Chapter 3

Fin dalla fine del 1866 si oppose a questo il partito mazziniano, che voleva abbattere il Papato e costituire la Repubblica a Roma, dopo i quali avvenimenti sarebbe scoppiata—sognavano quei radicali—larivoluzione sociale in tutta l'Europa e forse in tutta l'umanità? Questi partiti cominciarono a combattersi aspramente, ed anche questa scissione nel campo dei rivoluzionarii fu una causa di più della permanenza in Roma della tranquillità e dell'ordine.

Per le intenzioni pacifiche del Comitato Nazionale, i mazziniani gli affibbiarono il soprannome dispregiativo: la Malva. Ambedue questi partiti facevano stampar fogli volanti e giornali segreti; i nazionali laRoma dei Romani; i mazziniani laSveglia. La vita ed il lavorìo segreto di questi governi sotterranei, dellaRoma sub-terranearivoluzionaria, si sottrassero agli sguardi della Polizia che non riuscì a scoprire nè i capi, nè i locali, nè le stamperie. Forse quei giornali non furono mai stampati in Roma, bensì in altre città.

I mazziniani e gli emigranti italiani, appartenenti in parte alla loro sètta, tenevano vivaci riunioni nel Napoletano e in tutta l'Umbria. Si sparsero queste associazioni per tutta Italia e fecero nelle città propaganda per l'invasione a mano armata degli Stati della Chiesa. Già dal gennaio si era stabilito a Terni un deposito di armi e si richiamarono in quella città dalla Lombardia gli emigranti romani. Le armi dovevano essere introdotte segretamente nelRomano, cioè a Viterbo. Moustier, ministro francese degli esteri, avvertì di quel che si preparava l'ambasciatore dell'Imperatore a Firenze, perchè egli a sua volta richiamasse l'attenzione del Governo italiano.

I mazziniani diedero il primo segno di vita la notte del 10 febbraio 1867 con lo scoppio di varii petardi, che spaventarono la città. Ricorreva l'anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del 1849. Del resto non vi furono eccessi; solo il Comitato Nazionale interdì la visita dei teatri e la celebrazione del Carnevale, cosicchè non si vide mai più melanconico Carnevale di quello del 1867. Fuori, ed anche alle porte di Roma, infieriva sempre più il brigantaggio. Tutte le strade erano malsicure; finalmente il Governo pontificio intervenne con una energica legge e con efficaci misure militari.

In tutta l'Italia cresceva l'agitazione. Dopo il rigetto per parte dei democratici e radicali, nemici di ogni libertà della Chiesa, del progetto finanziario di Scialoia, la camera italiana fu sciolta; le nuove elezioni agitavano tutto il paese e minacciavano di spingerlo alla rivoluzione. Dal trasferimento della capitale sembrava che il Governo italiano fosse scosso alle basi; la Monarchia, nonostante l'acquisto di Venezia,vacillava; la infelice guerra del 1866 aveva accresciuto la disistima, in cui essa era caduta. Disonestà in tutta l'amministrazione, rapidi mutamenti di ministero, difficoltà finanziarie, interno dissolvimento, tutto ciò produceva una situazione confinante coll'anarchia, in tutto ciò il Governo perdeva ogni prestigio morale. Il partito d'azione chiedeva sempre la violazione della Convenzione di settembre; non solo esso formava comitati segreti, ma palesi associazioni per una invasione negli Stati della Chiesa. Comitati di questo genere sorsero a Firenze, a Genova, a Bologna e altrove, senza che il governo credesse bene prendere dei provvedimenti. Garibaldi s'era ravvicinato ai mazziniani e seguiva i loro piani. Da Caprera egli accorse a Firenze il 23 Febbraio, durante la lotta elettorale per la nuova Camera, onde aiutare alla vittoria il partito democratico. Egli si recò allora come agitatore per le città italiane, eccitando le popolazioni ad una guerra mortale contro il prete, dalle cui mani bisognava ora liberare Roma.

Il 22 marzo il Re aprì il nuovo parlamento che, nel complesso, era composto come il precedente; non si fece parola sulla questione romana. Ai primi di aprile Urbano Rattazzi salì alla Presidenza del Consiglio,e il partito rivoluzionario sperò, sotto di lui, di ottenere ciò che non gli era riuscito di ottenere sotto Ricasoli, benchè ricordasse che era ben Rattazzi che aveva, per comando di Napoleone, organizzato la tragedia di Aspromonte.

Così, un altro partito democratico era andato prendendo forma, il partito d'azione di Garibaldi, che aveva lo scopo dichiarato di una invasione a Roma. Garibaldi fu eletto suo capo, e proprio da un Comitato mazziniano, con una lettera datata da Roma (Centro dell'Insurrezione di Roma), per quanto l'esistenza di quel Comitato, proprio in questa città, fosse piuttosto dubbia. Questo Comitato invitò, il 1^o aprile, i Romani a sollevarsi ed a rovesciare il governo dei preti; assicurava che, contemporaneamente, altre città degli Stati della Chiesa si sarebbero ribellate, poichè tutto era pronto; proclamava Garibaldi capo della sollevazione, Garibaldi che, dopo la nomina da parte del popolo di Roma nel 1849, era rimasto giustamente generale romano. In risposta, Garibaldi scriveva una lettera, indirizzata al Centro dell'insurrezione, datata da S. Fiorano 22 marzo, nella quale diceva di essere orgoglioso del titolo di generale romano, e annunziava di avere già scelto i Romani che dovevano formare l'élitedell'emigrazione romana a Firenze.

Contro questo appello dei radicali, il Comitato Nazionale pubblicò una protesta, il 9 aprile, ammonendo con essa i Romani di non lasciarsi condurre ad agire con leggerezza colpevole e pericolosa, e di aspettare il tempo opportuno per l'azione. Infatti, la quiete non fu turbata; ed anche il 12 aprile, anniversario del ritorno dall'esilio del Pontefice ed anche del suo scampo miracoloso dal crollo della sala a S. Agnese, fu festeggiato, come al solito, con la luminaria, e trascorse tranquillo.

Ma i segni precursori di un'invasione di schiere volontarie, come chiaramente apparivano dalla lettera di Garibaldi, davano molto da pensare al Governo romano; il cardinale Antonelli passava, il 26 aprile, una nota all'ambasciatore francese in Roma, conte Sartiges, nella quale esprimeva questi timori. Il Gabinetto francese consigliò quello fiorentino a vegliare sulle riunioni rivoluzionarie, secondo gli accordi del trattato di settembre, e ricevette da Rattazzi l'assicurazione che esso vegliava e che non v'era nulla da temere, poichè i comitati rivoluzionarii erano deboli e privi di mezzi. In occasione di un'interpellanza in Parlamento, Rattazzi dichiarò che, nella questione romana, egli avrebbe seguito la linea di condotta tracciata dal trattato di settembre.

Intanto il Governo francese era informatodel diffondersi continuo del partito radicale. Ebbe notizia di un trasporto di armi in Viterbo, e del piano di Garibaldi, che consisteva nell'armare navi a Genova e con quelle sbarcare sulla costa romana, mentre frotte di emigranti avrebbero passato il confine napoletano; e a Roma gli emissarii dei rivoluzionari dovevano eccitare alla rivolta. Invero Garibaldi si metteva palesemente a capo dell'invasione; alla fine di aprile egli fece pervenire una circolare ai ministri d'Inghilterra, Prussia e Russia a Firenze, nella quale egli protestava contro la sovranità del Pontefice e ricordava che la Costituente del 1849 aveva nominato proprio lui a governatore di Roma, ed affermava che questo potere a lui affidato era ancora legittimo, e poteva essergli tolto solo da una assemblea di rappresentanti del popolo romano.

Nel maggio, il movimento ai confini e l'attività dei comitati si fecero più vivaci. In seguito alle note della Francia, Rattazzi rispose che Garibaldi si trovava ammalato a Signa e non aveva certo intenzione di tentare imprese temerarie, e che, comunque, il Governo vegliava. Si può effettivamente credere che tale fosse la sua sincera opinione, anche se segretamente pensava di utilizzare il movimento rivoluzionario per condurre ad una modificazione dellaConvenzione di settembre. Difatti, Rattazzi dispose perchè gli emigranti romani fossero allontanati da Bologna, dove era il centro dell'insurrezione. Intanto il cardinale Antonelli permetteva che le truppe pontificie si intendessero con quelle italiane per la sorveglianza dei confini. Nel giugno una prima schiera di 200 volontari avendo tentato di passare i confini a Terni, per comando del governo italiano, fu trattenuta. Si imprigionarono 60 volontari; gli altri si dispersero. Questo fatto produsse un'impressione assai favorevole, e tranquillizzò molti. L'invasione romana fu rimandata, non solo perchè si era insufficientemente provvisti di uomini e di armi, ma perchè il mantenimento della pace tra Francia e Russia modificava la situazione politica. La democrazia italiana aveva contato sulla guerra di quelle potenze in seguito alla questione del Lussemburgo, ma, per il trattato di Londra dell'11 maggio, questo pericolo si era allontanato.

Il mantenimento della pace salvò allora il potere temporale del Papa dalla rovina, che immancabilmente sarebbe avvenuta se la Francia si fosse impegnata in una guerra con la Germania. Ora si potevano fare, senza pericolo, le grandi feste delCentenarium Petri. Questo giubileo del principe degli Apostoli, del quale i papi si dicono successori,doveva, in mezzo alle agitazioni italiane per la minaccia di un'invasione degli Stati pontificî, affermare che Roma era città della Chiesa e la capitale del mondo cattolico. Fin dal principio di giugno, schiere di preti si diressero a Roma da ogni paese, su tutte le ferrovie italiane. Quattrocentonovanta vescovi e prelati, più di diecimila preti si radunarono in Roma, dove non si era mai visto nulla di simile, prima dell'istituzione delle ferrovie. Alberghi, abitazioni e strade erano rigurgitanti di clero. Roma sembrava subisse ora, dopo la temuta invasione delle camicie rosse di Garibaldi, un'altra invasione di sottane nere; tutto un popolo accorso in difesa della sua città.

In questa folla si distinguevano numerosissime nazionalità; ma Francesi, Italiani e Spagnuoli avevano la prevalenza, come a dimostrare ancora una volta la romanità della Chiesa cattolica. I Tedeschi si perdevano in mezzo a questo brulichio. Noto gli arcivescovi di Magonza, Colonia, Posen, Salzburg, Praga e Olmütz; mancava l'arcivescovo di Vienna. Si videro, in quell'occasione, tutti i costumi della Cristianità. Si ammirarono i fastosi e maestosi patriarchi di Oriente, la cui presenza rammentava i rapporti del culto cristiano coll'Asia e l'antico Testamento. Si videro anche dei Cinesi e dei Mori.

Mai, nemmeno nei tempi più luminosi del Papato di Leone X, si erano viste in Roma processioni simili a quelle che si svolsero per la festa delCorpus Dominie il giorno di San Pietro, nell'anno 1867. Queste feste rappresentarono la più bella e grandiosa rivista che mai pontefice abbia passato al suo clero.

La grande processione del giorno di S. Pietro, che uscì dalla chiesa nella piazza, e nella chiesa poi rientrò, durò due lunghe ore. Vi erano portati degli stendardi alti 20 piedi, rappresentanti i nuovi santi, o in punto di morte, o mentre stavano compiendo un miracolo, e fra questi santi (più di 200 martiri della missione giapponese furono allora beatificati) nessuno suscitò più interesse di Pedro Arbues, il terribile inquisitore di Spagna, la cui assunzione nel cielo dei beati fu giudicata, all'estero, come una aperta e chiara dichiarazione di guerra alle leggi dell'umanità e della civiltà. Il popolo, silenzioso torrente, per tutta la giornata entrò da una porta del tempio ed uscì dall'altra.

Cinquecento cantori facevano udire i loro inni dal cerchio interno della cupola di Michelangelo. L'illuminazione di questa volta scintillante d'oro era, il 29 giugno, incantevole e magica, come magico era l'effetto del tempio sfavillante di fuoco edi luce: rassomigliava, infatti, ad una sfera celeste nella quale innumerevoli stelle sprizzassero fuoco in mezzo ad una nebbia dorata.

La Cattedra Petri, sulla quale la leggenda vuole che l'Apostolo si sedesse, fu trasportata dal trono vescovile della Tribuna, nel quale Alessandro VII l'aveva fatta chiudere, in una cappella speciale, ed esposta alla pubblica venerazione. Dopo due secoli, essa tornò alla luce. Sul lato anteriore di questa antichissima sedia di legno si trovano delle placche d'avorio, nelle quali sono rappresentate le fatiche di Ercole. La folla si dava gran pena per strofinare, contro di essa, stoffe o anelli, che avrebbero così assunto virtù di amuleti.

Per otto giorni, Roma festeggiò la ricorrenza con processioni, illuminazioni, spettacoli accademici e musicali. Le manifestazioni più alte del culto si trovarono a Roma riunite, lo stesso anno in cui l'Esposizione mondiale di Parigi esibiva i frutti del lavoro e dell'ingegno del nostro secolo.

La festa apostolica dell'unità della Chiesa, nel suo centro a Roma, consacrata dalla storia, doveva, con immensa manifestazione del clero, mostrare che, nell'ingranaggio della macchina gerarchica, non mancava una sola ruota, che fra il capo ed i membri tutti regnava una perfetta ed inalterabilearmonia, mantenuta senza sforzo e senza costrizione. Non si trovarono in Roma, in quell'occasione, imperatori, re e principi, come a Parigi; ma convennero qui pellegrini da ogni parte del mondo. I rappresentanti delle più antiche nobiltà legittime d'Europa erano venuti, e non senza doni, a rendere omaggio al Pontefice.

Al Vaticano furono donati, in quell'occasione, parecchi milioni, sia per le collette singole delle varie diocesi, sia per offerte private. Si contarono a Roma da 50.000 a 70.000 forestieri; ne vennero da tutte le Provincie del Regno d'Italia. Ciò dimostrava che la rottura, fra il popolo d'Italia e la Chiesa, non era poi tanto grave come si era voluto far credere.

Le catene di S. Pietro legavano ancora una parte dell'umanità, e mai questa portò più a lungo altre catene!

I paladini del Papato erano pieni di soddisfazione e di fierezza. Non si doveva dimostrare che Roma non poteva essere la capitale di un regno? Ebbene, non ne erano quelle feste la prova più luminosa? Le migliaia di preti, che si raccolsero in quei giorni intorno al Papa e fraternizzarono in mezzo alle sontuose feste della loro Chiesa, erano pieni tutti del medesimo entusiastico sentimento. Non avrebbero essi portato quell'entusiasmo nei loro paesi,nelle loro comunità, diffondendolo ovunque? Con questa festa del centenario doveva cominciare, dunque, la grande reazione e il trionfo della Chiesa su tutte le potenze ostili dell'universo. Così declamava, nell'Universo, Luigi Veuillot. Nessuno avrebbe creduto che a questo entusiasmo potessero seguire nella Chiesa momenti di un così crudo disinganno!

Nelle sue allocuzioni ai Vescovi riuniti, il 26 giugno e il 1 luglio, Pio IX annunziò il Concilio.

Era naturale che il Papa, nella lotta contro ciò che egli chiamava il Secolo e che noi chiamiamo lo spirito della civiltà, raccogliesse più strettamente intorno a sè tutta la gerarchia, e tentasse di esaltare la propria autorità nell'organismo della Chiesa. L'antica idea dell'infallibilità del Papa, innalzata a dogma, ritornò ora più determinata agli organi dei Gesuiti. L'infallibilità è il coronamento del Papato gregoriano. E non ha anche segnato, questo dogma, l'uscita dalla storia di questa grande forza ideale della Chiesa? Se doveva esser l'apoteosi del Papato, si sa bene che le apoteosi si comprano a caro prezzo.

LaCiviltà Cattolicaaveva solennemente proposto che tutti i preti e tutti i credenti venuti a Roma per il centenario facessero voto sulla tomba dell'Apostolo di sostenereper la vita e per la morte l'infallibilità del pontefice. Finora, essa diceva con cinica franchezza, i cattolici avevano portato a S. Pietro solo sacrifici e offerte materiali, sia le loro ricchezze, sia il loro sangue; ora si trattava di sacrificare la ragione stessa al principe degli Apostoli! Si sperava, così, di legare solidamente il clero tutto nei ceppi di questo voto, e di costituire, nella cristianità, quasi una lega santa di Cavalieri di S. Pietro; ma questa proposta dei Gesuiti non fu raccolta.

I vescovi radunati non fecero nuove dichiarazioni riguardo alDominio temporale. Nel loro indirizzo al Papa, dettato da Heinald, dicevano soltanto che essi tenevano a ripetere quel che avevano già espresso nel 1862, e cioè di voler credere ciò che il Papa crede, e di voler respingere ciò che il Papa respinge. Non era già questa una dichiarazione della sua infallibilità?

In mezzo a tali feste giunse a Roma la notizia dell'esecuzione dell'arciduca Massimiliano, al Messico. Essa produsse un'impressione enorme. Molti clericali espressero, con soddisfazione, l'opinione che la morte di questo infelice principe fosse, per l'imperatore Napoleone, una specie di testa di Medusa; come egli aveva tradito Massimiliano, egli era pronto a tradire il pontefice!Si ricordava, ora, con meraviglia, la satira romana che nel 1864 aveva salutato l'arciduca, quando era venuto in Roma prima di partire per l'avventuroso viaggio al Messico, ed i suoi versi profetici:

Massimiliano, non ti fidare,Torna sollecito a Miramare.Il trono fracido di MontezumaÈ nappo gallico colmo di spuma.Il timeo Danaos, chi non ricorda,Sotto la clamide trova la corda.

Massimiliano, non ti fidare,Torna sollecito a Miramare.Il trono fracido di MontezumaÈ nappo gallico colmo di spuma.Il timeo Danaos, chi non ricorda,Sotto la clamide trova la corda.

IV.

A queste magnifiche feste seguirono avvenimenti di tutt'altro genere. Bisogna cercare a lungo nella storia per trovare l'esempio di un così repentino e crudo contrasto, quale offrì Roma nel volger di pochi mesi. Se noi immaginiamo che fra i pellegrini accorsi a Roma si trovasse un asiatico o un africano, il quale fosse rimasto del tutto ignaro della politica europea, questo straniero avrebbe potuto dire parlando di Roma alla fine di giugno: «Roma, l'antichissima capitale del mondo cattolico, è non solo la più ricca e la più nobile, ma anche la più felice città della terra. Tutti i popoli vengono a turbe verso di lei, per portarle doni e tributi, e non dietro un severo e temuto ammonimento del loro sovrano, come nell'antica Roma, o negli imperi dell'Asia odell'Egitto, ma volontariamente, per l'esaltazione del loro amore verso di Lui. Migliaia di pellegrini vi accorrono e si prostrano in orazione sulla tomba del Principe degli Apostoli e assistono nel suo sublime tempio, a cui nulla si può paragonare, a cerimonie d'una grandiosità indescrivibile. Sembra che l'amore degli uomini tutti coroni Roma di feste e di onori, dei quali è centro un venerando vecchio, al cui cenno i vescovi della terra e settantamila preti sono accorsi per dirgli che essi credono ciò che egli crede, che riprovano ciò che egli riprova, come migliaia di altri uomini che non sono preti, e che sono venuti anch'essi a tributargli onori divini».

Ora, se il medesimo straniero fosse tornato nella stessa città, solo tre mesi dopo, non avrebbe prestato fede ai suoi sensi, e si sarebbe creduto vittima d'un incantesimo. Avrebbe infatti trovato quella città, poco prima piena di un tumulto festivo e inghirlandata di fiori e coperta di tappeti e di quadri, quasi contaminata dalla peste, immersa nello stupore, nell'ansia, nel terrore, di notte per lo scoppio di bombe e di mine, di giorno per le pattuglie di impauriti soldati, che raccoglievano qua e là torme di arrestati. Avrebbe visto cannoni sulle piazze; le fosse di Castel Sant'Angelo riempite d'acqua; gli avrebbero riferitoche quel vecchio, che pur ora aveva veduto esaltato al cielo, stava ora pieno di terrore in preghiera nel Vaticano solitario e squallido, chiedendo a Dio che lo salvasse dall'imminente pericolo, e divisando già di rifugiarsi in Castel Sant'Angelo e di rinchiudervisi. Avrebbe visto le porte di Roma serrate e rinforzate di dentro con terrapieni, i merli delle fortezze difesi da sacchi di terra; e gli sarebbe stato narrato che innumerevoli bande malconcie, affamate, male armate, vestite di rosse camicie, venivano da ogni parte verso Roma, al grido: Roma o morte! per conquistare la capitale della cristianità e imprigionare il Santo Padre, o cacciarlo esule per il mondo.

Intanto però, già nel giugno si era manifestato il colèra, che nel luglio crebbe di violenza. Il 6 agosto scoppiò ad Albano con straordinario vigore, mentre molte famiglie romane erano andate a passarvi l'estate. Là morì, l'8 agosto, la regina-vedova di Napoli, Maria Teresa, figlia dell'arciduca Carlo. Il timor panico riempì Albano; abitanti e forestieri si dispersero spaventati. Il cardinale Altieri che vi si era recato, come vescovo del luogo, per tranquillizzare con la sua presenza la popolazione, rimase vittima della sua abnegazione. Gli zuavi che erano là di guarnigione mantennero da solil'ordine, e della loro attività va resa loro ampia lode.

Anche nel resto d'Italia infieriva il colèra, ma non interruppe il movimento rivoluzionario del partito d'azione, al quale le feste di Roma avevano acuito la smania di porre presto in atto i suoi disegni. Intanto la condotta del governo francese rafforzava la concorde aspirazione degl'Italiani; quel governo sembrava partire dal concetto che l'occupazione di Roma durasse ancora per mezzo della legione di Antibo. Non solo il generale Dumond era venuto a Roma per passare in rivista questa legione, che numerose diserzioni avevano mezzo disciolta, ma la pubblicazione di una lettera del maresciallo Wiel al colonnello d'Argy mostrava come queste truppe al servizio del Pontefice fossero considerate ancora siccome un corpo francese. Ciò provocò, alla fine di agosto, una nota di Rattazzi al Gabinetto di Parigi, nella quale egli faceva voti perchè il Governo francese non aumentasse le difficoltà, in cui si trovava l'Italia, risollevando la questione Romana e mettendo in pericolo la Convenzione di settembre.

La stampa democratica dichiarò violentemente che quella Convenzione era stata violata dalla Francia e che, quindi, anche l'Italia era in diritto di non più rispettarla.Il Governo, che ormai meditava—appoggiandosi alla Convenzione di settembre—di rinunziare a Roma e riconoscere la sovranità del Papa, e, per di più, minacciava continuamente l'Italia di un nuovo intervento francese, si trovò ad essere in contradizione con sè stesso, mentre si sentiva troppo debole per sostenere la pressione del partito d'azione in un'epoca nella quale, dopo il disgraziato progetto finanziario, vedeva crescere a dismisura i proprî imbarazzi.

Garibaldi visitò di nuovo le città italiane, parlando apertamente di una campagna contro Roma, dove, il 13 luglio, si erano già fusi e unificati ilComitato Nazionalee ilCentro dell'Insurrezione, nellaGiunta Nazionale Romana. Si raccolsero armi e denari, fino in Inghilterra, dove si era recato un figlio di Garibaldi. I confini dell'Umbria cominciarono a brulicare di figure sospette. Il 26 agosto l'Agitatore apparve a Orvieto. Qui egli raccolse il popolo a udirlo, attaccò nel suo discorso, accompagnato da grida di Roma o morte, tanto violentemente il Governo di Firenze, quanto quello di Parigi, e dichiarò finalmente che, nonostante la Convenzione di settembre, Roma doveva essere conquistata dal popolo sorto in armi. Si recò quindi a Rapallo, e l'8 settembre si trovòa Ginevra, al Congresso per la pace, dove i capi della democrazia europea si erano adunati per stabilire le linee di un programma della futura società europea. Garibaldi, salutato da unanimi omaggi, fu nominato presidente onorario di questo Parlamento.

I discorsi che egli tenne dal balcone della casa Fazy e quelli per l'inaugurazione del Congresso, furono così spinti, che urtarono anche molti dei suoi partigiani. Egli volle dimenticare che la città di Calvino e di Rousseau contava fra i suoi cittadini anche molti cattolici e che altri fra essi avevano opinioni aristocratiche e conservatrici. Le sue violente declamazioni contro il Papato e la Chiesa provocarono aperte proteste da parte della cittadinanza cattolica; fra i Riformati, i moderati non furono meno spaventati; nel Congresso si produsse una scissione, e Garibaldi lasciò Ginevra l'11 settembre, quasi clandestinamente, e del tutto disilluso.

Si recò allora a Genestrelle, deciso ad effettuare l'invasione romana. I preparativi e i piani strategici per questa audace impresa erano stati alacremente continuati fin dal suo soggiorno ad Orvieto. Si armarono truppe di volontari ad Ancona, a Foligno, a Bologna, a Firenze, negli Abruzzi,a Napoli. Depositi d'armi erano trasportati ai confini, e segretamente fin dentro gli Stati della Chiesa. I volontari si dirigevano da ogni parte alla spicciolata verso i confini, i quali erano custoditi dalle truppe di linea italiane, secondo la Convenzione di settembre.

Il carattere palese di questi armamenti sotto gli occhi del Governo, le invettive della stampa mazziniana, i proclami dei comitati nazionali, le lettere di Garibaldi, i messaggi dei legati di Roma e di Firenze spinsero il Governo francese a eccitare il ministero italiano ad un'azione pronta ed efficace, facendogli intendere come serie difficoltà potessero sorgere se fosse continuato quello stato di cose, difficoltà che l'Imperatore desiderava risparmiare a sè e al Re d'Italia. E infatti le difficoltà di Napoleone non erano poche. Egli desiderava non allontanare da sè l'Italia, in vista della minaccia sempre più vicina d'una guerra colla Prussia; allontanandosi dalla Francia, l'Italia si sarebbe avvicinata alla sua alleata di Padova; se poi egli avesse lasciato violare la Convenzione di settembre, avrebbe subìto un nuovo scacco, facendo la figura di un complice o di un canzonato. Se egli si risolveva all'intervento, secondo i desiderî del Pontefice, feriva anche gravemente il partito liberaledi Francia, suscitando forse una guerra di disperata difesa in Italia, o rigettandola nell'anarchia, distruggendo la sua propria opera del 1859.

Dispacci urgenti da Parigi determinarono l'azione contro il partito rivoluzionario. Degli inviati di Vittorio Emanuele si recarono per persuadere Garibaldi in nome del re ad abbandonare i suoi intempestivi progetti e a ritrarsi a Caprera. Ma egli lasciò Firenze per raggiungere Arezzo passando da Sinalunga, e di là per far irruzione negli Stati della Chiesa.

Ma, per comando del Governo, a Sinalunga il generale fu arrestato il 23 settembre e mandato per ferrovia alla fortezza di Alessandria. D'un colpo questo fatto sorprendente cambiò la situazione; apparentemente il progetto dell'invasione venne meno con esso.

Il piano di Garibaldi era stato di provocare una sollevazione a Viterbo, per mezzo dei suoi agenti; ma dopo il suo arresto, il Governo papale si impadronì di loro e delle corrispondenze che avevano seco. Gli agenti di Garibaldi erano anche a Roma pieni di attività, ma dopo molto vano lavoro dovettero persuadersi che in questa città non c'era nulla da fare. Anche qui furono operati arresti in massa. Dei fogli volanti diffusi per la città annunciaronoche la Giunta nazionale si era disciolta il 22 settembre, e che il 27 i così detti capi di sezione ne avevano formata un'altra al suo posto, «perchè la città non rimanesse senza Governo in tempi così difficili». La cattura di Garibaldi fu appresa all'estero con soddisfazione; si complimentò il governo d'Italia per aver finalmente trovato la forza di ridivenire padrone di un increscioso stato di cose, per il quale era permesso ad un capo popolo di porsi al di sopra delle leggi dello Stato, di formare un Governo proprio nello Stato stesso, di eseguire dei piani proprî, di versare il sangue del popolo, di mandarne in malora i denari affidatigli e di condurlo alla rivoluzione, determinando così la necessità di un intervento straniero, che immancabilmente sarebbe avvenuto. Infatti si diceva che una flotta francese fosse nel porto di Tolone pronta a salpare. La stima e la considerazione verso Garibaldi si era inoltre da tempo diminuita. Le sue copiose declamazioni, i suoi proclami numerosi, le sue stranezze (era giunto a battezzare egli stesso dei fanciullini come sacerdote dell'avvenire), l'imperversare senza tregua dei suoi tuoni senza il lampo dell'azione, e l'essersi egli ravvicinato al movimento mazziniano, avevano fatto impallidire l'aureola del grandeagitatore, che aveva avuto sì eroica parte nella redenzione italiana[2]. Si deplorava in quel tempo che egli non fosse morto a Capua o ad Aspromonte, chiudendo così la sua vita di eroe popolare, invece di sopravviversi. La sua prigionia fu appresa con favore anche dai liberali di Roma; essi speravano che essa preludesse a negoziati diplomatici del Governo italiano, tendenti ad una liberazione definitiva da un intervento, anche morale, della Francia, e ad una modificazione della Convenzione di settembre. Ed effettivamente non c'era che l'Italia che potesse difendere gli Stati della Chiesa impedendo alle schiere dei volontari di farvi irruzione.

Ma il partito d'azione si sollevò vivacemente, chiedendo la liberazione del suo capo, membro inviolabile del Parlamento. Sotto la pressione di tumulti a Firenze e in altre città, Garibaldi fu condotto da Alessandria a Genova, e senz'altro rimesso in libertà, come almeno egli stesso dichiarò,—cioè imbarcato il 27 settembre per Caprera su un legno da guerra. Era stata cosa veramente seria la sua prigionia? Non era stato un giuoco per tacitare, diciamo così, il Governo di Francia, mascherando la rottura effettiva della Convenzione di settembre? Non si era fatto sparire il capo dell'invasione, perchè questa potesse seguire il suo cammino, più liberamente e meno manifestamente, e perchè, invece di un generale officialmente disconosciuto, e talora in segreto sostenuto, come a Marsala a Capua e nelle Marche, altri generali, nel nome d'Italia, la conducessero? Non aveva davvero la forza, il Governo italiano, di disperdere le schiere dei volontari, che si raccoglievano sui confini? Numerose truppe di ogni arme stringevano, è vero, da presso la linea dei confini romani, ma questa catena di milizie spesso diradava per varie cause i suoi anelli, permettendo a bande armate di introdursi agevolmente nello Stato pontificio. Appena all'estero si seppe che il Governo italiano aveva impedito l'esecuzione dei piani di Garibaldi e l'aveva imprigionato, contemporaneamente si fu informati che di fatto l'audace impresa dell'invasione era cominciata, e che apertamente proseguiva coll'appoggio del Governo italiano.

V.

L'invasione, da parte delle schiere di volontari, dello Stato della Chiesa, invasione che durò più di cinque settimane, rappresenterà un giorno un notevole e altamente drammatico episodio della storia di Roma e del Papato. Nella storia d'Italia essa sarà una pagina dolorosa, che non farà certo onore al Governo di quel tempo, del quale mostrò il macchiavellismo e la debolezza profonda. Se, nel futuro, le difficili questioni dei nostri giorni avran trovato una soluzione in un regime di libertà, i popoli si rivolgeranno indietro e considereranno quel periodo della nostra storia con stupore eguale a quello con cui noi consideriamo oggi le forme di anarchia medioevale e feudale.

E invero, nell'anno 1867, sembrarono risuscitate d'un tratto, con tutti i loro caratteri, le compagnie di ventura medioevali e quei condottieri del passato, che, indipendentemente dallo Stato, conducevano i loro eserciti attraverso le campagne. Chi fu allora in Roma testimone di questo stato di cose, credette di essere tornato d'un tratto a vivere nel Medio Evo, e in un paese dove nullo era oramai il poteredelle leggi; vide cose e figure che aveva già riscontrate nelle cronache di quel tempo, al quale potè esattamente rassomigliare quest'epoca straordinaria. Garibaldi, l'uomo più moderno del suo tempo, secondo il suo ideale, è pure fra gli italiani del nostro tempo quello che, per la sua figura psichica, più profondamente è legato alle forme e ai sentimenti medioevali, ciò che spiega in parte la sua grande popolarità. Egli sta fuori dello Stato; come uncondottiero; vive, eremita agitatore, in un'isola solitaria, lungi dal continente. Egli appare nella sua patria solo per mettere in esecuzione i suoi disegni, a dispetto dello Stato, per mezzo di agitazioni popolari e di schiere di volontari. Monreale, Sforza Attendolo, Piccinino e Fortebraccio avrebbero certo riconosciuto in lui un collega, un valoroso capitano di bande; al loro tempo, egli si sarebbe formata una repubblica militare, o avrebbe conquistata una corona ducale. Oggi, però lo distingue da quei condottieri il fatto che egli ha messo la sua spada al servizio della sua patria e del suo popolo. Egli combatte con disinteresse repubblicano per le idee del presente, anzi, forse, per le idee del futuro. Egli vuole abbattere l'idolo dell'assolutismo e della tirannía, così spirituale che temporale, ma vuol porre al suo posto unaltro idolo, il cui dispotismo non potrebbe forse essere minore. Anch'egli, con la noncuranza di un tiranno degli antichi tempi, ha sacrificato la balda gioventù della sua patria, servendosene come di strumento per i suoi fini.

La questione romana, così profondamente connessa con tutto l'ingranaggio complicato del mondo europeo, pareva, a questo uomo di guerra, un nodo gordiano che la spada sola potesse risolvere. Ma egli non aveva la spada di Alessandro, e se anche ciò non è che un simbolo della realtà contemporanea, come l'uovo di Colombo, l'opinione europea non avrebbe mai riconosciuto in Garibaldi o in Mazzini e il suo partito, i suoi rappresentanti e i suoi patrocinatori.

E veramente sembra ai nostri occhi un sogno fantastico che delle schiere, accozzate alla rinfusa, male armate e senza disciplina, e tali che gli antichi condottieri d'Italia avrebbero sdegnato di prenderle al loro servizio, avessero la pretesa di conquistare Roma, come un Connestabile di Borbone! Eppure, proprio nel nostro tempo, un disegno di tal genere fu possibile, e ci mancò poco che questo sogno si trasformasse in realtà. Un giorno questo sarà un mito nella storia di Roma.

E l'ardente e nobile patriottismo di unguerriero della specie di Garibaldi, e l'audacia sublime che spingeva le sue schiere alla morte, saranno riconosciuti ed ammirati anche da chi ha condannato la sua impresa come dannosa alla patria, ed ha tremato al pensiero che il principio della libertà brigantesca degli Americani della Plata o del Chilì potesse trovare esplicazione anche in uno Stato della civile Europa. Ma questo è tutto quel che si può dire a questo proposito. Invece, lo spassionato giudizio del più caldo amico della nazione italiana e della libertà dei popoli considererà sempre, con disprezzo e disistima, coloro che seguirono, in questo falso giuoco, le regole del «Principe» di Machiavelli, perchè si deve annunciare fino ai confini del mondo la giustezza della massima di Washington, e provare che la migliore politica è la verità. La storia della politica fu arricchita, nel 1867, di una commedia tale, che a lungo dovrà l'umanità ricercar ne' suoi annali, per trovarne una simile; e, se in nome della libertà si perpetrarono spesse volte delitti, raramente in suo nome si commisero così fondamentali sciocchezze.

Il Gabinetto italiano, per la sua debolezza e per una specie di strana illusione, fu condotto a tollerare il pericoloso disegno dell'invasione, poi anche ad accettarlo e accelerarlo, ciò che gettò l'Italia nella piùterribile crisi, mise in giuoco la monarchia e l'unità del paese, e produsse, in tutta la nazione, una spaventosa demoralizzazione. Così, fra una diplomazia senza forza ed una eroica furia di condottieri, si maturarono grandi errori. Si sperava in una sollevazione romana, la quale mancò. Non ve ne fu alcuna negli Stati della Chiesa, e tanto meno a Roma e a Viterbo, dove gli agenti del partito rivoluzionario facevano vani sforzi per suscitarla. Solo una vera rivolta negli Stati della Chiesa poteva, se fosse apparsa chiaramente l'espressione della volontà popolare, mutare la situazione, far sembrare giustificato un intervento da parte dell'Italia, e escludere assolutamente quello francese. Ma poichè essa non avvenne, e la popolazione dello Stato romano rimase tranquilla, invano si sarebbe voluto far passare per insurrezione popolare una invasione di truppe volontarie di altre regioni. Si contava, da parte di queste schiere, sulla inabilità e sul carattere imbelle delle truppe pontificie, oltre che sulla diserzione dell'elemento italiano; ma questi soldati, stranieri e paesani, si batterono con inaspettato valore, rimanendo fedeli alla bandiera, sulla quale avevan giurato. Si contava anche sugli errori del Governo pontificio, ma questo raramente dimostrò come allora tanta ragionevolezza e tanta forza,e seppe mantenere, in condizioni tanto difficili un contegno così legittimo e conveniente, che fece ottima impressione sull'opinione pubblica europea, specialmente perchè in contrasto con quello del Governo italiano.

Si sperava specialmente sull'approvazione tacita del protettore di Francia, e sul suo consenso alla modificazione del trattato di settembre. In Inghilterra correvano delle voci che affermavano prossima questa modificazione, per l'estate futura, e che Napoleone si sarebbe ricreduto e si sarebbe deciso all'intervento dopo che aveva appreso di sicure offerte di Rattazzi alla Prussia. Comunque sia, Napoleone non poteva lasciar manomettere dalla parte rivoluzionaria, contro la quale egli si era drizzato, un trattato da lui confermato e riconosciuto; egli intervenne—poichè lo Stato Romano non si era sollevato—a favore del Papa e del Potere spirituale, col quale voleva mantenersi in buona amicizia, dapprima esitando e temporeggiando, poi con inconsiderata gravità.

Secondo il piano di Garibaldi, l'invasione doveva procedere da tre lati; dalla Sabina e l'Umbria, dalla Tuscia e dal Lazio, dovevano le schiere dirigersi alla loro mèta: Roma. La prima è la via più breve e conduce direttamente a Roma, poichè qui iconfini, a Corese e Scandriglia, sono distanti dalla città appena due ore di treno. Menotti, il figlio di Garibaldi, prese là il comando delle schiere che scendevano dall'Umbria. La seconda strada passa da Viterbo, prima mèta delle truppe che la seguirono, oggi seconda città dello Stato, situata in una ricca campagna ed abitata da una popolazione che fu sempre ritenuta audace, fiera ed amante di novità. Qui doveva assumere il comando Acerbi. Sulla terza strada, Nicotera doveva dirigere l'invasione contro Roma attraverso i Monti Latini. Questi ultimi due capi erano deputati al Parlamento italiano. Inoltre, dei manipoli minori dovevano far capo a queste strade da varii punti per assalire, qua e là, le guarnigioni pontificie, per tenere occupato e sparso tutto l'esercito pontificio col sistema dellaguerriglia.

Il grosso di queste schiere era formato di gente accozzata alla rinfusa, della quale una gran parte sapeva appena maneggiare un fucile. Le loro condizioni, che avrebbero fatto andare in visibilio un romanziere o un Salvator Rosa, hanno fatto dubitare e restare perplesso ogni uomo di guerra; erano camerieri, cocchieri, servi, studenti scrivani, contadini, sarti, calzolai, operai di ogni genere, lavoranti di fabbriche, ogni sorta di gente affamata. Nelle loro filesi trovavano anche uomini e giovani di estesa coltura, nobili e ricchi, ed anche delle signore emancipate, che seguivano a cavallo il piccolo esercito. Simili imprese non si compiono che in Italia, perchè qui risponde ad esse il singolare carattere della popolazione. Certo che la leva, che muoveva tutta questa gente, era, in prevalenza, il bisogno e lo spirito d'avventura, ma sarebbe ingiusto considerare queste schiere solo come una riunione di mascalzoni e di canaglia. L'esaltazione patriottica si era dai circoli democratici diffusa fra le classi più infime della popolazione, e quei poveri operai si batterono eroicamente a Mentana. Vi erano infine, fra di essi, noti patriotti e spiriti nobili, i quali, pieni di sentimento patrio, avevano risoluto di sacrificare, alla patria, tutto, anche la vita. E questi andavano di mano in mano crescendo di numero; tutti gli stati e provincie d'Italia vi avevano i loro rappresentanti; finalmente dei veri e proprii soldati italiani, segretamente congedati, vennero a rafforzare queste bande di volontarii.

Erano divisi in battaglioni. La loro uniforme doveva essere la camicia rossa, ma non tutti ne possedevano una; molti indossavano, sui loro abiti, un pezzo di stoffa rossa. Tutti avevano ai cappelli una piuma di gallo o di falco. Le armi erano manchevolie in cattivo stato. Molti non avevano che lancie, pugnali e sciabole. Alcuni battaglioni avevano armi usate, uscite dai magazzini delle guardie nazionali. Il metodo di approvigionamento e di rifornimento di questo esercito era primitivo, come quello del suo armamento. Essi facevano assegnamento sulle contribuzioni dei luoghi che occupavano, ma tutti sanno che i castelli dei distretti della Sabina e del Lazio sono in gran prevalenza abitati da agricoltori assai poveri, che vivono del grano dei loro campi, delle rendite dei loro vigneti, degli oliveti e castagneti. E si poteva davvero ben profetizzare che il patriottico fanatismo di Garibaldi avrebbe gettato nella miseria tante migliaia di persone, come al tempo di Aspromonte, se a lui ora non fosse riuscito, come allora, di trascinarsi dietro tutto il popolo italiano e di far levare in armi il popolo dello Stato Pontificio.

L'esercito che il Papa poteva opporre a queste schiere di volontarii, contava allora 12,981 uomini e 929 cavalli, di cui 8000 veramente atti e pronti a combattere. I corpi, disposti secondo il numero degli uomini, erano in quest'ordine: reggimento di zuavi, 2237; legione di gendarmi indigeni, 2082; reggimento di linea, anche indigeno, 1595; battaglione di carabinieri stranieri, 1233; legione francese d'Antibes, 1096;battaglione di cacciatori, 956 fanti e 442 cavalli; finalmente 5 batterie di artiglieria.

Questo esercito era formato da italiani dello Stato pontificio e da stranieri d'ogni nazionalità. Da quando il Papato si era trovato in serie difficoltà, al ritiro dell'esercito francese, tutte le regioni del mondo si erano date, con grande zelo cattolico, alla ricostituzione dell'esercito pontificio.

Numerose associazioni belghe, francesi, ed anche americane, inviavano a Roma casse piene di denaro e di armi, come tributo. La stampa cattolica diede ai nuovi volontarii l'enfatico titolo di Crociati di San Pietro, giubilando per il rinnovarsi della crociata. La piccola armata papale rappresentava infatti lo sforzo della cristianità intera; molte favelle e molte nazionalità vi erano rappresentate: scozzesi, irlandesi, polacchi, tedeschi, francesi, olandesi, belgi, canadesi, mori dell'Africa, italiani, spagnuoli si mescolavano sotto lo stendardo dell'arcangelo Michele; ed anche in questo cosmopolita esercito non era solo lo zelo religioso che spingeva tanta gente; in taluni era piuttosto lo spirito di avventura, il bisogno, o un passato da redimere.

Il corpo scelto della milizia di S. Pietro, la vera guardia dei cavalieri della Croce, erano gli zuavi. Lamoricière aveva istituto questo corpo in memoria delle sue campagneafricane, quando nel 1866 il Pontefice lo aveva chiamato a Roma, salvatore del Potere temporale. Molti figli di antiche case legittimiste di Francia e del Belgio servivano in questo esercito come ufficiali, o anche come semplici soldati a piedi. Loro colonnello era De Charette, discendente del famoso capitano della realista Vandea. Il corpo era in prevalenza formato da francesi e da belgi, e parlava francese. Il loro costume mezzo turco, di colore turchino, un po' teatrale e appariscente, era volentieri indossato da molti signori. La maggior parte di questi ufficiali degli zuavi, ed anche dei soldati semplici, era piena di sentimenti cattolici e di ideali medioevali; essi ardevano dal desiderio di venire alle mani coi ribelli italiani, coi democratici dalla camicia rossa, gli eretici, e di vendicare tutti gli insulti patiti dal Pontefice negli ultimi anni.

A capo dell'esercito papale era il generale Kanzler, già ufficiale nell'esercito di Baden e da lungo tempo al servizio del Pontefice. Una abile ritirata del suo battaglione, dopo la battaglia di Castelfidardo, aveva richiamato l'attenzione su di lui, cosicchè fu promosso di grado e nominato vice ministro alla guerra. Il Ministero della guerra pontificio era stato sin qui affidato a prelati; ultimamente a Merode, cognatodi Montalembert, e questo costume non poteva essere molto giovevole all'organizzazione dell'esercito. Quando, finalmente, esso fu affidato ad un uomo d'armi, subito se ne notò il visibile cambiamento. La serietà e l'attività del generale riordinarono in breve le truppe, e certamente lo Stato Pontificio deve al Kanzler se così a lungo potè resistere alle forze degli invasori.

Lo Stato della Chiesa era stato ripartito in zone militari: Viterbo, Civitavecchia, Tivoli, la Sabina, e Campagna e Marittima (Velletri e Frosinone). Queste formavano insieme una mezza divisione sotto il comando del generale De Courten; l'altra mezza divisione, un duemila uomini, risiedeva a Roma, sotto il generale Zappi. Nelle città maggiori risiedevano compagnie; nelle minori spesso soltanto posti di gendarmeria. La guarnigione della Campagna fu rinforzata da volontarî della popolazione campagnuola, i così detti ausiliari o squadriglieri, i quali formarono corpi militarmente organizzati, serbando il loro costume pittoresco della ciociaria e i sandali caratteristici. Si erano già costituiti militarmente al tempo della guerra contro il brigantaggio, nel 1866-67, nella quale avevano reso grandi servigi alla regione laziale. Un battaglione di essi, forte di 638 uomini, risiedeva a Frosinone e nei confini di Napoli.Altri si erano, altrove, incorporati nella gendarmeria. In complesso, la loro forza ammontava a 1200 uomini.

Alla fine di settembre il Lazio offriva uno strano e comico aspetto. Mentre lo Stato Pontificio si preparava a contrastare con tutte le sue forze l'occupazione di Roma e di tutto il territorio, ai confini facevano le loro evoluzioni da 10 a 20,000 soldati italiani, in una attitudine equivoca e misteriosa, che avrebbero dovuto tener lontano dai confini le schiere volontarie, ma, viceversa, le lasciavano palesemente entrare e uscire, mentre essi stessi cantavano inni patriottici, col ritornello: «Andremo a Roma Santa». Stavano, coll'arme al piede, a guardare tranquillamente centinaia di camicie rosse, divise in piccole bande, aggirarsi intorno ai confini, ardendo dal desiderio di irrompere nella regione pontificia, mentre il loro duce, il capo del movimento, il cui nome era da solo un grido di guerra, era ancora relegato sullo scoglio di Caprera. Intorno a quest'isola incrociavano sette legni da guerra italiani, come già i legni da guerra inglesi avevano un tempo incrociato intorno all'Elba, gelosi di un uomo più grande, che stava là preparando le audaci imprese contro il continente.

Il 29 settembre venne a Roma l'annuncio che era cominciata l'invasione. Nella notte, 40 garibaldini avevano passato i confini a Grotte S. Stefano in provincia di Viterbo, avevan disarmato quel posto di gendarmeria, strappato gli stemmi papali, e piantato la bandiera italiana. Poi si erano diretti su Bomarzo, dove si era ripetuta la scena stessa. Da quel giorno, ebbero spesso lungo qua e là in vari punti, piccole invasioni di questo genere. Il 29 stesso, altri occuparono Bagnorea e Torre Alfina, e il giorno seguente il luogo più importante, Acquapendente. La caserma dei gendarmi si difese, in questa città, per ben tre ore, poi si arrese. I garibaldini si impadronirono delle casse pubbliche, arrestarono il Magistrato e levarono contribuzioni. Dichiaravano di essere l'avanguardia del generale Acerbi; avevano a capo un tal conte Pagliacci, emigrato da Viterbo.

All'annuncio della occupazione di Acquapendente, il colonnello Azzanesi si mosse da Viterbo con truppe; piombò sui garibaldini il 2 ottobre a S. Lorenzo, li mise in fuga, prese molti prigionieri, rioccupò Acquapendente. I fuggiaschi si radunarono e Bagnorea, l'anticoBalneum Regis. Un corpo di 95 zuavi ve li assalì di sorpresa, ma fu respinto con perdite, finchè non giunsero rinforzi pontificii. Bagnorea fu assalitail 5 ottobre; i garibaldini, in numero di 500, si ritirarono lasciando 100 fra morti e feriti e 178 prigionieri. Questo fu il primo fatto notevole di quella guerriglia. Esso mostrò, contro ogni previsione, che i soldati pontificii sapevano battersi con valore e serietà, ed erano tanto validi ed atti alla guerra, quanto erano inetti i loro avversarî.

Ogni giorno avvenivano a Roma partenze di truppe; la città pareva vuotarsi completamente di milizie, e giornalmente arrivavano notizie di nuove invasioni nella regione laziale. Una straordinaria eccitazione cominciò a notarsi in città, anche perchè venivano sparse ad arte, di tanto in tanto, delle notizie di sconfitte, di vittorie, di sollevazioni ipotetiche.

Le schiere volontarie, scacciate da Bagnorea, si erano gettate su Torre Alfina, piccolo villaggio sul confine toscano, fortissimo per la natura del luogo. Qui il generale Acerbi radunò le sue schiere, come in un quartier generale, per piombar su Viterbo, appena fosse possibile. Contemporaneamente altre bande si fortificavano a Nerola, Moricone, Montemaggiore, Montelibretti; piccoli e deserti luoghi della Sabina. Sono veri aggruppamenti di case in cima ad aspre rupi, dalle quali emerge la chiesa, e qualche torre medioevale diroccata, e il grandioso castello baronale, deltempo in cui gli Orsini dominavano tanta parte della Sabina.

Il giovane Menotti condusse là 600 uomini, coi quali sperava di poter irrompere nella campagna verso Tivoli, se appoggiato da altre truppe, e favorito dalla concertata conquista di Subiaco che doveva congiungerlo agli Abruzzi. Garibaldi aveva nominato il figlio suo luogotenente, con un decreto da Caprera; c'era anche una specie di dinastia garibaldina, e, mentre il vecchio leone ruggiva chiuso in Caprera, dovevano almeno i suoi figli, Ricciotti e Menotti, pugnar per la causa nazionale. Ma, quando il 7 ottobre, il colonnello Carette marciò sulle truppe di Menotti, queste ripiegarono su Fara. Ma furono inseguite, cacciate, e dopo breve lotta disperse; si ritirarono allora sui confini, benignamente ricevute dalle truppe italiane. Rinforzate, tornarono rinnovando qua e là la guerriglia. Le truppe pontificie mandavano ogni giorno prigionieri a Castel Sant'Angelo, ma le marcie e contromarcie continue, e le perdite che subivano, cominciavano a stancarle. La guerra d'invasione era cominciata nello Stato della Chiesa come una febbretta intermittente in un corpo malato: non avrebbe potuto in breve estendersi al capo, la già torbida Roma?

Dal principio di settembre, degli agenti di Garibaldi si occupavano attivamente aRoma per preparare e provocare una sollevazione. Nessun mezzo fu trascurato per raggiungere lo scopo. Armi, bombe, polveri erano pronte in luoghi segreti. Il Comitato Nazionale Romano, già disciolto, si ricostituì e bandì, l'8 ottobre, un proclama, dove era detto: «Romani, le provincie son già sollevate; fra poco l'insurrezione sarà generale. Noi dobbiamo unirci a questo movimento e appoggiarlo con tutte le nostre forze, perchè la vittoria delle provincie preparerà e faciliterà la vittoria di Roma. Siamo dunque tutti pronti. Il sangue dei fratelli che gli zuavi pontificii spargono ancora nella Provincia sia la favilla che incendierà i nostri spiriti. Romani, l'ora decisiva si approssima. In nome della Patria uniamoci, e che ognuno obbedisca solo al comando che ci verrà dal Comitato centrale. Unità e disciplina, ecco ciò che forma la forza. Ogni movimento inconsiderato, irregolare e isolato può essere di grave danno. Fidatevi a quel Comitato che ha dato già prova di forza, acutezza e fermo volere. Ora che è giunto il gran momento, egli saprà compiere tutto il suo dovere. Uniamoci fiduciosi e arditi; operiamo disciplinati, e la causa della civiltà sarà guadagnata».

Intanto i fatti mostravano che tutte le esagerate notizie dei fogli garibaldini eranospudorate invenzioni. Non in un luogo solo si ebbe una sollevazione nelle provincie. Potevano, del resto, delle bande indisciplinate, che assalivano e danneggiavano i villaggi, per poi fuggire appena si appressavano le truppe pontificie, aver forza morale sufficiente a trascinare le popolazioni a far causa comune con esse e ad andar con esse in rovina? C'era forse l'Italia dietro quelle bande? E in questo caso, non c'era da temere un intervento francese con le sue conseguenze inevitabili? Nè il cittadino, nè il campagnuolo vollero sapere di sollevarsi. L'invasione somigliava ad un fuoco fatuo che tremolava ai confini, e si accendeva per breve tempo, qua e là, senza risultato. Si sarebbe detta una guerra contro il brigantaggio, in grande.

L'11 ottobre era stata presa Subiaco; il vescovo e il magistrato supremo erano stati messi sotto sorveglianza; invano si era intimata la resa al castello. Comparvero alcuni zuavi, e i garibaldini si dileguarono, abbandonando precipitosamente la città.

Il 13 ottobre Menotti fu snidato dalla forte posizione di Montelibretti, dove era ritornato. Le schiere volontarie non facevano in nessun luogo progressi. Nicotera che, attraverso i confini napoletani doveva penetrare nella valle del Liri, non potè muoversi che il 13 ottobre, ed occupò Falvaterra.Ma il 15 fu battuto a Vallecorsa e cacciato dalla provincia di Frosinone. Castel Sant'Angelo si empiva di prigionieri. Il Papa comandava che fossero lautamente nutriti. A quegli uomini, prostrati dalla fame e dalle fatiche, egli mandava mantelli per ripararsi dal gelo notturno. Li visitò anche un giorno egli stesso, e disse loro: «Eccomi: io son colui che ritenete vostro nemico e di cui avete giurato la morte. E chi avete dinanzi a voi? un uomo vecchio e debole». Essi caddero in ginocchio dinanzi a lui e molti baciarono un lembo della sua veste. «E' buono—dicevano allora di Pio IX i Romani—ma ha due anime: una obbedisce all'Italia ed una ai gesuiti».

La stampa mazziniana dava notizie atroci sul trattamento di questi prigionieri; ma erano false. Negli ospedali e nelle prigioni li trattavano umanamente e benignamente. L'unica cosa di cui potessero lagnarsi i prigionieri, erano le visite e i sermoni di confessori e di preti mandati a loro per farli riconciliare con Dio.

VI.

Intanto, ogni giorno si faceva più grande il pericolo per Roma. L'invasione era l'idra dalle cento teste. Sempre nuove bande sorgevano,e sempre più apertamente appoggiate dalle truppe italiane. Gli arruolamenti eran fatti nelle città del Regno; le armi venivano loro dai magazzini della Guardia Nazionale. Le ferrovie erano al loro servizio, e centinaia dicamicie rossevenivano ogni giorno trasportate dai treni ai confini. Anche a Roma si notavano sempre più numerose misteriose figure di stranieri; si facevano grandi arresti preventivi, ma non si riusciva a metter le mani nel centro dell'agitazione. L'aspetto della città diveniva ogni giorno più triste; il commercio cessava; il denaro monetato spariva. Si parlava di prossimi violenti tumulti, e la guarnigione romana, stanca e diminuita dalle malattie e dalle diserzioni, doveva sottoporsi ad un faticosissimo servizio di pattuglie.

Il 17 ottobre, il Papa pubblicò un'enciclica al clero cattolico, nella quale tratteggiava la disperata situazione romana. Nella ampollosità declamatoria abituale di questi atti, si notava, strano a dirsi, che proprio la prima frase dell'enciclica coincideva con quella:Levate in circuitu oculos vestros,[3]con la quale una volta il gran nemico delpapato, Federico II di Hohenstaufen, aveva cominciato la sua enciclica alla cristianità contro Gregorio IX: «Alzate, o venerabili fratelli, i vostri occhi all'intorno e vedrete, e ve ne dorrete con Noi, le abbominazioni orribili che attualmente funestano la misera Italia. Ma Noi umilmente ci rimettiamo agli imperscrutabili voleri Divini, che vollero farci vivere in così tristi tempi, in cui, per opera di alcuni uomini, e proprio di quelli che reggono la cosa pubblica in Italia, sono calpestati i precetti di Dio e le leggi della Chiesa, e la miscredenza trionfa impunita. Da questo stato di cose derivano tutte le ingiustizie e tutti i mali di cui siamo addolorati testimoni; in questo stato di cose trovarono nutrimento e sprone quelle numerose bande di atei spieganti gli stendardi di Satana, e che portano scritto in fronte: Menzogna; che bestemmiano contro il Cielo in nome della ribellione, che insozzano tutto ciò che è santo, che calpestano ogni diritto divino ed umano, che, come lupi in cerca di preda, spargono sangue, corrompono le anime nel loro delirio, chiedono la mercede della loro perversità, derubano i fratelli, rendono più miseri i poveri e i deboli, aumentano il numero delle vedove e degli orfani, per denaro esaltano l'ingiustizia, e, cercando in ogni modo di sodisfare le loro perversebrame, spargono la desolazione e la morte nella nazione.

«O venerabili fratelli, oggi noi ci troviamo circondati da questa malvagia genìa. Sì, questi uomini vogliono, mossi da uno spirito diabolico, inalberare la bandiera della menzogna in questa nostra illuminata città, sulla sedia di Pietro, nel centro della fede e dell'unità cattolica. E i rappresentanti del Governo Subalpino, che dovrebbero dar opera a frenare questa gente, non arrossiscono di aiutarla, di fornire armi e tutto il necessario per facilitare la loro venuta a Roma. Ma queste persone—occupino esse pure un alto grado nella gerarchia civile—tremino di vedersi ben presto punite del loro contegno. Se da un lato, nella nostra umiltà, noi preghiamo caldamente Iddio di voler rivolgere su tutti questi infelici il suo sguardo benigno, per ricondurli sulla via della Giustizia e del Bene, d'altro canto non possiamo tacere i gravi pericoli che ci sovrastano in questa ora di tenebre. Noi attendiamo con animo tranquillo gli avvenimenti, sebbene commossi da tanto inganno, da tanta calunnia, da tanta menzogna, riponendo in Dio la nostra fiducia, in Dio che è la nostra salvezza e la nostra forza, e che non permetterà che coloro che fidano in lui siano vittime di tanti indegni miscredenti, ch'Egliben saprà fiaccare e distruggere. Frattanto però, o venerabili fratelli, e voi tutti, o fedeli, che ci siete affidati, noi non vogliamo dissimularvi la triste posizione e il pericolo, in cui ci troviamo per opera del Governo Subalpino. E quantunque difesi finora dal valore del nostro fedele esercito, valore che si palesò già in mille fatti d'armi, pure pensiamo che, dinanzi al numero sempre crescente degli invasori, esso non potrà a lungo resistere. Non poco anche ci affida la pietà e la fedeltà dei nostri sudditi in queste tristissime ed empie congiunture, ma soffriamo anzi profondamente nel vedere anch'essi esposti a pericoli di ogni sorta da parte di quegli scellerati che, con ogni mezzo, li minacciano, li depredano, li tormentano...».

Il Papa non parlava della Francia, ma questo meditato silenzio era forse più efficace d'un appello diretto all'intervento delle potenze.

Tutti gli occhi eran fissi su Napoleone: anch'egli taceva, e sembrava ridivenuto la Sfinge misteriosa dell'epoca. Tutti si chiedevano che cosa avrebbe fatto di fronte ad una così palese infrazione del trattato di settembre. I liberali a Roma mormoravano, che tutto doveva essere stato accomodato a Biarritz; che la Convenzione di settembre doveva essere stata modificata,che l'Imperatore, sul punto di gettarsi nella prossima inevitabile guerra con la Germania, non poteva privarsi dell'alleanza italiana, e che prezzo di questa alleanza doveva essere lo Stato della Chiesa, che in poche settimane sarebbe tutto conquistato.

Ma il 17 ottobre, il giorno stesso in cui il Papa pubblicò questa enciclica, un telegramma così concepito, giungeva dal Ministero degli Esteri di Parigi al plenipotenziario francese a Roma, Armand: «Il Governo pontificio continui a difendersi energicamente; non gli mancherà l'aiuto della Francia». Questo dispaccio sorprese assai il Comitato Nazionale Romano, e fe' giubilare i conservatori. Napoleone mandò a Roma il generale Prudon, per dichiarare al Papa che l'intervento era deciso, e il cardinale Antonelli incaricò il nunzio di ringraziare l'Imperatore in nome del Pontefice.

Il Governo francese aveva, sinora, tenuto dietro con grande riserbo ai fatti d'Italia, limitandosi a dar consigli al Governo italiano. Questo aveva ripetutamente dichiarato che la sorveglianza dei confini era impossibile per la loro estensione e la loro configurazione naturale; avanzò quindi la proposta, poichè altra via non c'era per risolvere la crisi, di far occupare una parte dello Stato Pontificio dall'esercito italiano.Nigra,[4]plenipotenziario del Re alla Corte francese, fu incaricato di svolgere questo progetto, e intanto di far notare come una seconda spedizione francese nello Stato pontificio, non solo andava contro la Convenzione di settembre, ma era la più pericolosa per risolvere la questione romana. Occupando l'Italia una parte dello Stato Pontificio, non si voleva in nessun modo toccare i diritti della sovranità pontificia; si voleva solo ristabilire l'ordine turbato, e venire ad un accordo con la Francia, relativamente all'indipendenza del Papa, essendo il Governo italiano pronto, a questo scopo, ad invitare ad un Congresso le potenze.

Il Gabinetto francese rispose: «che esso era lieto che l'Italia riconoscesse la sovranità del Papa; che non aveva nulla in contrario a che si tenesse un Congressodelle potenze; ma poteva essere tenuto questo Congresso, se le truppe italiane avessero occupato lo Stato Pontificio, costringendo indubbiamente il Papa all'esilio? Il ritiro delle truppe francesi da Roma era stato conseguenza della convenzione di Settembre e della fiducia, da parte dell'Imperatore, che il Governo italiano avrebbe protetto il dominio papale da un'invasione. Mostrandosi ora il Governo italiano incapace a farlo, il medesimo trattato dava all'Imperatore il diritto di prendere provvedimenti per la difesa dello Stato pontificio.»

Rifiutato categoricamente il progetto di Rattazzi, la netta dichiarazione della Francia costrinse il Governo italiano a dichiarare di voler mantenere la convenzione. Il 19 ottobre, l'Imperatore mandò unultimatuma Firenze; il suo rappresentante dichiarò a Rattazzi che Napoleone esigeva una prova della sincerità della dichiarazione fatta dal Governo, e cioè: soppressione degli arruolamenti, scioglimento dei comitati d'appoggio all'opera rivoluzionaria; e proclama reale che dichiarasse che dovevano essere disarmati e internati i volontari di Garibaldi.

Lo stesso giorno, il generale De Failly partì da Parigi per Tolone per prendere il comando supremo della spedizione; l'esercito era pronto a partire sulla squadra cheaspettava ordini a Tolone, nel caso che il Governo italiano non si sottomettesse all'ultimatum.

Il Ministero Rattazzi si trovò in una posizione difficile; non solo aveva contro di sè la Francia, ma tutte le potenze, risolute a non porre ostacoli all'intervento francese. La Prussia medesima, su cui avrebbe potuto contare, gli sarebbe stata propizia solo quando Napoleone si fosse di nuovo impelagato nella questione italiana, e con ciò avesse perduto le ultime simpatie dell'Italia. Come poteva Rattazzi occupare il territorio dello Stato pontificio? A Roma nessun moto si produsse, che potesse dargli occasione o pretesto. Nelle casse della corrispondenza del Senato romano io trovai, in quel giorno 19 ottobre, solo uno scritto anonimo, che affermava la situazione a Roma essere così minacciosa, da richiedere l'intervento di truppe italiane nella capitale; il senatore dover presentare al Papa la proposta; migliaia di cittadini che avevano lasciato presso un notaio i loro nomi, esser pronti a dichiarare che questa era la volontà della città di Roma. In assenza del senatore marchese Cavalletti, i quattro conservatori inviarono al Papa questo scritto, dichiarando, però, che credevano bene darne contezza a Sua Santità, non dividendo in verun modo le ideeespresse nella missiva, idee che ritenevano non convenire alla dignità del Governo.

E poteva davvero una lettera anonima, di dubbia origine romana, e che stava in troppo stretto rapporto col progetto mandato a Parigi da Rattazzi, valere come espressione genuina dell'opinione del popolo e del Senato di Roma?

La sera del 19 ottobre, il giorno della crisi, Rattazzi ricevette il congedo e il Re incaricò il generale Cialdini di comporre un nuovo Gabinetto. Cialdini era l'uomo di Castelfidardo, ma anche di Aspromonte, nemico delle schiere volontarie per principio, e perciò gradito alla Francia. In Firenze l'eccitazione si faceva sempre più grande; e nel dilemma: ritornare alla convenzione e ubbidire alla Francia; o mettersi dalla parte della rivoluzione e romperla con Napoleone; non si sapeva quale via fosse meno pericolosa. Intanto, mentre Cialdini si occupava infruttuosamente della composizione del Ministero, Rattazzi sbrigava ancora gli affari di amministrazione ordinaria; durante questa pausa, poterono mettersi in moto delle forze che condussero alla catastrofe.

L'Imperatore francese, sempre esitante, sempre doppio, desiderava di non essere costretto all'intervento. Egli fu lieto quando il suo plenipotenziario telegrafò, il 20, daRoma, che quel giorno non si trovavano più schiere volontarie nello Stato pontificio.

In fatti era riuscito, con grande sforzo, ai pontificii di rigettarle oltre i confini. La così detta legione romana, con la quale un emigrato, l'ex maggiore Ghirelli dell'esercito reale, aveva preso Orte il 17 ottobre, era stata cacciata; le schiere volontarie di Menotti, dopo il violento fatto d'arme del 18 ottobre, avevano dovuto, con grandi perdite, sgombrare Nerola; le bande di Nicotera, il 19, erano cacciate da Vallecorsa nel Lazio. In seguito a quel telegramma che annunciava tutti questi fatti, Napoleone, il 21, dava l'ordine di sospendere l'imbarco a Tolone. Il 22, ilMoniteurne dava notizia in un articolo che esprimeva anche la convinzione che l'invasione dello Stato pontificio avesse toccato il suo termine, e che il Governo italiano fosse risoluto al sicuro adempimento della convenzione di settembre.

Così l'intervento fu disdetto, con gran dolore di quelli che l'avevano tanto bramosamente sperato.

VII.

Intanto Garibaldi era restato a Caprera, in un'ansia penosa. Le lettere dei suoi figlie degli agenti rivoluzionari l'avevano informato dell'insuccesso della spedizione romana; era anche stato avvisato dei preparativi di Napoleone per l'intervento che il Governo italiano era sul punto di subire. Già una volta aveva egli tentato di fuggire verso Livorno, e le navi da guerra in crociera glielo avevano impedito. Egli concepì subito il disegno di mettersi alla testa delle schiere volontarie, di muovere su Roma, per iscuotere alla base il Papato e, nel caso d'insuccesso, di lasciare il proprio corpo fra questo e l'Italia.

Così il 16 ottobre egli lasciò Caprera sul suo battello, felicemente, come già Napoleone era fuggito dall'Elba. Con o senza la complicità dei legni da guerra italiani, raggiunse l'isola della Maddalena, dove una signora inglese lo ospitò; passò poi in Sardegna, donde, travestito, partì e il 19 ottobre, giorno decisivo, sbarcò sulla Maremma di Livorno, presso la torre di Vada. Apertamente giunse il 20 a Firenze. Nessuno pensò a ostacolare il suo viaggio. Rattazzi non era più al potere; il nuovo Ministero non si era ancora formato; il Governo si trovava nell'anarchia più completa.

Egli tenne pubblici discorsi sulla piazza di Santa Maria Novella; eccitò il popolo alla lotta contro il Papato e contro tutti coloro che per errore o per debolezza sitrovavano sulla strada della santa causa patriottica. Fu entusiasticamente acclamato.

L'addetto d'affari francese chiese subito il suo arresto, per impedirgli di giungere ai confini e mettersi a capo della schiera dei volontarii, distruggendo così gli accordi diplomatici fra i due Governi, tanto faticosamente raggiunti. Si prevedeva che questo sarebbe accaduto indubbiamente. Ma Garibaldi, con rapida mossa, lasciò Firenze il 22 ottobre, mentre si spiccavano mandati di cattura contro di lui. La gendarmeria reale lo inseguì, e stava per raggiungerlo a Rieti, quando egli ne ripartì.

Il 23 ottobre si recò a Passo Corese e, per Scandriglia, penetrò nello Stato pontificio, dove i suoi due figli e altri capi, come Salomone e Frigesy, avevano raccolte alcune migliaia d'uomini. Fu informato allora Garibaldi dei fatti avvenuti a Roma il giorno precedente, ai quali non era estraneo il suo approssimarsi alla capitale, ma che rimanevano troppo al di sotto delle sue aspettative.

Si trattava ora di fare un colpo di mano su Roma, prima che i Francesi sbarcassero e la coprissero; possibilmente, essa avrebbe dovuto sollevarsi. Una sollevazione in Roma sarebbe stata decisiva. Cento volte era stata preannunziata, ma poi non era mai avvenuta.Da più settimane gli agenti mazziniani si davano da fare nella città. Un bergamasco, Francesco Cucchi, doveva condurre a termine quell'impresa. Si erano stabiliti segretamente dei depositi d'armi, uno presso San Giovanni de' Fiorentini un altro sotto San Paolo, nella vigna Matteini. Anche dei Romani si erano prestati e favorivano il movimento. Anche a Castel S. Angelo erano riusciti a corrompere due artiglieri, i quali, a un dato segnale, dovevano far saltare in aria il magazzino delle polveri. Poi, in molti luoghi, dove le truppe pontificie avevano le loro caserme, nel palazzo Serristori, in Borgo, nel palazzo Cimarra, ai Monti, ed anche nella caserma degli Svizzeri, in Vaticano, dovevano essere messe delle mine. Fu fissato il 21 ottobre per l'insurrezione. Quel giorno, laGiunta Insurrezionale Romana, che si era sostituita al Comitato Nazionale, pubblicò il seguente energico appello alla rivolta:

«Romani, alle armi! alle armi! per la nostra libertà, pel nostro diritto, per l'unità della Patria italiana e per l'onore del nome romano. Il nostro grido di guerra sia: Morte al Potere Temporale dei Papi! Viva Roma, viva la capitale d'Italia! Noi vogliamo rispettare ogni credenza religiosa, ma liberarci per sempre da una tirannia che ci separa a forza dalla famiglia italiana, evuol perpetrare che a Roma sia estraneo il diritto di nazionalità, e che essa appartenga a tutto il mondo, ma non all'Italia! I nostri fratelli hanno già da più giorni alzato la bandiera della santa ribellione e arrossano del loro sangue la Via Sacra che conduce a Roma. Non soffriamo più oltre che essi rimangano soli. Rispondiamo al loro appello di eroi colla campana del Campidoglio. Il nostro dovere, la comunanza della causa per la quale si combatte, la tradizione di Roma, lo vogliono. Alle armi! Chi può portare un fucile, corra alla lotta! ogni casa sarà una fortezza, ogni ferro un'arma! I vecchi, le donne, i fanciulli possono costruire barricate; i giovani le difenderanno. Viva l'Italia, Viva Roma!»


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