Italia mia, benchè il parlar sia indarno...Che fan qui tante peregrine spade?
Italia mia, benchè il parlar sia indarno...Che fan qui tante peregrine spade?
Donna E. diceva i versi del nobile Leopardi:
Piangi, che ben n'hai d'onde, Italia mia...
Piangi, che ben n'hai d'onde, Italia mia...
Così una medesima querela discende da Dante e da Petrarca fino a Leopardi e ai dì nostri; quando potrà essa alfine cessare?
Da Capo Bianco ci avanziamo sui pendii dolci dei colli. Il paesaggio Sabino si spiega dinanzi agli occhi come un gran panorama di montagne di alto stile, verso cui sale una maestosa distesa di campi, di colore violetto nella lontananza, sulla quale si può seguire collo sguardo il volo delle aquile del Lazio. Si erge lì presso la possente piramide di Monte Gennaro sopra Tivoli; a destra i monti Prenestini, i monti Volsci, e le belle alture di Frascati, tutto soffuso di un tenue color di giacinto e piene d'una maestà placida e classica.
Qua e là sulla strada si trovano resti dell'antico lastricato della via Nomentana, in ben connessi poligoni di basalto. A diecimiglia da Roma si trova a sinistra su un colle una solitaria torre guelfa senza edifici adiacenti, costruita parte in peperino nero, parte in mattoni rossi, che è una proprietà della regione.
A destra sorge Monte Gentile, un casale di bell'aspetto, con torre, già castello degli Orsini, come lo mostra il nome assai frequente in quella famiglia; nel XV secolo, Capocci e Stefaneschi lo distrussero e lo abbandonarono. Nulla di più attraente di questi turriti casali romani, perduti nella melanconia di questa deserta e grandiosa campagna, così singolari e così classici, di cui Walter Scott si sarebbe certo innamorato.
Superando un'altura, si giunge al bosco di Mentana, un bosco di quercie tedesche, che qui sono rimaste nane. Già in questo luogo, e poi per tutta la strada fino al paese, noi vedemmo, per i fossi e i cespugli, una quantità straordinaria di cartuccie. Queste, e degli alberi abbattuti, erano l'unica traccia del combattimento, perchè i morti già erano stati seppelliti, ed i feriti ricoverati negli ospedali.
Mentana appare dietro questa boscaglia; prima la Vigna Santucci colle sue mura bianche, dove si combattè così aspramente; poi una cappella sulla strada, ancora piena di paglia, sulla quale più di un ferito trovò la morte. Il palazzo baronale degli Orsinisorge nello sfondo, simile ad una fortezza, con torri e merli, sul pendìo verde d'un colle, solitario e fiero come un ricovero di briganti; il paese è ancora nascosto da piccole alture. In basso la valle è fosca, circondata da colli sparsi qua e là di olivi e vigneti; ma tutto ha un aspetto selvaggio, sinistro ma, pittoresco.
Una strada conduce su per uno sperone di rupi giallastre. Ora si vede il paese, una fila di case senza interesse, simile aicastellidei monti Sabini, che spirano tanta miseria e desolazione; si direbbero dipendenze del castello feudale, che una volta il signore vi ha annesso per comodo proprio, e dato ai suoi vassalli per abitazione. Dinanzi al palazzo sta la chiesa gentilizia. Essa era aperta e già riconsacrata e molti feriti vi erano morti; fra gli altri, un belga che era venuto a Roma e si era arruolato fra gli zuavi pochi giorni prima la battaglia. Una palla gli aveva spaccato il cranio; diciassette ferite gli avevano trapassato il corpo. Su un pezzo di carta, trovato presso di lui, stava scritto:le comte d'Erb, fils du duque d'Erb.
Dalla porta della Chiesa si accede al piazzale di fronte al castello, dove si vede una colonna senza capitello, intorno alla quale giacciono delle bisaccie militari. Qua e là, rovine marmoree dell'anticoNomentum.Sulla parete esterna della chiesa una statua mutilata che il popolo chiama San Giorgio. Il castello era pieno di soldati francesi, i quali si esercitavano coi loro fucili ad ago, che vantavano tanto, affermando che senza di quelli i Pontificii non avrebbero mai preso Mentana.
Entrammo nel castello che rivela parecchie epoche architettoniche. La parte più antica, formata dalle torri rotonde, mostra la maniera di costruzione del secoloXIII, che a Roma chiamanosaraceno; cioè, queste torri son fatte di frammenti di peperino e di altri varî materiali di riempimento, fra cui pezzi di marmo. La parte anteriore del castello è invece assai più recente, ed ha finestre in stile rinascimento. I merli sono mezzo rovinati, alcuni furono fracassati dalle palle di cannone. In complesso, l'edificio appare come un castello baronale del medio evo, di prim'ordine. Sul portale stan le armi di Sisto V, o meglio di suo nipote Michele Peretti, al quale gli Orsini avevano venduto Mentana. Sulla porta giacevano ancora resti di fucili garibaldini, che gli assediati avevano spezzati, secondo l'uso guerresco, prima di capitolare.
Nell'interno, scale in rovina e stanze colle pareti squarciate dalle bombe. Nel cortile del castello le guardie francesi offrivanoun pittoresco colpo d'occhio; stavano preparando il pranzo, tutte affaccendate intorno ad un fuoco che attizzavano con le bacchette dei fucili garibaldini. Ci furono portate delle palle di fucile, che avremmo facilmente potuto raccogliere per terra, di forma conica, di armi rigate o dichassepot; raramente se ne trovavano di quelle solite rotonde dei fucili garibaldini. Noi visitammo il piccolo solitario paese. I suoi abitanti erano rimasti per 15 ore nascosti nelle cantine, in preda allo spavento, mentre le palle rimbalzavano come grandine sui tetti. Vi fu un'eccezione; in una casa, una bomba aveva squarciato la parete di una stanza: ebbene, vi furono trovati donne e bambini tranquillamente seduti, come se nulla fosse accaduto. Ci fu detto che i garibaldini avevano occupato il borgo per otto giorni. Una donna ci raccontò che fra di essi vi erano dei signori simpatici, che pagavano quello che chiedevano, e aggiunse che un capitano aveva pagato un pollo 25 soldi, del che era rimasta molto soddisfatta. Altri non avevano potuto pagare nulla davvero, perchè non possedevano un soldo in tasca.
Noi riandammo col pensiero le vicende storiche di questo paesetto Sabino, che era pur ora tornato ad avere una parte nella storia non indipendente da quella che untempo vi aveva avuta; ricordammo che già una volta i Franchi vi erano venuti per salvare un papa minacciato ed il suo potere temporale; che questo salvatore era stato Carlomagno. La località stessa dava agio di ricostruirne la storia.
Nell'antichità si era chiamataNomentum. Da questo ebbe nome la strada,Nomentana, la quale però non apparteneva alle grandi strade romane, perchè presso Ereto, sottoNomentum, si congiungeva alla Via Salara, presso l'attuale Monterotondo.
Più antica di Roma medesima, contemporanea di Fidene e di Crustumeria, i Romani la ritenevano come una delle colonie del re Latino Silvio di Albalonga, il quale certo conquistò quella regione sabina. Prese parte all'alleanza dei Latini contro Roma, in favore dei Tarquinii scacciati. Dopo la battaglia al lago Regillo, che stabilì l'egemonia della Repubblica Romana sul Lazio,Nomentumdivenne un municipio romano. Questa città Sabina era però troppo piccola per potere avere una parte importante nella storia di Roma. È noto che Ovidio, Seneca e Marziale avevano possessi nel suo territorio. L'aria vi era salubre, il vino buono, e nelle vicinanze si trovavano sorgenti termali.
Nell'epoca cristiana dell'Impero germanico,Nomentumdivenne presto un vescovado; lì presso, erano gli altri vescovadi di Fidene, oggi Castel Giubileo,Cures, eForum Novum, che sussiste ancora. La serie dei vescovi nomentani va dal 415 al 964, nel quale anno si sospese la nomina dei vescovi, il che prova che la città era del tutto decaduta. Essa si era conservata, del resto, per ignote ragioni, più a lungo delle altre antiche città delle immediate vicinanze di Roma, le quali, al tempo delle invasioni barbariche, scomparvero.Eretum Crostumeria,Fidene,Gabii,Ficulea,Antemnasono sparite senza lasciar traccie. Anche l'antica famosaCures, patria di Numa, decadde al tempo dei Longobardi, e vive ancora solo nel nome di Correse.
Nomentana esisteva ancora nell'anno 800 col suo nome antico, sebbene già fosse radicalmente cambiata; il 23 novembre di quell'anno Carlomagno, ch'era diretto a Roma per farsi incoronare in San Pietro, vi si fermò. La sua dimora in quel luogo, nello stesso mese di novembre, nel quale 1067 anni dopo delle bande di volontarii italiani tentavano di abbattere il dominio pontificio, che Carlomagno aveva fondato, ci sembra un fatto abbastanza strano e notevole.
La lotta degl'Italiani e dei Romani contro il potere temporale dei Papi cominciò già in quel tempo, poichè quel potere temporale era stato stabilito per il primo intervento di Pipino in Italia a favore della città di Roma, minacciata dai Longobardi. La storia dell'umanità non offre esempi di un'altra lotta di così lunga durata intorno ad un unico ed inalterato principio.
La ragione del viaggio di Carlomagno a Roma era la seguente. Papa Leone III, successore di Adriano, era stato, in seguito ad una congiura di nobili romani, fra i quali i nipoti stessi di Adriano primeggiavano, cacciato da Roma, dopo un tentativo di ucciderlo. Era fuggito prima a Spoleto, e di là si era ritirato a Paderborn. Il gran monarca rimandò anzitutto il fuggiasco con ambasciatori franchi a Roma, dove gli aristocratici, che si erano impadroniti del governo, non opposero alcun ostacolo al suo ritorno: ma, spaventati per l'imminente intervento, si sottoposero al processo e al giudizio di questi plenipotenziarii. Essi decisero in favore del Papa, ma i ribelli condannati si appellarono a Carlo, e questi venne solo un anno dopo, come aveva promesso a Leone, per tenere in Roma il suo tribunale, che il Papa, suo sottoposto in ogni questione temporale, ugualmente riconobbe.
Carlo calò col suo esercito nella Sabina, e sostò a Mentana per venire a Roma, non per la via Salara, ma per la Nomentana.
Questo prova solo che quel luogo aveva anche allora molta importanza perchè era la sola sede episcopale della regione Sabina. Da ciò si può dedurre che Monterotondo che dista solo mezz'ora da Mentana, ed è molto più grande e più abitabile di quella, nell'ottocento non esisteva ancora. Veramente si era creduto di riconoscere in Monterotondo l'anticaEretum; ma il Nibby si è pronunziato, con seri buoni argomenti, contro questa opinione, ed ha provato che quella località ha avuto origine soltanto nel più tardo medio evo. La Sabina formava originariamente una parte del ducato di Spoleto; Carlomagno l'aveva regalata al Papa, e solo molto più tardi la trasse in suo potere. Ma molto relativa era questa sua potenza sul territorio sabino prossimo a Roma. Tutta la regione era stata spaventosamente devastata, nelIVsecolo, dall'invasione dei Longobardi: le sue città erano già quasi tutte decadute; nell'ottavo e nono secolo i documenti delle diocesi dimostrano che esse non erano più città, ma borghi.
Leone III era andato solennemente incontro a Carlo aNomentumcon i maggiori dignitarii della chiesa, una parte della nobiltà e della milizia cittadina e molto popolo.Carlo giunse aNomentumil 23 novembre 800. Egli pranzò col Papa, dopo di che questi tornò a Roma per preparare il solenne ricevimento del monarca in S. Pietro, per il giorno seguente, mentre Carlo pernottò nel paese. In qual palazzo fece Carlo il suo pranzo col Papa, e dove passò la notte?
Nomentumera, mille anni fa, certamente più popolata di ora; e se l'antica città si trovava nella stessa ubicazione, in cui si trova oggi la miserabile fila di case presso al castello degli Orsini, essa poteva offrire, in piccolo, l'aspetto di tutte le altre città di quel tempo: rovine dell'antichità, tempi distrutti o trasformati ad altro culto, e palazzi di antica signoria, a fianco di tugurî abitati da una nuova generazione.
ANomentumnon risiedeva un conte; forse un tribuno, per analogia con altre città, vi aveva giurisdizione, se il paese però—cosa di cui dubito—era ancora abbastanza grande da essere sede di un tribuno. Non ci erano ancora stirpi baronali, nel senso del medio evo più vicino a noi. Soltanto 150 anni dopo si trova inNomentumla stirpe dei Crescenzi, ricca e perciò dominante. Perciò indubbiamente abitò Carlo nella curia vescovile, la residenza, certo molto patriarcale, del vescovo di Mentana.
Fu dunque di là che il più grande dominatore dell'Occidente scese a Roma, il 24 novembre 800, e fu là che egli sostò prima di recarsi all'incoronazione. Un mese dopo Leone III lo incoronava appunto re dei Romani.
Il rinnovamento dell'Impero d'Occidente nella Dinastia Franca, a parte altre ragioni più generali ed elevate, era divenuto necessario per i Papi anche per questo, che esso dava loro il modo di mantenere il loro dominio temporale su Roma e sulle provincie. Poichè, senza la protezione dell'autorità imperiale, senza la sicurezza di un sempre pronto intervento franco, i Papi non avrebbero potuto affermare la loro signoria sulla regione romana. Questo fatto si era già allora manifestato palesemente, ma la storia posteriore delDominium temporalenon fece che offrirne nuove prove irrefragabili.
Nel secolo decimo questo dominio fu minacciato da un grande pericolo: quello della nobile casa dei Crescenzi, la quale appunto aveva in Mentana grande autorità. Essa apparisce, per la prima volta, nel 901, e, da quell'anno, si trovano molti Crescenzi fra i più ragguardevoli signori della città. Che questa casa già possedesse terre in Sabina, è mostrato dal fatto che un Crescenzio, nel 967, fu conte e rettoredella provincia Sabina per incarico del Papa.
Nel 974, Crescenzio de Teodora si impadronisce del potere a Roma, e più tardi suo figlio Giovanni Crescenzio è a capo del partito nazionale romano. La sua storia forma un noto episodio del regno di Ottone III. I cronisti chiamano questo CrescenzioNomentano. La sua famiglia che risiedeva quasi tutta nella Sabina e presso Farfa in particolare, si doveva quindi trovare in possesso di quel luogo, e Giovanni Crescenzio o era nato ei pure nei possedimenti de' suoi padri, oNomentumera toccata particolarmente a lui per eredità. Proprio in quell'epoca sembra che venisse soppresso tale vescovado; e siccome si sa che l'ultimo vescovo fu un tal Giovanni, si può supporre che, essendo questo nome abituale nella famiglia dei Crescenzi, anche l'ultimo vescovo diNomentumfosse un membro di quella famiglia. In quel tempo vi erano già dei conti ereditarî nel territorio pontificio. Perciò già nel 980 Giovanni Crescenzio poteva essere conte diNomentume avervi posseduto la sua fortezza, nello stesso luogo dove poi sorse il castello degli Orsini, che ancora vi sorge.
Nel 985, Crescenzio prese il titolo dipatrizio romanoe governò la città di Romacome suo capo temporale, durante la minorità di Ottone III. La sua potenza venne meno, quando Ottone, nel 996, venne a Roma per ricevere la corona imperiale dalle mani di Gregorio V, il primo Papa tedesco che egli stesso aveva innalzato a quella dignità. Crescenzio, condannato a morte come ribelle, prestò giuramento di fedeltà al giovane imperatore, e fu graziato. Ma Ottone se ne era appena andato, che l'astuto romano infranse il giuramento, cacciò il Papa tedesco e s'impadronì dei diritti imperiali. In questa usurpazione lo appoggiarono i suoi parenti di Sabina, il conte Benedetto e i suoi figli Giovanni e Crescenzio. L'usurpatore trovò una misera fine, quando Ottone III ebbe ricondotto in Roma il Papa con buon nerbo di soldatesche. Crescenzio si difese eroicamente in Castel Sant'Angelo, finchè si dovette arrendere. Fu decapitato, il suo corpo fu gettato dai merli di Castel Sant'Angelo e poi appiccato a una forca su Monte Mario. Per dei secoli Castel Sant'Angelo si chiamò la torre di Crescenzio.
Dopo la morte di Ottone III, i Romani crearono patrizio romano suo figlio Giovanni, potere che egli tenne fino al 1012, anno in cui morì. D'allora in poi, la famiglia dei Crescenzi si continuò in Sabina e a Roma, ma senza assurgere più a grandeimportanza. Il potere patrizio passò invece, dopo il 1012, ai conti di Tuscolo, i quali seppero farsi arbitri del potere temporale del Pontefice e della stessa Santa Sede.
Così nella storia dello Stato pontificioNomentumè classica per essere stata sede di una antichissima stirpe ribelle al potere dei Papi. Era ciò noto all'ultimo discendente dei Crescenzi, che il 3 novembre 1867 lottò con i pontificii e cadde sul colle di Mentana, in difesa della Santa Sede?
Dopo il periodo dei Crescenzi, si parla raramente diNomentumnei documenti della storia di Roma; esso è chiamatoCastrum Nomentane, donde il nome Mentana o La Mentana. Già il mutamento dicivitasincastrum, per designarlo, come si legge nelle bolle papali del secoloXIII, dice che quella città era decaduta tanto da non esser più che uno smantellato villaggio. Essa appartenne ai monaci di San Paolo, che la tramandarono nel secoloXIIalla potente casa dei Capocci, finchè Nicolò III, della casa Orsini, diede Mentana al suo nipote Orso. Gli Orsini nel secoloXIIIs'impossessarono di molte località sabine. Essi possedettero anche il vicino Monterotondo, Monte Gentile e Nerola. Costruirono aNomentumil castello, l'attuale fortezza, verosimilmente sulle fondamenta dell'antica rocca, e vi rimasero più di tresecoli; poi, nell'anno 1595, la vendettero ad un nipote di Sisto V, Michele Peretti, principe di Venafro. Più tardi, divenne proprietà dei Borghese che la posseggono ancora.
XII.
Da Mentana si giunge in meno di mezz'ora per una strada assai buona fra cespugli e vigneti a Monterotondo. Il grande castello baronale, una volta degli Orsini ed ora appartenente al Principe di Piombino, è un edifizio imponente e bello, con una torre grandiosa, e sorge, in cima al paese che quasi nasconde. Era pieno di soldati francesi. Nel cortile giacevano più di mille fucili garibaldini, accatastati in disordine; cattive armi a percussore, forse della Guardia Nazionale, mucchi di baionette, guaine di sciabole, bacchette si vedevano sparse sul terreno. Erano state raccolte a Monterotondo e sulle strade vicine.
Fui condotto nella casa dove Garibaldi aveva abitato; questa si trovava nella piazza inferiore, non lungi dal Duomo. Qui egli aveva due camerette al piano superiore. Sul suo letto, coperto con una coperta gialla, era appesa una sacra immagine eun vasetto di cristallo coll'acqua benedetta, del quale egli si serviva tanto come dello specchio che stava nel canterano. Ora questa stanza è abitata da un capitano francese.
Vedemmo anche il Duomo, Santa Maddalena, dove si erano acquartierati i volontarii. Sugli altari si vedevano ancora ornamenti di chiesa infranti, vesti ecclesiastiche in brandelli, crocifissi e ceri spezzati. Nella sacrestia tutto era sossopra: gli armadi sforzati, i messali e i registri lacerati e sparsi a terra. Una donna che ci condusse là dentro, additò, con segni di spavento, il Tabernacolo dell'altare maggiore, dal quale era sparito il calice. Ci fu parlato di altre profanazioni, che non crediamo opportuno riferire; qualche cosa di simile alSacco di Romadel Borbone. Furon veduti due volontarî far la guardia sulla porta, avendo uno una mitra in testa, l'altro un pastorale in mano. Questi volontarî seppellivano i loro morti alla rinfusa, nelle chiese stesse; gli ufficiali li calavano nelle tombe, avvolti in paramenti di broccato e d'oro.
A Monte Rotondo era più visibile che a Mentana il pauroso eccitamento dei paesi devastati dalla guerra; questa infatti ha solo 500 abitanti appena; quello 1300. Il popolo non era favorevole ai garibaldini:«L'invasione ci ha rovinato», ci assicurava un impiegato al Municipio, facendo grandi gesti e parlando con forza di tutte le imposte in denaro, foraggio, cavalli, esatte da Garibaldi, imposte che talora alcuni suoi indegni sottoposti prendevano senz'altro per sè.
La piccola città è situata, alta e forte, sul dorso di un'altura, dalla quale si gode una veduta bellissima dei monti sabini, fino a Monte Gennaro. Si vede Tivoli, Sant'Angelo e Monticelli, molto vicini; più lontano, la bianca Palombara, Montelibretti ed anche Nerola, e in mezzo ai monti l'abbazia benedettina della Farfa, che in tempi remoti fu distrutta dai longobardi di Spoleto, e poi ricostruita grandiosamente. Verso nord, la campagna è dominata dal dentato Soratte, ai cui piedi il Tevere serpeggia, uscendo dall'Umbria, per continuare il tortuoso cammino fino a Roma, accompagnato sulle due rive da due strade romane, la Flaminia e la Salara. Di Roma, a così grande distanza, si vedono ancora, come linee appena percettibili, le torri di Santa Maria Maggiore e del Laterano; ma la cupola di S. Pietro domina intera e piena, la solenne campagna, come una sfera oscura. Quando i pellegrini che vengono dall'Oriente per questa strada, sono giunti in vista di questi grandiosi segnacoli della Chiesa,possono lietamente inginocchiarsi e venerare! Vi sono molti quadri che rappresentano scene di questo genere. Un artista di genio potrebbe oggi prendere a soggetto questo drammatico contrasto: dei volontarî garibaldini in camicia rossa che, dalle alture di Monte Rotondo, vedono per la prima volta la cupola di S. Pietro.
Essa dovette sembrare loro il simbolo della méta così appassionatamente inseguita, come già ai Goti di Alarico o alle soldatesche affamate del Borbone e di Frundsberg doveva sembrare la città di Roma, veduta in lontananza. Il loro capo avrà forse loro spesso additato quella cupola sublime; e ne avrà loro parlato con parole fiammeggianti di patriottismo—come ne aveva parlato a Ginevra, al Congresso per la Pace, dal quale Garibaldi—per una ironia della storia—quasi immediatamente passò sul campo di battaglia, a Mentana!
E' cosa piena d'interesse rappresentarsi i pensieri che dovevano agitare l'animo di quest'uomo straordinario nell'avvicinarsi a Roma, di quest'uomo così vario di destino e di fortuna, la cui vita fu una lotta per la libertà combattuta in due parti del mondo! uomo che certamente avrebbe avuto una parte più notevole nella storia, se la natura al suo disinteresse da antico romano, e alla sua incomparabile attività e vigoriadi carattere, avesse accoppiato il genio di un uomo di Stato.
Nel rivedere Roma, Garibaldi avrà ricordato con stupore quel tempo, già passato alla storia, in cui egli aveva difeso contro i Francesi la metropoli del mondo intero. Volgendosi alla campagna di Tivoli, si sarà visto nel ricordo ritirarsi da Roma, con altre schiere di volontarî, un po' meglio armati e disciplinati delle attuali, verso gli Appennini. Era il 30 luglio 1849.
Sorrideva al suo spirito il pensiero di entrare ora in quella Roma che già aveva dovuto abbandonare, e che formava la brama più ardente della sua vita. Ma egli non entrò in Roma; non piantò sul Campidoglio, nè lo stendardo della Repubblica, nè il tricolore italiano. Battuto dalle truppe del Papa e di Napoleone a Mentana, lo vediamo di nuovo prigioniero di Stato a Varignano. Misero sotto processo lui che non poteva essere soggetto a giudizio, perchè troppi complici aveva, la serie dei quali cominciava a Palazzo Pitti.
Il mondo che onora il patriottismo e il carattere, aveva lasciato che Garibaldi, l'enfant gâté et l'enfant terribled'Italia, si sbizzarrisse a suo piacere nelle sue campagne in nome dell'Ideale, senza che il loro insuccesso diminuisse la simpatia verso di lui. Ma tutto ha un limite, come quellamassima di Machiavelli nelPrincipe: «E' il fine che si deve considerare, non i mezzi». L'audacia romantica di Garibaldi può certo esaltare la gioventù che ha letto Plutarco, ma essa stanca il maturo giudizio dell'uomo di Stato e del cittadino cosciente. Che un eroe nazionale, così festeggiato, carezzato, reclami perpetuamente il privilegio di essere nell'eccezione, fuori della compagine e delle leggi dello Stato, e di formare una potenza a sè, questo sarebbe un assurdo e una impossibilità in ogni ben ordinato Stato d'Europa.
La monarchia italiana e il pensiero dell'unità hanno superato la terribile crisi (che la Demagogia di Garibaldi aveva provocato) rapidamente e felicemente. Se il giorno di Mentana avesse avuto il merito di liberare l'Italia dall'anarchia di un potere rivoluzionario, che si contrapponeva al Governo, questo dovrebbe riguardarsi come un reale vantaggio. L'invasione dei volontarii ci ha insegnato anche altre cose; essa ha mostrato la debolezza e l'immoralità dell'Italia, e diminuite le simpatie che verso di essa nutriva l'Europa; ha mostrato che era impossibile che il Potere Temporale durasse a lungo nella forma assegnatale dalla convenzione di settembre, ed ha ricondotto in Italia un principio che l'Europa sperava per sempre allontanatoda lei. Non parlo della miseria e della rovina, in cui la guerra dei volontarii ha gettato migliaia di persone, al di qua e al di là dei confini romani. Se questa guerra poi, come riteneva Garibaldi, si deve ritenere come una guerra nazionale dell'Italia, contro il Papato per il possesso di Roma, allora affermeremo che il suo esito ha mostrato che nel 1867 il Papato era, ancora, più forte dell'Italia, e che la questione romana non poteva essere risolta colla sola violenza. Questo problema che col trattato di settembre fu, per riguardo all'Italia, mantenuto nei confini di una questione di opportunità territoriale, sarà di nuovo sollevato e riportato nella sfera della diplomazia europea?
E qual problema insolubile! C'è nelle cose umane qualche cosa di impossibile a risolvere? Un astuto motteggiatore consolava un patriota, osservandogli che gli Italiani si risollevano come vincitori dopo le disfatte che sogliono fiaccare gli altri popoli. Anche non potendo dar ragione a questo bello spirito, non vediamo ragione alcuna per disperare che si trovi un giorno unmodus vivendiche sappia accordare l'indipendenza spirituale del Papato con le esigenze della Nazione. Il giorno in cui si troverà questa quadratura del circolo, l'umanità potrà festeggiarlo solennemente,perchè segnerà l'inizio di una nuova êra di pace, êra a cui tutti i popoli d'Europa mirano fiduciosi.
XIII.
Son passati tre anni dacchè io scrissi le pagine precedenti. La quadratura del circolo romano non è stata trovata, ma il nodo gordiano è stato reciso della spada. Perciò laCampagna dei Volontarî intorno a Romaha bisogno di un'appendice.
La descrizione di questi ultimi tre anni di Roma e del Papato morente costituirà un giorno una pagina notevolissima della storia del nostro tempo, se la si saprà attingere al materiale diplomatico, e qua e là arricchirla dei fedeli ritratti dei personaggi più eminenti che ebbero parte in questa tragedia. Il titolo che le si dovrebbe dare sarebbe: «Storia degli ultimi anni e giorni del Potere Temporale».
Ora, per concludere, riporterò alcune date.
Alla fine del 1867 la vittoria di Mentana rassicurò completamente gli animi. Si vide con soddisfazione Napoleone trascinato alla reazione, in aperta rottura colla democrazia e la demagogia. Si desiderava perciòche egli restasse solidamente legato al potere. Il papa creava cardinale Luciano Bonaparte, il 13 marzo 1868, il primo Bonaparte che ottenesse la porpora! Per completare la sorprendente fortuna di quella casa, mancò solo che egli giungesse alla Santa Sede.
Roma era tranquilla. NelPatrimonium Petrierano di nuovo i Francesi: circa 5000 uomini. La città aveva guarnigione solo di papalini. La Curia romana era ora occupata dell'idea del Concilio, la cui riunione indisturbata era finalmente possibile per il ritorno dei Francesi e la vittoria di Mentana. Con questo Concilio, preparato già da molti anni, i gesuiti intendevano coronare l'opera loro ponendo sulla testa del Pontefice la quarta e suprema corona, quella dell'infallibilità. Il 29 giugno 1868 fu pubblicata la bolla che convocava il Concilio per l'8 dicembre 1869.
Il caso volle che l'8 giugno di quell'anno stesso si celebrasse in Germania una solenne festa nazionale; si scoprì il grande monumento di Lutero, a Worms, alla presenza del Re di Prussia, lo scudo della chiesa protestante, il capo della Nazione tedesca, e l'ormai certo restauratore dell'Impero.
Nel programma dei gesuiti c'era già da tempo la guerra contro la Germania protestante,la Germania del pensiero e della scienza; si concepirono a questo proposito piani fantastici. Sognavano una nuova epoca nella storia, un'epoca di nazione e di crociata per cattolicizzare il mondo; il Papato padrone della terra, secondo le affermazioni del Sillabo e i decreti del prossimo Concilio. E che cosa meglio di una guerra della Francia contro la Germania avrebbe potuto aprire la via a tutto questo? Questa guerra che dovevano compiere le invincibili legioni di Napoleone, armate deichassepotse delle mitragliatrici, così bene esperimentate a Mentana, avrebbe certamente annientata la potenza del protestantismo in Europa, e resa impossibile l'unificazione della Germania sotto gli Hohenzollern. Dalla certa vittoria della Francia seguirebbe il nuovo frazionamento d'Italia nelle sue parti, e il ristabilimento dello Stato della Chiesa, come al tempo di Consalvi. Allora Napoleone, il salvatore e protettore della Chiesa, sarebbe divenuto un nuovo Carlomagno, e l'umanità pacificata si sarebbe raccolta intorno alle due grandi metropoli della terra; Parigi, sede del dispotismo cesareo, centralizzante in sè la civiltà umana; Roma, la fonte infallibile della verità divina, manifestatasi nel gesuitismo.
La rivoluzione spagnuola e la caduta violenta della bigotta regina Isabella fu il primo colpo contro questi disegni. E chi sospettava che la candidatura al trono di Spagna sarebbe divenuto un fattore della storia del mondo?
Giunse l'anno del Concilio, il 1869. In Roma fervevano i preparativi.
Nulla ancora faceva prevedere prossime tempeste, se non forse in Germania, una vivace opposizione al Concilio, del quale si negava la necessità e si condannava lo spirito di parte. Si disegnavano i campi degl'infallibilisti e dei loro avversarii.
L'11 aprile il vecchio pontefice festeggiò il cinquantesimo giubileo, dacchè era divenuto prete; e deputazioni, indirizzi, augurî, doni piovvero da tutta la cristianità. La dimostrazione fu grandiosa e solenne; Roma divenne un teatro in festa, come nel 1867. Il papa che così si festeggiava, si credeva onorato da tutto il mondo, come suo capo spirituale. Queste feste gli sembrarono di buon augurio per il prossimo Concilio.
L'8 dicembre 1869 questa solenne adunanza ecclesiastica si aprì in San Pietro. Pioveva a dirotto, ma il tempio conteneva appena la folla accorsa. Roma, come tutta l'Italia, era allora tranquilla. Le truppe di Napoleone formavano la guardia del Concilio, che divenne il grande avvenimentodell'epoca, nel quale il mondo temeva di dover riconoscere una crisi di risveglio nella vita della Chiesa riunita, mentre duecento sacerdoti gli dichiaravano solennemente riconosciuti gli attributi della potenza divina.
Tutti conoscono come era costituito questo Concilio, i mezzi con i quali si ottenne la maggioranza, come fu schiacciata la minoranza, le lotte e i dibattiti de' suoi partiti. La sua storia fu accompagnata da una letteratura tutta speciale, quale non si era mai vista nei precedenti sinodi. L'opinione pubblica vigilava sul Concilio; essa teneva le sue sedute presso quelle di questo parlamento romano, i cui più segreti pensieri, piani e manovre sapeva svelare ed anche indirizzare.
Si sono uditi dei gravi cattolici credenti gridare allo scandalo per questo Concilio. Essi riconoscono tristamente, e loro malgrado, che la sua convocazione fu un incalcolabile errore, la sua opera una dannosa sfida allo scisma. La sua storia costituirà un giorno una pagina del nostro assai istruttiva e, come già fu detto dai cattolici, mostrerà alle generazioni future quanto grande fosse l'accecamento, quanto profonda la povertà di spirito e l'esaurimento dell'elemento romano della Chiesa in quel tempo.
Giunse l'estate del grande anno 1870. Già l'attenzione del mondo si era distolta dal Concilio, dove la strenua opposizione della minoranza tedesca e l'opinione pubblica stessa erano state forzate a cedere. Contemporaneamente, mentre la Chiesa doveva raccogliere nel suo Capo tutte le energie, lasciando i suoi membri inutili e impotenti per sempre, la Francia, con un nuovo plebiscito, si accentrava nella potenza imperiale. Allora l'orizzonte politico si turbò d'un tratto per la candidatura al trono spagnuolo.
Il 18 luglio 1870 fu pubblicato il nuovo dogma dell'infallibilità del Papa. Il tempio di S. Pietro si trovò in quell'occasione vuoto e deserto. Si scaricava un diluvio con violenza tropicale sulla città. Fra tuoni e lampi fu annunziato all'umanità che il Papa era infallibile.
Soltanto un giorno dopo, il 19 luglio, la tempesta si scaricava sulla Francia! L'Imperatore Napoleone dichiarava la più folle delle guerre alla Prussia e alla Confederazione del Nord.
Giunsero allora i grandi giorni della punizione per l'orgoglio e per la millanteria. La storia li ha registrati, giusti e solenni. La Germania si sollevò istantaneamente, compatta, gigantesca, irritata. La forza del popolo tedesco debellò in battaglie che furonomacelli, l'Impero francese. Il 2 settembre Napoleone si arrendeva alla magnanimità del grande Re tedesco, che aveva così crudelmente offeso. Tutt'Europa tremò per il contraccolpo di questa guerra senza precedenti; tutto ciò che era in essa di fracido e di guasto dovette staccarsene.
A Parigi si proclamò la Repubblica. Gli Italiani chiedevano insistentemente Roma. Ma il vecchio eroe dellaCampagna dei volontariidel 1867 era passato in Francia per combattere al fianco dei suoi nemici di Mentana, col colonnello degli zuavi Charette, sotto la stessa bandiera:—per un'ombra ed un nome. Come Lucano egli poteva esclamare:Tuumque nomen, libertas, et inanem prosequar umbram; come lui sognatore nobile e fedele ai suoi principii.
Le truppe francesi si erano ritirate da Roma per difendere la patria; così lo Stato della Chiesa era di nuovo aperto ad una invasione. Il Governo italiano dichiarava decaduto il trattato di settembre colla caduta di Napoleone che l'aveva concluso, e disponeva per l'occupazione di Roma da parte delle truppe del Re, giustificandola come una necessità per la conservazione dello Stato e come una volontà del popolo d'Italia.
Strana e mirabile concatenazione logica di avvenimenti!
Il 19 settembre i Tedeschi stringevano intorno a Parigi, metropoli del mondo, il loro anello di ferro; lo stesso giorno trentamila Italiani erano alle porte di Roma, metropoli del mondo. Il 20 settembre, alle cinque del mattino, fu tirato il primo colpo contro le mura di Porta Pia. La lotta con le truppe pontificie fu semplice e breve. In Vaticano il Papa sedeva fra i cardinali e i diplomatici delle potenze straniere, che aveva mandato a chiamare. Si udirono i colpi di cannone dell'attacco. Il cardinale Antonelli riceveva e inviava dispacci. Venne l'ultimo, annunziante che tutto era finito.
Gli Italiani entrarono in Roma attraverso la breccia presso Porta Pia, il 20 settembre alle 11 antimeridiane, fra l'indescrivibile giubilo della popolazione, mentre, come per incanto, tutta la città si copriva di tricolori.
Il millenario Potere temporale dei Papi finì quasi inosservato. Questo che sarebbe stato in altro tempo un avvenimento mondiale di straordinaria importanza, si compì come un aneddoto sullo sfondo della grande guerra franco-tedesca. Questo tramonto tacito e inosservato della più antica e venerabile potenza d'Europa è profondamente tragico. Non fu il silenzio del mondo una condanna per lo Stato pontificio? Forse molte voci si sarebbero ancora levate inEuropa, in suo favore, se il Concilio non avesse d'un colpo ridotto ai minimi termini la considerazione per il Papato. La caduta della sua potenza temporale fu la legittima conseguenza della più mostruosa richiesta che mai sia stata fatta all'umana ragione.
Il plebiscito dei Romani decise, il 2 ottobre, l'annessione di Roma all'Italia. Alla fine dell'anno venne il Re a visitare per la prima volta la città così crudelmente danneggiata dall'inondazione del Tevere, pretesto ben accetto per quella penosa visita. I Romani lo festeggiarono giubilanti. Vi rimase poche ore, e scrisse al Papa una lettera. Nel palazzo del Quirinale—il palazzo pontificio dal quale Pio IX ventiquattro anni prima era stato acclamato dal popolo Sole della nuova Italia, salendo al trono—Vittorio Emanuele firmava il suo primo decreto in Roma, prendendo atto del plebiscito. Era l'ultimo giorno dell'anno 1870. Con esso si chiuse una grande epoca nella storia della città e del papato.
Un tragico destino ricadde sul debole Papa, che aveva esperimentato tanti cambiamenti di fortuna e tante vicissitudini come pochi pontefici prima di lui. Prigioniero volontario, egli geme nel cupo Vaticano, negletto ora nella sua Roma, dellaquale era stato l'idolo. Che piccola cosa è ogni umana grandezza!
Una misteriosa sorte fece occupare a Pio IX la sua sede per un tempo più lungo di tutti i suoi predecessori, per quanto grande sia stata la loro importanza nel mondo! Il probabile ultimo Papa sovrano temporale ha anche governato Roma più di ogni altro!
Questi sono solo dati di fatto. Noi stiamo dinanzi alle porte serrate di un misterioso avvenire. La quadratura del circolo romano non è stata ancora trovata; il processo morale non è ancora risolto. Solo questo si può dire con sicurezza, che l'umanità, nel memorabile 1870, si è definitivamente liberata da un antico ordine di cose.
Si direbbe che le Muse, da Raffaello così bene rappresentate in una delle stanze del Vaticano in compagnia dei più grandi poeti, abbiano sempre a malincuore scelto Roma a loro dimora e solo di passaggio. Si capisce, del resto, che una città come l'antica Roma non potesse essere molto conveniente albergo alla poesia: il sentimento poetico non poteva ben fiorire nel frastuono di quel mondo; ma vi poteva invece la satira essere in grande onore, poichè il suo elemento è il brutto e il ridicolo.
Difatti, per tacere degli antichi, la Roma cristiana quali notevoli poeti ha prodotto? Questo domandavo io un giorno ad un poeta romano, mio amico; e, dopo aver ricordato Vittoria Colonna e Metastasio, egli mi fece conoscere altre produzioni poetiche della città, a me del tutto sconosciute.Giusto de' Conti, al principio del secoloXVscrisse un canzoniere:La Bella Mano; al principio del secoloXVIIItroviamo un'epopea popolare:Meo Patacca; e in tempi più recenti, l'improvvisatore Gianni che celebrò le guerre di Napoleone; Marsuzi, autore delle tragedieCaracallaeAlfredo il Grande, e finalmente Luigi Bondi, traduttore delleGeorgichedi Virgilio.
La poesia ama la vita mossa ed intensa; e da molti secoli Roma non è terreno per lei. Gli strepiti delle fazioni piacciono più alle Muse del clangore cupo delle campane e del mormorio delle litanie nelle processioni; il narcotico odore dell'incenso, che riempie interamente la città di Roma, non è un ispiratore efficace di poesia. La profonda severità delle ruine dell'antichità offre oggetto di meditazione al filosofo ed allo storico, ma i fiori della poesia appassiscono all'ombra melanconica di tante tombe. A Roma le pietre son più possenti degli uomini; il passato è gigantesco; il presente è piccolo invece, e il futuro coperto di un impenetrabile velo.
Una sera, mentre erravo per il Trastevere, sentii una ragazza che, sola, seduta sulla scala di una casa deserta, cantava, seria e pensosa:
«O Roma antica, Roma illustre, non sei più!»
«O Roma antica, Roma illustre, non sei più!»
Queste dolorose parole sulla bocca di una fanciulla mi parvero piene di significato. Non poteva dunque sorgere fra le rovine di Roma un genio lirico, vivace ed ingenuo? Sarebbe stato forse soffocato dalla storica malinconia delle rovine? Può darsi; ma anche una Musa così ammantata di tristezza avrebbe potuto essere bella e sublime, non come quella gonfia e rettorica delle notti romane del Verri, ma come quella di lord Byron nelChilde Harold, nelle sue apostrofi di artista nordico e di uomo libero.
Siamo però giusti verso i Romani; essi non poterono mai cantare e celebrare le loro ruine, perchè non fu mai loro permesso di rimpiangerle e di giudicare il presente dagli avanzi del passato. Essi, insomma, non poterono utilizzare il loro abito poetico.
L'antichità, come il medioevo, è pieno in Roma di motivi eroici e tragici, ed un poeta cittadino non avrebbe che a servirsene con abilità per suscitare immancabilmente dell'entusiasmo. Spesso, mentre assistevo nel Mausoleo di Augusto (oggi teatroCorea) ai salti dei pagliacci, nelle loro curiose pantomime, o, per rara fortuna, vedevo rappresentare, nella traduzione del Maffei, laMaria Stuardadi Schiller, pensavo: quale impressione produrrebbe,in questo luogo, una tragedia romana su Bruto o Virginia! Come dovrebbe trascinare all'entusiasmo i Romani una tragedia su Cola di Rienzo, proprio qui, nel Mausoleo di Augusto, dove il corpo di quel tribuno fu un giorno bruciato!
I Romani lasciarono elaborare prima a Shakespeare, a Corneille, a Racine, a Voltaire, poi ad Alfieri, questa materia di teatro romano; e sul teatro romano quelle opere non si vedono nemmeno, e fra i busti di uomini illustri che adornano il Pincio, manca quello di Alfieri! Esso vi fu, per un momento; poi ne venne improvvisamente asportato dalla polizia—fatto questo a cui ho assistito io stesso e che riferisco qui, per risparmiarmi una chiacchierata più lunga, tendente a dimostrare l'impossibilità di un dramma nazionale romano di genere storico.
Se, oltre a parecchie altre ragioni di indole politica e fisiologica, che impediscono lo sviluppo del sentimento poetico in Roma, si pensa alla stagnante cultura letteraria, alla mancanza di giornalismo e di critica, alla decadenza del mercato librario,—che di poco si solleva soltanto negli affari degli antiquarî,—se si pensa a tutte queste condizioni di fatto, ci sembrerà tanto più interessante e degna di studio ogni attività poetica di questo popolo.
Il gusto per la poesia non è mai tramontato fra i Romani, che, come tutti gl'Italiani, amano i versi; il popolo di tutte le classi sociali spande a piene mani sonetti e canzoni, non appena un'occasione si presenta. C'è uno sposalizio? Sonetti. Nasce un bambino? Sonetti. Si laurea uno studente? Sonetti. Si veste una monaca? Sonetti. Viene sepolto un morto? Sonetti. Si festeggia un Santo? I sonetti piovono. Un monsignore è fatto vescovo? egli cammina su un tappeto di sonetti con le sue calze paonazze! Questi parti poetici d'occasione si raccoglievano un tempo nelle Accademie, nelle quali gl'ingegni erano legalizzati e ricevevano il bollo della scuola poetica tradizionale. Ilfuror academicus, una vera peste nel secoloXVIInon soltanto in Italia, ma anche fuori, è ora del tutto sopito, e se a Roma ci sono ancora degli Arcadi, dei Quiriti, dei Tiberini, e anche degli accademici della S. Concezione, non si deve ricercare in essi un intendimento letterario. L'Arcadia, fondata alla fine del secoloXVIIda Crescimbeni e da Gravina, il maestro e protettore del Metastasio, ha una fama mondiale. Il suo nome e il suo simbolo, una zampogna, bene delimitano gl'innocui campi, in cui cercava asilo la poesia dei Romani, e si conviene anche bene alla storia della città, il cui Foro, antico dominatoredel mondo, si mutò in un Campo Vaccino, la cui campagna si coprì d'innumerevoli greggi, come per un immenso idillio, e il cui popolo, finalmente, si cambiò, da schiera di dominatori, in una mandra di pie pecore, che il Papa, buon pastore, guidava a pascere fra le ruine. Ai tempi di Göethe, che i pastori accolsero nel loro coro con grandi feste, l'Arcadia godeva ancora una certa fama; oggi, fortunatamente, è passata fra le curiosità, sebbene di tanto in tanto la sua zampogna torni a farsi sentire. La massa di poesie che vengono composte in quelle riunioni, può solo avere riscontro nella loro completa insulsaggine: leggendole, sembra di udire d'un tratto un coro multiforme di belati e di pigolii.
Per quanto anche oggi non vi sia in Roma ingegno poetico che, secondo l'antico costume, non si rinchiuda in questa o quella Accademia, dove gli si offre l'occasione di farsi udire a recitare i propri versi in una grande sala, pure queste Accademie sono grandemente decadute ed hanno perso la loro autorità. Una nuova generazione tende, anche in Roma, ad una forma e ad un significato più personale.
Cresciuta fra i moti dei passati decennî, che scossero i Romani dal loro sonno letargico, essa incarna le speranze dell'oggie tenta anche in Roma, in condizioni così sfavorevoli, un rinnovamento della poesia, rinnovamento che sarà solo possibile, quando l'ingegno poetico, invece di portare l'antica livrea dei sonettisti, si vestirà d'una forma nuova, priva di artificî e palpitante di vita.
La nota fondamentale di questa giovane scuola romana è sopratutto la nota lirica della poesia del sentimento. La Musa realistica e politica tace in Roma, sebbene gli ultimi avvenimenti tanto argomento le abbian fornito; e questo non è da deplorarsi, perchè impedisce i giudizî immaturi e le frasi banali e comuni. A Roma, non è possibile una voce originale e profonda come quella del fiorentino Giuseppe Giusti. Qua non prevale che la lirica filosofica, ch'è in gran parte un riflesso della poesia del Leopardi, e l'eco deldolore universaledell'Inghilterra e della Germania.
L'influenza del Leopardi sui giovani poeti d'oggidì—essi delirano ancora per lui—è grandissima, ma forse non troppo sana. La sua forma classica e pura, la sua bella lingua possono prendersi a modello di perfetto stile, ma la fantasia poco può attingere ad un poeta che compone liriche senza immagini e senza metafore, ma solo con pensieri; la mente non può troppo esaltarsi al disperato nichilismo di una nobileanima, corrosa dal dubbio e dallo sconforto. La poesia di questo elevato e solitario spirito è formata dal grido straziante non solo della sua patria, ma dell'umanità intera, la quale piange sul destino particolare e, possiamo dire, eccezionale di un solo uomo: il poeta. Il suo modo di considerar l'esistenza è la scuola peggiore che si possa offrire ad un essere che nell'esistenza debba lottare.
Nei poeti italiani formati alla scuola di Byron, di Shelley, di Lenau, manca, per la particolare indole dell'anima meridionale, un sentimento che faccia equilibrio e contrappeso a quell'ironia, a quell'humorche son loro particolari, sentimento che, in ultima analisi, solleva l'uomo del Nord al disopra del suo dolore. L'indole meridionale ha dei contorni straordinariamente netti, e non sa produrre quell'accordo fra i sentimenti e le tendenze estreme ed opposte, che l'anima nordica perfettamente raggiunge colla sua sentimentalità, usando questa parola nel suo senso migliore.
E' anche un fatto che desta meraviglia, vedere nella poesia romana dei nostri giorni introdursi un elemento tedesco.
Mentre i Napoletani si dedicano con grande amore allo studio della filosofia tedesca di Kant, di Hegel, di Schelling, lo studio della poesia tedesca si è largamente diffuso nell'Italiadel nord e centrale, ed ha preso un vero impulso. Le belle traduzioni del Maffei hanno introdotto Schiller, non solo sulle scene, ma nelle famiglie, ed i migliori lirici moderni, Heine, Lenau, Uhland, non sono ignoti in Roma. Molti degli attuali poeti romani parlano o capiscono il tedesco e leggono nell'originale i nostri poeti. Ciò che di essi specialmente li attrae, è il loro carattere grave, così diverso dalla poesia dei sonetti d'occasioni e dei concettini e degli artificii; è la musicale vivacità del sentimento, il caldo palpito lirico, la pittura felice dei varî momenti, la ricchezza degli stati psicologici descritti nelle loro sfumature più intime, e, finalmente, il culto panteistico della natura. Quest'ultimo esercita sugli Italiani uno speciale fascino: essi lo sentono in modo diverso e speciale. La forma della poesia italiana, bella, chiara, netta e plastica come la lingua stessa, subordina a sè il contenuto, mentre da noi il sentimento trabocca oltre le linee della forma. L'armonia è l'essenza di quella; la melodia di questa nostra poesia, che è la più ricca del mondo in canzoni. «Il desiderio, mi diceva un poeta romano, ecco ciò che caratterizza i Tedeschi nella loro poesia; questo sentimento rinnoverebbe la nostra poesia, se potesse esservi trasfuso».
Don Giovanni Torlonia indirizza, in una delle sue poesie, questi versi alla signora romana Teresa Gnoli: