui padri o risi devano fin dall'antichità a Roma, o son venuti dalla Spagna odalla Sicilia. Mi si disse che la scuola del Tempio sola discenda direttamente da quelli portati a Roma da Tito. Ogni sinagoga ha la sua scuola, nella quale i ragazzi imparano soltanto a leggere, scrivere e contare; non vi si insegnano però le scienze; ciascuna ha il suo santo dei santi, dove si conserva il Pentateuco.
All'esterno la sinagoga si distingue non solo per le sue iscrizioni, ma anche per la sua architettura. Gli ebrei hanno ornato il loro tempio quasi di nascosto e di notte tempo. Pare abbiano tolto qua e là, tra la prodigiosa quantità di marmi, di cui abbonda la città eterna, un paio di tronchi di colonne, di capitelli, ed alcuni frammenti di marmo per adornare il loro tempio. Nel mezzo alcune colonne corintie sorreggono un frontone; nel fregio sono raffigurati in istucco il candelabro a sette braccia, un'arpa ed una cetra.
Un rabbino mi aveva invitato ad andare la sera nella sinagoga, dove, mi aveva detto, si sarebbero cantati i vespri, assicurandomi che avrei potuto sentire un oratorio ben eseguito. Venuta la sera, gli ebrei si accalcavano alla porta della sinagoga. Vidi tra la folla parecchi romani, fra i quali alcuni sacerdoti. Ci fecero aspettare forse una buona mezz'ora, e non mi dispiacque l'attesa, ed il veder aspettaregli altri, poichè questo era un segno di giustificata indipendenza, dato almeno una volta da una razza oppressa e disprezzata. Finalmente le porte si aprirono, e salito per una stretta scala, arrivai nell'interno del tempio.
Avevo veduto la sinagoga di Livorno forse la più ricca del mondo, ma mi era sembrata assai meno degna di osservazione di questa del Ghetto romano. L'edificio di Livorno è ampio e sobrio; le sale del tempio di Roma sono piccole, pittoresche, bizzarramente decorate e di aspetto esotico. Nella occasione della festa di Pasqua le mura erano state ricoperte di tappeti di stoffa rossa ricamata in oro, sui quali si leggevano dei versetti dell'Antico Testamento. Nello stesso modo per le feste cattoliche si ornano le chiese in Roma con tappeti e stoffe dorate; è un uso orientale, preso in prestito dal tempio di Salomone. La gran sala della sinagoga aveva un aspetto imponente e maestoso. Il soffitto è a cassettoni come quello delle basiliche romane, ma essi sono soltanto delle imitazioni dipinte. Intorno al fregio si trovano bassi rilievi di stucco, che rappresentano i varî oggetti riferentisi al culto israelitico. Vi si scorgono il tempio di Salomone, rappresentato con tutte le sue porte, le sue sale e i suoi altari, il Mar Rosso, l'arca santa,coi cherubini, gli abiti e la tiara sacerdotali, da cui traggono origine i costumi primitivi dei vescovi e dei papi; vasi, piatti, pale, cucchiai, bacili, padelle e sedili, finalmente tutti gli strumenti musicali, timballi, tamburi, arpe, cetre, flauti, le trombe del giubileo, cornamuse, cembali, finanche il sistro d'Iside egiziaca, che si osserva così di frequente nelle statue del Vaticano. L'immaginazione degli ebrei, come si vede, volle circondarsi qui di tutti i ricordi del tempio di Gerusalemme.
Nella parete a settentrione si apre una finestra di forma circolare, divisa in dodici campi distinti per varietà di colori, simboleggianti le dodici tribù d'Israello; e la forma riproduce quella dell'UrimeThummim, ornamento formato da pietre preziose, che d'ordinario soleva portare sul petto il gran sacerdote. A ponente sta il coro, di forma semicircolare, con una tribuna in legno per il primo cantore e per i cantori. Stanno su questa il candelabro d'argento e altri vasi pure d'argento, di figura strana, che servono a ornare il Pentateuco. Di fronte, nella parete a levante trovasi il Santo dei Santi, un tempietto a colonne corinzie con bastoni sporgenti, che ricordano quelli usati per portare l'Arca dell'alleanza. Il tutto è ricoperto da una tenda ricamata; in cima ad ogni cosa campeggia il candelabroa sette braccia. Il Pentateuco, rotolo voluminoso in pergamena, sta rinchiuso nel Santo dei Santi. Lo si porta in giro processionalmente per la sala, e dal pulpito lo si presenta ai quattro punti cardinali, mentre gli ebrei alzano tutti le braccia, e prorompono in grida. Questo è in certo modo l'equivalente dell'elevazione per gli israeliti. E' il Dio più possente della terra, che ancor oggi signoreggia il mondo, non col Verbo ma con la Lettera, non coll'amore ma con la Legge. Il giudaismo è la più positiva fra tutte le religioni, e per questo motivo dura oggidì tuttora. Di fronte alle forme infinitamente varie, riccamente fantastiche della chiesa cattolica, che ha introdotto nel mondo una nuova mitologia, si rimane colpiti del carattere così differente di questo culto di Jehovah, rigido, senza imagini, senza fantasia ammirabile nella sua assoluta semplicità.
Gli ebrei seggono nel loro tempio, davanti al loro Dio col capo coperto dal cappello o da una berretta, quasi fossero pari d'Inghilterra, o si trovassero alla borsa. Regna la più perfetta disinvoltura nel canto e nella preghiera; ognuno canta quando vuole, o chiacchiera col suo vicino. Il primo cantore sta davanti al coro. Mi fece senso la fretta, colla quale si cantavano, o megliosi mormoravano tutte le preghiere. Le donne stanno in una galleria superiore, protette da una graticciata e sono invisibili.
In un'altra sala si cantavano i vespri. Anche questa era addobbata, e scintillante di lampade. Il soffitto di essa non era piatto come quello dell'altra, ma bensì a piani sovrapposti e terminava in una cupola di forma bizzarra. I cantori sedevano nel coro, dietro al rabbino o primo cantore. Questi era vestito di un lungo abito nero, e portava in capo una berretta sacerdotale nera, molto alta, dalla quale scendevano ai due lati i lembi di un velo bianco. La semplicità di questo costume mi stupì e mi fece pensare all'antico costume sacerdotale degl'israeliti, la cui magnificenza rifulge ancora nel costume attuale del papa. Ogni qualvolta il gran sacerdote nel tempio di Gerusalemme si accostava al tabernacolo, vestiva una tunica bianca di lino, con una sopravveste a frange, di colore turchino. Campanelli di oro e palline di granate stavano appese alle frange. La tunica era fermata da una fascia a cinque striscie, di oro, porpora, giacinto, scarlatto e bisso. Gli ricopriva le spalle una specie di manto degli stessi colori, riccamente ornato d'oro, fissato sul petto da fibbie d'oro, a foggia di scudo, ornate di sardoniche,sul petto portano l'Urime ilThummimformato di dodici pietre preziose. Aveva in capo la tiara di bisso intessuto di giacinto, attorno alla quale correva una fascia d'oro, su cui stava scritto «Jehovah». In tal guisa è descritto da Giuseppe il costume del gran sacerdote, e si capisce che il suo aspetto dovesse essere imponente.
I cantori eseguirono assai bene il vespro, mentre il rabbino pronunciava di tanto in tanto qualche preghiera coprendosi il volto con il velo, per palesare la sua afflizione. I canti erano armoniosi, però non di stile antico, e piuttosto nel gusto di un oratorio moderno. Vi erano belle voci di giovanetti, bassi stupendi, talchè anche in questo vespro del Ghetto si poteva riconoscere l'influenza di Roma. Anche il popolo d'Israele può menar vanto del suomiserere. Quella povera gente andava superba, ed era felice di saper fare essa pure una produzione artistica nel suo povero quartiere sperduto. Le lodi che loro si manifestavano erano accolte con vero compiacimento. Avendo espresso il mio elogio sentii il mio vicino, un giovinetto ebreo, ripetere con premura ai più lontani l'elogio. «Che cosa ha detto?» «Bene, bene, stupendamente eseguito. Avete proprio una cappella Sistina».
Ma è tempo di finire. Valessero se non altro queste pagine ad invogliare qualcunoa scrivere la storia completa degli ebrei di Roma. Sarebbe argomento assai più interessante e meritevole di studio, che non le sterili dissertazioni sopra punti insignificanti di archeologia. Uno studio sul Ghetto romano potrebbe servire moltissimo a chiarire lo sviluppo successivo del cristianesimo in Roma, e varrebbe non poco a completare nel modo più utile la nostra conoscenza della storia della civiltà.[37]
L'autore di questo scritto non ebbe per iscopo di trattare soltanto la questione civile degli ebrei di Roma, ma piuttosto di rappresentare la vivacità del contrasto fra il cristianesimo storico e il giudaismo storico nella città eterna. Il carattere di questa metropoli, quale attualmente si presenta ad un osservatore attento, porta l'impronta dei tre grandi periodi della civiltà del genere umano: il paganesimo, il giudaismo e il cristianesimo. A malapena si possono distinguere, talmente sono connessi, e talmente il culto cristiano ha riuniti in sè l'elemento giudaico e quello pagano. Per non
far parola di questo ultimo, percorrendo Roma, visitando le sue magnificenze, ad ogni passo traspare lo spirito, la forma del giudaismo, perfino nei capolavori dell'arte cristiana. Parlando della scultura, qual'è la più sublime creazione in marmo del genio cristiano? Il Mosè di Michelangelo, sulla tomba di papa Giulio II. Parlando della pittura, le stanze e logge di Raffaello, la cappella Sistina, innumerevoli chiese e musei sono pieni di rappresentazioni e di scene dell'Antico Testamento. Parlando della musica, quali sono i pezzi più sublimi, che si eseguiscono durante la settimana santa nella Cappella Sistina? LeLamentazioni di Geremiaed ilMiserere, canti degli antichi ebrei. E di questo popolo, cui la sorte affidava i documenti stessi della umanità, e al quale il cristianesimo ha tolta una parte del suo patrimonio, continua a vivere in quest'angolo del Ghetto, a due passi da San Pietro, una reliquia delle più antiche e storicamente notevoli.
Ma anche questo popolo disprezzato ha voluto vendicarsi a modo suo del mondo cristiano, poichè a tutti gli altri simboli della sua religione che ha trasmesso al mondo moderno, uno potentissimo ne ha aggiunto che resta il più potente di tutti ed è il vitello d'oro, attorno al quale danza il mondo intiero, come è profetato, scritto e rappresentato nei libri di Mosè.
Queste pagine, buttate giù in qualche momento d'ozio, vogliono comparire variopinte come un carnevale, ed esser quasi un caleidoscopio. Tenteremo intanto di mettere un po' d'ordine in questo mondo intricato di figure, che presenterà immagini di vivi e di morti, burattini, ballerini, mimi, prediche di bimbi, teatri popolari, e altre rarità stupende, in linea sempre ascendente.
Il primo atto avrà luogo, come di ragione, sotto terra.
Una sera durante la settimana dei morti la luce delle torcie mi attirò ad entrare nel Panteon di Agrippa. Un sacerdote predicava sul purgatorio, esortando gli uditori a pregare assiduamente, poichè ricorrevano appunto quei giorni, durante i quali si possono alleviare le pene espiatorie, ed in cui l'efficacia della preghiera è maggiore.
Che qui, per quei di là molto s'avanza
disse già l'anima di Manfredi nel purgatorio. Il sacerdote parlava con grand'enfasicon voce sonora, e in quel modo teatrale che assumono i sacerdoti italiani volgendosi al popolo. La sua predica trovava nel Panteon di Agrippa sede adatta a produrre grande impressione. «Imperocchè—gridava—noi camminando qui calpestiamo dappertutto cenere: pensate soltanto agli innumerevoli cristiani che un giorno Nerone, Decio e Domiziano gettarono in preda alle belve o fecero crocifiggere, strangolare». La voce del prete risonava potente in quell'ampia e silenziosa rotonda a metà illuminata, e l'eco ripercotendo sotto quelle volte i nomi terribili di Nerone, Domiziano, Decio, Diocleziano, parea volesse evocare gli spiriti dell'antica Roma. Ero seduto presso la tomba di Raffaello, e gettando lo sguardo in quella mezza oscurità, sui gruppi dei fedeli inginocchiati e sulla figura bianca del predicatore, questi mi appariva come un mago in atto di evocare i morti.
Questa scena del Panteon m'indusse a visitare le chiese sotterranee di Roma. Durante l'ottavario dei morti si rappresentano in questi sepolcri storie di martirî e scene bibliche, che sono abbastanza originali. Le cappelle di questi cimiteri sono per solito due, una superiore ed un'altra sotterranea, nella quale stanno propriamente le sepolture. Durante l'ottavario deimorti, nella chiesa superiore s'innalza un catafalco ricoperto di una coltre nera, circondato da cipressi e da candelabri, sul quale vengono posati un crocifisso e un teschio. I sacerdoti cantano i salmi dei morti, e i devoti ed i curiosi, chi in piedi, chi in ginocchio, riempiono la chiesa, quasi evanescenti in una nuvola di fumo d'incenso.
Ecco l'oratoriodella Morte, presso il ponte Sisto; scendiamo nella chiesa sotterranea.[38]Vi scorgeremo cose strane. Tutte le pareti, tutti i soffitti sono ricoperti di rilievi, di rabeschi e di mosaici fantastici. Sono fiori, rose, stelle, quadrati, croci, ornamenti di ogni maniera, quali soltanto un'immaginazione orientale può concepire, e tutto è combinato nel modo più ingegnoso, soltanto con ossa umane. Si dura fatica a prestare fede ai propri sensi. S'immagini una cappella sotterranea, riccamente illuminata, costrutta tutta di teschi, di scheletri, colle pareti formate di ogni maniera di ossami, e la si popoli di una folla di creature viventi, donne per la maggiorparte e ragazze, signore in abiti di seta, dalle belle e vivaci fisonomie, che ridono e cinguettano in mezzo a tutto quell'apparato di morte, in quell'atmosfera impregnata di effluvi cadaverici, avviluppate nei vortici del fumo degli incensi.
Presi posto a lato di una ragazza seduta precisamente sotto uno scheletro che sghignazzava; ella stava chiacchierando allegramente colla sua vicina di cose che avevano a che fare con tutt'altro che con la morte: pensoso e quasi atterrito, stavo contemplando lo scheletro e la sua giovane preda, sulla quale stendeva le mani, poichè la ragazza era seduta in modo che sembrava caduta fra le braccia dello scheletro. Era proprio la danza dei morti del nostro Holbein rappresentata al vero.
Interi scheletri sono posti nelle nicchie della cappella. Ciascuno tiene fra le ossa delle mani un cartello, su cui si legge una sentenza morale, un ricordo della vanità della vita, un eccitamento ai vivi di pregare per i defunti che soffrono e sperano. Certamente ci volle non poca abilità artistica e pazienza a disporre tutta questa funebre decorazione. Qui parte delle mura fu ricoperta unicamente di teschi di bambini, là, di persone adulte, altrove vennero formati arabeschi di clavicole, di costole, di ossa del petto, di dita, di articolazioni.Gli stessi candelabri sono formati in modo fantastico di ossa umane, ed è meraviglioso scorgere come il senso artistico e la legge estetica siano quasi riusciti a vincere il ribrezzo ispirato dalla materia adoperata. Ma quantunque l'arte sia riuscita a tanto, e abbia scherzato colla morte, riducendo a creazioni artistiche quanto ispira il maggior ribrezzo ai viventi, quanto si usa tener sepolto nelle viscere della terra, quello spettacolo riesce sempre penoso e repulsivo. Mi parve rappresentare il colmo dell'abnegazione religiosa più fanatica o, nella forma più bizzarra, il trionfo sopra la morte e sopra l'orrore che essa ispira. Se fosse possibile che una di queste cappelle mortuarie dell'anno 1853 dopo la nascita di Cristo rimanesse sepolta sotto terra tanto tempo, quanto le tombe degli egiziani e degli etruschi, e venisse scoperta dopo tre mila anni, sarebbe senza dubbio un monumento importantissimo per la storia della civiltà, dal quale la posterità potrebbe farsi un'idea della essenza intrinseca del culto cristiano. Ma, anche per noi contemporanei, è abbastanza istruttiva la vista di una di queste cappelle mortuarie dei cristiani di Roma, perchè ci fa penetrare in modo meraviglioso nella essenza stessa del cristianesimo.
Gli Egiziani che usavano portare attornodavanti i banchetti le mummie dei loro antenati, affinchè il gaudente si rammentasse la fine di tutte le cose, sono considerati da noi quello fra tutti i popoli della terra, che ha saputo superare meglio l'orrore della morte, e la loro religione vien chiamata dalla nostra filosofia religione della morte. Ma difficilmente quei cupi Egiziani avranno fatto cose simili a quelle che si vedono in queste cappelle cristiane. In nessuna rappresentazione mistica di una religione la morte e i cadaveri ebbero tanta parte; la passione, la crocifissione, la deposizione dalla croce, la sepoltura di Cristo, la sua risurrezione, la lunga schiera dei martiri durante le persecuzioni di Nerone, Domiziano, Decio, Diocleziano e altri imperatori hanno dato al culto cristiano un'impronta funerea, han determinato l'intera concezione della vita e così hanno dato alla vita cristiana, alla musica, alla scultura, alla pittura, l'idea della morte. La saggezza profondamente vitale della coscienza tedesca, che s'impossessa potentemente di tutto quanto ha vita spirituale, seppe, da tutte queste idee di morte, ricavare la danza dei morti dell'Holbein, rappresentazione plastica della sapienza dei proverbi di Salomone.[39]
Ma, a chi mai potrà esser venuto in mente per il primo di formare un mosaico di ossa umane? Mentre stavo esaminando quella cappella dei morti, mi sembrava che l'idea ne dovesse esser germogliata nella pazza fantasia del nostro Hoffmann, oppure mi immaginavo di scorgere un cappuccino impazzito che, nel cuore della notte, alla luce incerta di una lampada, stesse ammucchiando e ordinando tutte queste ossa, prorompendo in una risata quando gli riusciva comporre un rabesco. Uno scheletro lo aiutava in questo lavoro, era lo scheletro di un artista, che da vivo era pazzo. Ora stavano vicini l'uno all'altro, maneggiando tutte quelle ossa, e ridevano ridevano soddisfatti, quando riusciva loro di disporle artisticamente. Ma è ancor più probabile che tutto quello strano lavoro sia stato compiuto nelle tenebre da due pazzi fatti scheletri. «Padre, dicevo ad un cappuccino che mi stava vicino, quale confusione quando tutte queste ossa, questi teschi dovranno ricercare il loro posto»—«Sicuro, mi rispose serio il frate, nel giorno del giudizio universale, quando i morti risorgeranno, qui dentro dovrà esserci un gran chiasso».
Anche la cappella dei morti al convento dei cappuccini, in piazza Barberini, è disposta ed ordinata nello stesso modo di quella di ponte Sisto. Se non che qui l'artenon è riuscita a superare ugualmente l'orrore che ispira l'aspetto della morte. Qua e là gli scheletri furono rivestiti dell'abito cappuccino, ciò che produce un'impressione terribile. Uno scheletro nudo ispira minor ribrezzo, poichè è cosa naturale, mentre al contrario, coperto di un abito è orribile, e ha veramente l'aspetto di uno spettro. Vidi pendere dalla volta due piccoli spettri, sospesi per aria, come si rappresentano talvolta graziose figure di angioli; erano gli scheletri di due principessine della casa Barberini. Mi dissero che la terra che serve per la sepoltura dei cadaveri, fu portata da Gerusalemme e li consuma rapidamente.
Nella nostra cappella al ponte Sisto arrivava dalla chiesa superiore la voce dei preti che andavano salmodiando: «Domine! Domine! Miserere!» quasi voce delle anime che in purgatorio vanno
cantando miserere verso a verso.
Ad un certo punto i fratelloni scesero a basso con stendardi neri, nere croci, cappucci del pari neri, portando torce ed incensori; si collocarono nella cappella su due file, e intonarono i salmi penitenziali. La luce vacillante delle torce, il fumo dell'incenso che saliva in alto, sembravano dar vita e moto agli scheletri; si sarebbe dettoche tutte quelle ossa intonassero anch'esse l'In te Domine speravi, od ilBeati quorum tecta sunt peccata. Non so se cantassero questo o altro; ma l'anima di già oppressa rimaneva davvero atterrita. Vidi alcune donne vestite a nero che piangevano
«di pentimento che lagrime spande.»
e preso da intenso desiderio di aria, di luce, di vita, fuggii, da quel purgatorio,
«E quindi uscimmo a riveder le stelle.»
Ed ora siate benedette care e lucide stelle! voi durate tranquille, immutabili, nelle notti limpide di questo bel cielo di Roma, gettando la vostra luce sulle deserte catacombe della storia, come uniche divinità, che qui abbiano continuato a sussistere! Di quanti mutamenti non foste voi spettatrici in queste vie! Vedeste i sacerdoti d'Iside, di Melitta, coribanti e Galli, le processioni di lamento per Adone, i cori di Mitra, ebrei, cristiani, che si recavano alle loro feste nelle catacombe, o arsi vivi, negli orti di Nerone, dove ora S. Pietro erge al cielo la mole della sua cupola!
Nella oscurità della notte, per la strada deserta, mi apparve una luce solitaria che si avanzava verso di me. Aspettai per vedere che cosa fosse. Era un ragazzino di forse quattro anni, bello, biondo, ricciolutoche avanzava, tenendo in mano un piccolo cero acceso. Si avvicinò, guardando tutto giulivo la fiamma della sua fiaccola, ad un palazzo, innanzi al quale stava un mucchio di trucioli, e vi appiccò fuoco. Poi cominciò a saltarvi intorno, sempre tenendo il suo moccolo, spingendo gli uni contro gli altri i ricci, perchè ardessero tutti. Era davvero un bel quadro notturno. Capitò un forestiero ed offrì al bimbo un baiocco, ma questi lo lasciò cadere, dicendo ripetutamente «no, no, la candela è mia, non voglio darvi la mia candela». Non poteva capire che gli si volesse fare un dono e quando gli spiegammo che poteva avere le due cose, il denaro e la candela, allora prese il baiocco, e ci stese timoroso e quasi piangendo la sua candela. «Che commovente ragazzo, disse lo straniero, è l'innocenza in persona!» Per me fu uno spirito luminoso che mi tolse l'impressione orribile del purgatorio, e mi liberò dai fantasmi.
In una parte della chiesa che sovrasta a quelle cappelle mortuarie e anche nei cortili annessi, su palchi eretti appositamente, si rappresentano con figure di cera storie di martiri, o fatti tolti dalla Bibbia.[40]Il popolo accorre a tali rappresentazioni, conla stessa curiosità e con soddisfazione uguali a quelle, con cui presso di noi, nelle campagne, si accorre ai gabinetti di figure di cera, che fin dai tempi remoti riproducono gran parte dei fatti dell'Antico Testamento, e specialmente quello straordinariamente popolare del giudizio di Salomone. Se il personaggio principale rappresenta un santo od un martire, non mancano divoti che loro rivolgono le preghiere, particolarmente per ottenere la liberazione delle anime dei loro cari dalle pene del purgatorio. Più di un baiocco e di un grosso cade nel vassoio di rame, posto presso la porta o di fianco al palco, su cui sorgono le figure. Spesso ancora un chierico va su e giù davanti al palco, scotendo una grossa borsa che tiene in mano, e facendo risonare le monete che contiene, per eccitare i fedeli alla carità.
Nella cappelladella mortesi era rappresentata una scena tolta dalla vita di S. Agnese. La giovane martire bionda, ricciuta, compariva tra le nuvole coperta di veli finissimi, quasi trasparenti, e la veneravano inginocchiati intorno a lei i membri della sua famiglia. L'atteggiamento delle figure, la vivacità dei colori, coi quali erano dipinte, testimoniavano dell'impegno posto dalla Confraternita che aveva ordinata la rappresentazione, perchè essa non fosseinferiore a nessun'altra, ed anzi riuscisse a superarle tutte in bellezza. Nella cappella dei morti di S. Maria in Trastevere si era rappresentato l'incontro di Mosè con Jetro nel deserto, un vero idillio campestre, con accessori di rupi, di palme e di un branco di pecore; ma la più splendida di tutte queste rappresentazioni era quella del cimitero presso S. Giovanni Laterano.
Qui si era riprodotto il martirio di S. Erasmo. Il santo era rappresentato appoggiato ad un piedistallo, col ventre sfondato da cui uscivano gli intestini che due carnefici afferravano e giravano attorno a un arcolaio. Il santo non vedeva, non sentiva più nulla, poichè il suo capo morente cadeva a terra. Stava presso di lui un sacerdote di Giove, colla testa inghirlandata, splendidamente vestito, che additava con un gesto di compiacenza la statua del nume, che stava in un angolo, e davanti alla quale ardeva il fuoco del sacrificio. Questo sacerdote pagano non aveva affatto l'aspetto fanatico o diabolico, ma un'aria bonacciona, come volesse dire: «Vedi, Erasmo, amico mio, noi ci prepariamo a strapparti le budella, perchè non hai voluto sacrificare a questo Giove potentissimo; fallo, te ne scongiuro, figlio mio, finchè sei ancora in tempo, e tutto sarà dimenticato». Invece l'altitonanteGiove era rappresentato con una faccia orribile, da Kobold o da Moloch. A tutta la scena del martirio, di cui solo l'ironia può menomare il senso di crudeltà, è presente l'imperatore Adriano che vi assiste, tranquillamente seduto sul trono, con contegno maestoso, rivestito della porpora imperiale con a lato due guardie colla lancia in pugno. Ha una stupenda barba nera, ed è coronato d'alloro. Mi stupì vedere quell'imperatore che trattò in generale molto umanamente i cristiani di Roma, presente a quella scena da cannibali; e devo dichiarare ad onor suo, che non si prese mai il gusto, tutto giapponese, di far spaccare il ventre alla gente.
Le figure del resto erano disposte con molta intelligenza, vi si scorgeva evidentemente la mano di un artista, e non ricordo aver veduto mai migliori statue di cera. Per quanto fosse selvaggia, la scena produceva minor impressione del quadro spaventoso del Poussin nella pinacoteca Vaticana, che pure la riproduce; poichè qui l'osservatore non pretendeva trovare un'opera d'arte. Nel quadro del Poussin invece furono trascurate tutte le leggi più volgari dell'arte e, per provare piacere nel contemplarlo, bisogna essere un macellaio od un gladiatore. L'arte cristiana sembra abbia superato il piacere barbaroche gli antichi Romani provavano a contemplare le ambasce di morte degli uomini e degli animali; ma riuscì più meschina, più disgustosa. Che cosa infatti può recare maggiore offesa ai sensi di umanità di un tal quadro, o della pittura della chiesa di S. Bartolomeo all'isola che rappresenta quel santo scorticato vivo, oppure degli affreschi della chiesa di S. Stefano Rotondo, che riproducono le varie specie di supplizi dei martiri, le une più barbare delle altre, con buon disegno e colori vivaci e con una verità che grida vendetta in cielo? Se un antico greco potesse visitare oggi le gallerie d'Italia e le sue chiese, potrebbe credere di esser capitato in mezzo ad un popolo di ciclopi antropofagi, che avesse una religione da cannibali riprodotta nella pittura, nonostante tante altre opere che si direbbero dipinte dalle Grazie in persona.
Il gusto dei Romani per le figure, per i gruppi, per ogni rappresentazione scenica è generale e pronunciato in modo meraviglioso. Non vi è festa, in cui non si possa riconoscere. In parecchie chiese si possono vedere raffigurate scene bibliche, leggende, la nascita, la passione di Cristo. Si può osservare questo senso nelle botteghe stesse dei venditori di commestibili e nei banchi, dove si fanno cuocere cibi sulla pubblica strada. Anche questi hannoi loro santi, i loro patroni, le loro feste e gareggiano nell'adornare i loro negozi con fiori, pitture, lampade, statuette. Non appena arriva il carnevale, le botteghe dei pizzicagnoli, dei venditori di cacio, di salsicce, di prosciutti e di altre specie di commestibili, assumono l'aspetto di tempietti, nei quali in certo modo è venerata una preziosa salsiccia quale divinità della specie, quasi mistica dea dei salsamentari. Nello stesso modo che nelle cappelle mortuarie le pareti sono ricoperte ed ornate di teschi e di ossami, il pizzicagnolo trasforma la sua bottega in una graziosa cappella di salsicce. Le pareti sono di forme di cacio disposte in bell'ordine; altre sono composte di pezzi di lardo, di carni bianche, il tutto ornato di ghirlande, di rabeschi di carta dorata o argentata. La volta è formata di un mosaico di salsiccie e di salami; altri sono sospesi per aria, tra i fiori, i rami d'alloro e di mirto, non meno graziosamente che le baccanti negli affreschi di Pompei, o le seducenti stagioni di Giulio Romano. Si possono considerare quali opere d'arte, fatte a forza di salsicce e di salami. Nella parete di mezzo si apre una grotta misteriosa, dove, fra le salsicce ed i salami, è rappresentata la passione di Cristo, in un tempietto, attorno a cui si può girare, per contemplare tutte le figuree figurine. In ogni angolo ardono lampade, scintillano candele, e l'imaginoso artista salsicciaio, raggiante di gioia, di amor proprio e di grasso, pare che gridi solennemente dal suo banco alla folla che ingombra la bottega, «anch'io sono pittore!». Popolo felice, allegro quanto un fanciullo, ma popolo tuttora fanciullo! Possiede però tutta la storia universale, pulcinella, l'arte, il sole del mezzogiorno, fiori, frutta, vino in quantità inesauribile. Si osservi come questo venditore di commestibili riduca ad una scena di marionette la grande tragedia dell'umanità, come si comporti fra le sue salsicce, e vi apparisca quasi trionfatore sopra la morte!
Questa città di Roma è veramente un mondo di figure originali. Vi si può trovare rappresentato in figure lo sviluppo di tutta quanta la storia del mondo, partendo dai musei del Vaticano, del Campidoglio, scendendo alle chiese, alle fontane del Bernini, fino al teatro dei burattini. Se in tutte queste figure venisse infusa la vita, potrebbero cacciare dalla città tutta la popolazione attuale, e sarebbe allora curioso, invero, quello che ne risulterebbe, a cominciare dall'Apollo del Belvedere fino al piccolo pagliaccio di piazza Montanara ed al povero S. Erasmo, cui vengono strappati gl'intestini. Ma non sarebbe soltanto questo un divertimentoburlesco per la fantasia, ma anche argomento di serie riflessioni. Poichè tutte queste figure, figurine, figuracce di divinità, di uomini, di animali, sono ad un tempo figure storiche dell'umanità, e rappresentano lo sviluppo delle sue vicende durante vari e vari secoli; e alla fine questo burattino potrebbe prendere posto a fianco del Laocoonte, ed esclamare: «anch'io sono Laocoonte!».
Attualmente vi sono in Roma due teatri di marionette o di burattini, uno in piazza Montanara, l'altro in quella di S. Apollinare. Il primo, quello veramente popolare, frequentato dalle classi inferiori; il secondo possiede burattini già inciviliti, che recitano anche in abito nero e guanti gialli, e lo spettacolo ha termine spesso con un magnifico ballo. I fantocci invece del teatro di piazza Montanara sono tuttora incolti, recitano in costume medioevale e il loro portamento è tuttora primitivo, rozzo e senza grazia. Rappresentano spesso storie di cavalieri antichi, talvolta pongono sulla scena Enea e il re Turno, ma sopratutto poi romanzi del medio evo, e l'intiero Ariosto di modo che mantengono viva nel popolo la tradizione di tutte quelle favole poetiche, ciò che non è piccolo merito. Oggi sta attaccato all'Arco dei Saponari, vicino al teatro dei burattini, un gran cartellone,in cui si annunzia in lettere colossali, che si recita la scoperta delle Indie, fatta da Cristoforo Colombo, nell'anno 1399, che così, conforme alla verità, è scritto sul maestoso annunzio.
La piazza Montanara, che più propriamente si dovrebbe chiamare strada, posta ai piedi della rupe Tarpea, fra questa ed il Tevere, è punto abituale di ritrovo per il popolo di Roma e particolarmente per le classi inferiori, e per gli abitanti della campagna, che vengono in città. Tutto vi spira miseria e sudiciume; dalla qualità delle merci esposte sui banchi si capisce che qui i contratti si fanno a spiccioli. Chi sarà difatti che comprerà quei mozziconi di sigaro, che i monelli raccattano per le vie e che si vedono esposti in vendita entro cassette di legno? Li comprerà per la sua pipa o il povero, o l'operaio campagnolo. Non manca neppur qui lo scrivano pubblico seduto al suo tavolo, all'angolo di una casa, con carta, penne e un enorme calamaio, pronto a scrivere con uguale facilità lettere amorose, di ricatto, contratti, ricorsi e suppliche. Il teatro dei burattini ha trovato in quella strada sede adatta: lo frequentano monelli di strada, mendicanti, operai, giornalieri, che hanno diritto di rallegrarsi, di ricrearsi la sera colle favole dell'Ariosto.
Avviciniamoci alla porta ancora socchiusadel vicolo dei Saponari, dove tutto è ancora nell'oscurità, e di dove sorge un chiasso, un rumore di gente che contrasta, si pesta, si affolla davanti al botteghino, dove si vendono i biglietti e alla scala che porta al teatro. Siamo sempre in carnevale e il pubblico sarà numeroso. La casa vecchia, sudicia, sorge in un piccolo vicolo cieco, malamente illuminato da una lampada, quando non splende la luna. Al piano terreno è una stanzaccia, una specie di antro, dove si vendono i biglietti. I posti sono di tre specie; si paga un baiocco per la platea, due baiocchi per il lubbione e tre per il palchettone. Noi che siamo ricchi, prendiamo i primi posti, abbiamo in mano il nostro biglietto, e possiamo entrare. Ma, non è questa impresa di poco momento. La stretta scala è tutta occupata da spettatori smaniosi d'entrare, e specialmente di monelli, ognuno dei quali vuol arrivare per primo; tutti si spingono, e fanno un chiasso d'inferno. Cento piedi e cento mani sono in moto, e nessuna tasca è sicura da una perquisizione indiscreta. Bisogna passare per una porta stretta, e non si va avanti che a forza di pugni e di spintoni. Alla porta sta un cacciatore pontificio, condannato a fare continui sforzi, per non venir schiacciato dalla folla.
Siamo riusciti ad arrampicarci nel palchettone per una scala da pollaio, ed abbiamopreso posto su lunghe e zoppicanti panche di legno dietro una balaustrata che corre lungo il muro. Possiamo di là contemplare la sala. Un sipario con figure mitologiche, Apollo, ed alcune muse, che a malapena si possono riconoscere, tanto tutto è vecchio e logoro, nasconde per ora i misteri della scena. Pende dalla volta una specie di cassa di legno, intorno alla quale sono appese le lampade che fumano, con molti cartocci di carta ficcati nelle fessure, dei quali non riusciamo a comprendere l'uso. Su quella cassa pestano i piedi gli spettatori a due baiocchi, poichè a quell'altezza sta il paradiso terrestre. Sotto di noi giace la platea. Se quando Ercole venne a Roma per uccidervi il gigante Caco sull'Aventino, avesse visto quella platea, le avrebbe probabilmente dedicato una delle sue imprese; e invece di imparare a ripetere oggidì nelle scuole «in settimo luogo ripulì le stalle di Augia,» diremmo: «in settimo luogo ripulì il teatro dei burattini di piazza Montanara». Perchè questa platea, da quando esiste, non ha avuto mai nè l'onore, nè il beneficio di una spazzatura. Il suo pavimento di nuda terra è ricoperto da uno strato di buccie di semi di zucca,[41]di pelature di
frutta, di pezzi di carta, che formano un mosaico naturale. Siede sui banchi una gioventù cenciosa, rampolli di Roma, nutriti del latte della lupa, discendenti rapaci di Romolo, talchè osservando le fisonomie degli adulti, contemplando le facce abbronzate, le capigliature folte, nere e incolte di tutti quei mascalzoni, si può proprio ritenere di essere capitati in mezzo ai briganti ed ai banditi, cui Romolo dava asilo. Pel momento è innocentissimo il chiasso diabolico che di laggiù sale alle nostre orecchie; è tutto pacifico lo scopo di questa riunione, poichè tutta questa gente non ha altro desiderio fuorchè quello di godersi una bella rappresentazione di marionette, piacere certo innocente e tutto infantile. Tutta l'assemblea, del resto, ha l'aspetto di fantocci, poichè in questi giorni di carnevale vengono nella platea le maschere, e vi si scorgono pulcinella, pagliacci colle fruste e colle vesciche di porco ripiene d'aria, dottori, ciarlatani. Prendono posto fra le risate universali; regna un'allegria generale, chiassosa, e il rumore diventa sempre più infernale. Tutta quella gente ha bisogno di ristori, di rinfreschi e si vede arrivare un venditore che con rara abilità riesce a cacciarsi e aggirarsi fra i banchi, tenendo con le due mani un paniere contenente ciambelle, paste e cartoccinipieni di semi di zucca tanto graditi. Subito tutta la platea comincia a rompere coi denti semi di zucca, le cui bucce vanno al suolo ad aumentare il mosaico e i cartocci vengono conficcati nelle fessure del lubbione, dove rimangono piantati, o da dove pendono come stallatati in una caverna. Il rumore ed il tumulto diventano indescrivibili.
Intanto sono giunte nel palchettone anche alcune dame, ninfe della rupe Tarpea; è l'ora di dar principio allo spettacolo. Si urla a squarciagola «Si cominci! Si cominci!» E la musica seda il tumulto. Dio mio, quale musica! In un angolo del palchettone stanno tre suonatori, uomini dai polmoni di bronzo, suonatori di tromba dotati di un fiato miracoloso. Se pure non discendono da quelli che diedero fiato alle trombe di Gerico, provengono senza dubbio in linea retta da quegli antichi pelasgici tirreni, che primi portarono le trombe in Italia, e le introdussero nella città dei Tarquini. La loro musica è proprio musica da atterrare le mura. Nonostante i fischi, le grida, gli urli, e tutto quel baccano, i tre musicanti continuano imperterriti a soffiare nei loro strumenti, e di quando in quando un sonoro squillo di tromba riesce a dominare tutto quel rumore indiavolato.
Ora i burattini stanno per entrare in iscena, e potremo vedere le più belle storie: Carlomagnoe i paladini, Orlando, Medoro, Lancillotto, il mago Malagigi, il sultano Abdorrhaman, Melisandro, Ruggero, il re Marsilio e la regina Ginevra, eserciti intieri di Mori, di Saraceni, e assistere a terribili battaglie.
Oggi si recita la bella storia diAngelica e Medoro, ovveroOrlando furioso e li Paladini. Si leva la tela e compaiono i burattini. Vengono fuori con un salto il prode Orlando e Pulcinella suo scudiero, ed ambedue non toccano terra; Orlando è ricoperto di ferro dalla testa ai piedi, e tiene in mano la durlindana, Pulcinella ha i calzoni bianchi, la veste bianca dalle larghe maniche e il berretto bianco a punta. I burattini sono alti circa due piedi, le loro membra sono perfettamente snodate e si prestano a tutti i movimenti; le loro gambe di legno si agitano di continuo battendo la scena, ed i loro moti, i loro sussulti, congiunti alla voce rauca e al fare declamatorio dell'attore invisibile che li fa parlare, producono un effetto veramente comico.
L'occhio intanto si abitua alle proporzioni di questi fantocci, e quando uno non vuole obbedire alle fila che lo fanno muovere, si vede tutto a un tratto comparire una mano d'uomo per richiamarlo al dovere, questa sembra la mano di un gigante, e pare cosa soprannaturale.
Mentre i fantocci recitano, e si sfidano enfaticamente l'un l'altro, o si commuovono nei passi teneri, accade talvolta che qualche spettatore dalla platea voglia prender parte alla rappresentazione, e getti sulla scena fra i fantocci un pezzo di legno o altra roba. Una sera, in cui si recitava la storia dello scellerato Ganelone vidi un giovane scagliare un pezzo di legno sulla testa del vile traditore, e credo che l'abbia fatto colla stessa eroica indignazione che spingeva il nobile cavaliere Don Chisciotte a mandare in pezzi colla sua spada i burattini di un teatrino, perchè il suo onore non gli consentiva di tollerare che vili traditori portassero in prigione nel loro castello una nobile e virtuosa dama. Il pubblico prende sempre viva parte alla rappresentazione, e non mancano le critiche e le fine osservazioni che provano come gli spettatori comprendano benissimo ed apprezzino quanto si recita.
Le scene furiose che si ripetono di frequente, sono quelle che vengono accolte con maggior allegria. Quando Orlando va in furore pel tradimento di Angelica, si agita e si dimena con tanta rabbia, con tanta violenza, che tutta quanta l'armatura, elmo, corazza, bracciali, gambiere, cade pezzo a pezzo e l'eroe finisce per trovarsi in camicia come Amadigi delle Gallie.Allora atterra con la spada una capanna da pastore, due alberi, e una rupe gridando sempre «a terra! a terra!» E anche Pulcinella si mette ad urlare a sua volta «a terra!» scagliandosi contro la capanna.
Nelle scene di battaglie, che si ripetono quasi in tutte le rappresentazioni, si suona continuamente il tamburo tra le quinte. I mori, i cavalieri, i paladini combattono durante tre o quattro minuti con un ardore straordinario; i burattini sono maneggiati dall'alto con somma destrezza, e le loro membra si prestano a tutti i movimenti con tanta precisione, che si sentono gli urti delle spade, e si fa un chiasso indicibile. Vidi Orlando stendere al suolo, sempre colla stessa bravura, una diecina di pastori ed una quantità sterminata di mori. Quando ha luogo un battaglia, gli eserciti si avanzano, indietreggiano, si urtano, ed i morti cadono sempre due a due, perchè i fantocci arrivano a due a due, combattono due contro due, finchè, divenuta generale la mischia, o trionfa un paladino, o Pulcinella pone termine, con un lazzo, alla battaglia.
Pulcinella, parla sempre con una voce gutturale[42]che si presta straordinariamenteall'effetto comico e si vale per lo più del più puro dialetto trasteverino. La stravaganza del suo dire è grande, ma spesso i suoi lazzi sono spiritosissimi. È questa dote caratteristica dei popoli di razza latina, particolarmente degl'italiani e degli spagnoli. Nella loro poesia popolare riescono a mescolare, in modo originalissimo, l'elemento tragico con quello comico. Leporello non è punto diverso da Pulcinella. Calderon, meglio forse di ogni altro poeta della sua nazione, ha saputo riprodurne fedelmente e felicemente il carattere popolare, particolarmente nel suo dramma ilMago meraviglioso. Nel nostroFaustdel teatro dei burattini, che pur troppo non si recita più che raramente, Pulcinella, quantunque truccato da tedesco, pure conserva la sua vivacità. Invece nelFaustdi Goethe, Wagner ha perduto il suo carattere originario ed è diventato una figura intellettuale, incomprensibile pel popolo. Pulcinella si è rifugiato in Mefistofele, e specialmente nella parodia della scena del giardino, il diavolo sostiene una parte del tutto analoga a quella di Pulcinella; poichè l'essenza della maschera italiana non consistegià nell'ironia, ma nella parodia che presenta, come carattere speciale, la stravaganza delle parole.
La bella storia diCristoforo Colomboviene rappresentata al teatro dei burattini da ben quattordici giorni in fila, e tre volte per sera. E' un'opera squisita, che eccita grandemente la curiosità, specialmente per la comparsa improvvisa degl'indiani. La favola si presta a tutte le condizioni richieste da un dramma romantico, quali il vile tradimento, l'amore, la gelosia, i sentimenti cavallereschi, le imprese eroiche, le lotte, e soprattutto battaglie senza fine. Il traditore in questo dramma è Roldano, unico personaggio importante oltre Colombo; in questo eccellente dramma Roldano era passato dalla parte degl'indiani, e lo si vede seduto in trono, coperto di piume da capo a piedi, prendendo l'aspetto d'un uccello di paradiso. Gl'indiani sono anch'essi coronati di magnifiche piume, e ne portano pure alle gambe come Mercurio. Roldano li chiama soldati; del resto sono ben esercitati, e adoperano in battaglia fucili ed altre armi da fuoco. Colombo è vestito alla spagnola, con un collare, e porta un berretto nero. Non è considerato come paladino, ma come ammiraglio, quindi non ha la spada al fianco. Parla poco, ma in compenso parlano tanto più i suoi aiutanti Pisandro,Glorimondo e Sanazzaro. Si sfidano alla sua presenza due gentildonne coperte di corazza, come l'eroine dell'Ariosto, e l'offesa Martidora uccide la sua nemica ed il marito di questa. Pulcinella sostiene la parte di scudiero di Colombo. Compare un angelo che dà a Colombo un anello destinato ad ammaliare Roldano e i suoi indiani, nello stesso modo che il cavaliere Jone ammaliò col suo corno il sultano di Babilonia e i pagani. Alla vista dell'anello gl'indiani scompaiono per aria, ma Roldano cade morto al suolo. Arrivano allora due demoni, muniti di nodosi randelli, che, dietro ordine di Pulcinella, lo bastonano a dovere. Quest'atto di giustizia eccita un giubilo indicibile nella platea che, alla vista di tale azione morale, prende a strepitare come un nuvolo di rondini; anche il tamburo della giustizia fa udire il suo rullo, e un sonoro squillo di tromba pone fine alla scena. Vidi alcuni giovani lanciare pallottole di carta contro il vile traditore, come se volessero fargli meglio conoscere la giusta indignazione della platea.
A questo punto cala la tela. Chi non sia stato presente a un intervallo fra un atto e l'altro al teatro di piazza Montanara in Roma, non può immaginare che cosa sia chiasso o rumore. Sembrava di essere nell'arcadi Noè, e che tutti gli animali facessero udire contemporaneamente le loro voci. Mi tornò alla mente la descrizione della vita notturna degli animali nelle foreste vergini fatta dall'Humboldt; quella gazzarra di trecento giovani accompagnava colla voce, con mirabile sangue freddo, un coscenzioso suonatore di tromba. Intanto si alzavano continuamente dalla platea de' giovani che tentavano di penetrare nel palchettone, arrampicandosi come tanti scoiattoli, martore o lucertole. Se il cacciatore pontificio che stava di guardia nel palchettone, se ne avvedeva, regalava loro un magnifico pugno sulla testa, e li ricacciava in basso; ma quelli non si smarrivano affatto, e subito ricominciavano la scalata. Appena poi fu calato il sipario, alcuni si arrampicarono sul proscenio e sollevarono il telone di sotto in su, per vedere se lo spettacolo avrebbe tardato molto a ricominciare.
Le ultime scene delCristoforo Colombopresentano uno dei più bei quadri di battaglia, perchè i due eserciti, spagnolo ed indiano, muovono l'un contro l'altro, scaricando le loro armi da fuoco. Si spara anche un colpo di cannone, ed allora gli indiani, dopo aver combattuto, muoiono anche tutti da valorosi, sempre due a due. Lo sparo delle armi da fuoco, il rullo dei tamburi, lo squillo delle trombe, lo sbatteredelle gambe dei fantocci sul tavolato della scena, le grida della platea producono il più forte rumore di battaglia, che io abbia mai inteso un teatro.
Per solito i teatri di burattini danno tre rappresentazioni ogni sera. Cominciano all'Ave Maria, e alla prima che è sempre breve, tiene dietro una seconda cui si dà il nome diCamerata lunga.[43]Rinunciamo ad essere spettatori dellaCamerata lunga, e preferiamo recarci all'altro teatro di burattini in piazza Sant'Apollinare.
Dovremo, per andarvi, attraversare la fiera di piazza Sant'Eustachio, in mezzo ad una sterminata folla che grida, fischia, strilla, schiamazza in modo da assordare. A Roma non si usa, come da noi, fare i regali la vigilia di Natale; si è scelto un giorno più adatto, quello della Epifania, in cui i re magi offrirono i doni a Gesù bambino. Per festeggiare questa ricorrenza, comincia il 6 gennaio una fiera dietro il Panteon.[44]Le strade che vi portano offronomerci di ogni natura, specialmente giocattoli, di apparenza quasi sempre elegante e graziosa. Ve n'è tale quantità da soddisfare tutti i ragazzi del mondo. Una folla immensa percorre queste strade; alcuni battono tamburelli, altri soffiano entro conchiglie a foggia di corno, altri ancora battono l'una contro l'altra delle tavolette, e specialmente poi tutti fischiano entro fischietti di gesso, simili a balocchi da ragazzi, che raffigurano pulcinelli, ballerini, cani, uccelli. Ragazzi vestiti da pulcinella percorrono le strade a schiere, fischiando a squarciagola. Il chiasso è indiavolato, tutti fischiano, fanno rumore, ed anche persone serie cedono all'esempio, e si vedono col fischietto alla bocca. Queste migliaia di voci stridenti producono un effetto tale da far impazzire anche un filosofo. Strano a dirsi! Quello stesso impulso che spinge talora gli uomini a dissimulare la loro fisonomia dietro una maschera, li porta anche a mascherare la loro voce e la loro lingua e ad emettere i suoni più strani.
Siamo intanto giunti al teatro di piazza S. Apollinare. Questo secondo teatro di fantocci, che ebbe dapprima il nome di teatro Fiano,[45]e che al tempo dell'ultima repubblicaromana fu rinomato per la figura satirica di Cassandrino,[46]attualmente sostituita da quella, politicamente innocente, di Pulcinella, è come abbiamo già notato un teatro di burattini inciviliti. Le marionette recitano qui innanzi ad un pubblico decente, su di una scena piccola, ma molto convenientemente disposta, ben dipinta, con tutto quanto occorre per una accurata rappresentazione. Gli spettatori possono prendere posto nella piccola sala della platea, o sul palchettone. Si pagano tre baiocchi pei posti nella prima, cinque pel palchettone, e questi prezzi non permettono l'ingresso alle classi inferiori. Gli spettatori appartengono al ceto medio, ed anche a quello distinto, che non rifugge dal procurarsi qualche volta il piacere di una recita di burattini. Il proscenio è bene illuminato, vi è una piccola orchestra che eseguisce pezzi di musica negl'intermezzi,ed il sipario è nuovo ed elegante. Anche qui si recitano drammi romantici, come quello conosciutissimo delVolfango fiero; però i personaggi sono vestiti pulitamente e con eleganza; i cavalieri portano belle armature, le dame abiti di seta e di velluto; ma per lo più vi si recita la commedia in abito nero e guanti gialli, drammi familiari, farse, commedie d'intrigo, in cui talvolta si fanno figurare ricchi inglesi. Pulcinella è vestito come suo fratello del teatro di piazza Montanara, e serba la stessa natura; però le sue maniere sono più civili, più adatte al diverso ambiente, in cui vive. La sua destrezza però è somma, giacchè quando siede riesce anche ad incrociare le gambe l'una sull'altra, e a muovere i piedi, come hanno abitudine di fare gl'inglesi. Nelle nozze, o in altre occasioni solenni, i cavalieri e le dame siedono, con tutta gravità, sopra cuscini, e assistono ad un ballo che l'orchestra accompagna colla musica. La destrezza e la grazia, di cui fanno prova questi fantocci in tali balli, è in verità meravigliosa, poichè non solo eseguiscono i passi più difficili, colla leggerezza e col garbo che potrebbero spiegare la Cerrito, o Pepita, ma tutti i loro movimenti, tutti i loro atteggiamenti, la convenienza con la quale s'inchinano, ringraziano, salutano, movendo lebraccia, hanno qualche cosa di sorprendente. Nulla si trascura di quanto può contribuire alla riuscita di un'azione coreografica. Tutti questi fantocci si muovono, si agitano in allegra polka, si librano come farfalle, girano in punta di piedi e ogni ballo finisce sempre con un quadro plastico e qualche volta con un fuoco di artificio. In una parola, l'arte di far danzare i fantocci raggiunse nel teatrino di S. Apollinare ilnon plus ultra.
Abbiamo così veduto almeno una parte lieta di questa Roma seria, malinconica, severa, e Pulcinella giulivo e festoso in mezzo a tutte queste rovine, sopra tutte queste catacombe, nè più ne meno dei grilli che cantano fra l'erba dei ruderi del palazzo dei Cesari, e delle rondini che cinguettano sulla tomba di Cecilia Metella.
Vorrei ora accompagnare il mio lettore ancora nel teatro popolare di piazza Navona, ma sento la voce di un ragazzo che predica e che mi tenta ad entrare nella antica e bella basilica diAra Coeli, in Campidoglio. Qui predicano mattina e sera ragazzetti tanto maschi che femmine, nella settimana che precede la festa dell'Epifania; in questo giorno terminano le prediche. Non è troppo forte il distacco da un teatro di burattini a una predica fatta da ragazzi dai sei agli otto anni. Anche qui, centrodello spettacolo è sempre un fantoccino, il santo bambino diAra Coeli, adorno di una splendida corona tempestata di pietre preziose.
In una cappella della chiesa è rappresentata con bell'arte la grotta di Betlemme e l'adorazione dei Re Magi venuti dall'Oriente; i personaggi sono di cera, nè mancano gli accessorî delle pecore e del paesaggio. La Madre di Dio è seduta nella grotta e tiene in grembo il bambino, cui i re, inginocchiati, presentano i loro doni. All'esterno sta inginocchiata contro una colonna una figura con un mantello scarlatto, pantaloni larghi alla turca e turbante in capo, che stende le braccia verso il bambino, in atto di preghiera. Dalla parte opposta, parimenti contro una colonna, è una donna di alta statura, di aspetto distinto, che pare additi il santo bambino a quel mezzo turco che le sta contro. Nella persona di questo si volle rappresentare, niente meno, l'imperatore Augusto, e nella donna la Sibilla che secondo una delle leggende più profonde del Cristianesimo predisse ad Ottaviano, in una visione, la venuta di quel bimbo, destinato a signoreggiare il mondo.
Di faccia alla grotta, nella navata opposta della chiesa, s'innalza un pulpito, dove salgono a predicare, l'uno dopo l'altro,ragazzi dai sei ai dieci anni, per la durata di circa cinque minuti, e ciò per quasi due ore, alla presenza di forse qualche migliaio di persone. Sale pel primo sul pulpito un grazioso ragazzetto, e dopo essersi fatto il segno della santa croce, prende a recitare, con tutti quei gesti e quegli atteggiamenti, propri dei ragazzi quando declamano, una predica sulla venuta al mondo del Salvatore. Dopo di lui viene un ragazzo più grande, vestito da chierico, che disimpegna ancor meglio la sua parte. Grida in modo enfatico, scaglia i fulmini della sua eloquenza, nè più nè meno di cappuccino, gesticolando quanto un tiranno di compagnia drammatica. Si capisce che ha disposizione naturale per la mimica; ogni volta che nella predica ricorrono le parole: capo, occhio, orecchio, porta istintivamente la mano al proprio capo, all'occhio, all'orecchio. Dovendo nominare il suono dell'arpa, si atteggia immediatamente nel modo di chi volesse suonare quello strumento. Questa maniera di accennare fanciullescamente colla mimica le cose di cui fa parola, riesce molto divertente, e ottiene l'approvazione di tutti gli uditori, alcuni dei quali sono venuti per devozione ad ascoltare le prediche fatte dai ragazzi, e altri per divertirsi come ad un teatro di burattini. Nessunodi quei ragazzi è menomamente imbarazzato, anzi i più sembrano andar superbi di dover comparire innanzi a tanta gente e, superata l'impressione del primo momento, la loro voce diventa sempre più sicura, i loro gesti sempre più teatrali. Molti oratori in parlamento avrebbero motivo di augurarsi la disinvoltura di quei bambini nel parlare in pubblico, e pochi oratori poi si possono vantare di avere un uditorio composto di persone appartenenti a tante nazioni, quanto quello di questi fanciulli inAra Coeli.
Dopo i maschi vengono le femmine, graziose ragazzine ricciolute, coi cappellini guarniti di piume e i vestitini di raso. S'inginocchiano un momento, fanno il segno della croce e cominciano il loro sermone. È curioso, a dir vero, sentire quelle creaturine parlare del peccato di Adamo, dal quale ci ha redenti il Signore; della credenza nella vita eterna; del Verbo che si è fatto carne in Gesù Cristo; della sua morte per cui mezzo ha salvato il genere umano. Sarebbe come se i burattini di piazza Montanara, i piccoli paladini che rappresentano con tanta enfasi azioni eroiche, parlassero in onore di Gesù Cristo e snudando la spada contro i mori, sfidassero a battaglia tutto l'esercito degl'infedeli; o se le damine di quelle scene, interrompendole loro declamazioni sentimentali, cominciassero tutt'ad un tratto a vantare le delizie dell'amor divino.
Vedendo questi piccoli oratori, si crederebbe che anche i loro sermoni e le cose che dicono, dovessero esser puerili, e si dovessero considerare come un passatempo, cui si dovesse, in certo modo, assistere col microscopio; ma la cosa è molto diversa; sono vere e proprie prediche in istile solenne, cui non manca l'apparato di erudite citazioni. E non è raro udire ragazzine, talvolta di poco più di sei anni, corroborare le verità che bandiscono, colla autorità dei Santi Padri, e dire: così asserisce, così c'insegna S. Paolo, S. Bernardo, S. Agostino, Tertulliano.
Credo stia scritto in qualche luogo: «Quando taceranno i profeti, parleranno i bambini, e quando taceranno i bambini, i sassi dirannoamen!» Del resto in qualche luogo ora cominciano a parlare i tavolini; ma l'uomo serio, e veramente religioso, non può a meno di restare colpito da questo culto di ragazzi inAra Coeli, e considerarlo come una metamorfosi del cristianesimo. Che cosa direbbero S. Pietro e S. Paolo, se capitassero mai in quella chiesa, e vedessero qual risultato abbiano avuto le loro predicazioni?
Osserverò soltanto che la signora Enrichetta Beecher Stowe, autrice dellaCapanna dello zio Tom, che esaltando oltremisura la precocità del nostro secolo, ci presentò nella sua Evangelina, di cinque anni, un predicatore metodista, per non dire addirittura un genio del cristianesimo, potrebbe trovare nello spazio di un'ora inAra Coeli, per lo meno dodici piccole Evangeline, che per di più hanno studiato e conoscono tutti i Santi Padri.
I ragazzi intanto che hanno sorriso all'immagine del bambino, in braccio a Maria come ad un fantoccio, finita la predica, s'inginocchiano e recitano una preghiera al bambinello. Una ragazzina gli dice: «O dilettissimo fra tutti i fanciulli, degnati di volgere i tuoi occhi sopra di noi e di gettare uno sguardo di misericordia sopra noi peccatori!». La considerazione di cui gode in Roma il bambino diAra Coeliè immensa, e vi si rannoda anche una leggenda. Anni sono una giovane inglese, s'innamorò a morte di lui; andava ogni giorno in chiesa per visitarlo, e la sua passione andò tant'oltre, che un bel giorno si decise a rapirlo. Fece fare in segreto un altro bambino identico, un bimbo lattante, lo portò in chiesa, e lo sostituì a quello legittimo che si portò a casa. Ma giunta la notte tutte le campane della chiesa e del monastero presero a suonare;i monaci uscirono e trovarono il bambino inginocchiato fuori della porta del tempio, in atto di volere bussare. Esso era fuggito dalla casa dell'inglese, ed era ritornato; questa è la leggenda del bambino d'Aracoeli. Dopo d'allora la sua reputazione crebbe, e lo si vede anche spesso uscire in carrozza, quando lo portano a far visita a qualche ammalato.[47]Nell'ultima rivoluzione di Roma ebbe anche la sua parte: il popolo aveva fatto a pezzi ed incendiato le carrozze dei cardinali, ed aveva anche tirato fuori dalla rimessa la vettura di gala del Papa, che voleva distruggere. Alcune persone assennate, o del partito favorevole al Papa, tentavano opporsi a quell'atto vandalico e per salvare la carrozza del Santo Padre proposero di offrirla in dono al bambino diAra Coeli. Nessuno dei repubblicani si arrischiò a contraddire questa proposta, e il bambino venne messo solennemente in possesso della carrozza papale, ed anzi, per provare che era diventata veramente sua, i frati lo mandarono un giorno a spasso sul Corso, nella carrozza papale.
Stiamo ora a vedere: La processione si muove, il bambino è tolto di grembo alla divina
Madre; lo si porta in giro per la chiesa e sulla scala esterna, da dove lo si mostra al popolo, quindi la processione lo riporta nella sua nicchia. Vi sono stupende teste artistiche tra quei frati francescani diAra Coeli, che, mezzo sepolte nella tonaca, somigliano a un blocco di travertino romano che esca di terra, con una iscrizione mezzo cancellata; vi sono teste che paiono di bronzo, altre voluminose come quella dell'imperatore Claudio, e faccie piene come quella di Nerone.
E basti delle prediche dei bambini.
Andiamo invece al teatro popolare Emiliani, l'infimo tra tutti quelli di prosa. La compagnia drammatica Emiliani, non meno che i burattini di piazza Montanara, ha posto le sue tende in località adatta al suo repertorio, cioè in piazza Navona.[48]In questa grande piazza, la più bella di Roma, e che fu lo stadio di Domiziano, hanno luogo nel mese di agosto le feste popolari, poichè allora si chiudono le fontane, si inonda la piazza, e la popolazione deve attraversarla in carrozza, quando non preferisca passarla a guado, come certuni fannoper divertimento.[49]Nel mezzo della piazza sorge la magnifica fontana fantastica del Bernini, composta di un rozzo scoglio, ai cui angoli stanno le statue colossali di quattro divinità fluviali: il Nilo, il Gange, il Danubio, e il Rio della Plata, e in cima a tutto sta l'obelisco del circo di Massenzio. Due altre fontane versano le loro acque alle due estremità della piazza. Intorno all'obelisco, nel tratto della piazza compreso fra le due fontane laterali, si raduna ogni giorno da mattina a sera grande quantità di gente, poichè lo occupano venditori di castagne arrostite, erbivendoli, fruttivendoli, rigattieri, ferravecchi, e la piccola borghesia accorre a comperare quanto le occorre. La folla richiama sulla piazza ciarlatani, giocolieri, domatori di belve; e squilli di tromba annunziano di tanto in tanto gli spettacoli offerti al pubblico. Di quando in quando si sente anche risuonare sulla piazza una voce potente, che grida «ai biglietti! ai biglietti!» Sulla porta del teatro, che non si distingue da quelle delle case vicine se non per un enorme cartellone, stanno venditori di pasticcini e di semi di zucca, che tengono la loro merce in vista, su banchi elegantemente arredati. La folla si avvicina allacassa e si compone per lo più di persone del medio ceto, di bottegai, di piccoli possidenti, che sono in grado di spendere da tre a cinque baiocchi per passare una sera al teatro.
La sala è disposta in tutto come quella del teatro di piazza Montanara, ma è più grande. Il contegno degli spettatori della platea che accompagnano una musica scordata pestando i piedi, fischiando, o battendo il tempo colle dita sulla spalliera dei banchi, rammenta più di una volta il pubblico del teatro di piazza Montanara. Qui le donne, sono di più e l'allegria, secondo il lodevole costume del popolo italiano, non passa mai i confini della decenza. Si possono vedere sui banchi della mamme che allattano tranquillamente le loro creature, mentre si godono la rappresentazione, cui prendono viva parte. Si alza la tela, sulla quale è dipinta una scena di satiri, col vecchio Sileno ebbro, e siccome non sappiamo che cosa si reciti, è necessario stare attenti. Compare un vecchio usuraio che attira a sè la cantiniera di un reggimento, alla cui mano pretendono un cadetto ed un sergente. Questi fa la parte del buffone, non fa altro che bere continuamente acquavite. Mentre sta sulla scena, arriva un personaggio pallido, piuttosto alto, con baffi e basette, che calza stivaloni.Dice, a parte, essere venuto per visitare i suoi soldati, il che ci fa nascere il dubbio possa essere, se non addirittura un re, almeno un gran generale. Mentre passeggia su e giù per la scena, arricciandosi i baffi, e facendo risonare gli speroni, cava di tasca un'enorme tabacchiera, fiutando tabacco di continuo, talchè in breve ne ha coperti i risvolti dell'uniforme. Il personaggio misterioso si presenta al sergente come un povero veterano, e gli chiede che cosa potrebbe fare per lui nel caso avesse bisogno di denaro. Allora il sergente gli fa vedere la lama della sua spada confessandogli di aver venduto quella di acciaio, che ha sostituito con un'altra di legno; in quel mentre arriva lo strozzino. Il vecchio Federico, poichè il marziale veterano con baffi e basette è proprio lui in persona, gli vende la sua tabacchiera d'oro, per il prezzo derisorio di un federico d'oro.
Nell'atto seguente il sergente ubriaco dorme su di una seggiola e giunge un tamburino che lo desta, battendo un gran colpo sulla sua cassa. Compaiono sei cacciatori pontifici che arrestano l'usuraio ed appare allora il vecchio Federico in grande uniforme, con enormi mostre gialle, sempre con baffi e basette, e con un immenso cappello a lucerna. Il sergente ubriaco non tarda ad alzarsi ed a mettersi in posizione,ma vacilla continuamente, il che eccita una viva ilarità nel pubblico, mentre il vecchio Federico fa finta di non avvedersene, ed accenna a voler punire severamente tanto l'usuraio, che il sergente. Vuol far decapitare il primo, e il sergente stesso deve procedere a questa esecuzione colla sua propria spada. L'usuraio, dopo infinite preghiere e suppliche, si rassegna alla sua sorte e si è già messo ginocchioni; il sergente pure, dopo molte difficoltà, si persuade ad eseguire la sua parte: colloca la sua vittima nella posizione più adatta, poi si inginocchia e prega la Madonna di assisterlo in quel duro frangente. Finalmente quando si rialza e si apparecchia a dare il colpo, grida tutt'ad un tratto: «Miracolo! Miracolo! Guardate, la Madonna ha tramutato in legno la lama della mia spada!» Segue il generoso perdono del vecchio Federico che condanna però l'usuraio a mantenere per tre giorni il reggimento a tutte sue spese. Il vecchio Federico vien chiamato alla ribalta, e con adatta concione invita il pubblico rispettabile a voler onorare il teatro della sua presenza per il domani a sera, dovendosi rappresentareArtaserse Re di Persia, annuncio che è accolto con viva soddisfazione.
Questa bella commedia dimostra come il vecchio Federico rimanga, quasi un mito,vivo anche nella memoria del popolo italiano che ancor oggi nei tedeschi distingue gli austriaci dai prussiani. Della Prussia non conosce che la storia del vecchio Federico che considera come un secondo Attila, e come vincitore degli austriaci.
Gli attori del teatro di piazza Navona sono mediocrissimi, li direi inferiori a quelli delle compagnie che recitano sui teatri più meschini della Germania, e specialmente la parte femminile non si distingue certo per bellezza. Ogni rappresentazione del teatro Emiliani termina o con un ballo, o con una pantomima, o con quadri viventi, come lamorte di Abele,Ahasverool'Ebreo errante,Virginia Romana,Salvator Rosa fra i briganti, o altre simili scene.
Una sera il cartellone recava l'annuncio di uno spettacolo molto promettente, intitolatoRavanello spaventato da un morto parlante. Doveva essere cosa straordinaria ed allegra assai. Era la storia di Don Giovanni, travestita in romanesco volgare. Il protagonista conservava, come nel dramma spagnolo, il suo vero nome, chiamandosi don Tenorio, ma Leporello assumeva il nome di Ravanello; Donna Anna, Don Ottavio ed il Commendatore non mutavano nome, nè carattere. In questa parodia popolare Don Giovanni non è per nulla rappresentato come unFaustdella sensualità, ma unicamentecome uomo leggiero, privo di senso morale. Il suo carattere si svolge in un'azione qualsiasi. Egli ammazza il Commendatore per vendetta, introducendosi notte tempo nella stanza di lui. Più tardi nel cortile della chiesa ha luogo la scena dell'invito della statua, a cavallo, come nell'opera di Mozart, soltanto mancano i frizzi di Leporello. Il Commendatore compare al banchetto, con una faccia ridicolamente orribile, da diavolo infarinato. Don Giovanni, atterrito, invita lo spettro a prender posto a tavola ed a servirsi. «Non mangio, risponde l'ombra». «Vorreste udire della musica?» replica Don Giovanni. «Sì» risponde lo spettro. Allora la musica suona per alcuni istanti, mentre Don Giovanni e il Commendatore stanno l'uno di faccia all'altro senza dir verbo. Questa scena è bella e produce profonda impressione, perchè la musica vi ha la parte di potenza celeste, quasi voce di un Dio invisibile, quasi annunzio del giudizio tremendo che sta per colpire Don Giovanni. Appena cessata la musica, il Commendatore invita a sua volta don Giovanni a pranzo a casa sua, cioè fra le tombe, e Tenorio, da verocaballero, non attentandosi a declinare l'invito, risponde che andrà.
Lo troviamo quindi solo fra le tombe: in mezzo ai monumenti è apparecchiata una tavola ricoperta d'una coltre nera, sullaquale stanno fiaschi e bicchieri; la mensa è adorna di teschi umani. Tutt'a un tratto l'arrivo dello spettro è annunciato, come nella prima scena, da alcuni colpi sotterranei e subito si erge solenne la sua bianca figura. «Mangia!» grida lo spettro. Don Giovanni impaurito si ritira e risponde con voce tremula: «Non posso mangiare». «Vuoi sentire la musica?» «Sì», risponde don Giovanni. Segue una breve pausa, durante la quale si ode solamente la musica; i musicanti, quattro suonatori di corno ed uno di contrabbasso, fanno tutto il loro possibile per produrre un'armonia infernale, ed era facile, riconoscere, dalla fisonomia degli spettatori, che raggiungevano pienamente il loro intento. Non appena tace la musica, lo spettro comincia a parlare, e rivolge in tuono cappuccinesco una viva esortazione a Don Giovanni, perchè rientri in sè stesso, pensi alla salute dell'anima e si volga a Dio. Ma Don Giovanni, con alterigia di cavaliere, rifiuta di convertirsi. Allora viene il colpo di scena finale: il Commendatore prende Don Giovanni per mano, s'apre una botola, da cui salgono fiamme terribili di pece greca, e Don Giovanni, appena vede la voragine, novello Curzio, si slancia eroicamente tra le fiamme.