Chapter 4

Alla diffusione di questo proclama rispose un silenzio di tomba. Coloro che lo avevano composto, non conoscevano le condizioni dello spirito pubblico a Roma. Essi potevano contare solo sulle poche centinaia di uomini che segretamente erano stati introdotti nella città, e su quei pochi romani che erano stati persuasi a viva voce a secondare e favorire il tentativo di insurrezione. Roma non era più la città del medioevo. Allora essa aveva una cittadinanza chiusa solidamente nelle corporazioni di mestiere, la quale custodival'ideale di una repubblica politica indipendente; una milizia divisa nelle varie milizie dei rioni, al servizio del magistrato capitolino, ed una nobiltà in parte ghibellina, pronta sempre alla lotta. Allora la città si sollevava abbastanza di frequente contro gli odiati pontefici, che cacciava o costringeva al riconoscimento dei suoi diritti politici. Nella Roma attuale di 220,000 abitanti, le condizioni erano del tutto mutate. La cittadinanza non aveva più alcun carattere politico; la nobiltà conduceva, all'ombra degli alberi genealogici, una vita di vuoto ozio (le eccezioni erano rare); il che è vergognoso, ma storicamente spiegabile. In gran parte essa apparteneva a famiglie beneficate e illustrate dai papi che uscirono da esse. Ma parte della popolazione romana era devota al Governo papale, al cui servizio si trovava, che la nutriva, tenendola necessariamente soggetta, per mezzo del clero. Credevano dunque realmente, i mazziniani, che si sarebbe trovata in Roma una massa compatta, di sentimenti italiani, che si sarebbe sollevata al loro appello per costruire barricate, per farsi fucilare dagli zuavi, o in ogni caso, dopo una sanguinosa repressione per opera dell'esercito francese, per finire la vita in esilio o in carcere?

C'erano di guarnigione, nella città, circa 3000 uomini, al comando del marchese Zappi, e ripartiti in modo da poter in breve domar la sommossa, se fosse scoppiata. C'era l'ordine che cinque colpi di cannone dessero l'allarme da Castel Sant'Angelo. Furono prese molte misure di difesa, per consiglio specialmente del generale Prudon, il quale il 20 ottobre era venuto a Roma ad assicurare il Papa dell'immancabile protezione francese e a persuaderlo a restare a Roma, finchè la flotta francese da Tolone non fosse giunta a Civitavecchia. Egli consigliò anche di abbandonare le provincie, e di concentrare in Roma le truppe che vi si trovavano sparse, per difendere questa città, mira unica del movimento. Nella notte dal 21 al 22 ottobre si cominciarono a barricare le porte, a porre trincee dinanzi a quelle che rimanevano aperte, e a rincalzare, dal di dentro, con terrapieni, quelle che si potevano serrare. Questo si chiamava nel medioevofabbricare le porte. Furono completamente chiuse le porte Maggiore, Salara, S. Lorenzo, S. Paolo, S. Pancrazio, S. Sebastiano. Il Ponte Rotto e il nuovo ponte alla Lungara furono resi impraticabili col levar via le tavole che li coprivano. I tre ponti sull'Aniene, Salaro, Nomentano e Mammolo, sulla via di Tivoli, furono minati. Si praticarono feritoie nellemura, ed anche al Pincio, e si stabilirono batterie di cannoni. Se ne pose una al punto dove la ferrovia entrava in città. Le fosse di Castel Sant'Angelo furono empite d'acqua.

La notte del 22 ottobre trascorse passò tranquilla; si udì solo lo scoppio di petardi in molte strade, e l'allarme delle sentinelle e i colpi delle loro armi.

Una tensione febbrile era in tutti gli animi. Roma si sentiva separata dal mondo: i telegrafi erano inattivi, la posta irregolare; le ferrovie interrotte in parte ai confini dall'esercito pontificio medesimo. Sinistre voci correvano. Che contrasto fra la Roma splendida del giugno e la squallida Roma di ora!

Il 22 ottobre si diffuse la voce che la sera, in città, sarebbe scoppiata la rivolta; se ne parlava apertamente negli alberghi e nei caffè. Si sapeva che Garibaldi era andato a Firenze; si diceva che si sarebbe posto alla testa delle schiere volontarie, che Roma si sarebbe sollevata, e che egli vi avrebbe fatto il suo ingresso trionfale. Tutti gli orrori di una guerra civile per le vie, tutti gli eccessi che si compiono in una rivoluzione, forse anche un probabile saccheggio, riempivano molti di apprensione e di angoscia. In molte famiglie, dove erano da temersi vendette da parte del partito d'azione, regnava grande spavento.Era vivo ancora in città il ricordo del famoso sacco di Roma da parte delle bande del Borbone.

Verso sera l'aspetto di Roma si fece spaventoso. Botteghe e porte chiuse; qua e là si facevano arresti; gli accessi al corso deserto erano sbarrati da sentinelle; pattuglie a piedi e a cavallo percorrevano le strade.

Una bomba, gettata correndo da un uomo contro il corpo di guardia di Piazza Colonna, diede il primo segnale della rivolta. Subito dopo si udì un frequente scoppiar di petardi, un rumore di moschetteria, e un sordo rimbombo. Saltava in Borgo la mina a palazzo Serristori; una parte del grande edificio, dove avevano il quartiere principale gli zuavi, saltò in aria, seppellendo più di venti persone, in massima parte giovani musicanti del corpo e orfani della città. Fortunatamente non si riuscì a incendiare le mine poste sotto le altre caserme. Gli artiglieri che erano stati guadagnati alla causa rivoluzionaria, in Castel Sant'Angelo, erano già stati scoperti e imprigionati. Secondo il loro piano, i rivoluzionari, non più di 500 uomini, si erano divisi in piccole bande e dovevano impadronirsi dei varî posti militari. Il corpo di guardia del Campidoglio doveva essere forzato, e si doveva suonare la campanadella torre per chiamare alle armi i Romani. I 50 garibaldini che mossero contro il Campidoglio, furono dispersi da un paio di fucilate. Eguale esito ebbe ogni altro tentativo del genere. Solo a porta S. Paolo i garibaldini, in numero di 400, al comando, dicesi, di un deputato italiano, riuscirono a impadronirsi del corpo di guardia. Una parte di essi occupò quella porta fortificata e a forma di rocca; altri si diressero verso S. Paolo, per impadronirsi del deposito di armi ch'era nella vigna Matteini. Ma la polizia l'aveva già scoperto e portato via. Un altro deposito, nascosto in una cava di pozzolana presso la basilica, non potè essere rintracciato da quelli stessi che ve l'avevano stabilito. La schiera, tornando verso la porta, si scontrò coi pontificii, e si disperse dopo breve combattimento. Anche la porta fu riconquistata dalle truppe papali. L'assalto al gassometro, presso il Circo Massimo, tentato allo scopo di far piombare Roma nelle tenebre, fallì egualmente.

La piccola schiera di volontarii, condotta dai fratelli Cairoli lungo il Tevere, verso la città, coll'intenzione di approdare a Ripetta, non giunse fin qui, ma occupò, fuori delle mura, una villa sulle alture dell'Acqua Acetosa.

Senza le armi sparse qua e là, le vesti lacere gettate sulla strada, delle traccie di sangue, e specialmente senza la rovina del palazzo Serristori, la grande maggioranza dei cittadini romani non avrebbe saputo, il mattino del 23 ottobre, che nella notte si era combattuto. Quella mattina stessa delle truppe mossero da Porta del Popolo verso l'Acqua Acetosa, per snidarne la schiera di Cairoli. Là, fra il Tevere e l'Aniene, presso la loro confluenza, sorgono dei colli verdeggianti che digradano in prati tranquilli fino al Tevere, il quale scorre maestoso fra due rive basse, in vista dei lontani e pittoreschi monti della Sabina. Qualche casetta di campagna sorge in quei colli detti Parioli. Su questi, nella villa Glori, si erano fermati i 70 volontarii, fra cui erano patriotti, uomini di coltura e di audacia, in gran parte possidenti di campagna e ingegneri, studenti, soldati. I due fratelli Cairoli li guidavano, Enrico deputato al Parlamento, e Benedetto, capitano d'artiglieria nell'esercito italiano. Fra loro vi era anche un conte Colloredo, napoletano, della casa Acton. Attaccati all'improvviso dai carabinieri pontificii, questi garibaldini si difesero da eroi, in una lotta corpo a corpo. Dopo che Enrico e molti altri furono uccisi o messi fuori di combattimento, i restanti si dispersero o furono fatti prigionieri.

VIII.

Garibaldi era appena giunto a Scandriglia, quando diede ordine ad Acerbi di marciare su Viterbo, e a Nicotera di fare irruzione nella Campagna romana. Egli stesso doveva, con 4000 uomini, dirigersi su Roma e impadronirsi di Monte Rotondo.

Il 23 ottobre, Acerbi per Torre Alfina si avvicinava a Viterbo con soli 800 uomini. In quella città si trovavano circa 200 pontificii al comando di Azzanesi. Questi riuscì felicemente a respingere gli assalitori, quando, nella notte del 24, Viterbo fu assalita alle sue sei porte, ad una delle quali, porta della Verità, fu appiccato il fuoco. I garibaldini si ritirarono con grandi perdite.

Garibaldi stesso occupava Monte Maggiore e Passo Corese, donde minacciava Monte Rotondo. Dai confini del Lazio i telegrafi annunciarono che i volontarii avanzavano su tutta la linea.

La posizione di Roma si faceva difficile. I 3000 uomini che vi si trovavano, già stanchi come erano, non avrebbero potuto difenderla, se le schiere dei garibaldini si fossero, da tutte le parti, riunite sotto le sue mura. E per di più non si era sicuri che non potesse aver luogo un secondo epiù fortunato tentativo di rivolta. Erano stati arrestati centinaia di sospetti, ma, dal 22 ottobre, ogni notte dimostrava che la città era ancora piena di rivoluzionarii. Infatti, con le tenebre cominciava il giuoco dei petardi. Nell'ora che in Italia è più sacra, quella in cui suonano le campane i tocchi dell'Ave Maria, sembrava, in quei giorni, che Roma si riempisse di démoni usciti non si sa di dove, annunziati dal vivo e fitto scoppiettìo dei petardi, che si univa al suono solenne delle campane. Che cosa di più strano e suggestivo di questa armonia sinistra, fatta di bombe e di campane, esprimente, meglio che non possan far le parole, l'irriconciliabile conflitto di quelle forze del tempo, che lottavano oggi per il possesso di Roma, e che già tanti secoli avevano lottato?

Per alleggerire le fatiche delle truppe nel servizio di pattuglia, dei cittadini clericali avevano formato una milizia nazionale, della quale fecero parte anche figli di case principesche. Il 25 ottobre, seguendo in Trastevere le traccie di un focolare di rivoltosi, si scoprì un deposito d'armi in casa del fabbricante di stoffe Aiani. Gli zuavi diedero l'assalto a questa casa; del proprietario e dei garibaldini quasi tutti si fece strage; pochi furono presi prigionieri. Il medesimo giorno, il governatoremilitare di Roma proclamava la città in stato d'assedio, e comandava che fossero consegnate tutte le armi di proprietà privata.

Frattanto Garibaldi era apparso, nella notte del 24, sopra Monte Rotondo, villaggio situato in un incantevole colle che domina la valle del Tevere fino a Corese, e la campagna fino alla città, da cui dista solo tre miglia tedesche. Aveva fatto tagliare i telegrafi che univano il villaggio a Roma, per isolare i 370 italiani che vi erano di guarnigione, al comando del capitano Cortes. Il luogo era forte, e cinto di mura medioevali, e il castello baronale degli Orsini, oggi dei Ludovisi, poteva servirgli di rocca. Garibaldi attaccò Monte Rotondo con 400 uomini, ma non aveva artiglieria. I pontificii si servirono, con successo, di due cannoni, e respinsero gli assalitori. Ripetutamente rigettato, Garibaldi ricondusse più volte all'assalto la sua schiera; una porta fu incendiata, ed i garibaldini entrarono finalmente nel paese, mentre i difensori si ritraevano entro il castello. Questo, essendo stato minato, la piccola guarnigione si diede prigioniera di guerra la mattina del 26 ottobre, dopo una valorosa difesa di ben ventisette ore.

Garibaldi entrò a cavallo nella cattedrale di Monte Rotondo, volendo far qui la sua sosta; ed anche in ciò egli si palesò figuraschiettamente medioevale. Così Francesco Sforza entrò a cavallo nel duomo di Milano conquistata; così fece re Ladislao di Napoli il suo ingresso nella chiesa di S. Giovanni in Laterano, essendosi insignorito di Roma. I prigionieri furono condotti anch'essi nel duomo, in presenza di Garibaldi, e siccome essi si scoprirono il capo, quegli, credendo lo facessero per rispetto verso di lui, fece loro segno di coprirsi[5]. Lodò poi il valore che i prigionieri avevano mostrato, degno, disse, di una miglior causa; li difese anche dal furore dei garibaldini, che già qualcuno ne avevano ucciso, e li fece condurre ai confini, di dove le truppe del re li trasportarono a Spezia, nel forte Varignano. Garibaldi passò la notte in un confessionale, mentre le camicie rosse facevano del duomo ciò che avevano già fatto di S. Pietro le selvaggie schiere del connestabile di Borbone.

Garibaldi era padrone del luogo più forte della provincia; ora Annibale era alle porte. Ma egli aveva ottenuto queste risultato,l'unico degno di nota in tutta quella campagna, avendo avuto 400 fra morti e feriti, e avendo perduto un tempo prezioso. La piccola guarnigione di Monte Rotondo aveva reso a Roma il più grande servizio; se non avesse trattenuto Garibaldi resistendogli vivacemente, egli avrebbe affrettato la marcia su Roma. Prendere Monte Rotondo era d'altra parte necessario, perchè esso congiunge le strade della Campagna romana alla strada dell'Umbria. Un esercito che l'abbia occupato, è padrone della strada di Roma e di quella di Passo Corese, mentre ha facile la ritirata sui monti di Tivoli e nell'Abbruzzo.

Se Garibaldi avesse allora avuto qualche migliaio di uomini ben armati, da gettare sulle mura di Roma, prima che i pontificii, richiamati, tornassero dai varii luoghi della provincia, avrebbe potuto avere in sua mano la città. Quanto spesso le sue deboli mura aureliane non erano state, nel medio evo, diroccate in qualche luogo meno vigilato, di notte, da una schiera di assalitori! Lo stesso poteva ora accadere. Le truppe pontificie non avrebbero potuto difendere la larga cinta di Roma. Chi li avesse veduti, quei pallidi e stanchi belgi ed olandesi, trascinarsi armati per la città, avrebbe ben potuto dire che essi sarebbero stati incapaci di respingere un attacco alle murada parte dei volontari, e di opporsi loro validamente quando fossero entrati. Essi avrebbero potuto soltanto rinchiudersi nella città leonina, per difendere in Castel Sant'Angelo il Pontefice, finchè non giungessero soccorsi di Francia. In Castel Sant'Angelo si sarebbe, infatti, ritirato Pio IX, come già Clemente VII, per il corridoio sotterraneo che lo fa comunicare col Vaticano, ed avrebbe forse, dai suoi merli, assistito ad un secondo sacco di Roma.

Questa città che si trovava, dopo tre secoli, in condizioni analoghe a quelle del 1527, minacciata come allora da schiere volontarie, offriva allo spettatore, nel 1867, un quadro di indescrivibile stranezza, simile a quello che doveva offrire nel 1527. Si sarebbe detto che solo nomi e costumi fossero mutati. Invece del connestabile di Borbone, Garibaldi era sotto le mura di Roma, e forse sarebbe caduto nell'assalto alla città, e, per una ironia della sorte, avrebbe potuto, morendo, ripetere le parole medesime del Borbone: à Rome! à Rome! Invece di papa Clemente VII, Pio IX era assorto in preghiere nelle sale del Vaticano. Lo stesso grido di guerra che aveva guidato le schiere di Borbone e di Frundsberg, che era stato il grido dell'odio e del bisogno, era ora il grido dell'esercito di Garibaldi: Roma o morte! Come nelle schiere delBorbone si trovavano mescolati uomini di tutte le nazioni, così qui erano entrati democratici d'ogni parte d'Europa. Un uguale disprezzo per la Chiesa e le sue sacre funzioni, un uguale grido di furore contro il Pontefice ed il clero, risuonava allora come ora. Pure si potrebbe dire che i luterani del 1527 e gli Spagnuoli e gl'Italiani che si mischiarono ad essi, erano meno radicali nella manìa della distruzione dei garibaldini di oggi. Lo stesso effetto magico, che aveva prodotto il nome la figura del Borbone sulle sue schiere, ora lo produceva la figura ed il nome di Garibaldi. Come quelle marciavano cantando canzoni glorificanti il connestabile, così questi cantavano entusiasticamente la strofa:

L'ha detto Garibaldi,E questa è verità,Chi muore per la patriaIn paradiso va.

L'ha detto Garibaldi,E questa è verità,Chi muore per la patriaIn paradiso va.

Quando le schiere garibaldine furono nel duomo di Monterotondo, uno di essi salì sul pulpito, afferrò il crocifisso e cominciò un sermone burlesco, condito di innumerevoli sozze bestemmie, invitando finalmente l'uditorio ad invocare il Dio Garibaldi. Questo fu fatto in mezzo ad un indescrivibile baccano, dopo di che il predicatore esclamò: «Ed in nome di Garibaldi io vi impartisco la benedizione».Gli ascoltatori non risparmiavano ogni sorta di gesti osceni e schernitori delle sacre reliquie; quello salito sul pulpito fece, col crocifisso, il segno della croce, poi lo gettò al suolo riducendolo in pezzi.

Questo narra il domenicano prigioniero, cappellano degli zuavi[6], e dice: «I garibaldini appartengono a tutte le classi sociali; vi sono nobili, plebei, colti, incolti, ed ogni specie di briganti. Essi appartengono a tutte le nazioni e si sono tutti riuniti con lo scopo di condurre, contro la Chiesa e la società Cristiana, la campagna della distruzione;infine essi sono l'esercito cosmopolita del diavolo, la spaventevole caricatura dell'esercito cattolico. Fra di essi, molti hanno avuto una buona educazione cristiana ed hanno eccellenti genitori. Molti hanno pure ingegno e coltura ed anche maniere distinte e signorili. Però la massa è fatta di uomini di vita indegna ed errante, avanzi di galera, o di giovanetti fatti entrare con insidie nelle sètte segrete, o di vagabondi delle grandi città, senza fisso impiego, che vanno guadagnandosi il pane alla ventura, servendo da cocchieri, fattorini, facchini, garzoni e via dicendo. Altri sono braccianti ed operai. Tutti questi si arruolano per tentar la fortuna, per ammazzare o lasciarsi ammazzare, senza sapere perchè. Una febbre, un delirio vano li trascina alla lotta, e non se ne rendono conto. Fra loro sarebbe vano cercare una qualunque coesione ed unità di idee. Alcuni hanno lo scopo di distruggere il Papato, come a me stesso hanno detto; altri di fare l'Italia una; altri di togliere al Papa il potere temporale che, secondo loro, è contrario al Vangelo, altri di rovesciare tutti i troni e tutti i re; e molti, finalmente, lo scopo di rubare. Da questa varietà di intenzioni, nasce una indescrivibile confusione sicchè non c'è da far le meraviglie se talora si maltrattano e si fan del male fra di loro.

Se fra i loro comandanti uno ordina una cosa, un'altro ne ordina un'altra, onde l'abitudine di disprezzare e trasgredire i comandi. Ciascuno si crede un'autorità, e tutti vogliono dominare. Molti di essi non sarebbero cattivi, ma, in quei momenti di febbre, sono capaci di eccessi; ne fui purtroppo testimone a Monterotondo, e le sue chiese ne serbano le deplorevoli traccie. Le loro vesti sono intonate alle loro idee ed opinioni. Sarebbe difficile trovar fra di loro due uomini vestiti nello stesso modo. Molti portano la camicia rossa o il berretto rosso; alcuni son vestiti di rosso da capo a piedi, ma tutti hanno un cencio rosso in qualche parte. Di religiosità non mostrano traccie; molti ostentano odio verso ogni forma religiosa; in parecchi si potrebbe facilmente trovare un'esatta immagine dei demonî, così sinistra appare la loro veste fiammante, specialmente quando va unita ad uno sguardo selvaggio ed audace.

V'è un solo nome che li elettrizza: Garibaldi. Esso ha su tutti loro una tale autorità affascinante, da far veramente supporre, non essendo possibile scorgervi cause reali, una potenza diabolica a servizio della sètta segreta.»[7]

Il medesimo monaco descrive i suoi colloquî con Pantaleone, già francescano, e, dopo Marsala, cappellano di Garibaldi, al quale serviva da segretario e scriveva proclami, un siciliano schietto, di buon umore e di estrema vivacità. Fu proprio lui che trovò, per il primo, il grido di battaglia: Roma o morte! Del che egli stesso si vantava col nostro monaco, il quale dovè, del resto, a lui la sua salvezza. Pantaleone era forte e ben fatto; portava un berretto di pelle d'orso, dettoall'Orsini, senza tesa, alla maniera armena; sulla camicia rossa recava, specialmente in battaglia, una giacca nera abbottonata, per non offrire un bersaglio al nemico. Aveva poi stivaloni e pantaloni scuri, al fianco una grande sciabola e al collo, attaccato ad una catena, un fischio per far segnali. Parlava con facilità sorprendente, con uno stile figurato ed elegante, sopra una infinità di argomenti. Soleva dire, assai spesso, che la religione cattolica è contro natura, che il papato è una menzogna, una frode che ha fatto il suo tempo e dovrebbe essere tolta via. Egli aggiungeva che i preti non amano le loro famiglie, che rinunciano all'amoreconiugale, che deprimono e tengono soggetti i popoli per mezzo di mille menzogne, e via dicendo. Avendogli chiesto l'ingenuo monaco se avesse già contratto matrimonio, egli rispose: «Non ho trovato finora nessuna donna che abbia conquistato il mio cuore, e non so quando questo avverrà... ma non potrà tardar molto ad accadere, se non morrò prima. Togli via questa cocolla—diceva poi al monaco—simbolo di ignominia e di menzogna, e segui noi che siamo gli uomini della verità. Noi siamo i primi uomini della rivoluzione; è nostro compito di distruggere il papato e di insegnare le dottrine semplici del vero Cristo, senza miracoli e senza umiliazioni»[8].

IX.

La presa di Monterotondo suscitò spavento in Roma, dove più d'uno pensò a porre al sicuro i proprî valori.

La Giunta Insurrezionale Romana pubblicò questo proclama (27 ottobre):

«Romani! Da tre giorni voi spargete—senza armi, senza munizioni, animati solo dal sentimento del dovere, forti del vostro diritto—voi spargete timore e danno nelle file di una feroce soldatesca, che sta pronta alla lotta nei suoi quartieri, e mostrate così all'Italia e al mondo che Roma, anche se inerme, non può attaccare un'aperta battaglia, sa scrivere col proprio sangue la protesta contro il suo martirio. Nella prima notte del 22 avete scoperte e portate via le poche armi che servivano per la vostra difesa; avete costretto il nemico ad aprire la Porta S. Paolo, avete risolutamente assalito la guardia del Campidoglio e vendicato così i vostri morti, abbattendo tutti quegli avversarî che han potuto raggiungere le vostre armi. Una parte della caserma, Serristori saltò in aria, minata dalla vostra mano, e seppellì non pochi nemici sotto le rovine.

«In tutte le lotte a corpo a corpo il nemico piegò sotto i vostri colpi. Sopratutto seminarono il terrore nelle schiere nemiche le vostre bombe Orsini. Nella notte del 23, quando il nemico già si era messo sulle difese, osaste assalire, in S. Pietro e Tommaso, le pattuglie che accompagnavano i prigionieri, e riusciste a liberarli. Ai Monti, il sangue degli zuavi arrossò le strade; a Ripetta, presso il Clementino, sulla piazzaSforza Cesarini e in altri luoghi, ufficiali e soldati caddero colpiti da voi. Il governo papale, nella vana speranza di far credere all'Europa ingannata che Roma sia tranquilla, vi ha, da una settimana, tenuto in un effettivo stato d'assedio, senza osare di proclamarlo; ma questo giuoco non poteva a lungo durare, di fronte al vostro animoso contegno, ed i vostri oppressori sono stati forzati a riconoscere e dichiarare la vostra ribellione e la loro paura.

«Ieri fu dichiarato lo stato d'assedio e dato l'ordine del generale disarmo, ma con quella ipocrisia che è caratteristica principale del governo pretesco. Roma è messa in stato d'assedio e disarmata, non perchè i Romani lottano e muoiono, ma perchè una banda di uomini, introdottisi segretamente in città, turba l'ordine pubblico e sparge il terrore in una guarnigione di migliaia di soldati. O menzogna! Romani furono uccisi al Campidoglio, Romani i 200 prigionieri della porta S. Paolo, Romani la vecchia e il bambino uccisi nella caserma di Sora.

«Mentre quella menzogna si faceva ogni giorno più palese, il popolo di Trastevere, memore del suo passato, scese in campo, e afferrando con mano febbrile le poche armi restate in suo potere, si chiuse in una delle sue case come in una fortezza, e sfidò tutto l'esercito pontificio ad una lotta lealee cruenta. Erano cinquanta contro mille; ogni strumento, ogni arnese era un'arma, e per quattro ore resisterono. Il popolo inerme cercava di portar loro soccorso, ma ogni accesso era chiuso; impossibile avvicinarsi ai combattenti. Il numero soverchiò finalmente il valore; gli zuavi riuscirono, mentre già avevan veduto la strada seminata di cadaveri dei loro compagni, a penetrar nell'interno della casa, e allora non diedero quartiere. Nessuna ferocia potrebbe paragonarsi a quella di questi crociati del vicario di Cristo. Tutto fu massacrato: la famiglia Aiani, donne e bambini, senza pietà trucidata; i feriti con pochi colpi finiti di uccidere. Il Papa Re può benedire questo bagno sanguinoso e ringraziare il Signore.

«Romani! Era necessario dare una risposta di sangue alla proclamazione dello stato d'assedio, e voi l'avete data; era necessario porre tra voi ed il Papa una barriera di cadaveri, ed uno solo dei massacrati di Trastevere basterebbe a provare al mondo che non è più possibile una conciliazione fra Roma e i suoi tiranni. Se ciò non basta, se l'Italia non si affretta ed esita, se la vittoria non deve arriderci ancora, non sarà colpa nostra; noi avremo compiuto intero il nostro dovere, e questa pagina rimarrà nella nostra Storia. Ma abbiate fiducia: Garibaldi è alle porte; l'interventofrancese sembra scongiurato; tutta l'Italia, Governo e Popolo, sta per riunire le sue forze ad uno scopo unico: Roma. Noi non saremo abbandonati. E' impossibile che questa esitazione si prolunghi; è impossibile che questo conflitto non termini colla proclamazione di Roma a capitale d'Italia».

Roma, 27 ottobre 1867.

Roma, 27 ottobre 1867.

Ma la speranza di avere scongiurato l'intervento francese dovette essere presto abbandonata. L'opinione pubblica in Francia sembrava favorevole a questa; solo i ministri Duruy e La Valette erano contrari, e parlavano in pro della causa italiana.

Il 24 ottobre, il papa ricevette, per mezzo del suo nunzio a Parigi, una netta dichiarazione dall'Imperatore, al quale aveva fatto conoscere le disperate condizioni di Roma, e Monstier, il 25, partecipò alle potenze che la Francia interveniva, perchè era stata commessa un'infrazione al trattato di settembre. Invano Vittorio Emanuele aveva tentato di provocare un intervento misto, non ottenendo che di ritardare la partenza della flotta da Tolone; ma il 26 ottobre il comando fu dato, e le corazzate francesi navigarono verso Civitavecchia.

In questa crisi, dal suo esito sembrava dipendere la sorte della sua monarchia, si risolse finalmente il Re al passo che damolto tempo avrebbe dovuto fare, cioè a mettersi deliberatamente dalla parte della legalità, ed a mettere un argine, per mezzo della violenza, al movimento rivoluzionario di Garibaldi.

Chiamato, il 27 ottobre, Menabrea al nuovo Ministero, egli pose un termine all'anarchia ministeriale, e pubblicò il seguente proclama:

«Italiani! Delle schiere di volontari, esaltate e trascinate per opera di un partito, hanno, senza l'autorizzazione mia e del mio Governo, varcato i confini dello Stato. Il rispetto che tutti i cittadini debbono alle leggi e ai trattati internazionali, approvati da me e dal mio Parlamento, esige, in questa occasione, da noi il compimento di un indeclinabile dovere.

«L'Europa sa che la bandiera, spiegata nel paese confinante col nostro, e sulla quale sta scritto distruzione della più alta autorità spirituale, quella del Capo della Religione Cattolica, non è la mia. Questo attentato pone la patria in grave pericolo e mi obbliga insieme a salvare l'onore del paese e ad impedire che siano confusi due scopi e due indirizzi diversi.

«L'Italia deve essere posta al sicuro dai pericoli che la minacciano; l'Europa deve vedere che l'Italia, fedele ai suoi impegni,non può e non vuole essere la disturbatrice dell'ordine pubblico.

«Una guerra coi nostri alleati sarebbe una lotta fraterna fra due eserciti, che han combattuto, l'uno a fianco dell'altro, per la medesima causa.

«Io, che sono arbitro della pace e della guerra, non potrei tollerarlo. Confido quindi che la voce della ragione venga ascoltata, e che quei cittadini d'Italia, che dimenticarono i loro doveri, ritornino presto nelle file del nostro esercito.

«I pericoli, a cui il turbamento dell'ordine e inopportune risoluzioni potrebbero esporci, debbono essere scongiurati, e rigidamente mantenuti il prestigio del Governo e l'inviolabilità delle leggi.

«L'onore del Paese riposa nelle mie mani, e non mi può, ora, mancare quella fiducia che in me ripose la nazione nei giorni del suo più profondo lutto.

«Appena sarà tornata la pace negli animi e l'ordine pubblico sarà ristabilito completamente, il mio Governo si occuperà, con sincero vigore, in collaborazione col Governo francese, per giungere ad un pratico accordo, atto a porre un termine alla grave questione romana.

«Italiani! Non dubito della vostra prudenza, quella prudenza che dimostraste sempre per l'amore del Vostro Re, e per questaGrande Patria, che noi, grazie ai comuni sacrifici, abbiam visto tornare ad essere annoverata fra le nazioni, e che vogliamo tramandare illesa e onorata alle future generazioni».

Febbrile divenne l'agitazione a Firenze. Si tumultuava per le vie. Si gridava: «Abbasso il Ministero Menabrea! Vogliamo Crispi, e andare avanti!» Si desiderava una guerra colla Francia: «Vogliamo Roma, capitale d'Italia! Viva Garibaldi! Viva l'esercito italiano in Campidoglio!» Le truppe mantenevano l'ordine. Severi comandi furon trasmessi ai confini per disarmare le bande e cacciarle nell'interno. Ora soltanto si chiusero gli uffici di arruolamento e si sciolse il Comitato rivoluzionario.

La situazione di Garibaldi diveniva disperata; egli non aveva forze sufficienti per gettarsi subito su Roma, dove, fin dal 27 ottobre, le truppe pontificie si andavano concentrando. Ora nulla più impediva che, dove queste si ritiravano, le schiere garibaldine avanzassero; che, il 28, Nicotera occupasse Frosinone e, il giorno seguente, Velletri; che Acerbi rientrasse in Viterbo; che Antinori, Pianciani e Orsini entrassero in Palestrina, Subiaco e Tivoli, dove si costituivano dei governi provvisori. Ora, quale significato poteva più avere l'invasione spinta fin sottole mura di Roma, se i Francesi si avvicinavano, e il Governo italiano, che non aveva saputo frenare, anzi, che aveva armato questi corpi franchi, si rivolgeva contro di essi e li dichiarava nemici dello Stato?

Solo l'Aniene separava ormai Garibaldi da Roma. Il ponte Salaro era stato fatto saltare. Un tempo i Goti avevano distrutto questo ponte e Narsete l'aveva ricostruito; molte volte, nel corso dei secoli, esso fu tagliato e restaurato; l'ultima volta erano stati i Napoletani che l'avevano fatto saltare in aria ritirandosi da Roma nel 1798; anche l'iscrizione di Narsete si perde. Ora i suoi archi sono di nuovo ruinati nella corrente, offrendo un pittoresco spettacolo al viaggiatore.

Garibaldi fe' trincerare Monte Rotondo e Mentana, incerto sul da farsi. Egli si recò subito a Marciano e al Casino Santa Colomba, sulla via ferroviaria, a sette miglia da Roma.

I suoi bersaglieri avamposti erano sull'altra riva dell'Aniene, di là dal ponte, presso la bella torre de' Pazzi, e si avventuravano prudentemente fin sulle rive del fiume, per scambiar qualche fucilata con i papalini.

Il vecchio eroe popolare si aggirava intorno le mura di Roma, mentre ancora erano vivi i ricordi del 1848. Si narrava,in Roma, che egli si fosse introdotto travestito in città e due notti avesse passato a Palazzo Piombino. Si diceva che egli avesse giurato di penetrare in Roma attraverso quella stessa porta S. Giovanni, per la quale si era ritirato nel 1849. Fu allora che la sua fuga a San Marino e nella Pineta di Ravenna pose le basi della fama di questo duce nazionale, che così meravigliosamente ha rinnovato nel nostro tempo le imprese degli antichi condottieri. Erano passati da quel tempo diciotto anni. Quanti rivolgimenti si erano operati in Italia in questo spazio di tempo, quante strane vicende nella sua esistenza! Dapprima, anni infelici di reazione e di disperazione, ma anche di incessanti congiure, di nascosto lavorìo per il raggiungimento dell'ideale nazionale. Poi, dopochè la caduta di Venezia distrusse anche l'ultimo sogno di liberazione italiana, l'esilio di Garibaldi in America, dove con onorevole lavoro egli dovè guadagnarsi il pane; poi, sette anni dopo, il primo raggio di speranza col prender parte il Piemonte alla guerra di Crimea; ritorno di Garibaldi; l'alleanza della Francia nella insperata guerra d'indipendenza; il precipitoso crollo dei troni italiani; la sua spedizione in Sicilia con i mille; il suo ingresso in Napoli, che costituì il momento più brillante di tutta la sua vita, fatti questiche somigliavano più ad una romanza normanna che alla verità storica; la violenta annessione delle Marche, della Romagna, dell'Umbria; l'Unità italiana; la convenzione di settembre; Firenze capitale; Garibaldi in nuovo contrasto col Governo, nella solitudine di Caprera; la catastrofe disperata di Aspromonte; prigionia e angosce a Varignano; di nuovo Caprera; la seconda insperata guerra d'Indipendenza, coll'aiuto della Prussia! Venezia libera, l'Italia libera, fino all'Adriatico; non rimaneva che Roma, per compiere la realizzazione del sogno di unità del secoloXIX.

Garibaldi rivedeva ora, dopo 18 anni, questa Roma; egli era al suo cospetto, alla testa di nuove schiere di volontari, avendo di nuovo concepito il disegno audace di conquistarla. Egli giustificava la sua illegale impresa attuale proprio con quella data: 1849, e si chiamava generale dei Romani, come altri si erano detti, un tempo, re dei Romani. Ma le condizioni erano del tutto mutate; diciotto anni prima egli difendeva Roma; ora l'assediava e aveva a combattere con quei Francesi che, 18 anni prima, aveva combattuto sotto le mura di Roma; ed anche questa volta essi erano sbarcati a Civitavecchia, per penetrare in Roma. Il medesimo Napoleone li mandava per difendere lo stesso Pio IX, e sotto la sua protezioneviveva quel Francesco II, che egli aveva cacciato da Napoli. Degli uomini del '48 rimanevano ancora Pio IX, Napoleone, Garibaldi, Mazzini, tutti ancora alla testa delle varie tendenze e correnti dell'epoca. Altri erano morti, come Manin, Balbo, Gioberti, Cavour.

Il 28 ottobre, la flotta francese apparve in Civitavecchia; il mare agitato ritardò di alcune ore lo sbarco, il 29, ciò che impressionò molto il partito clericale.

Un proclama del comandante generale De Failly, che era stato preceduto in Roma dai generali Polhès e Dumont, fu affisso il 30 per le strade di Roma; esso era così concepito: «Romani! L'Imperatore Napoleone manda per la seconda volta in Roma un corpo di spedizione, per difendere il Santo Padre e il trono pontificio dagli attacchi delle bande rivoluzionarie. Voi ci conoscete da lungo tempo; noi compiamo soltanto una missione morale e disinteressata. Vi aiuteremo a ristabilire la tranquillità e la fiducia nella cittadinanza. I nostri soldati rispetteranno, come prima, le vostre persone, i vostri costumi, le vostre leggi.

«Civitavecchia, 29 ottobre.

«Civitavecchia, 29 ottobre.

«Il Comandante Generale

del Corpo di spedizione francese

De Failly».

Il proclama fu letto dagli uni con soddisfazione, dagli altri con muto sdegno.

Ecco l'ordine del giorno che Garibaldi emise quello stesso 29 ottobre a Santa Colomba, prima che avesse avuto notizia che i Francesi già erano sbarcati a Civitavecchia.

«Corpo dei volontarii italiani.

«Quartiere generale S. Colomba, 29 ottobre.

«Gli Americani lottarono per 14 anni per conquistare l'indipendenza, e per farsi il più libero e potente popolo della terra; i Greci lottarono 11 anni e più, e così tutte le nazioni, che vogliono redimersi a indipendenza e unità, e non piegare e cadere in quella prostrazione, a cui era stata condannata la patria nostra dalla preponderanza straniera. Il popolo italiano, dopo il sublime slancio del '48, in pochi mesi si esaurì, e il piccolo insuccesso di Custoza lo fe' retrocedere di molto sulla strada gloriosa.

«La battaglia di Novara terminò la disgrazia d'Italia, e senza le famose difese di Venezia e di Roma, la storia di quella guerra sarebbe stata più che triste per noi.

«Noi siamo impegnati in una lotta col più intollerabile di tutti i governi, mentre alle nostre spalle ne sta un altro, simile a quello. Intorno abbiamo la corruzione, ladisonestà, la viltà. Mentre un governo sparge menzogne sul conto dell'altro, l'uno e l'altro cercano un pretesto per schiacciare questo manipolo di volontari, che sono gli araldi magnanimi della coscienza nazionale.

«Dal disordine della nostra organizzazione provennero dapprima conflitti, il ripetere dei quali sarebbe vergognoso, ed anche in questo io riconosco la mano del tradimento, che ci vuole distruggere.

«A queste schiere di volontari, che offrono al mondo un così nobile spettacolo e che già han costretto schiere mercenarie a venire dall'estero a Roma e a far saltare i ponti che vi conducono, conviene un contegno che sia degno della loro alta missione. Dolori, privazioni, pericoli saranno gradito tema dei vostri discorsi, quando ritornerete alle vostre famiglie; e alle vostre donne, o giovani, racconterete con fronte più fiera le eroiche imprese da voi compiute. Ed ora affrettiamoci all'impresa che speriamo propizia!»

I liberali avevano sperato che l'occupazione francese si dovesse limitare a Civitavecchia; ma s'ingannavano. Napoleone aveva ora trovato il coraggio di dichiararsi alleato dei gesuiti e salvatore del Papato. Il 30 ottobre nel pomeriggio, i primi battaglioni francesi entrarono in Roma al suono delle fanfare. Scesero dal Quirinale,circondati dai legittimisti e dai papalini, i quali erano andati loro incontro fino alla stazione ferroviaria, per festeggiare un trionfo da lungo tempo atteso. L'aspetto di queste truppe era fosco e punto famigliare, come quello di gente che entra in terra nemica e ne sente l'odio su di sè. Molta gente era per le vie, ma silenziosa. Non una voce si levò.

Il 30 ottobre 1867 fu un triste giorno nella storia d'Italia; esso segnò un profondo esaurimento morale ed un grande regresso. Non era ancora passato un anno, dacchè i Francesi erano stati costretti, dalle condizioni politiche e dalla logica delle opinioni e dei fatti, ad abbandonare Roma. Allora tutto il mondo si era rallegrato coll'Italia, perchè finalmente questo giorno era giunto, dopo secoli di aspirazioni e di sforzi, verso l'indipendenza dalla dominazione straniera. Anche questo era stato illusione. I Francesi erano di nuovo sbarcati nel paese, e la loro nuova occupazione sembrava dire al mondo che l'Italia, incapace a mantenere la sua libertà, era caduta di nuovo per la propria debolezza nel vassallaggio di un signore straniero.

L'amarezza, la vergogna, la disperazione dei patrioti non ebbero limiti. Si aspettava la notizia dello scoppio della rivoluzione a Firenze e della caduta di Vittorio Emanuele.Forse in questa crisi lo salvò la risoluzione presa dal governo di far passare anche all'esercito italiano i confini dello Stato Pontificio. Gli Italiani toccarono li 30 Acquapendente, poi Civita Castellana, Ceprano e Frosinone, dove ristabilivano gli stemmi papali e vicino inalberavano la bandiera tricolore. Questa fu l'unica dimostrazione contro l'invasione francese, che il governo italiano trovò la forza di compiere; ma giunse di lì a poco un ordine categorico da Parigi che ingiungeva agli Italiani di ripassare i confini.

X.

Dopo il ritorno dei Francesi il governo Pontificio mandò di nuovo le sue truppe ad occupare i varii luoghi della Provincia, dai quali erano stati chiamati per difendere la capitale, e il 30 ottobre il Generale de Courten stesso muoveva su Albano e Velletri, dove le bande di Nicotera avevano stabilito un governo provvisorio.

Si voleva poi assalire Garibaldi stesso con tutte le forze, sloggiarlo dalla sua forte posizione e ricacciarlo oltre i confini. Egli aveva raccolto intorno a Monte Rotondo e Mentana circa 8000 uomini. Là egli fu testimone degli avvenimenti cheavvilirono la sua patria e costringevano lui stesso a ripiegarsi ritirandosi sulle truppe italiane e a deporre le armi o ad attaccare audacemente i Francesi, i Pontificii ed a soccombere.

La sua situazione era disperata e insostenibile. Egli aveva dovuto inasprire, chiedendo loro contribuzioni, i villaggi della Sabina, assai poveri e contrarî all'invasione, la quale non offriva loro alcun vantaggio, ma solo le conseguenze più tristi della rivoluzione; mentre con ciò egli non era nemmeno riuscito a diminuire l'asprezza delle condizioni e la deplorevole miseria delle sue schiere affamate. Si commisero anche eccessi, in Monte Rotondo stesso. Per dare un esempio, Garibaldi fece fucilare due volontarî. Il popolo delle campagne aveva per lui poca simpatia, e riusciva difficile avere notizie e informazioni. Le sue truppe non erano dunque al caso di sostenere un serio urto coll'esercito pontificio disciplinato e bene armato, spalleggiato dalle truppe francesi. Avevano poi avuto tempo di riaversi dalle fatiche della guardia in Roma, ed erano fresche e riposate.

Le speranze e i disegni di Garibaldi si dileguavano. Un uomo di così violente passioni che non poteva ammettere separazione fra l'idea e l'atto, aveva potutosperare d'impadronirsi di Roma, finchè; soltanto le truppe pontificie la difendessero ma dopo la venuta dei Francesi, la più audace fantasia doveva arrestarsi. L'intervento francese e il passaggio dei confini da parte dell'esercito italiano sottraevano ormai a lui ogni terreno per un'ulteriore azione extralegale. Egli vide in questi fatti un piano concertato di reazione, e se ne giudicò vittima. Prima si eran serviti di lui, ora volevano schiacciarlo. Il proclama del Re e di Menabrea gli mostrava che egli dovea aspettarsi un secondo Aspromonte. Messi da Firenze gli portavano la recisa intimazione di deporre le armi e rientrare nello Stato. Egli ricusò, e il primo novembre pubblicò quest'ordine del giorno:

«Il governo di Firenze ha lasciato occupare il dominio Romano che noi avevamo a prezzo di sangue prezioso conquistato, sottratto ai nemici d'Italia. Noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli dell'esercito coll'abituale cordialità, ed aiutarli a cacciare da Roma i soldati stranieri che sorreggono la tirannia. Se poi delle vergognose trattative, continuazione della vile convenzione di settembre, possono tanto oltre dare autorità al gesuitismo e alla sporca Consorteria, da costringerci a deporre le armi in omaggio ed ubbidienza al 2 dicembre, allora potrò ricordare almondo che io, generale romano, creato con pieni poteri dall'unico legittimo governo della Repubblica Romana, per elezione all'unanimità, io solo ho qui il diritto a difendermi colle armi sul terreno della mia giurisdizione; e che se questi miei volontarî, campioni della libertà e dell'unità d'Italia, chiedono Roma capitale d'Italia, fedeli al voto del Parlamento e della Nazione, essi non deporranno le armi che quando la patria sarà compiuta, la libertà di coscienza e di culto sollevata sulle rovine del Necromantismo, e i mercenarî dei tiranni fuor dei confini».

Garibaldi, trovandosi fra i due eserciti nemici, si sarebbe potuto ritirare, come si sperava, su Corese, per lì deporre le armi prima di essere attaccato dai Francesi e dai Pontificî. Si dice che, infine a un certo momento, volesse prender veramente questo partito. Ma perchè voler portare le sue truppe obbliquamente verso l'Appennino, e non direttamente su Corese, dove la strada non passa per Mentana? Si deve credere che egli volesse recarsi in una località qualsiasi del Regno per aspettarvi gli eventi, o forse anche tentar di trascinarsi dietro la nazione, sebbene il ricordo di Aspromonte dovesse ammonirlo della inverosimiglianza d'un buon successo. Effettivamente notizie di fonte italiana spieganoche Garibaldi aveva concepito il piano di ritrarsi coi suoi 8000 su Tivoli, di riunirsi là colle bande di Nicotera e di Orsini, e di gettarsi negli Abruzzi. Dicono che con questo intendimento la notte del 2 novembre egli die' l'ordine di marciare su Tivoli per Mentana. E' da notarsi che una parte dei volontari già si era diretta su Corese,—verosimilmente coloro non più atti a combattere,—per raggiungere di là la patria. In opposizione con questa versione che è quella degli ufficiali garibaldini Fabrizi, Mario, Missori, Menotti ed altri, abbiamo quella del partito francese di Roma che afferma che le forti posizioni, nelle quali furono assaliti i Garibaldini il 3 novembre, Monte Rotondo e Mentana, provano che essi non furono sorpresi nella ritirata, ma che aspettavano là il nemico.

La versione italiana fu anche confermata dalle notizie del Ministero della Guerra Romano, il quale afferma che, mentre i Garibaldini volevano operare a Tivoli il loro congiungimento, furono attaccati. Garibaldi poi confermò egli stesso questa versione.

Egli non cercò dunque la battaglia, ma vi fu costretto; è ingiusto dunque il rimprovero che gli è stato fatto di aver voluto porre in giuoco senza scopo a Mentana il sangue dei suoi soldati; e lo stesso si dicadell'accusa di aver voluto con quella battaglia far scoppiare una guerra fra l'Italia e la Francia; egli non aveva evidentemente alcun sentore il 3 novembre che i Francesi dovessero sostenere i Pontifici nell'attacco imminente. E' certo anche che, se egli si è voluto affermare forza indipendente e superiore alla nazione, ha in parte implicitamente reso possibile, e non voluto evitare, lo scontro.

All'atto del 3 novembre i Pontificî erano usciti da Roma in numero di 3000 al comando del generale Kanzler, seguiti dalla brigata francese Polhès, forte di 2000 uomini, per impadronirsi di Monterotondo e cacciarne le schiere volontarie. Garibaldi doveva prender questo. Verso mezzogiorno i Pontifici attaccarono, presso Mentana, gli avamposti di Garibaldi (I Francesi erano per la riserva). La sorpresa dei volontari, ai quali venne assai tardiva la notizia dell'avvicinarsi del nemico, e che si trovavano in marcia per Tivoli, fu grande. Essi non sapevano nemmeno dell'esistenza di truppe francesi nei dintorni. Il combattimento s'impegnò con uguale furore delle due parti. Due grandi principî del mondo presente lottarono quel giorno, nemici mortali; da un lato il capo della rivoluzione nazionale e della democrazia, alla testa delle sue schiere volontarie composte anche di patriotti diantiche stirpi; dall'altro lato il difensore del potere temporale dei Papi, con soldati volontari delle più cattoliche regioni d'Europa, molti dei quali animati da zelo ardente di crociati, pieni di odio contro l'Italia e la rivoluzione; figli questi in gran parte di antiche case legittimiste di Francia, del Belgio e della Polonia.

Le proporzioni del fatto d'armi di Mentana avrebbero potuto in altri tempi valergli il nome di battaglia; ma ora esso ci sembra di non grande entità numerica, se pensiamo ai colossali movimenti di truppa di altre battaglie contemporanee. Nondimeno questo combattimento avrà per due ragioni significato importante nella storia. Primo, perchè in esso ci trovarono di fronte due tendenze, due principî, due forze nettamente opposte dell'epoca nostra; secondo perchè chiuse tutto un periodo della Storia d'Italia e del papato temporale.

I volontari, male armati, indeboliti dalla fame e dal freddo—alcuni eran ragazzi di 15 o 17 anni—si batterono con eroico valore, colla picca, la spada, la baionetta; ma furono sloggiati dalle loro posizioni dal reggimento di Zuavi. Si gettarono sotto le mura della Vigna Santucci di fronte a Mentana, ed anche di lì dovettero ritrarsi. I cannoni pontificii e francesi, portati lassù batterono allora furiosamente le mura delCastello, mentre i due cannoni di Garibaldi, predati a Monterotondo, esaurirono dopo 50 o 60 colpi le loro munizioni. In queste condizioni i volontari fecero uno sforzo disperato per prendere ai lati il nemico con due forti colonne, tentativo che riuscì, e verso le due e mezzo del pomeriggio le truppe pontificie si videro a mal partito, e nel combattimento si sarebbero evidentemente cambiate le sorti, se il generale romano non avesse chiamato a soccorso la brigata francese. Anche se il loro appoggio fosse stato inutile, si sarebbe voluto mostrare che i Francesi c'erano ed aiutavano validamente i papalini. Essi avanzarono e coprirono i Garibaldini di una fitta pioggia di proiettili dei lorochassepots.

Il generale francese stesso scrivendo poi al Ministero della Guerra, dicevales chassepots ont fait merveille., frase supremamente inopportuna, anzi indelicata e villana, che l'Italia non dimenticherà più. I volontari furono sopraffatti; e dapprima essi non credettero francesi i nuovi assalitori, ma legionari d'Antibo; tanto era lungi da loro il pensiero che Napoleone permettesse ai suoi soldati di spargere sangue italiano. Ma quando si sparse la voce che i Francesi stessi attaccavano, i volontari gettarono le armi e si disperseroin fuga. Solo un battaglione s'indugiò a difendere le case, le barricate e il castello baronale di Mentana. Così esso protesse la ritirata che Garibaldi aveva cominciato su Monterotondo. I Pontificii e i Francesi non poterono penetrare nella forte posizione. La notte lo circondarono, per rinnovare l'attacco il mattino seguente, ma alle 5 fu inalberata bandiera bianca: un capitano garibaldino chiese, parlamentando col colonnello francese del 59^o linea, libera uscita con armi e bagagli; fu accordata libera uscita, ma senza armi e bagagli. Una compagnia francese doveva condurre la guarnigione di Mentana, prigioniera di guerra, a Corese, e consegnarla alle truppe italiane. Così la lotta non fu in alcun modo disonorevole. I vincitori stessi dovettero riconoscere il valore mostrato dai vinti.

Garibaldi stesso, che durante il combattimento non si era mostrato nelle prime file, ma aveva dovuto dare i comandi seduto in carrozza, si era già ritirato con due migliaia circa di soldati, quando fu dato l'assalto a Mentana.

Secondo dice Crispi, testimone oculare, la sera del 3 novembre Garibaldi giunse al ponte di Corese con 5000 nomini, se pure questa cifra è esatta. Là depose le armi, e il giorno seguente, per ordine superiore, fu incarcerato a Figline presso Arezzo.Quando le truppe pontificie ed imperiali la mattina del 4 mossero verso Monterotondo, trovarono che il luogo era stato sgombrato. Le perdite di Garibaldi furono grandi; 1000 uomini giacevano morti o feriti; circa 1400 prigionieri. Le perdite francesi non ammontarono, secondo i rapporti ufficiali, che a 2 morti e 36 feriti, quelle dei pontifici a 30 morti e 103 feriti.

La notizia della disfatta e della ritirata di Garibaldi giunse a Roma la sera del 3, e si sparse il mattino seguente. Essa provocò un'eccitazione di diverse nature. I nazionali fremevano al pensiero che i Francesi, alleati dell'Italia, avevan preso parte alla lotta come gendarmi del Papa, avevan tirato agl'Italiani come su bestie feroci, ed avevan esperimentato le qualità dei lorochassepotssui volontari quasi inermi. Li commoveva il pensiero che l'esercito regolare del Re, a poche miglia da Mentana, doveva essere stato testimone della battaglia, le armi al piede. Essi non sapevano per quale delle due nazioni dovesse ritenersi più vergognoso questo fatto d'armi, per l'Italia o per la Francia. Nella storia di Francia, lameraviglia di Mentana, sarebbe certamente rimasta, tragico capitolo dellaGesta clericorum per Francos.

La via Nomentana offriva il 4 novembre un aspetto singolare. Centinaia di carrozzeerano state portate nella notte, per la ricerca dei feriti. Questi già dal mattino avevano cominciato a venire a gruppi o alla spicciolata, tristissimo spettacolo, e fra loro erano anche delle piccole schiere vacillanti di feriti più leggeri, a piedi o a cavallo. Molti e molti Romani movevano loro incontro. Non dimenticherò mai l'aspetto di due garibaldini giacenti su un carretto che procedeva lentamente, non so se morenti o già morti. I loro volti già anneriti dalla morte sembravano ancora contrarsi nell'ultimo spasimo di dolore e di rabbia.

Verso mezzodì arrivò il primo gruppo di prigionieri, circa 400, scortato da papalini e da francesi. Essi camminavano disinvolti, con ostentata tranquillità. Uno dei loro ufficiali, un bel giovane dalla camicia rossa, camminava altero innanzi a loro. Il popolo se lo additava dicendo che era Menotti Garibaldi; ma sembra che non fosse vero. Quegli uomini erano giunti finalmente alla tanto sospirata Roma, ma in altre condizioni da quelle che avevano sognato; essi passarono attraverso la folla silenziosa fino alla prigione sul Quirinale.

Erano quasi tutti laceri o mal vestiti; pochissimi indossavano la camicia rossa; fra di essi ve ne erano molti straordinariamente giovani. Il loro aspetto diceva una odissea di privazioni e di dolori; su alcunipallidi volti si leggeva ancora: Roma o Morte! Facevano un effetto di profonda commozione, che non avrebbero fatto se fossero stati bene armati e ben vestiti.

Io vidi il secondo gruppo di prigionieri, di 600 uomini, passare il Ponte Nomentano sull'Aniene. Essi sembravano in migliori condizioni dei primi. La maggior parte portavano la camicia rossa e il berretto rosso; alcuni avevan su questo delle penne; tutta la strada era illuminata da questi colori. Vi eran fra loro anche degli uomini maturi, dai capelli grigi, nell'uniforme della Guardia Nazionale Italiana. I capitani portavano ancora la spada, prova questa che avevano capitolato onorevolmente. Essi tacevano tutti; molti guardavano timidamente la folla che era venuta loro incontro da Roma. Un segnale dato dal corno avvisò che era giunto il momento del riposo; i soldati di scorta si stesero entro i fossati; dei prigionieri, la maggior parte rimase in piedi sulla via; alcuni si gettarono sulla nuda terra di Roma; altri si accomodarono a fianco dei papalini, i quali li lasciarono fare in silenzio; tutta la scena rappresentava un singolare quadro storico sul pittoresco paesaggio dell'Aniene, presso il vetusto e turrito ponte memore di Belisario. Su di esso stanno incise le armi di quel notevolissimo pontefice che fu Nicolò V,contro il governo del quale congiurò Stefano Porcari, per morire poi in Castel S. Angelo, per mano del carnefice. L'oro diffuso e luminoso del sole irradiava la solenne campagna, nel cui sfondo già biancheggiavan di neve le maestose vette dell'Abruzzo.

La marcia verso Roma di questi figli d'Italia destinati al carcere di Castel S. Angelo mi riportava il pensiero alle memorie della prima fanciullezza, quando io vidi a migliaia i vinti difensori della Polonia, dell'esercito di Gielgrid, passare prigionieri il confine, accompagnati dalle truppe prussiane.

Dinanzi al mio sguardo si presentavano di nuovo tutte le tragiche lotte dai popoli combattute su questo grande territorio di Roma, i secoli barbari del Medio Evo passati su questa città, la cui storia io già scrivevo da anni e ancora scrivo; e mi prese un'infinita tristezza quando tornai a considerare tutti quei prigionieri di guerra incamminati per Roma.

XI.

Cinque giorni dopo la battaglia io mi recai a Mentana con alcuni amici romani per visitarla. Fu una passeggiata incantevole attraverso la tranquilla campagna, sotto ilsole puro e il cielo nitido di novembre. La via Nomentana era animata soltanto da gruppi di soldati. Sull'Aniene erano ancora attendate le vedette francesi. Passavano ancora carrozze che trasportavano feriti.

Antiche tombe romane in rovina sorgono nei campi che si attraversano, dove, secondo l'uso remotissimo dei padri, i pastori abruzzesi portano a pascolare le loro greggi. I belati delle pecore e le note tenui delle zampogne dei pastori riempiono l'aria di lamento e il cuore del viandante di mistero, sentimento che resta perennemente in ognuno che abbia attraversato quella sacra località.

Qua e là si erge una torre baronale diroccata, sulla cima di un verde colle, che rammenta l'epoca feudale, quando Roma era ancora una repubblica e il papa non era in essa padrone assoluto. Raramente si incontra qualche solitario casale adibito in parte ad osteria, con una torre medioevale a lato ed una cappella rustica. Ve ne è una ad otto miglia da Roma, detta Capo Bianco, che serve anche da taverna, ed ha sulla porta un boschetto di verdi lauri. Non era visibile un essere vivente; tutto sembrava morto, intorno. Il conte L. vi aveva mandato dei cavalli di ricambio, per poter proseguire il viaggio rapidamente.

Una strana e profonda gravità invase tutta la comitiva quando ci cominciammo ad avvicinare ai sanguinosi campi di Mentana. Io ricordavo la sublime ode del Petrarca:


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