AVIGNONE.(1860).

E delle idee germanicheSeguendo il volo libero, sublime,Prendi soggetto alle tue nuove rime.

E delle idee germanicheSeguendo il volo libero, sublime,Prendi soggetto alle tue nuove rime.

Don Giovanni è uno dei pochi aristocratici romani che coltivano le scienze per naturale bisogno. Ve ne sono però alcuni in Roma veramente côlti e pieni di attività, come Don Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, della stirpe famosa di Bonifacio VIII, e come Don Baldassarre Buoncompagni, così versato nelle scienze matematiche. Sapendo quanto la società romana sia poco favorevole ambiente per questi studî, nella lode verso questi uomini si deve aggiungere la riconoscenza della loro patria. Torlonia, uomo di molta coltura, si adopera con zelo a riportare in onore, in Roma, le belle lettere, da lungo tempo neglette. Ci vuole in Roma, e specialmente nell'aristocrazia, del coraggio per portare il titolo di poeta. Son passati i tempi di Vittoria Colonna e di Leone X, e le società arcadiche hanno fatto quel che era in loro potere per togliere alla poesia ed ai poeti la stima della società. «E' un poeta», dicono anche oggi i Romani, per designare un uomo che non esercita nè l'avvocatura, nè un'altra professione, e che passa i suoigiorni vagabondando e pigliando mosche per offrirle poi in vendita.

Don Giovanni è insieme mecenate e poeta, ed esser mecenate nella Roma d'oggi è grandemente più utile che esser poeta. La giovane scuola dei poeti romani, confortata ed aiutata da lui, gli si raggruppa intorno come libera accademia per reciproco incoraggiamento ed emulazione.—Nomino solo gli ingegni più originali, personali e indipendenti: Fabio Nannarelli, Ignazio Ciampi, Paolo Emilio Castagnola, Giambattista Maccari, e la poetessa Gnoli. Questa scuola ha fondato un organo proprio, sotto gli auspici di Torlonia, che promette di aver una parte non indifferente nella letteratura di Roma. Si chiama «La Strenna Romana». Si chiamaStrennain Italia quel che noi chiamiamoMusenalmanach. QuestaStrennauscì la prima volta, a cura del Torlonia e del Castagnola, il primo dell'anno del 1858. Conteneva poesie e prose varie; fra l'altro riproduceva un frammento dellaCronaca di Viterbodi Nicola della Tuccia, fatta stampare dal Ciampi. Questa miscela di poesie liriche e di scritti storici non è da lodarsi, ed io esprimo ai miei amici di Roma il desiderio di veder presto la parte poetica separata e pubblicata in volume a sè. Questa promiscuità si spiega, del resto, con la mancanza digiornali e riflette l'indole delle antiche accademie romane, dove i discorsi scientifici si alternavano con le conversazioni letterarie.

Sintomo caratteristico delle condizioni letterarie di Roma è il fatto che laStrenna Romananon viene pubblicata a Roma, ma a Firenze, presso il Le Monnier;—a questa famosa casa editrice fiorentina ricorrono tutti i poeti romani.

Comincio dalle poesie di Don Giovanni Torlonia (Poesie, Firenze, 1856), un libercolo di 66 pagine, il più piccolo fra tutti quelli di cui parleremo. Lingua bella e pura, sentimento lirico e musicale, tendenza alla natura idillica: queste sono le sue caratteristiche. La Musa del Torlonia s'ispira alla lirica tedesca; una gran parte delle sue canzoni sono o variazioni di testi tedeschi, o imitazioni di poesie tedesche. Egli avrebbe tradotto felicemente Heine e Lenau, se l'audacia della metafora tedesca potesse esser resa dalla austera e rigida lingua italiana. Ciò è assai difficile, e mi ricordo di un tentativo fatto da un poeta italiano e da me per tradurre in italiano delle canzoni di Lenau. Quello che era naturale e semplice nel libero stile tedesco, diveniva gonfio e artificioso, quando lo si portava in questa lingua. Lenau, per esempio, dice:la primavera lancia le lodole,i suoi razzi di canto, nell'aria, e questo bell'ardimento non urta per nulla la nostra immaginazione di tedeschi: ma come frenerebbe il riso un uditorio d'Italiani che udisse recitare nella sua lingua questa frase poetica?[9]

Torlonia ha tradotto, tra l'altro,Espero, delVergangenheitdi Lenau.

—Oh quanto melanconicoE' d'Espero il fulgor,Quando scintilla languidoTra il giorno che si muor!—Le nuvolette, similiA impalliditi fior,Sembra che un serto intreccinoAl giorno che si muor.—Del cuore umano i gemitiMa le sue gioie ancor,Al muto avello scendonoCol giorno che si muor.

—Oh quanto melanconicoE' d'Espero il fulgor,Quando scintilla languidoTra il giorno che si muor!—Le nuvolette, similiA impalliditi fior,Sembra che un serto intreccinoAl giorno che si muor.—Del cuore umano i gemitiMa le sue gioie ancor,Al muto avello scendonoCol giorno che si muor.

I versi del Torlonia sono felici, ma non rendono pienamente il pensiero, benchè questi versi di Lenau fossero tra i più atti a lasciarsi tradurre in italiano. Ma questa traduzione può servire di esempio della grazia e facilità, con cui Don Giovanni maneggia il verso. Egli ha fatto anche una buona imitazione dellaPittrice di fioridi Lenau, della canzoneIo amo un fioredi Heine; e delFiorellino miracolosodi Goëthe. Sembra che i suoi studi di botanica fattinell'Agro Romano gli abbiano dato una predilezione per la poesia dei fiori, e di lui troviamo anche nellaStrennaparecchie buone canzoni sui fiori dell'Agro Romano. Questo genere di poesia ha per gl'Italiani un carattere popolare, per i molti ritornelli di fiori che essi posseggono, i quali sono cantati specialmente dal popolo. Torlonia ha anche una buona imitazione delPoeta e la Naturadi Geibel, ed una bella poesia:Racconto, per il quale ha preso il soggetto da una ballata inglese.

In questa poesia romana noi troviamo anche i fiori del nostro romanticismo tedesco. Sembra che la tramontana abbia trasportato il loro seme dai verdi colli della Svevia alle oscure rovine del Campidoglio e del palazzo dei Cesari. Questi rapporti di Roma colla lirica tedesca, meno importanti di quelli coll'Impero tedesco, sono abbastanza interessanti. Come Torlonia già disse, dei germogli della letteratura poetica tedesca possono essere atti a rianimare tutta la lirica italiana. E' vero che un albero d'oleandro darà solo fiori d'oleandro, e un tiglio, fiori di tiglio, ed inutilmente si tenterebbe di innestar l'uno sull'altro; è anche vero che il genio italiano è fondamentalmente diverso da quello tedesco, e tale deve quindi essere la sua lirica, che rispecchia l'anima del popolo; ma Don Giovanniintende soltanto che la Germania potrebbe rendere all'Italia un servizio di cultura letteraria, considerando specialmente il ravvicinamento che si va operando, più o meno profondo, fra i due popoli.

Fabio Nannarelli (Poesie, Le Monnier, 1853 e 1856) è un poeta di ingegno non comune, cui arride certo un bell'avvenire; ha uno spirito nobile, appassionato del vero, che egli cerca nella poesia e nella vita, senza traccia di leggerezza e di frivolezza, come del resto tutta la giovane scuola poetica romana. Nannarelli conosce la letteratura tedesca, è un ammiratore di Schiller e di Lenau, sui quali ha scritto una monografia; ha in sè profondi elementi tedeschi, e la sua Musa ha un carattere strettamente germanico. La sua nota fondamentale è melanconica, grave e appassionata. V'è nella sua poesia un alito di morte, che sembra esser venuto a lui dalla Piramide di Caio Cestio, alla cui ombra dormon le ombre di Jung e di Schelley, grandi genî poetici riflessivi, così insoliti nella terra di Roma. L'insufficienza di una esistenza male ordinata, che i Romani sentono ogni giorno di più, più di un inglese o di un tedesco, spinge Nannarelli a cercare la solitudine e a sentire il culto del dolore, che in lui non è del tutto scevro di sentimentalismo. Sentendo l'abisso che separa l'aspirazionedalla realtà, egli si rivolge alla natura, come un tedesco, alla natura consolatrice e risanatrice, per la quale egli si sforza di giungere ad una contemplazione filosofica della universale armonia. Il motto di Tiedge:

Cerca la Speranza, la Fede e la Pace,e cadi piangendo fra le braccia della Natura,

Cerca la Speranza, la Fede e la Pace,e cadi piangendo fra le braccia della Natura,

che egli ha messo ad epigrafe di una sua poesia, come altre volte dei brani di Schiller e dell'Amletodi Shakespeare,—indica esattamente l'indirizzo del suo pensiero poetico, il quale va errando in un mondo incorporeo di sogni, che toglie al dolore la sua umanità e lo relega nel regno nebuloso delle ombre. Questo è chiaramente espresso nella poesia:Una voce ed il Poeta.La voce esclama:—A che pensi così profondamente, o poeta? Coronati, orsù, la fronte col serto dell'amore!—Il Poeta:—L'amore more era un sogno, esso è appassito come le rose. La voce:—Rivolgiti allora verso la Natura!—Poeta:—Non ne viene che suono di sospiri.—La voce:—Rivolgiti alla Scienza, o Poeta:—L'anima trema dinanzi alla luce della verità, e non può afferrarla.—Voce:—Che ti resta allora?—Poeta:—La gioia delle lacrime e la pace nel mistero della tomba.—A questo conduce la Scepsi; la natura, nelle cui braccia il poeta cerca un conforto, diviene per luiun fantasma sospiroso, che gli fa desiderare vagamente la morte. La sentimentalità di un Jacopo Ortis è fino ad un certo punto perdonabile, perchè essa consciamente riposa sul dolore per una infelicità nazionale, ed esprime un forte sentimento patriottico; ma l'annientamento di se stesso e la negazione di ogni sano operare, non sono tollerabili, se ondeggiano vaghi come semplice materia di lirica.

Il culto romantico del dolore sembra serpeggiare come una malattia attraverso le letterature; pure, non frequentemente lo ritroviamo fra i Romani. E se ne guardino essi; altrimenti ci potrebbe ancora avvenire di vedere lo spirito di Werther che erra pel Colosseo, al lume di luna, con la guida del Förster sotto il braccio. Tra il Dolore e il Mistero della tomba sta sempre, anche per un romano dei dì nostri, il sapere e il lavoro.Travailler sans raisonner—dice il filosofo Martino al gran filosofo Pangloss,c'est le seul moyen de rendre la vie supportable; e se i Romani si lasciano sedurre da un sentimentalismo che non riguarda la loro nazionalità, possiamo ricordar loro giustamente:Cela est bien dit, Romains, mais il faut cultiver votre jardin.

Il poeta, frattanto, per la forza della sua natura, si solleva felicemente, al disopra di questi periodi di esaurimento nervoso,nel lucente regno del Bello, ed intona il suo dolore terreno alle eterne leggi dell'Universo. La sua poesia più bella, che Terenzio Mamiani non avrebbe sdegnato di sottoscrivere, èVignanello.

Egli si trova nelle incantevoli campagne di Viterbo, presso il monte Cimino e, nella contemplazione della grande fiorente natura, trae dalla sua lira note pure e sonore. La prima parte di questa lunga poesia,Venere e Sirio, è una felice variazione sui temi filosofici e naturali: mentre egli, ammirando, contempla quelle due vividissime stelle, imagina che la prima gli dica: Ama! e la seconda: Pensa! Così esprime le due forze che riempiono e reggono il mondo morale, e per mezzo delle quali l'intelletto e la materia armonicamente si estrinsecano.

Buona e benefica è questa malinconia panteistica, che sgorga da un sentimento di pace rassegnata, e da un'anima che si è confusa e versata nella grande divinità della natura,dove più aperto rivelasi l'eterno amor.

Ogni volta che il poeta abbandona il vago e l'incerto per cantare la realtà, egli è felice. Felice è l'elegiaA un bambino, composta contemplando un bambino che giuoca; e assai bello e profondamente umano è il sospiro: il sentiero della vita è dapprima sparso di rose, poi di rose edi spine; infine, di sole spine! Un'altra poesia non meno felice è:La viola dell'addio, il lamento d'una fanciulla sulla violetta che le donò l'innamorato prima di partir per la guerra. La sua purezza e il suo carattere intimo ricordano Chamisso.

Nannarelli tentò anche un poema, in versi sciolti, che risale alla sua giovinezza:Guglielmo. Egli vi narra la storia d'un amore infelice, che egli afferma aver tolta fedelmente dal vero. Guglielmo, costretto per ragioni politiche a cercare un asilo nel laboratorio d'uno scultore in bronzo, s'innamora della figlia dell'artista; ne fa in bronzo una bella imagine; lo troviamo, anzi, intento a questo lavoro ch'è riuscito assai bene. L'autore non mantiene poi la promessa fatta in questo buon principio, poichè l'azione non si svolge convenientemente, nè giunge ad una logica conclusione. Che un giovine ami, senza esser corrisposto, una ragazza, può essere una infelicità per lui, ma non è ancora una tragedia. Se egli si toglie la vita, noi possiamo solo compatire la sua debolezza, finchè questa catastrofe non è fondata su un intreccio tragico, netto e ben costruito. Ma se egli, acceso di furore, si pugnala nella sala dove la sua amata sta per andare a nozze, e dinanzi agli astanti, e dinanzi a lei stessa atterrita, dovremo confessareche egli non amava veramente la fanciulla, nè era degno di essere amato da lei. Di questi esempi di passione violenta ma selvaggia se ne danno nella vita, ma rimangono fuori del dominio della poesia. Sebbene non manchi di qualche pregio, questo tentativo ci mostra che il nostro autore non ha doti di tragedia o di poeta epico; ha invece, e ad un alto grado, quelle del lirico: slancio fantastico, immaginazione, calore di sentimento, forza riflessiva ed un'anima nutrita di studio e di meditazione, che non si appaga di frasi sonanti. Questo bell'ingegno potrà essere un vero ornamento di Roma, se saprà guardarsi dai traviamenti, e volgersi risolutamente alla vera fonte della poesia, lungi dalle nebbie dell'astrazione incorporea, al sentimento ed alla vita.

Un poeta più sereno, di tinta romantica, è Ignazio Ciampi. Gli riesce felicemente la canzone melodica e facile, come la suaFata Morgana. Ciampi ha una fantasia fervida, una lingua gradevole, imagini leggiadre e piacevoli. Un'edizione accresciuta delle sue poesie conterrà prossimamente molte buone cose; quella che ho sotto gli occhi non contiene che una piccola parte della sua produzione lirica, fra cui—notevole particolare—delle imitazioni dal russo. La lingua russa, assolutamente barbara perun romano, non è conosciuta affatto in Roma, e Ciampi si è fatto tradurre in prosa italiana da un amico le canzoni di Puschkin, per mostrare ai suoi compatriotti come anche sotto una pelle d'orso può battere un cuore poetico. Anche questo fatto—che sarebbe sembrato inaudito in Roma fino a pochi anni fa—è un indizio del diffondersi di tutte le letterature europee. Roma è, durante l'inverno, un albergo di tutte le nazioni; i forestieri vi portano tutte le lingue e v'introducono tutte le letterature; nessuna meraviglia, dunque, se a Roma si comincia a notare l'influenza di ciò che non è nazionale. Ciò potrà allargarne l'orizzonte; però non tutte le nazioni possono avere un'influenza utile e benefica e non ve n'è nessuna che sia più della russa estranea all'indole italiana. I tentativi di Ciampi son dunque da considerarsi soltanto come una curiosità letteraria; ed egli sarebbe più benemerito della sua patria, se presentasse, in veste italiana, i poeti stranieri che hanno più stretta relazione con l'Italia, o che hanno un valore classico assoluto. Egli, del resto, maneggia assai bene l'ottava, e potrebbe perciò felicemente tradurre ilChilde Harold.

Ciampi ha più volte mostrato la sua abilità nelle romanze in stanze. Scrisse due novelle in versi:Serena e Stella, la primain tre, la seconda in cinque canti. Quella è una leggenda toscana, questa una saga normanna; ambedue son di genere assolutamente romantico, con storie d'amore, avventure e scene fantastiche. Lo stile è facile e scorrevole: le descrizioni, specialmente inStella, sono calde e vivaci. Ma il nostro tempo ha perduto il gusto per questo genere fantastico e cavalleresco; ora si vuole la realtà e la profonda psicologia dei caratteri. Gl'Italiani, del resto, han poca attitudine per le romanze e le ballate, e non ammirano troppo nemmeno il veneziano Carrer. Ciampi ha preso un genere incerto e che partecipa di due nature, mentre avrebbe dovuto volgersi deliberatamente alla novellistica in prosa, descrivendo, per esempio, la vita romana; così avrebbe sfruttato un genere del tutto trascurato in Italia.

Teresa Gnoli, romana, le cui poesie adornano l'Almanacco Poetico, possiede un vero talento poetico, un profondo e pensoso sentimento che si esprime in belle forme. La sua Musa è patriottica e fra gli uomini porta, in nome delle donne della sua terra, il suo contributo alla civiltà nazionale. La letteratura femminile è copiosa e assai importante in Inghilterra, in Germania, in Francia, in America, ma in Italia è ancora limitatissima. Lo spiritomascolino sembra, in Europa, disposto a lasciare il campo alla donna, per quel che riguarda la produzione poetica, e di dividerlo con essa nel romanzo; per ora nulla di tutto questo si nota in Italia. Per quanto strano ciò possa sembrare, è pur vero che in nessun altro paese le donne sono, come qui, amanti della quiete familiare e nemiche della fama e della pubblicità. Il loro sistema d'educazione è ancora in gran parte quello del chiostro, ed esse hanno idee limitatissime sulla società e sullo Stato.

Nel medio evo romantico e violento vi furono figure femminili che i poeti d'Italia chiamavano loro muse ed ispiratrici, per il culto poetico della donna, che già vediamo in Dante e Petrarca; essi immaginavano che la loro donna fosse il sole mistico che accendeva la fiamma del loro ingegno. Più tardi le donne stesse cominciarono a far versi, e proprio in Roma sorse la poetessa più celebre, e, forse, lo ingegno poetico romano più vivace di ogni tempo. Recentemente avemmo in Roma donne improvvisatrici, ma l'arte non avea nulla che fare con esse.

Non sarebbe possibile paragonare le poesie della nuova poetessa romana con i canti di Vittoria Colonna, tanto più perchè la giovane signora Gnoli non ha voluto seguirenessun modello, ma aprirsi una via personale e quella percorrere senza esitazioni. Ed è riuscita. Spesso ella si rivolge al passato, ed una delle sue poesie migliori è appunto: l'Incontro di Beatrice e di Laura in Paradiso, dove felicemente evoca le due ombre, che amorevolmente si intrattengono, anime sorelle, e si dileguano poi come due stelle

Nova tracciando viaDi luce e d'armonia.

Nova tracciando viaDi luce e d'armonia.

Bella ed efficace è pure una poesia sulle catacombe di Roma, su questo strano dominio delle ombre e del passato, figlio della Storia e della Morte. Le descrizioni dell'Inferno di Dante non fanno più spaventosa impressione di questi lunghi corridoi oscuri sparsi di ossa, di nicchie vuote, di sarcofaghi, di rozze imagini bizantine e d'iscrizioni oscure e sinistre; anche qui Dante avrebbe avuto bisogno di una guida come Virgilio. Ora, il Virgilio di questo mondo sotterraneo è il De Rossi, l'epigrafista dottissimo; e, rileggendo i versi della Gnoli, io ricordo con piacere l'escursione che nelle catacombe feci con la poetessa, l'improvvisatrice napoletana Giannina Milli ed il De Rossi che ci guidava.Hierusalem civitas et ornamentum martyrum Dominiè il motto della poesia, tolto da un'iscrizione delIIIsecolo.

La Gnoli fa seguire immediatamente alla Notte delle catacombe, l'Inno di Omeroal Sole, e ci libera dal brivido delle catacombe con la contemplazione della Fonte di ogni luce e di ogni intelletto. In questi canti parla una spirito religioso; e sembra davvero che la Gnoli eccella specialmente nella grande lirica contemplativa. Ella tentò, con minor fortuna, il dramma lirico conTorquato Tasso a Sorrento. Ma questo genere melodrammatico non era più tollerato; ilPastor Fidoe l'Amintanon ci fanno anch'essi più veruna impressione. Il melodramma può ancora avere un valore ed un contenuto artistico, quando è trattato con abilità drammatica misurata e delicatezza lirica altissima, come l'EcoeNarcisodi Calderon; ma se eccettuiamo il coro d'introduzione delTasso in Sorrento, che è assai buono, il resto si riduce ad un giuoco puerile, e la figura del grande poeta, che si è travestito da pastore e vive in mezzo ai pastori, i quali non lo capiscono nè lo rispettano, ci sembra non essere più che una marionetta, e tutto il componimento fornisce una nuova prova del sentimento incompleto e vano di quest'arte di maniera.

Paolo Emilio Castagnola e Giambattista Maccari son due poeti ch'han Muse sorelle. Troviamo anche in essi l'inevitabilequerela delle miserie presenti; la sconsolata tristezza del Leopardi, per la qualetutto fuorchè il duolo è vano, ha sfiorato anch'essi, ma appena, come un sentore di muschio che si è insinuato nelle vesti di due uomini sani passati per la casa di un morto. Fondamentalmente, essi hanno due fresche e vive nature, e, invece del loro dolore, canterebbero volentieri la grande sventura della loro patria, se non temessero l'esilio. Ambedue hanno un senso giusto ed esatto della realtà e della storia.

Castagnola ha cantato in una romanza,Emellina, la tragica fine di Corradino, il tradimento di Astura e la sua morte.Emellinaè il nome di una fanciulla, figlia di Frangipane, la quale, vissuta in un castello solitario fra il cielo, il mare e le selve, s'innamora di Corradino, al primo apparir di costui, e invano tenta di salvarlo. Il soggetto è buono, ma non sempre son buoni i versi. L'ottava non è trattata abbastanza nobilmente, e oscilla fra lo stile elevato e il tono popolare della cronaca; i caratteri sono indefiniti e romantici. Pregevole però, per bellezza lirica, è il canto d'addio diEmellinache flebilmente lamenta la sua sorte dall'alto della sinistra torre.

Se, di tanto in tanto, Castagnola tenta il canto politico, Giambattista Maccari esprime più spesso e più chiaramente il suopensiero. La Musa politica trova in Roma, più d'una volta all'anno, occasione di farsi udire: cioè, quando si festeggia il favoloso Natale di Roma, per l'anniversario della morte del Tasso, e per la distribuzione dei premi nelle Accademie delle arti rappresentative. Non v'è poeta in Roma, che in tali circostanze non mandi arditamente un saluto alla patria, e una volta, a proposito d'una poesia di questo genere sulla fondazione di Roma, si proibì la vendita dei versi del Torlonia, ne' quali la politica non entrava affatto. Anche Maccari, dunque, ha scritto versi per queste occasioni. Le sue stanzeNel Natale di Romasono piene di forza. Egli si rivolge ai Romani: O cittadini, che avete lasciato dietro di voi gloriose e sublimi ruine, ascoltate ora il mio lamento, sgorgato da sincero dolore, al vedervi indossare solo vesti pompose con altero cipiglio, mentre bandite da voi il sapere che disprezzate come cosa vana.

E alle donne romane dice: O donne che solo vi date a coloro che son ricchi di terre e di vasellami preziosi, e pensate solo a preparare vani tesori ai vostri figli: badate bene! L'ignoranza li avvolge e li sòffoca: quale sarà il loro avvenire?

Energici anche e commoventi sono i sonetti del Maccari, composti in occasione della distribuzione dei premi agli artisti. «Italia,i tuoi orgogliosi monumenti non son più che mute e inutili pietre: riànimati di nuovo spirito, e non prestare ascolto allo stolto che ti consola col ricordo del tuo grande passato»!

Che vi giova, degeneri nipoti,L'andar superbi della gloria avita,Se fatti siete a tutto il mondo ignoti!

Che vi giova, degeneri nipoti,L'andar superbi della gloria avita,Se fatti siete a tutto il mondo ignoti!

Voci solitarie e virilmente nobili in mezzo alle rovine di Roma! Ne ringrazino di cuore il poeta gli Epigoni romani!

Maccari si volge al presente, e dalle rovine e dai palazzi passa alle capanne del povero. Già in Castagnola troviamo stornelli popolari, ma in Maccari essi sono più numerosi. Egli scrisse delle ballate che ci descrivono la vita nella campagna romana, comela Venditrice di fragole, che discende dai monti alla città, con la sua cesta elegante e colma di frutti. Il ritornello di questa ballata è il seguente:

È venuta in città la montanina,Chi vuol comprar la fragoletta alpina?

È venuta in città la montanina,Chi vuol comprar la fragoletta alpina?

Altri soggetti della poesia del Maccari sono la «Pastorella», la «Boscaiuola», che porta sul capo, fino alla città, il peso delle legna raccolte sui monti, il «Mietitore», e la «Cicoriara»; questi ultimi due sono soggetto d'idillii, dei quali il secondo è specialmente bello ed aggraziato. Queste cicoriare, raccoltala loro insalata nei campi, vengono a venderla a Roma, vestite di un abito campestre caratteristico, al Pantheon o a Piazza Navona. In queste descrizioni Maccari mostra un temperamento poetico felicissimo, e si sente che la sua Musa ha respirato le aure fresche dei campi! E proprio nella realtà e nella natura deve ricercare la sua rigenerazione la poesia italiana: questo dovrebbero intendere i poeti di Roma. Sotto questo aspetto debbo salutare con gioia una piccola raccolta di canti popolari che la Strenna Romana pubblica col titolo:Saggio di canti popolari di Roma, Sabina, Marittima e Campagna. Gli editori debbono molto all'opera del signor Visconti che nel 1830, per la prima volta, diede mano ad una raccolta di questo genere (Saggio di canti popolari della provincia di Marittima e Campagna). La raccolta attuale è piccola, ma preziosa. Essa comprende ritornelli di fiori della Campagna romana, quartine sabine, e finalmente delle stanze di dieci versi della Marittima e della Campagna latina.

I ritornelli sono bei fiori di campo, freschi e odorosi, cresciuti in piano o in monte. Non c'è forse fiore che il popolo qui non abbia messo a simbolo di qualche cosa. L'uomo dei campi applica volentieri ad un fiore una sentenza o un pensiero, racchiusiin un ritornello, sia per una rosa, o per un narciso, o una margherita, o per una viola. Ogni fiore gl'ispira una piccola poesia, espressa in tre versi pieni di sogno. Questo linguaggio dei fiori si perpetua per tradizione da una generazione ad un'altra, modificandosi e arricchendosi di tempo in tempo. Tutta l'Italia ha questo gusto gentile; i ritornelli errano per i campi con i lavoranti e talora si cantano gli stessi nella Maremma, in Corsica, nella Campagna di Roma. Ma la vera patria di questi ritornelli sembra esser la Toscana, il giardino d'Italia, la regione più felice forse e più geniale di tutto il paese. Questi ritornelli sono costruiti assai semplicemente. Il primo verso, brevissimo di solito, contiene il nome di un fiore; gli altri due, endecasillabi, esprimono il pensiero, in modo che l'ultimo verso rimi col nome del fiore, e quello di mezzo finisca di solito, con un'assonanza:

Io benedico della rosa il fiore;Quest'è la sorte delle cose care;S'acquista in pianto e si lascia 'n dolore.

Io benedico della rosa il fiore;Quest'è la sorte delle cose care;S'acquista in pianto e si lascia 'n dolore.

Un ritornello senza fiore:

M'affaccio alla finestra, e vedo mare.Tutte le barche le vedo venireQuella dell'amor mio non vuol tornare.

M'affaccio alla finestra, e vedo mare.Tutte le barche le vedo venireQuella dell'amor mio non vuol tornare.

Quest'ultimo pittoresco stornello, come dicono i Toscani, si trova anche nella raccolta di canti popolari toscani del Tigri,ma con una infelice variante:veggo 'l mare, invece chevedo mare. Tigri ne ha raccolti 425, e fra di essi si trovano dei veri gioielli poetici. In molti ritorna l'espressionem'affaccio alla finestra, come in questo, un po' lezioso:

M'affaccio alla finestra e vedo notte;Con le lagrime mie bagno le lastre;O fonte di bellezze, buona notte!

M'affaccio alla finestra e vedo notte;Con le lagrime mie bagno le lastre;O fonte di bellezze, buona notte!

Trascrivo qui un ritornello siciliano dell'Etna:

Sciuri d'aranciu;Tutti li beddi di ssu munnu munnuC'un capiddu di tia non ci li canciu.

Sciuri d'aranciu;Tutti li beddi di ssu munnu munnuC'un capiddu di tia non ci li canciu.

Oltre queste poesie minime meritano anche di essere ricordati i componimenti popolari di dieci versi della Maremma romana. In Toscana simili componimenti vengono chiamati «rispetti» ma hannoper lo più solo otto versi, e formano una strofa. Talora hanno un numero maggiore di versi. A Roma io non conosco che quelli di dieci versi a rime incrociate, con gli ultimi due a rima baciata. Queste strofe contengono sentenze morali, proverbi, o serenate e canti d'amore popolari.

Esse sono spesso ingenue, ma efficaci e piene di poesia. Da due decenni si è diffuso in Italia lo studio dei canti popolari; se ne son fatte più raccolte; recentemente è notevolissima la raccolta di canti umbri,liguri, piceni, piemontesi, romani, di Oreste Marcoaldi (Genova 1855); quella del Tigri:Canti popolari Toscani(Firenze, Barbèra e Bianchi, 1856) vero tesoro di poesia; e finalmente quella di Leonardo Vigo d'Acireale:Canti popolari Siciliani(Catania, 1857). L'isola di Sardegna è restata indietro, quantunque debba contenere materia innumerevole e pregevolissima. La piccola Corsica deve la raccolta delle sue belle canzoni al poeta Salvatore Viale.

Chiudo la mia notizia sui poeti di Roma, i cui nobili tentativi ed i buoni successi ho seguìto con amore per più anni, come ospite, mandando loro il saluto e l'augurio fraterno dell'amico, attraverso le Alpi, sulle rive del Tevere... Noi siamo tutti davvero, come dice la canzone popolare romana, tanti rami d'un tronco solo, tante fiamme d'un solo incendio![10]

Esiste un prestigio incancellabile in questo nome di Provenza, e questa contrada, irradiata dal più bel sole, rinomata per il suo bel canto, ricca di vigneti e di olivi, irrigata da un grande fiume, animata da mille ricordi dei tempi antichi, esercita tuttora un vero fascino sopra gli abitanti dei paesi settentrionali. Il riflesso romantico delle canzoni dei trovatori sta su di essa come la gloria di un tramonto sanguigno; imperocchè quell'epoca della poesia del medio evo è tragicamente collegata allo sterminio degli Albigesi, di quegli eretici coraggiosi, di quegli eroi del pensiero, che insanguinarono la poesia provenzale, la libertà delle repubbliche cittadine della Francia meridionale, la civiltà sociale di quelle contrade. Fu quello uno dei punti culminanti della storia del medio evo; i contrasti di tale epoca, sempre forti e pronunciati, lo furono maggiormente ancoracolà ed in quel periodo di tempo di libertà e dispotismo, di amore poetico, voluttà, ed inquisizione, di fiori, feste e roghi fumanti di Giraldo di Borneil e di Pietro di Castelnau; di Bertran del Bornio e di S. Domenico. Si aggiunga l'attrattiva di una lingua melodiosa, nobile, la quale a poco a poco venne scomparendo del tutto, della lingua più antica fra le lingue romane, nella quale si scrisse e si poetò prima che l'italiano s'innalzasse a lingua letteraria; della lingua d'Oc o di Occitania, dalla quale ebbero origine quasi per contatto geografico le tre lingue principali di razza latina, l'italiana, la spagnuola e la francese.

Non havvi per avventura in tutta la Francia una provincia, nella quale si vada con eguale commozione. Se non che il treno corre troppo rapido, e quella contrada curiosa, le sue roccie rossicce, i suoi castelli diroccati, le sue città cupe e malinconiche, le sponde ridenti de' suoi fiumi, i suoi aranceti, i suoi vigneti passano non meno rapidamente davanti al viaggiatore che i ricordi storici evocati dall'aspetto di quelle regioni, Bosone di Arles, Raimondo di Tolosa, Simone ed Amaury di Monfort, i conti di Beana e di Oranges, Innocenzo III, Carlo d'Angiò, Ludovico VIII, S. Domenico, i trovatori, i santi, gli eroi, i sette Papi d'Avignone.

La Provenza, del resto, ha tutt'altro che l'aspetto di un paradiso; in molti punti la si potrebbe paragonare ai deserti dell'Arabia. Le contrade sono sassose, arse dal sole, spesso di aspetto selvaggio, bizzarro, malinconico, cupamente severo. Allorquando vidi quest'arida regione, compresi come avesse potuto esser teatro di guerre fanatiche e religiose; come su questa terra bruciata dal sole dovesse crescere una razza di uomini appassionata, come quivi, del pari che nelle Calabrie, dovessero regnare le passioni più svariate, ascetismo, entusiasmo, arditezza di concetti filosofici, amore di libertà.

Vive ancora qui la maledizione delle terribili crociate contro gli Albigesi, gli Ugonotti, delle guerre delle Cevenne, delle conversioni tentate da Ludovico XIV per mezzo dei suoi dragoni. Quasi si direbbe che le città deserte, i castelli che sorgono in rovina in cima alle rupi, sembrino parlare tuttora di quei tempi, come dei saturnali sanguinosi dell'ultima rivoluzione; e non fanno per certo lamentare la caduta della tirannia feudale. Se non che, non sono soltanto i castelli rovinati, che portano questa impronta severa e malinconica; la posseggono pure i villaggi, le città fabbricate con una roccia di colore giallo-rossiccio, che si direbbeinfuocata, al mirarla fra le fronde magre dei gelsi e degli olivi. Neppure nei monti più selvaggi dello Stato Pontificio, nei monti Volsci, nella Sabina, neppure nella Corsica, ho veduto villaggi egualmente malinconici. Sono per lo più fabbricati alla rinfusa, senza ordine; le case costrutte di piccoli e rozzi sassi, coi tetti acuminati, sono piccole, a forma quasi di capanne; qua e là si scorge una finestra senza impannata, chiusa unicamente da imposte di legno; qualche volta l'intera parete ha soltanto una finestra e una piccola porta. Le strade sono piccole, strette, oscure, tortuose; meritano a mala pena quel nome, perchè, o disseminate qua e là senza ordine di sorta, od ammonticchiate le une sopra le altre, non si prestano alla formazione di strade regolari, e sembra piuttosto di trovarsi nei giri tortuosi del letto di un torrente, che in vie aperte alla comunicazione scambievole degli uomini.

Generalmente, sorge sopra ogni villaggio un castello rovinato, quasi marchio in fronte al sanguinoso medio evo. Pochi sono gli indizi, le traccie di arti belle; le chiese stesse sono più che modeste, e di architettura tutta primitiva. La vita che si vive in quei paesi pare estranea alla civiltà, porta in generale l'impronta della selvatichezza e della miseria. Difatti,per qual motivo i contadini abbastanza agiati di oggidì, i quali non hanno a temere più nè gli arbitrî nè i soprusi dei baroni, nè le scorrerie dei soldati di ventura, nè le sorprese dei satelliti dell'inquisizione, continuerebbero a rintanarsi in quelle meschine catapecchie, tristi avanzi del medio evo? L'abitudine è certamente, se non sempre dolce, pure abbastanza tenace, e gli abitanti del mezzogiorno sono più ostinati degli altri nei loro usi, nei loro costumi, particolarmente nelle regioni aride e montuose, di per sè ribelli al progresso agrario, e l'inerzia ed il sudiciume sono purtroppo qualità caratteristiche delle contrade.

Parlo dei piccoli villaggi della Provenza, non delle grandi città avvezze alla civiltà, alla vita sociale, le quali però sono esse pure di aspetto malinconico, decaduto e sudicie esse pure. Così è Donzères, così Mondragone col suo nero castello, così la Palud Mornas con le sue memorie sanguinose, Piolenc (nomi strani, bizzarri, sonori) così pure Orange, che richiama tutto ad un tratto al ricordo della storia della Borgogna, dei Paesi Bassi, dell'Inghilterra ed anche della Prussia; sede una volta dei principi, da cui derivò la casa di Orange, ma pur sempre città piccola, d'aspetto cupo,notevole per alcune antichità romane e medioevali.

Nelle campagne regna un profondo silenzio; si vedono appena qua e là alcuni contadini intenti a lavorare la terra, e, nonostante la vicinanza di due grandi città commerciali, quali sono Lione e Marsiglia, non vi si scorge quasi indizio di attività industriale e commerciale. Anche le stazioni della strada ferrata sono in generale vuote di passeggieri; ad ogni stazione però stanno aspettando preti col loro breviario, monache coi loro rosari e con le loro grandi croci. In una parola, questa contrada non è contrada francese; queste popolazioni dalla faccia abbronzata dal sole, dai capelli neri, non sono francesi; sono preti romani, o popolo misto di liguri, celti, borgognoni, visigoti, romani ed anche di greci massilioti, i quali tutti popolarono queste regioni con le loro colonie.

Le sponde qua e là altissime del Rodano, con le loro tinte calde, l'aspetto affascinante di esse in molte parti, come all'incantevole Roche de Glun, eccitano la fantasia, e quanto più uno si inoltra nel sud, tanto più il paese gli appare bello e originale.

Presso Mornas vidi i primi olivi, ma sembravano ancora delle piante esotiche. Di limoni e di aranci non ne vidi, ad onta della prossimità della città di Orange.Presso Sorga si varca il celebre torrente di questo nome, il quale scende dai monti romantici di Valchiusa, dove Petrarca cantò la bella Laura. Sorge in vicinanza Avignone, sul possente Rodano, e di là signoreggia tutta la contrada il palazzo dei Papi, uno dei più cospicui monumenti che ci siano rimasti del medio evo, gigantesco, di aspetto cupo; esso richiama alla memoria in certo modo quelli d'Egitto.

Avignone non è nè grande nè bella città, però varia di aspetto ed originale. Ai tempi dei Papi contava ottantamila abitanti; oggidì sono ridotti a trentasettemila quelli del decaduto capoluogo del dipartimento di Valchiusa. Al pari di tante città d'Italia, dalle quali si ritirò la vita storica, non è più che un monumento senz'anima. L'aria vi è, per così dire, impregnata di leggende, di storia, ma non già, come quasi ovunque in Italia, di belle e poetiche tradizioni; qui tutto è severo. Vi abbondano il fanatismo, la prepotenza baronale, l'assolutismo clericale; mancano la vita civile, il soffio della democrazia, i contrasti armonici della vita attiva e del genio della civiltà. L'ombra del suo medioevale castello ciclopico si stende su tutta la città, e si direbbe la opprima, le impedisca di risorgere; guardando da quello Avignone,si pensa involontariamente ad un legittimista caduto in bassa fortuna, sul logoro abito di velluto del quale, si scorgano tuttora vestigia di ricami in oro.

Allorquando camminavo sul selciato, veramente cattivo, di queste strade oscure e contorte, mi pareva di trovarmi ancora in Anagni, dove pure più d'una volta tennero corte i Papi e dove sussistono tuttora le rovine del palazzo di Bonifacio VIII. Quella città è decaduta, deserta, polverosa, incresciosa, quanto lo è appunto Avignone. Fu in Anagni che Bonifacio VIII fu sorpreso e trattato nel modo più indegno da Guglielmo di Nogaret, inviato dal re di Francia Filippo il Bello. Pochi anni dopo lo stesso re Filippo portava il papato esautorato e ridotto a' suoi voleri, nella cattività francese, o, come fu detta, di Babilonia, fissandone la sede quivi in Avignone. E queste reminiscenze storiche, queste relazioni fra le due città, mi facevano pensare sempre più ad Anagni, della quale serbavo profondo ricordo.

Le mura stupende della città, opera dei Papi, con le loro torri quadrate, con i loro merli, con le loro porte; l'alta ed ampia rupe (Rocher des Doms) con la cattedrale e coll'immenso palazzo; la città di aspetto grigio, dalla quale sorgono alcune antiche torri, il Rodano che lambe le mura; gli avanzi pittoreschi del ponte di S. Benezet; ilponte sospeso che porta nell'isola sul Rodano; sull'altra sponda di questo, l'aspetto bizzarro di Villeneuve-les-Avignon con le sue torri, e col suo castello; tali sono i caratteri principali, che prima appaiono, di Avignone.

La posizione della città, senza essere straordinariamente bella, non manca però di un certo pregio; imperocchè il nobile fiume dà alla città stessa ed al suo territorio un carattere di grandezza e di maestà. L'orizzonte è vasto e bello, e mi sorprese, ad onta delle mie fresche reminiscenze d'Italia, quando dalla riva del Rodano salii la lunga ed ampia gradinata che porta sul Rocher des Doms. Si scorge una campagna di aspetto completamente meridionale, coltivata ad oliveti, e con piantagioni di gelsi, di robbia, di viti, attraversata dal Rodano, dalla Sorga, dalla Duranza, irrigata da numerosi canali, popolata da moltissimi villaggi. Un cielo limpido e sereno si stende su quella regione di colline. Sulla sponda destra del Rodano, arida e di tinta gialla come le roccie della Sicilia, si scorgono le rive di Villeneuve, il forte S. Andrea, Chateau-neuf-des Papes, i monti ricchi di oliveti di Valchiusa, più in là l'alto Bentoux, l'azzurro Luberon, le cime delle Alpi del Delfinato e della Provenza, e finalmente le montagne della Linguadoca.Tutti questi monti non hanno le belle forme dei monti italiani, campeggiano però in un'atmosfera e sotto un cielo meridionale, ed annunciano la vicinanza del bel paese. Allorquando i cardinali italiani e romani (che sempre ve ne furono alla corte dei Papi francesi) gettavano lo sguardo su questi campi di Provenza, potevano fino ad un certo punto trovarvi un ricordo delle bellezze d'Italia ed una reminiscenza del panorama grandioso di Roma. I cardinali poi, ed i Papi francesi che l'amore di patria legava a queste contrade, potevano rivolgere sovra esse con soddisfazione i loro sguardi e consigliare agl'Italiani di consolarsi col vino eccellente di Borgogna, e con le belle avignonesi, dagli occhioni neri, diletto, questo, che essi non disprezzarono mai.

La vegetazione sul Rocher des Domes è tutta quanta meridionale. Vi crescono e vi fioriscono, sulle terrazze, i leandri, l'alloro, gli alberi della vite, le ginestre ed i pini, e vi scorsi pure alcune piante di aloe, per quanto queste piante d'Italia fossero piccole, tisiche, come piante esotiche. Si capiva che il suolo non era quello ancora, in cui potessero prendere tutto il loro sviluppo. Nel pensare allo splendore della vegetazione d'Italia, mi pareva che i Papi avessero cercato di portare nellacattività di Babilonia la flora romana. Gli aranci ed i limoni non crescono in Avignone all'aperto, per quanto vi sia caldo il sole, e non vidi che meschini gli allori, i cipressi ed i pini, che crescono cotanto maestosi in Roma. Del resto, il suolo di Avignone è fertile, produce vino ed olio eccellenti, fichi, mandorle e robbia soprattutto, in grande quantità.

Si riferisce alla coltivazione di quest'ultima pianta una grande statua di bronzo, che sorge sulla spianata del Rocher des Doms. Avvezzo a trovare in Italia sulle piazze delle cattedrali la statua del santo patrono della città, mi mossi verso quella per vedere quale fosse il protettore di Avignone, e trovai scritto sul piedistallo:A Jean Althem introducteur de la garance, les Vauclusions reconaissants.—1846. Di fronte alla cattedrale di Avignone, in prossimità del Vaticano francese, non sorge dunque la statua di un Papa, nè di un martire, nè di un vescovo, ma quella di un semplice cittadino, il quale introdusse nella Provenza, non già l'inquisizione, ma una pianticella la quale fa ricco il paese, tingendo di un bel rosso i calzoni di seicento mila francesi. E ciò mi confermò che non mi trovavo già in Anagni, ma in una città della Francia attiva ed industriale, fra Lione e Marsiglia. Giovanni Althenperò non era avignonese, ma persiano. Venne in questa città nel 1756 e morì nelle vicinanze, a Caumont, nel 1774.

Non spirava un soffio d'aria, quando pervenni su quell'altura; benchè fossimo in ottobre, il sole splendeva ardente sulle nude rocce. Ma il vento del settentrione, ilmaestrale, come qui lo chiamano, si fa sentire sovente con forza, e la città vi è molto esposta; di qui l'antico proverbio:


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