Il signor Ulrich, un uomo marziale, un tedesco di buona lega, ci venne incontro; anche la sua stretta di mano era ferrea, la sua parola breve e decisa e la sua voce straordinariamente potente. Ci ricevette cordialmente, come suoi compatriotti, ci condusse ai lavori e ci spiegò la loro disposizione. Le miniere di ferro dell'Elba, che sono amministrate per proprio conto da una Società toscana, erano da poco tempo sotto la sua direzione. Egli le ricevette in condizioni miserrime; in pochi mesi le ha però tanto migliorate che già ora si può calcolare la produzione annuale a 35,000 tonnellate, mentre non producevano prima che solo 22,000 tonnellate. Giornalmente vengono estratte 120,000 libbre di ferro; in estate però i lavori languono, perchè la lavorazione dei campi reclama gli operai, i quali sono per la maggior parte di Rio. Nell'inverno i lavori procedono molto più alacremente.
Già dai tempi più remoti la miniera di Rio era sfruttata, pure essa rende ancor oggi moltissimo, è un monte di circa 500 piedidi altezza, tutto di materiale di ferro. Nelle sue vicinanze vi sono ancora altri giacimenti non meno ricchi, quelli di Terra Nera, di Rio Albano e quello della Calamita, un vero monte magnetico. Già gli Etruschi sfruttarono queste cave; essi portavano il materiale a Populonium, sotto il cui dominio l'isola giaceva e colà veniva estratto il ferro. La penuria di legna non permette all'Elba il lavoro di fusione ed anche oggi il ferro viene fuso in fabbriche nelle vicinanze dell'antica Populonium, oppure il materiale viene imbarcato per Napoli, Genova, Marsiglia e Bastia.
Il sig. Ulrich ci dimostrò quanto gli antichi e i loro successori avessero scialacquato con questi giacimenti. Delle intere colline di terra ferruginosa inutilizzata sono state ammonticchiate, coprendo i giacimenti di minerale. Questa terra sprecata però è tanto ricca di sostanze, sì da dare pur sempre un ottimo materiale. Il signor Ulrich prese una manciata di terra, dove noi stavamo, ce la mostrò e disse;—«Osservate, la terra che io prendo qui alla superficie, dà ancora un ferro migliore di quello che ottengono i francesi nell'Auvergne, dove gli scavi son ben più difficili». Qui il minerale si trova veramente sopra terra e per diverse miglia in giro si sta e si cammina sul ferro. Le miniere di Riosono più ricche di quelle possedute dal Demidoff in Siberia, e, probabilmente, di uguali ad esse non se ne trovano.
I lavori si limitano ancora alla superficie, e di opere sotterranee, non vi è altro che due gallerie; con tutto ciò si vedono i più bei giacimenti di minerale allo scoperto. Chi s'immaginasse di trovare a Rio dei pozzi di gallerie, delle cave con tutti i romantici accessori dei minatori, come lo avevo immaginato io, prima di vedere questo straordinario monte di ferro, sbaglierebbe di molto.
Gettai uno sguardo nei dintorni; dappertutto vi era malinconia e le opere stesse, queste colline rosse e nere, la terra color di ferro e la polvere di ferro scintillante producevano l'effetto del deserto, come i campi di lava e di cenere di un vulcano. Una torre merlata guardava tristamente dall'alto di uno scoglio sulle miniere. Era la torre di Giove. Innanzi a queste sinistre miniere, dalle quale la furia della guerra ha portato ininterrottamente nel mondo spade, lancie e palle, e dalle quali sembra essere emersa direttamente l'età del ferro, come è stato cantato dal poeta, dovevasi innalzare un monumento a Napoleone, ponendo sul piedistallo quell'ordine del Re degli Etruschi, Porsenna, che, cioè, per l'avvenire il ferro dovesse soltantoessere adoperato per fare arnesi per l'agricoltura e per le arti pacifiche.
La bella leggenda mi fa ricordare un fatto storico dell'antichità greca, un'altra condizione di pace. Quando Gelone dettò ai Cartaginesi la pace in Siracusa, dopo la battaglia di Himera, una delle sue condizioni fu questa, che essi dovessero in seguito cessare dal far sacrifici a Moloc. Anche questa ordinanza avrebbe dovuto esser posta sul piedistallo di quel colosso di ferro da erigersi all'Elba: non più vittime da immolare al Dio Moloc!
Io non so, tuttavia, se una tale êra icarica verrà mai, e se le olive di Elihu Buritt metteranno radici. I popoli mi sembrano che siano moralmente poco più grandi di quello che erano ai tempi di Porsenna e di Gelone di Siracusa.—Tanto in onore del Moloc politico, quanto di quello religioso, le nazioni si combattono oggi come ieri, ed il fiore della loro gioventù si lascia mietere così tranquillamente, come se la vita umana potesse rinnovarsi centuplicata come l'idra.
Per questo ci separiamo dall'isola del ferro col grido di Porsenna: «Non più spade nè lancie, ma industria ed agricoltura, e non più sacrifici umani a nessun idolo».
Il convento dei domenicani in San Marco a Firenze, oltre ad avere un'importanza storica, ne ha una immensa dal lato artistico. Deve la prima al Savonarola, l'altra a due maestri esimî nella pittura, Angelico da Fiesole e Fra' Bartolomeo. La piazza sulla quale sorge il convento è ancor oggi, come ai tempi di Lorenzo de' Medici, uno dei ritrovi della vita artistica fiorentina, il terzo, dopo gli Uffizi ed il palazzo Pitti; colà infatti son riunite la galleria delle belle arti e la famosa scuola degli incisori su rame.
Ai tempi di Lorenzo, nella contrada di San Marco esisteva quel giardino dei Medici, nel quale si trovava la prima raccolta di sculture antiche, sotto la sorveglianza del vecchio scultore Bertoldo. Colà si riunivano i più forti ingegni di Firenze e tutto ciò che emergeva nelle scienze enelle arti e ciò che era già arrivato alla celebrità e che godeva del favore di Lorenzo. Come i pittori andavano nella cappella Brancaccio, per imparare a disegnare dagli affreschi di Masaccio, così gli scultori venivano in questo giardino de' Medici, per studiare la scuola antica ed intrattenersi con Angelo Poliziano, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino. Da questo giardino si vedeva spesso andare Lorenzo, il Pericle di Firenze, nel convento di S. Marco, per chiudersi là in una cella e liberarsi dal dolce paganesimo. Qui si tenevano discorsi elevati, sull'anima mondiale di Platone, unendoli ad una ipocrita considerazione della successione di Cristo. Savonarola però si teneva in disparte, mormorando, e non rispondeva alle chiamate di Lorenzo.
Il convento era degno dei Medici; infatti lo avevano creato, a dir vero, essi stessi. La sua storia è in breve la seguente: il fondatore dell'ordine dei domenicani mandò in Toscana, nell'anno 1220, dodici seguaci; da questi furono fondati alcuni conventi, dei quali il più importante fu quello di Fiesole. Da quest'ultimo ebbe origine il convento dei domenicani di S. Marco. In origine questo era stato fondato, nel 1299, dai Silvestriani; però, al tempo della grande peste di Firenze, era decaduto. A San Marco scesero i domenicanida Fiesole indottivi da Cosimo dei Medici, che poco prima era tornato dal suo esilio di Venezia. Cosimo chiamò da Fiesole il celebre priore Antonino, il santo più grande del suo tempo. Egli era figlio dell'avvocato fiorentino Nicolò Pierozzi ed era nato nell'anno 1389. Nel suo sedicesimo anno di età era entrato nell'ordine dei domenicani a Fiesole, ove molto tempo dopo era divenuto priore. Cosimo lo indusse a trasferirsi a S. Marco, e ciò avvenne nel 1436, dopo che Michelozzo Michelozzi aveva ricevuto l'incarico di riedificare il vecchio convento dei Silvestriani. Egli demolì quasi completamente l'antico convento ed eresse una nuova fabbrica, imponente. Anche per Cosimo furono qui preparate due celle, come per un monaco, celle che si fanno vedere anche oggi, come quella di Savonarola, a titolo di curiosità storica. In questa solitudine, dice il padre Marchese, il priore Antonino fece udire al vecchio ambizioso, colla franchezza di un amico e coll'autorità derivantegli dalla santità della sua vita, quella verità che l'adulazione nasconde sempre al potente, ed è certamente dovuto al Santo, se Cosimo non divenne un despota comune.
Nell'anno 1443 fu terminata la fabbrica, e Cosimo fondò la celebre biblioteca di San Marco. Antonino divenne, tre annipiù tardi, arcivescovo di Firenze. Egli morì nell'anno 1459, dopo essere stato ammirato da tutto il mondo per le sue virtù e dopo essersi interessato attivamente del miglioramento del clero.
Due grandi cortili ornano S. Marco; le lunette di questi cortili sono dipinte a fresco e contengono fatti della vita di Antonino dipinti da Gherardini, Dantini, Poccetti e da altri pittori. Tuttavia il tesoro maggiore del convento è rappresentato dalle pitture murali del Fiesole, il più antico maestro della scuola di Giotto. Quasi tutte le celle, la sala del capitolo, i corridoi ed alcune lunette dei cortili contengono sue pitture.
Con Fra' Angelico cominciarono quelle strane reazioni che il convento, tanto sollecito di riforme, intraprese contro lo spirito moderno della pittura classica italiana. La vita del celebre pittore fu narrata dal Vasari. Più particolareggiatamente fu però descritta da Vincenzo Marchese, un domenicano di San Marco. Questo erudito venne accusato di liberalismo da alcuni suoi confratelli dell'ordine, zelanti inquisitori, a causa del suo libro: «Lettere inedite di fra Girolamo Savonarola e documenti ad esso relativi»; e poichè si minacciava di mandarlo a Roma, si recò nell'anno 1851 a Genova ed è a capo della Società che cura ora la nuova edizionedelle opere del Vasari nella «Raccolta artistica».
Nell'anno 1845 pubblicò i «Ricordi degli esimi pittori, scultori e architetti dei domenicani, con alcuni scritti sulle belle arti». Già nel XVI secolo il Razzi aveva scritto una storia dei celebri domenicani, contenente anche la vita di qualche pittore, scultore ed architetto di quest'ordine.
Il Marchese sembra abbia ripresa questa idea, ponendola in effetto. Le biografie che egli ci dà colla sua opera, cominciano con Fra' Ristoro e Fra' Sisto, celebri architetti del secolo XIII, che edificarono la bella chiesa dei domenicani di S. Maria Novella a Firenze. Con maggiori particolari però ha descritto la vita dei pittori Fra' Angelico e Fra' Bartolomeo; la sua opera termina con un capitolo sull'impresa del Savonarola per la riforma delle arti.
Strettamente connesso a questo lavoro sta l'opera più pregevole d'incisione in rame di Firenze, che fu cominciata sotto la direzione del Perfetti: «S. Marco, il convento dell'ordine dei predicatori di Firenze, illustrato ed inciso principalmente secondo le pitture del beato Giovanni Angelico, colla vita dello stesso maestro ed un compendio storico di detto convento», opera del padre Vincenzo Marchese (Firenze, edito a spese dell'Associazione Artistica, 1850).
In questo studio il Marchese magnifica Fra' Angelico con troppa esagerazione, paragonandolo ad un profeta, a cui fosse stata affidata la missione di rinnovare la morente pittura religiosa. Colle sue pitture egli doveva conseguire la stessa riforma morale del genere umano che avevano raggiunta Antonino e Savonarola per mezzo dei loro scritti e delle loro pubbliche azioni.
Non si sa esattamente dove Fra' Angelico nacque. Il Marchese ritiene che egli provenga da Castel di Vicchio nel Mugello, distante alcune miglia da Colle di Vespignano, la patria di Giotto. L'anno di nascita sarebbe il 1387; il suo nome era Guido. Dapprima imparò a Firenze a dipingere in miniatura, come suo fratello Benedetto che era abilissimo in quest'arte. Presto si sviluppò in lui una schietta inclinazione in senso religioso, che si delineò sempre più, in contrasto colle tendenze decisamente realistiche dell'arte fiorentina. Il Marchese paragona arditamente quest'artista geniale con Talete che coll'ispirazione dei suoi versi e dei suoi ritmi spianò a Licurgo la via per la sua legislazione, poichè nello stesso modo Fiesole ha appianato al suo amico Antonino, co' suoi quadri, la strada per la riforma.
Nell'anno 1407 i due fratelli entrarono nell'ordine dei domenicani di Fiesole ed ivivissero qualche tempo, sino a che la discordia papale non raggiunse anche questo. Guido, ossia Fra' Giovanni, come ormai era chiamato, peregrinò allora da Foligno a Cortona, ove dipinse molto secondo la maniera di Giotto, Spinello e Simone da Siena; e, dopo un'assenza di circa 4 anni, tornò a Fiesole. In seguito fu chiamato, nel 1436, al convento di San Marco, fondato da poco, per ornarlo di pitture. Ciò avveniva nello stesso tempo che Masaccio dipingeva le cappelle della chiesa del Carmine, Brunelleschi edificava la cupola del Duomo, Ghiberti approntava le porte del Battistero e Donatello e Luca della Robbia gareggiavano nella scultura.
Poichè a Fra' Giovanni, benchè avesse gran finezza nel dipingere, mancava ancora il disegno, la prospettiva ed il perfezionamento nei chiaroscuri, egli pure studiò dapprima le pitture del Masaccio e molto imparò da questo artista geniale, che di lui era assai più giovane.
A quest'epoca appartiene la grande pittura della sala del capitolo, che egli compì in S. Marco e che è una delle più belle che siano state fatte nel secoloXV, il suo capolavoro, l'ultimo fiore della scuola di Giotto; il soggetto ne è la passione, con santi in adorazione da ambo i lati. Il carattere dei due ladroni vi è riprodotto con molta perfezione.La testa del Cristo ha sofferto; i suoi tratti non son più precisamente riconoscibili. Ai piedi della croce sta, a sinistra, un gruppo di sorprendente eloquenza: la madre che sta per cadere in deliquio, abbandonando la testa e le braccia; la Maddalena, in ginocchio a lei dinanzi, la stringe al petto con ambe le braccia, i biondi capelli sciolti le cadono sulle spalle. Giovanni ed una delle donne sostengono Maria. Difficile sarebbe raffigurare più semplicemente l'altissimo effetto tragico; la sublimità agisce qui direttamente per la grandezza della natura interna. Non si trova nè nel Perugino, nè nel Francia, che pur furon maestri nell'arte di commuovere, una tale elevatezza.
Gli antichi non sono in genere più perfetti in questo senso. La loro grande e sicura concezione della vita spirituale è la loro gloria indistruttibile; essi sono epici e popolari, quelli di poi musicali e drammatici. L'immagine del dolore diviene più tardi sempre più ricca, ma anche più violenta ed unilaterale. Anche le altre figure sono importanti; messe del tutto naturalmente e senza legami da ambo i lati, agiscono solamente per la loro singola espressione. Esse rappresentano santi, ecclesiastici, vescovi o fondatori d'ordini, come Domenico, Bernardo, Francesco, Ambrogio,Tommaso d'Aquino, Agostino. Il colorito è molto spirituale, secondo la maniera di Fra' Angelico.
Quantunque egli abbia dipinto ancora molti altri quadri eccellenti, in nessuno ha tuttavia raggiunto una tale grandezza ed una tale forza, poichè questa manca talvolta nelle sue impressioni che divengono deboli causa appunto la loro soverchia delicatezza. Nell'Accademia delle Belle Arti, che possiede un gran numero di quadri del Fiesole, due vengono considerati quali i più eccellenti: la Deposizione dalla Croce e l'Estremo Giudizio. Quella è squisita per la profondità dei sentimenti e la soavità dei colori, questo non è invece una composizione di grande rilievo.
Fra' Angelico è più debole di tutto nella raffigurazione dell'inferno; la sua natura è troppo fanciullesca, per aver potuto creare delle figure diaboliche. I suoi diavoli eccitano solo il riso, non incutono spavento, egli rappresentò l'inferno in sette compartimenti, secondo Dante, ed in fondo vi dipinse pure Lucifero, che dilania con le sue tre fauci Giuda, Bruto e Cassio. Anche Angelico dipinse sotto l'influsso di Dante che era il compagno di Giotto, ed il Giotto della poesia.
La «Divina Commedia» ha d'altronde ispirato tutti i pittori, a cominciare da Giotto.Essa infiammò la fantasia degli artisti e la riempì di visioni sublimi e di idee poetiche; i loro quadri erano già stati abbozzati nelle composizioni dei versi di Dante; e molte scene dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso attendevano solo di essere tradotte in colori, per divenire quadri viventi. Io credo, in generale, che, senza Dante, la pittura religiosa d'Italia non avrebbe potuto svilupparsi così presto e raggiungere tale altezza.
Il dominio della sua poesia sull'arte della pittura durò per tutto ilXIVed ilXVsecolo, sino a che fiorì la pittura religiosa. Anche Michelangelo, l'ammiratore entusiasta di Dante, si conformò a lui, nello stesso modo come prima di lui vi si era conformato Luca Signorelli nel suo Estremo Giudizio nel Duomo d'Orvieto, che Fra' Angelico aveva cominciato a dipingere. Si trovano pure soggetti tratti da Dante, dipinti da vari maestri in molte chiese, come ad esempio l'Inferno ed il Paradiso dell'Orcagna, nella cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella.
Insieme con la «Divina Commedia» anche «I trionfi» del Petrarca hanno avuto una grande influenza sulla pittura; ciò c'indica, fra i molti altri quadri, l'Orcagna stesso col suo «Trionfo della Morte» nel Camposanto di Pisa.
Fiesole dipinse in S. Marco anche la discesa di Cristo nel Limbo, dal quale egli trae i patriarchi: un quadro di grande finezza di colori. Non meno interessante è la sua «Adorazione dei Re Magi», uno dei pochi suoi quadri, nei quali sviluppa una certa gaiezza e varietà mondana. Questo soggetto è stato trattato spessissimo e con grandissimo amore. Per i pittori della scuola religiosa non vi sono che poche stoffe di maggior attrattiva e in quanto a ricchezza della vita poetica esso li sorpassa tutti. I contrasti sono sorprendenti, chiari e naturali: il figlioletto di un artigiano in una stalla, bue ed asino alla greppia; questo bambino vengono ad adorare i potenti della terra, conducendo sì lunghi corteggi di alabardieri e paggi riccamente vestiti, che portano oro e gioielli. Uno di questi re è sempre un vecchio di aspetto venerabile, e quando questi s'inginocchia dinanzi al bambino, la poesia della scena è ingrandita dal contrasto delle età. Il secondo re generalmente ha una faccia da moro, il terzo è di bella complessione, giovane e nobile, di guisa che i vecchi pittori sembra abbiano voluto rappresentare le tre parti del mondo. A questo si aggiunga la misteriosa lontananza dalla quale i re favolosi sono venuti, il buio della notte, la stella che porge spesso occasionedi aggiungere al corteo un paio di astronomi, e si avrà nel tutto una fantastica novella orientale, nella quale si scorge l'influenza delle crociate.
La pittura toscana è ricca di immagini di questo genere. Due quadri magnifici di questa specie, di Domenico Ghirlandaio e Filippino Lippi, si ammirano negli Uffizi; due altri, capolavori della massima bellezza, li dobbiamo agli scolari di Fra' Angelico, Gentile da Fabriano e Benozzo Gozzoli. Il quadro di Gentile si trova nell'Accademia delle Belle Arti, quello di Benozzo nella Cappella Medici al palazzo Riccardi. Qui egli dipinse degli affreschi che, insieme con le sue pitture ammirate nel Camposanto di Pisa, appartengono alle migliori produzioni del suo tempo. La sua rara universalità si scorge già qui; egli abbracciò tutti i generi della pittura, dal paesaggio all'architettura, dalla figura agli animali, e tutto con una meravigliosa armonia. Nella suddetta cappella Riccardi egli dipinse i viaggi suntuosi dei re; a cavallo, a piedi o sul cammello, essi traversano in schiere interminabili ridenti pianure, monti e valli.
Fiesole, dal quale Gentile e Benozzo impararono, rimane col suo quadro al disotto di loro; egli non ha quella magnificenza solenne e quella ricchezza festiva che i suoi discepoli seppero rappresentare.
Molti altri quadri che egli dipinse in S. Marco meritano di essere ricordati, l'Orazione nell'orto, il Battesimo, l'Incoronazione della Vergine, dove si ritrova l'ascendente di Dante, ed il suo Cristo in pellegrinaggio; ma basta di essi. Tutti dimostrano la stessa semplicità di mezzi, la medesima concezione fanciullesca e la più profonda religiosità. Persino i suoi colori, dove predominano il bianco, il celeste ed un rosso pallido, si devono chiamare fanciulleschi. Le sue figure più attraenti sono spesso quelle eseguite in piccolo, quasi in miniatura; esse sono molto graziose e di finezza ammirevole come, fra le altre, gli angeletti di uno schizzo di altare negli Uffizi e le figure sul reliquario di Santa Maria Novella.
Fra' Angelico morì a Roma il 18 marzo dell'anno 1455; Nicolò V che lo aveva chiamato colà per dipingere in Vaticano, gli fece erigere un monumento sepolcrale nella chiesa della Minerva.
L'epigrafe lo eguaglia ad Apelle, al quale hanno avuto l'onore di essere stati paragonati molti pittori. Egli è stato l'ultimo grande maestro della scuola di Giotto; i naturalisti Maselino e Masaccio posero fine ad essa e crearono l'indirizzo moderno della pittura. La scuola antica che conduceva alla rappresentazione del nudo coll'ammirazione delle forme della natura umana,doveva trovare il suo completo svolgimento nel Tiziano, in Giulio Romano, nel Correggio e nel Michelangelo.
Allora dal chiostro di S. Marco, che aveva trovato nel Fiesole un difensore così convinto della pittura religiosa, venne nuovamente una reazione contro la scuola moderna e paladino ne fu Savonarola.
Egli combattè i Medici che avevano promossa la scuola antica, appunto con le loro stesse armi. Essi avevano fondata l'Accademia platonica ed erano pieni di ammirazione per il paganesimo; ma Savonarola stesso era un mistico platonico, come lo erano Lorenzo, Pico, Poliziano, Marsilio Ficino e molti altri.
Il priore di S. Marco teneva delle prediche platoniche sull'essenza del bello e tuonava contro le nudità dell'arte appunto da quel pulpito, di fronte al quale erano la sepolture dei suoi amici Pico della Mirandola e Angelo Poliziano. Il Marchese riporta un discorso del Savonarola, nel quale questi considera il bello platonicamente come l'anima e l'idea del buono. In forza di questa teoria egli sollevò una guerra fanatica contro la scuola antica e le arti che, volte alle cose mondane, a parer suo, traviano la razza umana. La violenza della sua parola scosse molti artisti che sino ad allora avevano dipinto o scolpito allegramente,e si videro l'eccellente Sandro Botticelli, Cronaca, Robbia, Bartolomeo, Lorenzo di Eredi e molti altri abiurare pentiti il loro paganesimo ai piedi del priore. Solo Mariotto Albertinelli e lo strano Piero di Cosimo non si lasciarono turbare, e restarono pagani ed avversari convinti del Savonarola e della sua setta morale.
Il 21 febbraio 1497 furono portati, al suono delle trombe e dei tamburi, tutti gli emblemi della mondanità sulla piazza della città. Ivi fu eretto un albero con molti rami, ai quali furono attaccati i ritratti delle più belle fiorentine, capolavori della pittura, nudi bellissimi, sculture di divinità, libri di musica, arpe e liuti, cembali e violini, carte, abiti di seta e di velluto; gli oggetti più costosi d'oro e d'avorio, ed anche le poesie del Petrarca e del Boccaccio si videro appese a quei rami. Gli esecutori di questo tribunale fanatico, che doveva giudicare le umane vanità, avevano perquisite le case, ed erano anche stati loro consegnati timorosamente, ed a titolo di penitenza, liberamente oggetti d'arte ed oggetti preziosi d'ogni genere. Un negoziante veneziano che si trovava appunto a Firenze e che non aveva scrupoli sull'essenza morale del bello, venne nell'idea ragionevole che sarebbe stato meglio vendere questi oggetti così preziosiper il commercio, anzichè bruciarli. Egli offrì così per tutte quelle vanità mondane la modesta somma di 20,000 scudi. In seguito a ciò, la Signoria lo fece senz'altro prendere, mettere sopra una sedia e ritrattare da un pittore platonico e il suo ritratto fu posto in cima al rogo. Così fu bruciato quest'albero con tutti i suoi tesori, in mezzo al giubilo della folla. Ciò avvenne sulla piazza stessa, ove un anno dopo fu arso il grande fanatico.
La morte del Savonarola rese inconsolabili gli artisti, suoi adepti. Molti smisero di dipingere, tra i quali anche Baccio della Porta, che rinunziò al mondo in segno di cordoglio e prese nel 1500 la tonaca dei domenicani. Baccio, o Fra' Bartolomeo come si chiamò da allora, restò sei anni immerso nel dolore e non toccò i pennelli. Dipoi, si rinfrancò e cominciò le sue pitture religiose sulla esortazione dei suoi fratelli dell'ordine. Ciò avveniva al tempo, in cui Raffaello tornava per la seconda volta a Firenze. Egli strinse amicizia con Fra' Bartolomeo ed imparò da lui il disegno ed i colori; sotto l'ascendente di lui fu iniziata la sua Madonna del Baldacchino, mai terminata, nella quale si riscontra chiaramente lo stile di Bartolomeo. Questi si formò a sua volta sulla maniera di Michelangelo e di Leonardo da Vinci, e moltolontano dal dipingere nella maniera dolce e delicata del Fiesole, divenne precisamente in S. Marco l'opposto del suo predecessore. La scuola di Giotto era vinta. Bartolomeo dimostrò quanto lo studio della plastica avesse influito sulla pittura; le sue figure sono spesso grandiose come quelle di Michelangelo e quasi statuarie, come specialmente il suo evangelista Marco nella galleria Pitti.
Egli morì nell'anno 1517; ci ha lasciato un ritratto del Savonarola, che ci rende in modo caratteristico la figura fanatica di questo profeta del Rinascimento. Poichè per quanto alto fosse il volo dei pensieri di quest'uomo straordinario, egli rimase pur sempre un monaco e più precisamente un domenicano.
In quel tempo stesso, nel quale Fra' Bartolomeo dipingeva in S. Marco, giaceva prigione colà in una cella un altro fervente ammiratore del Savonarola, il pittore in miniatura Fra' Benedetto. Nulla si conosce delle pitture di quest'uomo singolare; egli ci ha però lasciato una poesia originale, che compose nella solitudine della sua prigione. Questa è la più vecchia poesia epica sul Savonarola, del quale racconta la vita e la morte. Il suo titolo è: «Il Cedro del Libano». Il Marchese l'ha recentemente pubblicata di nuovo: Il «Cedro del Libano,ovvero la vita di Girolamo Savonarola, descritta da Fra' Benedetto in Firenze nell'anno 1510». Molti coetanei hanno scritto la vita del Savonarola, dice il Marchese, come Burlamacchi ed il Conte Francesco di Mirandola, ma quantunque essi conoscessero Savonarola, non possono aver goduto la sua intimità e la sua amicizia, come fu concesso a Fra' Benedetto per tre anni, durante i quali egli convisse col maestro in S. Marco. Lo stesso Savonarola lo aveva vestito dell'abito dei domenicani e questo suo discepolo soffrì ed operò molto per lui, e lo difese dopo la sua fine con un amore ed una costanza che gli valsero dapprima l'esilio e dopo molti anni di prigionia nel suo chiostro; un uomo singolare, il tipo del quale può solo avere riscontro in quei paladini del medio evo, senza macchia e senza paura, che furono cantati in versi immortali dall'Ariosto e dal Tasso.
Con ragione il Marchese annette un'importanza storica a questa poesia, poichè essa riporta fedelmente gli avvenimenti, di cui l'autore fu spettatore nella maggior parte coi propri occhi; credo perciò che valga la pena di tradurne alcuni brani, non prima però di aver dato qualche notizia della vita del poeta semplice.
Fra' Benedetto nacque nell'anno 1470 a Firenze. Suo padre Paolo era orefice, sua madre era, come egli stesso dichiara, una donna di spirito e ardita. Dapprima condusse una vita dissoluta, dopo però fu così conquiso dalle prediche del Savonarola, che entrò nell'ordine di San Marco. Era da tre anni nel chiostro, quando il giorno 8 aprile 1498 il furore popolare si sollevò contro il riformatore. Fra' Benedetto lottò insieme con altri monaci e partigiani del Savonarola con grande eroismo. Per caso anche Baccio della Porta si trovava quella sera nel convento; spaventato dalle grida del popolo e dall'infuriare del combattimento egli si nascose. Benedetto invece salì sul tetto della chiesa, alla quale era stato appiccato il fuoco, ed accoppò con pietre tanti nemici, quanti ne poteva raggiungere. Savonarola lo scorse e lo chiamò, scongiurandolo di deporre le armi; anche, allorchè il profeta si consegnò liberamente ai suoi nemici, Benedetto volle dividere la sua sorte, ma Girolamo glielo impedì.
Quindi egli racconta che fra i seguaci del maestro, Malatesta Sacromoro da Rimini fece da traditore, poichè questi consigliò Savonarola a consegnarsi al popolo, mentre che quegli (Fra' Benedetto) lo aveva scongiurato invano di imitare Paolo, calandosicon una corda e cercando il proprio scampo nella fuga.
Savonarola e Domenico furono tratti nel palazzo della Signoria; Silvestro si era intanto nascosto in convento. Anche questi però fu tradito il giorno di poi da Malatesta. Tutti e tre furono arsi il 23 maggio.
Benedetto fuggì dapprima a Viterbo, poscia cominciò però a provar rimorso di aver rinnegato anche solo per poco tempo il ricordo di Savonarola; egli tornò quindi a Firenze e cominciò a difendere coraggiosamente le dottrine del suo infelice maestro, quantunque dovesse affrontare la vendetta del partito avverso. Egli non risparmiava nessuno ed attaccò anche papa Alessandro VI. La conseguenza di ciò fu che dapprima fu scacciato dal chiostro e dopo vi fu imprigionato. Non è certo se egli abbia sofferto qui sino alla fine della sua vita. In prigione egli scrisse in difesa di Savonarola, su argomenti di teologia ed infine «Il Cedro del Libano».
Questa schietta poesia è scritta in terzine e si compone di undici capitoli. Non ci si attenda nessuna bellezza poetica da lui; essa è però degna di nota per la fedeltà, colla quale distingue gli avvenimenti e ci dà un'idea della vita di quel tempo. La catastrofe stessa è descritta in modo vivo ed indubbiamente esatto.
Dopo un esordio a guisa d'orazione, l'autore racconta gli avvenimenti della propria vita:
Nato di umili natali nella città dei fiori nell'anno 1470 nella contrada di S. Croce, ecc.....................
Benedetto passa a descrivere poi la corruzione del suo tempo; la pace regnava in tutto il mondo, ma il demonio seminava il male, il popolo era pieno di peccati vergognosi, la lussuria e la violenza erano generali. Regnava Alessandro VI, grande per cupidigia e libidine, ed ogni prete lo prendeva ad esempio.
In questo tempo il Signore aveva mandato nella mia città un servo devoto, chiamato Girolamo, ecc.....................
Il poeta racconta ancora, che un giorno sua madre, commossa dalla parola del Savonarola, lo eccitò ad andare alle sue prediche. Per quanto questo invito gli sembrasse duro, egli cedette finalmente ed andò nella chiesa di San Marco. Qui si sedette tutto vergognoso ed in silenzio tra gli uditori, suscitando la meraviglia della folla che non attendeva di veder ivi l'uccello goditore. E qui egli fa entrare in iscena il Savonarola che tiene una predica, come il Lenau fa nel suo romanzo del Savonarola.
Quando venne il mio profeta, Savonarola, egli montò umile sul pulpito ed io rimasi attento alle sue parole, ecc.....................
Prosegue poi in questo tono. E' la predica sull'arca di Noè: Benedetto ne ricevè una così profonda impressione sulla coscienza che fuggì subito in luogo remoto, dove cominciò con sè stesso un dialogo, in cui sono contenute delle chiare accuse.
E piangendo me ne andai, gettando lungi da me il mio essere leggero e dissoluto e la mia chitarra da sventato.
I suoi antichi compagni lo dileggiano e lo dicono ipocondriaco, lo invitano ai divertimenti, gli dimostrano come egli sia amato da tutti ed abbia molti amici e come nulla manchi alla sua vita. Non basta che i suoi camerati lo tormentino, anche i suoi sensi vengono finalmente indotti in tentazione ed egli li presenta quali persone:
L'occhio disse: Io non so che tu pensi; mi hai abituato a scorrere libero e libertà io voglio, perchè questa mi si conviene. L'orecchio mi disse, ecc.....................
Ma Savonarola lo conforta nella sua conversione ed egli inizia il principio della sua santa vita, assumendo per alcuni mesi il posto d'infermiere e di becchino in un ospedale. Il demonio lo tormenta tuttavia continuamente, nondimeno egli lotta valorosamente ed entra finalmente nel suo venticinquesimo anno d'età nell'ordine.
Come Bartolomeo aveva raffigurato incolori Savonarola, così lo descrive Benedetto in versi:
Piccolo di corpo, ma tutto salute; di membra minute, ecc.....................
Seguono i giudizi sull'animo suo, che si possono facilmente immaginare, ed un piccolo accenno alla sua operosità; quindi un intero episodio sul genere del Klopstock, nel quale il poeta fa cospirare i demoni contro Savonarola:
Il superbo Lucifero, il principe dell'Inferno, quando si accorse quali frutti raccoglieva il sacerdote, abbaiò forte come una bestia dilaniante, ecc.....................
Lucifero racconta in seguito ciò che egli abbia fatto di male dalla sua caduta dal cielo, come egli abbia scacciato Adamo dal paradiso, piegando sotto il suo dominio tutte le creature, come il popolo di Mosè si sia dato all'idolatria per effetto della sua preparazione e come egli abbia mandato fuori tutti i diavoli, per sterminare la fede, dopo la venuta di Cristo nel mondo:
E voi mentitori, sudicia razza di cani, non mi avete estirpato la fede. L'uno dice: oggi ancora lo faccio; l'altro: domani, ecc.....................
Per ordine di Lucifero i demoni partono con grida orribili. La loro opera si vede presto nella persecuzione del santo uomo, specialmente per parte dei Minori di Santa Croce, che gli interrompono inogni modo la predica, aizzando il popolo contro di lui. Quindi Benedetto descrive l'assalto di S. Marco dell'8 aprile 1498.
Era di domenica, il giorno delle palme, quando Firenze si sollevò con grida selvaggie per prendere il frate vivo o morto, ecc.....................
Egli narra in seguito come venti soli amici del Savonarola respinsero gli assalitori, uccidendone il capo e scacciarono tutta la turba per tre volte. Tre volte tornò la folla inferocita all'assalto.
I nemici appiccarono ora il fuoco alle porte della chiesa e del convento. Il profeta era strettamente attorniato dai suoi confratelli col Sacramento, ecc.....................
Segue il discorso di conforto e di avvertimento del profeta, col quale egli annuncia ai confratelli che ha deciso di rimettersi spontaneamente nelle mani dei suoi nemici, in seguito al consiglio datogli da Malatesta con perfida parola.
Io vidi coi miei occhi com'egli si consegnò ai nemici col compagno Domenico e com'egli si rimanesse calmo e sereno in mezzo al popolo furente che lo minacciava, ecc.....................
Benedetto narra quindi come dopo la morte del Savonarola, i suoi seguaci rinnegassero la sua memoria ed abbandonassero vergognosamente la sua bandiera.
Non uno a dir vero gli restò fedele ed io stesso ho cominciato a tentennare. Il mio raffreddamento fu però corto e presto tornò il mio ardore, ecc.....................
L'ultimo capitolo contiene una lamentazione sulla fine del profeta e vi si narra in qual modo morisse. Poi la poesia, alla quale doveva seguire indubbiamente un'altra parte, termina, con un'invocazione al Savonarola, di ricordarsi della sua promessa e di proteggere il povero autore.
Il Marchese, al quale dobbiamo la pubblicazione di questa vecchia poesia, non ha scritto nessuna storia speciale del Savonarola, ma ha aggiunto una descrizione della sua vita all'opera pregevole già ricordata sugli affreschi di S. Marco. E' interessante conoscere come un domenicano oggi vivente parla dell'antico priore del suo convento. Egli dice dapprima: il lettore vedrà, come un uomo, che era forse il più grande dei suoi tempi, abbia incontrato una fine tremenda. Egli apprenderà, come non valsero a risparmiarlo, nè la nobiltà del suo spirito, nè la santità della sua vita, nè l'elevatezza del suo scopo. Egli conoscerà quali speranze morirono con lui e quali furono gli amari frutti della sua morte, e come patiboli e roghi non fossero bastevoli a spegnere la sete di vendetta nei suoi avversari, vendetta che infuriò ancora sul suo cadavere e sulla sua memoria. Pur nondimeno il suo nome risplende oggi onorato, dopo che le ire furon sepolte per sempre, ed è caro a tutti coloro che sono amici nonpaurosi della verità. Quest'uomo grande ed infelice è Fra' Girolamo Savonarola.
Importanti come aggiunta ad una storia del Savonarola sono le lettere ed i documenti che riguardano quest'infelice riformatore, pubblicati dallo stesso Marchese. Tra esse ve n'è una alla madre sua, Elena Buonaccorsi, al suo amico Domenico, a sua sorella Beatrice, a Pico della Mirandola, e tra i documenti anche lo scritto di Luigi XII al Governo di Firenze, nel quale questo re prega per una proroga all'esecuzione della sentenza del Savonarola. Alla fine della sua introduzione alle raccolte il Marchese dice: «Qui terminiamo le nostre pazienti ricerche sulla vita e la morte del Savonarola, coll'augurio che possa presto sorgere uno scrittore prettamente cattolico, diligente e giusto, che libero da tutti i pregiudizi di sètte politiche e religiose, ci presenti finalmente il vero tipo di questo grande, che in un tempo difficile e corrotto raggiunse una fama tanto alta, che nemmeno le calunnie di quattro secoli poterono scemare».
Il desiderio del Marchese è stato esaudito, poichè Pasquale Villari, professore di storia a Pisa, ha pubblicato un'opera pregevolissima, «La storia di Girolamo Savonarola ed i suoi tempi».
Nell'autunno 1866 l'Italia era in preda ad un eccitamento eguale a quello dell'anno 1859. L'Austria, l'ultima rappresentante della potenza imperiale tedesca, aveva dovuto cedere alla nazione italiana anche l'ultimo resto dei suoi possedimenti italiani. Il 19 ottobre, il giorno in cui gli Austriaci salparono per Trieste, e gli Italiani entrarono a Venezia, fu uno dei più felici e lieti giorni della storia d'Italia; esso segnò il ritorno della nazione italiana alla sua indipendenza dopo una schiavitù di più di tre secoli.
Gli Italiani dovevano questo grandioso risultato ai fatti d'arme della Prussia. Il potente legame d'alleanza, a cui essi avevano serbato fedeltà in momenti, nei quali avrebbero avuto la tentazione di abbandonarlo, fece sì che essi riuscissero come vincitori dalle sconfitte del loro esercito e della loro flotta.
Dopo la cessione di Venezia, l'Italia formò di nuovo una nazione sola, non essendo la sua unità più turbata che da Roma. Soltanto qui risiedevano ancora truppe straniere, l'esercito d'occupazione di Napoleone. Ma la posizione del Papato, che si appoggiava all'Imperatore francese, doveva ora mutarsi.
L'Austria aveva finora coperto il Vaticano dal Po; il formidabile quadrilatero era la trincea più valida del Vaticano. Ora essa era caduta e si era sciolto il legame di reciproci interessi che aveva fin allora tenuto avvinti il Papato e la Dinastia degli Absburgo. L'Austria cessò la sua politica italiana e con essa necessariamente vennero meno i suoi obblighi verso Roma. L'Italia poi, liberata dalla pressione dell'Austria, rafforzò l'alleanza colla Prussia, la quale era divenuta la prima potenza del continente, fiaccata la Francia, e inseguiva ora in Germania gli stessi ideali che aveva, in Italia, inseguito la Savoia.
Nell'autunno 1866 si sentì profetizzare che conseguenza di quegli avvenimenti doveva essere necessariamente la caduta del potere temporale dei Papi. Si avvicinava il momento in cui doveva cessare, secondo la convenzione del 15 settembre 1864, l'occupazione francese di Roma.
Ci si domandava se Napoleone si sarebbe attenuto strettamente a questa convenzione, cioè se avrebbe ritirato le sue truppe, e, nel caso affermativo, che sarebbe avvenuto del Papato. Sarebbero sufficienti le truppe pontificie, pochi reggimenti romani e pochi reggimenti stranieri, ad assicurare l'ordine nelle provincie dello Stato? Si diceva infatti che queste provincie si fossero legate con giuramenti segreti a sollevarsi al primo appello del Comitato Centrale mazziniano di Firenze. Per la difesa personale del Papa Napoleone aveva costituito la legione di Antibo. Questo corpo di 1200 uomini, in gran parte francesi, al comando del colonnello d'Argy, nel settembre 1866 era già sbarcato a Civitavecchia, ed era andato in guarnigione a Viterbo.
La caduta di Palermo in mano alle bande di Bentivegna (16 settembre), in cui potere rimase per 6 giorni, produsse in Roma un'impressione profonda: non poteva accadere qui alcunchè di simile dopo il ritiro delle truppe francesi? L'eccitazione divenne nell'ottobre assai acuta. Si parlava di diserzioni numerose nella legione di Antibo. Si sparsero notizie di unmemorandumdi Napoleone al Papa, nel quale costui, accennando agli eccessi di Palermo, proponeva che fosse accolta in Roma, dopo il ritiro delle sue truppe, una guarnigioneitaliana. Si parlava di dirette trattative fra Pio IX e Vittorio Emanuele per una riconciliazione.
Il 29 ottobre il Papa tenne un discorso ai cardinali, il quale fece cadere d'un tratto ogni speranza in questo senso. Pio IX protestò contro tutti gli atti del Governo italiano; anche, dopo la pace di Praga, non voleva saper nulla dei diritti della nazione italiana; considerava gli Italiani eretici ribelli, e finalmente esprimeva la sua risoluzione di lasciar Roma, se le circostanze lo richiedessero.
Vi era un partito di fanatici, che avrebbe voluto spingere il Papa ad andare in esilio. I Gesuiti desideravano la sua fuga non meno del partito democratico. Questo sperava di porre Roma a capo della Rivoluzione, e di proclamare la Repubblica in Campidoglio. Quelli non desideravano di meglio che di gettare l'Italia nell'anarchia coll'esilio del Pontefice, di suscitare le querele e gli aiuti dei cattolici di tutto il mondo, e finalmente l'intervento delle Potenze per ristabilire—possibilmente—lo Stato della Chiesa, come nell'anno di grazia 1815. Solo i moderati—e formavano la maggioranza—sostenevano concordi che il Papa doveva rimanere in Roma. Malgrado tutto essi speravano nella possibilità di un accordo col Papa, superando tutti gli ostacoli inerenti strettamenteal sistema ecclesiastico—di un accordo con un Pontefice cui avevano tolto una gran parte dei suoi Stati, e la cui sede, Roma, era reclamata come capitale della nazione italiana. Si pretendeva un atto di sacrificio e di abnegazione da questo sovrano, un atto di cui la storia reale di nessuno Stato e di nessun monarca avrebbe potuto fornire un esempio! Il potere temporale è un principio antievangelico, ma è anche una condizione di cose che dura da oltre mille anni, e di tale importanza per la posizione del Papato, che questo dominio temporale potrà essere soppresso solo per mezzo di una riforma dei rapporti fra gli Stati europei. È vero che questa è già incominciata; ma finchè essa non sarà compiuta, nessun Papa intendenderà di rinunciare alla sua potenza temporale.
Il Governo italiano sembrava inclinato ad accettare trattative; esso affermava che, secondo gli articoli della Convenzione di settembre, non avrebbe, dopo il ritiro dei Francesi, nè attaccato il dominio pontificio, nè sopportato che altri lo attaccasse. Esso mandò truppe ai confini, per sorvegliarli, cioè per impedire che bande di volontari riuscissero a penetrare negli Stati del Papa. Intanto il Governo francese si dava pensiero di pareggiare la differenza del Debito pubblico dello Stato pontificio;e calcolava gli arretrati, per le provincie della Chiesa annesse all'Italia, in 12 milioni da pagarsi al Pontefice. Fece sapere al Governo italiano che era opportuno che mettesse all'ordine il partito d'azione, del quale si sapeva bene che, firmando la Convenzione di settembre, era intimamente risoluto a calpestarla alla prima occasione. Lo scopo dei democratici non era certo un segreto; avrebbe il Governo italiano autorità sufficiente per frenarne l'impeto? Dopo il ritiro dei Francesi essi volevano provocare la caduta del Papato e l'annessione di Roma all'Italia come sua capitale, facendo scoppiare la rivoluzione negli Stati pontificii e costringendo così il Governo italiano a rompere la Convenzione e marciare su Roma, sia col consenso di Napoleone, se egli voleva riconoscere per la seconda volta il fatto compiuto, sia senza, se egli intendeva di intervenire, e di opporsi all'esercito italiano.
Mentre il prossimo ritiro dei Francesi impensieriva la Curia e faceva sorgere in essa il dubbio, se fosse preferibile per il Papa, inerme di fronte alla rivoluzione, di abbandonare la città o di restarvi, i nazionali agitarono la questione: che cosa doveva fare il popolo romano in questo stato di cose. In novembre si pubblicò uno scritto:Il Senato di Roma e il Papa, che fu segretamente fatto pervenire agli ambasciatori,ai cardinali e ai notabili di Roma. Si risvegliavano in esso antiche idee di indipendenza municipale; le ombre di Cola di Rienzo, di Lorenzo Valla e di Stefano Porcari parlavano di nuovo ai Romani. Ma è dubbio se queste ombre apparissero in Roma per proprio conto, o, se, evocate in un gabinetto fiorentino, fossero poi mandate a Roma. Quello scritto cercava di dimostrare, rifacendosi a studiare la storia del Medioevo, che Roma non era mai stata in uno stato di sudditanza diretta e propria col Pontefice, che essa conservava ancora il suo diritto all'autonomia e che, ritiratisi i Francesi, si doveva ristabilire in Campidoglio il Senato e l'autorità municipale del popolo, e chiamare per plebiscito Vittorio Emanuele a farsi incoronare Re d'Italia in Campidoglio.
Ecco la chiusa di quel notevole scritto: «Passato è il tempo della violenza; le truppe francesi che per sedici anni hanno occupato Roma sono sul punto di abbandonarla; le milizie romane del papa vacillano: deboli per disciplina e per numero, esse sentono la vergogna di servire sotto un vessillo che non è quello della patria; le truppe mercenarie sono poche e malfide, e temono lo sdegno del popolo che mal tollera di vedersi limitato e impedito da una schiera di avventurieri l'esercizio diun sacro diritto. Il popolo romano vuole partecipare alla vita d'Italia; la gioventù si è già dichiarata, e alcuni patrizi si sono arruolati sotto la bandiera del Re. Tutti i cittadini infine vogliono pace, ordine, libertà, e non hanno intenzione di dipendere dall'arbitrio di cupidi condottieri o di pazzi ultramontani. Il Clero stesso, quel Clero romano, semplice, colto e virtuoso che non amoreggia con la Curia e con gli stranieri, desidera di unir la sua voce a quella di Milano e di Venezia. In una parola, la rivoluzione morale è compiuta. Se gli animi sono ancora tranquilli, se nulla è accaduto finora, ciò è perchè non si vuole in nessun modo turbare il tanto sospirato ritiro dei Francesi da Roma con un inopportuno movimento.
«Ma appena quello si sarà effettuato, tutta la cittadinanza dovrà, con la calma e la dignità proprie all'esercizio d'un inalienabile diritto, ristabilire il proprio municipio ed il proprio sistema amministrativo, allo scopo di difendersi, di mantener l'ordine per mezzo della milizia cittadina, e di annunziare al mondo la propria volontà. Il popolo romano, tornato padrone di se stesso, deve provvedere ai suoi destini per il bene proprio e della Patria ed esercitare il diritto che fu la massima politica della sua condotta e il sistema del suo Senato;diritto che ogni civile popolo europeo ha ormai ottenuto, e il nome del quale fu preso dai Romani medesimi: il Plebiscito! Il popolo romano si rivolgerà poi al Re d'Italia e gli dirà: Sire, venite a noi, a esaudire i voti dei nostri padri; venite a coronarvi coll'alloro che Dante, Machiavelli, Gioberti vi hanno promesso, e che voi avete ben meritato per il valore del vostro esercito, per il valore vostro e per il sangue di tanti martiri. Venite a coronare gli sforzi di tanti secoli, a realizzare il sogno di tante generazioni, ed a coronarvi sul Campidoglio con quella corona ferrea che avete conquistato sul Po. Noi Romani ci sentiremo felici, se saremo da oggi innanzi chiamati a difendere, insieme con tutti gli altri popoli d'Italia, questa corona, simbolo della libertà civile nell'indipendenza nazionale.
«D'altro canto, il popolo romano si deve rivolgere al Vaticano, e così parlare al Pontefice: Santo Padre, la rivoluzione italiana ha compiuto il suo corso e raggiunto il suo scopo. Ora essa si trova di fronte alla veneranda Basilica degli Apostoli, e vuole che voi sappiate che essa non vuol saccheggiarla, ne scuotere le fondamenta della Religione di Cristo, che è la religione di tutta Italia, e della quale voi siete il Primate, ma che anzi ha in animo di renderea voi quella libertà che invano siete andato chiedendo a monarchi che unicamente sulla spada fondavano il loro diritto. Sotto l'egida delle leggi, all'ombra di una bandiera su cui sta scritto: Libertà della Chiesa e dello Stato, Voi potrete liberamente esercitare il vostro ufficio santo, non più circondato da armi straniere, ma difeso e sostenuto dalla reverenza e dall'omaggio di noi che, se non più Vostri sudditi, resteremo Vostri figli fedeli».
Questo scritto portava la data:Roma, il giorno dei morti; era firmato:Stefano Porcari, e, come luogo di stampa:Romae, ex aedibus Maximis 1866. Produsse una grande impressione; tutti i giornali ne parlarono, ed ebbe diffusione fino a Parigi.
Poco dopo apparve la circolare di Ricasoli del 15 novembre a tutti i Prefetti d'Italia; in essa il Gabinetto di Firenze dichiarava che avrebbe scrupolosamente rispettato la Convenzione di settembre; che il Potere temporale del Pontefice era divenuto una strana anomalia in mezzo alla civiltà del secolo presente, e che doveva essere trattato come ogni altra potenza secolare: il Papa solo, cioè, in Roma; che poi egli regolasse a suo piacimento i suoi rapporti col popolo romano, e questo i suoi rapporti con lui. In sostanza, la circolarediceva quel che aveva detto lo scritto del Porcari.
Parve ai papalini di vedere nelle parole di Ricasoli una provocazione. Essi consigliarono sempre più vivamente il Papa a partir per l'esilio. Secondo loro, egli doveva abbandonare Roma, andare a risiedere a Civitavecchia, circondato dalle sue truppe, ed aspettare là, seguendo l'esempio dei pontefici del Medio Evo che per lungo tempo si erano rifugiati in Viterbo o in altre città della provincia,—che un mutamento d'indirizzo, o una rivoluzione nella politica, lo richiamasse a Roma. Nel porto di Civitavecchia—gli dicevano i consiglieri gesuiti—si sarebbero radunate allora le flotte delle Potenze per difenderlo. In fatto accadde che in novembre si ancorarono in quel porto alcune navi da guerra francesi, spagnuole ed austriache. Così sembrava si volesse fare di Civitavecchia l'ultima tolemaide del Papato. Ma Pio IX tremava al pensiero di abbandonar Roma di nuovo. Doveva questo vecchio, giunto presso il termine dei suoi giorni, sfidare un'altra volta le amarezze dell'esilio e della fuga? Toccava all'imperatore Napoleone che aveva mandato a Firenze il generale Fleury di confermare il Papa nella sua convinzione di dover restare in Vaticano; là egli era debole; in esilio avrebbe potuto esser forte,ma si esponeva a un grave pericolo: la Francia cattolica si sarebbe certamente commossa, e con essa l'Episcopato tutto, compatta falange per la difesa del Papato minacciato. Si sparse anche la notizia che l'imperatrice Eugenia sarebbe venuta in Roma. Ma siccome questa principessa non poteva, come già Matilde di Canossa, porsi sulla breccia che il generale francese Montebello era sul punto di abbandonare, essa non sarebbe venuta che quale inviata del suo sposo (si diceva) per persuadere il Papa ad accettare l'articolo d'accordo che era stato formulato a Firenze, ed a rimanere, comunque, in Roma.
II.
Le truppe francesi erano a poco a poco ritirate dalle loro guarnigioni nella Provincia; esse venivano a Roma, per andare di qui ad imbarcarsi a Civitavecchia. Correva anche la voce, che il 4 dicembre il Papa stesso sarebbe partito per quella città, per visitare i nuovi lavori del porto e per risolversi circa una sua possibile residenza là, difeso dalle sue truppe. Molti dicevano che aveva intenzione d'imbarcarsi.
Si diffuse un foglio volante:Fra Giusto ai Romani. In esso si diceva che Roma era stata destinata dalla Provvidenza afondere ed accordare la nuova civiltà coll'antica, la libertà colla fede, e ad emancipare l'umanità con un'opera di rigenerazione sociale e religiosa avente lo stesso carattere di eternità che avevano avuto il Diritto Romano e il Vangelo. La libertà romana, spoglia del materialismo pagano, e santificata dall'emancipazione cristiana, formerebbe la base dell'autorità ecclesiastica, cosicchè questa, liberata dalle forme materiali del principato, si svilupperebbe in tutta la purezza della sua nuova essenza spirituale. In calma dignitosa i Romani avrebbero ricevuto Vittorio Emanuele, il quale soltanto fra le mura di Roma poteva compiere l'opera sua liberatrice d'Italia. Questo idealista romano ammoniva i suoi concittadini a tenersi lontani da tutti i partiti estremi. E così terminava:
«La minaccia della fuga, che dei malvagi hanno voluto far pronunziare al Papa, non risponde alla bontà del suo cuore ed al sacro dovere del suo ufficio apostolico. Cristo l'ha solennemente dichiarato: la fuga si addice al capo di truppe mercenarie, non al pastore che deve aver cura del suo gregge. Pio IX è troppo profondamente conscio dei propri doveri per fuggir loro vilmente, o per permettere che le vie di questa sacra città siano macchiate col sangue dei suoi figli, sotto gli occhi del vicario diun Dio di pace e d'amore. Ma se la malizia dei suoi consiglieri dovesse strapparlo da Roma, se la ferocia dei suoi generali e dei suoi mercenarî dovesse spargere il sangue dei Romani, allora Dio, il mondo, giudici di questa viltà e di questo delirio, non farebbero che affrettare il pieno trionfo della causa italiana, giustificando ogni difesa legittima e necessaria».
I Francesi cominciavano a partire da Roma. Il 6 dicembre il generale Montebello insieme coi suoi ufficiali venne a prendere congedo in Vaticano. La scena fu solenne. Il Papa appariva grave e dolce di aspetto. Il discorso del generale, o, meglio, del suo Imperatore, e la risposta del Papa hanno un valore storico, perchè rispecchiano nettamente la situazione[1].
Il generale disse:
«Santo Padre, non posso dominare la profonda emozione che provo nel venire per l'ultima volta a presentare a Vostra Santità i nostri omaggi reverenti ed a chiedere la Vostra Santa Benedizione. Vi sono circostanze, nelle quali la tristezza inseparabile dai congedi si muta in vero e vivo dolore. Pure un pensiero mi conforta: se l'Imperatore, fedele ai suoi obblighi, ritira le sue truppe da Roma, non ritira peròla sua protezione dalla Santa Sede. Alla nostra occupazione, durata 17 anni, segue una protezione morale che non sarà meno imponente ed efficace, freno per gli uni, incoraggiamento per gli altri.
«Possa il tempo che nella mano del potentissimo Iddio calma le passioni e ai dolori dà tregua, e edifica nella sua corsa più che non distrugga, possa il tempo ispirare in tutti quello spirito di conciliazione che solo può condurre alla soluzione delle attuali difficoltà ed assicurare al Capo supremo della religione l'indipendenza e la sicurezza di cui ha bisogno per poter esplicare liberamente, fino alla fine dei mondi, la sua attività spirituale.
«Questo augurio insieme con gli omaggi della mia reverenza, e all'espressione della mia profonda riconoscenza timidamente umilio ai piedi di Vostra Santità».
Il Papa rispose in francese così:
«Son venuto, miei cari figli, a dirvi addio nell'ora della vostra partenza.
«Quando la nostra bandiera lasciò la Francia colla missione di difendere i diritti della Santa Sede, essa fu accompagnata dagli auguri e dalle benedizioni di tutti i cuori cattolici. Ora essa torna in Francia, ed io desidero che essa sia ricevuta laggiù in egual modo. Ma non so, se ciò accadrà. Mi scrivono che i cuori deicattolici sono commossi, perchè pensano alla difficile situazione, in cui si trova il Vicario di Cristo, il Capo della Religione Cattolica.
«L'ho già detto ai vostri compagni di arme: non ci facciamo illusioni; la rivoluzione giungerà fin qui.
«L'hanno detto, assicurato, proclamato, voi l'avete udito e letto. Si è fatto dire ad un'alta persona del governo d'Italia: l'Italia è fatta, ma non compiuta. Forse avrebbe potuto dire che essa non è ancora del tutto annientata, perchè le resta ancora una regione ove la giustizia, l'ordine e la religione regnano ancora.
«Essi potranno forse piantare sul Campidoglio la loro bandiera, ma si ricordino che vicino al Campidoglio è la rupe Tarpea.
«Essi potranno per un certo tempo rimanere padroni e sparger dovunque rovina. Che per ciò?
«Cinque o sei anni or sono, io parlava con un rappresentante della Francia. Prima di partire, egli mi chiedeva che cosa dovesse dire da parte mia all'Imperatore. Non ricordo precisamente, ma gli dissi press'a poco così: Vi narrerò un episodio della storia della Chiesa. Sant'Agostino era vescovo di Hippo, una città che voi conoscete, perchè appartiene ai nostri possedimenti d'Africa, quando quella città fuassediata da un esercito di barbari. Egli sapeva che ogni sorta di atrocità avrebbero subito gli abitanti, se la città fosse caduta, perciò egli si rivolse a Dio e lo supplicò: Voglio morire prima di esser testimone di tale orribile cosa. Dite questo da parte mia all'Imperatore. L'ambasciatore mi disse: Tranquillizzatevi, Santità, questi barbari non penetreranno fin qui.
«Egli non era profeta; era un degno gentiluomo.
«Un altro, che occupa ora un'alta carica, mi disse: Roma non può esser la capitale d'un regno; le manca tutto per esserlo; mentre possiede tutto per essere la capitale del mondo cattolico. Queste son buone e fidenti parole, senza dubbio, ma io ripeto: la Rivoluzione può venire, ed io non ho aiuto sulla terra.
«Son però tranquillo e rassegnato, fiducioso in Dio, che mi darà la forza necessaria.
«Andate, figli miei, io vi amo e vi benedico, insieme con le vostre famiglie e coi vostri amici. Se vedrete il vostro Imperatore, l'Imperatore di Francia, ditegli che io prego ogni giorno per lui. Mi dicono che la sua salute non è buona; io prego per la sua salute; mi scrivono che la sua anima non è tranquilla; io prego per la sua pace.
«L'Imperatore è capo di una grande nazione che porta il titolo dicristianissima; è un bel titolo, ma si deve fare qualche cosa per meritarlo; esso non deve essere la semplice e spontanea espressione del cuore.
«Bisogna pregare, e pregare con umiltà, fiducia e perseveranza; anche il capo di una nazione ha bisogno di questa confidenza in Dio, se vuol esser forte e se vuol ottenere ciò che desidera.
«Io non mi sdegno; vedete, io son tranquillo. Ma vedo che il mondo non è tranquillo. Confido nell'aiuto di Dio e vi benedico. Possa la mia benedizione accompagnarvi per tutta la vita!»
Il discorso del vecchio Pontefice fece profonda impressione. Molti ufficiali francesi avevano opinioni nettamente papaline, molti odiavano l'Italia; altri deploravano vivamente il legame che univa ora questa alla Germania, la quale aveva tolto a Napoleone l'onore di compire l'opera della liberazione d'Italia, ed ora era succeduta alla Francia nell'intimità con questa Nazione, ed ora forse univa ad essa le sue armi contro la Francia. Molti sentirono nel ritiro da Roma una sconfitta morale, come un abbandonare d'un tratto quella posizione veramente imperiale ed egemonica che la Francia aveva avuto sin qui. I soldati francesi affluironoal Vaticano per ricevere dal Papa i rosari benedetti da riportare in patria.
La partenza dei reggimenti cominciò il 7 dicembre, calma e ordinata. Li si sentiva attraversar la città, sul far dell'alba, al suono guerriero della loro marciaPartant pour la Syrie. Questo fu il loro saluto d'addio. Con quanta pompa e burbanza essi avevano occupato Roma, e con quanta timida tranquillità l'abbandonavano ora!
Tutte le porte, il Campidoglio e il corpo di guardia di piazza Colonna furono occupati da milizie romane La fisonomia della città parve mutata. Abituati da 17 anni a vedere quei bei reggimenti di Francia, i Romani guardavano ora con stupore i goffi soldati pontifici venuti al loro posto. Roma entrò in un silenzio di morte. Si sentiva da tutti che un periodo storico era chiuso, e che il Vaticano tornava nella sua solitudine. L'11 dicembre, alle otto del mattino, i Francesi sgombrarono anche l'ultimo posto, Castel Sant'Angelo. Un tenente degli zuavi venne con una mezza compagnia ai cancelli della fortezza, dietro i quali stavano le sentinelle francesi. Si parlamentò. Apparve un generale pontificio. La bandiera francese fu abbassata, alzata quella papale. Furono presentate le armi; i Francesi uscirono, vi entrarono gli zuavi.
Lo stendardo della Chiesa ondeggiò dinuovo sul mausoleo di Adriano presso l'arcangelo di bronzo, Michele. Questo arcangelo che si libra verso la città con le ali stese, riponendo nella guaina una grossa spada, è per la Chiesa il più bel simbolo della pace che essa deve dare al mondo, una di quelle idee che l'umanità dolorosa suol esprimere coi miti. Vi è nella storia dei simboli di tutti i tempi qualche cosa di così profondo come questo angelo che si libra sulla tragica tomba di un imperatore romano, anzi su tutta la città eterna, riponendo nel fodero la spada, a significare Redenzione e Pace? L'11 dicembre 1866 esso parve acquistare una nuova significazione simbolica. Non era la non evangelica spada della potenza temporale dei Papi il cui regno non deve esser di questo mondo, che l'Arcangelo riponeva per sempre nella guaina? La spada contro cui avevan lottato Arnaldo da Brescia, Dante, i nostri Enrichi e gli Hohenstaufen? O era semplicemente la daga che la Francia ringuainava abbandonando il Pontefice?
La partenza dei Francesi lasciò dietro di sè un sensibile vuoto. 17 anni di permanenza in Roma, se non li aveva fatti cittadini romani, almeno certo abitatori della città, e il loro aspetto guerriero era divenuto un tratto familiare della città. L'odio con cui da principio il popolo romanoli aveva ricevuti, s'era a poco a poco dileguato colla consuetudine, e per il loro contegno esemplare. Di tutte le occupazioni di un paese da parte di truppe straniere, questa era certamente la più tollerabile, tanto più che non stava a significare una conquista, ma la difesa del Papato. Non costava nulla al paese; anzi lo arricchiva: i Francesi portavano annualmente a Roma in circolazione 12 milioni di lire. Il Papato che in condizioni normali si sarebbe dovuto rallegrare del ritiro di truppe straniere, ora doveva deplorarne la perdita. Il governo pontificio che per 17 anni aveva avuto presso di sè il Comando militare francese, che formava un altro governo, col quale esso spesso veniva a trovarsi in umiliante contrasto, ora aveva ripreso la sua indipendenza.
Il 14 dicembre 1866, le ultime truppe francesi s'imbarcarono a Civitavecchia: così quel giorno nessuna bandiera straniera sventolò più sull'Italia dalle Alpi al mare. Era questa una condizione nuovissima nella storia della Penisola, condizione che non si era più presentata dall'anno 1494. Mentre la Francia, per il diritto della nazione italiana e l'opinione pubblica di tutta Europa era forzata a cedere e ad abbandonare Roma, dopo avere obbligato l'Austria a sgombrare l'Italia,—un nuovo grande principiocivile veniva chiaramente ad affermarsi.
Lo stesso giorno il Comitato nazionale segreto di Roma pubblicò in un foglio volante questo importante proclama:
«Romani! finalmente l'ultimo soldato francese, l'ultimo straniero ha abbandonato l'Italia. Dalle Alpi al mare nessuno stendardo straniero spiega più sull'Italia protezione iniqua o signoria. Questo spettacolo, doloroso per i nostri oppressori, è pieno di conforto per noi che dopo 18 anni rialziamo di nuovo la fronte, e vediamo Roma arbitra dei suoi destini. Questo gran giorno resti profondamente impresso nella memoria e nel cuore d'ogni romano che senta onore per la sua patria fin ora tanto infelice. Questo giorno, il 14 dicembre 1866, apre un'èra nuova, un'èra che vedrà, a fianco della religione purificata e liberata dal dispotismo, Roma stessa libera e fiorente.
«E' nostro, o Romani, questo compito. Una tarda giustizia ripone nelle nostre mani il destino di questa terra, finalmente! Il momento è solenne e decisivo. Tutto il mondo, commosso e variamente disposto, ha lo sguardo su Roma. Noi, forti della forza d'un inalterabile diritto, risoluti ad esercitarlo senza ledere in alcun modo i diritti del potere spirituale, teniamo prontiper il grande avvenimento la mente, il cuore, e, se ve ne sia bisogno, anche il braccio. Non vani discorsi, non malintesi movimenti, o azioni separate e inopportune! Rimanga fuori dalle nostre file chi non sappia portare altro contributo alla nostra causa. La nostra patria è ricca di ardire e di civile virtù; il momento decisivo lo mostrerà. Nessuna dimostrazione vana e disordinata, dunque. Questo infatti desidererebbero i nostri nemici, coloro che contano sui nostri errori per far ricadere l'Italia nell'antica schiavitù; essi son numerosi e perversi, e ci circondano, ci spiano, ci insidiano. Ma non dubitate; a loro son rivolti gli sguardi di coloro che vegliano instancabili per il nostro riscatto. Ma contro di essi bisogna specialmente usare l'unione e l'ordine, un contegno fermo, risoluto e tranquillo durante il tempo che ancora ci separa dall'esaudimento dei nostri desiderî.
«Riuniamoci, stringiamoci le mani e formiamo una solida catena per il nome e la gloria di Roma. In nome della patria, non una minima parte delle nostre forze vada perduta in questo solenne momento.
«Così uniti e stretti in un sol gruppo aspettiamo il momento opportuno. La vittoria è sicura. I giorni del dispotismosacerdotale sono già inesorabilmente contati. Il vostro comitato sarà, ove occorra, pronto al consiglio e all'azione.
Il Comitato Nazionale Romano.
Roma, 14 dicembre 1866».
III.
I timori che al ritiro dei Francesi seguisse la sollevazione, se non di Roma, delle città del circondario e specialmente di Viterbo, si mostrarono ingiustificati; la tranquillità non fu turbata in nessun luogo. Questo fatto è dovuto in parte all'ottimo contegno delle truppe pontificie, organizzate nuovamente, e in parte al comando venuto da Firenze al Comitato Nazionale Romano. Per mostrare le sue buone intenzioni, il Governo italiano aveva preso disposizioni per il ritorno nelle loro sedi di tutti i vescovi scacciati o trattenuti in arresto. Aveva inoltre mandato a Roma Tonello, non solo perchè giungesse ad un accordo sulla questione del giuramento dei vescovi, e dell'exequaturreale, ma anche perchè portasse la proposta di quel grande progetto finanziario, che consisteva nel convertire i beni ecclesiastici d'Italia, valutati a due miliardi di lire, in una rendita mobile; così laChiesa avrebbe acquistato una vera indipendenza dallo Stato. Queste trattative, anche se non seguite da effetti, richiamavano l'attenzione di tutti e rafforzavano l'opinione di quelli che speravano ancora in una conciliazione. La questione romana, da una questione europea, divenne, dopo il ritiro dei Francesi, una questione interna italiana. Ora il Papato si trovava circondato e stretto tutt'intorno dall'Italia, solo di fronte alle sue pretese: questa situazione appariva così insostenibile, che molti eran d'opinione chenecessariamentedovesse in qualche modo stabilirsi un'intesa fra Roma e l'Italia.
Il partito italiano della città si era organizzato nel Comitato Nazionale Romano, il quale riceveva il suo indirizzo dal Governo di Firenze, ed era un suo organo. Queste erano le sue mire: accordo col Papato, spogliato del potere temporale; annessione di Roma all'Italia mediante plebiscito; dichiarazione di Roma a capitale, con la dinastia di Savoia. Sosteneva dunque la opportunità della quiete e dell'ordine, e della resistenza passiva.