PALERMO(1855)

Sembra che la villa avesse parecchi piani; l'inferiore è intieramente sepolto sotto il suolo. Nel piano superiore invece si può ancora riconoscere la distribuzione delle stanze, e, dal lato verso il mare, la pianta di un semicircolo, probabilmente di un teatro. In altro punto, nicchie e mura circolari dimostrano l'esistenza di un tempio. La villa riuniva in sè tutto quanto apparteneva allo splendore della vita principesca di allora, ed essendo stata così a lungo la sede della corte imperiale, doveva, primache Nerone ed Adriano innalzassero i loro sontuosi palazzi, sorpassare in bellezza tutte le altre ville romane. Certo contribuiva a renderla ancora più bella la sua incomparabile posizione sul mare e la vista dei due golfi. Da questo punto Tiberio dominava tutta l'isola come un avvoltoio e scorgeva anche le navi che traversavano il golfo, provenienti dall'Ellade, dall'Asia, dall'Africa, o da Roma.

Più bella però doveva essere la vista dell'isola dal mare, veleggiando fra Capri ed il capo di Minerva e contemplando i palazzi marmorei, il faro ed i templi, imperocchè Tiberio, in cima ad ogni vetta, aveva innalzata una torre, od un tempio, fra cui quelli famosi di Minerva, delle Sirene e di Eracleo.

Rimasi lunghe ore seduto sulle rovine, cercando raffigurarmi l'antica Capri. Pensavo che dovesse essere stupenda con ogni sua sommità coronata da un tempio, con i suoi portici, teatri e ville e le strade popolate di tutto quel mondo romano, dalla corte di Cesare, da senatori, da ambasciatori d'ogni parte del mondo, dalle più belle donne della Ionia, delle Etari seducenti dell'Asia, da squadre scapigliate di baccanti, da ninfe, da dee, da tutto un popolo di figure mitologiche. Qui regnava Bacco, e la sua corte era composta di baccanti e di satiri.

Il lungo soggiorno di Tiberio a Capri non fu che una satira dell'uman genere e probabilmente la più terribile: si può facilmente indovinare contemplando i tratti del principale attore, giacchè a Napoli esistono busti e figure colossali di Tiberio. Il suo miglior ritratto però trovasi nel Museo Vaticano a Roma; quelli di Napoli lo rappresentano già avanzato negli anni; quello di Roma, al contrario, nel fiore della sua giovinezza, probabilmente perchè la maggior parte dei busti disotterrati ad Ercolano ed a Pompei appartengono all'epoca del suo soggiorno in Capri. Nella galleria Chiaramonti del Museo Vaticano esiste la sua figura colossale, scoperta a Veia, in cui è rappresentato giovane, divinizzato, ma con i suoi lineamenti reali. La sua testa appare intelligente, ben formata, la bocca regolare e di una finezza indicibile; tutti i suoi lineamenti giovanili hanno qualche cosa di dionisiaco ed anche le forme del corpo sono piene, voluttuose, in certa guisa femminili.

Questo mostro reale era, al pari di Cesare Borgia, l'uomo più bello de' suoi tempi, e, fra tutti gl'imperatori romani, Augusto solo fu di bellezza più classica. Non si dimentica la figura di Tiberio dopo averla veduta una sola volta; ognuno si aspetta di trovarsi dinanzi un mostro, una specie didemone, ed invece rimane addirittura stupito dalla bellezza de' suoi lineamenti feminei, che gli dànno piuttosto l'aspetto di un Sardanapalo. Soltanto con gli anni la bocca acquistò un'espressione di sarcasmo, d'ironia, e tutta la sua fisonomia qualche cosa di duro, di crudele e di volgare insieme, come si rivela nella testa colossale di Napoli e nel suo busto in Campidoglio. Volendo avere una rappresentazione plastica della scelleratezza bestiale, fa d'uopo contemplare la testa diabolica di Caracalla, che è la rappresentazione più perfetta di un carattere diabolico a cui sia potuta giungere la scultura. Ritengo che quell'uomo scellerato fosse davvero tale e quale la storia ce lo ha descritto. Fu il solo monarca, dopo Augusto, che abbia regnato con le forme repubblicane. Ebbe in retaggio un popolo divenuto spregevole, e trovato un mondo pessimo e proclive ad ogni sorta di abbiettezza vi si abbandonò interamente. Caligola vaneggiava di divenire il padrone del mondo e la sua potenza durò pochi anni. Egli che avrebbe voluto sorbirsi il mondo come si sorbe un uovo, fu un giorno atterrato dal caso, con tutti i suoi godimenti, che non eran che pazzie.

Dopo le guerre civili e dopo Augusto, regnò un silenzio spaventoso nella storia del mondo e quella fu l'epoca più cupadell'umanità. Augusto fu grande e felice perchè aveva dovuto conquistare la sua signoria; i suoi successori, invece, furono miseri per non aver più nulla da conquistare. Venuti ad un tratto in possesso di un dominio già affermato, non seppero quale impiego fare del loro tempo, imperocchè anche i piaceri diventano insopportabili quando non l'interrompono il lavoro e le difficoltà. Caligola nella sua pazzia volle gettare un ponte sul mare; Claudio fu un pedante; Nerone incendiò Roma, e mentre questa era in fiamme suonò la cetra; faceva versi e voleva aver fama di abile guidatore di cocchi, e di commediante. In quel periodo di generale sonnolenza del genere umano, noi troviamo l'uno dopo l'altro, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone, demoni e scellerati: la storia taceva.

Sarebbe però mostrarsi ingiusti con Tiberio confondendolo co' suoi successori, i quali furono soltanto scellerati volgari, senza pudore e senz'ombra di vergogna nel rivelare la loro bestiale natura; Tiberio, superiore per ingegno alla sua epoca, fu uomo fiero, diplomatico, della scuola dell'ipocrita Augusto. Tutta la sua fisonomia rivela la finezza, la dissimulazione, particolarmente il taglio della sua bocca gesuitica, la bocca più perfetta di diplomatico che la natura abbia creato: si direbbeche pronunci la sentenza di Talleyrand, che, cioè, la parola fu data all'uomo per nascondere i suoi pensieri. Infatti poi sappiamo da Tacito quanta fosse l'arte di Tiberio nel parlare: egli fu veramente l'inventore della grammatica e della logica diplomatica. Non prometteva, non giurava, non mentiva: egli era un impasto di menzogna continua. Quanto sembrano grossolani, di fronte a questo despota finissimo e signore classico della storia nuova, quegli avventurieri venuti in possesso di un trono e quei re che rompono pubblicamente i loro giuramenti! Tiberio, certamente, li avrebbe cacciati, con un sorriso di disprezzo, fra i suoi liberti. Quest'uomo non lasciò immaginare, nemmeno una sol volta, che cosa avesse in animo di fare governando, non col mezzo ruvido dei colpi di stato, bensì padroneggiando sopra gli avvenimenti. Non lasciò mai trapelare nè la sua volontà, nè i suoi disegni; basta ricordare la caduta di Seiano.

Il proscritto dell'isola dell'Elba prese una volta a difendere calorosamente il carattere di Tiberio contro le accuse di Tacito e della storia. Dopo di aver ridotta la diplomazia di Augusto a sistema del gesuitismo il più raffinato, Tiberio, compiuta la sua opera e sazio della vita, si ritirò in quest'isola per distrarsi con i piacerimateriali, e non lasciò venir meno il terrore che aveva incusso fin dal principio del suo governo, e provò i piaceri di ogni sorta. L'umana natura però è costituita in modo che non può godere in una volta poca parte di piaceri, e ciò lo dimostrano lo scoglio di Capri e la villa di Giove, nella quale erasi ritirato il signore del mondo che considerava questi luoghi come una specie di esilio. Fa orrore il pensare alle scene di cui furono testimoni queste mura, agli eccessi di rabbia di un animo che non conosceva più freno di sorta. Là dove risuonarono un giorno le armonie dei flauti della Lidia, e splenderono i sorrisi di donne superbe, mugghiano ora le mandrie dei poveri contadini. A tanto vennero ridotte le sale di Tiberio. L'edera, i fichi d'India, le malve, le rose, le cinerarie e il melagrano riempiono della loro vegetazione lussureggiante le stanze in ruina. Pendono dall'alto i festoni delle viti, discendenti dall'antico Bacco di Capri, quasi fossero gli spirti di quelle etère che quivi praticavano, un tempo, alla presenza di Tiberio, le loro danze oscene.

Sorge attualmente fra le rovine, sul punto più elevato della villa, una cappella dedicata a S. Maria del Soccorso. Vi abita un eremita. Nessun luogo mi è apparso più adatto per la penitenza, dei ruderi dellavilla di Tiberio, sotto il regno del quale, e durante il suo soggiorno in Capri, venne Cristo posto in croce. La cappella sorge quivi, come il cristianesimo stesso, sulle rovine del mondo pagano. Questa coincidenza è singolare, e pochi luoghi, io credo, possono ritenersi adatti del pari alla meditazione. Qui si presentano contemporaneamente all'immaginazione due figure rappresentanti i due periodi della storia del genere umano: ad occidente, il demone canuto, Tiberio, signore della terra, rappresentante del mondo pagano che sta per tramontare, ed immagine di tutti i mali; ad oriente, la figura giovanile dell'uomo Dio, di Cristo appeso alla croce, circondato di profeti ispirati di una rigenerazione novella dell'umanità. Queste due figure sorgono una di fronte all'altra, come Arimano ed Arzmud, il Dio della luce e quello delle tenebre. Come non ricordare qui la figura di Giovanni di Patmos, inondata di luce accanto alla quale l'aquila di Giove compare tutt'ora come simbolo pagano?

Seduto sopra quelle rovine, in mezzo a tali pensieri, nella meditazione del cristianesimo primitivo, vidi tutto ad un tratto il rappresentante storico di quella religione ideale nella persona dell'eremita, sudicio frate francescano, e poco mancò non mi ritraessi dallo spavento. Era un vecchiomonaco, dalla lunga barba bianca, vestito di una tonaca nera, zoppo, brutto, con due occhi da falco. Mi parve che sorgessero davanti a me Tiberio o Mefistofele, e mi dicessero, con sorriso beffardo: «Redivivo! soltanto mutato d'aspetto». Tale è la storia del cristianesimo.

Il vecchio frate mi condusse zoppicando nella sua cella. Diedi uno sguardo ai suoi libri, e su di uno lessi il titolo seguente:Leggende delle sante vergini che vollero morire per Nostro Signore Gesù Cristo. Anche il solitario Tiberio leggeva libri che parlavano di vergini; non erano però di quelle che volevano morire per il suo contemporaneo, bensì i libri della etéra greca Elefantide, i quali insegnavano la scienza del piacere, ed erano allora di moda in Roma. Svetonio narra che Tiberio teneva quei libri nella sua stanza a Capri. Trovai, del resto, qualche cosa di lascivo anche presso l'eremita; egli mi fece vedere la copia di un bassorilievo esistente nel Museo di Napoli: un vecchio nudo, a cavallo, che portava in sella, davanti a sè, una ragazza parimenti nuda con una fiaccola in mano; un giovanetto, esso pure nudo, guidava il cavallo verso la statua di un Dio. La somiglianza del vecchio con Tiberio mi parve così sorprendente, che io credetti che quel bassorilievo rappresentasse unascena notturna nella sua villa di Capri, forse un sacrificio a Priapo. La catena sola, che il vecchio portava al collo, era quella stessa dei gladiatori combattenti e degli altri condannati, e non si addiceva affatto all'imperatore Tiberio. L'eremita aveva copiato il bassorilievo ad acquarello, con somma diligenza e con vera intelligenza del nudo. L'opera apparteneva alla sua abitazione, imperocchè era stata scoperta fra le rovine della villa. Sebbene in modo incompleto, due volte furono praticati scavi intorno a questa: la prima volta da Hadrava nel 1804, la seconda da Feola nel 1827. Vi si trovarono bei pavimenti di marmo, uno dei quali venne adattato davanti all'altare maggiore nella cattedrale di Capri; parecchie belle statue, fra cui una piccola in lapislazzuli acquistata poi da un Inglese; varî busti, che andarono dispersi, e mosaici, attualmente raccolti nel Museo di Napoli.

Nessun imperatore può vantare una villa da cui si goda una vista pari a quella che ha dinanzi a sè l'eremita nella sua cella. Dalla sua finestra ei vede i due golfi di Napoli e di Salerno, e le più belle coste e le isole d'Italia.

L'aria quel giorno era limpidissima, ed io vidi distintamente Pesto, Castel Baro e la lontana punta di Licosa. Al cadere delsole i monti e il mare rivestirono dei colori dell'iride, ed io mi chiesi sorpreso se ciò era realtà o piuttosto una fantasmagoria di sogno.

V.

Una sera, mentre stavo seduto sulle rovine della villa e contemplavo il magico panorama, il mio sguardo cadde sulla testa argentea di una serpe, che doveva avere mutata di recente la pelle e che stava ai miei piedi. La considerai quale un felice presagio, riferendosi a qualche mia memoria dei giorni trascorsi, e ricordai che Tiberio pure possedeva una serpe favorita, a cui porgeva il cibo di sua mano e con la quale soleva scherzare. Scesi dal monte con la lucente bestia e per istrada incontrai il mio Mefistofele che saliva a cavalcioni di un asinello. Gli feci vedere la mia piccola serpe, ed allora egli mi disse di essere un grande incantatore di serpenti. Mi narrò anzi che prendeva e maneggiava a sua volontà qualsiasi specie di rettile, ed avendogli domandato in qual modo facesse ciò, mi rispose: «Li prendo dopo aver loro comandato di stare tranquilli, li attorciglio intorno al mio braccio, e poi li chiudo in un vaso e li mando a Napoli a dei farmacisti».—«Ma come mai voi potetecomandar loro di rimanere tranquilli?» Mi rispose subito con un sorriso diabolico: «Dico loro una parola, ed il nome di S. Paolo, ed allora non si muovono più!»—«Non potreste insegnarmi quella parola?» gli chiesi.—«Impossibile—mi rispose-; io l'ho appresa da un altro eremita, ed ho giurato solennemente di non rivelarla a nessuno». Quando gli domandai perchè aggiungesse alla parola il nome di S. Paolo, mi rispose che S. Paolo era il patrono dei serpenti, e che tutti gli animali avevano il loro protettore. Gli domandai ancora quali fossero i patroni di alcuni altri animali, ed appresi che S. Geltrude è la protettrice delle lucertole, e S. Antonio è patrono dei pesci, S. Agata dei leoni e S. Agnese degli agnelli. Non mi era affatto ingannato nel ritenere a prima vista quel frate per una specie di negromante, e chi sa che non praticasse ancora altre arti occulte, di notte, al lume di luna in mezzo alle rovine, con erbe, radici e animali velenosi.

Ho dimenticato fino ad ora di accennare che nell'isola vi è un'altra piccola città, Anacapri, e la cosa non è strana, perchè vivendo in Capri inferiore non si vede e non se ne sente neanche parlare a cagione della sua posizione solitaria e appartata. Si scorgono, è vero, i molti gradini tagliatinella roccia che bisogna salire per giungervi, ma la loro ripidezza non invita davvero il visitatore a salire.

È singolarissimo trovare in una stessa piccola isola, alla distanza di poco più di un quarto d'ora, due paesi tanto estranei l'uno dall'altro, e i cui abitanti abbiano così scarsi rapporti e non prendano parte gli uni alle feste degli altri, e parlino perfino un dialetto diverso.

Secondo la tradizione, Anacapri deve la sua origine all'amore. Nei tempi antichi un'amorosa coppia fuggì dalla città inferiore, si arrampicò su per gli scogli e si costruì una capanna in mezzo ai cespugli, alla base del monte Solaro. Altri innamorati, col tempo, li seguirono e ne nacque quella colonia di amanti, che oggi porta il nome di Anacapri. Ancor oggi, Amore alato vola come un falco di montagna su e giù da Capri ad Anacapri, e dà le sue ali in prestito al giovanetto della città inferiore, il quale ama una di quelle belle e ritrose ragazze che lassù, nella loro casetta circondata da tralci di viti, siedono al telaio e tesseno nastri, cantando canzoni d'amore, come Circe nell'Odissea. Anacapri si trova talmente lontana da tutto il rimanente dell'isola, che non v'è altra strada per giungervi all'infuori dei cinquecento sessanta gradini di quell'eterna scala diGiacobbe. Gli scogli scendono a picco, verticali, quasi un muro di cinta sulla città inferiore, avendo alla loro sommità, simile al tetto di una basilica, il monte Solaro. La scala, scavata nel vivo della roccia, sale in ripidissimo zig-zag.

Si attribuisce quest'opera singolare ai tempi remoti, allorquando i Fenici ed i Greci costrussero la città superiore, allora in comunicazione con l'inferiore solamente per questa via. Si vedono ancora tracce di più antica salita: a metà della strada s'incontra una piccola cappella di forma bizzarra, dedicata a S. Antonio, dove uno può fermarsi a prender fiato; quindi si sale di bel nuovo e si arriva spossati alla sommità. Giunti al piano denominato Capo di Monte, si trova ampia ricompensa della fatica sofferta nella vista di quell'altura coltivata, la quale ricorda gli orti pensili di Semiramide, della parte sottostante, dell'isola e dell'immensità del mare. Sulla pianura s'innalza ancora d'alcune centinaia di piedi il monte Solaro, che è d'aspetto bruno e selvaggio e presenta in cima a uno de' suoi picchi le belle rovine del castello di Barbarossa, così nomato dal famoso corsaro che sorprese un giorno Capri.

Fatti appena pochi passi sul piano, si apre davanti agli occhi una novella vista. Non si vede più Capri in basso e si entrain una solitudine di bellezza inarrivabile. Sorge di fronte il monte Solaro, della stessa forma del monte Pellegrino di Palermo, nudo, nero, cosparso di massi staccati. Verso ponente e settentrione, scende alla pianura più ampia di tutta l'isola; e su quella ripida pendice, ad altezza notevole sopra il mare, fra le piante verdeggianti ed i cespugli, giace Anacapri. La piccola città può dirsi un complesso di eremi, imperocchè le case piccoline, di costruzione originale, sorgono sparse in mezzo ai giardini, la cui vegetazione è più rigogliosa di quella di Capri, particolarmente per gli olivi e per le vigne che pendono in festoni dagli alberi, come nelle pianure della Campania. Nel contemplare la pittoresca cittadina, la profonda solitudine, non che la vista del mare ceruleo, nasce il desiderio di deporre il bastone di pellegrino, dare un addio al mondo, e costruire lassù una cella.

La tranquillità regna ancor più solenne che a Capri; non si vedono altro che uomini seduti sulla porta delle loro case, i quali cantano davanti al telaio od all'arcolaio, da cui dipanano una seta color dell'oro, ovvero intenti nei giardini a vangare e a raccogliere la foglia dei gelsi per i bachi, o diretti alla fonte, con le loro brocche sul capo. Siccome quando io mi recai lassù tutti gli uomini stavano in campagnae molti giovani erano partiti per la pesca del corallo, non vidi in paese che donne; sembrava di essere a Lemno, dove le femmine sole, sedute sulle rupi, lavorano indefessamente davanti ai loro telai.

Nei giorni e nelle ore in cui sogliono arrivare da Napoli le barche, trovai spesse volte sedute sulla lunga gradinata più di trenta fanciulle, alcune delle quali di rara bellezza; cinguettavano fra loro ed aspettavano che comparissero le vele per scendere sulla spiaggia. Sedevo in mezzo ad esse, ed io pure aspettavo con non minore desiderio la barca, che doveva recarmi la posta. Quelle fanciulle avevano in mano quasi tutte un mazzolino di fiori od un ramo di maggiorana, che offrivano ai visitatori. Antonietta aveva uno stupendo mazzo di garofani, di rose, di maggiorana e di mirto legato con un bel nastro. Questo mazzo fu l'intermediario della nostra amicizia; esso m'introdusse in una delle più linde e graziose casette di Anacapri, dove trascorsi molte ore simpatiche. Antonietta tesseva in giardino, sotto un pergolato, fra le viti e i leandri, nastri di molteplici colori: era una tessitrice disinvolta quanto Aracne; sua sorella maggiore non tesseva che nastri di un colore solo. Essa non suonava lo scacciapensieri, ma era abilissima nel battere il tamburello. I fratelli delle due ragazzesi trovavano in mare. L'attività di quelle donne, che attendono inoltre a tutte le cure di casa, è sorprendente, imperocchè fin dal levare del sole seggono al loro telaio, e vi rimangono con brevi interruzioni fino a sera, e questo dura tutto l'anno. Per vero dire, non sono condannate alle dure e gravose fatiche delle sorelle di Capri, ad eccezione di quando viene a mancare l'acqua nelle cisterne; allora sono costrette a scendere a Capri, dove esistono quattro povere fonti, e recar l'acqua nelle brocche su per la lunga gradinata. Portano quasi tutte un qualche gioiello d'oro o di corallo, spilloni d'argento nelle trecce.

La città possiede un bel cimitero, piantato di cipressi e popolato di fiori; ma il più grande orgoglio gli Anacapresi lo ripongono nel cosiddettoparadiso terrestre, vale a dire nel pavimento della loro chiesa, sui quadrelli del quale è rappresentato in ismalto il Paradiso, opera di buon disegno del Chiaese, e che risale al secolo XVII. Anche in Anacapri l'architettura moresca è bizzarra ed originale, e vi sono case col loro pergolato, veramente belle a vedersi. Sono poche nel paese le rovine di Tiberio; i coltivatori di vigne le hanno quasi tutte distrutte; del resto, gli edifici romani erano qui in minor numero che a Capri. I ruderi romani di maggior momento si rinvengononella pianura di Damecuta, fertile regione che scende dolcemente al mare, e sulla cui riva trovasi la Grotta Azzurra. Capri superiore, nonostante la sua altezza, possiede coste più basse che Capri inferiore, imperocchè la montagna degrada dolcemente verso il mare, quantunque la spiaggia non sia accessibile nè alle barche, nè alle persone, e si trovi senza sabbie, senza porto, ed irta di scogli.

La torre di Damecuta indica ad un dipresso il punto dove, sotto la spiaggia, trovasi la famosa Grotta Azzurra, la meraviglia di Capri, ma non la sola che si rinvenga in quest'isola delle sirene. Il mio albergatore, don Michele, mi narrò quando e come venne fatta la scoperta, alla quale prese parte ei pure, da ragazzo. Suo padre Giuseppe, Augusto Kopisch, il pittore Fries ed il barcaiuolo Angelo Ferraro, furono i primi ad arrischiarsi nella grotta. Ora sono morti tutti quanti, e solo don Michele può ancora narrare la scoperta. Un suo zio sacerdote ammonì la compagnia di non voler tentare l'impresa, asserendo che la grotta era sede di spiriti maligni e di mostri marini, e che era pericoloso avvicinarvisi, perchè a quell'epoca non esisteva in Capri nessuna barca adatta. Angelo pertanto si servì di una tinozza, e Kopisch e Fries vi penetrarono a nuoto. Il mio albergatore midescrisse con vivacità la gioia dei due pittori quando riuscirono a penetrare nella grotta e mi disse che Fries particolarmente pareva fuori di sè, e che entrava e usciva nuotando e mandando continue grida d'allegria. Augusto non ebbe riposo, finchè non partì per Napoli, onde far parte ai suoi amici della scoperta. Pagano conserva un vecchio registro dei forestieri, il quale è una vera reliquia, ed in questo Kopisch ha fatto menzione, sotto la data del 17 agosto 1826, della scoperta nei termini seguenti: «Raccomando agli amanti di curiosità naturali la scoperta da noi fatta, insieme col nostro albergatore Giuseppe Pagano e col signor Fries, della grotta, nella quale da secoli nessuno si arrischiava a penetrare, per timori superstiziosi. Finora è accessibile appena ai buoni nuotatori; quando il mare è tranquillo vi si potrebbe pure entrare con una piccola barca, però la cosa sarebbe sommamente pericolosa, imperocchè il più leggiero soffio d'aria, basterebbe ad impedirne l'uscita. Abbiamo dato il nome di Azzurra a questa grotta, perchè le acque del mare sotto l'azione della luce vi assumono il più bel colore ceruleo. Recherà stupore trovare che ogni onda del mare presenta l'aspetto quasi di una fiamma azzurrina. In fondo trovasi un antico sentiero fra gli scogli, il quale porta probabilmentealla pianura superiore di Damecuta dove, secondo la tradizione, Tiberio manteneva una fanciulla; ed è possibile che questa grotta sia stato un tempo un punto segreto d'approdo. Fino ad ora un marinaio soltanto ed un conduttore di somari furono dotati di bastante coraggio per accompagnarmi nella grotta, sul conto della quale si spacciano le favole più assurde. Consiglio però ad ognuno di contrattare prima il prezzo. L'albergatore, che raccomando a tutti per la sua conoscenza dell'isola, ha in animo di far costruire una piccola barca per agevolare l'accesso alla grotta. Finchè non sia costruita l'imbarcazione, la visita alla grotta non la consiglio che ai bravi nuotatori. Le ore migliori sono quelle del mattino; nel pomeriggio la soverchia luce che scende perpendicolarmente, ne menoma l'effetto magico. L'impressione pittoresca sarà maggiore ancora se si entrerà nella grotta nuotando con una torcia a vento accesa nella mano, come abbiamo fatto noi».

Tali sono le parole di Kopisch. Il dabben uomo assicurò con questa scoperta la sua memoria nell'isola, e la meravigliosa grotta mi parve in certo modo proprietà tedesca e simbolo tedesco. Non rimane soltanto il ricordo di Kopisch nell'isola; vi si rammentano pure Tieck, Novalis, Fouqué, Arnim,Brentano, i quali tutti sono morti; l'eccellente Fichendorff ed Heine, l'ultimo scomparso di quella scuola poetica floridissima.

Mandiamo pertanto, dalle onde azzurre di questa grotta, un saluto alla loro memoria, imperocchè tutti l'hanno vagheggiata, ed era degna veramente di essere scoperta da un pittore e da un poeta, ai tempi di coloro i quali cercavano il fiore della poesia nelle acque con le Ondine, nei monti con Venere e nelle grotte sotterranee d'Iside. Essi furono tutti graziosi ed amabili, giovani e vecchi, con il loro corno magico. Il loro gran sacerdote Novalis compare quasi un bel giovanotto pallido, il quale abbia rivestito la lunga tonaca del defunto suo nonno e che stia ragionando di una saviezza mistica, che nessuno sa dove il giovanetto abbia potuto imparare. La loro musa è una sirena che abita la bella Grotta Azzurra nell'isola del crudele e lascivo Tiberio. Tutti udirono il suo canto, ma nessuno la potè scoprire; tutti la cercarono e morirono col desiderio vivo di quel fiore azzurro e misterioso. Goethe lo profetava nel suo pescatore: «Ora lo chiamava a sè, ora si tuffava nelle onde e non si lasciava vedere». Ed ora che il misterioso fiore azzurro, vale a dire la meravigliosa Grotta Azzurra, il mistero ignorato venne scoperto, il prestigio è scomparso,ed il canto dei romantici ha cessato di risuonare nelle regioni germaniche.

Intanto, nella grotta mi sovvennero tutte le storie delle fate ascoltate avidamente da bambino. Il mondo ed il giorno erano scomparsi; mi trovavo tutto ad un tratto in un elemento nuovo di luce cerulea. Le onde si muovevano appena e scintillavano con tutta la varietà dei colori, con tutto lo splendore delle pietre preziose; le pareti erano rivestite di una misteriosa tinta azzurra, quasi fossero quelle di un palazzo di fate. Tutto colà era nuovo, strano, misterioso. Il silenzio era così profondo che nessuno osava aprir bocca. Provammo a dire qualche parola, ma tacemmo subito di bel nuovo; non si udiva più che il tonfo del remo ed il frangersi delle onde contro le pareti, dalle quali si sprigionavano sprazzi di luce fosforescente. Avrei voluto tuffarmi, immergermi in quella specie di bagno di luce. Secondo me, da quello che narra Svetonio, ivi si doveva bagnare Tiberio e nuotare con le belle fanciulle del suoharem. Fra quelle onde fosforescenti, quei corpi giovanili dovevano splendere di luce magica, nè dovevano mancare allora il canto delle sirene, nè l'armonia dei flauti, a rendere quel bagno più voluttuoso. Vidi dipinta sopra un vaso greco una sirena, in atto di sollevare due bianche braccia,sorridere e battere l'un contro l'altro due cembali d'argento. Tali dovevano essere le sirene della magica grotta, che solo gli uomini prediletti dalla fortuna ed i bambini possono ancor oggi vedere.

L'abbondanza di grotte, di caverne, in quest'isola è straordinaria. Vi sono grotte marine, caverne sotto terra, tutte belle, dalle forme più bizzarre, ed in così gran numero che rimane impossibile visitarle tutte. Io entrai in più di quindici e ne trovai sulla riva, a mezzogiorno, una piccola con effetti di luce molto simili a quelli della Grotta Azzurra. In altre invece rinvenni una luce verdognola, particolarmente in quella detta appunto la Grotta Verde, per la vastità e per le forme grandiose della sua architettura, fuor di dubbio la più notevole dell'isola. Questa non è intieramente sotterranea e vi si può entrare ed uscire da due grandi aperture. Alcune grotte hanno un nome, come la Marmolata e la Marinella; altre invece no. Mi procurai la soddisfazione di battezzare tutte quelle da me visitate e senza nome. Unica e veramente bella mi parve la grotta Stella di Mare popolata di piante acquatiche; ammirai pure la grotta Euforio e quella dalle pareti variopinte dei più vivaci colori, detta la grotta dei Ragni di mare. Ne trovai unaanche dove le onde erano di continuo agitate e la dedicai alle Eumenidi.

Quasi tutte queste cavità si trovano lungo la riva dal Solaro ai Faraglioni; sono però poco visibili al di fuori. All'interno sono alte, oscure, popolate da ragni, da uccelli e da ogni specie d'animali marini.

Una bella passeggiata in mare è quella del giro dell'intera isola; vi s'impiegano circa tre ore. La costa a ponente non offre di simili cavità, imperocchè ivi le pendici del Solaro scendono dolcemente in mare, fra i due capi denominati Punta di Visareto, e Punta di Carena. Si avanzano colà in mare tre promontori, bassi ma ripidi, detti: Campitello, Pino, ed Orica, muniti di alcune fortificazioni. Fu in quella località che i soldati di Murat sorpresero di notte tempo l'isola, arrampicandosi su per gli scogli. Procedendo oltre la Carena, la sponda meridionale si presenta ad un tratto altissima e tagliata a picco. Le rupi sono gigantesche e selvaggie e si specchiano in mare, innalzandosi verso il cielo. La riva presenta lo stesso aspetto sino alla punta di Tragara e non è meno gigantesca e bizzarra tutta la costa di levante fino al promontorio di Lo Capo, a settentrione levante dell'isola, dove abbondano le grotte ricche di stallattiti.

Rimane ora da parlare della vetta piùalta dell'isola, del monte Solaro. Partendo da Anacapri e salendo a stento per un malagevole sentiero, si arriva sul dorso del monte. La sua forma e il suo aspetto sono strani, imperocchè alla sommità la montagna presenta una pianura arida, nericcia, quasi a foggia di terrazzo sulle rupi che scendono sopra Capri. Si cammina colà in un labirinto di macigni, facendo sorgere ad ogni passo sciami di locuste nere, le quali, innumerevoli, ricoprono tutto il suolo. All'orlo di questa pianura, sopra una rupe severa che piomba in mare, sorge la cella dell'eremita di Anacapri; io non vidi mai romitaggio più degno di questo nome. Per entrare nella cella, bisogna attraversare un'antica cappella. Trovai tutte le porte aperte e l'eremita assente; la sua tonaca era gettata sul muricciolo del giardino e sopra il suo letto stavano appesi un'immagine di S. Antonio di Padova, un ramoscello d'olivo ed un rosario. Nella stanza stavano derrate, una Madonna Addolorata era appesa sopra un mucchio di cipolle, presso una cesta piena di pane e di piatti vuoti.

Vidi nel camposanto di Pisa quella pittura ad affresco, originalissima, di Ambrogio e di Pier Lorenzetti, la quale rappresenta la vita degli anacoreti nel deserto e posso dire di averla veduta qui riprodotta al vero. Credo che il vecchio eremita di Capri facesseivi, ogni venerdì, la sua predica ai pesci, come si vede, in un dipinto a Roma, S. Antonio seduto sur uno scoglio predicare verso il mare, brulicante di pesci con la testa fuori dell'acqua, a bocca aperta. Mentre stavo girando attorno alla casetta, comparve il vecchio frate laico, con un fardelletto di legna sulle spalle.

Tutto lieto di trovare un ospite, dimostrò il suo dispiacere di non avere vino da offrirmi. Egli abitava da ben trentadue anni su quell'altura; zoppicava esso pure nell'arrampicarsi, ma non aveva affatto l'aspetto mefistofelico dell'eremita zoppo della villa di Tiberio; in lui era anzi qualcosa di quell'ingenua bontà propria dei santi e delle statue degli idoli indiani. Sopra la sua casa sorgeva la vetta del Solaro, il punto più elevato dell'isola, con la stazione del telegrafista, di cui ho già fatto parola. Saliti colassù, si ottiene giusta ricompensa della fatica sostenuta, imperocchè si scopre tutta l'isola e si gode una vista insuperabilmente bella: all'orizzonte, verso mezzodì, il mare senza limiti; a ponente e a settentrione l'isola di Ponza, quella torreggiante d'Ischia, quella di Vivara e di Procida; più lontani, perduti nelle nebbie, i monti di Gaeta, di Terracina, il promontorio di Miseno, ai cui piedi finì i suoi giorni Tiberio; i campi Elisi e Cimmeri, le spiagge azzurre di Baia,Pozzuoli e Cuma, il monte Gauro, la Solfatara, l'isola di Nisida col suo castello, Posillipo, la vetta dei Camaldoli, i monti di Capua, la splendida spiaggia di Napoli con una collana di città fino a Torre del Greco, la punta del Vesuvio montata da una colonna di fumo; verso il basso, Pompei; al di là i monti frastagliati di Sarno e di Nocera; a levante la spiaggia bruna di Massa coi capi di Sorrento e di Minerva; al di là il gigantesco monte S. Angelo, più oltre gli scogli delle Sirene e tutta la regione montuosa dei golfi di Amalfi e di Salerno; finalmente, in lontananza, i monti delle Calabrie biancheggianti per le nevi, e la spiaggia di Pesto, al capo Licosia in Lucania.

A tale altura e con tale vista dinanzi agli occhi, uno si sente quasi vivere doppiamente. Imperocchè è assai ristretta la cerchia dell'umana vita, tante sono le cose che quotidianamente ci stringono, ci contrastano da ogni parte, ci condannano ad una lotta penosa, meschina, in un orizzonte che pure sarebbe vasto. Ogni orizzonte è bello; bello è contemplare dall'altezza della civiltà l'orizzonte del pensiero, delle scienze, delle arti, l'armonia che presiede all'ordine di tutte le cose create. Io, in cima al monte Solaro, pensava ad Humboldt, al cui genio, credo, andiamo debitori di trovare il mondo così bello, così mirabilmente ordinato, e,fissando poi lo sguardo sul capo Miseno e sul Vesuvio, pensavo pure a Plinio, l'Humboldt dei Romani, non che ad Aristotile, genio veramente universale ed ordinatore dell'umano sapere.

Lieto di aver potuto contemplare tanto spettacolo delle armonie della natura, scesi di lassù quando il sole verso Ischia volgeva al tramonto. Il mare s'imporporava già ad occidente e l'isola di Ponza, la quale emergeva lontana e bella dalle onde, quasi giacesse in una sfera di luce, rosseggiava come se fosse in fiamme.

Addio pertanto, bella e romita isola di Capri.

I.

La Sicilia fu il primo paese europeo ove sbarcarono i Saraceni dopo che la signoria araba ebbe allargati i suoi confini sui lidi settentrionali dell'Africa. Le loro prime scorrerie nell'isola risalgono al VII secolo: provenivano dall'Asia, in seguito dall'Africa, da Candia, dalla Spagna, come corsari, senza un fine prestabilito. Solo nell'827 iniziarono un piano regolare di conquista.

Michele Amari, nella suaStoria dei Mussulmani in Sicilia, ricostruì dalle fonti originali, con fedeltà storica, le vicende dell'invasione araba. Egli si servì per ciò delle cronache di Giovanni Diacono di Napoli, dell'830, e delle cronache dettate dall'Anonimo Salernitano, della fine del x secolo; nonchè, presso i Bizantini, delle cronache di Costantino Porfirogenito e del suo continuatore, e presso gli Arabi, delle storie di Ibn-el-Athir Nowairi e di Ibn-Kaldum.

Una rivoluzione militare era scoppiata in Sicilia, che mal sopportava il giogo bizantino; il duca Eufemio decise allora di strappare l'isola all'odiosa dominazione di Costantinopoli; ma le truppe non erano siciliane e ben presto passarono al partito bizantino, costringendo i ribelli a cercare scampo in Africa ed a gettarsi fra le braccia degli Aglabiti. Per odio e per desiderio di personale vendetta, Eufemio divenne allora traditore della sua fede e della sua patria: fece in Kairewan la proposta a Ziadeth-Allah d'inviare nell'isola un esercito, perchè, con l'aiuto dei Siciliani insorti, la conquistasse.

Nel suo atto Eufemio sperava anche di conseguire un sogno ambizioso: quello di divenire imperatore. Le opinioni in Kairewan erano discordi: gli uni protendevano per l'impresa, gli altri la ritenevano troppo arrischiata: Ased-ben-Forad, il cadì settuagenario della città, stimato da tutti per la sua sapienza, riuscì a persuadere i recalcitranti ed egli stesso volle assumere il comando della spedizione.

Il 13 giugno dell'827, in un centinaio d'imbarcazioni, 10.000 fanti, composti di Arabi, Berberi, Saraceni fuggiti dalla Spagna, Persiani e sopra tutto Africani, salparono dal porto di Susa e quattro giorni dopo sbarcarono presso Mazzara e sconfisseroin un sanguinoso scontro il duce Palata, mentre Ased, durante la mischia, seguendo l'esempio di Alì e di Maometto, stava in preghiere e recitava il capitolo la-Sin del Corano.

Poscia i Saraceni mossero contro Siracusa e si accamparono, come narra lo storico arabo, in alcune grotte intorno alla città, cioè nelle famoselatomie. Per un anno rimasero dinanzi alla città, dove i Greci, incoraggiati dalle promesse di soccorso fatte dal doge di Venezia Giustiniano Partecipazio, opposero gagliarda resistenza. I Saraceni furono decimati dalla peste, come era avvenuto a tutti gli eserciti che, nei tempi anteriori, avevan stretto d'assedio Siracusa, particolarmente ai Cartaginesi ed agli Ateniesi. Lo stesso Ased-ben-Forad vi perdette la vita, per malattia, nell'828. Si dovette eleggere un nuovo condottiero, che fu Mohamed-ibn-el-Gewari. Ma presto, ridotto a mal partito, come un tempo quello di Nicia, l'esercito saraceno dovette nella stessa direzione battere in ritirata, inseguito dai nemici.

Guidati da Eufemio, gl'infedeli si arrestarono a Minoa e, rinforzati di nuove truppe, poterono impadronirsi di Agrigento. Panormo cadde nell'831. Questa città veniva dai Maomettani chiamata Bulirma; più tardi prese il nome di Palermo. Ivi si stabilìIbrahim-ibn-Abdallah-ibn-el Aglab, che fu il primovalì(governatore) della Sicilia. Sotto il suo successore anche Castrogiovanni, l'antica Ema, passò in potere dei Saraceni. Siracusa e Taormina continuarono a resistere, difendendosi con grande valore: di quel memorabile assedio rimangono documenti che attestano l'eroismo dei Siracusani ai tempi di Nicia e di Marcello. Tutti i viveri erano consumati; i miseri abitanti dovevano nutrirsi di ossa triturate e di cadaveri; essi speravano sempre negli aiuti dell'imperatore Basilio, che avea appunto inviato il suo ammiraglio Adriano con una flotta in soccorso della città.

Per dimostrare il culto che ancora a quei tempi inspirava l'antica Siracusa, basta riportare la singolare tradizione la quale narra che, nel mentre Adriano se ne stava inoperoso sulle coste dell'Elide nel Peloponneso, vennero alcuni pastori ad annunziargli l'apparizione avuta nelle paludi di alcuni demoni, che avevan annunziata loro la caduta di Siracusa pel giorno appresso. I pastori vollero inoltre condurre l'ammiraglio sul luogo indicato, ed egli udì le voci che annunziavano la resa dell'eroica città. Così difatti avvenne: il 21 maggio 878 Siracusa dovette arrendersi; i Saraceni, entrati nella città, compirono gesta vandaliche, trucidarono gli abitanti, saccheggiaronole case, vi appiccarono poscia il fuoco, e largo bottino vi fecero, perchè il paese anche allora era un centro di grande commercio bizantino.

Di quell'epoca esiste un prezioso documento, una lettera del monaco Teodosio all'arcidiacono Leone, nella quale egli descrive l'assedio e la sua prigionia, nonchè quella dell'arcivescovo. Dopo che la città fu presa e ne fu trucidata la maggior parte degli abitanti, i Saraceni trascinarono l'arcivescovo e l'autore della lettera a Palermo, davanti al grande emiro. Allorchè gl'infedeli comparvero dinanzi alla città col bottino raccolto, i loro correligionari andarono ad incontrarli, cantando inni di vittoria. Si sarebbe detto—scrive il monaco,—che colà si fosse dato appuntamento tutto il popolo d'Islam, da oriente a ponente, da settentrione a mezzogiorno. I prigionieri furono condotti dinanzi all'emiro, che stava seduto a terra. E sembrava fiero del suo potere assoluto. Egli rimproverò all'arcivescovo il disprezzo che i cristiani nutrivano per Maometto, rimprovero a cui il degno sacerdote rispose con l'energia e la sincerità di un martire, così che gli valse, e valse al monaco suo compagno, il carcere. Di là quest'ultimo scrisse la lettera.

Il 1oagosto del 901 anche Taormina si arrese e così l'intera Sicilia passò in poteredella mezza luna maomettana ed ebbe, da quel momento, leggi mussulmane, lingua e costumi arabi. Quella Sicilia che aveva dato a Roma ben quattro papi (Agatone nel 679, Leone II nel 682, Sergio nel 687 e Stefano III nel 768), correva ormai il rischio di andare perduta per la cristianità, tanto più che gli Arabi non si comportavano da popolo fanatico, ma si sforzavano piuttosto d'indurre i Siciliani ad abbracciare la fede di Maometto. Narra Albufeda che Achmed, governatore dell'isola nel 959, portò seco in Africa trenta giovani della nobiltà siciliana e li costrinse ad abbracciare l'islamismo. Parecchie chiese e parecchi monasteri cristiani furono però distrutti, molte corporazioni religiose soppresse; altre ottennero la tolleranza mediante il pagamento di forti tributi, riuscendo così a sopravvivere anche sotto questa dominazione. Allorquando i Normanni discesero nell'isola, trovarono valido appoggio nei cristiani in Val Demone e nella Valle di Mazzara; a Palermo trovarono un vescovo greco, Nicodemo, che compiva il suo ufficio nella chiesa di S. Ciriaco.

La signoria degli Arabi fu, secondo la natura di quel popolo, irrequieta e agitata: mentre la minacciavano la guerra con i Greci delle Calabrie e di Bisanzio, era travagliata all'interno dalle fazioni; più diuna volta le ribellioni di Siracusa, di Agrigento, d'Imera, di Lentini, di Taormina ne minacciarono la sicurezza.

Fino a che durò la dominazione degli Aglabiti di Kairewan, l'isola fu governata dai loro valì; ma quando, sui primi del x secolo, successero a quella dinastia i Fatimidi, e il califato di Tunisi fu riunito a quello egiziano, la Sicilia divenne del pari egiziana, senza lotta sanguinosa fra gli antichi e i nuovi signori.

La signoria dei Fatimidi fu l'epoca più fortunata della dominazione araba in Sicilia: l'isola fu elevata a dignità di emirato, indipendente dall'Egitto, e Palermo ne divenne la capitale. Primo emiro ne fu Hassan-ben-Alì, nel 948; e nel 969 l'emirato della sua stirpe divenne ereditario. La sapienza di Hassan non fu meno apprezzata della sua energia; egli seppe domare i varî partiti, restituire all'isola la tranquillità, ed incutere timore alle Calabrie ed all'intera Italia, Roma compresa. Invano contro di lui tentò una spedizione l'imperatore greco Costantino Porfirogineta; il suo esercito fu battuto, la sua flotta distrutta. Anche Abal-Kasem-Alì, successore di Hassan, diede da fare all'Italia con le sue scorrerie, e per poco lo stesso imperatore Ottone II non cadde nelle sue mani. Frattanto i continui bottini che gli Arabiportavano a Palermo, rendevano ricca la città; nuove continue schiere di arabi veniano a stabilirsi dall'Africa, e l'isola cominciò a rifiorire, come la Spagna era rifiorita sotto i Mori.

I regni di Jussuf, dal 990 al 998, quello di Giaffar, al principio dell'xi secolo, e quello del suo successore Al-Achals furono del pari felici. Questo stato di cose durò circa ottant'anni, finchè le sollevazioni africane si estesero anche nell'isola e generarono la scissione del governo in tante piccole signorie, le quali portarono alla caduta finale della dominazione araba in Sicilia.

L'ultimo emiro dell'intera isola fu Hassan-Samsan-Eddaula, contro il quale insorse il fratello Abu-Kaab: questi riuscì a cacciarlo in Egitto nel 1036. Cominciarono così a sorgere nelle varie città dei piccoli tirannelli arabi, ed altri, approfittando del movimento, ne vennero dall'Africa, per impadronirsi della signoria. L'imperatore Michele Paflagonio capì che era giunto il momento per la riconquista dell'isola e vi spedì il valoroso Giorgio Maniace con un esercito; ma questi non riuscì nell'intento e vi riuscirono invece, nel 1072, i Normanni.

Come abbiam detto, la dominazione degli Arabi in Sicilia fu assai diversa daquella dei Mori in Spagna; le due regioni, fra le più belle dell'Europa meridionale, furono conquistate dagli Arabi africani, ma in condizioni assai diverse: i Mori in Spagna distrussero un possente impero cristiano, che già possedeva i suoi buoni ordinamenti di governo e di amministrazione, ai quali dovettero sostituirne altri. La loro signoria, sorta dal califfato degli Ommiadi, assunse carattere regolare ed ortodosso di fronte a quello degli Abassidi d'Asia; il passaggio si compì con eroismo cavalleresco, a contatto della cristianità, che dovette nella lotta raddoppiare di energia. Ed infine, la Spagna era una vasta e ricca contrada. In Sicilia, invece, gli Arabi non ebbero da distruggere una grande potenza indigena, ma solo dovettero cacciare i Greci-bizantini indeboliti e quasi imbarbariti. La conquista per essi fu facile: trovarono delle città in piena decadenza e non dovettero lottare col cristianesimo, col quale piuttosto si confusero, ristretti essendo i confini dell'isola e non offrendo i suoi monti quel rifugio che avevano dato i Pirenei agli Spagnuoli.

I Mori raggiunsero in breve in Spagna uno splendore che abbagliò l'intera Europa; illustrarono il loro regno con meravigliosi monumenti architettonici e con una cultura scientifica che fece epoca nellaciviltà europea; e poterono così mantenersi per ben settecento anni nella terra conquistata. Gli Arabi in Sicilia invece non riusciron durante i duecento anni di dominazione ad uscire da loro stato caotico. Ad onta dell'opinione dei Siciliani d'oggi, i quali guardano con una certa compiacenza romantica il periodo della dominazione araba nell'isola, si può affermare che il regno dei grandi emiri di Sicilia non differì gran che dagli stati barbareschi d'Africa.

I Saraceni, del resto, non erano affatto rozzi, nè barbari. Tutti presero parte alla cultura scientifica d'Oriente, sviluppatasi con grande rapidità. Anche la poesia, le arti, le scienze orientali piantarono le loro radici nell'antico suolo dorico di Sicilia. La storia moderna della letteratura dell'isola accolse anche gli Arabi-siculi nel catalogo de' suoi scrittori compilato dall'Amari. Ma noi regaleremmo assai volentieri tutti quei verseggiatori dai nomi ampollosi per un'opera sola, la storia araba di Sicilia di Ibn-Kalta, che andò perduta; per questa rinunceremmo del pari alDivanodi Ibn-Hamdis di Siracusa.

I monumenti che soli rimangono della loro presenza in Sicilia, sono quelli dell'architettura Kairewan, la città donde pervennero, rinomata per la moschea fondatada Akbah nel VII secolo, e quale sede del califfato. Di là portarono gli Arabi il gusto della buona architettura, ma non costruirono nelle sicule contrade notevoli edifici come i Mori in Spagna. Nessuna traccia di qualche loro bella moschea rimane a Palermo, e lo stesso Alcazar, divenuto più tardi castello dei Normanni e degli Svevi, non conserva niente della parte dagli Arabi edificata. Palermo fra tutte le città si distinse per lusso e ricchezza, e divenne presto un centro voluttuoso, tutto orientale. Ivi e in altre città gli Arabi edificarono i loro mercati, le loro ville cinte di giardini. Nel periodo più florido della loro dominazione, sotto il governo di Hassan-ben-Alì e di Kasem, dei quali ci e stato tramandato che costruirono città e castelli, l'architettura moresca necessariamente si estese. Nessun contrasto doveva esser maggiore di quello offerto allora dallo stile grazioso e fantastico dell'Oriente con quello severo e maestoso dei tempi dorici in Sicilia. L'architettura moresca si mantenne anche nei periodi posteriori; fu, come la scrittura e la lingua araba, usata talvolta anche dai Normanni e dagli Svevi, e dalla fusione del tipo saraceno col tipo bizantino-romano nacque quello stile misto che prese il nome di arabo-normanno: dal che si può argomentare che i Saraceni in Sicilia dovetteroelevare splendidi edifici. Ma il tempo ha distrutto tutti i palazzi degli emiri, la cui magnificenza produsse tanto stupore nel principe normanno Ruggero, e dei monumenti di architettura araba non rimangono più che la Cuba e la Zisa, due ville presso Palermo, costruite senza dubbio dai Saraceni, ma poi alterate grandemente e restaurate e in tempi posteriori ampliate.

Le due ville stanno fuori della Porta Nuova, sulla strada che mette a Monreale. La Cuba (parola che in arabo significa arco o vòlta) è stata da parecchi anni adibita a caserma di cavalleria ed ha subito tali rovine e alterazioni che ben poco ormai si riconosce dell'antica disposizione. All'esterno è un edificio quadrato, regolare, costruito con pietre ben lavorate, proporzionato e diviso da archi e da finestre, in parte finte e soltanto ornamentali, secondo l'usanza araba. Sulla cornice in cima all'edificio si scorge ancora un'iscrizione araba, indecifrabile. L'interno fu completamente devastato e trasformato; soltanto nella sala centrale, in origine molto probabilmente sormontata da una cupola, sono avanzi di pittura e bellissimi rabeschi di stucco.

Boccaccio collocò in questo palazzo la scena della V novella della sesta giornata del suoDecamerone, e lo storico Fazello ne descrisse la magnificenza, riportandoquello che ne avevano detto scrittori antichi, imperocchè a quel tempo—secolo XVI—il castello era già rovinato. Così egli ce lo descrive: «Unito al palazzo, fuori le mura della città verso ponente, trovasi un pomario di duemila passi di circonferenza, detto parco, ossia Circo reale. In questo giardino, rallegrato da acque perenni, crescono meravigliose specie di piante e qua e là si vedono cespugli di alloro e di mirto odoroso. Colà, dall'entrata all'uscita, si stendeva un lungo portico, con parecchi padiglioni aperti a forma circolare, adibiti per gli svaghi del re, uno dei quali tuttora rimane in buone condizioni, con nel mezzo una grande vasca fatta con pietre regolari e commesse con mirabile arte. La vasca esiste ancora, ma priva d'acqua e di pesci. In questo pomario sorgeva lo stupendo palazzo dei re saraceni, in un angolo del quale si tenevano raccolte fiere d'ogni sorta. Oggi tutto è rovinato; i giardini sono stati ridotti a vigne di privati e solo se ne giudica l'estensione dai muri di cinta in massima parte ancora in piedi. I Palermitani continuano ancora a dare a questo luogo l'antico nome saraceno di Cuba».

Il palazzo nelle sue parti principali esiste ancor oggi, tale e quale ci fu descritto da Fazello, ed in particolare si possono ancorvedere le mura di cinta del giardino ed in questo gli avanzi dell'antica vasca.

La Zisa era una villa ancor più bella, più vasta. La famiglia spagnuola di Sandoval, di poi proprietaria, l'alterò grandemente con nuove costruzioni, ma la preservò anche in tal modo dalla sua completa rovina. Lo stile è lo stesso della villa Cuba; ha la forma ben proporzionata di un dado, semplice, costruita con pietre regolarmente lavorate, divisa in tre parti da cornici, archi e finestre. Guglielmo il Malo la fece restaurare e probabilmente anche l'ampliò, poichè non potrebbesi spiegare altrimenti l'asserzione di Romualdo da Salerno: che quel re cioè avesse fatto costruire un palazzo chiamato la Zisa. «In quel tempo—ha lasciato scritto Romualdo—re Guglielmo fece edificare presso Palermo un palazzo di meravigliosa architettura, cui diede nome Zisa e che circondò di ameni giardini e arricchì questi con appositi acquedotti, di grandi vasche in cui si allevavano dei pesci». La Zisa mantenne sempre il suo carattere arabo, nonostante che re Guglielmo vi facesse notevoli modificazioni. Il suo interno, interamente restaurato, contiene parecchie sale e appartamenti, che niente conservano del loro carattere arabo; soltanto il portico d'ingresso ha serbato un certo aspetto di antichità. Ivi, nel muro,sono nicchie ed archi sostenuti da colonne, fra le quali sgorga in una vasca di marmo una fonte, tappezzata di muschio e di piante rampicanti. L'arco superiore alla fonte è di stile arabo ed ha notevoli ornati e rabeschi originalissimi e fantastici. Gli affreschi e i mosaici, rappresentanti palme, ramoscelli d'olivo, pavoni e figure di arceri, sono di origine normanna, e normanna è pure l'iscrizione cufica sulla parete, riprodotta anche dall'orientalista Morso nella sua operaPalermo antica, nonchè dal de Sacy. La già nominata iscrizione, ora illeggibile, in cima al palazzo, è invece araba.

La fonte dal portico sgorgava in una bella vasca, ancora esistente nel 1626, come ne fa parola il monaco bolognese Leandro Alberti nella sua descrizione dell'Italia e delle sue isole. La vasca era sita di fronte al portico, aveva forma regolare, lunga cinquanta passi ed era rivestita tutta di muratura. Nel mezzo vi sorgeva un grazioso e piccolo edificio, al quale si accedeva per mezzo di un ponticello di pietra, ed in cui esisteva una saletta a vòlta, lunga dodici passi e larga sei, con due finestre; di là, dice l'Alberti, si passava in una bella stanza destinata alle donne, con tre finestre a duplice arco, sostenuto nel mezzo da una colonnetta di marmo.

Parecchie scale portavano al piano superiore del palazzo, ove erano varie camere a vôlta, con colonne ed archi di stile arabo; e nell'interno c'era un cortile a porticato. Tutto quanto l'edificio era coronato di merli. Le sale, con le pareti rivestite di mosaici, coi pavimenti di marmo e di porfido nei colori più svariati, dovevano essere indubbiamente stupende. Ma l'Alberti trovò già la Zisa ridotta in tale stato di ruina da fargli esclamare melanconicamente:

«In verità, io non credo possa esistere animo gentile che, dinanzi a quest'edificio già così bello e in parte ora caduto, in parte minacciante rovina, non provi un senso di profonda compassione». Quanto bella doveva essere questa villa ai tempi degli emiri, dei Normanni, di Federigo, sotto questo splendido cielo, in quelle notti serene di questa amena contrada che fa pompa, dal lido del mare ai piedi del monte, de' più deliziosi aranceti dai frutti d'oro!...

Ho visto pochi panorami simili a quello che si gode dal tetto a foggia di terrazzo di questo castello; di là si scorgono tutti i dintorni di Palermo, dalla spiaggia ai monti, dintorni di una bellezza che la parola non sa, nè può descrivere. Basti dire che si abbraccia con lo sguardo tutta laConca d'oro, co' suoi neri monti, maestosie severi, tali da sembrar tagliati dallo scalpello greco, co' suoi giardini ricchi d'aranci, cosparsi di ville, con la sua città turrita e piena di cupole, col suo mare sempre meraviglioso, con la mole gigantesca e imponente da una parte del monte Pellegrino, dall'altra del capo Zafferano, che si protende in mare, co' suoi monti coronati di neve nel lontano orizzonte, perduti in una atmosfera pura, serena, tranquilla. Terra, mare, aria, luce, colà tutto ricorda l'Oriente. Nel fissare dal tetto della Zisa i giardini, vien fatto di attendere l'uscita delle belle odalische al suono di una mandola, e di un emiro dalla lunga barba, in caftano rosso e pantofole gialle. Là si prova quasi il desiderio di vivere secondo i precetti del Corano.

Non è errato credere che, specie ai tempi della dominazione spagnuola, il fanatismo religioso abbia cercato di distruggere l'antica dimora dei Saraceni. I principi normanni, invece, rimasero colpiti dallo splendore dei palagi e dei giardini arabi e l'imitarono nelle loro costruzioni. Ruggero pel primo edificò delle ville in quello stile, Favara Mimnermo ed altre, come ha lasciato scritto Ugo Falcando, contemporaneo degli ultimi principi normanni. Le fontane sopratutto furono da questi imitate e le vasche di foggia orientale; molte necostruì difatti Federigo II, giovandosi della ricchezza d'acqua di cui Palermo godeva sin dai tempi più antichi. A prova della passione che gli Arabi dimostrarono nel costruire vasche, basta citare la descrizione che Leonardo Alberti fa di quella della Zisa, e la descrizione che l'ebreo Beniamino di Tudela, nella sua breve opera su Palermo, fa della vasca Albehira. Beniamino di Tudela venne in Sicilia nel 1172, ai tempi di Guglielmo il Buono, per visitarvi le corporazioni israelitiche, e così descrisse l'Albehira: «Nel centro della città sgorga la più copiosa delle fontane, quella circondata da mura cui gli Arabi diedero il nome di Albehira. Vi si mantengono pesci di varie specie e vi navigano le barche reali, ornate d'oro, d'argento ed elegantemente dipinte; il re con le sue dame vi si reca spesso per diletto. Nei giardini reali trovasi inoltre un castello, le cui pareti son rivestite d'oro e d'argento, e i pavimenti sono formati di marmi rarissimi; contiene statue d'ogni sorta. Non vidi mai altrove edifici paragonabili ai palagi di questa città».

S'ignora ove sorgesse l'Albehira; Morso ha cercato di provare che Beniamino alludesse al così dettoMar Dolce, nome dato alle rovine arabe del castello di Favara, presso il pittoresco convento del Gesù, fuori leporte della città, sotto la grotta famosa per i suoi fossili. Queste rovine presero il nome diMar Dolceperchè si trovavano di fronte ad una vasca; gli Arabi però le dicevanoCase Djiafar.

Fuori di Palermo esiste ancora una quarta villa o palazzo saraceno, quello di Ainsenin, dal popolo soprannominatoTorre del Diavolo, le cui rovine giacciono nella pittoresca valle Guadagna, attraversata dall'Oreto e dominata dal monte Grifone.

Questi sono gli unici monumenti di costruzione saracena che, a ricordo della dominazione araba, rimangono in Palermo. Con l'invasione spagnuola scomparve la graziosa architettura orientale e cominciarono anche a venir meno ai tempi di Federigo II le tradizioni dell'islamismo, sopratutto allorquando, nel 1220, gli Arabi ancor rimasti nell'isola furono trasportati a Nocera nelle Puglie, avendo durante l'assenza di Federigo, guidati da Mirabet, tentato di riacquistare la loro indipendenza. D'allora in poi il linguaggio e i costumi arabi andarono perdendosi in Sicilia ed una nuova nazionalità, quella spagnuola, cercò di stabilirvisi, cominciando col cancellare ogni traccia dei predecessori.

Nell'ultimo secolo, quando la scoperta di Pompei riaccese in tutta Italia lo studio dell'antichità, si prese a indagare pure conardore le vicende della dominazione araba in Sicilia. Le iscrizioni esistenti nelle chiese e nei palazzi portarono allo studio della lingua araba ed in Palermo sorse anzi una cattedra speciale per l'insegnamento di questa. Ma la cosa non avvenne senza grottesca soperchieria, la quale valse a provare sino a qual segno ogni tradizione araba fosse scomparsa dall'isola in cui un tempo gli stessi re cristiani avevano parlato quella lingua. Il maltese Giuseppe Vella venne a Palermo e si spacciò per dotto orientalista, falsificando anche un codice contenente parecchie corrispondenze degli Arabi in Sicilia. L'abile falsario seppe ingannare tutta quanta l'Europa erudita, fintanto che, smascherato, venne rimosso dalla cattedra e imprigionato.

Frattanto però presero a dedicarsi allo studio dell'arabo parecchi Siciliani, fra i quali Airoldi, Rosario e Morso, quest'ultimo in special modo, che successe al Vella nella cattedra e fu in relazione con i maggiori orientalisti, col Tichsen, col Silvestre, col Sacy, con l'Hammer e col Frahn, e molto si adoperò nell'interpretazione delle iscrizioni cufiche esistenti in Palermo. Ne risultarono opere veramente utili, come laRerum Arabicarum quae ad historiam siculam spectant ampla collectiodi Gregorio, pubblicata a Palermo nel 1790; leNotizie storiche dei Saraceni sicilianidel Martorana, pubblicate del pari a Palermo, nel 1833; ed infine laStoria dei Mussulmani in Sicilia, dovuta all'insigne Michele Amari, ma di cui furono editi soltanto i due primi volumi.

Lo studio delle antichità arabe risvegliò anche l'amore per l'architettura saraceno-normanna, e divenne così generale, che molte botteghe della bella via Toledo di Palermo sono oggi ornate alla foggia araba e in stile arabo sono costruite molte ville di ricchi possidenti nella campagna.

Il gusto corrotto dei palazzi e delle ville siciliane è noto a tutti per la sua straordinaria bizzarria. Mentre si avevano sott'occhio dei modelli graziosissimi e si avevano alle porte di Palermo la Cuba e la Zisa, mentre esistevano nella stessa città edifici dell'epoca normanna o posteriori, come, per esempio, il palazzo del tribunale, che insegnavano come anche in edifici grandiosi si potesse unire la semplicità all'armonia delle proporzioni ed alla sobrietà della decorazione, si preferì innalzare costruzioni di gusto esageratamente barocco, come la villa del principe di Palagonia, o ricorrere al gusto cinese, come nella regale villa della Favorita.

In questi ultimi tempi veramente si è fatto ritorno allo stile arabo-normanno, efarà epoca fra le moderne costruzioni la villa Serra di Falco, innalzata a poca distanza dalla Zisa da quel duca che è altamente benemerito per lo studio delle antichità siciliane. I magnifici giardini di questa palazzina dànno l'illusione di rivivere ai tempi di Hassan.

In Palermo, il marchese Forcella innalzò pure un bel palazzo di stile arabo-normanno, nel quale sono però alcune cose grottesche come in tutte le imitazioni di architettura passata. Questo palazzo sorge in piazza Teresa, presso la porta dei Greci; il proprietario vi spese ingenti somme e i lavori non ne sono peranco ultimati. All'esterno le finestre sono a doppio arco di sesto acuto, divise da una colonnetta, guarnite con vetri colorati. Le sale sono parecchie e ricche, in specie quelle centrali, di gusto tutt'altro che arabo, con le pareti rivestite di marmi e di pietre dure, preziosi quelli e queste, di vario colore, a disegni graziosissimi. La volta è ornata fantasticamente, e il pavimento è in marmo di vario colore; questa profusione di marmi prova la ricchezza mineralogica dell'isola. A rendere quest'edificio simile ad un'Alhambra non manca nemmeno una fontana. Altre stanze furono dal ricco marchese decorate in stile romano e pompeiano e dimostrano l'abilità dei Siciliani nell'affresco,imperocchè tutte le imitazioni di pitture antiche furono colà eseguite unicamente da artisti nati e vissuti nell'isola.

II.

Due isole molto distanti fra loro, l'Inghilterra e la Sicilia furono ad uno stesso tempo conquistate da una razza audace e avventuriera, quella dei Normanni, che, dopo avervi per poco brillato, vi si spense. Nell'una e nell'altra isola venne introdotto il governo feudale, con baronie e maggioraschi, i quali durano ancor oggi[5]. In entrambe le isole si formò una costituzione aristocratica, che si sviluppò possente in Inghilterra e di cui rimangono ancora vestigia in Sicilia, ove più presto si estinse.

Questa similitudine di destini fra le due isole è abbastanza singolare e potrebbe servire a spiegare altri fatti storici avvenuti dopo la Rivoluzione francese, fra i quali la costituzione introdotta dagli Inglesi in Sicilia nel 1812.

La signoria dei Normanni in Sicilia fu di breve durata; brillò appena un secolo e ne furono caratteri distintivi l'intelligenza,la costanza, l'audacia quasi feroce, una politica vasta e intraprendente, una grande vastità di disegni e di imprese. Tutto ciò soggiacque al contatto della vita voluttuosa dei Saraceni, al clima, alla libidine sfrenata delle partigianerie.

Nel 1038 Giorgio Maniace era stato invitato in Sicilia dall'Imperatore greco per cacciarne i Saraceni. Egli si rivolse a Guaimaro perchè gli concedesse una piccola schiera di Normanni che teneva al suo servizio; Guaimaro gli mandò circa trecento uomini al comando di Guglielmo dal braccio di ferro, di Dragone e di Umfrido. Greci e Normanni si precipitarono sull'isola, posero in fuga gli Arabi, s'impadronirono di Messina, Siracusa e altre città; ma l'avidità del bottino portò fra loro la discordia; i Greci rapaci volevano tutto per sè; allora i Normanni, offesi, partirono, passarono in Italia e cercarono quivi qualche altro compenso. Sorpresero Melfi ed altri paesi delle Puglie, cominciarono per questa via a stabilire la propria indipendenza. Ma non appena i Greci seppero questo, abbandonarono la Sicilia per cacciarli dalle Puglie, ma non vi riuscirono, e le città da loro conquistate in breve tornarono in potere dei Saraceni.

Trascorsero così varî anni senza speciali avvenimenti; i Normanni riaffermarono illoro prestigio nelle Puglie, Guglielmo ne divenne conte, più tardi Drogone ne ereditò i possessi, e Umfrido, dopo la morte di quest'ultimo, costrinse papa Leone IX a concedergli l'investitura della provincia. Novelle schiere vennero dalla Normandia, sotto il comando di Ruggero Guiscardo, il quale, dopo la morte di Umfrido, avvenuta nel 1056, si fece proclamare duca delle Puglie e delle Calabrie. Più tardi discese anche suo fratello minore, Roberto, per dividerne le sorti. I due valorosi fratelli nel 1060 occuparono Reggio ed una notte, Ruggero, accompagnato da soli sessanta soldati, mosse alla volta di Messina, per conoscere le condizioni del paese; attaccò audacemente sulla spiaggia i Saraceni, quindi s'imbarcò di nuovo e fece ritorno a Reggio. Poco dopo, la fortuna volle favorirlo ed egli si accinse seriamente all'arrischiata impresa. A lui si presentò l'emiro di Siracusa, Bencumen, scacciato dal fratello Belcamend, e lo informò delle lotte che travagliavano l'isola e lo persuase di tôrre agli Arabi il possesso della Sicilia.

L'impresa non fu certo facile. I Saraceni opposero la più viva resistenza e nuove truppe vennero dall'Africa per respingere Ruggero, che, dopo una sanguinosa battaglia, si era impadronito di Messina. Roberto lo raggiunse allora a Castrogiovanni;l'esercito principale dei Saraceni fu posto in fuga, dopo di che i Normanni fecero ritorno nelle Calabrie per rafforzare le proprie file e prepararsi ad una più seria lotta. Almocz, califfo d'Egitto, aveva frattanto spedito in Sicilia una flotta, la quale però fu dispersa da una tempesta e distrutta presso l'isola di Pantelleria. La fortuna aveva arriso agli arditi avventurieri, ma la discordia minacciò di rovinarli. Roberto Guiscardo cominciò ad avere invidia dei successi del fratello Ruggero, pretendendo il possesso di metà delle Calabrie e dell'intera Sicilia; l'altro non volle aderirvi e i due eroi ricorsero alle armi, e, senza curarsi dei Greci e dei Saraceni, nè della poca stabilità delle recenti conquiste, presero a straziarsi fra loro in una guerra feroce. Ruggero cadde nelle mani di suo fratello, che, però, cedendo all'influenza di quell'uomo straordinario, lo lasciò libero. Allora, riconciliati, i due fratelli si rivolsero verso la Sicilia e due volte si spinsero sino a Palermo, ma dovettero quindi far ritorno nelle Calabrie per sistemare la loro posizione in quel dominio. Soltanto nel 1071 poterono stringere di regolare assedio la capitale dell'isola. A quell'epoca Palermo era forse la città più popolosa d'Italia, senza dubbio la più florida, la più ricca: in essa era tutto lo splendore della vita orientale. Gli Arabi opposero fiera resistenzae narra la tradizione che, per dimostrare la loro fiducia nell'esito della lotta, essi non chiudessero neppure le porte della città e che un ardito cavaliere normanno l'attraversasse un giorno da solo, di galoppo, con la lancia in resta. Finalmente Roberto penetrò per la porta di mezzogiorno, mentre Ruggero entrava per quella di ponente. I Saraceni, ritiratisi nel centro della città, capitolarono, cedendo Palermo al fortunato vincitore, a condizione che fosse loro garantita salva la vita e libero l'esercizio del loro culto.

Venti anni appresso i cristiani entrarono in Gerusalemme, conquistata pure a forza, e si portarono quali orde selvagge. I Normanni, invece, essi pure valorosi crociati, furono più clementi e risparmiarono Palermo maomettana. Presero possesso della splendida città senza versare sangue, senza commettere devastazioni, quali vincitori soddisfatti, che non avevano altro scopo che cacciare il nemico dalle sue voluttuose dimore per alloggiarvisi. Nessuno di quegli scoppi d'odio di cui diedero prova più tardi i cristiani contro i maomettani avvenne; i Saraceni furono lasciati liberi di vivere come volevano e di esercitare la loro religione. Il cristianesimo, languente, riprese forza e in breve si sostituì all'islamismo,che soltanto sopravvisse, per quasi centocinquant'anni ancora, fra i monti.

I Normanni furono per ragioni politiche tolleranti verso i Saraceni e vissero con questi in perfetto accordo; i conquistatori, in picciol numero, presto scomparvero quasi in mezzo alla popolazione saracena, che seppero guadagnare a sè, trattandola con dolcezza. Accettarono le arti e le scienze degli Arabi; nei loro edifici usarono lo stile arabo e la stessa corte cristiana prese un carattere arabo, circondandosi di guardie saracene, di eunuchi, ed adottando pure la foggia turca di vestire. Allorquando Mohamed-Ibn-Djobair di Valenza visitò la Sicilia, sullo scorcio del secolo XII, lodò re Guglielmo pel suo amore verso l'islamismo. «Il re—scrisse—legge e scrive l'arabo, e il suoharemè composto di donne mussulmane, e mussulmani sono i suoi paggi e i suoi eunuchi». Il visitatore trovò le donne di Palermo belle, voluttuose, vestite completamente alla turca, e nel vederle, nei giorni di festa, in chiesa, con abiti di seta gialla, con veli dai vivaci colori, con catenelle d'oro e grandi orecchini, dipinte e profumate come le femmine orientali, ricordò i versi del poeta: «In verità, quando si entra in un giorno di festa nella moschea, vi si trovano gazzelle ed antilopi».

La lingua araba continuò ad essere insegnata, ed usata anche negli atti governativi; ed anche le iscrizioni arabe, visibili tuttora nei mosaici delle chiese cristiane, furono dai re e dai vescovi cristiani dettate. I Normanni in Sicilia trovarono la lingua greca degli antichi Elleni, dei Bizantini e la lingua latina degli antichi Romani; nella bocca del popolo il linguaggio volgare, che divenne poi l'italiano; ed infine, gli idiomi arabo ed ebraico, tutti contemporaneamente in uso e tutti usati nei diplomi, in sulle prime scritti in greco con la traduzione araba.

Caduta Palermo, l'isola fu suddivisa: Roberto Guiscardo prese per sè la capitale e metà della Sicilia; Ruggero ebbe l'altra metà; al prode nipote Serlo furon date grandi baronie e l'altro nipote Tancredi fu creato conte di Siracusa. Roberto prese il titolo di duca di Sicilia, Ruggero quello di conte. Ma l'isola non era ancora tutta soggiogata; Siracusa, difatti, si arrese solo nel 1088, Agrigento nel 1091, e più tardi anche Castrogiovanni, Noto e Butera. Fino al 1127 i ducati delle Puglie e di Sicilia si mantennero in questo stato di cose; ma nel 1127, estintosi il ramo di Roberto Guiscardo, il figlio di Ruggero ereditò pure gli Stati al di là del Faro. Fu questi Ruggero II, il principe più insigne della stirpenormanna. Suo padre, che valorosamente aveva conquistato la Sicilia, era morto nel 1011; gli era succeduto il figlio maggiore Simone per cinque anni; poi, ancora minorenne, sotto la tutela della madre Adelasia e dell'ammiraglio Giorgio Antiocheno, Ruggero era salito sul trono.


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