Allora, guidata dalla Santa Alleanza e dai suoi Congressi, comincia la vergognosa reazione contro le libertà che con tanta fatica erano state conquistate. Questa reazione non riuscì: i popoli dicevano sempre più chiaramente le loro ragioni e le loro aspirazioni verso un lontano ideale di autonomia politica e d'indipendenza.
La scossa napoleonica aveva destato i popoli dalla loro apatia, e, sotto la sua impressione, le nazioni si eran levate, coscienti,alle guerre della liberazione. Egualmente Napoleone, abbandonando ormai il vecchio sistema dello stato medioevale, aveva attraversato l'Europa, spargendo su tutti i popoli il fecondo seme democratico della rivoluzione francese. Questo seme non andò perduto, e le vibrazioni della rivoluzione continuavano, allargandosi in cerchi sempre più ampi e sonori.Riforma e principii del 1789, erano virtù nascoste e latenti in quel seme. La teoria dell'equilibrio artificiale delle potenze, che doveva assicurare la pace all'Europa, cadde completamente, avendo la base in un'innaturale costrizione e in un mutilamento teorico delle nazioni, tale che le riducesse alle volute proporzioni rispettive! La partizione della Polonia era l'ultima grande preoccupazione della politica del Gabinetto europeo. La lotta del nazionalismo contro le tendenze della politica ai nostri giorni è stata ben combattuta, e talora vittoriosamente. Ristabilire la nazionalità voleva dire rispettare, anzi difendere la sua unità e la sua indivisibilità.
In questo movimento di tutta l'Europa due nazioni hanno acquistato di fresco un'importanza decisiva: l'Italia e la Germania, queste due antiche sorelle nemiche, che un ideale d'universale dominio aveva per mille anni tenuto in contesa perenne.L'una era stata sede della Chiesa e del pontefice; l'altra dell'Impero e dell'imperatore. Esse si erano divisi fra loro questi due poli del mondo politico. Esse avevano fatalmente subìto la medesima sorte di universale grandezza e di debolezza nazionale, l'una per causa dell'Impero, l'altra per causa del Papato. Nell'una s'insinuava tenacemente la Chiesa come una potenza straniera (romana); nell'altra egualmente l'Impero come una potenza straniera (tedesca). Ed anche quando l'Impero fu tramontato, e precipitò la grande monarchia francese, le medioevali relazioni fra le due regioni continuarono, poichè l'Austria rimase in possesso della Venezia e della Lombardia, mentre cercava di mantenere la supremazia sulla Germania intera. Così continuava una fittizia autorità dell'Impero, mentre l'Austria acquistava, coi secondogeniti della Casa regnante, una grande potenza nel centro d'Italia. Manteneva intanto, con le strette relazioni colla Chiesa, quell'ufficio di protettrice della Santa Sede, che già fu suo nel medio evo, e non perdeva la sua influenza sulla Chiesa stessa. Recentemente stringeva con Roma il famoso concordato.
In ambedue queste regioni, l'Italia e la Germania, la lotta per la nazionalità offre aspetti analoghi. Il Piemonte e la Prussia, divenuti regni sul principio del secoloXVIII,si rassomigliano per la loro situazione nordica, per le loro tendenze nazionali ed anche per la tenace fermezza dei loro sforzi, che presero le mosse da così modesti principî. Così anche offrono fra loro dei punti di contatto i loro due uomini di Stato dei tempi recenti; soltanto le proporzioni e le energie furono differenti. Scopo della nazione italiana erano l'indipendenza e l'unità, e il Piemonte si mise alla testa della popolazione tutta per raggiungerle. Le nemiche erano l'Austria, col suo resto di potenza imperiale, il paese straniero ed oppressore, e la Chiesa, che nel 1815 aveva riottenuto il suo stato politico, l'alleata naturale dell'idea imperiale, la nemica naturale dell'unità d'Italia, come di tutta la civiltà moderna. La vittoria fu ottenuta straordinariamente presto per il concorde sforzo nazionale, l'aiuto della Francia, le condizioni della Prussia che lottava per lo stesso fine, e l'opinione pubblica europea che voleva alfine libera l'Italia.
Il governo di Napoleone III, senza la volontà del quale l'Italia non sarebbe mai stata libera, rappresenterà una pagina molto importante nella storia del nostro secolo, giacchè in esso si trovarono riunite le idee tutte del tempo e le tendenze politiche, e in esso agirono forze e correnti contraddittorie in modo assai caratteristico; l'imperatorestesso poi aveva dato il primo impulso, con e senza la sua volontà, a quel tentativo di riforma politica che aveva naufragato al Congresso di Vienna. Era suo il programma delle Convenzioni del 1815: una vera rivoluzione nella diplomazia europea! Egli si fece così l'alleato dei popoli che lottavano per la nazionalità, e restaurò quell'Impero francese di suo zio che aveva soggiogato le nazioni. Ciò faceva il suo governo incerto in tutte le direzioni; egli spezzò la Santa Alleanza e la lega delle potenze. Si alleò egli stesso coll'Inghilterra, e ciò gli assicurò il trono, quel trono che l'Inghilterra stessa, d'accordo colle terre del continente, aveva rovesciato quando vi sedeva sopra suo zio. Questi artificî diplomatici però non avrebbero fatto di Napoleone l'uomo dell'epoca, se egli stesso non si fosse impadronito, per svolgerle, delle tendenze della sua nazione durante quel periodo, come già nel 1848 aveva trovato la sua strada appunto al primo scoppiare di quelle tendenze. L'aiuto che egli offrì all'Italia, ormai matura per la liberazione, gli valse una riputazione ed una preminenza in Europa. Egli era salito al trono in mezzo agli assalti che Oudinot aveva dato alle mura di Roma, e portato e sostenuto dal clero cattolico. Egli si assicurò Roma, e con essa avocò a sè la più grandequestione del secolo, quella dell'esistenza della Chiesa medioevale come potenza politica; era il suo turno oramai, dopochè l'Impero che l'aveva fondata e sorretta aveva toccato la sua fine. Napoleone divenne il protettore e l'avvocato della Chiesa e occupò quel posto di giudice ed arbitro internazionale, che prima di lui solo gl'imperatori tedeschi avevano propriamente occupato. Effettivamente ricomparve per un momento nella storia l'idea dell'Impero nella potenza temuta di Napoleone III. E' stato detto che egli avrebbe potuto, imperatore, raggruppare le nazioni latine sotto la sua egemonia, ma l'indomabile spirito nazionale lo incamminò su altra strada. In quest'uomo tutto fu dubbioso, equivoco; la sua spada, a due tagli, ferì anche lui stesso. La bomba di Orsini affrettò nel suo stato la reazione. Napoleone, protettore di Roma, doveva anche divenire protettore della nazione italiana che tendeva all'acquisto e di Venezia e di Roma. Lo spirito nazionale d'Italia lo soverchiò e gli strappò successivamente le varie parti del suo primitivo programma. Il progetto di una confederazione guelfa, della quale doveva far parte l'Austria, ormai ridotta in tristi condizioni, e della quale il Papa doveva prendere la direzione, venne meno dinanzi alla lotta che l'Italia intraprese perraggiungere l'unità, nella quale essa si rinchiuse come per un processo di cristallizzazione. Le provincie della Chiesa furono acquistate da lei col consenso di Napoleone: la convenzione di settembre limitava ancor più la potenza del Pontefice, e della posizione politica della Chiesa faceva una pura questione territoriale italiana. Seguì poi la emancipazione della nazione italiana, appena formata, dalla Francia per mezzo dell'alleanza colla Germania, il grande risultato della quale fu duplice: la rovina dell'Austria e l'acquisto della Venezia. Napoleone, usando per l'ultima volta della sua autorità di arbitro internazionale, consegnò questa all'Italia. Il ritiro dei francesi da Roma nel dicembre 1866 annunziò definitivamente che Napoleone rinunziava alla sua preminenza imperiale e lasciava pienamente libera l'Italia una.
A questo punto un gran mutamento si opera nella storia d'Europa, che il tempo renderà più visibile e che a noi, attualmente, sembra consistere principalmente nella caduta irreparabile dell'idea imperiale e della Chiesa imperiale. Mentre Napoleone abbandonava il Papa al suo destino, mentre l'Italia si metteva nettamente in contrasto col papato, essendo divenuta nazione libera, completamente indipendente da Roma, fu dato il colpo di grazia a quell'antico principioromano, che, non poteva più sussistere quando la Chiesa aveva perduta la sua sovranità. La debolezza del papato, inoltre, significa la debolezza del principio di legittimità e di autorità. L'antica lotta dei due principii dell'Occidente, dello spirito latino e dello spirito germanico, è stata finalmente decisa, almeno così sembra, coll'unità d'Italia a spese della Chiesa, e colla grande battaglia di Sadowa a spese degli Asburgo e della potenza francese. Lo spirito tedesco della riforma ha ottenuto sui campi della Boemia una nuova vittoria, che sarà feconda di conseguenze, sul mondo medioevale, e verosimilmente renderà alla Germania la perduta potenza. L'Impero si rinnoverà colla Casa degli Hohenzollern che ascende invincibilmente verso di esso, ma non sarà più una potenza cesarea di conquista, all'uso antico, ma un'alleanza nazionale, la quale, posta nel cuore d'Europa, starà a vegliare e salvaguardare la pace, la libertà, la civiltà dall'Occidente. In questo nuovo Stato tedesco la Chiesa sarà quantità trascurabile, perchè non più politica, ma socialmente libera. Nell'avvenire questo Impero tedesco potrebbe radunare intorno a sè in una confederazione tutti gli elementi germanici dell'Occidente, mentre i gruppi dei popoli slavi e latini si riunirebbero analogamente fra loro. La storiamira evidentemente a questo triplice risultato. Allora una eguale potenza di tutti i popoli, finalmente appagati in tutti i loro bisogni nazionali, ed una civiltà libera e generale, a cui si giungerà certamente attraverso mille vie e mille canali, potranno preservarci dal pericolo di uno squilibrio di potenza, sia dall'una che dall'altra parte.
Quando io scriveva le precedenti pagine, non poteva prevedere quale stupendo sviluppo fosse per prendere in breve volger d'anni la storia della mia patria. La folle dichiarazione di guerra di Napoleone III, derivata dal culto barbarico per l'idolo militare che ancora perdura in Francia, ha prodotto conseguenze di primaria importanza storica. L'intelligenza e la forza della nazione tedesca spezzarono la temuta potenza della Francia imperiale come una canna marcita. L'imperatore francese, i suoi generali, i suoi marescialli, il suo grande esercito, una volta terrore del mondo, come per una malìa, son fatti d'un tratto prigionieri di guerra. Il grande Impero francese si dissolse in polvere al tocco elettrico dello spirito nazionale tedesco, ed il papato, l'antico papato imperiale e millenario, si piegò anche esso inaridito ed inerte. Il re-papa latino e loimperatore latino precipitarono insieme, ed in cospetto di Parigi assediata, nella notte di Natale del 1870, 1070 anni dopo Carlomagno, l'Impero, potenza nazionale tedesca, è ritornato alla dinastia protestante degli Hohenzollern. La fine dell'Impero nel 1806 appare oggi dunque soltanto come il principio di un interregno, il più lungo che la storia tedesca conosca. Ora noi incominciamo la riforma politica della Germania. E' sorprendente e bello poter oggi considerare la tenacia e la durata dell'idea imperiale, che è divenuta ora mirabile espressione del principio moderno della libertà di coscienza e della nazionalità.
Roma, Natale, 1870.
Dopo un inverno faticoso, l'amico Lindemann[78]ed io volemmo concederci lo svago di una gita, durante la settimana di Pentecoste, nel selvaggio ed ancora così poco noto Abruzzo.
Avevamo intenzione di vedere Rieti, Aquila e il Gran Sasso d'Italia, scendere dai monti di Popoli al lago Fucino, visitarvi le opere di prosciugamento del Torlonia, festeggiare la gloriosa resurrezione dell'Impero tedesco sul campo di battaglia dell'ultimo Hohenstaufen, e poi tornare a Roma per Tagliacozzo sulla via Valeria. Tutta questa regione, indescrivibile paradiso,la visitammo nella fioritura d'un limpido maggio. Voglio adesso parlarne un poco, almeno dell'ultima tappa da Popoli a Tagliacozzo, perchè parlare dell'interessantissima Aquila mi porterebbe via troppo tempo.
Per godere appieno del paesaggio bellissimo della terra d'Abruzzo, che dovevamo attraversare, salimmo la vigilia del giorno della nostra partenza da Aquila, verso sera, sulla fortezza di questa città. Essa appartiene all'epoca di Carlo V; una possente aquila imperiale bicipite, di pietra, ed una lunga iscrizione latina, ricordante la costruzione di questo castello per opera del vicerè don Pedro di Toledo, marchese di Villafranca, stanno ancora sul ben conservato portale di marmo, di bella architettura cinquecentesca. Questo castello situato in piano, circondato da una fossa profonda, rammenta quello simile che si trova a Milano. Esso non ha più alcuna importanza strategica;[79]serve solo come caserma e dovemmo abboccarci con l'ufficiale di picchetto, per ottenere di essere ammessi a visitarlo. Quando rispondemmo alla sua domanda, relativa alla nostra nazionalità,che uno di noi era tedesco del sud e l'altro tedesco del nord, alleati d'Italia, quell'ufficiale dall'aria annoiata e dalle forme erculee, si rischiarò in volto, ci salutò, togliendosi il berretto, e ci invitò ad entrare. Come si cambiano i tempi! Anche solo pochi anni fa il nome della nostra patria avrebbe ottenuto l'effetto opposto!
Dai merli del castello contemplammo quel superbo panorama degli Abruzzi, dove le catene dei picchi nevosi si spiegano solenni e severe. Aquila è situata sui contrafforti del Gran Sasso, da Aquila vediamo questo re degli Appennini immediatamente sulla nostra sinistra. Nella trasparenza dell'aria vespertina esso appare così vicino che si distinguono benissimo gli anfratti, gli spigoli, i rilievi della sua piramide; eppure ci vogliono due lunghi giorni di viaggio per giungervi! Pochi hanno asceso questa montagna, ed essa è quasi mitica e sconosciuta, come tutta la regione limitrofa.[80]E' un nodo montuoso di figura allungata, di forme gigantesche e massiccie, almeno per quel che si può giudicare vedendolo da Aquila. Dal centro di questa massa montuosa si alza ora una specie di cono o di gobba, coperto di neve; questo è il Gran Sasso,il punto più alto d'Italia: 9000 piedi di altezza.[81]Alla destra di Aquila si stende un'altra regione montuosa, senza picchi nevosi, la cui porzione anteriore è però limitata dai nebbiosi e qua e là nevosi monti sopra Sulmona, ammantati dalla porpora del tramonto e sormontati dalla maestosa e scintillante Maiella. Dall'altro lato, verso Rieti, la nevosa Leonessa,[82]monte bellissimo che si vede da Roma. Esso perde appena in giugno la sua veste di neve, quando sul Pincio fioriscono i granati. Da Rieti noi l'avevamo costeggiata andando verso Aquila. Così costeggiammo il Gran Sasso per raggiungere Popoli.
Questa regione abruzzese non ha ancora ferrovie. Si comincia ora a tracciarne, essendo esse necessarie, anche per ragioni strategiche. Si sta costruendo una linea sul Pescara fino al mare Adriatico, dove si riallaccia alla linea di Ancona, ed è qui il punto centrale di scalo dei prodotti degli Abruzzi. Questa linea dovrà toccare Sulmona, Popoli, Aquila, Rieti e Terni e con una diramazione abbracciare la Marsica, il lago Fucino e Sora, mentre si ricongiungerebbe per Roccasecca alla linea Napoli-Roma.
Ora si viaggia in piccole vetture di posta molto primitive, che non differiscono in nulla da quelle in uso nella Sabina e nella campagna romana. La strada è bellissima: passa per monti e valli, in regioni pittoresche con lo sfondo del Gran Sasso, fra castelli e rocche in rovina, come Poggio Picenze, Barisciano, Castel Nuovo, Ritegna (?) Navelli, tutti sull'Aterno rumoroso. Fra Collepietro e Popoli varcammo un alto passo, dal quale si gode una magnifica veduta sulla lussureggiante vallata di Sulmona, che è come un enorme giardino racchiuso in un cerchio di nevose montagne. Una volta esse racchiudevano un lago, come quello Velino presso Rieti. In tempi preistorici tutte queste valli abruzzesi erano laghi; ora non rimane che il lago Fucino, ed anche questo sarà presto prosciugato. In basso si scorge Popoli, su una roccia rossastra; su di esso le torri gialle e le rovine della rocca dei Cantelmi, e dietro Sulmona, patria d'Ovidio, ai piedi della Maiella che sembra serrare la valle. La strada che conduce a Popoli scende a zig-zag con gomiti così bruschi e curve così forti, che rammenta la strada del Gottardo o altri passi delle Alpi.
Nulla di più ridente di questa piccola antica città con i suoi frutteti e le sue vigne assolate; il fiume Aterno prende daquesto punto il nome di Pescara. Chi non conosce questo nome famoso nella storia di Carlo V? Appena entrati in città, trovammo la popolazione in gran movimento, essa aveva aspetto contadinesco; una strana comitiva di uomini ci venne incontro suonando una fanfara; era preceduta da giovanotti che su di un'alta pertica portavano una caldaia di rame ed altri lucenti utensili da cucina, tutti adorni di bandierine, fiori e corone. Era un corteo nuziale, e, secondo l'uso del luogo, la dote della sposa era portata in processione per viaggio. Popoli è una città di coltivatori e di vignaioli. I vini degli Abruzzi, o almeno quelli che si fanno là ed a Sulmona, sono celebrati in tutta la regione, e sarebbero esportati di più, se fossero migliori le strade. Ci è stato detto che a Popoli si compra un litro di ottimo vino per l'inverosimile prezzo di un soldo, e si piantano dei maglioli per nulla inferiori a quelli di Borgogna.
Popoli, rappresentando il punto di congiunzione delle strade commerciali di Aquila, Pescara e Sora-Avezzano, è già oggi uno dei luoghi più popolosi e frequentati degli Abruzzi. Vi notammo infatti un'animazione che ricordava Napoli e le città meridionali.
Salimmo sull'antica rocca, donde si gode un incomparabile panorama. I Cantelmi, stirpe provenzale, la eressero; essi eranvenuti a Napoli con Carlo I d'Angiò, resero grandi servigi a questo conquistatore nella lotta con Manfredi e Corradino, e, arricchiti di molti feudi nel regno di Napoli, divennero una delle più potenti famiglie feudali. I Cantelmi possedettero anche per molto tempo la bella Sora sul Liri. In nessun altro luogo d'Italia il feudalismo ha fiorito come nel Napoletano. I Normanni, gli Hohenstaufen, gli Angiò, gli Aragona; poi gli Spagnoli, dopo Carlo V, crearono infiniti feudi, cosicchè in quella regione si può dire non esista paese cui non sia annesso un titolo di conte o di marchese. Nessuna regione, anche, cambiò tanto spesso di signoria per l'eterna lotta delle dinastie e delle nobiltà. Se non erro, l'attuale duca di Popoli seguì l'ex-re di Napoli, Francesco, nel suo esilio sul remoto e gelido lago di Starnberg. Il lago di Starnberg è uno dei luoghi più pittoreschi e suggestivi che conti la Germania, sulla sua tranquilla riva ospitale, coronata di boschi e di casolari, ben vi possono i fuggiaschi affaticati della vita e della storia, riposare nel silenzio e nell'ombra. Ma ci vuole un'anima tedesca per godere la bionda bellezza di quella natura e non sentirsi intirizzire; potrebbe un luogo come quello consolare un esule che ha negli occhi e nel cuore il sole di Napoli?
Noi viviamo in tempi, nei quali la dea Fortuna gira assai velocemente la sua ruota; quando s'ebbe mai più di ora materia per dissertare sul vecchio temade exilioede varietate fortunae? Gli antichi Romani, da Scipione, esempio dell'esule sereno e rassegnato, molto si distinsero nell'arte di sopportare degnamente l'esilio. Si dice che la religione cristiana e la diffusa cultura abbiano ai nostri tempi reso i dolori più tollerabili che nell'antichità, nella quale il più forte di tutti i sentimenti era l'amor di patria; questa è, e rimarrà, una bella frase. Queste considerazioni feci anch'io guardando la rocca dei Cantelmi, che mi faceva ricordare Starnberg e Chiselhurst. Nello sfondo del nostro viaggio, nube lampeggiante, stava la lotta spaventosa di Parigi colla Comune. Appena giunti in paese, chiedemmo dei giornali, per conoscere le ultime notizie. Ci dissero che in Popoli c'è unCasino, o meglio unaCasina, come chiamano negli Abruzzi e nella Marsica qualche cosa di molto simile a quello che si chiamaMuseumnelle città della Germania meridionale. La sera ci condussero in un caffè, e da questo, salite parecchie scale, ci trovammo nelle due stanze dove laCasina di Popoliaveva fissato la sua segreta sede. Alcuni signori giocavano al biliardo alla luce crepuscolare di fumose lampade; noifummo gentilmente introdotti nel gabinetto di lettura, dove trovammo giornali italiani, ma non molto recenti, che aveva portato la posta di Aquila e di Pescara.
Per il giorno seguente noleggiammo una vettura per recarci al lago Fucino per il selvaggio monte di Raiano, viaggio di un giorno intero.
Una volta vi era servizio di posta con Avezzano; ora non più, non so per quale ragione, forse perchè si sta costruendo la nuova strada di Aquila attraverso la montagna. L'antica strada è bellissima e praticabile. Traversammo il Pescara, vivace corso d'acqua montanino, ricco di trote, largo qui come il Liri a Ceprano. Attraverso questa regione incantevole giungemmo a Pentima, poi sull'altipiano dell'anticoCorfiniumdei Peligni.
La bellezza della valle da Sulmona a Popoli, colla catena del Gran Sasso e le altre montagne intorno, è tale che non può esprimersi con parole. Io non vidi mai un paesaggio così superbamente stilizzato, come questo di Corfinio, da non paragonarsi nemmeno colle famose località siciliane. E' una veduta di alpi e di nevi nella smeraldina limpidezza della luce del sud. Anche sotto questo cielo i monti hanno nevi eterne, ma queste non hanno la grandiosità sinistra dell'elemento; sembrano essere stateposate sugli spigoli scintillanti da uno spirito di bellezza, per aumentare lo splendore di queste montagne. Sotto l'azzurro del cielo lo scintillìo delle nevi ha un risalto speciale, magico. Teatro più bello dell'altipiano di Corfinio questa scena sublime non potrebbe avere, e si potrebbero passare delle ore e dei giorni interi assorti nella sua contemplazione, dimenticando il piccolo mondo degli uomini.
In mezzo a questa natura grandiosa, quasi eroica, in quest'aria fresca e serena, potrebbe sorgere una forte città dalla popolazione sana ed esemplare. Vedemmo molti resti di antiche mura, ed una chiesa non vecchissima, ma d'una considerevole antichità, unico particolare del quadro che ricordasse il presente ed il tempo. Essa è di travertino giallastro e brillante. Si chiama San Pelino, e da essa prende il nome l'altipiano. Deve essere stata eretta verso il 1400, ma, a giudicare dalle iscrizioni, prima di essa vi doveva già essere in questo luogo un'altra chiesa, eretta sulle rovine d'un tempio pagano. Il materiale di costruzione è stato preso daCorfinium, come sì rileva dai frammenti d'iscrizione che si trovano sulla parete esterna.
Presso uno di questi frammenti trovai questo scritto medioevale, coi caratteri del tempo dei Cosmati, e anche coi nomi e leparole usate dai Cosmati stessi nelle loro iscrizioni: VGO. HOC. F. OPVS. ARNVLFVS. EP. PLEBI. DI.—ciò che non mancò di meravigliarmi molto. Ancor oggi sul tabernacolo di S. Paolo a Roma si legge:Hoc opus fecit Arnolfus cum socio suo Petro.
Come è incomparabilmente grande qui la natura, ugualmente grandi sono le vestigia della storia di Roma.Corfiniumfu per lunga serie d'anni il centro della più violenta rivoluzione d'Italia, la terribile sollevazione degli alleati contro i privilegi della sovranità assoluta di Roma. In questa città gli eroici Marsi, i Sanniti ed altre popolazioni strinsero alleanza, si dichiararono indipendenti da Roma, crearono, sotto Quinto Silio, consoli e Senato, e chiamaronoCorfinium, Italica. In terribili guerre la Comune delle popolazioni italiane lottò per la cittadinanza romana; seguirono altre guerre sociali, e la grande guerra servile: le figure di Mario e Silla, Ottavio, Cinna, Sulpicio e Rufo, nonchè Pompeo e Cesare, si presentano agli occhi del viaggiatore che segue col pensiero questa catena galvanica di lotte gigantesche dell'aristocrazia colla democrazia, del diritto popolare col privilegio, che conduce all'apparizione del Cristianesimo e del suo ideale democratico. Ed essa non finisce qui: la lotta è eterna come il principio che la provocò.
Mentre noi qui, sulla luminosa pianura di Corfinium, riandiamo col pensiero quelle rivoluzioni e guerre civili per la conquista dei diritti da parte dei Comuni d'Italia, i comunardi di Parigi chiamano alla riscossa le città di Francia contro il principio di stato della centralizzazione; essi abbattono i monumenti imperiali e regali, e spargono su di essi infiammato petrolio, facendo di Parigi un rogo. Se mai la ragione e il diritto furono fondamento di una guerra civile, ciò accadde nel caso della guerra marsica.
Un granellino di ragione Bismarck lo trovò anche nel pandemonio della Comune di Parigi. Negli eccessi della recente rivoluzione parigina riconosciamo in parte il fanatismo della furia partigiana latina, ed anche un po' della grandiosità dell'anima romana. I posteri potranno forse meglio di noi sceverare il torto dalla ragione in questo periodo storico, e giudicare in modo più mite quello scoppio d'un malore sociale. La recente storia di Francia offre infatti una forte analogia con quella dell'antica Roma.
Già da ottanta anni quella regione è agitata da rivoluzioni che la fanno oscillare fra la repubblica e l'impero. Il cesarismo romano ha trovato raramente buon terreno per svilupparsi in Italia, sua terra d'origine, ma è esulato in Francia.
In Italia, invece, il principio della centralizzazione romana non passò allo Stato, ma alla Chiesa ed al potere temporale.
Sarebbero ben da compiangere gl'Italiani se facessero di Roma, loro capitale, un vampiro della nazione; certamente al più presto non mancherebbe unCorfinium. Già troppo le differenze e le autonomie delle Provincie sono state intaccate in Italia; e si deve alle tenaci tradizioni ed ai resti dei Comuni medioevali, se ancora non sono sensibili inconvenienti maggiori del nuovo stato di unità.
Ma, laggiù, da un colle si staccano cupe masse di case, e le torri di una cattedrale: è Sulmona; e la figura del sereno poeta delle Metamorfosi e delle Eroidi, poi esule infelice, ci si presenta: Ovidio fu proprio l'uomo creato per fare le più profonde riflessioni sull'instabilità della fortuna! Dal luminoso e raffinato mondo romano egli precipitò fra i selvaggi Sciti del Mar Nero, coperti di pelli di belve! Quante volte, laggiù, egli non avrà pensato con melanconica e straziante brama ai monti e alle valli floride della patria sua, ai giochi della sua giovinezza a' piedi della Maiella!
Un'altra figura storica, lontana da quella di Ovidio, come la notte dal giorno, come può esserlo un ascetico santo da un sereno pagano, ci apparisce dietro Sulmona,e riempie delle fantastiche memorie medioevali l'azzurro leggermente nevoso della Maiella. Da quelle grotte un timido montanaro eremita fu sbalzato d'un tratto sul trono pontificio: Celestino V, predecessore di Bonifacio. In S. Maria di Collemaggio presso Aquila, dove egli fu condotto da re Carlo di Napoli per esservi incoronato, egli giace sepolto; ed io visitai là il suo mausoleo. La sua storia è il più strano episodio del Papato, un poema di santità, tutto fragrante di romanticismo medioevale, incomparabile ed unico negli annali della Chiesa.
Un altro figlio diretto del medioevo leva la sua ombra sulla Maiella: Cola di Rienzo, l'ultimo tribuno di Roma, in esilio, e non più vestito di broccato e di seta bianca, ma nella cella di quei Celestini che il papa-eremita aveva fondato. Anch'egli fu dunque un eremita della Maiella, cinquant'anni dopo Celestino. Dopo la sua cacciata dal Campidoglio, andò errabondo nel napoletano, e si rifugiò poi in queste solitudini, visse cogli eremiti, assorto in meditazioni sulla riforma universale, alla quale si credeva chiamato. Di là mosse verso Praga, per partecipare all'Imperatore Carlo le profezie degli eremiti abruzzesi e le sue proprie idee geniali.
DaCorfiniumquante prospettive storiche si presentano alla mente del viaggiatore!Quinto Silio, Ovidio, Celestino, Cola di Rienzo. E dovunque, davvero, in Italia, in questi paradisi naturali che da una bellezza conducono ad una bellezza più grande, dovunque troviamo vive e fresche le fonti della storia! Da ogni lato balzano figure del mito e della storia più ricca e più grande del mondo!
Nessuna terra è più suggestiva, in nessuna terra pulsa come in questa il sangue della civiltà!
Se oggi essa appare monumentale, e di sasso, essa getterà un giorno la maschera! Questo inesauribile campo di sèmina della civiltà ha anche un'altra missione, oltre quella di essere il camposanto di un grande passato. Lo spirito luminoso di questa nazione tornerà, presto lo speriamo, a splendere come al tempo di Dante e di Raffaello!
Montammo in carrozza e giungemmo presto a Raiano, piccolo villaggio all'estremità dell'altipiano, dal quale poi si sale alla Costa (?), possente fianco del monte, attraverso il quale, dopo molte ore di cammino si giunge al lago Fucino. Si sale lentamente serpeggiando. A Raiano rinforzammo con buoi il nostro tiro. Andando innanzi incontrammo una numeroso gregge di pecore e di capre che i pastori, uomini giganteschi, coperte di pelli le spalle, impugnando il pungolo,conducevano lentamente alla montagna. Più oltre vedemmo i pendìi tutti coperti di greggi, che vi passano l'estate. Cani dal lungo pelame, della grandezza dei San Bernardo, fanno la guardia; essi portano un collare di cuoio con punte di ferro, che li protegge dal dente dei lupi abruzzesi.
Giungemmo alla prima altura sopra Raiano, donde si godono sempre nuove e incantevoli vedute del Gran Sasso, del monte Golgano(?), della Maiella e di tutta quella regione montuosa, strana solitudine di rupi rossastre appoggiate la une sulle altre o spaccate da profondi crepacci di mille forme, sormontate dal maestoso Gran Sasso.
In questo luogo il fiume Pescara si perde sotterra; si passa quindi una valle, dopo Goriano Sicoli, e più là fra umide e cupe montagne si apre un passo,chiamato Forca,[83]come molti son chiamati in Svizzera.
Vi giungemmo a mezzogiorno. Si poteva essere a 4000 piedi sul mare, ma l'aria vi era tepida e dolce; delle allodole cantavano e degli usignoli svolazzarono da un cespuglio.
A Forca ci imbattemmo cogli ultimiviandanti, cavalieri o pedoni; poi non si incontrarono più che greggi di pecore inerpicantesi sui dirupi. Ai lati strade mulattiere conducono ad Alba[84]e ad Avezzano, e sono antichissime; nel medioevo servivano da strade militari. Così procedemmo per ore sulla roccia brulla, di color bruno. Degli amici di Roma avevano trovato rischiosa la nostra gita in questa solitaria contrada che, dopo le Calabrie, è la più frequentata dai briganti.
Fino al 1860 ne era abbondantemente infestata, ed ancora se ne incontrano nei dintorni di Sulmona. Il vetturale non si stancava di narrarci, durante il viaggio, queste storie di briganti; una l'ho ancora in mente. Sette fratelli, di forza erculea, divennero un bel giorno banditi e, venuti in queste montagne, si diedero a rubare, ad uccidere, a sequestrare persone, a far bottino, di notte, di centinaia di pecore. Cinque di essi morirono, due scomparvero. Alcuni cittadini di Aquila che qualche anno dopo portarono al mercato di Trieste seta grezza da vendere, riconobbero i due malandrini in due mercanti che avevano stabilito in quella città un fiorente commercio. Il governo austriaco li consegnò a quello italiano, e quei banditisono ora, rinchiusi nelle prigioni di Aquila, dove attendono la loro condanna a morte.
Ancora un'altura, e dinanzi agli occhi si stende una profonda depressione larga più miglia, superbamente circondata da altissimi monti, oscurati ora dall'avvicinarsi del temporale. A destra si erge una catena, la cui più alta vetta, una doppia piramide colossale, è ancora coperta di neve. È il monte Velino, che divide il territorio d'Aquila da quello di Alba; alla sua base giace il campo di battaglia di Corradino, e più sotto il lago Fucino. A questo punto fui deluso nella mia aspettativa. Mi aspettavo uno specchio d'acqua scintillante ed azzurro, e vidi un lago oscuro per l'ombra del cielo e dei monti, di un grigio-plumbeo confuso. Mi parve un morente che prendesse congedo dalla dolce vita, e la sua vista mi depresse e mi mise di cattivo umore.
Ma quando ci fummo avvicinati, a circa un'ora di distanza, esso cominciò a sorriderci azzurro, e mostrò di avere ancora un bacino abbastanza considerevole, grande all'incirca come il lago di Bracciano. Pure non potrà aver più di 21 miglia di perimetro. Quando era ancora intatto ne aveva 35. Più di 15 miglia mi parve dover essersi ristretto! Scendemmo alla località più vicina alla riva del lago, ad un castellodetto Cerchio, che ora si trova a 4 miglia dalle acque. Ci riposammo in una solitaria taverna, e proseguimmo per Avezzano.
Vedemmo per via uomini occupati a costruire strade, ponti, tagliare pietre; tutta una vita febbrile di lavoro, prodotta dalle opere di prosciugamento. Ai lati della strada si ergevano ridenti alture coperte di orti e di vigne, che un tempo erano state in riva al lago. Sopra un notevole villaggio, detto Celano, si vede un grande castello con mura merlate; Celano fu un tempo con Alba e Tagliacozzo una delle capitali della Marsica nel medioevo.
L'antica Marsica, detta anche, per la strada consolare, provincia Valeria, poi Abruzzo, giungeva fino al lago Fucino. Ma nè nell'antichità, nè nel medioevo i suoi confini sono nettamente assegnabili. La sua sorte durante il medioevo o è immersa nell'oscurità, o è inestricabile confusione. Al principio del secolo VII Valeria è detta la capitale episcopale della Marsica, luogo d'origine del pontefice Bonifacio IV (608-615). Se questa città sia scomparsa, se sia stata l'antico Marruvium, e se sia mai esistita unaCivitas Marsicana, è incerto. Quando i Longobardi s'impossessarono delle antiche città romane, la regione Marsica intorno al lago manteneva il suo antico nome, ed era uncastaldato. IlCastaldiusMarsorumè nominato spesso nei documenti del secoloVIII, come anche le città di Celano, Transaqua,[85]Atrano, Alba, ed altre. Forse esso aveva la sua sede a Celano. Quando i duchi longobardi di Spoleto soggiacquero ai Franchi, il castaldato divenne una contea. I conti della Marsica datano, sembra, dall'imperatore Ludovico II. Stirpi franche soppiantarono le longobarde. Nel secoloXIla casa dei conti Trasimondo, Berardo e Oderisio divenne assai ragguardevole; essa affermava di discendere dai Carolingi. I conti di Celano erano ancora potenti al tempo dell'imperatore Federigo II, dal quale si staccarono per volgersi al papa. Cogli Angiò altri rapporti si stabiliscono; le condizioni mutano, e i romani Orsini entrano nella regione del lago Fucino; alla fine del secoloXIIICarlo II di Napoli l'investe delle contee di Tagliacozzo e di Alba. Contro di loro lottano più tardi i Colonna, per il possesso della Marsica, quando Martino V diede Alba e Celano ai suoi fratelli. I Colonna si chiamarono dal 1432 duchi della Marsica, e vi possedevano allora ben 44 località, fra cui Alba, Avezzano, Celano e Transaqua. Nel 1463 perdettero Celano che passò ad Antonio Piccolomini, nipote di Pio II. Mantennero Tagliacozzoe Alba. Avezzano divenne proprietà degli Orsini, ma per poco tempo; i Colonna cacciarono dalla Marsica la famiglia rivale.
Noi non avevamo tempo di visitare l'interessante Celano, e ci limitammo ad Avezzano. Questa cittadina giace in piano, in un ridente e lussureggiante paesaggio, a tre quarti d'ora dal lago. Ha ancora antichi edifici di stile gotico-romanico, e la bella rocca degli Orsini.
Il famosoGentile Virginiola eresse nel 1490, essa ricorda il castello di Bracciano, eretto da Napoleone, padre di Virginio.
Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto, ingrandì il castello, vi pose dei trofei della guerra contro i Turchi, adornò le sale con pitture, delle quali non resta più traccia. Sul portale della rocca si legge una iscrizione, nella quale egli si chiama:Marsorum Talliacotiique Dux, Marchio Atisse, Albe et Manupelli Comes.
I tempi degli Orsini e dei Colonna, di questi re della Campagna romana, i cui nomi e le cui imprese riempirono dei secoli, sono divenuti leggendarii, come il ducato dei Marsi. La rocca di Avezzano, oggi proprietà dei Barberini Colonna, è divenuta una miserabile caserma, e solo lo stemma degli Orsini e dei Colonna ricorda ormai il suo grande passato. Il re della Marsica èoggi Torlonia; egli ha denari e possiede il genio dell'industria. A due passi dall'antico castello si vede una nuova grande piazza, ad un angolo della quale sta scritto: Piazza Torlonia. Là il Creso di Roma si fabbrica un palazzo; dovunque si vada in questi paesi, si sente parlare di lui.
Nelle città della Marsica i coloni e i vassalli maledivano un giorno gli storici loro tiranni Colonna ed Orsini, che coprivano ogni anno di ferro e di fuoco quella regione incantata che giace sulle rive del lago di Fucino. Ma oggi il nome, per nulla storico, di Torlonia è ripetuto qui con stima e riconoscenza da poveri e ricchi, signori e plebei. Torlonia coi denari ha fatto risorgere questa regione. Egli arma migliaia di uomini di pala e di vanga; migliaia di uomini egli nutre; dà in affitto i campi a famiglie e comunità. Ha riscattato dal lago miglia e miglia di terra, e vi sorgeranno nuove città; per 99 anni egli sarà il re della Marsica e possederà la nuova terra; vi avrà un monumento che tramanderà ai posteri la gloria di questo grande prosciugatore.
All'albergo di Avezzano chiedemmo, maliziosamente, pesci del lago. Non ne avevano; i pesci erano morti a migliaia sulle rive lasciate a secco dai lavori intrapresi; devono aver ricoperto d'argento una benvasta estensione di terra! Che cosa c'importa dei pesci! ci disse l'ostessa, fanatica partigiana del prosciugamento, se noi guadagniamo dei campi? Che c'importa del lago, se avremo dei giardini? Nella nuova terra fioriranno i nuovi coloni. Ciò è esatto, ma sarà distrutta così una grande opera naturale, e l'Italia sarà vedovata per sempre di una meraviglia della natura, di uno dei più fulgidi suoi gioielli. Io non so assuefarmi all'idea che questo solenne lago, che per migliaia e migliaia d'anni ha specchiato nelle sue acque questi monti severi e maestosi, debba scomparire per sempre. Temo che ugual sorte tocchi presto anche al Trasimeno: anche quello vorranno versare nel mare, per guadagnar pascoli e campi; e chi sa che già non stiano furtivamente visitando le sue coste dei funesti capitalisti intenti a calcolare in quanta prosa sonante si possa convertire questa incantevole poesia naturale! Sì, il denaro e le macchine a vapore van prosciugando nel mondo la poesia, ma solo un mercante potrà rallegrarsi di questo.
Le rive del lago non misurano più che tre miglia. Dove poco fa si agitavano le onde e i pescatori gettavano le reti, sono ora verdi seminati, campi solcati dall'aratro, e divisi fra loro da segni di confine portanti lo stemma e le iniziali di Torlonia.L'allodola già ha nidificato sulla nuova terra, e l'allegra figlia dei campi intona già su di essa canti di giubilo.
Il Comune di Avezzano intentò lite al Torlonia, facendo valere i propri diritti sulla nuova regione; ma i contendenti si accordarono per una certa somma di denaro.
Arrivammo al cantiere dei lavori, dove ci si presentò uno strano spettacolo, che in piccolo ricordava i lavori del canale di Suez. Un canale largo e profondo è stato scavato dalla sponda del lago: in questo scorrerà l'acqua del lago, quando sarà compiuto il prosciugamento e quando sarà stata tagliata la diga. Delle cateratte massiccie, di pietra bianca squadrata, sono state costruite con fattura semplice e solida. Nel canale ed intorno erano centinaia di operai occupati a riempire di melma dei cesti e a portarli via su di un colle vicino. In gran parte eran donne che compivano questo lavoro. I loro fazzoletti rossi, le loro vesti variopinte, secondo il costume di Sora, davano alla riva un aspetto straordinariamente animato. Il nuovo canale viene a trovarsi in una posizione molto più bassa dell'antico per mezzo del quale già una parte del lago era stata prosciugata. E questo canale si dirige direttamente verso il monte Salviano dove sono anche gli antichi emissarii di Claudio.
Vedemmo anche tre colossali gallerie, una sopra l'altra, parte in muratura, parte scavate nella roccia, che si trovano molto al di sopra della superficie del suolo. Di là dal monte scorre il Liri, presso Capistrello, attraverso la valle di Nerfa, dalla quale scaturisce presso Cappadocia; in questo Liri sarà condotto il Fucino. L'emissario di Claudio fu già espurgato dall'imperatore Federigo II, poichè già per molti secoli ed anche nell'anno 1826 era stato più volte tentato il prosciugamento del lago. Questo tentativo ebbe felice esito soltanto nel nostro tempo; una società di capitalisti, fra cui molti francesi, intraprese circa 12 anni fa questa grande opera. L'emissario di Claudio fu in questa occasione riattivato, approfondito ed allargato. Torlonia, finalmente, assunse per suo conto l'alta direzione di tutta l'impresa. Fra pochi anni il prosciugamento del lago sarà compiuto.[86]
Dall'alto dell'emissario di Claudio si vede assai bene tutta la superficie del lago ed i monti all'intorno. A mezzogiorno si elevano i monti di Sora; nel vederli mi ricordai delle mie gite sul Liri. Cinque anni fa da Sora, dove mi ero dovuto fermare in quarantena, essendo scoppiato il colèra, volevo partire per Avezzano, ma i briganti m'impedirono di prender quella via. I monti della Maiella appaiono ad occidente. Eppure è sempre il monte Velino quello che attira su di sè l'attenzione dello spettatore; anche se si è volto altrove lo sguardo, bisogna riportarlo su di esso, tanto appare mirabile per la sua adamantina figura. Sembra che non riceva luce dal cielo, ma che risplenda di luce propria ed illumini i monti, il lago ed i piani.
Che meraviglioso specchio dev'essere stato il lago nella sua integrità! Ancora esso appare così incantevole nello splendore della sera, che si può pensare, guardandolo, alle ninfe e alle galatee nuotanti nei suoi flutti. Le ninfe presto moriranno come i poveri pesci e cederanno il posto al fieno e allebiade. Le fronti celesti dei monti che si sono specchiate finora in quest'onda favolosa, presto dovranno prendere congedo dal loro amico, il Dio Fucino. Presso Trasacco veleggiano ancora delle oscure barche e lì vicino s'innalzano al cielo bianche nubi di vapore che vengono dalle macchine che aspirano l'anima al povero lago. Torlonia, il grande seccatore della natura, è sordo all'appello delle ninfe; egli non teme neppure la vendetta dei pesci che potrebbero tormentare i suoi sogni. Egli non crede più alla mitologia d'Ovidio; ha denari e può sfidare gli dei, che dichiareranno fallimento. Potesse egli almeno risollevare dal lago le città che vi sono sprofondate, Marruvium e Pinna! Una leggenda narra ch'esse vi sono sepolte.
Prendemmo di buon mattino una carrozza per andare a visitare il campo di battaglia di Corradino e la vicina Tagliacozzo. Era un'incantevole mattinata primaverile, il monte Velino coi suoi campi di neve, tutti i solenni monti d'intorno, lo specchio azzurro del lago, le castella merlate sui verdi colli, risplendevano in un'atmosfera limpidissima: tutto aveva un aspetto fantastico di linee e di forme nella placida tranquillità della natura. Colle parole non si può esprimere ciò che io sentivo. Neppure nei sogni più belli potrebbe una fantasiadi poeta, fosse anche Dante od Omero, immaginare uno scenario di così eterea bellezza, come questo che fu teatro della cupa tragedia di Corradino. Solo un campo di battaglia conosco, che gli si possa paragonare, sebbene di genere differente: è quello dove cadde, presso il Vesuvio l'eroe goto Teia.
Tutta questa scena ha per centro il Velino; esso ha la natura distesa reverente ai suoi piedi, come un tappeto; il lago, le rive ridenti, i campi palentini bagnati dal Salto. Dal monte maestoso si staccano delle alture, sulle quali sorgono le antiche rocche dei Marsi, rovinate e corrose dall'edera, intere cittadelle medioevali con chiese, conventi e castelli. A destra si erge, come un'isola verde, e un tempo emergeva dalle onde del Fucino un colle roccioso, sul quale si trova la favolosa Alba Marsorum, o Fucentia, con resti di mura ciclopiche e antichi templi. In essa condusse melanconica esistenza Perseo, re della Macedonia, cui toccò la sorte di Corradino! In questa lontana Alba egli si sarà trovato come in un luogo incantato; e invero quale più straordinaria prigione per un re? Al di sotto, Androsano; più là, su un dolce pendio verdeggiante, Magliano, e sopra, addossati a gigantesche rupi oscure, Massa,[87]Corona e Rosciolo. L'Imele, detto anche Salto,[88]si getta nel fiume Velino, che a sua volta si getta nella Nera e questa nel Tevere. Esso si svolge in curve fra questi monti, lungo una valle, nel lato opposto della quale si trova l'ultima montagnaFontecellese. Sul pendio di questa sta Tagliacozzo, ma ancora non si può vedere.
Con una risoluzione disperata rinunziammo ad Alba, e ci dirigemmo sulla pianura palentina. Traversammo prima il villaggio di Cappelle, coronato di giardini. Qui già cominciano i campi palentini che si estendono fin sotto Scurcola e Tagliacozzo. A destra la pianura è chiusa dal monte S. Nicola, sul quale si trova Scurcola coronata dalle alture di Magliano e di Alba. Di fronte ad Alba si alza il colle S. Felice, dove, secondo la tradizione, il vecchio Erardo di Valery aveva nascosto nei cespugli quella retroguardia che decise le sorti della battaglia. Anche oggi quel luogo si chiamaLe difense.[89]Nello sfondo si scorge il monteS. Antonio (?) coperto di neve, gli alti monti di Capistrello e Corcumello, e molte altre punte gigantesche. L'altipiano fra la Scurcola e S. Felice si chiamala Palenda, il vero centro del Campo palentino solcato dal Salto. Carlo d'Angiò era venuto da Aquila attraverso il passo del Monte Velino, e aveva preso posizione sulla destra del Salto sotto Alba. Corradino era venuto da Tagliacozzo per la via Valeria, e si era posto sulla sinistra del Salto, sullaVilla Pontium, sotto la Scurcola. Per una notte mantennero i due avversari queste posizioni, finchè il Senatore di Roma, Don Arrigo di Castiglia, passò il Salto e impegnò la lotta.
La battaglia è chiamata con varî nomi dai cronisti del tempo, di Tagliacozzo, di Alba, di Campo Palentino, della Scurcola.
Anche Dante dice: