RAVENNA.(1863).

Prouvenço, o pais dei troubaireLou gai-sabé reverdira:Deja milo novèu cantaireDison lou béu tems que viendraLou mounde vèi la reinessènço:Lei Troubadour van reflouri...O moun païs, bello Prouvènço,Toun dous parla pòu pas mouri.

Prouvenço, o pais dei troubaireLou gai-sabé reverdira:Deja milo novèu cantaireDison lou béu tems que viendraLou mounde vèi la reinessènço:Lei Troubadour van reflouri...O moun païs, bello Prouvènço,Toun dous parla pòu pas mouri.

Dal mese di agosto dell'anno 1863 un tronco di strada ferrata conduce da Castel Bolognese a Ravenna. Partendo da Bologna e passando per Imola, Lugo e Bagnacavallo, s'impiegano appena quattro ore per compiere il tragitto. E' per questo che una delle città più interessanti dell'antichità e del medioevo, relegata sino a poco tempo fa fuori di ogni circolazione e confinata in una solitudine, d'accesso difficile e mezzo morta, si è trovata ad un tratto lanciata nella corrente della vita mondiale.

Quasi tutte le città italiane ci rappresentano, nei loro monumenti, le due grandi epoche della storia del paese: l'antichità romana e il medioevo cristiano. Solo Ravenna resta come vestigia della transizione dall'una all'altra di queste due epoche; e sotto questo punto di vista è impareggiabile.

Ravenna ha visto, difatti, la caduta dell'Impero romano, il primo insediamento del regno germanico sulle rovine della potenza dei Cesari, i sessant'anni della supremazia degli Ostrogoti, i due secoli del dispotismo bizantino, e ne conserva inapprezzabili ricordi.

Nel contemplare questi monumenti del V e del VI secolo, il viaggiatore che per la prima volta arriva a Ravenna, prova delle impressioni paragonabili soltanto a quelle che suscitano le ruine di Pompei; e, difatti, Ravenna è la Pompei dell'epoca gotica e bizantina.

Lo stato quasi perfetto di conservazione degli edifici sembra un prodigio, quando si pensi ai secoli di barbarie e di devastazioni che hanno attraversato. Si spiega, in parte, per la fortunata circostanza che i Longobardi non riuscirono a strappare Ravenna agli esarca bizantini. Il re Liutprando non riuscì a entrare nella città che nel 727 o 728, cioè in un'epoca in cui la civiltà aveva addolcito sensibilmente i costumi degli invasori. Nè Liutprando, nè il suo secondo successore al trono longobardo, Astolfo, distrussero i monumenti di Ravenna; solo il sobborgo di Classe, a quanto sembra, fu distrutto da Liutprando.

Per lungo tempo Ravenna rimase sede dell'amministrazione bizantina in Italia, eRoma, caduta in grande decadenza, fu governata come una semplice città di provincia. Ravenna approfittò di questa situazione privilegiata e della sollecitudine degli imperatori bizantini, che la considerarono per lungo tempo come il gioiello più prezioso dei loro possessi in Italia.

Quando, più tardi, dopo la caduta del regno longobardo e dell'esarcato, il Papa rivendicò la popolazione della città, fondandosi sui diritti che gli concedevano le donazioni di Pipino, i patriarchi o arcivescovi di Ravenna combatterono questa pretesa. Essi stabilirono il loro dominio sulla Romagna, assunsero la successione degli esarca, e, sostenuti dai privilegi che loro accordavano gl'imperatori, respinsero per molto tempo i tentativi della Santa Sede, mantenendo la loro autorità su Ravenna.

Il ricordo dei tragici avvenimenti della decadenza romana e dell'invasione barbarica, i tempi di Stilicone, di Alarico, di Attila e di Genserico, la grande figura di Teodorico, le lotte gigantesche che misero termine alla dominazione dei Goti e immortalarono i nomi di Totila, di Belisario, di Teia e di Narsete; infine, l'oscurità quasi mistica del periodo degli esarca bizantini, a mala pena rischiarata, di tanto in tanto, da qualche debole barlume, proveniente dalle cronache del tempo: tutto ciò dà aRavenna una grazia singolare e produce sullo spirito del viaggiatore un'impressione profonda.

Come ci apparirà la città che vide compiersi tanti avvenimenti? Senza dubbio ci sembrerà più malinconica e più tetra ancora della vecchia Bologna. Ma qui ci troviamo ancora dinanzi all'ironico contrasto che la realtà appone quasi sempre alla visione che la fantasia si forma delle cose.

La delusione è grande. Cento altre città d'Italia, anche dei piccoli borghi fortificati, sperduti nelle montagne, ricordano più vivamente il passato ed offrono al primo sguardo un aspetto più storico e più monumentale dell'antica città bizantina e gotica.

Non è che a poco a poco, vagando per la città, che si sente aleggiare su noi il soffio del passato. Ma allora l'impressione diventa più possente che altrove, paragonabile solo, per la sua intensità, a quello che si prova a Roma, per quanto diversa nella natura. E' l'anima della storia universale quasi intera, che anima i monumenti della Città eterna; quelli di Ravenna non appartengono che ad un corto periodo, ma l'impronta che ne conservano è più forte che altrove.

In tutte le strade di Ravenna regna un silenzio di morte; le case sono moderne e la maggior parte piccole; le vie larghe e diritte, la città essendo costruita su di un terreno piano. Dappertutto un profondo raccoglimento. Qua e là, sulle piazze, si vedono delle curiose colonne medioevali, con l'imagine di qualche santo; altrove, la statua di un Papa che beneficò la città, pensoso e assorto nelle sue meditazioni. Di palazzi, i quali in altre città rappresentano con tanto splendore la grande epoca guelfa, non si trova traccia. Di quando in quando solamente si scorge una torre rovinata. Le chiese invece sono numerose. Qualcheduna è stata restaurata; altre hanno conservato intatto il carattere gotico primitivo. In generale, sono di proporzioni piuttosto piccole; nessuna ha l'imponente maestà delle cattedrali di Pisa, di Siena o d'Orvieto. Si direbbe che siano state addormentate da qualche incantatore e si siano conservate così fino ai nostri giorni; esse danno a Ravenna un carattere di mistero e di poesia.

E' curioso notare che a Ravenna non si ritrova vestigia dell'epoca romana. I sobborghi di Classe e di Cesarea, un tempo importanti e ricchi di grandi edifici, sono oggi inghiottiti nelle paludi e resta appena qualche segno della loro esistenza. Ravenna fu un tempo l'Avignone degl'imperatoriromani. Quando, nel 404, Onorio, temendo un'invasione di goti, trasportò la sua residenza da Roma a Ravenna, rinforzò le mura e si costruì un palazzo. In qual punto sorgeva questo edificio? E' impossibile determinarlo, oggi, benchè le guide non si facciano scrupolo di indicarne il punto preciso. Antonio Zirardini, giureconsulto erudito e archeologo dei più distinti di Ravenna, ha scritto, nel 1762, un eccellente libro sulle antichità della sua patria:Degli edifici profani di Ravenna.

La sua opera è ancora la migliore che si possa consultare in proposito, e pur tuttavia non getta che una pallida luce sulle origini di Ravenna.

Fu in questa residenza che Onorio ricevette la notizia della presa di Roma per opera di Alarico; e fu là che egli morì, nell'agosto del 423. Fu però sepolto a Roma, accanto a San Pietro. Per noi, il più antico dei monumenti storici di Ravenna è il mausoleo della sorella di Onorio, Galla Placidia, una delle più straordinarie figure di donna di quell'epoca; una di quelle di cui la sorte si trova legata, nella maniera più stretta e più tragica, ai destini dell'Impero romano spirante. La figlia del gran Teodosio a ventun'anno viveva nel palazzo dei Cesari a Roma, quando Alarico arrivò davanti la città, l'assediò, se ne impadronìe la saccheggiò. Galla Placidia, condotta a lui come prigioniera, dovette seguirlo in Calabria. Poco dopo, la figlia e la sorella degli imperatori romani si vide obbligata a sposare, a Narbona, Ataulfo, successore di Alarico. Ella accompagnò in seguito suo marito in Spagna, vi divenne vedova, vi perse il figlio Teodosio, e, dopo aver subìto indegni insulti, fu rinviata a Ravenna, presso suo fratello Onorio. Appena arrivata, questi la costrinse a sposare il generale Costanzo, da cui ebbe due figli, Valentiniano e Onoria. Morto a sua volta Costanzo, Galla Placidia fu bandita da Ravenna da suo fratello ed esiliata a Bisanzio. Dopo la morte di Onorio ne ritornò, scortata da una flotta greca, pose il suo giovane figlio Valentiniano III sul trono di Occidente, esercitò il potere per lunghi anni, come tutrice del giovane principe, in mezzo a difficoltà e calamità continue, e terminò infine a Roma, a 61 anni, nel 450, la sua esistenza agitata. Con suo figlio Valentiniano III, che fu assassinato cinque anni più tardi, si spense l'ultimo discendente della razza imperiale del grande Teodosio.

La storia dell'estinzione della famiglia di Teodosio segna quella dell'agonia dell'Impero romano, e il mausoleo di Galla Placidia ci appare oggi come la tomba della potenza dei Cesari. Entrando in questopiccolo e tetro sepolcro, rivestito di meravigliosi mosaici, si prova un senso di raccoglimento storico, così intenso come non lo risveglia neppure il mausoleo di Augusto, nè la tomba romana di Adriano. La disgraziata principessa volle essere sotterrata a Ravenna, ch'essa amava e che si era compiaciuta di arricchire di numerose chiese, e non a Roma, a cui la legavano così crudeli ricordi. Si era fatta fabbricare una tomba e l'aveva dedicata, come cappella espiatoria, ai santi Nazaro e Celso.

Ci si rende facilmente conto della diversità dei tempi, quando si paragona questa tomba dell'ultima dinastia imperiale di Roma ai maestosi mausolei dei primi imperatori. E' tutta impregnata di spirito cristiano; la sua forma è quella di una croce latina, lunga cinquantacinque palmi romani e larga quarantaquattro. La cappella è sormontata da una cupola, rivestita di mosaici, come pure lo sono le nicchie e le volte; una mezza luce vi penetra attraverso piccole finestre. Nel mausoleo si trovano cinque sarcofaghi; due piccoli, incastrati nel muro laterale dell'entrata, e tre grandi, posti nelle tre nicchie formate dai bracci della croce. Nella nicchia principale, proprio di fronte all'entrata, si scorge la più grande delle urne, alta sette piedi, semplicissima. Senza dubbio, là riposa la sorelladi Onorio. La tradizione vuole che, durante varî secoli, essa restasse nel sarcofago, seduta su di un trono di legno di cipresso e ricoperta de' suoi paramenti imperiali. Secondo storici più moderni, il corpo non divenne polvere che nel 1577. Si dice pure che dei fanciulli introducessero un cero acceso nei fori del sarcofago e che le pareti prendessero fuoco: così fu ridotto in cenere ciò che restava di Placidia.

Quali personaggi sono rinchiusi negli altri sarcofaghi? Non lo si può determinare in modo esatto. I due più grandi contengono, probabilmente, i resti del generale Costanzo e di sua figlia, la sventurata principessa Onoria che, fidanzatasi al terribile Attila, dopo una vita di passioni avventurose, venne a trascinare stentatamente gli ultimi anni della sua esistenza in un chiostro di Ravenna. L'opinione che il corpo di Onorio si trovi del pari in uno di questi sarcofaghi è senza dubbio priva di fondamento, poichè questo imperatore morì, è vero, a Ravenna, ma fu seppellito nel mausoleo imperiale di Roma, vicino a San Pietro.

I mosaici del mausoleo di Galla Placidia sono notevoli per la loro antichità; risalgono avanti al 450, e sono i più antichi prodotti dall'arte cristiana. Oltre gli arabeschi, felicemente disegnati, rappresentanodelle figure isolate di profeti e di evangelisti e in due punti l'imagine di Cristo. Qui, come in tutte le vecchie chiese di Ravenna, si rimane colpiti dalla fisonomia bella, giovanissima e imberbe del Salvatore. Questa concezione della figura di Cristo corrisponde del resto all'ideale che la gente si formò nei primi tempi del cristianesimo. Soltanto più tardi, il viso del Salvatore venne rappresentato sotto l'aspetto vecchio, tetro e lugubre del tipo bizantino. Ravenna offre la prova manifesta dell'errore di una tale appellazione. I maestri mosaicisti bizantini, e particolarmente quelli dell'epoca di Giustiniano, hanno dovuto lavorare a Ravenna più che in ogni altra città d'Italia. E anche nei mosaici di San Vitale, posteriori di 100 anni circa a quelli del mausoleo di Galla Placidia, noi ritroviamo lo stesso tipo giovanile della figura del Salvatore, molto lontano dalla tradizione detta bizantina e che si riavvicina piuttosto all'ideale primitivo, caratterizzato dalle pitture delle catacombe. Ma lo strano si è che il secondo tipo, quello che offre un'espressione quasi demoniaca, si trova di già sull'arco trionfale di San Paolo, a Roma, decorato egualmente di mosaici per ordine di Galla Placidia, ai tempi di Papa Leone I (440-462), come lo prova anche oggi l'iscrizione:Piacidiae pia mens operis decus... Il Salvatorevi è rappresentato in mezzo busto, in proporzioni sovrumane; l'espressione del viso è tetra, e sveglia un sentimento di terrore. In quei tempi non vi erano certamente a Roma artisti bizantini; i mosaicisti facevano ancora parte dell'antica scuola, di quella che aveva decorato le Terme. Il tipo severo e terribile della figura di Cristo proviene dunque da una concezione romana, e non bizantina.

Molte altre chiese furono fondate a Ravenna da Galla Placidia. Esse esprimono lo spirito profondamente religioso e melanconico di questa donna straordinaria, che consacrò gli ultimi anni della sua vita alle meditazioni religiose e alla pia contemplazione del passato. E, mentre noi non risentiamo che del disprezzo per quel triste Onorio, che, alla presa di Roma, pianse, soltanto, a quanto dicono, la morte del suo pollastro favorito «Roma», la vita così disgraziata e turbata di Placidia c'ispira, al contrario, simpatia e profonda pietà.

Dopo aver visitato la sua tomba, si può andare a vedere quella di Teodorico, che corrisponde alla seconda epoca della storia di Ravenna e ad uno dei più memorabili periodi degli annali d'Italia.

Il duce germanico, Odoacre, avendo, nel 476, messo fine all'esistenza dell'Impero romano d'Occidente ed essendosi proclamatoprimo re d'Italia, governò con saggezza e fermezza in Ravenna, quando fu attaccato da Teodorico. Per tre anni si difese gagliardamente; obbligato, infine, ad arrendersi, fu massacrato nel suo palazzo per ordine del vincitore, nonostante i patti della capitolazione.

E' da Ravenna che Teodorico governò l'Italia, riunita per l'ultima volta in regno sotto la dominazione dei Goti. Egli vi costruì un magnifico palazzo. Se egli avesse mai abitato questo edificio, si potrebbe concludere che la residenza degli ultimi imperatori d'Occidente si era di già sprofondata nella tormenta dell'invasione barbarica. Ma antichi scrittori, che si occuparono del palazzo innalzato da Teodorico, hanno fatto osservare che questi non inaugurò l'edificio costruito per sua cura, la qual cosa nel linguaggio dell'epoca significa che non vi abitò. Se ciò è esatto, caratterizza assai bene il destino degli Ostrogoti, che, in generale, non riuscirono mai a prendere piede stabile in Italia. Il re degli Ostrogoti continuò dunque, probabilmente, a risiedere nel vecchio palazzo imperiale, mentre faceva costruire l'altro, del quale alcuni frammenti sono rimasti.

Si scorgono nella strada principale che, da Porta Serrata a Porta Nuova, traversa Ravenna da un capo all'altro. Là s'innalzaun alto muro in mattoni, sulla parte superiore del quale stanno una grande nicchia e otto piccoli archi romani. Le porte hanno egualmente la forma di arcate romane. Così come sono attualmente, col loro triste aspetto, questi ruderi ci fanno intravedere il medio evo nascente, caratterizzato dallo scomparire della grandiosa concezione architettonica romana. Questa riduzione di dimensioni appare, del resto, in tutti i monumenti di Ravenna. In verità, sarebbe azzardato appoggiarsi alla piccolezza delle vestigie del palazzo gotico di Ravenna per concludere che, nel suo insieme, questa costruzione non era nè sontuosa, nè grandiosa. Gli antichi cronisti affermano che Teodorico si fece portare da Roma e da Costantinopoli marmi preziosi e colonne, e che impiegò specialmente i ricchi avanzi del distrutto palazzo il «Pincio». Ciò è molto strano, poichè Ravenna stessa doveva essere una miniera di magnifici materiali. La residenza di Teodorico era, dicono, contornata da portici e ornata, all'interno, di splendidi mosaici.

Davanti la facciata del palazzo si trovava la statua equestre di Teodorico, in bronzo dorato. La bellezza di quest'opera ha vivamente colpito lo spirito dei contemporanei e di Carlomagno, mediocre conoscitore, in verità, in cose d'arte. Sela morte impedì a Teodorico di stabilirsi nella sua compiuta dimora, vi risiederono però i suoi successori. In seguito, vi si stabilirono gli esarchi, mentre l'antico palazzo degli imperatori subiva la sorte delle dimore imperiali di Roma, cadeva cioè a poco a poco in rovina. La stessa sorte ebbe a sua volta il palazzo di Teodorico, che durò press'a poco due secoli. Carlomagno lo saccheggiò col consenso di papa Adriano I, e ne trasse marmi e mosaici, che fece trasportare a Aix-la-Chapelle, per ornarne la sua celebre chiesa e il suo palazzo. Anche la statua di Teodorico fu da lui trasportata di là dalle Alpi. Però Zirardini, appoggiandosi a documenti antichi, afferma che nell'XI e anche nel XII secolo si faceva ancora menzione del palazzo dei re goti; dei resti assai importanti di esso si erano dunque conservati intatti, almeno sino a quell'epoca. Tutta una parte della città si chiamava «palazzo di Teodorico»; e anche oggi il nome del gran re dei Goti viene conservato da un quartiere di Ravenna, e il viaggiatore può vederlo, non senza stupore, scritto alle cantonate delle strade.

Non si può dubitare che il resto di muro, di cui si parla più sopra, abbia fatto parte del palazzo di Teodorico. La tradizione del luogo, in cui sorgeva questo fabbricato,non poteva in alcun modo perdersi in Ravenna. Del resto, un pezzo di mosaico fortunatamente conservato a Sant'Apollinare Nuovo, rappresentante la facciata del palazzo stesso, riproduce appunto uno stile architettonico analogo a quello del muro che ho descritto. Nel 1654, un legato del Papa fece incastrare in questo muro un'urna di porfido; e siccome questa era stata trovata presso la tomba di Teodorico, ne concluse che aveva contenuto le ceneri del gran re dei Goti e ciò fu arditamente affermato nell'iscrizione oggi ancora visibile.

Il re dei Goti morì il 30 agosto 526, in discordia completa con la chiesa di Roma e con Bisanzio; fu sepolto nel mausoleo che egli aveva fatto costruire per sè e per la sua famiglia, presso l'entrata della città. Questo celebre sepolcro, monumento della dominazione dei Goti in Italia, legame tra due periodi della storia dell'arte, si è conservato fino ai nostri giorni ad un dipresso come il mausoleo di Galla Placidia. La maggior parte dei famosi sepolcri di Roma sono stati completamente distrutti, come quello di Augusto, o trasformati in fortezze e resi affatto irriconoscibili, come quelli di Adriano e di Cecilia Metella; il monumento di Teodorico, invece, ha resistito al tempo, almeno nelle sue parti essenziali.Le arcate che circondavano probabilmente le terrazze del piano superiore, sono sparite; ma i secoli non sono riusciti ad abbattere i contrafforti di pietre da taglio, nè la gigantesca cupola monolita, che sormontava l'ultima dimora del grande re barbarico. Questo monumento è la prima cosa che colpisce il viaggiatore appena giunge a Ravenna, perchè la strada ferrata vi passa vicino, a circa cento metri. S'innalza in mezzo a vigne e giardini. Un viale d'alberi vi conduce; la folta erba che lo ricopre mostra chiaramente la scarsezza dei visitatori. Questa solitudine selvaggia e questa bella verdura armonizzano con i gusti dell'eroe germanico, innamorato della fresca natura, come lo era tutto il suo popolo.

Mentre la pia Placidia che visse per molto tempo a Bisanzio, si faceva seppellire in una cappella quasi sotterranea, splendente di mosaici e d'imagini sante, Teodorico, il re goto, preferiva una sepoltura degna di un capo di barbari del nord e di un Cesare romano. La semplicità grandiosa del monumento, di cui i giganti soli sembrano aver potuto sollevare il tetto di roccia, conviene bene alla memoria dell'anticoDietrich von Bern, dell'eroe di Nibelungi; ma, d'altra parte, il carattere romano dell'insieme della costruzione rievoca il ricordodel germano già quasi trasformato dalla civiltà. Ben si adattava là l'ultimo asilo pel sovrano amico del letterato Cassiodoro, per l'erede, nello stesso tempo che per l'emulo, degl'imperatori della Città eterna.

Al piano inferiore dell'edificio una porta arcata si apre su di una sala a vôlta, avente la forma della croce latina; al piano superiore c'è una porta quadrata che dà accesso alla sala, a cui la cupola serve di soffitto. Le due scale di pietra, che conducono a quest'ultimo piano, non furono compiute che nel 1780. Nessun sarcofago appare più nelle due sale vuote; nessuna iscrizione indica il luogo ove riposavano il gran re e i suoi successori. Nessuno sa dire in quale epoca sparvero le urne funerarie, nè in qual luogo furono trasportate. La leggenda sola racconta che il feretro di porfido di Teodorico stava in cima all'edificio sopra la cupola; ma questo non può essere che un errore, poichè il sarcofago doveva rimanere piuttosto nella gran nicchia del piano superiore, di fronte alla porta d'ingresso. Un'altra leggenda vuole che il sarcofago di Teodorico si trovasse nella chiesa di Santa Prassede a Roma. Più ammissibile è che, allorquando Belisario s'impadronì di Ravenna, i Greci e gl'Isaurii abbiano saccheggiato, pervendetta, l'interno del mausoleo e disperse lontano le ceneri del valoroso capo dei Goti; e se il sarcofago non fu distrutto allora, probabilmente uno degli esarca lo fece trasportare a Bisanzio come trofeo. In ogni modo, Carlomagno certo non lo trovò a Ravenna, perchè altrimenti l'avrebbe fatto trasportare ad Aix-la-Chapelle, ove, forse, sarebbe andato a inchinarsi.

Teodorico, costruendo la sua tomba sperava, sicuramente che tutta una sua dinastia vi sarebbe venuta successivamente a riposare; ma s'ingannava. La sua casa doveva bentosto crollare, in un rapido e terribile cataclisma, e l'impero intiero dei Goti venir travolto dalla stessa tormenta. Si pensa a questa brusca catastrofe, quando ci si trova in mezzo al mausoleo, fra le nude muraglie, e si cercano invano le traccie dei morti, ai quali doveva servire d'asilo. Amalasunta, la nobile e intelligente figlia di Teodorico, vi seppellì, nel 534, suo figlio Atalarico, ultimo rampollo del ramo paterno, ucciso, nell'età più tenera, dagli stravizi italiani. Poco dopo, Amalasunta fu strangolata, in un'isola del lago di Bolsena, e, a quanto sembra, il suo corpo fu riportato a Ravenna. Il suo sposo e, probabilmente, suo assassino, Teodato, sgozzato nel 536, mentre fuggiva da Roma verso Ravenna, non trovò neppurlui riposo nel mausoleo di Teodorico; e neanche la disgraziata Matavinta, figlia d'Amalasunta, che Vitige, successore di Teodato, aveva costretto ad accettarlo per marito. Come Vitige, essa terminò i suoi giorni in prigione a Bisanzio o in qualche altra città dell'Oriente. Quanto agli ultimi re ostrogoti, nessuno di essi lasciò a Ravenna la sua spoglia mortale. Il valoroso Totila fu seppellito sugli Appennini e Teia ai piedi del Vesuvio, sul campo di battaglia, ove aveva lottato come un eroe omerico.

Il viaggiatore tedesco sente passare su di sè il grande soffio della storia e, nello stesso tempo, prova un profondo e malinconico amore per la sua patria, quando, isolato in quel deserto di verdura, contempla la tomba di Teodorico. Intorno al severo monumento del re ostrogoto aleggiano le ombre di quel secolo eroico, in cui l'epopea greca di Omero sembra confondersi con l'epopea tedesca dei Nibelungi. La mente evoca le imagini di Belisario, di Narsete, di Totila, di Teia, di Teodorico e di Amalasunta, di Cassiodoro, di Procopio, di Boezio, di Giustiniano, di tante altre figure di goti e di greci, che recitarono la loro parte in uno dei più meravigliosi drammi che la storia universale annoveri, nel caos delle nazionalità, delle civiltàche si confusero e si combatterono sulla soglia del medio evo. A Roma, l'arco trionfale di Costantino segna la frontiera tra il paganesimo e il cristianesimo; a Ravenna il monumento di Teodorico è il tratto d'unione tra il mondo antico e il medio evo germanico-romano, mentre è, nello stesso tempo, la tomba dell'arte, della letteratura, della scienza e della civiltà, protetta in generale da Teodorico e da sua figlia, ma condannata a sparire dopo essi, per secoli e secoli, nelle fitte tenebre della barbarie. Le fondamenta della tomba si sprofondano ogni giorno di più nel sottosuolo paludoso. Un papa, bene intenzionato, Gregorio XVI, se non erro, tentò di sviare le acque stagnanti per mezzo di un canale murato, ma il suo tentativo fallì. Ho trovato io stesso, nella stagione più asciutta dell'anno, un vero pantano che, in autunno, immagino, invaderà il piano inferiore del monumento. Il peggio si è che le pietre da taglio del piano superiore qua e là si staccano. Il conte Alessandro Cappi, amante della conservazione di Ravenna, si è lagnato amaramente con me dello stato di abbandono, in cui si lascia il monumento, pel quale nulla si è fatto da molti anni; e io non posso qui che unirmi a lui per scongiurare gl'Italiani a prendere, il più prontamente possibile, delle misure attea preservare da una maggiore ruina questo importante documento dei secoli scorsi. Chi si ricorda le parole di Cassiodoro, ultimo dei Romani, ministro dell'immortale Teodorico? Siccome si portava dinanzi a lui, contro i Goti, l'accusa di essere i distruttori della civiltà antica, egli gridò: «Gothorum laus est civilitas custodita!» E' questo un proposito, al quale si dovrebbero ispirare gl'Italiani d'oggi; se essi hanno un diritto storico sul monumento di Teodorico, noi tedeschi gli siamo legati da una specie di attaccamento morale. A questo titolo, mettiamo il mausoleo del gran re dei Goti sotto la protezione del sentimento di pietà che ordinariamente ispirano i ricordi del proprio passato glorioso. Grazie a Dio, non siamo più a quell'epoca di vero vandalismo, in cui si abbandonavano con indifferenza al disfacimento e alla rovina i più maravigliosi monumenti dell'arte e della storia.

Alla fine del 539, il grande Belisario fece la sua entrata da vincitore nella città di Ravenna, fino allora inespugnabile, e si stabilì nella dimora abbandonata di Teodorico. Non è pertanto a lui, ma al suo emulo in valore e gloria, all'eunuco Narsete che il destino riserbava l'onore di por fine alla spaventosa guerra intrapresa contro i Goti. Giustiniano nominò questo generalepatrizio e governatore delle sue Provincie d'Italia; e Narsete fissò la sua residenza nel palazzo di Teodorico, e Ravenna continuò a essere considerata come la capitale d'Italia.

La più celebre delle chiese di Ravenna è quella di San Vitale, presso il mausoleo di Galla Placidia. Cominciata nell'ultimo anno di regno di Teodorico e continuata durante tutto il periodo della guerra contro i Goti, era ancora incompiuta, quando Belisario fece la sua entrata nella città. Finalmente, nel 547, l'arcivescovo Massimiano consacrò la chiesa nel momento in cui, per la seconda volta, Totila assediava Roma, e Belisario, per la seconda volta pure, la difendeva vittoriosamente. La costruzione di San Vitale è dunque contemporanea alla caduta dei Goti e glorificò il trionfo di Costantinopoli. Nella stessa epoca Giustiniano erigeva, nella sua capitale, il magnifico monumento di Santa Sofia, di cui l'imagine si riflette nella forma di San Vitale. Per la storia dell'arte, questa basilica bizantina rappresenta il tipo più puro dell'architettura e della pittura del periodo giustiniano, di cui restano, a parte Santa Sofia, così pochi monumenti originali anche in Costantinopoli. Ciò, sopratutto, per i mosaici così numerosi e così ricchi in tutte le basiliche bizantine deltempo di Giustiniano e di cui la maggior parte sono oggi scomparse.

San Vitale ha la forma di un ottagono, con cupola. Delle colonne interne sostengono la chiesa, e una galleria di archi la circonda a mezza altezza. La cupola era un tempo rivestita di mosaici, ma questi a poco a poco sono caduti, mentre conservati si sono invece nella loro integrità i celebri mosaici del presbiterio. L'edificio fu così solidamente costruito, che l'opera dura da 1300 anni, senza aver subìto la minima riparazione notevole: fatto questo veramente importante nella storia del mosaico. I rivestimenti di San Vitale sembrano appartenere a due epoche distinte, separate probabilmente da un secolo d'intervallo. I più recenti mosaici sono nella parte superiore del presbiterio. Le figure del Cristo e degli apostoli si avvicinano digià a ciò che si è convenuto chiamare tipo bizantino. Il Cristo è barbuto ed ha lunghi capelli biondi. Al contrario, nella tribuna il Salvatore appare con un viso più giovane; è seduto fra due angeli, sul globo del mondo, e offre la corona al martire Vitale, mentre a sinistra sant'Ecclesio, fondatore della basilica, gli porge la pianta dell'edificio. Il Cristo porta l'aureola con la croce, ed è vestito di un manto scuro, tutto di un colore. L'espressionedi questa giovane fisonomia ha nello stesso tempo tanta grazia antica e purezza ideale, quanta non ricordo di averne mai riscontrata in nessun altro mosaico. Nella stessa tribuna l'artista ha osato rappresentare, al lato dei sacri personaggi, dei ritratti profani e contemporanei, quelli dell'imperatore Giustiniano e de' suoi cortigiani. Non conosco un altro esempio simile, poichè il celebre mosaico laterano a Roma, che rappresenta Carlomagno, non era destinato che ad una sala da pranzo. Sul muro di destra della tribuna si vede Giustiniano in piedi, la testa cinta da un'aureola; il che prova come allora questo simbolo non avesse ancora il significato dogmatico attribuitogli più tardi. Egli porta in mano un'offerta; sulla sua veste semplice e scura brilla una stella d'oro; i suoi piedi sono calzati da coturni di porpora bizantina; la testa è giovanile, di un ovale regolare, il corpo vigoroso e slanciato. L'imperatore ha i baffi, mentre i guerrieri che lo circondano, armati di lance e scudi col monogramma di Cristo, appaiono assolutamente imberbi. Dall'altra parte del dipinto, san Massimiano, seguito da due ecclesiastici, s'avanza incontro a Giustiniano. Si direbbe che, per rispetto alla maestà imperiale, la quale, del resto, rivendicava anche quella del supremo pontificato, si sia volontariamentespogliato dell'aureola; egli, difatti, non porta tale attributo; tratto caratteristico, questo, del dogma bizantino e che riflette la natura inaccessibile e il prestigio divino della potenza imperiale. Sappiamo, d'altronde, che l'aureola fu originariamente tratta dalle imagini di Apollo e che essa circondava digià la testa degli imperatori romani onorati nell'apoteosi.

Di fronte, sulla parete sinistra della tribuna, si vede la sposa dell'imperatore, Teodora, un tempo prostituta a Bisanzio e famosa per l'abilità sfrontata con cui riproduceva sul teatro le scene più impudiche, in seguito imperatrice d'Oriente e d'Occidente; essa pure è riprodotta con l'aureola di Cristo sulla testa, in un santuario, in mezzo ai Santi! Conoscendo le incredibili storie che su questa donna narra Procopio, il cronista di Belisario e l'ultimo degli scrittori classici dell'antichità, e ricordando come egli abbia stigmatizzato nella suaStoria secretail carattere di Giustiniano, si rimane veramente stupiti di trovare una simile imagine in un quadro sacro di chiesa. Certo, noi non ne vorremmo essere privati per questo, poichè hanno per la storia un prezzo inestimabile. E siccome l'arte di quell'epoca era ancora capace di esprimere le rassomiglianze, si può ammettere che queste figureimperiali non fossero parto di fantasia e che si avvicinassero abbastanza all'originale.

Teodora v'è rappresentata come una donna giovane, bella, imponente e di aspetto veramente imperiale. Porta il sontuoso diadema bizantino, e il suo sacro mantello è riccamente ornato, alla foggia orientale, di ricami d'oro e di pietre preziose. Come Giustiniano, essa tiene in mano un vaso che porta a titolo di offerta. Ai suoi lati le dame della corte, di nobile aspetto come la loro padrona, sono vestite di broccato drappeggiato all'antica, in colori ricchi e svariati. E' notevole la loro pettinatura, la quale ricorda esattamente quella delle donne romane del tempo de' Flavii e degli Antonini. Sarebbe azzardato voler ritrovare dei ritratti autentici in queste figure, che si rassomigliano le une alle altre; ma pur tuttavia tali tipi muliebri, appartenenti all'epoca più brillante, più sontuosa, più raffinata della corte di Bisanzio, non si possono guardare senza interesse. L'artista ha dato loro un carattere di vera grandezza, senza mai cadere nell'esagerato. Un'eguale espressione di solennità e di gravità è trasfusa nella loro fisonomia, e così, nonostante il carattere profano, la santità del luogo non è turbata. Esaminando quegli splendidi mosaici non si può fare ameno di rilevare che l'arte bizantina, di cui sono un'emanazione, era ancora ben vicina all'antichità. Non vi è traccia di quella concezione religiosa esaltata, nemica di ogni gioia umana, nè di quello stile rigido monastico che si è preso l'abitudine, non so perchè, di chiamare bizantino.

Per ricche che siano le chiese di Roma in mosaici, non ne possiedono che di quelli dal VI secolo in poi, e non possono certo paragonarsi al valore artistico e storico di quelli di San Vitale. Mentre s'innalzava la basilica di Ravenna, o tutt'al più dieci anni dopo, sotto il governo di Narsete, si costruiva a Roma la chiesa dei Dodici Apostoli. Disgraziatamente dei mosaici che la ornavano nulla oggi resta. I soli mosaici conservatici di quell'epoca sono quelli dell'antica basilica dei Santi Cosma e Damiano, basilica costruita da Papa Felice IV sul Foro Romano (524-530). Lo stile n'è vigoroso e originale; ma sono ancora lontani dalla perfezione artistica dei mosaici di Ravenna.

Fui lieto di trovare in S. Vitale dei mosaicisti romani, che vi lavoravano da molti anni, sino dai tempi del Governo pontificio, intenti a restaurare i mosaici. Ci fu un tempo in cui, essendo quest'arte sparita da Roma, si facevano venire artisti da Bisanzio o dalla celebre scuola di Montecassino.Ma le cose cambiarono nel secolo XIII, quando, sotto Innocenzo III e Onorio III, l'arte romana prese un novello impulso. Da allora fino ai nostri giorni, con lievissime interruzioni, l'arte del mosaico si è mantenuta florida sulle sponde del Tevere.

Gli operai, padre e figlio, che incontrai a Ravenna, appartenevano ad una famiglia che da più generazioni praticava quest'arte, appunto come la famiglia dei Cosmati, i quali vissero a Roma nel XIII secolo. Ribel, uno dei mosaicisti, era, quando lo vidi, occupato a ripulire e riparare le parti guaste d'un mosaico laterale della tribuna, con un prodotto chimico testè scoperto, il quale permette di rendere ai mosaici, anneriti dal tempo, tutto il loro splendore. La prova che il mosaicista stava compiendo su una delle figure era talmente ben riuscita, che l'imagine, ringiovanita e rinfrescata, brillava dei più vivi colori. Col tempo tutti i quadri di San Vitale saranno sottomessi alla stessa operazione, e allora solamente potremo godere pienamente la loro primitiva bellezza.

Quegli artisti mi offrirono, come ricordo, un oggetto che non si trova certo facilmente neglialbumsdi fotografie: il ritratto di Giustiniano, in formato di carta da visita. Essi avevano trovato un'imagine di questo imperatore in certi pezzi di mosaico,che dovevano aver adornato un tempo il muro interno, situato al disotto della porta di Sant'Apollinare l'avevano pulito e fotografato. Giustiniano vi era rappresentato come a San Vitale, ma soltanto in mezzo busto. Il suo viso somigliava a quello che ammirasi nella basilica, ma appariva più pieno e leggermente effeminato. Aveva la stessa toga sacra, attaccata alla spalla da un fermaglio di diamanti; il diadema era ornato, come sulle monete, da due file di pietre preziose. Attorno al viso si delineava egualmente un'aureola circolare, di color rosso porpora, cosparsa di punti bianchi, simili a perle. La figura si staccava su di un fondo d'oro, e al disotto si leggeva in caratteri romani il nome di Giustiniano. Un ritratto interessantissimo insomma.

La bella basilica di Sant'Apollinare fu compiuta quasi alla stessa epoca di San Vitale.

L'esterno, come quello delle altre basiliche di Ravenna, non ha verun interesse. Il campanile al suo fianco ha quella forma speciale che sembra particolare a Ravenna, ove se ne trovano parecchi altri esemplari. Queste tane, di aspetto barbaro, sono circolari e di altezza media, costruite di rozzi mattoni, senza armature, nè altri ornamenti, forate da piccole finestre arcate, cheuna piccola colonna divide in due parti. Credo siano costruzioni dell'VIII o del IX secolo, piuttosto che del VI. L'interno della chiesa si divide in tre vani, che sopportano ventiquattro colonne di marmo greco e che, come la maggior parte delle basiliche di Ravenna, presentano un carattere di nobile semplicità. Ciò che distingue queste chiese dalle costruzioni romane della stessa epoca, è che esse hanno conservato un'impronta di grazia serena e come attaccata ancora alle potenze terrestri. Si nota pure che esse sono la libera produzione di un'epoca piena di vita realizzante, con la sua propria originalità, un ideale passato allo stato di tipo. Benchè la vecchia città, cadente in rovina, dovesse, a quel tempo, fornire ampia messe di colonne antiche, gli architetti di Sant'Apollinare hanno sdegnato servirsene. Le loro colonne e i loro capitelli omogenei, ancora più difficili a produrre, sono opere originali e non copiate da altri monumenti antecedenti. È l'opposto di Roma, ove, per costruire una nuova basilica, riunivano ordinariamente il maggior numero possibile di materiali tolti da edifici antichi, ruinando colonne ed anche capitelli eterogenei.

Il vano centrale di Sant'Apollinare è ornato di bei mosaici. Se i mosaici diSan Vitale sono notevoli per le personalità storiche, di cui ci offrono l'imagine, quelli di Sant'Apollinare lo sono per la rappresentazione dei monumenti esistenti in Ravenna a quell'epoca. Sulla parete destra del vano centrale si scorge, brillante di colori freschissimi, la città di Ravenna, con la chiesa di San Vitale, con vari altri monumenti e col palazzo di Teodorico.

Sul frontone del monumento si legge, a lettere d'oro, un nome che non poteva appartenere che alla dimora di Teodorico, quello diPalatium. Seguono venticinque imagini di santi, che tengono in mano delle corone, separati gli uni dagli altri da palme. Al termine della schiera, contornato d'angeli, sta un Cristo vestito di scuro e seduto su di un trono.

Sul muro di sinistra, una composizione simmetrica rappresenta un corteo di giovani sante, un'adorazione di magi e una riproduzione architettonica. La Vergine occupa il trono, ed è una figura dolce e graziosa; ha la testa cinta dal velo delle religiose. Quanto ai re magi, la loro origine barbara si manifesta nei mantelli corti fatti di broccato, nei colori vistosi e nell'abito intero. Prive di ogni personalità, uniformi anche nelle linee del volto, le sante donne sono avvolte in ricche stoffe bizantine e in veli bianchi; portano il diademagreco sulla testa. Queste imagini limpide, finemente ombreggiate, si distinguono da certe figure di santi appartenenti alla più antica maniera, come se ne vedono nelle basiliche romane, per esempio in San Paolo e in altre chiese, il più delle volte sull'arco di trionfo e sui quadri laterali delle tribune. Si ritrova in quelle di Sant'Apollinare la tradizione dell'arte antica. Nessun segno in esse della vicina barbarie; la monotonia stessa dei tipi non stanca l'occhio, e dà piuttosto all'insieme una specie di pace solenne, animata dalla grazia dei contorni e dalla ricchezza dei costumi.

All'estremità del mosaico si vede il sobborgo di Classe, oggi distrutto, che fa riscontro all'imagine di Ravenna della parete opposta. E' un castello solidamente fortificato, con torri merlate, a cui si stende dinanzi il mare azzurro, cosparso di vascelli dalle bianche vele. Nel suo complesso è di un effetto straordinario.

Ravenna non possiede nessun'altra chiesa che possa eguagliare la nobile opulenza e le felici proporzioni di Sant'Apollinare. Ha però ancora un certo numero di vecchie e notevoli basiliche, che mi limiterò ad indicare. Teodorico vi aveva fatto costruire parecchie chiese ariane, come quella dello Spirito Santo, ancora esistente, e di SantaMaria in Cosmedino: non mi ci fermerò, come non intendo fermarmi a parlare di altri monumenti più antichi, dell'epoca di Galla Placidia, come San Giovanni Evangelista, Sant'Agata e San Francesco. Solo la cattedrale della città meriterebbe uno studio profondo, perchè fu la sede dei patriarchi, un tempo così potente, ma ricostruita intieramente nelXVIIIsecolo. Questa cattedrale era la più antica delle chiese di Ravenna, di poco posteriore alle chiese romane di San Pietro e San Paolo e di San Giovanni in Laterano, risalendo all'arcivescovo Urso, da cui gli venne il nome di Basilica Ursiana. In origine era una basilica a cinque navate riposanti su cinquantasei colonne. Ne' suoi muri si trovavano rappresentate in gran numero scene della storia di Ravenna. Tutto ciò ora è scomparso, e qualunque sia l'interesse di alcune parti del nuovo fabbricato, niente di esso attrae in modo speciale la nostra attenzione.

Gli archivi del palazzo arcivescovile costituiscono oggi il suo tesoro più prezioso. La collezione delle pergamene, composta di quasi 25,000 documenti, quella dei papiri, che risale sino al secoloV, poteva essere considerata come una miniera inesauribile di documenti prima che partedi queste due collezioni fosse trasportata al Vaticano, parte distrutta e dispersa.

A poca distanza dal Duomo si trova ancora il vecchio battistero di San Giovanni in Fonte, esso pure attribuito all'arcivescovo Urso. Questa curiosa costruzione ottagonale si compone di due file di arcate romane sovrapposte, d'aspetto antichissimo, ed è sormontata da una cupola interamente ricoperta di mosaici, rappresentanti il battesimo di Cristo e i dodici apostoli.

Fuori della città si possono ammirare due vecchie basiliche: Santa Maria in Porto e Sant'Apollinare in Classe. Quest'ultima è, senza dubbio, la più bella chiesa di Ravenna. Visitiamola. Come è noto, una volta il mare si avanzava sino a poca distanza dalla città e, in grazia di questa vicinanza e dei corsi d'acqua e delle lagune, Ravenna godeva una sicurezza e un'importanza commerciale pari a quelle che più tardi dovevano fare la fortuna di Venezia. E come Venezia, Ravenna, di cui la fondazione risale a tempi favolosi, era originariamente in parte costruita su delle isole.

L'imperatore Augusto, conquistato da questa posizione topografica eccezionale, aveva deciso di riparare a Ravenna la flotta dell'Adriatico; di là l'origine del sobborgodi Cesare e di Classe, di cui il secondo prese il nome dalla stazione navale stessa. Per lunghi anni Ravenna serbò il monopolio del commercio nell'Oriente; poi, l'interramento del suo porto e circostanze politiche, finirono per produrre la sua decadenza, tutta a profitto di Venezia.

Da allora l'Adriatico si è ritirato a sette miglia dalla città, in guisa che non lo si scorge più da nessuna parte. Solo il vento umido, che giunge dal largo e passa al disopra delle foreste della costa, rivela la vicinanza del mare. Il punto stesso del vecchio porto non può più essere determinato con esattezza. Il nome d'una chiesa presso le mura della città, Santa Maria in Porto, e anche la piazza di Sant'Apollinare in Classe, sono le sole a indicare la regione, dove si trovavano un tempo i bacini e gli arsenali.

Per arrivare alla basilica di Classe bisogna percorrere circa tre miglia, in direzione nord-est. Da prima si traversa il Ponte Nuovo, al disopra del fiume Ronco; poi si scorge, a due miglia di distanza, in una solitudine completa, l'antica chiesa con a lato il campanile rotondo e cupo. Tutto all'intorno si stende una vasta pianura paludosa, d'aspetto severo e malinconico, rotta qua e là da risaie. Dalla parte del mare si scorge, come una cintura diun verde scuro, la celebre e immensa Pineta. Verso ovest s'innalzano all'orizzonte, lontano, le cime azzurognole degli Appennini.

Sant'Apollinare fu costruita nel 535 da Giuliano Argentario, al quale si attribuisce la maggior parte delle basiliche di Ravenna di quell'epoca. Nel 549, la chiesa fu consacrata dal patriarca Massimiano, il quale terminò anche San Vitale. Del portico quadrato che la circondava, non rimane più che la parte anteriore, la quale forma ora il vestibolo; questo, in tutte le vecchie chiese di Ravenna, è specificato col nome di Ardica (derivato da Narte). L'interno della basilica è magnifico; le sue proporzioni sono maestose e semplici. Ventiquattro superbe colonne di marmo greco, non tolte a templi antichi, ma scolpite espressamente per questo monumento e ornate di capitelli simili, separano le navate. Secondo l'uso primitivo, il tetto a travicelli non ha ornamenti. Lo spirito dei tempi antichi spazia su tutto il monumento, e questa impressione è vieppiù rafforzata dallo spettacolo di una lunga schiera di sarcofaghi nelle pareti delle navate laterali. Non ho visto in nessun'altra città, tranne ad Arles, una così grande quantità di sarcofaghi innalzati isolatamente nell'interno delle chiese. La vista di quelli diSant'Apollinare ha immediatamente risvegliato in me il ricordo della famosa strada coperta di tombe della vecchia città provenzale.

Le urne funerarie di Ravenna si distinguono in maniera tutta speciale dai sarcofaghi romani dell'epoca cristiana. Roma ne possiede un gran numero, molto interessanti, in parte del secondo periodo del medio evo; se ne trovano nelle Grotte del Vaticano, nel museo di San Giovanni in Laterano e qua e là nelle chiese. Numerose tombe dei primi tempi del cristianesimo sono anche ornate da soggetti religiosi, scolpiti in rilievo. Le urne funerarie di Ravenna, invece, appartengono all'epoca gotica bizantina e anche all'epoca barbara, e quasi sempre sono dei sarcofaghi molto massicci, fatti di marmo greco, d'un bianco giallastro, senza ornamenti, tranne i simboli cristiani e una semplice iscrizione. A parer mio, nessuno di essi è improntato all'antichità pagana, come a Roma in alcune tombe papali. A Ravenna sono state tutte eseguite per lo scopo a cui erano destinate. Le loro forme, grandiose e originali, producono una profonda impressione; si direbbe che tali sarcofaghi, dalle volte sollevate e massiccie, abbiano servito di sepoltura a eroi goti, piuttosto che a patriarchi.

Sembra che l'arte della scultura fosse già spenta a Ravenna, avanti i tempi di Galla Placidia, poichè non la si ritrova viva che nei suoi rapporti diretti con l'architettura. L'arte di riprodurre figure si concentrò interamente nel lavoro del mosaico, e vi produsse, in quei tempi semi-barbari, una ricca e preziosa fioritura. Conforme all'uso cristiano, quei sarcofaghi venivano posti un tempo sotto il portico esterno della chiesa. Essi racchiudono i corpi dei patriarchi della città, dalVall'VIIIsecolo. A somiglianza di quanto si è fatto nella chiesa di San Paolo fuori le mura, a Roma, si sono ornati i muri delle navate di una fila di ritratti, rappresentanti la lunga serie degli arcivescovi di Ravenna; ma questa decorazione è di recente data. Come la lista dei Papi comincia da San Pietro, quella dei metropolitani di Ravenna si apre col missionario Apollinare, fondatore dell'arcivescovato. Il patrono e capo gerarchico di Ravenna era stato, secondo la tradizione romana, istituito vescovo da San Pietro, a Roma; era, dunque, discepolo del principe degli apostoli. Tuttavia, si rivendicò molto tempo per lui, contro San Pietro, la supremazia sul mondo cristiano; o, per essere più precisi, i vescovi di Ravenna suoi successori rifiutarono per vari secoli il primato di Roma. Le ricchezze temporali del seggiodi Sant'Apollinare erano, d'altronde, considerevoli, poichè gli arcivescovi possedevano immobili lontani, perfino in Sicilia e in Oriente. Dopo la caduta del regno longobardo, come ho già ricordato, si eressero un momento a padroni dell'Esarcato, contro le pretese dei Papi.

Il patriarca di Ravenna era ancora, nell'XIsecolo, così ricco e così potente che l'imperatore Enrico IV, durante la sua lotta contro Gregorio VII e la contessa Matilde, trovò in lui il suo più forte sostegno. Fu l'arcivescovo della città, Vilberto, che l'imperatore scelse per elevare alla dignità di anti-papa, sotto il nome di Clemente III; ma questo avvenimento segnò il termine della grandezza della chiesa di Ravenna.

All'epoca in cui l'Impero era fiorente, parecchi tedeschi furono innalzati dall'Imperatore alla dignità di arcivescovi di Ravenna e dotati per questo titolo di larghi privilegi.

La città vide pure qualcuno de' suoi metropolitani salire sul seggio pontificio, fra questi il ferreo Giovanni X e il celebre Gilberto o Silvestro II, ai tempi di Ottone III. Nello stesso tempo circa, due grandi santi, Romualdo e Pietro Damiano, gettarono un vivo splendore sulla chiesa di Ravenna. La storia degli arcivescovi forma, dunque, fino ai secoliXIIeXIIIparteintegrante degli annali della chiesa romana e del medio evo italiano. Il primo tentativo di un'opera su questa storia risale alla metà delVIIsecolo, e fu Agnello da Ravenna a compierlo. La sua opera, ilLiber pontificalis, reca l'impronta di quel tempo ancora barbaro, ma la sua antichità la rende di gran valore, e le numerose e preziose informazioni storiche che racchiude, le danno un prezzo inestimabile, mentre la sua infantile ingenuità la circonda di una certa grazia.

Dopo Carlomagno, fino all'epoca degli Hohenstaufen, ben pochi imperatori tedeschi tralasciarono di visitare Ravenna, sia nei loro viaggi a Roma, sia durante le guerre che sostennero in Italia: lo si rileva dagl'itinerarî:

La capitale dell'antico esarcato offriva agl'imperatori una forte posizione nella penisola, durante le loro lunghe lotte con le città e i Papi.

I titoli di proprietà che la Santa Sede faceva valere su Ravenna, non erano riconosciuti dagl'imperatori. Dal tempo degli Ottoni, la Romagna e l'esarcato venivano trattati come terre dell'Impero e governati da conti imperiali. Fu Rodolfo degli Hasburgo il primo a rinunziare solennemente, in favore della Santa Sede, ai diritti che per tutta l'antichità l'Impero avevarivendicato su quelle provincie. Gli Ottoni ebbero per il soggiorno di Ravenna una predilezione speciale; e Ottone I, sopratutto, non vi dimorò meno di cinque volte, nel 967, 968, 970, 971 e 972. Questo principe, il più potente dei sovrani tedeschi che stesero la loro dominazione sull'Italia, considerava così poco il Papa come padrone di Ravenna, che si fece costruire un nuovo palazzo presso le mura della città. Il luogo di questa dimora imperiale non si può determinare con esattezza; certo è che nè Cesare, nè Classe erano ancora scomparse a quel tempo.

Ottone II dimorò due volte a Ravenna e Ottone III vi soggiornò a tre riprese. Fu qui che questo giovane principe proclamò il primo dei Papi tedeschi, suo cugino Bruno, che dopo, sotto il nome di Gregorio V, si pose sulla propria testa la corona imperiale. Ottone III amava Ravenna e i suoi santi, con quella passione esaltata che fu il segno distintivo del suo carattere. Ivi egli elevò dal seggio episcopale alla dignità pontificia il suo maestro, l'illustre Gerberto. Pochi anni appresso, Ottone III ripassava da Ravenna, questa volta fuggiasco, cacciato dai Romani, e vi rimaneva per alcune settimane, nel monastero di Classe, nella cella del famosoRomualdo, sotto il saio monacale e in mezzo a pratiche di penitenza.

Di questo avvenimento rimase ancora memoria sui muri della basilica, in iscrizione moderna, è vero, e di fattura ecclesiastica.

Eccone la traduzione: «Ottone III, imperatore di Germania, re dei Romani, sottomettendosi alla regola severissima di san Romualdo per la remissione dei suoi peccati, venne scalzo dalla città di Roma al monte Gargano, dimorò quaranta giorni come penitente in questo chiostro e in questa basilica, espiò i suoi delitti sotto il cilicio e con mortificazioni volontarie, dando un augusto esempio di umiltà e, Imperatore, illustrò questo tempio e insieme il suo pentimento»[11].

Il celebre convento di San Romualdo non fu soppresso che sotto il regno di Napoleone I. I suoi fabbricati in rovina si trovano presso la basilica, fra cespugli di felci e olivi. I monaci sono dispersi; uno solo fra essi erra ancora malinconiconella chiesa della quale è guardiano. La vecchia basilica rovina, insieme col campanile che le è al lato, e somiglia piuttosto a un faro che ad un campanile. La desolazione del vecchio monumento è infinita, e lo spettacolo della campagna deserta che lo circonda, dà una tristezza immensa, mentre è di una indescrivibile bellezza. Ho visto quella grande pianura paludosa durante un uragano che brontolava lontano sull'invisibile Adriatico e che aveva coperto il cielo di nere nubi. Le acque addormentate, coperte di piante acquatiche, le ruine sprofondate, la vecchia basilica e gl'immortali ricordi che essa evoca, la strada deserta che traversa la campagna nella direzione di Cesena, la cupa foresta di pini che si stende a perdita d'occhio e le cui cime gigantesche si stendono calme e maestose come grandi palme; dall'altra parte, attraverso l'atmosfera solcata di lampi, le torri dell'antica città: tutto questo insieme silenzioso, melanconico e morto, senza un cinguettio d'uccelli, senza un profilo umano, contribuisce a gettare l'anima in una profonda e indicibile commozione.

Le rive melanconiche del Ronco conservano ancora il ricordo di un altro avvenimento storico, quello che ha segnato la giornata dell'11 aprile 1512, uno dei piùterribili scontri che abbia insanguinato il suolo italico, una lotta così eroica che Teodorico e Odoacre stessi ebbero ad ammirare il valore dei combattenti. E' là che gli eserciti alleati degli Spagnoli e del bellicoso Papa Giulio II, correndo in soccorso del generale Marco Antonio Colonna, rinchiuso in Ravenna, furono assaliti dalle truppe di Luigi XII, re di Francia, comandate dal giovane Gastone di Foix. I Francesi riportarono la vittoria; ma la pagarono con la vita del loro illustre ed eroico generale.

I più celebri capitani dell'epoca, quelli che dovevano illustrarsi nel gran secolo di Carlo V, spagnoli, francesi, italiani, tedeschi, il fior fiore dell'aristocrazia, tutti presero parte alla battaglia. Un grande poeta, l'Ariosto, si trovava nel campo del duca di Ferrara, e colui che più tardi doveva essere papa Leone X, allora legato, fu fatto prigioniero.

Se Gastone di Foix avesse sopravvissuto alla sua vittoria, nulla gli avrebbe impedito d'impadronirsi di Roma e di Papa Giulio II. Ma la buona sorte che si è sovente attaccata alla Santa Sede, apportò un buon cambiamento; i Francesi vincitori furono bentosto vinti e costretti a lasciare l'Italia.

La colonna commemorativa che si vede ancora oggi sul campo di battaglia, sulla riva del Ronco, fu eretta nel 1557, per cura del governatore pontificio della Romagna, Donato Cesi, che divenne più tardi cardinale. Delle iscrizioni incise su medaglioni di arte molto mediocre ricordano il grande avvenimento.

Non ho, disgraziatamente, potuto visitare la celebre foresta di pini, conosciuta sotto il nome di Pineta. La foresta sembra risalire ad una lontana antichità. Si dice che già al tempo dei Romani se ne traessero i materiali per la gettata del porto. L'esercito goto vi accampò, quando Teodorico assediò Odoacre in Ravenna. La maggior parte si compone di boscaglie di piante diverse, in mezzo alle quali si innalzano gli alti fusti dei pini. I frutti di questi alberi racchiudono delle nocciuole, a forma di mandorle, di cui Ravenna fa un commercio molto esteso. Si calcola a diecimila il numero delle staia di tale frutto, che ogni anno vengono spedite fuori. Gli abitanti di Ravenna mi hanno fatto delle descrizioni incantevoli dell'interno selvaggio e deserto della loro Pineta, delle macchie nelle quali i cacciatori inseguono il cinghiale, e delle regioni in cui la foresta si avanza sino alla costa e viene a morirein riva a golfi pittoreschi, bagnati dal mare. Il bosco si estende lungo l'Adriatico per una lunghezza di ventiquattro miglia, dalla città di Cervia sino alla foce del Po, chiamata Spina oSpinetrium. Misura tre miglia nella sua maggior larghezza.

Noi abbiamo studiato i monumenti di Ravenna, seguendo il succedere dei tempi piuttosto che l'ordine topografico, e non ci siamo occupati che di qualcuno di essi, di quelli che caratterizzavano meglio la loro epoca. Abbiamo rilevato che la grande epoca guelfa non si ritrova quasi in nessun palazzo, in nessuna chiesa. Ma in mancanza di questi monumenti, gli abitanti di Ravenna mostrano con orgoglio, in un vicolo secondario, una piccola cappella funeraria, che essi non cambierebbero con la più bella cattedrale del mondo. Là è sotterrato, a lato di Galla Placidia e di Teodorico, il più gran genio dell'Italia, eroe e vittima della lotta dei Guelfi e dei Ghibellini, a cui ha innalzato un monumento imperituro.

Quand'anche Ravenna non avesse altra attrattiva che la tomba di Dante, e altra gloria che quella di aver offerto l'ultimo asilo al Poeta, ciò basterebbe a preservare eternamente il suo nome dall'oblio.

Fu nel 1320 che Dante, senza patria e nella più estrema povertà, si recò da Veronaa Ravenna. In quei tempi, racconta il Boccaccio, un nobile signore, Guido da Polenta, era padrone di Ravenna, città antica e celebre della Romagna. Egli era molto erudito nelle scienze liberali, onorava grandemente gli uomini di valore e specialmente quelli che la loro alta istruzione poneva al disopra degli altri. Quando seppe che Dante, di cui la riputazione era da lunga data giunta sino a lui, si trovava in Romagna, nella miseria e nello scoraggiamento, decise, senza esserne stato da lui sollecitato, di offrirgli un asilo e di trarlo dalla sua situazione disperata. Sotto la benevola protezione di questo nobile signore, Dante abitò Ravenna per qualche tempo, quando aveva perduto ogni speranza di ritornare a Firenze.

Là egli formò un certo numero di allievi, nell'arte della poesia, sopratutto usando la lingua volgare, che, primo fra gl'Italiani, come afferma lo stesso Boccaccio, ha saputo elevare all'altezza che il greco Omero il latino Virgilio avevano conquistato per la loro lingua materna.

La famiglia Polenta era divenuta nel 1275 padrona della città, dominata per lo innanzi dai duchi dell'antichissima famiglia dei Traversari: Guido da Polenta era nipote della bella Francesca, che fu maritata a Giovanni Malatesta da Verrucchio, podestàdi Rimini, e del quale il poema di Dante ha immortalato il ricordo. Il signore di Ravenna non prese in mala parte i versi, ove l'ombra di Francesca da Rimini appare tra le ombre votate alla dannazione eterna.

Dante finì la sua vita a Ravenna sotto la protezione di Guido.

Il palazzo dei Polenta è scomparso senza lasciare la minima traccia, e della loro dominazione non resta altro monumento materiale che la tomba del poeta. A parte questo ricordo, niente risveglia più il loro nome, se non una lapide incastrata nel muro della chiesa di S. Francesco; essa rappresenta un uomo vestito di una tonaca dei frati minori e porta questa iscrizione: «Hic jacet Magnificus Dominus Hostasius de Polenta qui ante diem felix obiens occubuit MCCCLXXXVI die XIV Mensis Martii. Cujus anima requiescat in pace.»

Le lotte combattutesi nell'anima ardente di Dante, le passioni che animano così violentemente la sua opera e che gli hanno impresso il segno di una tale incomparabile personalità, tutte queste agitazioni si erano ben calmate, quando il gran poeta venne a terminare i suoi giorni a Ravenna. La fine della sua vita fu consacrata alle pie ed alte meditazioni, allaVita contemplativa.

Ivi egli compose i suoi salmi della penitenza e il suo Credo. Sembrava si fosse trasformato in penitente come aveva fatto l'imperatore Ottone III che, dopo aver visto crollare il suo potere su Roma, aveva rivestito il saio e si era rinchiuso per pregare nella cella di Sant'Apollinare. Quando sentì avvicinare la sua fine (si spense il 14 settembre 1321), domandò che lo si sotterrasse vestito dell'abito dei francescani. Per questo i frati minori lo considerano come uno dei loro; si ricorda, d'altronde, che nel suo poema egli si era già rappresentato cinto della corda di quest'ordine.

Guido da Polenta fece seppellire il Poeta in un sarcofago di marmo nel convento dei frati minori. Si proponeva d'innalzargli un magnifico monumento, ma questo progetto non fu eseguito. Durante i disordini nei quali la famiglia Polenta perì, la tomba fu dimenticata. Nel 1482 soltanto fu ricordato il dovere sacro che era stato lungamente trascurato. I Polenta erano stati cacciati. Bentosto annessa a Venezia, Ravenna fu governata da pretori della potente Repubblica. Uno di questi ultimi, Bernardo Bembo, padre del celebre cardinale, riprese il progetto di Guido da Polenta e fece innalzare al poeta, nel 1482, un bel mausoleo. E' quello che ci vienemostrato oggi, ma trasformato dai legati del papa nel XVII e XVIII secolo. Si sa, infatti, che i Veneziani cedettero, nel 1509, Ravenna alla Santa Sede, sotto il pontificato di Giulio II, che riunì anche Bologna al dominio di S. Pietro.

La tomba di Dante ha la forma di un piccolo tempio, sormontato da una cupola e fabbricato nello stile del Rinascimento. L'interno è ornato di bassirilievi e d'iscrizioni. Quattro medaglioni rappresentano Virgilio, Brunetto Latini, Can Grande della Scala e Guido da Polenta. In faccia alla porta di entrata si trova il sarcofago di marmo, e al disopra il medaglione in rilievo del Poeta.

La celebre iscrizione, da lui composta dice:


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