Ruggero, possessore di tutte le virtù necessarie in un fondatore di dinastia, sollevò il regno normanno a grande splendore. Nel 1127 ereditò il ducato delle Puglie, come abbiamo detto, e ciò spaventò il papa, l'imperatore tedesco e quello bizantino; ma Ruggero combattè con fortuna contro tutti e tre, e poi contro i principi di Salerno, di Capua, di Napoli, di Avellino e costrinse il papa a concedergli l'investitura delle Puglie ed infine si cinse della corona reale. Non potè però far questo senza il consenso del Parlamento, dei baroni e dell'alto clero, poichè, seguendo l'usanza dei conquistatori normanni, per creare una nobiltà novella era stata stabilita una certa forma di costituzione aristocratica. Il Parlamento, convocato a Salerno, decretò al principe la corona regale, che gli fu solennemente posta in testa nella cattedrale di Palermo, il dì di Natale del 1130. Così sorse il regno delle Due Sicilie.
Subito Ruggero si die' a ordinare la suamonarchia, in modo grandioso e sicuro: creò sette grandi ufficiali della corona, un connestabile, un grande ammiraglio, un cancelliere, un giudice, un ciambellano, un pronotario, un maresciallo, che formarono il suo consiglio. Si circondò di un cerimoniale orientale, affidò la custodia del palazzo ad eunuchi e a guardie saracene. Il suo regno trascorse fra continue lotte, in continua guerra; ma seppe tener fronte a tutti i suoi nemici, interni ed esterni; ispirò vivo terrore nella stessa Costantinopoli all'imperatore greco, il quale non intendeva rinunziare a' suoi diritti sulla Sicilia; s'impadronì di Corinto, di Atene e di Tebe; portò dalla Grecia a Palermo molti operai abili nel filare e nel tessere la seta, contribuendo a propagarla così nell'Occidente, e da questi fece fabbricare il pallio famoso che vestirono più tardi gl'imperatori tedeschi nell'atto della loro incoronazione; conquistò poscia Malta, inviò centocinquanta bastimenti in Africa e punì quello stesso regno di Kairewan che aveva conquistato la Sicilia. Durante la sua signoria la potenza normanna raggiunse l'apogeo. Egli morì il 26 febbraio 1154, cinquantanovenne. Fu principe di grande prudenza, valore, giustizia e ingegno: fu bello di persona, disinvolto e distinto. Verso gli Arabi si dimostrò tollerante e tenne in gran contola loro scienza e la loro arte. Fra gli altri, accolse onorevolmente alla sua corte Edris Edscheriff, esiliato dall'Africa, che gli costruì una sfera terrestre d'argento, sulla quale erano disegnate tutte le contrade allora note, con la loro denominazione in lingua araba, e scrisse una geografia nota generalmente sotto il nome di re Ruggero, un estratto della quale, laGeografia Nubiense, venne più volte stampata a Roma, a Parigi e per ultimo a Palermo nel 1790.
Segno veramente espressivo del carattere di Ruggero era l'iscrizione incisa sulla lama della sua spada:Apulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer.
Gli successe Guglielmo I, per le sue cattive qualità detto il Malo. Egli era l'unico figlio superstite a Ruggero, imperocchè gli altri quattro, Ruggero, Anfuso, Tancredi ed Enrico precedettero tutti il padre nella tomba. Fu sorprendente la rapida decadenza di una stirpe tanto forte e numerosa: in pochi anni si ridusse ad un unico discendente collaterale, ed insieme il Regno di Sicilia decadde rapidamente dall'altezza a cui Ruggero aveva saputo portarlo. Morto questi, si dovette riconoscere che tutta la forza del nuovo regno riposava esclusivamente nella sua persona. Sotto il governo di Guglielmo il Malo non tardò la Siciliaa ricadere in tali condizioni da ricordare gli emirati dei Saraceni, sotto l'influenza di un favorito del re, avventuriero straniero al paese, il grande ammiraglio del regno Maione di Bari, il quale attentò alla corona. Non vi furono che congiure, rivoluzioni di palazzo, ribellioni di nobili, un caos ovunque. L'odioso re Guglielmo, dopo una vita travagliata, ma non senza qualche successo in guerra, morì nel 1166, in età di quarantacinque anni.
Con suo figlio Guglielmo II, detto il Buono, salito sul trono a soli undici anni, si estinse la linea diretta della stirpe normanna. I primi anni del suo regno furono agitatissimi, a motivo delle contestazioni sulla tutela, delle ribellioni dei baroni e degli intrighi di corte. I Normanni avevano saputo magnificare e conquistare un regno, ma non se lo seppero mantenere. Non appena il clima ed il lusso orientale cominciarono ad infiacchire in essi la nordica forza, decaddero, ed infine il feudalismo e la prepotenza indomabile dei nobili li vinsero. Nessuna dinastia, del resto, avrebbe potuto mantenersi a lungo sul vulcanico suolo di Napoli e di Sicilia; tutte furono d'origine straniera, tutte vennero in possesso dell'isola in modo avventuroso, tutte finirono miseramente e per lo più per tradimento. Guglielmo II, del resto, fu molto dissimiledal padre, e la posterità gli confermò il titolo di Buono che il clero, per gratitudine, avevagli dato. Mentre Guglielmo il Malo viveva come un maomettano e si fabbricava sontuosi palazzi e giardini, Guglielmo il Buono fondava monasteri e conventi. A lui sono dovuti parecchi monumenti d'architettura religiosa, in ispecie il famoso duomo di Monreale e la cattedrale di Palermo. Morì il 1onovembre 1189, in età di soli trentasei anni.
Della stirpe di Ruggero I non rimaneva più che un bastardo, Tancredi conte di Lecce, figlio naturale di Ruggero, primogenito di re Ruggero, premorto al padre; inoltre, l'altra figlia Costanza aveva sposato l'imperatore Arrigo VI; erede legittimo delle Due Sicilie sarebbe dunque stato l'imperatore. Ma il partito nazionale si rivolse a Tancredi, conte di Lecce, che venne a Palermo nel 1190 e si fece incoronare. Questo prode bastardo ebbe molti punti di somiglianza con re Manfredi, vissuto dopo di lui; come questo fu uomo d'ingegno, poeta, musico, versato nelle matematiche e nell'astronomia, che gli Arabi avevano allora diffuse, e come questo fu generoso ed infelice. Riuscì vittorioso nei primordi della guerra che ebbe a sostenere contro i Tedeschi di Arrigo, per assicurarsi il possesso del regno, e quandoCostanza cadde nelle sue mani, la trattò con grande cavalleria, restituendole la libertà . Pareva che la nobile stirpe dei Normanni dovesse rifiorire in Tancredi, che aveva, ei pure, due figli, Ruggero e Guglielmo, al primo dei quali, bellissimo giovane, aveva dato in isposa Irene, la figlia dell'imperatore greco Isacco Angelo ed avevalo già fatto incoronare re, quando il giovane repentinamente morì nel 1193. Tancredi provò gran dolore alla perdita di questo figlio, tanto che presto, il 20 febbraio 1194, lo raggiunse nella tomba. Rimase suo unico erede Guglielmo, ancor minorenne, che fu incoronato a Palermo. La reggenza venne assunta dalla vedova di Tancredi, Sibilla, che aveva pure tre figlie: Albina, Costanza e Mandonia.
In questo stato di cose, facile fu ad Arrigo conquistare la Sicilia. L'esercito di Sibilla fu sconfitto; Messina, Catania e Siracusa caddero nelle mani dell'imperatore e i baroni passarono dalla parte di questo. L'infelice regina si era ritirata co' figli suoi nella rocca di Caltabellotta ed attendeva colà il corso degli avvenimenti. Il 30 novembre 1194, Arrigo era entrato in Palermo, che avevagli fatto festosa accoglienza, salutando con musica ed inni di gioia la nuova signoria degli Svevi. Sibilla, allora, vistasi da tutti tradita, si decise atrattare, ed il giovane principe Guglielmo, cui l'imperatore aveva promesso solennemente la contea di Lecce e il principato di Taranto, venne a deporre a' suoi piedi la corona. Ma gl'infelici erano caduti in un tranello: Arrigo, non appena incoronato, col pretesto di una falsa congiura, dimentico de' suoi giuramenti, sfogò la sua selvaggia passione di vendetta contro i partigiani della stirpe normanna e contro la misera famiglia regale. Molti baroni e sacerdoti furono tormentati e condannati a morte; Sibilla e i suoi figli furon cacciati in carcere, e Guglielmo, l'ultimo campione della sua gente, venne accecato. Indi la regina e le figlie furono trasportate nel monastero di Hoenburgo, in Alsazia, ove a lungo vissero in prigionia. S'ignora qual fine facesse Guglielmo; una vaga leggenda vuole che ei fuggisse dal carcere e vivesse a lungo da eremita a S. Giacomo, presso Chiavenna.
Così tragicamente si spense la stirpe normanna, cui la fortuna aveva fatto dono di una fra le più belle contrade del mondo, e la sua fine fu tanto più notevole in quanto che non tardò a tenergli dietro quella degli Hohenstaufen. La Nemesi vendicativa colpì questa pure. Come erasi impadronita della signoria di Sicilia col sangue e la crudeltà , così ebbe a patire la stessa sorte,raccogliendo quel che aveva seminato. Secondo la tradizione, Federigo nacque lo stesso giorno in cui suo padre Arrigo macchiava la sua mano di sangue, il 26 dicembre 1194. Arrigo morì tre anni dopo in Messina, di soli 32 anni. Manfredi, bastardo al pari di Tancredi ed al pari di Tancredi prode e generoso, fu tradito e cadde nella battaglia di Benevento; Elena, sua moglie, ricoveratasi nella rocca di Trani, come un dì Sibilla co' suoi figli in quella di Caltabellotta, al pari di lei si vide tradita e fu rinchiusa insieme con i figli in carcere, dove morì di dolore; sua figlia Beatrice visse per ben diciotto anni nel Castel dell'Uovo a Napoli; i tre figli minori, Enrico, Federigo e Anselmo rimasero per trenta anni in carcere, e Corradino, infine, lasciò la vita sul patibolo. Tanto sangue versato suscitò novella sete di vendetta che poi si sfogò sopra gli Angioini, nei Vespri siciliani.
Gli Hohenstaufen trovarono, del resto, l'isola in floride condizioni; paese dalla natura prediletto, la Sicilia era divenuta durante la signoria normanna ricca, mercè l'industria e il commercio. Nessun nemico esterno in quel periodo era entrato nella città , mentre dall'Oriente e dall'Africa erano stati portati in grande quantità oggetti preziosi.
Allorquando Arrigo VI entrò in Palermo, rimase impressionato dallo splendore della città , e trovò nel palazzo dei re normanni grandi tesori, oro, gemme, rare stoffe di seta, che fece imbarcare.
Arnoldo, abate di Lubecca, narra che «entrato Arrigo nella dimora del morto Tancredi, vi trovò letti, sedili, tavole d'argento, vasellame d'oro finissimo, tesori nascosti, gemme, meravigliosi gioielli sì da caricarne centocinquanta bestie da soma, facendo ritorno in patria ricco e glorioso».
Fu in questa occasione che venne portato in Germania il prezioso manto, tessuto con seta, ornato di caratteri arabi, che aveva servito all'incoronazione di Ruggero I, e che, nel 1424, per volere dell'imperatore Sigismondo, fu riunito con altri gioielli dell'Impero a Norimberga, tanto che poi lo si credette il pallio di Carlomagno.
Reynaud recentemente ha dato questa traduzione dell'iscrizione araba ricamata sul manto di re Ruggero: «Tessuto nella fabbrica reale, nella sede della felicità , della nobiltà , della gloria, del conseguimento duraturo del benessere, della buona accoglienza, della fortuna, dello splendore, della reputazione, della bellezza, del compimento di ogni desiderio, di ogni speranza; del piacere del giorno e della notte, senza tregua, della devozione, della conservazione,della simpatia, della felicità , della salute, dell'aiuto, della soddisfazione, nella città di Sicilia nell'anno 528» (1133 dell'èra volgare). Questa orgogliosa ed ampollosa iscrizione in stile orientale, sul manto solenne di un re normanno, basta a provare quanto i Normanni si compiacessero di conformarsi agli usi ed ai costumi arabi.
Di quei tempi ci rimane una delle più antiche descrizioni di Palermo, quella del normanno Ugo Falcando, che visse in quella città durante il regno di Guglielmo il Malo, e che poi fece ritorno nella sua patria. Mentre la dinastia di Ruggero stava per estinguersi, egli scrisse un'epistola a Pietro, tesoriere della cattedrale di Palermo, lamentando i mali che stavano per cadere sopra la città e dando un'idea della sua bellezza. La sua lettera rivela un odio feroce contro i Tedeschi. Dopo aver rivolto apostrofi piene di entusiasmo verso i Normanni che a Messina ed a Catania stavano allora lottando coi barbari, si rivolge a Siracusa, esclamando: «Dovrà dunque ridursi a servire i barbari l'antica nobiltà di Corinto che, abbandonata la propria patria, venne in Sicilia per edificare una città , e finì per stabilirsi sulla costa più amena dell'isola ed ivi innalzò una città , fra porti che non hanno gli eguali? A che ti vale ora l'antico splendore de' tuoi filosofi, deipoeti che s'inspirarono alla tua fonte profetica? A che ti vale avere scosso il giogo del tiranno Dionigi e de' suoi eguali? Minor danno sarebbe per te stato sopportare il furore dei despoti siciliani, piuttosto che la tirannia di un popolo barbaro e crudele. Guai a te, guai a te, Aretusa, fonte cantata da uomini illustri che, dopo aver offerto ai vati l'ispirazione, devi saziare l'ebbrezza dei Tedeschi e soffrire le loro turpitudini!»
La lettera di Falcando è un documento importantissimo per la conoscenza delle condizioni di Palermo al tempo dei Normanni. A questo proposito, l'autore ad un certo punto esclama: «Chi potrà mai bastantemente esaltare la bellezza degli edifici di questa nobile città ? Chi l'abbondanza delle fontane sgorganti d'ogni parte? Chi lo splendore della lussureggiante vegetazione? Chi gli acquedotti, che in tanta abbondanza forniscono alla città il salutare elemento?»
Ancora prima di Falcando, Ibn-Hankal di Bagdad, verso la metà del secolo X, aveva dato una descrizione di Palermo in un'opera geografica, descrizione che venne pubblicata, tradotta in francese da Michele Amari, a Parigi nel 1845. Il lavoro non è di gran mole, ma ha un certo valore. L'autore divide Palermo in cinque quartieri, enell'Alcazar (la Paleopoli di Polibio) fa menzione della grandiosa moschea, l'antica cattedrale dei cristiani, nella quale eravi una cappella in cui stava sospesa per aria la tomba di Aristotile. Ivi, nei tempi anteriori, venivano i cristiani a pregare per implorare la pioggia.
Nel Khalessah stava la dimora dell'emiro; nel Sakalibah (secondo l'Amari, quartiere degli Schiavoni) c'era il porto; il quarto quartiere era quello della moschea di Ibn-Saktab; a mezzogiorno della città si stendeva il quartiere di El-Jadid, l'attuale Albergaria.
Ibn-Hankal accenna anche ai mercanti, alle loro botteghe, specie quella dei macellai, alla preparazione dei papiri, ed ancor più descrive le fontane, sopratutto quella di Favara.
Ho già ricordato il viaggio di Mohamed-Ibn-Djobair, che contiene pure una pregevole descrizione della città sotto i Normanni: egli paragona Palermo, specialmente la città antica, l'Alcazar, per i suoi bei palazzi e le sue torri, a Cordova. «La città , egli scrive, è fabbricata mirabilmente sullo stesso tipo di Cordova, tutta in pietra lavorata, della cosidetta El-Kiddan. I palazzi reali stanno all'intorno e la circondano come una collana posta sul bel collo di una fanciulla».
Le notizie di questi due Arabi e dell'ebreo Beniamino di Tudela completano la breve descrizione del normanno Falcando, il quale descrive pure i principali edifici di Palermo ed afferma che la città al suo tempo si era mantenuta divisa in quartieri, come sotto la dominazione araba, e che parecchie piazze e strade e porte avevano conservato i loro antichi nomi arabi. Da quanto egli narra si arguisce che la città a quel tempo si trovava nel suo massimo splendore. Per la ricchezza e la bellezza dell'architettura indubbiamente il periodo normanno fu il più felice e normanni sono difatti i monumenti più notevoli che ancora rimangono. Gli Svevi, compreso Federico, non hanno lasciato alcun ricordo architettonico. Per varie ragioni essi dimorarono sempre fuori dell'isola, mentre i principi normanni stabilirono colà la loro dimora e cercarono di dare alla città lo splendore necessario alla capitale di una nuova e possente monarchia.
Ci resta ora da parlare dei principali monumenti dell'epoca normanna, primo fra tutti il palazzo reale. Questo castello, così straordinariamente interessante in special modo pei Tedeschi, poichè fra le sue mura trascorse la poetica giovinezza uno dei più grandi imperatori di Germania, e del pari interessante per gl'Italiani, che lo consideranoquale culla della poesia nazionale,—sorge in fondo alla via detta Cassero, sulla piazza da cui si domina tutta la città . A quanto pare, è l'edificio più antico di Palermo, non risalendo soltanto ai Saraceni, ma ai Cartaginesi, ai Romani ed ai Goti, che vi stabilirono la loro sede principale. Ivi sorgeva indubbiamente il palazzo degli emiri, da cui si farebbe derivare il nome di Cassero, che fui poi esteso a tutta la città e finì per rimanere alla strada principale. Si vuole che il palazzo sia stato costruito dal saraceno Adelkam. Ruggero I e il suo successore lo ampliarono; ivi vissero Federico, Manfredi e i suoi successori, che lo resero sempre più vasto, riducendolo nella forma irregolare di palazzo e di fortezza che attualmente presenta.
Falcando così ce lo descrive ai tempi di Guglielmo il Malo: «Lo stupendo edificio è costruito con pietre lavorate con grande cura ed arte squisita; è circondato da solide mura ed è pieno di ori e di argenti. Alle estremità sorgono due torri, la Pisana, destinata a custodire i tesori regali, e la Greca, dominante la parte della città chiamata Khemonia. Nel centro sorge una sala straordinariamente decorata, per nomeIoaria, in cui si trattengono in udienze segrete il re e i suoi confidenti, ed in cui il re concedeudienza ai baroni, per discutere degli affari più importanti del regno».
Quasi ogni traccia di quelle antiche costruzioni è ormai andata perduta; solo rimane la torre di S. Ninfa, che doveva essere la parte più antica del castello, e la famosa cappella palatina. In cima alla torre sorge l'osservatorio, da cui padre Piazzi, il 1ogiugno 1801, scoprì Cerere, la stella dal nome della Dea protettrice dell'isola. Il cortile ha tre ordini di portici, che lo circondano; al primo piano trovasi la celebre cappella palatina, uno dei più bei monumenti dell'epoca normanna, costruita da re Ruggero nel 1132 e dedicata a S. Pietro. Essa è connessa al palazzo e non ha una vera facciata; vi si accede da un portico sostenuto da otto colonne di granito egiziano, con mosaici nelle parti superiori, illustranti i fatti dell'antico Testamento e l'incoronazione di Ruggero. Sull'ingresso sta un'iscrizione in lingua greca, araba e latina, che indica come il re avesse fatto disegnare con somma cura nel palazzo un orologio solare. L'iscrizione in lingua araba è stata così tradotta: «Fu dato ordine dalla maestà reale, il magnifico ed illustre re Ruggero, che Iddio protegga ed eterni, di costruire questo strumento per segnare le ore, nella metropolidi Sicilia, protetta da Dio, l'anno 536» (dell'Egira).
La basilica, davvero caratteristica, fantastica e misteriosa, non paragonabile a nessun altro tempio italiano dello stesso genere, scarsamente illuminata dal sole, ha le pareti rivestite di marmi e di mosaici a figure su fondo d'oro, che a momenti si perdono nella dubbia luce e a momenti, colpite da un raggio improvviso e passeggero, balzano fuori violentemente. Quando io vi entrai, si stava celebrando una messa solenne da morto per l'ultimo re defunto. Nella navata centrale sorgeva un alto catafalco coperto di velluto nero, su cui posava una regale corona d'oro; tutt'intorno ardevano ceri e sotto le volte risuonavano i canti dei sacerdoti e si elevavano nubi d'incenso. Lo spettacolo, fra lo splendore misterioso dei mosaici e le decorazioni arabe, riportava la fantasia ai tempi di re Ruggero.
La cappella ha forma di basilica, con una tribuna e superiormente una cupola d'oro. Dieci colonne corinzie, sulle quali riposano gli archi, la dividono in tre navate. Le pareti, all'intorno, sono del pari rivestite, sino all'altezza di dodici palmi, di marmi diversi, e al disopra, ovunque, sono mosaici, che illustrano gli episodi dell'antico e del nuovo Testamento. Sull'arco della tribunavi è rappresentata l'Annunciazione e sulla tribuna stessa una mezza figura gigantesca di Cristo, con la mano sollevata in atto di benedire. Sotto le figure stanno iscrizioni greche e latine. Questi mosaici non risalgono a Ruggero I, ma a Guglielmo I, secondo quanto afferma Romualdo da Salerno, il quale ha lasciato scritto che «Guglielmo fece ornare di pitture preziose la cappella di S. Pietro, nel palazzo, e ne fece rivestire le pareti di marmi preziosi». Ciò non esclude però che tali lavori fossero stati iniziati, come pare, da Ruggero.
A quel che sembra, in Sicilia e nell'Italia meridionale esisteva una scuola di mosaicisti greci, i quali allo stile bizantino diedero una più vivace espressione. Infatti, i mosaici siciliani sono di una dolcezza tutta speciale, non hanno nulla della durezza e dell'angolosità della scuola bizantina. Mentre i Veneziani chiamavano mosaicisti da Costantinopoli per la decorazione del S. Marco, i Normanni, allorchè edificarono in Sicilia le loro chiese, vi trovarono già una scuola, che era in fiore al tempo dei Greci, come ne fa fede il tempio grandioso di Gerone a Siracusa, ove era rappresentata in mosaico l'Iliade. La pratica di quest'arte non venne mai meno: sul finire del secolo IV dell'èra cristiana gli artefici del mosaico in Sicilia erano superiori a quellidi Roma, da quel che si rileva dall'epistola che papa Simmaco scrisse ad un certo Antioco di Sicilia per avere dei modelli per i mosaicisti romani: «L'eleganza del tuo ingegno—dice la lettera—e la squisitezza delle tue invenzioni meritano di essere tenute in gran conto, poichè tu hai trovato nell'arte tua mezzi nuovi, prima sconosciuti, e ci piacerebbe poter ornare con qualcosa di tuo i nostri appartamenti: inviaci dunque una tavola, o una lastra di marmo con un modello dei metodi nuovi da te escogitati».
L'arte del mosaico non si perdette nell'isola, neppure sotto la dominazione degli Arabi; la Sicilia si era mantenuta sempre in relazioni continue con Costantinopoli, e gli Arabi si valsero dell'opera loro per ornare le proprie case, con figure e sopratutto con disegni capricciosi e con arabeschi. Molto probabilmente i lavori in mosaico del duomo di Salerno, di quello di Palermo, di quello di Monreale, sono opera di scuola indigena dell'Italia meridionale. Ruggero stesso fece eseguire notevoli lavori in mosaico nel suo palazzo e la cappella palatina è adorna di dorature, pitture e arabeschi, che conferiscono ancor più al tempio un carattere misterioso.
Nel 1798 fu scoperta nella vòlta di questa cappella una lunga iscrizione araba, in carattericufici, compresa in venti grandi compartimenti, che, per quanto si potè decifrarla, si riferiva al fondatore della cappella ed al tempio stesso, con parole esagerate di lode e invocazioni di durata. Siccome poi quest'iscrizione, al pari di tutte le altre arabe che sono nelle chiese palermitane, era di origine cristiana, si rimane davvero stupiti nel trovare adoperata con tanta ingenuità nei tempi cristiani la lingua e le parole del Corano, specie in un'epoca in cui il fanatismo religioso dei crociati aveva raggiunto l'apogèo. Come facilmente si arguisce, nessuna di queste iscrizioni è tolta testualmente dal Corano, ma coi caratteri serba anche una certa impronta mussulmana. L'idioma arabo a quel tempo non era ritenuto da meno del greco, e l'Oriente, per intelligenza e per civiltà , era grandemente superiore all'Occidente, e buona parte della letteratura greca era pure stata rivelata all'Occidente per mezzo della lingua araba che divenne quasi una lingua ufficiale. Del resto, i caratteri orientali avevano un non so che di enigmatico, di misterioso; avevano già in sè delle linee geometriche e si prestavano quindi mirabilmente all'ornamento delle pareti e delle colonne delle basiliche siciliane, che formano quasi un nesso tra il cristianesimo e l'Oriente, nella stessa guisa che quelledi Roma lo formano tra il paganesimo e il cristianesimo.
Negli archivi della cappella palatina sono conservati parecchi diplomi greci, latini ed arabi del periodo normanno ed un prezioso cofano circondato d'iscrizioni in caratteri cufici.
Uscito dall'antica cappella, salii al piano superiore del palazzo e vidi i ricchi e belli appartamenti, che hanno un valore storico, poichè vi si ammira ancora la sala del Parlamento, la sala del trono e quella delle udienze, ove si conserva ancora uno dei due famosi arieti di bronzo, che ornavano un tempo una delle porte di Siracusa; l'altro andò distrutto in un incendio. La sala dei Vicerè ne contiene i ritratti dal 1488 ai giorni nostri.
Più interessante di tutte queste sale mi parve la stanza di re Ruggero, ornata di mirabili mosaici, che rappresentano una lotta di centauri, una caccia e degli uccelli. Non si sa veramente perchè questa stanza porti il nome di Ruggero: i mosaici appartengono al XII secolo. Tutti i locali subirono trasformazioni, ed invano io ricercai l'appartamento di Federico II, o almeno una stanza che portasse il suo nome. Qual nome avrebbe del resto potuto dar lustro al palazzo quanto quello di Federigo? Molti principi di diversi paesi, Saraceni, Normanni,Svevi, Spagnuoli, Angioini, Borboni, abitarono questo palagio nella prospera ed avversa fortuna; ma il ricordo di tutti questi scompare quando il nostro pensiero va a quel grande imperatore che vi trascorse la sua giovinezza.
III.
Molte cause contribuirono a far sorgere in Sicilia un'eccellente architettura ecclesiastica ed a darle un'impronta tutta speciale, e sopratutto il carattere di quel secolo in cui il cristianesimo venne in lotta con l'islamismo, in contatto del quale sì a lungo era vissuto, specie quando la dominazione dei Normanni si trovò di fronte alla religione di Maometto. Trionfante, allora, risorse in Sicilia la fede di Cristo e riacquistò il terreno perduto: chiese stupende, capolavori in cui l'ispirazione orientale sopravviveva, monumenti della vittoria della religione cristiana su quella di Maometto, sorsero ovunque.
Qualcosa di simile era già avvenuto quando gli Elleni avevano sconfitto nella battaglia d'Imera i Cartaginesi, che avevano invasa tutta quanta l'isola: essi, nell'ebbrezza della vittoria, avevano disseminato il suolo conquistato delle loromagnifiche costruzioni. Gli Dei della Grecia, Giove, Apollo, Cerere e Venere, avevano atterrato il Moloch africano, e il contrasto della civiltà e della religione greca con la barbarie africana si era pronunciato meravigliosamente, avendo Gelone di Siracusa, fra le altre condizioni di pace, imposto ai Cartaginesi di cessare del tutto, qualsiasi sacrificio umano.
Dopo oltre quindici secoli, nel secondo grande periodo architettonico siculo, un fatto quasi identico si ripetè, fatto degno di osservazione, unico, che prova ad un tempo come la civiltà umana si svolga secondo le leggi esterne immutabili nella sostanza, varie nella forma. Nella stessa guisa che i Greci nel primo periodo innalzarono i famosi templi di Segesta, di Selinunte, di Agrigento e di Siracusa, i Normanni, una volta liberata l'isola dai novelli Cartaginesi, innalzarono le splendide cattedrali di Monreale, di Palermo, di Cefalù e di Messina. Nel primo periodo la civiltà si era rivolta verso il mezzodì, nel secondo invece si estese nel settentrione, mentre le contrade di mezzodì e di levante decadevano.
A lato del tempio greco a colonne sorse la cattedrale cristiana; a lato del tempio marmoreo, maestoso, severo di Giunone ad Agrigento, sorse il duomo scintillante d'oridedicato alla Vergine Maria di Monreale: ambedue segnarono un'epoca di florido rinnovamento nella storia dello spirito umano; ambedue avevano un carattere originale diverso e diversa è quindi l'impressione che oggi suscitano. Chi può esprimere la commozione che si prova nel contemplare, in mezzo alla solitudine della campagna siciliana, uno dei templi maestosi di Agrigento? Si direbbe impossibile poter trovare cosa più perfetta, più bella, più armonica nelle forme. Ma anche entrando in una cappella normanna, nella sua semioscurità , fra le sue navate, sotto i suoi archi, fra quelle pareti splendenti di mosaici, non si può fare a meno, dimentichi dell'antichità , di persuadersi di essere entrati in una novella sfera di beltà e d'armonia.
Il sentimento religioso suscitato da questa architettura normanna, che io volentieri, per la sua origine orientale, chiamerei architettura delle Crociate, fu profondo. Da ciò nacquero altre conseguenze. La Chiesa romana di fronte a Bisanzio che sosteneva esser la Sicilia sua proprietà , dovette dare alla conquista dei Normanni quasi un diritto sacro, un'alta consacrazione. Il papa aveva nominato i conti Normanni suoi legati apostolici, aveva concesso a re Ruggero le sacre insegne, quasi a testimonianza della conferma data dalla Chiesa alla suasignoria; i re, inoltre, si ritenevano eletti, non per concessione del papa, ma per grazia di Dio, e difatti rappresentavano nei mosaici delle loro chiese Ruggero e Guglielmo nell'atto di venire incoronati da Cristo stesso. Era dunque necessario che fossero zelanti nel promuovere il risorgimento del cristianesimo nel loro nuovo regno, e tali furono.
Malaterra, storico dei due Ruggeri, così parla del conquistatore della Sicilia:
«Allorchè il conte Ruggero vide che per la grazia di Dio, tutta quanta la Sicilia faceva omaggio alla sua signoria, non volle mostrarsi ingrato a così gran beneficio e cominciò a render grazia a Dio, ad esser giusto, a ricercare la verità , a frequentare le chiese, a prendere devotamente parte ai sacri uffizi, a concedere alle chiese il decimo de' suoi redditi, a soccorrere le vedove, gli orfanelli, i derelitti, e in molti luoghi dell'isola innalzò basiliche».
Altre ragioni politiche, in quel tempo di Crociate, si unirono allo spirito religioso per indurre i Normanni a favorire gl'interessi della Chiesa; una stirpe principesca, salita di recente e soltanto per forza di conquista su uno dei più bei troni d'Europa, aveva bisogno dell'aiuto del papa e del clero per affermarsi. Senza quest'appoggio, sarebbero stati perduti, come avvennedi poi agli Hohenstaufen, i quali, entrati in lotta con la Chiesa, cominciarono dal perdere Napoli, poi la Sicilia e quindi ogni dominio.
A queste influenze aggiungasi il desiderio naturale in una dinastia sorgente di affermare per mezzo di splendidi monumenti la sua dominazione, e si capirà facilmente perchè l'architettura ecclesiastica in Sicilia abbia preso rapidamente piede. Si voleva superare tutto quello che si era fatto, rivestire le chiese per intero d'oro, far cosa ancor più bella della basilica di S. Sofia e di quella di Bisanzio, al cui imperatore era stato tolto il regno: e Ruggero edificò rapidissimamente, in un anno si dice, il duomo di Cefalù, la cattedrale di Messina e la cappella palatina di Palermo. Così lo sviluppo dell'arte fu altrettanto rapido quanto quello della dominazione stessa dei Normanni.
Tutte queste costruzioni furono però superate da Guglielmo II, ultimo principe legittimo della stirpe normanna, il quale eresse nel duomo di Monreale il più bel monumento alla sua famiglia e contemporaneamente uno dei più bei monumenti dell'architettura medioevale. Fu compiuto in sei anni, fra il 1170 e il 1176 e la fama della sua magnificenza si propagò rapidamente sin nei più lontani paesi. Nel 1182,papa Lucio III innalzò Monreale alla dignità di arcivescovado e parlando nella bolla di re Guglielmo, così scrisse: «In brevissimo volgere di tempo seppe elevare al Signore Iddio un tempio meraviglioso, lo dotò di castella, di rendite, di libri, di arredi sacri, riccamente ornati d'oro e di argento, vi chiamò buon numero di monaci dalla Cava, li fornì di abitazioni e di ogni cosa occorrente, di guisa che non vi fu dai tempi più remoti altro re che compisse opera altrettanto grande, la cui sola descrizione riempie di stupore».
La chiesa di Monreale ha veramente qualche cosa di singolare; si direbbe che ivi, nelle vicinanze dei lidi africani, fra quelle piante aromatiche e bizzarre, fra le palme gli agavi, gli aloe, sotto quel luminoso sole meridionale, il cristianesimo abbia ricevuto una speciale, quasi fantastica impronta.
L'architettura della basilica è un capolavoro dello stile ecclesiastico normanno-siculo e riunisce in sè i tre tipi: greco-bizantino, latino ed arabo. I Normanni, che veniano dall'Occidente, ove predominavano le forme romane, trovarono in Sicilia tanto le tradizioni bizantine, quanto quelle saracene. L'isola era stata posseduta varî secoli dai Bizantini, la lingua usata in Sicilia era greca, greco il loro culto, greci i caratteriarchitettonici delle loro chiese, caratteristiche per la pianta quadrata e per l'abbondanza delle cupole. In esse il Santuario veniva elevato in forma di triplice ovale, simbolo della Santissima Trinità , imperocchè di fianco del coro stavano due cappelle meno elevate, di forma emisferica, a sinistra laprotesiper la preparazione al sacrificio, a destra ildiaconico, destinato ai diaconi ed alle loro letture. Anche i Bizantini solevano ornare di mosaici le vòlte, gli archi e le pareti delle loro chiese.
I Normanni accettarono quest'architettura e dai Saraceni presero l'arco a sesto acuto e i rabeschi per le pitture murali. Conservarono inoltre il tipo della basilica romana, in uso nel resto d'Italia, cioè a dire una navata lunga, divisa da due file di colonne sostenenti il tetto a solaio, e collocarono questa navata davanti al santuario, ma invece di destinare, come nelle antiche chiese le colonne a sopportare un architrave, portarono sopra quelle gli archi a sesto acuto, riunendo in una le tre forme architettoniche e dando origine a quel tipo che fu in uso in tutta quanta la Sicilia e che a poco a poco si accostò a quello gotico, e finì per confondersi con questo.
Si possono consultare utilmente a questo riguardo l'opera di Serra di Falco intorno a Monreale ed altre chiese sicule-normanne,quelle di Hittorf e di Zanth sull'architettura moderna della Sicilia, e le descrizioni di Monreale fatte dal Lelli e dal Del Giudice.
Il duomo misura 372 palmi di lunghezza, 174 di larghezza; il suo campanile è alto 154 palmi. Ha bellissime porte di bronzo, sulle quali sono scolpiti parecchi archi semispezzati ed ornati di ricchi arabeschi, sostenuti da pilastri con mosaici, e sculture nel vano: un'iscrizione latina dice che fonditore di esse fu Bonanno da Pisa, lo stesso che gittò le porte di bronzo del duomo di quest'ultima città . Gli altorilievi, divisi in quarantadue campi, rappresentano le gesta dell'antico e del nuovo Testamento, e per valore artistico possono stare a fronte dei mosaici bizantini. Le figure sono forse dure, sono un po' magre, ma colpiscono pel loro carattere d'ingenuità quasi puerile. Le iscrizioni in lingua volgare dell'epoca che accompagnano le figure, corrispondono perfettamente all'idioma usato dai poeti siciliani contemporanei. Ad un lato della chiesa v'è un'altra porta, pure di bronzo, opera di Barisano da Trani.
Nell'interno il duomo si presenta grandioso, stupendo, ma non con quel carattere severo delle antiche cattedrali gotiche, ove l'anima quasi si sperde nell'idea dell'infinito, e non ha neppure l'imponenza maestosadi S. Pietro, in cui lo splendore del papato s'impone, e nemmeno ha la severa maestà delle basiliche bizantine: ivi la grandezza è minore e la severità è temperata dalla grazia dell'arte. Gli archi snelli a sesto acuto, poggianti sopra nove colonne di granito orientale, dà nno belle proporzioni alla navata centrale e lasciano penetrare e spaziare lo sguardo in quelle laterali. Il pavimento di marmi rari, di vario colore e a disegni, lo splendore delle travi dorate, le pitture dei compartimenti del solaio, i mosaici e gli arabeschi che cuoprono tutti gli archi e le pareti delle tre navate, tanta profusione di sculture e d'oro, producono un'impressione indimenticabile. Pel Dio delle terre nordiche un tempio così luminoso e così gaio non parrebbe conveniente, ma pel Dio del mezzogiorno indubbiamente sì. Entrando in questo tempio dalla meravigliosa campagna di Monreale, pare piuttosto di trovarsi in un vasto e regale palazzo.
Nella navata centrale i mosaici cominciano sopra il piccolo architrave che posa sui capitelli delle colonne. La parete superiore è divisa in due parti da una cornice, l'inferiore è ornata di arabeschi che seguono la forma degli archi; nei campi intermedi fra questi sono rappresentate, su fondo d'oro, scene bibliche. Nella partesuperiore si trovano le finestre, aperte nel centro degli archi, e gl'intervalli sono tutti quanti riempiti di mosaici. Sotto il solaio corre una larga fascia, coperta di arabeschi, con spazi circolari di tanto in tanto, nei quali stanno mezze figure d'angeli. Ovunque lo sguardo si volge, verso le cappelle, le navate, le pareti, ovunque trova mosaici, che rappresentano fatti della sacra Scrittura, oppure figure isolate di Dio, di angeli, di santi greci o latini; tutto l'antico e novello Testamento contribuì alla decorazione di questa meravigliosa chiesa; tutto il ciclo della religione mosaica e di quella cristiana venne svolto sulle pareti di questo duomo; e concorsero ad arricchirlo perfino le due comunioni cristiane in disaccordo, quella dei Greci e quella dei Latini: i santi dell'una e i santi dell'altra vi trovarono ospitalità .
Grande è la meraviglia che desta questo fatto, l'aver l'arte potuto nello stesso luogo concentrare, radunare e rappresentare tutto quanto il sistema e l'ordinamento della religione cristiana. L'arte moderna non è più capace di riprodurre, come allora, le varie fasi dello svolgimento dello spirito umano; tutti i tentativi recentemente fatti con la pittura ad affresco, son riusciti fredde allegorie, incapaci di suscitare veruna commozione.
I mosaici, le sculture di Giotto sul campanile di Firenze, rappresentanti la storia della civiltà umana, e il poema di Dante, si possono considerare come monumenti di quel periodo in cui l'idea cristiana si rese padrona dell'arte e la costrinse a farsi riprodurre sotto tutte le più svariate forme. Bisogna però ricordare che il ciclo di mosaici di Monreale è anteriore di circa un secolo a Dante e a Giotto; e quando si pensi che laDivina Commedianon esercitò la sua vera e positiva influenza sull'arte che ai tempi di Michelangelo, e non indusse fino a quell'epoca i pittori a rappresentare il ciclo epico di quella, sembrerà ancor più meraviglioso che fin da allora si potesse rappresentare con tanta grandiosa unità nei mosaici di Monreale, l'intera storia del cristianesimo.
Non si sa bene a chi si debba attribuire questo pensiero; ma osservando in altre chiese di Palermo del periodo normanno la stessa idea, quantunque in esse svolta con minori proporzioni nella loro decorazione, si può arguire che avesse origine da tradizioni bizantine. Del pari non sappiamo chi dirigesse i lavori, ma si sa che furono impiegati tre anni nell'esecuzione dei mosaici, e il duca Serra di Falco ha calcolato che vi dovettero essere adibiti non meno di cinquanta artefici.
L'idea della ripartizione è la seguente: il ciclo comincia con la creazione del mondo ed arriva sino alla lotta di Giacobbe con l'angelo; ogni quadro ed ogni soggetto ha il suo fine in Cristo, la cui immagine è rappresentata nella tribuna. La navata centrale è riservata all'antico Testamento; nel santuario, nelle cappelle e nelle navate laterali è tracciata la vita di Cristo e sono rappresentati anche i profeti e i patriarchi che annunziarono la sua venuta; infine vi è tutta la storia, forse soverchia, dei martiri e dei santi. S. Pietro e S. Paolo, come principi della Chiesa, stanno a fianco della cappella di Cristo: S. Pietro a destra, seduto sul trono, con la mano sinistra appoggiata ad un libro, e con la destra sollevata in atto di dare la benedizione; al disopra ed ai lati sono rappresentate le gesta della sua vita. S. Paolo si trova a sinistra, seduto; superiormente c'è raffigurata la sua decapitazione. In mezzo alla tribuna campeggia il colossale Cristo. Una croce greca splende sul suo capo, lunghe ciocche di capelli gli scendono sulle spalle ed una barba lunga e folta gli copre il mento. Egli solleva la mano destra in atto d'insegnare e con la sinistra tiene un libro: un'iscrizione in lingua greca gli dà il nome diGesù Cristo pantocrate. Questa figura colossale fa l'impressionedi una potenza soprannaturale; è di una cupa solennità e, come tutte le immagini di Cristo d'origine bizantina, rivela un'espressione tutt'altro che divina; come le immagini degli Dei dell'antico Egitto, rivela tradizioni ancora pagane. Il tipo ci trasporta in un'ordine d'idee più lontane da noi della stessa antichità pagana; esso rappresenta un'astrazione terribile che esclude ogni idea di umanità , d'immaginazione, di vita. Tali immagini di Cristo producono in certo modo l'impressione che suscita la testa di Medusa. Io non le ho mai potute guardare senza vedervi, quasi in uno specchio, riflessa la storia della Chiesa, cioè l'ascetismo fanatico, il monachismo, l'odio contro gli ebrei, la persecuzione degli eretici, le lotte dogmatiche, la supremazia dei papi. Nessun'altra cosa ha mai rappresentato meglio, sotto forma simbolica, la potenza positiva e negativa della religione cristiana, e nessuna cosa potrebbe meglio spiegare lo sviluppo dell'arte cristiana nel progresso dei tempi, quanto il confronto di un Cristo bizantino con le teste del Salvatore di Raffaello, o del Tiziano, che esprimono i limiti estremi del modo di comprendere e di rappresentare il tipo religioso.
Non parlerò degli altri mosaici, come quello della Vergine col bambino, in mezzoalla cappella centrale, e dei fatti della vita di Cristo. In genere si osserva nel santuario il predominio del carattere patetico, soprannaturale, religioso ed astratto. Nel riprodurre invece i fatti dell'antico Testamento, l'arte si fa più umana, assume un carattere meno severo, e talvolta anzi quasi ridente; essa, spesso, rappresenta anche piante ed animali. Con molti di questi quadri, che sono di un'ingenuità primitiva, si entra nel mondo naturale, nella storia dell'umanità . Il sacrificio di Isacco, per esempio, è rappresentato con una semplicità caratteristica: Isacco è disteso sopra una catasta di legno; Abramo lo ha afferrato pel capo e solleva un coltellaccio lungo quanto la metà del corpo del ragazzo; dietro a lui stanno due uomini che impugnano nodosi bastoni, e al di sotto un cavallo sellato, e in alto un angelo in atto di volare. Il disegno è spesso difettoso, specialmente negli animali; i dromedari a cui Rebecca porge da bere, sono addirittura grotteschi. Nell'insieme però tutti questi mosaici producono una buona impressione, per quanto le loro tinte si siano di molto annerite pel fumo, giacchè l'11 novembre 1811 lo stupendo tempio di Monreale corse rischio di rimanere preda delle fiamme. Un chierichetto aveva collocata una candela accesa in un armadio, e ilfuoco si era appiccato ad alcune stoffe ivi riposte; egli aveva tentato di soffocarlo, chiudendo l'armadio, ed era fuggito senza dir nulla, per timore di una punizione. Nel pomeriggio si vide uscire un denso fumo dalle porte e dalle finestre della chiesa; il popolo si precipitò dentro e trovò il coro in fiamme. Dopo quattr'ore di alacre lavoro si riuscì a spegnere il fuoco, ma il danno era stato grave; i due organi erano rimasti distrutti, il solaio in gran parte rovinato, le travi nella caduta avevano infranto le tombe di Guglielmo I e di Guglielmo II, ed i mosaici erano stati in parte devastati. Fin dal 1816 si diede principio al restauro dei guasti, e fu fortuna che le tribune e le navate fossero rimaste illese dalle fiamme.
Le tombe dei due Guglielmi e della loro famiglia, a quell'epoca rimaste danneggiate, si trovano oggi nell'ala destra del coro. Guglielmo il Malo riposa in un sarcofago di porfido, e presso di questo sono pure sepolti i suoi tre figli: Ruggero, duca delle Puglie, morto nel 1164; Enrico principe di Capua, morto nel 1179; Guglielmo il Buono, e Margherita loro madre. Così, di tutta la stirpe normanna di Sicilia non mancano che Ruggero I, Simone e Tancredi. Guglielmo il Buono, che costruì la bella chiesa, si vede rappresentato due voltenei mosaici, in uno seduto su di un trono, dove Cristo gli pone sul capo la corona, e nell'altro assiso sulla cattedra vescovile, in atto di presentare alla Vergine il disegno del tempio. Egli riposa ora in un sarcofago di marmo bianco, ornato di graziosi arabeschi, su fondoni d'oro. Il monumento gli venne innalzato solo nel 1575 dall'arcivescovo Ludovico de Torres, perchè il pio re aveva voluto che la sua salma fosse deposta in una semplice fossa murata, a fianco dello stupendo sarcofago del padre.
Guglielmo II non si contentò di costruire il duomo, ma volle anche erigere al suo fianco uno stupendo monastero, dove chiamò dalla Cava i padri Benedettini; e spesso si compiaceva di trattenersi con essi, rallegrandosi dei lavori degli edifici grandiosi, che in quell'epoca andavano sorgendo in Monreale. Il monastero edificato da re Guglielmo, cadde poi in rovina, ma uno nuovo ne venne innalzato sullo stesso luogo, veramente splendido, come del resto lo sono in Italia tutti i conventi dell'Ordine di S. Benedetto, rassomiglianti più a palagi principeschi che a monasteri.
L'antico convento doveva essere assai bello, più bello certo di quello di S. Martino. Sorgeva, come si è detto, di fianco al duomo e dominava tutta la pianura di Palermo. Guglielmo aveva circondato ilconvento di mura e di torri, delle quali rimangono oggi alcuni avanzi; del resto, dell'antico convento poche rovine rimangono, ad eccezione del meraviglioso chiostro, ancora ben conservato. Questo è un ampio quadrato, circondato da portici; duecentosedici colonnette fantastiche, accoppiate a due a due, reggono gli archi a sesto acuto, ricchi di ornamenti bizzarri; negli angoli si trovano riunite quattro di queste colonnette, ed i loro capitelli sono lavorati con grande cura e perfezione. Meraviglioso è l'effetto che produce questa selva di colonnette graziose, i cui fusti sono tutti lavorati in modo diverso; ve ne sono degli scanalati, degli striati, dei lisci, ed anche a spirale. L'arte prese qui la varietà per legge e si abbandonò interamente al suo capriccio; tutto vi è ingenuo, grazioso, puerile, fantastico. La piccolezza delle forme si prestò a questo slancio ardito dell'immaginazione. Il porticato del chiostro offre il più grande contrasto dei colonnati greci, e difficilmente si possono trovare, negli ordini architettonici, due cose più dissimili.
Meritano poi grande attenzione i capitelli di tutte queste colonnette. Anche in essi regna la varietà ; non v'è un capitello simile ad un altro; sembra inoltre che gli scultori abbiano voluto gareggiare con la natura nel riprodurre la varietà delle sueforme. Dalle foglie di acanto, che disposte in varî modi formano la base dei capitelli, sorgono imagini fantastiche, ora di un fiore, ora di un animale, ora di una pianta, ora di una figura umana, le quali sembrano rappresentare un piccolo poema. In alcuni capitelli si scorgono intiere figure che, a guisa di cariatidi, sostengono l'abaco; in altri si vedono imagini bizzarre di leoni, di cavalli, di delfini, di geni alati, di arpie, di dragoni, di grifoni, di esseri fantastici, che balzano fuori dai fiori, e sostengono la tavola che forma l'estremità superiore del capitello. Molti di questi rappresentano fatti dell'antico e del nuovo Testamento; se per il disegno non sempre sono pregevoli, meritano purtuttavia l'attenzione per la loro semplicità e la loro ingenuità . Sopra uno dei capitelli si scorge, come sopra un mosaico di cui abbiamo parlato, re Guglielmo che presenta alla Vergine il disegno del duomo, e in un altro i re Magi che offrono doni a Gesù Bambino. Vi sono poi lotte di guerrieri, che muovono gli uni contro gli altri armati, e scene del tiro all'arco, esercizio molto gradito ai Normanni e in genere a tutti i popoli del Nord. Vi si vedono dunque riuniti argomenti sacri e profani, biblici e scientifici. Come spesso nella natura umana si trovano a contatto il serio e il giocoso, cosìin Monreale si trova ad ogni passo il contrasto del sublime e dell'umile; la qual cosa è caratteristica dell'architettura gotica, molto più ricca di quella dei Greci sull'espressione delle idee che le diedero vita, perchè maggiormente è rivolta a riprodurre sotto i suoi varî aspetti la natura.
Il chiostro di Monreale è uno dei migliori monumenti di quei primi tempi del medioevo, in cui lo spirito umano nell'architettura, nella scultura e nella poesia cominciava a prodursi con infinite varietà di forme. E poichè tutti i rami di civiltà sono uniti gli uni con gli altri, si può dire che nella poesia i sonetti, le canzoni, le terzine, i madrigali, corrispondessero ai mosaici, agli arabeschi, agli ornati architettonici, alle sculture di quell'epoca di risorgimento delle arti e delle lettere. Come meglio si comprende il senso intimo delle tragedie di Eschilo, dopo aver contemplato i tempî greci di Pesto e di Sicilia, così meglio si comprendono e si apprezzano i poemi di Dante e di Wolfram di Eschenbach, dopo aver visitato le cattedrali d'Italia e i monasteri della Germania.
*
*Â Â Â Â Â *
Il duomo di Palermo era, anche prima della venuta dei Saraceni, la chiesa principale della città e della arcidiocesi; essoera dedicato a Maria Assunta in cielo. Gli Arabi lo avevano ridotto a moschea, i Normanni lo restituirono al culto cristiano, togliendovi tutto quanto sapeva di Saraceno. È rimasta solo sopra una colonna del portico un'iscrizione araba tolta dal Corano, la quale così si può tradurre: «Il nostro Dio ha creato il giorno, al quale segue la notte, e la luna e le stelle si muovono secondo i suoi cenni. Non è sua la creatura, non è sua la signoria? Sia lodato Dio, il Signore dei secoli».
L'antica chiesa fu eretta dall'arcivescovo Gualtiero di Offamil, parente di Ruggero, dal 1170 al 1194, secondo lo stile gotico, che il duomo ha ancora conservato, nonostante le molte ed infelici mutazioni a cui andò soggetto. Dell'antica chiesa non lasciò che la cappella di S. Maria Incoronata, nella quale furono incoronati Ruggero e tutti i suoi successori, come accenna l'iscrizionehic regi corona datur. Nel 1781 il duomo fu restaurato, o per dir meglio fu deturpato, per opera dell'architetto napoletano Ferdinando Fuga, il quale eresse una barocca cupola e fece molti altri lavori che ne alterarono completamente l'antico stile. Però, nonostante questi non felici restauri, il duomo di Palermo produce ancora una grande impressione, perchè riunisce in sè la semplicità dell'architettura gotica, e lagrazia degli archi e degli arabeschi saraceni, e non v'è altro edificio a Palermo che mostri con tanta evidenza i contrasti di cui è ricca la storia dell'isola.
Il duomo sorge libero, su una piazza di discreta ampiezza, circondata da una balaustra con barocche statue. In mezzo, sopra un piedistallo triangolare s'innalza la statua di S. Rosalia, protettrice della città ; questa santa è per i Palermitani quello che per i Napoletani è S. Gennaro.
Ai quattro angoli del duomo si levano quattro torri e sopra le navate laterali delle piccole cupole. L'antico campanile quadrato, per fortuna, non fu restaurato; secondo l'uso toscano sorge accanto alla chiesa ed è a questa unito per mezzo di archi. La tribuna, di forma semicircolare, è ornata con arabeschi in nero. Sulle pareti esteriori, nelle porte, nelle finestre, nelle fasce, nelle cornici si vedono graziose sculture dalle forme fantastiche di colonne e di merli. Sulle porte sta il maggiore ornamento; soprattutto sono da ammirarsi i ricchi arabeschi della porta maggiore e lo stile della porta laterale. Il portico, del 1430, è formato da tre archi a sesto acuto, i quali riposano sopra quattro colonne. Sulle pareti interne dell'altro si vedono due sculture moderne, rappresentanti l'incoronazione di Carlo IIIe di Vittorio Amedeo di Sardegna, che fu per pochi anni re di Sicilia.
L'interno della chiesa, interamente rimodernata, appare semplice e di piacevole aspetto; ha tre navate a forma di croce latina, con archi a sesto tondo, sostenuti da pilastri. Le cappelle e gli altari sono sopraccarichi di ornati di gusto assai barocco. V'abbondano il marmo e il porfido, ma non vi sono sculture, nè pitture di pregio, eccezione fatta di due acquasantiere di marmo, una delle quali appartiene alla scuola di Antonio Gagini, discepolo di Michelangelo ed uno dei migliori scultori della Sicilia. Nel duomo ci sono pure molte opere di questo chiaro artista, mirabili sopratutto alcuni monumenti sepolcrali nella cripta sotterranea, edificata al tempo dei Normanni e conservante tutto il suo antico carattere di basilica ad archi a sesto acuto sostenuti da gigantesche colonne di granito. Lungo le pareti si allineano le tombe degli arcivescovi di Palermo, consistenti per la maggior parte in sarcofaghi di mediocre lavoro romano. L'aspetto semplice e severo di questo edificio produce una profonda impressione.
La cosa però più pregevole del duomo sono le tombe dei re della stirpe normanna, e di quella degli Hohenstaufen: monumenti non solo della storia siciliana, ma anchedi quella tedesca. Queste tombe sono collocate in una cappella della navata di destra; sono dei sarcofaghi di puro e severo stile, di porfido rosso cupo o di marmo. Non ho visto mai nessuna tomba dei tempi cristiani che abbia un carattere così semplice e severo come queste, e che sembri come queste fatta per durare eternamente. Gli stessi due sarcofaghi di porfido del tempo di Costantino, che si ammirano in Vaticano, non producono un'eguale impressione, perchè i loro bassorilievi distraggono alquanto l'attenzione. Tombe di una così grandiosa semplicità e di una maestà così severa potrebbero servire anche per i re dei Nibelungi. In esse si riconosce l'impronta grandiosa del secolo XIII. Attestano che in quell'epoca i Siciliani avevano conservata l'arte di lavorare il porfido, arte che nel resto della penisola era andata perduta e non fu ritrovata, narra il Vasari, che alla metà del secolo XVI da Francesco del Todda.
In queste tombe sono sepolti il gran re Ruggero, Costanza sua figlia, il marito di lei Arrigo VI, Federico II, il principe più geniale che abbia avuto la Germania, e la sua prima moglie Costanza d'Aragona.
La tomba di Federico è quella che più colpisce la nostra attenzione. Egli morì a Firenzuola, presso Luceria, nelle Puglie,il 13 dicembre 1250, in età di soli cinquantasei anni; e la sua salma fu trasportata in Sicilia da sei squadroni di cavalleria e dalle guardie saracene, e venne deposta nella stessa chiesa dove aveva da ragazzo ricevuta la corona e dove aveva fatto incoronare suo figlio Manfredi. Questi aveva incaricato Arnolfo di Lapo, discepolo dell'illustre Nicola Pisano, d'innalzare uno stupendo monumento all'imperatore suo padre, che però non fu eseguito. Non si sa bene chi sia stato l'autore del monumento attuale, se un Toscano od un Siciliano. Il sarcofago, col coperchio ornato di aquile e di grifoni, posa sopra quattro leoni, i quali tengono fra le loro zanne degli schiavi; al di sopra si erige un tempietto, sostenuto da colonne.
Nel 1491 il vicerè spagnuolo Ferdinando di Acunta si arrischiò ad aprire quelle tombe: alla presenza degli arcivescovi di Palermo e di Messina e del Senato Palermitano, fece scoperchiare i sarcofaghi di Arrigo VI e di Costanza di Aragona, e, solo per la disapprovazione manifesta di tutti gli astanti, si trattenne dall'aprire anche le altre tombe. Quando nel 1781 il duomo fu restaurato, le tombe che si trovavano in una cappella di fianco al coro, vennero trasportate dove ora si vedono, e in quella occasione vennero tutte aperte.Il principe di Torremuzza, che si trovò presente, l'11 agosto, alla loro apertura, narra nella sua vita: «I cadaveri di Ruggero I, di Arrigo VI e di Costanza si trovarono quasi completamente distrutti e nulla di notevole si potè osservare nei loro ornamenti; invece, le salme di Federico II e di Costanza II, suscitarono grande ammirazione per la ricchezza dei loro abbigliamenti e per la qualità delle gemme che insieme con i due principi erano state sepolte. Sulla corona di Arrigo VI e sulla camicia che Federico II portava sotto le altre sue vesti, si trovarono ricamati parecchi caratteri arabi, che furono esattamente ricopiati e spediti, per mio suggerimento, al professore Tichsen, in Butzow, per averne la traduzione».
Le parole del principe non concordano esattamente con la notizia pubblicata dallo storiografo napoletano Daniele, intitolata:I sepolcri del duomo di Palermo illustrati. Secondo questa, il cadavere di Federico II si sarebbe trovato rivestito di magnifici abiti, quantunque con poco decoro si fossero collocati nella stessa tomba due altri cadaveri, uno dei quali fu ritenuto per Pietro II di Aragona, morto nel 1342. La corona dell'imperatore, ornata di perle, posava sopra un guanciale di cuoio, ed a sinistra del suo capo stavalo scettro. Portava in dito un anello con uno smeraldo; al suo fianco stava la spada; aveva attorno al corpo una cintura di seta, con fibbie d'argento; era calzato con stivali di seta, ricamati a colori, ed aveva speroni d'oro.
Disgraziatamente, di questo gran principe non ci è pervenuto nessun ritratto autentico; non possediamo che quelli delle sue monete, e quello, scolpito in un anello, che lo storico Daniele fece incidere con l'aiuto di una maschera in gesso di Federico. Gli abitanti di Capua avevano eretto sul ponte del Volturno una statua all'imperatore Federico e a' suoi due consiglieri, Taddeo di Sessa e Pier della Vigna; oggi rimane solo la statua dell'imperatore ed in assai cattivo stato, perchè, secondo quanto narra Raumer, una soldatesca sfrenata le ruppe le braccia e i piedi e ne buttò a terra la testa. Prima che la statua fosse così mutilata, Daniele aveva preso l'impronta della fisonomia e con questa aveva inciso l'anello.
Quali sensazioni prova oggidì un Tedesco davanti alla tomba di questo grande imperatore, sepolto in terra straniera!
La tomba suscita molti pensieri, e nessuno certo vi si può accostare senza sentirsi commosso.
Altri principi proiettano sul mondo ancoradopo molti secoli un'ombra cupa; questi invece getta tuttora sull'Italia e sulla Germania un raggio di vivida luce. Un grande impulso partì da lui, impulso che si andò poi allargando e che fece sentire per molti secoli la sua influenza, quantunque sembri che nella lotta Federico sia stato vinto. Egli fu il primo ad indebolire il Papato, col quale a lungo lottò, e la sua morte non rimase senza frutto. Federico fu un precursore della Riforma; egli prese a propugnare i diritti dell'umanità , della civiltà e della ragione, contrastati dalle barbarie feudali e sacerdotali del medioevo. Egli dette a' suoi popoli leggi piene di saviezza e di umanità , come mai prima di lui erano state concesse; fu il primo a render ragione al popolo nel diritto di essere rappresentato, chiamando il terzo stato a sedere a parlamento; favorì le scienze, in cui era dotto e per le quali nutriva profondo affetto; amò in sommo grado la poesia e si studiò di farla risorgere in Italia. Federico II fu insomma uno dei più grandi fautori della civiltà , della quale gettò semi che dovevano poi germogliare nel corso dei secoli.
Ora voglio descrivere altre chiese di Palermo, pure dell'epoca normanna; alcune fra le più antiche sono molto graziose, come, per esempio, quella della Martorana,detta anche S. Maria dell'Ammiraglio. Questa venne costruita nel 1143 dal grande ammiraglio Giorgio, in uno stile antichissimo e puro. A fianco della chiesa sorge un campanile di carattere arabo-normanno, ornato di piccole colonne. Si entra nella chiesa per un portico, e subito produce grande impressione la magnificenza dei mosaici, assai simili a quelli della cappella palatina. Il coro ha otto colonne di granito con capitelli dorati che sopportano gli archi. Questi, la cupola, le pareti sino a mezza altezza, sono rivestiti interamente di mosaici su fondo d'oro; il pavimento è formato di marmi rari e di porfido; molte sono in questa chiesa le iscrizioni arabe sopra alcune colonnette.
Fra i quadri a mosaico, due meritano una speciale attenzione; in uno si vede il grande ammiraglio inginocchiato ai piedi della Madonna, e sopra di lui sta scritto in greco: «Preghiera di tuo servo Giorgio Ammiraglio». La Vergine, modestamente vestita, tiene in mano un foglio arrotolato; in alto sta un Cristo con lo scettro. Sul rotolo si legge la seguente iscrizione: «Proteggi e libera da ogni male Giorgio, primo fra tutti i principi, il quale mi abbia costruito questo tempio dalle fondamenta, e concedi a lui il perdono dei suoi peccati, chè tu solo, come Dio, lo puoi».Un altro mosaico, di migliore fattura, rappresenta re Ruggero incoronato da Cristo. Il re ha una bella testa, con i capelli lunghi che gli scendono sulle spalle e con la barba a pizzo; porta un abito lungo di colore turchino, con sopra una tunica del medesimo colore, ricamata d'oro, e sulle spalle una fascia pure d'oro, che, dopo essersi incrociata sul petto, gli ricade sotto il braccio sinistro.
In capo tiene la corona, o meglio un berretto quadrato, ed ai piedi le scarpe color di rosa. A questa maniera fu trovato vestito Federico II, quando fu aperta la sua tomba, e così pure vestivano Arrigo VI e Guglielmo I. Marso sostiene che questi abiti regali fossero insegne della podestà sacerdotale che Ruggero ottenne dal papa Lucio II per dare maggiore consacrazione alla sua nuova signoria. Infatti, come narra Ottone da Frisinga, egli ottenne lo scettro, l'anello, la dalmatica e i sandali.
Disgraziatamente i mosaici della tribuna furono distrutti quando si fecero i restauri alla chiesa, nel secolo XVI, e la tribuna stessa fu trasformata in stile barocco. Oltre il pregio artistico, la chiesa della Martorana ha pure quello storico, poichè essa fu, dopo il Vespro, sede del Parlamento che elesse re Pietro di Aragona.
La piccola chiesa di S. Giovanni degliEremiti è più antica, essendo stata edificata da re Ruggero nel 1132. Ha quattro cupole di stile prettamente arabo, nell'interno è piccola, ed essendo abbandonata da lungo tempo, non presenta che nude pareti. Vicino alla chiesa si vedono le rovine di un piccolo chiostro, di stile arabo-normanno, graziosissimo.
La terza chiesa dei primi tempi normanni è S. Cataldo, di carattere greco, con tre cupole emisferiche sostenute da archi a sesto acuto. Essa è di forma quasi quadrata, e si dice che sia stata eretta dall'ammiraglio Maione.
Di altre chiese normanne, come quella di S. Giacomo la Magara e di S. Pietro la Bagnara, non rimangono quasi più traccie; altre furono in tempi più recenti dagli Spagnuoli mutate interamente di forma. Gli Hohenstaufen non costruirono chiese in Sicilia. Sembra invece che l'architettura religiosa sia tornata a fiorire al tempo degli Aragonesi, e ne fanno prova S. Agostino e S. Francesco; di quest'ultima non si conosce l'anno preciso della fondazione. La sua porta maggiore è ornata di colonne che sembrano di origine araba, e che debbono aver appartenuto prima ad una moschea, poichè sopra una di esse si legge ancora la seguente iscrizione maomettana in caratteri cufici: «Nel nome di Dio misericordioso,misericordia. Non vi è altro Dio che Dio, e Maometto è il suo profeta».
Bella e pittoresca è la facciata della piccola chiesa di S. Maria della Catena, che risale al secolo XVI; il suo portico a tre archi, sostenuto ognuno da due colonne, è molto bello, e sopra di esso corre una fascia con arabeschi graziosissimi. Anche S. Maria Nuova possiede un simile portico. Potrei descrivere molte altre belle chiese, come quella dell'Olivella, ma ciò mi porterebbe in altri tempi, nei quali l'architettura non ebbe più un carattere deciso, poichè col secolo XV l'arco normanno andò in disuso, e lo sostituì l'arco a sesto tondo, sostenuto da gravi pilastri. Il mosaico artistico è scomparso, le pareti non sono più che sovraccariche di marmi di vario colore, disposti senza gusto: l'unico capolavoro di pittura di cui Palermo potesse essere orgogliosa, lo Spasimo di Raffaello, che si trovava in S. Maria dello Spasimo, è ora il principale ornamento del museo di Madrid.