Avenio ventosaSine vento venenosaCum vento fastidiosa.
Avenio ventosaSine vento venenosaCum vento fastidiosa.
Io però farei una correzione all'ultimo verso, dicendo:Cum et sine vento fastidiosa.Questo proverbio mi ricordò quello di Tivoli:Tivoli di mal conforto, o tira vento, o piove, o suona a morto.
Il nome diRocher des Domsè derivato daDomnisoDominis, e la cattedrale pure è denominataNostra Signora des Doms. La rupe sopra la quale sorge è alta centotrent'otto piedi sopra il livello del mare, ed ottant'un piede sopra Avignone. Colà sorgeva l'antichissima acropoli e colà ebbero sede, in tutte le epoche, i principali monumenti della sua storia. Avignone rassomiglia in questo a parecchie città del Lazio e dell'Etruria, le quali ebbero nel punto più elevato l'antica rocca ed a fianco di questa il tempio, tanto durante il paganesimoquanto nell'êra cristiana; imperocchè le cattedrali ed i palazzi vescovili, fortificati e con le loro torri, furono in generale costrutti con i materiali tolti dai tempî dei pagani.
Prima di introdurre il mio lettore nel celebre palazzo dei Papi, voglio da questo Campidoglio avignonese gettare uno sguardo sulla storia di questa città e de' suoi dintorni, imperocchè, quale linguaggio possono parlare le pietre e le mura di una località famosa, se non se ne conosce la vita storica?
L'origine di Avignone è oscura; sorse certamente avanti G. C. I greci la nomaronoAvenion, i romaniAvenio, non si sa se togliendo il nomeA vento,Ab avibus,Avineis, o da altra parola. La città fu indubbiamente capitale dei Cavari o Celti, i quali popolavano questa parte delle Gallie, e più tardi vi presero stanza pure i massiloti, quale un emporio sul Rodano. Avignone fu quindi colonia romana, con diritto di città latina, ed appartenne al pari di Ginevra, Grenoble, Valenza, Orange, Carpentras, Arles e Marsiglia, alla provincia gallica di Vienna nel Delfinato. Tutte queste città fiorirono sotto i primi imperatori, e si ebbero in esse numerosi monumenti d'architettura romana. In Avignone, però, nessuno ne rimane, mentre nelle sue vicinanzepiù o meno sussistono tuttora, in Orange, Carpentras, Cavaillon ed Arles. Può darsi sia vero quanto dicono i più recenti scrittori di Avignone, che quei monumenti siano stati distrutti dai Borgognoni, dai Goti, dai Franchi e dagli Arabi; se non, che nel considerare le mura colossali del palazzo dei Papi, mi pareva probabile che, al pari di molte chiese, di molti palazzi di Roma, dovessero celare nel loro interno più di un monumento romano.
La Provenza, ultima fra le provincie romane delle Gallie, divenuta finalmente romana per lingua, per costumi, fiorente per civiltà latina, ricca di scuole, di accademie, fu posseduta dapprima, per poco tempo, dai Visigoti, poscia dai Borgognoni; poi divenne provincia franca sotto Clodoveo. Se non che, tutte le razze germaniche furono sempre odiate dai Provenzali, i quali parlavano latino, ed anche allorquando i Franchi diventarono Francesi, la Francia meridionale sulle due sponde del Rodano, fino ai piedi dei Pirenei, si separò fin quasi ai tempi nostri per la lingua, per sentimento nazionale, per usanze, per costumi dal resto della nazione. La Francia meridionale si oppose violentemente alla dinastia dei Merovingi, quindi dei Carolingi; quelle provincie cercarono far regno a sè, e di qui ebbero origine i loro rapporticoi Saraceni, nemici giurati dei Franchi. Ma Carlo Martello, dopo aver sconfitto i Mussulmani presso Tours, li cacciò pure dalla Provenza, s'impadronì di Avignone, la quale aveva aperte le sue porte agl'infedeli e la pose a ferro ed a fuoco. In tal guisa la Provenza venne ridotta a signoria dei Franchi.
Intanto i Provenzali, dopo la caduta dei Carolingi, si sottrassero alla monarchia francese; elessero a Vienna (879) a loro re nazionale il conte Bosone, e così venne fondato il regno di Provenza, il quale ebbe pure il nome di Borgogna Cisiuranica, siccome quello che comprendeva molte parti dell'antica Borgogna, la Provenza, il Delfinato, un tratto della Savoia, Nizza, il Lionese, la Bressa e parte di Friburgo. Rimase separata la Borgogna Transiuranica fino al 933, nel quale anno i due regni furono riuniti e formarono il novello regno di Arles. L'ultimo re di questo, Rodolfo III, chiamò nel 1032 a suoi eredi i re di Germania, i quali mantennero a lungo su quelle provincie, attualmente francesi, e più a lungo ancora sulla Svizzera, la supremazia politica.
Sebbene passasse allora la Provenza a far parte del regno di Borgogna, continuarono però a governarla i suoi conti nazionali, in qualità di vassalli del regno e dell'impero.Dall'anno 900 in poi presero stanza in Arles e finirono per ridurre la loro signoria ereditaria pressochè indipendente, mentre sorgevano anche dei conti nazionali nella Linguadoca, e vi fondavano la famosa famiglia dei conti Raimondo di Tolosa.
Avignone appartenne al regno di Arles; ma, oltre i conti di Provenza, possedevano pure diritti sulla città, quelli di Tolosa, e quelli ancora di Forcalquier, di guisa che, prima di diventare dominio dei Papi, ebbe per lungo spazio di tempo tre signori, pur rimanendo soggetta ancora all'Imperatore di Germania; strana ed assurda combinazione, che solo il feudalismo e l'intricato suo sistema di diritto pubblico possono spiegare.
Nell'epoca avventurata in cui principiarono a svilupparsi ed a fiorire le libertà municipali, anche Avignone ottenne la propria autonomia, come l'avevano ottenuta Marsiglia ed Arles, e fu governata da consoli e da podestà, ad imitazione delle repubbliche italiane. L'imperatore Barbarossa confermò nel 1137 gli statuti di Avignone, ed allora la fiorente città prese pure il nome di repubblica imperiale.
Poco tempo dopo fu coinvolta nella grande agitazione, nel grande rivolgimento che prese nome dagli Albigesi.
L'affrancamento, l'emancipazione del pensiero andarono di pari passo coll'affrancamento della borghesia; e le città della Francia meridionale, dove fin dai tempi dei Greci e dei Romani eransi mantenuti sentimenti municipali, inalberarono con ardore la bandiera degli Albigesi e di Raimondo di Tolosa, per conquistare la loro piena indipendenza. È noto quale fu l'esito finale di quest'ultima lotta della Francia meridionale per la sua libertà; le crociate micidiali, bandite prima da Innocenzo III, quindi da Onorio contro gli Albigesi, ebbero per fine di annientare la libertà di quelle città, di rovinare la loro prosperità e di fare assorbire la loro nazionalità dalla Francia.
Simone di Monfort si rese padrone della Linguadoca, la bella proprietà dei conti di Tolosa; e Roma che a quei tempi regalava regni, quasi fosse stato il Papa padrone del mondo, lo confermò nel possesso di tali contrade. Se non che, l'infelice Raimondo e suo figlio, partiti da Genova, dove si trovavano in esilio, furono accolti con trasporto dalle repubbliche di Avignone e di Marsiglia, e si riaccese la guerra più accanita che mai. Un sasso, lanciato dalla mano di una donna, colse al capo Simone di Monfort, all'assedio di Tolosa, e gli Albigesi trionfarono per poco tempo.
Soggiacquero alla spada di Ludovico VIII, di cui l'aveva armato Onorio III. Il giovane Raimondo fu costretto alla pace, cedendo alla corona di Francia molte delle sue possessioni, ed alla chiesa romana parecchi de' suoi diritti sopra Avignone ed il contado Venosino. Roma guadagnò nella guerra contro gli Albigesi il primo titolo ad una novella signoria in Francia, ed ottenne particolarmente Venasque e Carpentras; sebbene questa cessione non avesse propriamente che il carattere di un pegno, e la Chiesa si trovasse poi costretta a dovere restituire quelle città ai conti di Tolosa. Non dimenticò però mai i suoi diritti, e fin dal 1273 il re di Francia fece cessione assoluta, e per sempre, ai Papi del contado Venosino.
Avignone, costretta da Ludovico VIII nel 1226 ad arrendersi, rimase ancora una volta soggetta ai conti di Tolosa ed a quelli di Provenza. Ma in forza dei patti della pace di Parigi, Raimondo aveva dovuto concedere la mano della sua figliuola ed erede Giovanna ad Alfonso di Poitiers, fratello del re. Colla morte del primo, avvenuta nell'anno 1249, si estinse la famiglia illustre dei conti di Tolosa ed i suoi possedimenti passarono alla Francia. Uguale sorte toccò alla stirpe dei conti di Provenza; l'ultimo di questi, RaimondoBerengario, maritò la sua figliuola Beatrice con Alfonso fratello di Carlo d'Angiò, che fu più tardi conquistatore di Napoli e carnefice di Corradino, e in tal modo anche la Provenza passò nel 1245 in potere della corona di Francia.
I due fratelli cercarono di far valere i loro diritti sopra Avignone e su altre città. Invano si rivolsero le repubbliche minacciate, per aiuto, al grande imperatore Federico II, loro alto signore, in forza degli antichi diritti dell'impero; dovettero soggiacere al duro conquistatore. Avignone si arrese il 10 maggio 1251; scomparvero così i suoi ordinamenti repubblicani e la fiorente sua civiltà municipale, alla quale doveva succedere sessanta anni dopo un'altra esotica e curiale, istituita dai Papi in quella stessa Provenza, che i loro predecessori, per mezzo di legati, avevano messa a ferro e fuoco, spegnendo la splendida civiltà della Francia meridionale, la brillante scienza di Arles, di Tolosa e di Nimes.
Avignone rimase esclusivamente ai re di Napoli, i quali portavano pure il titolo di conti di Provenza e di Forcalquier. Narrerò poi, nel palazzo stesso dei Papi, come la Chiesa romana potè ottenere questa città dalla corona di Napoli.
Il castello cupo, con le sue torri massiccie e colossali, le sue mura nere e gigantesche, interrotte da poche finestre gotiche irregolari, con i suoi fossati, con le sue saracinesche, con le sue prigioni sotterranee, produce non solo un'impressione di tristezza, ma anche sinistra. Nel complesso, il castello è un brutto edificio, un misto di fortezza e di convento, di palazzo e di prigione, fabbricato senza piano, senza disegno: una specie di laberinto. Sebbene la mole abbia una certa imponenza, questa fortezza papale in Francia, isolata da tutta quanta la storia del papato, senza veruna connessione con tutti gli altri monumenti del paese, offre un carattere di casualità, di meschinità, quando si pensi al Vaticano. Anche a fianco di questo sorge una fortezza, ma è il mausoleo di un imperatore romano; il genio delle arti ha ingentilita la sua mole e nelle sue ampie stanze brillano le meraviglie del mondo classico. A S. Pietro, a fianco del Vaticano, corrisponde in Avignone la piccola chiesa Notre Dame des Doms, annessa al castello. Rappresenta dunque, questa residenza passeggera, le sorti ed il decadimento del papato durante la sua permanenza in Francia; essa fu una prigione dei Papi, ed il suo castello baronale ricorda l'epoca del feudalismo, nellaquale il supremo gerarca della cristianità non era altro che un vassallo della Francia e non arrossiva di fregiarsi del titolo feudale di conte Venosino e di Avignone.
La storia di sette Papi dà vita al castello, ma non basta a riempire quelle ampie stanze, a popolare le sue mura; appena i Papi ebbero abbandonato il palazzo, non presentò questo maggiore interesse di tanti altri castelli baronali.
Sulla porta principale d'ingresso si scorgono le armi di Avignone, una città sorretta da due aquile, e al disotto tre chiavi papali in oro; entrando, si trovano cortili deserti, mura altissime, scale eterne, lunghi corridoi come nei monasteri, cappelle gotiche ora chiuse, ampie sale attualmente tramezzate, stanze nelle torri, vôlte sotterranee, un vero laberinto di Dedalo, che fa venire le vertigini. Rimbomba il tamburo; i soldati gridano, schiamazzano, e, negli splendidi appartamenti che furono di Clemente VI, si vedono ora lunghe file di materassi e lunghe file di soldati francesi. Dopo che la rivoluzione del 1790 ebbe cacciato da Avignone i legati pontificî, il palazzo venne senza difficoltà ridotto ad uso di caserma, e serba tuttora quella destinazione. Ne ha tutto quanto l'aspetto, essendo stata devastata in modo barbaro dai soldati durante la rivoluzione, e sottola restaurazione del 1815. I preziosi affreschi delle cappelle e di parecchie stanze furono interamente rovinati, e non vi si scorgono più che a mala pena alcune reliquie di belle pitture, della scuola di Giotto.
Queste mura, ora mute, furono testimoni durante settant'anni della storia del papato, in una delle epoche più memorabili d'Europa, quando cominciava a splendere di bel nuovo la luce delle scienze.
Il primo Papa di Avignone fu Clemente V, Bertrando du Got, arcivescovo di Bordeaux, volpe astuta in abiti sacerdotali. Eletto e confermato in seguito a segrete intelligenze con Filippo il Bello, si fece incoronare a Lione contro il volere dei cardinali; li costrinse a venire in Francia, a seguirlo in Avignone, dove fissò la sua dimora nel 1309. La città apparteneva allora a Carlo II re di Napoli; il Papa, pertanto, era suo ospite; non esistendo colà palazzo pontificio, Clemente andò ad alloggiare nel convento dei domenicani. Si prestò servilmente ai voleri del despota francese, sopprimendo vergognosamente l'ordine dei templari. Nell'atto di morire, il gran maestro di questi, Giacomo Molay, citò il Papa ed il Re di Francia fra breve davanti al tribunale di Dio, e volle il caso che la sua profezia non tardasse ad avverarsi: poichè Clemente morì in Roquemaure nel 1314.Arricchì i suoi nipoti, ma non lasciò di sè che la memoria di un ambizioso sordidamente avaro, quale lo qualificarono due grandi ed illustri fiorentini, storico l'uno, santo vescovo l'altro.
Dopo la sua morte, Avignone continuò ad essere residenza del suo successore, provenzale di nascita e contemporaneamente vescovo della città. Giovanni XXII si lusingò di poterla ridurre a signoria della santa Sede e di unirla al contado Venosino, ed a Carpentras. Si rinnovarono nella piccola Avignone le sorti di Roma; i Papi, i quali avevano a poco a poco acquistato in questa il dominio temporale, mirarono pure a diventare signori di Avignone, non appena ebbero fissata ivi la loro dimora. L'energico vecchio si decise di trincerarsi in un palazzo in suolo straniero, ed in podestà del Re di Francia. Questa nuova abitazione doveva diventare una rocca con fossi e con torri, ed a questa si offriva adattissimo ilRocher des Doms, che signoreggiava il corso del Rodano.
Giovanni XXII gettò le fondamenta della rocca di Avignone, e risale alla sua epoca la maggiore torre, dettaTrouillas, la quale si estolle colossale, tuttochè non ultimata. Nel veder sorgere davanti ai loro occhi questo edificio, i cittadini di Avignone, attoniti, non potevano comprendere qualefosse la sorte riservata alla loro patria. Giovanni prese ad abitare la sua fortezza, e si fu da questa che scagliò nel mondo i fulmini delle sue scomuniche, i quali andarono a colpire anche Lodovico il Bavaro; ivi accolse pentito l'antipapa Pietro di Corbara, ed ivi lo tenne prigioniero fino alla sua morte. Giovanni XXII morì nel 1334, in età di novant'anni. Alla sua morte si rinvenne ne' suoi scrigni l'ingente somma di venticinque milioni di scudi d'oro, dei quali diciotto in moneta sonante, e sette in vasellami e pietre preziose.
Tali erano le ricchezze dei Papi in quel loro esilio di Babilonia ed in un'epoca in cui lo stato della Chiesa si trovava in piena rivolta e in cui tutte quante le Provincie erano rovinate.
Giacomo Fournier fu il terzo Papa di Avignone e prese il nome di Benedetto XII. Vecchio, senza genio, ma dotto in teologia, succedette all'abile Giovanni XXII, l'amico dei re, col lodevole proposito di purgare la Corte papale dal nepotismo e la Chiesa dai mille abusi. Cominciò allora a regnare nel palazzo pontificio una disciplina severa, tutta monastica. Se non che lo stesso Benedetto XII, dal quale molto speravano i Romani, rimase sordo alle loro preghiere, alle loro ripetute istanze, perchè trasferisse di bel nuovo la sede del Papato a Roma.Il partito francese vi si oppose virilmente; il re costrinse il Papa a rimanere in Avignone, motivo per il quale Petrarca lo fece segno ai più vivi rimproveri.
Benedetto XII ridusse l'abitazione di Giovanni XXII a guisa di fortezza inespugnabile, dandole anche in certo modo, seguendo in questo la sua indole, l'aspetto di un monastero; nè poterono più, i suoi successori mondani, togliere all'edificio questo carattere.
Clemente VI fu uomo di spirito, istruito, d'inclinazioni mondane, un perfetto gentiluomo della casa di Beaufort, amico del Petrarca, amante delle belle arti, della poesia, delle scienze; egli chiamò le Muse alla voluttuosa sua Corte di Avignone. La città che gl'Italiani, nella loro perdonabile irritazione, nomavano Sodoma, o la seconda Babilonia, fioriva in quella epoca e brillava di un fugace splendore; in un teatro così ristretto la Corte dei Papi e dei cardinali non poteva estendersi; e quei Papi francesi non furono che baroni provenzali, che cittadini della piccola Avignone. Mentre questa fioriva, Roma era divenuta un villaggio. Abbandonata dai papi, che avea cacciati le tante volte dalle sue mura, ne bramava ora ardentemente il ritorno, e dal momento che questi non si decidevano a ritornare, si abbandonava, la città eternaad una delle imprese più singolari che ricordi la storia. Era il tempo di Cola di Rienzo.
I Romani mandarono un'ambasceria a Clemente VI per sollecitarlo a voler far ritorno a Roma; trovavasi fra i legati Cola. Fu appunto in Avignone che Petrarca lo conobbe. Fra gli ambasciatori c'era pure Stefano Colonna, capo della prima famiglia di Roma, amico del Petrarca, il quale per certo non nudriva allora il sospetto che fra pochi anni il giovine notaio avrebbe fatto uccidere i suoi figliuoli ed i suoi nipoti.
Nell'aggirarsi oggidì entro le squallide stanze del castello di Avignone, sorgono davanti agli occhi Petrarca, madonna Laura, non che la figura romantica dell'ultimo tribuno dei Romani, e rallegrano così la tristezza che regna entro a quelle mura. Se non che i soldati dai calzoni rossi di Napoleone, i quali, tornati appena dai campi di battaglia sanguinosi di Magenta e di Solferino, si andavano preparando in questo palazzo dei Papi a partire in guarnigione in quella stessa Roma papale, la quale trovasi ora in condizioni ben più critiche di quanto fosse ai tempi di Cola di Rienzo; quei soldati si frapponevano di continuo fra me e le immagini del passato. Essi non avevano idea veruna nè di Petrarca,nè di madonna Laura, nè di Cola di Rienzo, nè di Giovanna di Napoli; sapevano però che quelle mura avevano albergato Papi e potevano credere che anche attualmente un Papa era in certo modo prigioniero della Francia, e che si andava dicendo potesse venire condotto in Avignone. Sì, molte considerazioni mi facevano ricollegare, in quel castello dei Papi, il tempo dell'esilio avignonese col tempo presente.
Fu, pertanto, fra queste mura, ed in principio del 1344, che Cola di Rienzo tenne discorso a Clemente VI. Il momento era splendido, adatto ad un Demostene, o ad un Cicerone; il giovane oratore aveva posto tutto il suo impegno per arrivare a commuovere il Papa e quella nobile assemblea, acquistando contemporaneamente a sè fama non peritura. Fece una pittura vivace della miseria in cui era caduta Roma, e descrisse in particolar modo i soprusi, e la prepotenza dei baroni. Questa fu la causa della sua rovina. I Colonna, fra i quali il cardinale Giovanni ch'era presente, posero il Papa in guardia contro l'ardito demagogo, e Cola rimase un certo tempo in Avignone in povero stato, oggetto di scherno da parte dei cardinali e dei grandi. Allora Clemente VI si trovò costretto a rimandarlo a Roma, nella qualità di notaro della Camera municipale. Da quel momentoebbe principio la sua carriera fantastica in Roma, nella quale si propose non solo di richiamare la città all'antica grandezza, ma ancora di fondare l'unità d'Italia.
Il grande tribuno ricomparve ancora una volta nello stesso palazzo di Avignone. Il primo atto del meraviglioso suo dramma aveva avuto luogo in Roma. Venne nel 1351 quale prigioniero da Praga, consegnato dall'imperatore Carlo VI. Allorquando giunse in città, scortato da uomini armati, tutto il popolo si mosse per vedere l'uomo singolare, che avea operato cose cotanto straordinarie in Roma. Cola fu condotto nel palazzo, trattenuto ivi in carcere, dove gli si somministrava vitto scarso; gli venne fatto processo, al quale prese viva parte non solo Avignone, ma tutto il mondo. Era grande il prestigio del suo nome, de' suoi atti; la gloria classica di Roma circondava il singolare nipote che aveva osato vestire la toga e presentarsi qual tribuno del popolo che egli aveva incantato con uno spettacolo romano. Petrarca scrisse epistole ai Romani, richiedendoli di tentare, per mezzo di un'ambasciata, la salvezza del suo infelice amico. Intanto Cola se ne stava rinchiuso, fantasticando, in una torre del castello, forse in quella terribile Trouillas che esiste ancora. Veramente non si sa con precisione il luogo dove venisse rinchiuso,ma la tradizione accenna quella torre quale sua prigione. La sua prigionìa però si andò facendo meno severa; gli si mandavano cibi dalla tavola del Papa, gli si permise di avere dei libri, ed egli si immerse nella lettura assidua di Tito Livio, nel quale trovava descritta la grandezza antica dei Romani, ed in cui poteva ravvisare l'imagine tanto delle sue geste, quanto della sorte che lo attendeva. Visse colà fino all'agosto del 1353, nel quale anno il successore di Clemente VI non solo gli permise di ritornare a Roma, ma colà lo spedì in qualità di suo vicario. Lo strano capriccio della sorte permise al già caduto tribuno d'innalzarsi ancora una volta con splendore; furono quelli i suoicento giornidi Roma; poi cadde trafitto da una spada, ai piedi del Campidoglio.
Domandai se per avventura esisteva nel palazzo qualche ricordo della presenza di quest'uomo singolare, ed il custode mi fece vedere un ritratto di Cola, che teneva nella sua stanza. Questo ritratto, dipinto ad olio, lo rappresentava in abito di senatore, con la testa dai riccioli neri, coperta da un berretto rosso. La sua testa grande e molto espressiva, il viso nobile, senza barba, presentava la fisonomia larga e grassa che si dice che Cola avesse avuto nell'ultimo periodo di sua vita. Il naso aquilino, di profiloprettamente romano, rivelava energia; lo sguardo era tranquillo e imperioso. Sotto il ritratto lessi queste parole:Nicolas Calabrini dit De Rienzi, tyran de Rome en 1347. Questo ritratto non aveva, a dire il vero, verun carattere di autenticità, ed apparteneva fuor di dubbio al tempo in cui il gesuita Cerceau pubblicò l'opera, senza valore:Conjuration de Nicolas Gabrini dit De Rienzi, tyran de Rome,venuta alla luce in Amsterdam nel 1734.
Un'altra figura storica del tempo di Rienzi e Petrarca aleggia nel palazzo di Avignone, quella di una bella e giovine principessa, accusata dell'uccisione del marito ed assolta dal Pontefice; Giovanna I regina di Napoli e signora di Avignone e della Provenza. Quale erede del regno, era stata fin dalla fanciullezza fidanzata dal suo avo Roberto I al giovane principe Andrea d'Ungheria. Questo re morì il 19 gennaio 1343, dopo aver stabilito un consiglio di reggenza per la durata della minorità di Giovanna. La principessa, giovane di sedici anni, punto non amava il suo consorte, di cui probabilmente non hanno gli storici napoletani esagerati i modi rozzi e la inettitudine. I baroni napoletani mormoravano contro la tracotanza degli Ungheresi che circondavano la giovane corte; decisero di sbarazzarsi di Andrea, tanto piùche Clemente VI aveva di già pubblicata la bolla che prescriveva l'incoronazione anticipata del minorenne Andrea.
Giovanna trovavasi, il 18 settembre 1345, in Aversa col re suo consorte; nella notte Andrea venne chiamato fuori dei suoi appartamenti col pretesto di ricevere dispacci importanti, e, non appena l'infelice giovane apparve al balcone, fu afferrato da persone mascherate, le quali gli gettarono un laccio al collo e lo precipitarono, senza far rumore, nel giardino, dove si trovò al mattino il suo cadavere appeso ad una fune. Il popolo si commosse; la regina fuggì in tutta fretta a Napoli, dove si rinchiuse nel suo palazzo; la voce pubblica l'accusò di aver ucciso il marito, o, per lo meno, di essere complice dell'assassinio di questo. Ebbero luogo processi ed esecuzioni per ordine tanto di Giovanna, quanto del legato pontificio, che non si tardò a spedire da Avignone.
Intanto Ludovico di Ungheria, fratello dell'ucciso, preparava un esercito per muovere contro Napoli e vendicare la morte di Andrea; nel che riuscì completamente. Giovanna, giovane, bella, voluttuosa, come in tempi posteriori Maria Stuarda, e intelligente al punto che si diceva aver ereditate le splendide doti d'ingegno del suogrande avo, non sapeva in qual modo sottrarsi al pericolo imminente che la minacciava. Tolse a marito Ludovico di Taranto, suo cugino, per il quale nudriva una tenera passione già prima della morte del marito. Intanto il mondo risuonava delle accuse del re di Ungheria e delle proteste d'innocenza di Giovanna; le opinioni erano divise.
Comparvero gl'inviati di Ludovico e di Giovanna a Roma, davanti a Cola di Rienzo, e la regina si abbassò innanzi al tribuno del popolo, allora padrone di Roma e nello splendore della sua possanza, protestando la sua innocenza, con umili e lusinghiere epistole, accompagnate da ricchi doni. Sottraendosi però alla collera dell'ungherese il quale si avvicinava, si avviò, nel gennaio del 1348, in Provenza, sua proprietà, in compagnia del novello marito, e si presentò in Avignone a Clemente VI, il quale, feudatario di Napoli ed iniziatore del processo aperto contro di lei, era ad un tempo suo giudice e suo signore.
Il Papa le assegnò a stanza Villeneuve, sopra la sponda opposta del Rodano; convalidò il secondo matrimonio di lei, che non era conforme alle leggi canoniche, e fece istruire il processo, invitandola poi a comparire nel proprio palazzo, davanti ai cardinali ed ai baroni di Provenza. Giovannapronunciò davanti all'assemblea una orazione latina a sua difesa, con tanto spirito, con tanta tranquillità, con tanta sicurezza, che tutti rimasero compresi di stupore. Il suo comparire in attitudine di accusata, di esule, la memoria del suo grande avo Roberto, protettore illustre della Chiesa e, più di tutto, la sua gioventù, la sua bellezza, la sua grazia, commossero tutti gli animi, e la giovane regina fu assolta dall'accusa di uxoricidio.
Bastò questo giudizio dei cardinali ad assolverla davanti alla propria coscienza? Era dessa veramente innocente quale la proclamarono? Fra gli storici napoletani, gli uni la condannano, gli altri l'assolvono, e la sentenza imponente dello storico d'Italia di maggior peso l'addita quale complice almeno del misfatto. Dessa fu consapevole del reo disegno, e non vi si oppose; al pari di quanto fece più tardi Maria Stuarda, in occasione della morte di Darnley.
Giovanna si preparò a far ritorno a Napoli per riconquistarvi il suo regno. Aveva d'uopo d'uomini e di danaro, e vendette, l'8 giugno 1348, la città di Avignone al Papa per la meschina somma di ottantamila scudi d'oro. Si trassero da questo fatto severe conclusioni; nessuna prova esiste a conferma di esse, ma il sospetto è facile a spiegare. L'uccisione di un ree l'assoluzione di una regina accusata di averlo spento, furono quelle che ridussero Avignone in signoria dei Papi. Giovanna riacquistò il regno di Napoli, che governò con senno e prudenza per molti anni, in mezzo ad agitazioni continue. Morto Ludovico di Taranto, sposò Giacomo di Aragona, e venuto a morte questi pure, tolse a quarto marito Ottone di Braunschweig. Cadde poi nelle mani di Carlo III di Durazzo, suo parente e nemico a morte, e questo pretendente alla corona ordinò ai suoi scherani di farla perire della stessa sorte toccata al suo primo marito. Così Giovanna di Napoli fu strangolata nel castello di Muro, nelle Puglie, nel 1382.
Mentre le mura del palazzo di Avignone richiamavano nella mia memoria questo episodio sanguinoso della storia del reame di Napoli, il mio pensiero si fermava a considerare le condizioni attuali del regno stesso, le cui sorti incerte ed agitate traggono a sè l'attenzione di tutta quanta l'Europa. Pensavo al giovane re Francesco rinchiuso nelle mura di Gaeta, erede degli errori e delle colpe de' suoi padri, fuggiasco dalla sua capitale, abbandonato dal suo popolo, stretto d'assedio dalle truppe italiane nella sua ultima fortezza, minacciato dal re di Piemonte, che mira a precipitare dal trono il suo congiunto, inalberandol'antica bandiera di Cola di Rienzo, la bandiera dell'unità d'Italia, con Roma capitale. Il fuoco dei cannoni di Gaeta è l'ultimo lampo del tramonto di un dispotismo che non poteva più durare.
Avignone, pertanto, era diventata, come abbiamo visto, proprietà della Santa Sede, e Clemente VI non tardò a prenderne possesso con sua grande soddisfazione, perchè vi si sentia non meno signore di quanto lo fosse già in Venasca e Carpentras. In un'epoca in cui la Chiesa era venuta perdendo a mano mano i suoi possedimenti in Italia, quel tratto di terra provenzale doveva apparire ai Papi come un vero asilo e come un rifugio inaccessibile alle tempeste, dinanzi all'aspetto della rivoluzione che sembrava dovesse di giorno in giorno scoppiare in Roma. Mentre per varî secoli erano stati dalla ribellione cacciati ripetutamente dall'Urbe ed era colà la loro esistenza divenuta continuamente precaria, in Avignone avevano quiete e tranquillità, ed i settant'anni d'esilio di Babilonia furono per lungo tempo i soli anni pacifici del Papato. Non c'è, quindi, da stupire che i Papi esitassero a staccarsi da Avignone.
Se attualmente la Chiesa romana possedesse un territorio di là dalle Alpi, non sarebbe improbabile che Pio IX, in condizione di cose che ricordano l'epoca diCola di Rienzo, vi cercasse rifugio, invece di rimanere, sotto la dubbia protezione della Francia, in Roma.
Clemente ampliò ed abbellì il palazzo dei suoi predecessori. Vi eresse una stupenda cappella, o piuttosto una chiesa gotica, di gran lunga superiore, per ampiezza e per bellezza architettonica, alla cappella Sistina del Vaticano. La ornò, come del pari varie stanze del castello, di buone pitture a fresco, per opera di maestri chiamati d'Italia. Tutte queste pitture vennero distrutte; la cappella, divisa in due piani ed in varie camere, venne ridotta ad uso di caserma, e si vedono con dolore gli archi gotici incassati nei muri ed avanzi di pregevoli affreschi, che erano, senza dubbio, della scuola di Giotto.
Clemente VI morì il 6 dicembre 1352, dopo oltre dieci anni di pontificato e dopo aver vissuta vita piacevole e splendida. Aveva radunato in Avignone il fiore della Francia meridionale, ed introdotto il lusso alla sua corte; nelle sale del suo palazzo, gremite di belle dame, di cavalieri, di poeti, di artisti, di dotti, le feste si succedevano alle feste. Egli fu largo co' suoi nipoti, co' suoi favoriti, delle dignità della Chiesa e dei tesori accumulati dall'avarizia del suo predecessore. Fu il papa più brillante di quanti ebbero stanza in Avignone, edil cupo castello sotto di lui si può paragonare al Vaticano nei tempi di Sisto IV, di Giulio II e di Leone X.
Tre papi abitarono ancora dopo di lui la Francia; l'ultimo di questi pose fine all'inopportuno esilio, riportando la sede del sommo pontificato nella città eterna.
Il severo Innocenzo VI fu il contrasto preciso di Clemente VI. Proscrisse ogni lusso dalla corte di Avignone, rimandò a Roma Cola di Rienzo, facendolo accompagnare dal cardinale Egidio Alvarez Albornoz, uno degli uomini di Stato e dei capitani più distinti che abbia avuto la Chiesa. Egli, difatti, riuscì a riconquistare al patrimonio di S. Pietro le provincie perdute, meglio di quanto non abbia saputo fare, a' giorni nostri, il generale Lamoricière. Roma stessa piegò davanti a quell'energico spagnuolo, e fece ritorno al papa. Innocenzo VI morì in Avignone il 12 settembre 1362.
Gli succedette Urbano V (1363-1370). Potè essere grato ai suoi predecessori, i quali avevano provveduto a cingere Avignone di mura, imperocchè, senza questa precauzione, sarebbe caduto nelle mani di quelle bande armate, le quali in allora percorrevano, saccheggiando, l'Italia ed il mezzodì della Francia. Circondarono quelle la città, ed il papa si vide costretto ad ottenere, con molto denaro,il loro allontanamento. Petrarca, oramai vecchio, esortò allora Urbano, perchè abbandonasse la Francia e facesse ritorno a Roma, divenuta tranquilla. I Romani lo avevano richiamato per mezzo di un'ambasciata, ed Urbano si portò difatti, nel 1367, nella desolata città; se non che, nel 1370, abbandonò di bel nuovo Roma e l'Italia, fattesi deserte, e non valsero a trattenerlo le supplicazioni di S. Brigida, la quale gli profetava la morte, quando facesse ritorno ad Avignone. E volle il caso che la profezia si avverasse, poichè Innocenzo cessò di vivere nel dicembre, non appena ritornato in Francia. Egli aveva ultimato il palazzo pontificio, aggiungendovi la settima torre, denominata degli Angeli. Le altre sei avevano nome Trouillas, S. Giovanni, l'Estrapade, S. Lorenzo, la Campana e la Gache.
Il suo successore Gregorio XI fu l'ultimo papa in Avignone. Scosso dalle preghiere dei Romani, di Pietro d'Aragona, delle sante donne Brigida e Caterina da Siena, la quale ultima venne persino a tal uopo in Avignone, abbandonò, il 13 settembre 1376, per sempre la Provenza, accompagnato da tutti i cardinali, ad eccezione di sei, i quali preferirono continuare ad abitare le loro amene ville sulle sponde del Rodano.
Perde da questo momento ogni interesse il palazzo dei Papi, imperocchè, dopo il lororitorno a Roma, rimase deserto. Durante lo scisma, però, vi abitarono ancora due antipapi: Clemente VII e Benedetto XIII, il quale ultimo vi fu assediato.
Dal 1409 in poi, Avignone ed il contado Venosino furono governati da cardinali legati, fra i quali però gl'italiani, quasi sempre nipoti, punto non si muovevano da Roma, facendosi rappresentare da vice legati. L'ultimo fu Filippo Casoni; la repubblica francese lo scacciò per sempre col dominio papale da Avignone, e questa città venne funestata da atroci scene di sangue sotto Jourdan, Duprat e Jouve, nella notte dal 16 al 17 ottobre 1791. Si fa vedere tuttora, nella torre Trouillas, il luogo dove le vittime infelici erano precipitate da quelle belve umane, sitibonde di sangue. Era pur troppo naturale che l'odio, concentrato a lungo contro la dominazione pontificia, somministrasse pretesto a quegli atti crudeli: il popolo parlava di carceri sotterranee della inquisizione nel castello, di orribili misteri consumativi durante il governo dei legati. La favola narra che nel secolo XV, nell'epoca terribile dei Borgia, un vice legato avesse invitati i cittadini più distinti di Avignone ad una festa nel palazzo pontificio, che avesse chiuso quindi le porte delle sale, e, appiccato il fuoco agli appartamenti, avesse arsi vivi i suoi ospiti; così egli avrebbevendicato un nipote assassinato da un marito tradito.
Quando si visita Avignone, sotto l'impressione di simili atrocità commesse dalla rivoluzione, sotto il ricordo ancora recente dell'assassinio del maresciallo Brune, commesso dai realisti il 2 agosto 1815, quando si vede quella popolazione rozza e fanatica, si prova un vivo desiderio di partire al più presto da quella città. Oggidì la popolazione di Avignone è ritenuta ancora per superstiziosa, rozza, irritabile, ignorante, ed è possibile che questa contrada possa divenire ancora teatro di brutti eccessi.
Non voglio però dimostrarmi ingrato verso una città così notevole, e mi ci tratterrò ancora un poco. Ci rimane a visitare l'antica cattedrale, il San Pietro di Avignone, ché difatti quello di Roma potè per ben settanta anni nutrire invidia a questa chiesa piccola, nera ed oscura, quale usurpatrice dei suoi diritti secolari. Intanto i Papi si trovarono in questo angolo del mondo, ridotti ad una semplice cappella, la quale sottraeva le pompe del culto e gli atti della storia della Chiesa agli sguardi della cristianità.
Nôtre-Dame des Doms, secondo la tradizione, venne fondata da Santa Marta sorella di Lazzaro, imperocchè la pia donna sarebbe sbarcata nella Camargue, avrebbeintrodotto il cristianesimo nella Provenza e fabbricata la prima chiesa in Avignone, sulle rovine di un tempio d'Ercole. L'origine, del resto, diNôtre-Dame, non è conosciuta, ed il suo vanto di essere stata edificata da Carlomagno trovasi tutt'altro che fondato; solo è certo che essa è una chiesa molto antica, come lo si vede dalla sua porta principale, di stile prettamente romano, fiancheggiata da due colonne antiche d'ordine corinzio. Il vandalismo della rivoluzione, il quale ridusse a mucchio di rovine altre chiese della città, non risparmiò neppure questa. Rimane, a soddisfazione dei dilettanti di antichità, la così detta cappella di Carlomagno, ma andarono miseramente perduti i monumenti di varî Papi, ricordi preziosi dell'arte gotica nel secolo XIV. Furono restaurate le tombe di Benedetto XII e quella più pregevole di Giovanni XXII, di gusto gotico, con fini sculture e con la figura del pontefice stesa sopra un sarcofago. In una nicchia esistono alcuni avanzi della tomba del cardinale di Armagnac; nelSancta-Sanctorumsi scorge la lapide mortuaria di Luigi Balbo Bertone di Crillon, soprannominato ilBravo, l'amico di Arrigo IV. Egli morì in Avignone nel 1615, e la sua statua in bronzo sorge sulla piazza dell'Horloge.
E' questa la più bella piazza della città, e trovasi a poca distanza, scendendo dal palazzo dei Papi. E' circondata da varî belli edificî, fra i quali l'elegante teatro ed il nuovo palazzo municipale, nello stile del risorgimento francese, preceduto da una corte sopracarica di colonne. Il custode, che me lo fece visitare, mi diceva con aria d'importanza che Luigi Napoleone aveva onorato quel palazzo della sua presenza, nel recarsi ad Algeri, che le scale erano state ricoperte da tappeti, e tutto il quartiere aggiustato con gusto squisito. L'Imperatore venne accolto con grande ostentazione; però il partito legittimista è ancora numeroso in Provenza, sebbene sia grandemente scaduto di ricchezze. Intanto Napoleone può per qualche tempo riposare tranquillo; ha per sè i proprietarî e le classi che lavorano; si odono per ogni dove le sue lodi: egli ha domato la rivoluzione, ristabilito l'ordine e, co' suoi trattati di commercio, ha procurato immenso vantaggio a queste contrade vitifere. Ed inoltre,notre préponderance!... Sono parole che si sentono ripetere ad ogni passo.
In fin dei conti convien però dire che il visitare questa città cagiona una grande stanchezza. Le sue strade, dove qua e là sorgono alcuni palazzi, in stile del risorgimento, alcuni edificî antichi e bizzarri,con porticati e cortili che richiamano a sè l'attenzione, sono cupe; l'atmosfera che vi si respira, è malinconica e suscita tristi ricordi.
Quanto non sono più belle le piccole città della Toscana, Prato, Pistoia, Siena, Arezzo, nelle quali ad ogni tratto s'incontrano meraviglie d'arte, memorie della libertà municipale, di una antica e splendida civiltà!
Ho visitato la maggior parte delle chiese di Avignone; non havvene una che si possa dire propriamente bella, e tutte, quasi, recano le traccie della devastazione dell'epoca rivoluzionaria. Entrai una domenica in S. Didier, chiesa di architettura gotica; era piena di donne velate di bianco, le quali, inginocchiate, cantavano delle litanie. Era un quadro pieno di anima e di vita; in quel raccoglimento devoto, nelle armonie di quei canti mi parve ravvisare l'influenza esercitata da Roma per lunghi anni su Avignone. Era un quadro di carattere prettamente romano, se non che la piazza attorno alla chiesa, ombreggiata da grandi alberi, non aveva affatto aspetto romano, nè meridionale, e mi ricordava piuttosto le chiese campestri delle care mie contrade natìe.
La folla dei fedeli non mi permise che di gettare un rapido sguardo sopra un bassorilievo,a cui si dà il nome diimages du roi René; imperocchè queste sculture sono attribuite albuon Re; e non è a dire di quante statue e di quanti quadri lo faccia autore, nella Provenza, la tradizione.
Sorge, a poca distanza da S. Didier, la chiesa del patrono della città, S. Agricola, il quale è invocato in tutte le pubbliche calamità, e particolarmente nei tempi frequenti di siccità. Questa chiesa risale al secolo X e venne ampliata in secoli posteriori; la sua facciata gotica, con larghe torri merlate, è originale, e la semplicità dello stile ogivale anche nell'interno rivela la sua antichità.
Merita pure di esser ricordata la cappella deipenitents noirs de la miséricorde. Si conserva in essa il famoso crocifisso d'avorio di Guillarmin, opera del 1659, e la suora che lo mostra, narra la leggenda del nipote dell'artefice, condannato a morte, e, per intercessione di quel Cristo, salvato.
Avrei visitato molto volentieri la chiesa ed il convento dei domenicani, quale ricordo di un'epoca storica, della guerra contro gli Albigesi; ma quegli edifici stupendi furono rovinati totalmente dalla furia rivoluzionaria. Il primo Papa d'Avignone ebbe stanza in quel monastero, ora distrutto, ed ivi Giovanni XXII dichiarò santo il più gran filosofo del medio evo, Tommasodi Aquino, alla presenza del re di Napoli. Quel Papa riteneva, fra le cose sue più preziose, lo stupendo codice in pergamena dellaSommadel santo, e lo lasciò, morendo, alla biblioteca del monastero, con l'espressa condizione che dovesse essere fissato al muro con una catena. La rivoluzione venne a liberarlo, ed ora il prezioso volume, coperto della polvere dei secoli, gode della sua libertà o del suo oblio nella biblioteca civica. Caterina da Siena, monaca dello stesso ordine, rivolse in quel monastero le sue esortazioni al Papa, per persuaderlo a far ritorno a Roma. Era stato quel convento costrutto poco tempo prima, nell'anno 1330, e si assicura che il suo cortile fosse bellissimo e affatto non la cedesse per vaghezza a quello di S. Trofimo in Arles. I sanculotti rovinarono tutto, comprese pure le tombe di ventiquattro cardinali, sepolti nel convento. La chiesa, in gran parte distrutta, venne ridotta più tardi a fonderia di cannoni.
Per farsi un'idea delle vandaliche devastazioni, operate dalla rivoluzione nella Provenza, è d'uopo visitare il museo d'Avignone. Trovasi allogato in un palazzo ampio del secolo XVIII. Dopochè il benemerito dottore Calvet fondò questo museo nel 1810, vennero accolte in esso le reliquie delle arti belle tolte dalle chiese, dai conventi,dai castelli feudali, dai palazzi, non di Avignone soltanto, ma ancora dei dintorni. Vi sono rappresentate tutte le fasi del medio evo, fino all'epoca del risorgimento francese,la rénaissance; ed io provai tanto maggior interesse a contemplare questa collezione delle antichità del medio evo nella Francia meridionale, in quanto che avevo visitato, pochi mesi prima, in Norimberga, il museo tedesco, istituzione destinata a prendere un grande sviluppo, e meritevole dell'appoggio di tutta quanta la Germania.
Il museo di Avignone, del resto, anche per quanto riguarda l'epoca classica, è povero in paragone di quello di Norimberga, e, tuttochè sia diviso in varî rami, non presenta più che un periodo di civiltà. Nella galleria del medio evo si vedono numerose sculture, e si possono seguire i progressi della plastica, dagli antichi sarcofaghi cristiani fino agli avanzi dei mausolei dei cardinali di Brancas e Lagrange, del conte Raimondo di Beaufort e del maresciallo de la Palice.
Alla collezione di antichità classiche contribuirono quasi tutte le città del mezzodì della Francia; in complesso, però, è povera e non vi si vedono oggetti pregevoli; tanto più che quasi tutte quelle città posseggono il proprio museo. Si osserva, però, con interesse tutto quanto fu rinvenutoin questa parte della Francia, dell'epoca dei Romani, ed anche dei Greci. Vi sono parecchie antiche iscrizioni greche, e altre greche del tempo dei Romani. Si deve pure far menzione di una bella collezione di piccoli bronzi e di un ricco medagliere di tutte le provincie e di tutte le epoche della Francia. Trovasi, nello stesso palazzo, la biblioteca civica, la quale conta più di sessantamila volumi. Contiene parecchie buone opere sulla storia del mezzodì della Francia, ma sono scarsi i manoscritti ed i documenti originali. Gli atti del papato, durante la sua stanza in Avignone, vennero già da tempo, come è noto, trasportati negli archivi segreti del Vaticano. Stanno in una sala della biblioteca i ritratti degli uomini illustri appartenenti al dipartimento di Valchiusa, fra' quali il duca di Mahon, il prode Crillon, Giovanni di Althens, il cardinale Maury, il pittore Mignard, il dottore Calvet, e vi si vedono pure i ritratti di Petrarca e di Madonna Laura, i quali datano però da epoca posteriore.
Nel piano superiore c'è una galleria di quadri, abbastanza pregevole per Avignone; vi sono pochi buoni quadri antichi italiani, fiamminghi e tedeschi di valore, ma molti francesi, particolarmente di Mignard e dei cinque Vernet, la cui famiglia era originaria di questa città. Del resto, bisognaosservare che Avignone non ha prodotto nessun uomo che possa dirsi un vero genio; anzi nessuno dei celebri, a ragione o a torto, poeti della Provenza nacque sulle sponde del Rodano o della Durance. Era d'uopo venisse un forestiero da Arezzo, per dare a quelle contrade il prestigio poetico; ed Avignone gli offrì, ad argomento de' suoi versi armoniosi, una bella donna, come Crotone o Taranto offrivano le loro ragazze per modelli a Zeusi. Ben più avventurata fu Firenze che può vantarsi ad un tempo di Dante e di Beatrice.
Ed ora, addio, chiese, palazzi, musei e meschine antichità di Avignone! Come finiscono per stancare questi quadri, questi monumenti, queste reliquie dei tempi andati! Come riposa il ricrearsi nella vista della bella valle del Rodano ai piedi della città! Lo splendido sole di Provenza illumina le verdi isole del fiume, indora la collina di Villeneuve ed invita il viaggiatore a passeggiare all'ombra dei pioppi e dei platani agitati dal vento, a prestar ascolto al muggito delle acque poderose, a contemplare le grandi barche di trasporto che guizzano con la rapidità della freccia sotto gli archi del ponte! La vista, dalla porta dell'Ouille di Avignone, dell'ampio Rodano con le sue due isole, e con le rive singolari della Linguadoca, è bella davvero;non valse, però, a cancellare dalla mia memoria quella contemplata poco tempo prima, della Vistola, il gran fiume che svolge le sue acque profonde sotto gli archi giganteschi del ponte della strada ferrata presso Dirschau, nè l'immagine del Nogat che scorre tranquillo ai piedi dell'antica e bella Mariemburg. Il castello del medio evo, dei cavalieri dell'ordine teutonico, torreggia colà in modo assai più pittoresco che il palazzo dei Papi in Avignone.
Il fiume separa Villeneuve dalla città, e la Provenza dalla Linguadoca. Le due rive sono congiunte da ponti; di uno, di costruzione romana, non sussistono più che quattro grandi archi molto pittoreschi e che si estendono per un tratto dalla riva sopra il fiume, poi cessano. Su di essi sorge una piccola cappella, che guarda, solitaria e fantastica, i flutti. Narrasi che risiedesse in quella il santo uomo che aveva edificato il ponte stesso, e la leggenda relativa a quella costruzione è l'unica d'indole mite e poetica che io abbia trovata in Avignone.
Il piccolo Benezet stava custodendo al pascolo le pecore della sua povera madre sui monti del Vivarais, quando, tutto ad un tratto, i monti e le valli si trovarono immersi nelle tenebre per un eclissi; era il 13 settembre del 1177. Una voce esclamò: «Benezet, dammi ascolto, perchè io sonoGesù Cristo!» Il ragazzo spaventato rispose: «Dove sei, o Signore, e che cosa domandi da me?»—«Non aver paura, lascia pure pascolare le tue pecore, scendi al Rodano e fabbricavi sopra un ponte».—«Signore io non so dove sia il Rodano; sono un povero ragazzo, non ho che tre soldi in tasca, come vuoi che io possa costruire un ponte su quel fiume?» La voce replicò: «Fa quanto ti ho detto, poichè io so dove e come dovrai costruire il ponte». Il piccolo pastore scese dal monte piangendo, abbandonò il gregge, ed incontrò un pellegrino che camminava appoggiato al suo bordone, il quale gli disse: «Figliuolo mio Benezet, seguimi al luogo dove dovrai costruire il ponte.» Allorquando arrivarono al fiume e il ragazzo vide le acque di questo, ampie, rapide, profonde, prese a piangere più amaramente, se non che il pellegrino lo confortò, gli ordinò di salire in una barca, di scendere ad Avignone, di presentarsi al vescovo, e di partecipargli l'incarico che gli era stato affidato. Così fece Benezet, e trovato il vescovo che stava predicando nella cattedrale, gli disse franco e disinvolto: «Signor vescovo! Il Signore mi ha qui mandato per costruire un ponte sul Rodano». L'ardito ragazzo venne tosto arrestato e fu condotto davanti al vicario. Ripetè al giudicel'incarico che aveva avuto, e questi, additandogli un grosso macigno che trovavasi nella corte, gli disse sorridendo che avrebbe prestata fede alla sua missione, quando fosse riuscito a sollevare quella voluminosa pietra. Il ragazzo la sollevò tosto, la caricò sulle spalle, e la portò, fra gli applausi del popolo che gridava al miracolo, sulla riva del Rodano. In un momento si raccolsero cinquemila scudi d'oro, e si pose tosto mano alla costruzione del ponte.
Tale è la meravigliosa leggenda relativa all'antico ponte di Avignone, ed io non voglio toglierle il suo carattere poetico, coll'aggiungervi dei commentarî. La grande opera fu compiuta nel 1188, ma le bande catalane cominciarono a danneggiarla nel 1395, e, dopo d'allora, il tempo e la furia delle acque la ridussero a quello stato di rovina in cui oggi si trova.
Per arrivare a Villeneuve, esistono ora due altri ponti, uno in ferro, e l'altro in legno, i quali congiungono le due isole che sorgono sul fiume, denominate Ville de Piot, e la Barthelasse. Villeneuve-les-Avignons è un paese pittoresco. Dicesi che anticamente sorgesse in quella localitàStathmos, o Statuma, emporio commerciale dei Massiliotti. Il paese attuale risale al 1226; fondato dai monaci diS. Andrea, venne ampliato e fortificato da Filippo il Bello. Serviva quasi di porto avanzato alla Francia sul Rodano, e tale rimase, finchè i re di Napoli e i Papi di Avignone furono padroni della Provenza. Sorge tuttora, a poca distanza dal fiume, una bella torre, la quale si suole chiamare torre di Filippo il Bello. La sua posizione, di fronte al ponte di S. Benedetto a cui può avere servito di difesa, è bella, ed è amenissima la passeggiata ombreggiata d'alberi per arrivarvi, colla vista del fiume e della mole imponente del palazzo dei Papi. Il villaggio, del resto, è grigio, deserto, malinconico e pare anche povero, sebbene vi siano alcune tintorie di robbia ed alcune filature. Solo si scorgono qua e là alcune chiese ed alcuni palazzi cadenti in rovina, i quali ricordano i tempi, per buona sorte passati, del feudalismo.
E' cosa ben curiosa, che nel mentre Avignone si vanta dell'uomo che introdusse nella Provenza la coltivazione della robbia, Villeneuve le possa contropporre quello che nel 1560 importò in Francia il tabacco, presentandone le prime foglie alla regina Caterina de' Medici. Non ho visto a Villeneuve nessuna statua in bronzo di Giovanni Nicot, ambasciatore di Francia alla corte del Portogallo, e glie se ne dovrebbe pure innalzare una, con una grande tabacchieranella mano ed un grosso sigaro avana in bocca. Del resto, i sigari francesi non fanno punto onore a Giovanni Nicot, perchè sono di pessima qualità.
Poche sono le cose meritevoli di attenzione in Villeneuve: esiste, nella chiesa dello spedale, la tomba d'Innocenzo VI, monumento gotico in stile di tabernacolo, il quale trovavasi dapprima nella bella Certosa del luogo, ora interamente distrutta. Venne quello ristaurato, e la statua del Papa coricato è nuova. Sulla ripida collina Andaon vi è il forte, S. Andrea, tuttora in buono stato. Vi si accede per una grande porta e sull'altipiano della collina, cinto di mura, si vede una cappella. Di là si gode la bella vista del panorama della Provenza, simile a quella che si ha dalRocher des doms, se non che ha il pregio che di qui si scorgono pure la città di Avignone e il suo castello. Allorquando il sole sul tramonto tinge le mura gigantesche di questo in rosa, o di colore violaceo, l'effetto è magico. Questo è il luogo opportuno per prendere congedo da questa antica Avignone, illuminata dal sole cadente.
Gettai uno sguardo di desiderio su quelle campagne della Provenza, che avrei pure voluto visitare. Ero attorniato da provenzali, e la loro antica favella mi destavamille ricordi sulla loro storia, sulla loro civiltà. Quella lingua si va perdendo; tutti gli sforzi per farla rivivere dei poeti, fra' quali il più illustre è Mistral, non valgono altro che a continuarle un'esistenza letteraria artificiale. Vorrei anch'io poter intonare le rime, piene di speranza, dirette da un poeta, ancora vivente, al suo amico Mistral; ma temo non esprimano altro che un pio desiderio.