Canto I.ONEIRO.Allegri suoni echeggiavano nella magnifica casa di Arrio, canti di schiavi operosi e risa di solerti fanciulle, che insieme con gli efebi intrecciavano nel cortile molti e graziosi fiori variopinti, quale addobbo festivo per il domani. Tutto ciò che ognora offrivano i campi ed i giardini di Pompei, era lì dintorno accumulato; già si contornavano le colonne di ghirlande di edera e scintillavano rosei nastri. Agili poi correvano su e giù gli affaccendati schiavi, a frotta portando vasi e brocche e aurei utensili per la festa, perchè dappertutto raggiasse e splendesse la casa di serena bellezza.Ritornava la desiderata figliuola di Arrio, che il padre aveva condotta a Roma dalla piccola Pompei, acciò vi osservasse il mondo, i costumi, e una nobile educazionene compisse il fiore della gioventù. E subito il padre aveva convitato a banchetto gli amici, perchè degni ospiti onorassero la nuova arrivata; e chi ora vedesse la casa quale si ergeva magnificamente la più bella di Pompei,[4]sentirebbescoppiarsi il cuore di gioia e arriderebbe alla festa.Se ne stava nel cortile il capo degli schiavi Peisandro, appoggiato ad una colonna dell'ingresso; a voce alta gridava: «Intrecciatemi presto, o efebi e fanciulle, i serpeggianti fiori; Elio declina al mare; già cresce più forte colà intorno alla bruna e fumante cima del Vesuvio una irradiazione del colore dell'iride. Quest'oggi l'aria è afosa e non aleggia dal golfo nessun soffio respirabile. Affrettate le mani, ne tocca festeggiare la divina Ione».Affrettate le mani, ne tocca festeggiare la divina, Ione! — Così come un'eco risuonò questa voce di là, alla finestra, dove sul cortile sorgeva il luminoso e aereato piano. Frattanto, s'indugiava nell'officina tutto ingegnoso ed occupato un garzone, curvo sulla tavola presso la finestra; e con le sue abili mani intrecciava una ghirlanda di fiori, come gli efebi nel cortile, ma una molto più bella, e la foggiava con ogni cura intorno alla nitida base del magnifico candelabro che gli si ergeva dinanzi, opera eccellente di bronzo bruniccio.Agile come l'alta figura delle mani creatrici dell'arte spiccava l'immagine del maestro nel fascino della leggiadra gioventù, pure ravvolto in una tunica di lana, come si conviene agli schiavi. Spesso ei tendeva lo sguardo giù nel cortile e contemplavagli azzurri monti di Sorrento sopra il golfo, come il roseo vespro alitava già mollemente su in alto alle cime gl'infocati colori. Ed egli raddoppiava ancora la fretta della mano e dei sottili martelli, quasi la paura lo spingesse. Eppure non mancavan solo che pochi intrecci di foglie, giacchè la maggior parte erano state battute. Ma il candelabro s'ergeva bell'e compiuto, un'opera d'arte divina.Sulle zampe del leone risplendeva la luccicante base robusta e levigata; vi si poteva bene specchiare dentro una fanciulla. Sul suo orlo dentellato con molta finezza si avviticchiava un ramo di vite battuto in argento e d'accanto si elevava l'altare fiammante, nitido e bello, e di contro la magnifica opera plastica. Ivi danzava agile con le vivaci membra una pantera, ardita e superba, poichè sul suo dorso sedeva il divino cavalcatore, incoronato di pampini, Dionisio, avente per tazza un lucido corno.[5]Così queste figure ne ornavano graziosamente la base. Or dalla base si ergeva la poderosa opera di bronzo, leggiadra per il capitello e le braccia e le lampade pendenti, arrivando fino a sommo il petto di un uomo all'impiedi. Consisteva in un pilastro di stile corinzio, una maschera lo abbelliva dinanzi al capitello, e di dietro sporgeva una grossa testa di toro. Ed era una maraviglia a vedere come belle di sotto al capitello s'incurvassero le braccia che, protendendosi, sostenevano quattro lampade. Così era anche grazioso vedere il loro giuoco e la loro forma intrecciata di foglie, splendida, scintillante e crespa come le foglie del fiore d'acanto. Ma da ogni braccio scendeva giù sospesa a catene rilucenti una lampadina, e queste lampade risplendevano magnifiche d'un bronzo raggiante a color d'oro, come all'ombrosoramo le rosse arance. Artisticamente spiccava ognuna, distinta per una imagine allegorica. Così sulla prima si elevava delicata una figura di bronzo, con una torcia lucente: era Oneiro, il dio del sogno, quale una farfalla nell'azzurro crepuscolo della sera.Ben altrimenti effigiata era la seconda: ivi sedevano dall'aspetto celestiale, cianciando e baciandosi ad un tempo, due giovani figurine innamorate, Amore e Psiche uniti insieme. Come colombi teneramente baciucchiantisi col becco nella selva, essi si accarezzavano vagamente, e l'avvenente Psiche innalzava nella destra la torcia, mentre con le braccia la cingeva il Nume e la baciava con affetto.La terza lampada era anch'essa variamente configurata. Sulla curva calotta serio con le ali basse e dagli occhi intelligenti poggiava un uccello; il notturno gufo di Pallade Athena; tra gli artigli reggeva la torcia più grande, fiso e grave spingendo innanzi lo sguardo, e ridestava anche il senso della serietà. Ma l'ultima delle lampade svegliava commozione e malinconia: Tanato v'era scolpita, spegnendo la torcia nella notte; e le si librava a volo di fianco l'amica Ora Eirene, ravvolta in un velo, col pacifico ramo di palma ricurvo nella mano.Così era fregiato il candelabro artisticamentescintillante in bronzo, ma il maestro dava ancora colpi di martello sugl'intrecciati viticci. Talora sollevava il capo, tal altra lo abbassava di nuovo e buttava giù per la nuca la nerissima chioma, quindi guardava con aria di compiacenza l'opera sua e subito prorompeva sospiroso in cotesti vaghi accenti: «Oh arrecami domani la salvezza, Orione, tu lampa del cielo!» Ma la fronte era mesta, e si rigonfiava scintillante il suo occhio fondo come per un trepido dolore e per un impaziente desiderio lontano.Così ei se ne stava tutto intento al lavoro, senza sapere che di nascosto, appoggiato alla colonna accanto alla porta, lo adocchiava di lontano uno straniero; era un vecchio di vigoroso aspetto; lo ravvolgeva una nera veste pieghettata, succinta da cinghie di porpora sidonia. Bruno era il colorito del volto, la figura come d'un uomo che abiti da lungo tempo il giallo Egitto. Ed egli contemplava fiso il candelabro e stupiva dinanzi a quell'officina così ricca di vasi e di artistiche forme, queste già belle e complete nel getto del bronzo, quelle appena abbozzate in duttile cera e in molle argilla. Ma nel mezzo dell'officina s'ergeva una statua dissimile dalle altre e doppia — così pareva, — perchè dei veli increspati la nascondevano allo sguardo,mentre di sotto al panno si delineavano i robusti contorni di agili corpi di eroi.A un tratto il vecchio si appressò, battè leggermente sulla spalla dello schiavo e disse: «Un assai eccellente maestro tu sei diventato, o Euforione, da che l'ultima volta io vidi te e le opere delle tue artistiche mani. Magnifico è questo bronzo! non ne ho visto uno simile e pure ne ho contemplati di belli e tanti ne ho acquistati in Egitto e in Roma. E chi avrà la ventura di vedersi nella sua stanza circondato dagli sprazzi di luce di quest'opra incantevole, avrà bene a godere del magnifico possesso».Ma in segno di amichevole saluto il giovane gli porse la destra e subito rispose: «Sia il benvenuto, o Serapione, degno ospite ed amico! Solletica forse questo enigma il tuo spirito egiziano? Caro mio, tel dico subito: no! tu non mel compri neanche per tutti i tesori di Ramesse! Molti giorni e molte notti taciturno e paziente ho io vegliato accanto al lavoro e lungamente mi sono io stesso quasi fuso modellando questo bronzo, e con esso ho diviso la mia vita. Ahimè! tutto quello che arreca diletto sembra scaturito unicamente dal piacere; ma il maestro che creò, sedette qui muto sull'opra, incombendo al lavoro, e ne intesserono la varia tela la speranza, il dolore, il desiderio della felicità, la desolante tristezza. Ora ne rendo grazie alle Ore: dall'ondeggiantegetto di bronzo mi uscì l'opera perfetta e corrisponde ora pienamente al disegno, piacevole nella sua serietà».A ciò muto rimase l'Egiziano, contemplando estatico l'immagine meravigliosa, mentre il giovane Elleno dallo sguardo lampeggiante ripigliava: «O vecchio, tu guardi estatico, eppure pressochè estranea mi sembra la forma; essa se ne sta ora lì freddo e irrigidito bronzo senza moto e senza vita, come un prigioniero ed uno schiavo dagli sguardi più strani. Ma essa mi viveva calda e luminosa nel petto infuocato, come l'immagine delle stelle che si disegnano librandosi nel cielo. Son già quattro anni da che meditai questo candelabro, una volta in sul vespro, quando la mia morta madre Serena veleggiò verso Roma insieme con la figlia di Arrio. Ma io sedetti col più profondo dolore sulla riva del mare, seguii con l'occhio la vela, finchè l'allontanantesi nave disparve in un crepuscolo di porpora. Allora vidi lassù nel cielo la sacra costellazione di Orione fiammeggiare sugli ansanti flutti; come agitato da un nume stavo allora a guardare la zona delle stelle celesti, quando mi si presentò al cuore la figura di questo candelabro e l'immagine delle lampade. Tutto ciò come in uno specchio mi rifletterono nell'anima le carezzevoli stelle, ma dormì la mia opera e soltanto ora l'ho finita».«Davvero, replicò il vecchio, fu allora la tua buona sorte a fornirtela: oh te beato, nel cui cuore albergano le Grazie!»«Ben dici il vero, o vecchio, rispose l'altro con rapido gesto, eppur sempre con piacere sento agitarmisi nel cuore un impulso di gioia, un impulso a modellare la superba figura: come una musica mi risuona di continuo nel petto, tal che i pensieri mi si muovono incessantemente in una nuova allegra danza di figure e di forme, intrecciando e sciogliendo le arie come una lira melodiosa. Anche nel sogno, quando stanco dal lavoro diurno desidero appisolarmi, mi s'agitano nello spirito delicate immagini; come contemplo allora felice la forma della pura bellezza, che mai arrivo a comprendere quando son desto. Ma ahimè! ciò che di meglio l'uomo anela, gli penzola sul cuore, solo come un sogno celestiale, ahimè! solo come una fuggevole brama! Io sento il mio spirito così elevarsi in alto, allora vorrei, o Serapione, volando più in alto e sempre più in alto, accostarmi agli antenati divini. Ma grave e plumbeo mi si attacca ai piedi il mondo, e un affanno paralizzante erra nel labirinto del mio cuore. Oh come mi addolora profondamente quella frase dei motteggiatori, quand'essi, sparlando della graziosa arte della mano che foggia il bronzo, disprezzano il lavoro manuale come qualcosa d'ignobile e una bassa necessità umana.Ma per l'eterna luce! Guarda l'artistico intreccio di queste agili forme! Anch'esse sono l'immagine scolpita della Grazia, o amico, e dànno l'idea del bello e del sublime. Perchè anche a me veglia sul cuore e sulle mani la Musa».«Che tu sia consolato! proruppe con gioia il vecchio, tu non eserciti veramente alcun vile mestiere: io chiamo sempre magnifico il lavoro delle mani. Ben t'invidiano molti; l'insieme di queste forme avvenenti te lo dette la divinità; non più ricche si presentarono esse alla mente dell'artista che infonde nel bronzo le forze vivificatrici della Grazia. Duolmi però teco, che tu debba creare come uno schiavo servile ciò che solo ai liberi si addice: la servitù arreca onta alla sacra arte! Nè mai a questa dovrebbe accostarsi un uomo di oscura condizione, ammantato di veste da schiavo: no, libero di corpo ei dovrebbe essere e libero di anima, come i figli dell'etere, gli Dei placidi e sorridenti».Allora una vampa di vergogna salì in volto allo schiavo, sollevò con rabbia la destra e gridò pieno di angoscia queste grame parole: «Hai tu veduto le notti che io affannosamente — ohimè! — ho pianto sul misero giaciglio, contorcendo il cuore e le mani? E quando di notte, sì spesso sedendo come una vigile figurazione del dolore che strugge, io accuso la mia vilesorte, oh! allora s'avanzano nella triste disabitata officina le figure di Dei scintillanti in bronzo, in pietra e gridano: qui stiamo noi! ci scolpì Fidia, ci scolpì Policleto, mi lavorò Mirone, mi lavorò Prassitele, uomini dell'Olimpo. Or chi sei tu mai, infelice, che osi stendere anche la mano alla fiamma di Prometeo? Allora ohimè! esse sghignazzano sonoramente e con piedi di bronzo calpestano il mio cuore che ansa. Al banchetto dei tetri dolori siede la mia anima, o vecchio, cibandosi di un duplice affanno. Ma nel petto non mi vien mai meno l'anima rovente, anzi nei dolori più forte si spinge sospirosa solo alla luce. Allora mi sento battere dentro, allora mi vengono mille pensieri; allora come per ischerno mi s'agita nello spirito la forma snudata simile alla convulsa Menade, io contemplo l'immagine più bella. Ma presto l'estasi svanisce, e di nuovo mi sembra tutto così meschino, così insulso, e spregevole financo la forza e la propria attività, e più non appaio a me stesso nobile, come chi con pesante martello batta sull'incudine il suo ferro che sprizza scintille. Allora nello sdegno manderei in frantumi le mie opere e strozzerei fin nel germoglio tutti gl'impulsi divini».A ciò serio e sarcastico soggiunse quegli: «Come sono vani e meschini i dolori dei mortali! E intanto l'uomo sempre scontentoingrandisce il suo misero pulviscolo fino alle proporzioni del mondo; sulla nuca ei solleva la sfera del cordoglio e si crede ben presto un Atlante. E ciò che di soave gli si desta nel petto, non più germoglia in un vago fiore, non più in un placido frutto; ma solo l'istinto ne prorompe pieno di bacchico furore, provocando gli Dei alla lotta, e così l'anima diventa sempre un campo di battaglia».Ma il giovane dal viso sconvolto, tutto iracondo, gridò: «Vuoi tu vedere come il mio cuore è schiavo e come arido scorre in me il fonte della forza immortale, da cui credevo di attingere? Mira: qui sta la mia vergogna, umidi ancora sono i panni che avvolgono la mia opera. O vecchio, io lavorai intorno alla figura, a lungo stetti ginocchioni e pregai gli Dei perchè spandessero su queste immagini un raggio del loro lume vivificatore che penetra fiammeggiando le opere. Ma nessuna vita vi scese, nessun vezzo seducente, perchè dal cuore alla mano un demone, schernendo, arresta ed impedisce all'artista da strapazzo la corrente magnetica del suo animo. Sì, io riconosco d'esser non altro che uno schiavo, e sebbene io circondi il mio animo del più caldo sentimento e dello scintillio di entusiastici pensieri, pure, quando mi accingo ad un'opera, mi si disvela con ischerno la mia impotenza».E con un tratto violento strappò dall'immagine il panno, da quell'immagine che alta e coperta si ergeva nell'officina. E si offrirono allo sguardo, dall'argilla azzurrognola, due alte figure, congiunte in un poderoso gruppo. Eran Dedalo ed Icaro, il suo celeste figliuolo, che, imprigionati nel labirinto della roccia di Creta, si fecero con la loro arte le ali per sottrarsi arditamente alla mortifera voragine. Ma il padre, già vecchio divino, sedeva presso i crepacci della rupe, tranquillo e intento a fabbricare con pratica mano le ali dalle penne maestre del cigno selvatico. Sparpagliata ed a mucchi stava a lui dintorno sul suolo una quantità di fioccose piume; ed Icaro, il giovane entusiasta, era presso il padre, avido di desiderio, pronto a volare, intollerante di freno. A lui già s'inarcavano, circondando come di argini le rilucenti spalle, due agili ali di sirene, di color cupo qual notte porporina, arditamente e saldamente connesse, forti per dare impeto al volo. Ed esse si agitavano, già ventilavano come cigno sollevantesi, quando la sua ala stride sui neri flutti. Così stava l'ardente giovane, con gli occhi rivolti al cielo; ma lavorava ancora, tranquillamente affaticandosi, il vecchio con una pensosa serietà...Meravigliato contemplava l'Egiziano e stupiva come il sembiante dello schiavo si rassomigliasse tanto ad Icaro per la giovinezzae per la figura. «Robusta mi sembra, gridò egli, e grande, ma solamente disarmonica quest'opera; manca qui lo spirito tranquillo ed anche la sobria forma. Tu creasti un Dedalo senza vita, perchè l'impeto dell'entusiasmo ti attirò ben presto la mano alla figura del focoso figliuolo: tu elevasti a un Titano l'entusiasta Icaro che fu abbagliato dal sole».A ciò pieno di cattivo umore rispose l'offeso giovane: «No! tu non comprendi giammai la mia alta e bollente natura, non mai tu intendi il mio desiderio così potentemente alato. S'avvii pure la vecchiaia alla polvere del sepolcro, limiti per bene la zolla del securo intelletto e con ansia d'avaro calcoli la mercede della sua fredda arte che, con la polvere della conoscenza, foggia i dolori terreni e i momentanei piaceri. Ma lo spirito, che le superne Muse infiammarono, deve liberarsi dalla notte greve e dal labirinto della polvere opprimente. L'anima del poeta, attratta dalla luce, alza grida di gioia al cielo ed ei non fa distinzione tra umano e divino. Sulle ali dell'amore s'innalza al sole per accendere pel popolo mortale la sacra fiaccola di Prometeo al raggio della bellezza immortale. Ardito siede tra gli Dei, ardito squarcia il velo di Iside, osservando la ineffabile parvenza divina. Non hai tu mai agognato le alte sfere della bellezza, quando fuor del mondo hai guardatonell'etere scintillante? Non mai quindi nel tremito ti sollevò in alto il petto bramoso? Ah! chi non volerebbe come Icaro, chi non vorrebbe come lui respirare la luce celeste, quand'anche dovesse pagare con la morte l'ebbrezza di tale entusiasmo e la voluttà dei polsi librantisi a volo?»Allora tranquillo sorrise il vecchio e dolcemente disse: «Assai bella è negli occhi del giovane la fiamma dell'entusiasmo, bella la lagrima del desiderio, nutrita nel profondo del seno per le occulte sorgenti della luce e l'immagine primigenia e velata della vita. Ascolti pure il barcollante mortale il canto delle sfere cullarsi sulla polvere nella comprensione ampia del cosmo, ma sia pur certo che alla fine ei non stringe che un sogno. Perchè noi uomini non siamo posti sull'aereo delle nubi sì da contemplare oziosi le alate danze delle stelle. No! noi stiamo tra l'incombente necessità del sepolcro e la terra nutrice! Aimè! un atomo di luce e un pulviscolo luccicante dell'eterea fiamma dell'anima scintilla nel petto caduco: ma per l'uomo esso è tutto ed un profondo enigma. Come innanzi alla sfinge tebana, così sempre muto innanzi al proprio spirito sosta almanaccando il mortale e vacilla nell'oscuro labirinto del proprio cuore continuamente per un falso, malsicuro e tortuoso sentiero. Guarda un po' Dedalo! quanto poco arrivi a comprendere il saggio!Egli è il padre del lavoro manuale, un secondo Prometeo per l'uomo; compie un'opera buona e possente, quindi si solleva con impeto all'arte divina, qual suo sublime e serio fondatore, e ve lo portano le ali, le ali fabbricate con arte e con sicurezza. Simile a quel maestro anche tu! sì, resta nell'officina di Dedalo! Quel che è bello riesce a pochi, ai più ciò che è buono, il grande è solo di pochissimi. Ben vidi io tanti e tanti precipitare vertiginosamente dall'etereo cammino, così come egli sprofondò nella spalancata voragine per la fiacchezza; ma solo pochissimi vidi cimentarsi a cose audaci, o amico, in quanto seppero modestamente non dare ascolto alle lusinghe del Dio che soffiava nel petto. Perchè sempre ci aleggia dintorno il canto fascinatore delle sirene, traendo ciascuno dal suo proprio cammino oscuro come la notte. Sì! chi ciò potesse, bene per lui! chè non chiamato gli si accosta il Genio a prestargli le sue ali robuste».Così il vecchio, e tacque; e guardava estatico le sublimi figure, mentre dal cortile echeggiava in pari tempo un giulivo canto e spesso nel canto risuonava il nome melodioso di Ione. Pallida s'era fatta la gota del giovane, mesto il suo sembiante; ma Serapione vide il mutato aspetto e gridò subito: «O strano uomo! se tu fossi libero, ben si slancerebbe lassù, nel cielo, la tuaforza. Pur non ti scoraggiare, o amico! orsù e spezza il giogo, perchè di molto è capace la risolutezza».Ma Euforione si calmò ben presto, indicò il suo candelabro e disse con accento di serietà: «Ben so io che le opere degli uomini sono un olocausto, o vecchio, per implorare dal cielo il riscatto. E in ciò è riposta la mia speranza, che è per me un araldo divino della luce! Arrio è nobile e come un padre mi tratta; pure a lui scorre nelle vene una goccia di sangue ellenico. Una volta un tale gli eseguì nell'officina un lavoro d'un'arte così rara che pien di gioia ei lo mostrò agli ospiti ammirati, e perciò l'onora, concedendogli l'ambita libertà. Di ciò mi ricordai quando creai questo candelabro, perchè io lo espongo quale offerta per la festa del domani». E subito arrossì, affrettando il suo detto.Serapione allora scrollò il capo: «Indarno tu speri! Arrio riscatta di buon grado tutti gli altri, dei quali può fare a meno, non però te che sei la ghirlanda e il fiore dell'officina, te che ogni città accoglierebbe a braccia aperte. Credimi, Euforione, è tutta mutata l'umanità! Altri tempi, altre esigenze! L'uomo non è più in grado di contemplare il grande, l'ideale e le figure così come incantavano il cuore negli splendidi giorni dell'Ellade. Poichè per lui fiorisce il mondo, un più vago cielo ogni giorno,assai somministra la terra, ed anche il mare che lo circonda offre tesori su tesori; il cittadino accumula preziosi beni. Ecco, ora egli chiama l'artista, che deve arricchirgli ogni giorno di bellezza e prestare nobili forme ai comodi d'una vita agiata. Or tu davvero sei fatto per soddisfare cotesti desideri, o amico. Se tu vedessi Alessandria, la magnifica principessa del mare, tu stesso verresti meco, quale un celeste passeresti dovunque, a te l'oro affluirebbe nel seno, l'amore di parecchie donne avvenenti ti sedurrebbe»; e così guardò in viso allo schiavo con aria interrogatrice e penetrante. Sinistramente muto se ne stava il nobile artista, con una stizza nello sguardo da far meraviglia. E sorridendo con espressione disse il commerciante: «Per domani io disposi la partenza, la nave è stata oggi noleggiata, chè m'invade uno strano timore come se qui s'appressasse la sciagura. L'aria mi mette un brivido d'angoscia e un opprimente raccapriccio del cielo mi paralizza il capo: di notte spesso mi desta un demone improvviso, mostrandomi immagini di fuoco al polo e stelle erranti. Presso il monte si agitano meteore e figure gigantesche, spesso anche ne echeggia come un suono di trombe e di tube rimbombanti. Vieni, come libero ti accolgo e ti salvaguardo alla mia terra».Oh come scattò il giovane stupito, comegridò allora con collera: «Taci, o vecchio, che non ti dica una parola sconvenevole, pur nell'ira del ribrezzo che tu m'ispiri nel petto. Poichè questa sacra casa è come una patria per me: qui visse Agatarco mio padre, quantunque schiavo forzato; qui l'arte ei mi apprese, e quasi come un figlio mi tenne Arrio fin da quando egli morì. Non mai come uno schiavo, ma come un simile io appaio ai dissimili nella casa, sempre, per la divina arte. Che altri sogghignino, a me solo disgusta questa veste di schiavo che, ohimè! dal padre ereditai! No! non può la stizzita Erinni farmi scappare con ignominiosa fuga. Sì, mi offrissi pure il tesoro delle Indie, io vivo qui più volentieri da schiavo, che da signore nel più deserto paese straniero».Così diss'egli crucciato e battè sulla spalla all'ospite amico. Ma il vecchio gli strinse ambo le mani e affettuosamente disse: «Bene a te, che alberga nel tuo spirito la virtù anche accanto al Genio. Oh potessi io coi miei propri beni riscattarti, ben volentieri mi addosserei una parte del carico».Tacciono entrambi, agitando le parole nel petto, appoggiati sulla grata, dove libero innanzi allo sguardo si stendeva il cortile. E colà gli schiavi sulle scale a piuoli sollevavano con sonoro canto la ombrosaghirlanda, in modo che ben ne ricingesse la porta.Ascolta! allora risuonò subito nel portone un suono di timballi dolcemente ondulato, e saltò nell'atrio un ragazzo danzando e agitando a battuta gli aurei sonagli del timpano, simile ad un Amore nella sua chioma nera e ricciuta; quindi comparvero delle donne leggiadramente e splendidamente adornate. Ma passò innanzi a loro d'un'andatura maestosa una fanciulla, svelta come l'Ora del maggio, che viene sui campi. Indossava con disinvoltura una veste vaporosamente intessuta di azzurre viole, e di sotto ne traspariva la tunica bianca come neve, strettamente allacciata alle piene forme del corpo. Sulla spalla cadevano le pieghe della veste ch'essa portava con avvenenza e con grazia. E la sua ricca chioma, bruno-dorata come il fiore dell'elicriso, s'intrecciava fittamente e scendeva, sostenuta da nastri scintillanti, dappertutto, sulla fronte e le guance giù fino al collo gentile. Lenta ella camminava e coi neri occhi guardando giù raggiava di leggiadria, come il raggio di luce che abbellisce la sera. Allora le donne che intrecciavano corone e i garzoni nel cortile le sparsero fiori dinanzi, gridando un sonoro: «Salute a te!» A un tratto lanciò uno sguardo alla finestra la fanciulla che s'allontanava, rapida, e disparvenel portico della casa ombrato da colonne.«Vedi un po', disse il vecchio, vedi Ione, la figlia di Arrio! Niente di più nobile può vantare altrove la bella Pompei. Ma così precipitano i tempi nella corsa che tutto trasforma. Quand'io venni da Arrio negli anni passati a portargli vasi di mirra e stoffa di Tiro, vi vidi tanto spesso quali avvenenti fanciulli e partecipai volentieri ai vostri giuochi. A te era sorella di latte la ragazza, e per ischerzo vi si chiamava nella casa Amore e Psiche. Ma il fanciullo è divenuto un maestro d'arte e come vergine brillante e come superba signora dominatrice torna a casa la fanciulla di allora. A lei tra breve il padre sceglierà uno sposo fra tutti i liberi della città e i primi dei ricchi aspiranti».E d'un tratto volgendosi dalla grata, proruppe lo schiavo: «Come s'è fatta afosa l'aria! come ansa colà il monte impetuoso, vomitando dal cratere nugoli di fumo! Sembrano le aure imbevute di zolfo; a me duole il capo per queste emanazioni che si diffondono all'intorno. Guarda, il sole è al tramonto, si fa tardi: domattina, o ospite amico, io verrò a trovarti presso il mare e ti porterò la novella della liberazione».A ciò quegli: «Hai fatto bene a richiamarmi, poichè da molto indugiavo. Arrivederci;tutto riesca secondo il tuo desiderio, o mirabile giovane: possa il giorno vegnente essere per te la festa della liberazione!» — Così disse il commerciante, fe' cenno col capo e si voltò subito per partire.Ma Euforione restò nell'officina: era pallido come il marmo, il cuore gli pulsava forte e rapido nel petto. Timido gettò ancora l'alato sguardo nel cortile, si voltò via subito e stette dinanzi l'immagine di Icaro, sinistro, immerso nell'ombra, contemplando il poderoso lavoro. Quindi gli si oscurò sempre più la guancia, e fiammeggiando gli salì negli occhi una collera impetuosa e terribile. «Pazzo, ei gridò, tutto quello che tu ami è troppo lontano, troppo alto per te! E fino alle stelle tu tendi le mani di schiavo! Va' via, sogno celeste! Sia morto il passato, morto per me!» E con impetuosa mano s'avventò alla statua di Icaro, la divelse e guastò; cadde dalle spalle il maestoso capo, ruzzolando su pei piedi i gentili tratti del volto tristemente deformi; frusciando cadde giù una delle ali, giù dall'alto stramazzò la spalla e il braccio e il ferro che lo sosteneva. — Ad un tratto come sbigottito Euforione rattenne la mano furente, gli s'inorridì lo sguardo, alla vista di quel figliuolo di Dedalo così bruttamente mutilato, frantumato nelle sue forme fiorenti, dal tronco grigiastro, mentre il capo era lì rigido eraccapricciante sul suolo, quasi che dolente, dallo sguardo interrotto, con profondi sospiri si lamentasse! «Ahimè! come tu, pazzo, hai frantumato nel nulla l'immagine della celeste aspirazione, e come, precipitata dall'alto la tua sacra forza, il sole si spegne nel tuo petto rinnegandoti ogni cosa! Icaro io fui, e tu? ahi! tu ora rimani nella polvere!»Così stette lungamente il maestro, guardò immoto il confuso disfacimento e dagli occhi cascarono giù amare lagrime a lungo trattenute, come se ne sta un fuggiasco, che il rapido naviglio allontana dal patrio lido, e che, appoggiato all'albero, l'occhio rivolto ancora alla città nativa, contempla le sponde che si disperdono, le azzurre vette che scompaiono, e tutte insieme le figure della perduta felicità. Ma egli guarda lì fermo nei flutti del mare informe e nebbioso e da gli occhi cadono le lagrime della terribile malinconia.Ascolta! Rimbombò di nuovo il timballo e sempre più vicino echeggiò nel cortile, e risuonò alla finestra il canto del garzone. Ma Euforione si affrettò a coprire con panni la brutta e deforme immagine, e trillando e cantando salì le scale il caro Ion e sorridente entrò per la porta.«Salute! gridò lieto il garzone, salute a te, il più caro dei mortali! Il padre vuol darti un saggio consiglio per l'opera artisticache Pansa desidera per sè. Oggi si banchetta nella villa presso la sponda del mare e v'interviene anche la sorella con le donne, per godere il fresco refrigerante della sera. E tu non la vedesti ancora, non le hai dato il benvenuto: pure tutti quelli di casa glie lo dettero. Tu solamente siedi racchiuso e muto nella ricca officina tra i bronzi, e quasi tu stesso diventi per me un freddo bronzo. Vuoi vedere la sorella? O che cosa stai meditando? Ognuno la glorifica e tutti complimentano la bella. Anche a te essa porge il suo saluto e mi disse in pari tempo ch'io devo condurti, se lo vuoi, nella villa di sera, perchè ti dica avanti la festa di domani una parola di saluto». E il ragazzo non ascoltò la risposta, ma agile saltò attorno al candelabro ammirando con gioia puerile. «Oh come tutti spalancheranno gli occhi su di te! O carissimo, gridò egli, nessuna parolina avevo io susurrato alla sorella, ed essa mi domandò subito tante cose di questo o di quell'altro. Son sempre con lei e starei sempre ad ascoltare i racconti che sa farmi di Roma; com'è magnifica e grande la città! Essa mi portò anche molti regali, molte cassettine artistiche di oro, di oro fino, e molte vesti di oscura porpora, ciò che tutto io ti mostrerò così com'è conservato nella camera; ed anche il timballo. Ecco, i magnifici sonagli son di oro risuonante, cosìli hanno anche in Roma i fanciulli, quando danzano la scrosciante ridda nelle feste bacchiche». E lieto rise il garzone e saltellò nell'officina, quindi uscì fuori saltando e cantarellando per la porta spalancata.Già il sole s'immergeva nelle onde alla roccia di Ponza, che dietro la vetta della verdeggiante isola di Ischia verso ponente emerge azzurrognola dal mare come la corolla del fiore di loto. E ancora un raggio fiammante attraversava l'aperta grata riempiendo del suo roseo lume l'officina e rischiarando il candelabro. E magicamente risplendeva l'opera magnifica, tutte le lampade che pendevano in giro raggiavano di luce.Euforione intanto guardava pien di mestizia il bel fenomeno, nè, pieno di malinconia, l'opera sua prediletta lo rallegrava, quell'opera che a lui più d'ogni altra avrebbe dovuto piacere. Ma tuttavia si calmò e si addolcì l'impeto dell'animo. D'un attimo gettò sulla spalla la sua sopravveste e uscì fuori dall'officina verso l'aperto, recando nell'animo virile la dolce figura del dolore.Età felice, quando ancora attorno agli occhi distende il velo il seducente Dio del sogno; scorrono gli anni, la Parca che ronza lo toglie e allora si presenta grave agli occhi il muto Destino. Ma l'amore si diletta dell'impari sorte degli uomini, scocca allegramente la sua freccia e nella notte che incombe soffia le segrete vampe con il battere delle ali dei sogni.
Allegri suoni echeggiavano nella magnifica casa di Arrio, canti di schiavi operosi e risa di solerti fanciulle, che insieme con gli efebi intrecciavano nel cortile molti e graziosi fiori variopinti, quale addobbo festivo per il domani. Tutto ciò che ognora offrivano i campi ed i giardini di Pompei, era lì dintorno accumulato; già si contornavano le colonne di ghirlande di edera e scintillavano rosei nastri. Agili poi correvano su e giù gli affaccendati schiavi, a frotta portando vasi e brocche e aurei utensili per la festa, perchè dappertutto raggiasse e splendesse la casa di serena bellezza.
Ritornava la desiderata figliuola di Arrio, che il padre aveva condotta a Roma dalla piccola Pompei, acciò vi osservasse il mondo, i costumi, e una nobile educazionene compisse il fiore della gioventù. E subito il padre aveva convitato a banchetto gli amici, perchè degni ospiti onorassero la nuova arrivata; e chi ora vedesse la casa quale si ergeva magnificamente la più bella di Pompei,[4]sentirebbescoppiarsi il cuore di gioia e arriderebbe alla festa.
Se ne stava nel cortile il capo degli schiavi Peisandro, appoggiato ad una colonna dell'ingresso; a voce alta gridava: «Intrecciatemi presto, o efebi e fanciulle, i serpeggianti fiori; Elio declina al mare; già cresce più forte colà intorno alla bruna e fumante cima del Vesuvio una irradiazione del colore dell'iride. Quest'oggi l'aria è afosa e non aleggia dal golfo nessun soffio respirabile. Affrettate le mani, ne tocca festeggiare la divina Ione».
Affrettate le mani, ne tocca festeggiare la divina, Ione! — Così come un'eco risuonò questa voce di là, alla finestra, dove sul cortile sorgeva il luminoso e aereato piano. Frattanto, s'indugiava nell'officina tutto ingegnoso ed occupato un garzone, curvo sulla tavola presso la finestra; e con le sue abili mani intrecciava una ghirlanda di fiori, come gli efebi nel cortile, ma una molto più bella, e la foggiava con ogni cura intorno alla nitida base del magnifico candelabro che gli si ergeva dinanzi, opera eccellente di bronzo bruniccio.
Agile come l'alta figura delle mani creatrici dell'arte spiccava l'immagine del maestro nel fascino della leggiadra gioventù, pure ravvolto in una tunica di lana, come si conviene agli schiavi. Spesso ei tendeva lo sguardo giù nel cortile e contemplavagli azzurri monti di Sorrento sopra il golfo, come il roseo vespro alitava già mollemente su in alto alle cime gl'infocati colori. Ed egli raddoppiava ancora la fretta della mano e dei sottili martelli, quasi la paura lo spingesse. Eppure non mancavan solo che pochi intrecci di foglie, giacchè la maggior parte erano state battute. Ma il candelabro s'ergeva bell'e compiuto, un'opera d'arte divina.
Sulle zampe del leone risplendeva la luccicante base robusta e levigata; vi si poteva bene specchiare dentro una fanciulla. Sul suo orlo dentellato con molta finezza si avviticchiava un ramo di vite battuto in argento e d'accanto si elevava l'altare fiammante, nitido e bello, e di contro la magnifica opera plastica. Ivi danzava agile con le vivaci membra una pantera, ardita e superba, poichè sul suo dorso sedeva il divino cavalcatore, incoronato di pampini, Dionisio, avente per tazza un lucido corno.[5]
Così queste figure ne ornavano graziosamente la base. Or dalla base si ergeva la poderosa opera di bronzo, leggiadra per il capitello e le braccia e le lampade pendenti, arrivando fino a sommo il petto di un uomo all'impiedi. Consisteva in un pilastro di stile corinzio, una maschera lo abbelliva dinanzi al capitello, e di dietro sporgeva una grossa testa di toro. Ed era una maraviglia a vedere come belle di sotto al capitello s'incurvassero le braccia che, protendendosi, sostenevano quattro lampade. Così era anche grazioso vedere il loro giuoco e la loro forma intrecciata di foglie, splendida, scintillante e crespa come le foglie del fiore d'acanto. Ma da ogni braccio scendeva giù sospesa a catene rilucenti una lampadina, e queste lampade risplendevano magnifiche d'un bronzo raggiante a color d'oro, come all'ombrosoramo le rosse arance. Artisticamente spiccava ognuna, distinta per una imagine allegorica. Così sulla prima si elevava delicata una figura di bronzo, con una torcia lucente: era Oneiro, il dio del sogno, quale una farfalla nell'azzurro crepuscolo della sera.
Ben altrimenti effigiata era la seconda: ivi sedevano dall'aspetto celestiale, cianciando e baciandosi ad un tempo, due giovani figurine innamorate, Amore e Psiche uniti insieme. Come colombi teneramente baciucchiantisi col becco nella selva, essi si accarezzavano vagamente, e l'avvenente Psiche innalzava nella destra la torcia, mentre con le braccia la cingeva il Nume e la baciava con affetto.
La terza lampada era anch'essa variamente configurata. Sulla curva calotta serio con le ali basse e dagli occhi intelligenti poggiava un uccello; il notturno gufo di Pallade Athena; tra gli artigli reggeva la torcia più grande, fiso e grave spingendo innanzi lo sguardo, e ridestava anche il senso della serietà. Ma l'ultima delle lampade svegliava commozione e malinconia: Tanato v'era scolpita, spegnendo la torcia nella notte; e le si librava a volo di fianco l'amica Ora Eirene, ravvolta in un velo, col pacifico ramo di palma ricurvo nella mano.
Così era fregiato il candelabro artisticamentescintillante in bronzo, ma il maestro dava ancora colpi di martello sugl'intrecciati viticci. Talora sollevava il capo, tal altra lo abbassava di nuovo e buttava giù per la nuca la nerissima chioma, quindi guardava con aria di compiacenza l'opera sua e subito prorompeva sospiroso in cotesti vaghi accenti: «Oh arrecami domani la salvezza, Orione, tu lampa del cielo!» Ma la fronte era mesta, e si rigonfiava scintillante il suo occhio fondo come per un trepido dolore e per un impaziente desiderio lontano.
Così ei se ne stava tutto intento al lavoro, senza sapere che di nascosto, appoggiato alla colonna accanto alla porta, lo adocchiava di lontano uno straniero; era un vecchio di vigoroso aspetto; lo ravvolgeva una nera veste pieghettata, succinta da cinghie di porpora sidonia. Bruno era il colorito del volto, la figura come d'un uomo che abiti da lungo tempo il giallo Egitto. Ed egli contemplava fiso il candelabro e stupiva dinanzi a quell'officina così ricca di vasi e di artistiche forme, queste già belle e complete nel getto del bronzo, quelle appena abbozzate in duttile cera e in molle argilla. Ma nel mezzo dell'officina s'ergeva una statua dissimile dalle altre e doppia — così pareva, — perchè dei veli increspati la nascondevano allo sguardo,mentre di sotto al panno si delineavano i robusti contorni di agili corpi di eroi.
A un tratto il vecchio si appressò, battè leggermente sulla spalla dello schiavo e disse: «Un assai eccellente maestro tu sei diventato, o Euforione, da che l'ultima volta io vidi te e le opere delle tue artistiche mani. Magnifico è questo bronzo! non ne ho visto uno simile e pure ne ho contemplati di belli e tanti ne ho acquistati in Egitto e in Roma. E chi avrà la ventura di vedersi nella sua stanza circondato dagli sprazzi di luce di quest'opra incantevole, avrà bene a godere del magnifico possesso».
Ma in segno di amichevole saluto il giovane gli porse la destra e subito rispose: «Sia il benvenuto, o Serapione, degno ospite ed amico! Solletica forse questo enigma il tuo spirito egiziano? Caro mio, tel dico subito: no! tu non mel compri neanche per tutti i tesori di Ramesse! Molti giorni e molte notti taciturno e paziente ho io vegliato accanto al lavoro e lungamente mi sono io stesso quasi fuso modellando questo bronzo, e con esso ho diviso la mia vita. Ahimè! tutto quello che arreca diletto sembra scaturito unicamente dal piacere; ma il maestro che creò, sedette qui muto sull'opra, incombendo al lavoro, e ne intesserono la varia tela la speranza, il dolore, il desiderio della felicità, la desolante tristezza. Ora ne rendo grazie alle Ore: dall'ondeggiantegetto di bronzo mi uscì l'opera perfetta e corrisponde ora pienamente al disegno, piacevole nella sua serietà».
A ciò muto rimase l'Egiziano, contemplando estatico l'immagine meravigliosa, mentre il giovane Elleno dallo sguardo lampeggiante ripigliava: «O vecchio, tu guardi estatico, eppure pressochè estranea mi sembra la forma; essa se ne sta ora lì freddo e irrigidito bronzo senza moto e senza vita, come un prigioniero ed uno schiavo dagli sguardi più strani. Ma essa mi viveva calda e luminosa nel petto infuocato, come l'immagine delle stelle che si disegnano librandosi nel cielo. Son già quattro anni da che meditai questo candelabro, una volta in sul vespro, quando la mia morta madre Serena veleggiò verso Roma insieme con la figlia di Arrio. Ma io sedetti col più profondo dolore sulla riva del mare, seguii con l'occhio la vela, finchè l'allontanantesi nave disparve in un crepuscolo di porpora. Allora vidi lassù nel cielo la sacra costellazione di Orione fiammeggiare sugli ansanti flutti; come agitato da un nume stavo allora a guardare la zona delle stelle celesti, quando mi si presentò al cuore la figura di questo candelabro e l'immagine delle lampade. Tutto ciò come in uno specchio mi rifletterono nell'anima le carezzevoli stelle, ma dormì la mia opera e soltanto ora l'ho finita».
«Davvero, replicò il vecchio, fu allora la tua buona sorte a fornirtela: oh te beato, nel cui cuore albergano le Grazie!»
«Ben dici il vero, o vecchio, rispose l'altro con rapido gesto, eppur sempre con piacere sento agitarmisi nel cuore un impulso di gioia, un impulso a modellare la superba figura: come una musica mi risuona di continuo nel petto, tal che i pensieri mi si muovono incessantemente in una nuova allegra danza di figure e di forme, intrecciando e sciogliendo le arie come una lira melodiosa. Anche nel sogno, quando stanco dal lavoro diurno desidero appisolarmi, mi s'agitano nello spirito delicate immagini; come contemplo allora felice la forma della pura bellezza, che mai arrivo a comprendere quando son desto. Ma ahimè! ciò che di meglio l'uomo anela, gli penzola sul cuore, solo come un sogno celestiale, ahimè! solo come una fuggevole brama! Io sento il mio spirito così elevarsi in alto, allora vorrei, o Serapione, volando più in alto e sempre più in alto, accostarmi agli antenati divini. Ma grave e plumbeo mi si attacca ai piedi il mondo, e un affanno paralizzante erra nel labirinto del mio cuore. Oh come mi addolora profondamente quella frase dei motteggiatori, quand'essi, sparlando della graziosa arte della mano che foggia il bronzo, disprezzano il lavoro manuale come qualcosa d'ignobile e una bassa necessità umana.Ma per l'eterna luce! Guarda l'artistico intreccio di queste agili forme! Anch'esse sono l'immagine scolpita della Grazia, o amico, e dànno l'idea del bello e del sublime. Perchè anche a me veglia sul cuore e sulle mani la Musa».
«Che tu sia consolato! proruppe con gioia il vecchio, tu non eserciti veramente alcun vile mestiere: io chiamo sempre magnifico il lavoro delle mani. Ben t'invidiano molti; l'insieme di queste forme avvenenti te lo dette la divinità; non più ricche si presentarono esse alla mente dell'artista che infonde nel bronzo le forze vivificatrici della Grazia. Duolmi però teco, che tu debba creare come uno schiavo servile ciò che solo ai liberi si addice: la servitù arreca onta alla sacra arte! Nè mai a questa dovrebbe accostarsi un uomo di oscura condizione, ammantato di veste da schiavo: no, libero di corpo ei dovrebbe essere e libero di anima, come i figli dell'etere, gli Dei placidi e sorridenti».
Allora una vampa di vergogna salì in volto allo schiavo, sollevò con rabbia la destra e gridò pieno di angoscia queste grame parole: «Hai tu veduto le notti che io affannosamente — ohimè! — ho pianto sul misero giaciglio, contorcendo il cuore e le mani? E quando di notte, sì spesso sedendo come una vigile figurazione del dolore che strugge, io accuso la mia vilesorte, oh! allora s'avanzano nella triste disabitata officina le figure di Dei scintillanti in bronzo, in pietra e gridano: qui stiamo noi! ci scolpì Fidia, ci scolpì Policleto, mi lavorò Mirone, mi lavorò Prassitele, uomini dell'Olimpo. Or chi sei tu mai, infelice, che osi stendere anche la mano alla fiamma di Prometeo? Allora ohimè! esse sghignazzano sonoramente e con piedi di bronzo calpestano il mio cuore che ansa. Al banchetto dei tetri dolori siede la mia anima, o vecchio, cibandosi di un duplice affanno. Ma nel petto non mi vien mai meno l'anima rovente, anzi nei dolori più forte si spinge sospirosa solo alla luce. Allora mi sento battere dentro, allora mi vengono mille pensieri; allora come per ischerno mi s'agita nello spirito la forma snudata simile alla convulsa Menade, io contemplo l'immagine più bella. Ma presto l'estasi svanisce, e di nuovo mi sembra tutto così meschino, così insulso, e spregevole financo la forza e la propria attività, e più non appaio a me stesso nobile, come chi con pesante martello batta sull'incudine il suo ferro che sprizza scintille. Allora nello sdegno manderei in frantumi le mie opere e strozzerei fin nel germoglio tutti gl'impulsi divini».
A ciò serio e sarcastico soggiunse quegli: «Come sono vani e meschini i dolori dei mortali! E intanto l'uomo sempre scontentoingrandisce il suo misero pulviscolo fino alle proporzioni del mondo; sulla nuca ei solleva la sfera del cordoglio e si crede ben presto un Atlante. E ciò che di soave gli si desta nel petto, non più germoglia in un vago fiore, non più in un placido frutto; ma solo l'istinto ne prorompe pieno di bacchico furore, provocando gli Dei alla lotta, e così l'anima diventa sempre un campo di battaglia».
Ma il giovane dal viso sconvolto, tutto iracondo, gridò: «Vuoi tu vedere come il mio cuore è schiavo e come arido scorre in me il fonte della forza immortale, da cui credevo di attingere? Mira: qui sta la mia vergogna, umidi ancora sono i panni che avvolgono la mia opera. O vecchio, io lavorai intorno alla figura, a lungo stetti ginocchioni e pregai gli Dei perchè spandessero su queste immagini un raggio del loro lume vivificatore che penetra fiammeggiando le opere. Ma nessuna vita vi scese, nessun vezzo seducente, perchè dal cuore alla mano un demone, schernendo, arresta ed impedisce all'artista da strapazzo la corrente magnetica del suo animo. Sì, io riconosco d'esser non altro che uno schiavo, e sebbene io circondi il mio animo del più caldo sentimento e dello scintillio di entusiastici pensieri, pure, quando mi accingo ad un'opera, mi si disvela con ischerno la mia impotenza».
E con un tratto violento strappò dall'immagine il panno, da quell'immagine che alta e coperta si ergeva nell'officina. E si offrirono allo sguardo, dall'argilla azzurrognola, due alte figure, congiunte in un poderoso gruppo. Eran Dedalo ed Icaro, il suo celeste figliuolo, che, imprigionati nel labirinto della roccia di Creta, si fecero con la loro arte le ali per sottrarsi arditamente alla mortifera voragine. Ma il padre, già vecchio divino, sedeva presso i crepacci della rupe, tranquillo e intento a fabbricare con pratica mano le ali dalle penne maestre del cigno selvatico. Sparpagliata ed a mucchi stava a lui dintorno sul suolo una quantità di fioccose piume; ed Icaro, il giovane entusiasta, era presso il padre, avido di desiderio, pronto a volare, intollerante di freno. A lui già s'inarcavano, circondando come di argini le rilucenti spalle, due agili ali di sirene, di color cupo qual notte porporina, arditamente e saldamente connesse, forti per dare impeto al volo. Ed esse si agitavano, già ventilavano come cigno sollevantesi, quando la sua ala stride sui neri flutti. Così stava l'ardente giovane, con gli occhi rivolti al cielo; ma lavorava ancora, tranquillamente affaticandosi, il vecchio con una pensosa serietà...
Meravigliato contemplava l'Egiziano e stupiva come il sembiante dello schiavo si rassomigliasse tanto ad Icaro per la giovinezzae per la figura. «Robusta mi sembra, gridò egli, e grande, ma solamente disarmonica quest'opera; manca qui lo spirito tranquillo ed anche la sobria forma. Tu creasti un Dedalo senza vita, perchè l'impeto dell'entusiasmo ti attirò ben presto la mano alla figura del focoso figliuolo: tu elevasti a un Titano l'entusiasta Icaro che fu abbagliato dal sole».
A ciò pieno di cattivo umore rispose l'offeso giovane: «No! tu non comprendi giammai la mia alta e bollente natura, non mai tu intendi il mio desiderio così potentemente alato. S'avvii pure la vecchiaia alla polvere del sepolcro, limiti per bene la zolla del securo intelletto e con ansia d'avaro calcoli la mercede della sua fredda arte che, con la polvere della conoscenza, foggia i dolori terreni e i momentanei piaceri. Ma lo spirito, che le superne Muse infiammarono, deve liberarsi dalla notte greve e dal labirinto della polvere opprimente. L'anima del poeta, attratta dalla luce, alza grida di gioia al cielo ed ei non fa distinzione tra umano e divino. Sulle ali dell'amore s'innalza al sole per accendere pel popolo mortale la sacra fiaccola di Prometeo al raggio della bellezza immortale. Ardito siede tra gli Dei, ardito squarcia il velo di Iside, osservando la ineffabile parvenza divina. Non hai tu mai agognato le alte sfere della bellezza, quando fuor del mondo hai guardatonell'etere scintillante? Non mai quindi nel tremito ti sollevò in alto il petto bramoso? Ah! chi non volerebbe come Icaro, chi non vorrebbe come lui respirare la luce celeste, quand'anche dovesse pagare con la morte l'ebbrezza di tale entusiasmo e la voluttà dei polsi librantisi a volo?»
Allora tranquillo sorrise il vecchio e dolcemente disse: «Assai bella è negli occhi del giovane la fiamma dell'entusiasmo, bella la lagrima del desiderio, nutrita nel profondo del seno per le occulte sorgenti della luce e l'immagine primigenia e velata della vita. Ascolti pure il barcollante mortale il canto delle sfere cullarsi sulla polvere nella comprensione ampia del cosmo, ma sia pur certo che alla fine ei non stringe che un sogno. Perchè noi uomini non siamo posti sull'aereo delle nubi sì da contemplare oziosi le alate danze delle stelle. No! noi stiamo tra l'incombente necessità del sepolcro e la terra nutrice! Aimè! un atomo di luce e un pulviscolo luccicante dell'eterea fiamma dell'anima scintilla nel petto caduco: ma per l'uomo esso è tutto ed un profondo enigma. Come innanzi alla sfinge tebana, così sempre muto innanzi al proprio spirito sosta almanaccando il mortale e vacilla nell'oscuro labirinto del proprio cuore continuamente per un falso, malsicuro e tortuoso sentiero. Guarda un po' Dedalo! quanto poco arrivi a comprendere il saggio!Egli è il padre del lavoro manuale, un secondo Prometeo per l'uomo; compie un'opera buona e possente, quindi si solleva con impeto all'arte divina, qual suo sublime e serio fondatore, e ve lo portano le ali, le ali fabbricate con arte e con sicurezza. Simile a quel maestro anche tu! sì, resta nell'officina di Dedalo! Quel che è bello riesce a pochi, ai più ciò che è buono, il grande è solo di pochissimi. Ben vidi io tanti e tanti precipitare vertiginosamente dall'etereo cammino, così come egli sprofondò nella spalancata voragine per la fiacchezza; ma solo pochissimi vidi cimentarsi a cose audaci, o amico, in quanto seppero modestamente non dare ascolto alle lusinghe del Dio che soffiava nel petto. Perchè sempre ci aleggia dintorno il canto fascinatore delle sirene, traendo ciascuno dal suo proprio cammino oscuro come la notte. Sì! chi ciò potesse, bene per lui! chè non chiamato gli si accosta il Genio a prestargli le sue ali robuste».
Così il vecchio, e tacque; e guardava estatico le sublimi figure, mentre dal cortile echeggiava in pari tempo un giulivo canto e spesso nel canto risuonava il nome melodioso di Ione. Pallida s'era fatta la gota del giovane, mesto il suo sembiante; ma Serapione vide il mutato aspetto e gridò subito: «O strano uomo! se tu fossi libero, ben si slancerebbe lassù, nel cielo, la tuaforza. Pur non ti scoraggiare, o amico! orsù e spezza il giogo, perchè di molto è capace la risolutezza».
Ma Euforione si calmò ben presto, indicò il suo candelabro e disse con accento di serietà: «Ben so io che le opere degli uomini sono un olocausto, o vecchio, per implorare dal cielo il riscatto. E in ciò è riposta la mia speranza, che è per me un araldo divino della luce! Arrio è nobile e come un padre mi tratta; pure a lui scorre nelle vene una goccia di sangue ellenico. Una volta un tale gli eseguì nell'officina un lavoro d'un'arte così rara che pien di gioia ei lo mostrò agli ospiti ammirati, e perciò l'onora, concedendogli l'ambita libertà. Di ciò mi ricordai quando creai questo candelabro, perchè io lo espongo quale offerta per la festa del domani». E subito arrossì, affrettando il suo detto.
Serapione allora scrollò il capo: «Indarno tu speri! Arrio riscatta di buon grado tutti gli altri, dei quali può fare a meno, non però te che sei la ghirlanda e il fiore dell'officina, te che ogni città accoglierebbe a braccia aperte. Credimi, Euforione, è tutta mutata l'umanità! Altri tempi, altre esigenze! L'uomo non è più in grado di contemplare il grande, l'ideale e le figure così come incantavano il cuore negli splendidi giorni dell'Ellade. Poichè per lui fiorisce il mondo, un più vago cielo ogni giorno,assai somministra la terra, ed anche il mare che lo circonda offre tesori su tesori; il cittadino accumula preziosi beni. Ecco, ora egli chiama l'artista, che deve arricchirgli ogni giorno di bellezza e prestare nobili forme ai comodi d'una vita agiata. Or tu davvero sei fatto per soddisfare cotesti desideri, o amico. Se tu vedessi Alessandria, la magnifica principessa del mare, tu stesso verresti meco, quale un celeste passeresti dovunque, a te l'oro affluirebbe nel seno, l'amore di parecchie donne avvenenti ti sedurrebbe»; e così guardò in viso allo schiavo con aria interrogatrice e penetrante. Sinistramente muto se ne stava il nobile artista, con una stizza nello sguardo da far meraviglia. E sorridendo con espressione disse il commerciante: «Per domani io disposi la partenza, la nave è stata oggi noleggiata, chè m'invade uno strano timore come se qui s'appressasse la sciagura. L'aria mi mette un brivido d'angoscia e un opprimente raccapriccio del cielo mi paralizza il capo: di notte spesso mi desta un demone improvviso, mostrandomi immagini di fuoco al polo e stelle erranti. Presso il monte si agitano meteore e figure gigantesche, spesso anche ne echeggia come un suono di trombe e di tube rimbombanti. Vieni, come libero ti accolgo e ti salvaguardo alla mia terra».
Oh come scattò il giovane stupito, comegridò allora con collera: «Taci, o vecchio, che non ti dica una parola sconvenevole, pur nell'ira del ribrezzo che tu m'ispiri nel petto. Poichè questa sacra casa è come una patria per me: qui visse Agatarco mio padre, quantunque schiavo forzato; qui l'arte ei mi apprese, e quasi come un figlio mi tenne Arrio fin da quando egli morì. Non mai come uno schiavo, ma come un simile io appaio ai dissimili nella casa, sempre, per la divina arte. Che altri sogghignino, a me solo disgusta questa veste di schiavo che, ohimè! dal padre ereditai! No! non può la stizzita Erinni farmi scappare con ignominiosa fuga. Sì, mi offrissi pure il tesoro delle Indie, io vivo qui più volentieri da schiavo, che da signore nel più deserto paese straniero».
Così diss'egli crucciato e battè sulla spalla all'ospite amico. Ma il vecchio gli strinse ambo le mani e affettuosamente disse: «Bene a te, che alberga nel tuo spirito la virtù anche accanto al Genio. Oh potessi io coi miei propri beni riscattarti, ben volentieri mi addosserei una parte del carico».
Tacciono entrambi, agitando le parole nel petto, appoggiati sulla grata, dove libero innanzi allo sguardo si stendeva il cortile. E colà gli schiavi sulle scale a piuoli sollevavano con sonoro canto la ombrosaghirlanda, in modo che ben ne ricingesse la porta.
Ascolta! allora risuonò subito nel portone un suono di timballi dolcemente ondulato, e saltò nell'atrio un ragazzo danzando e agitando a battuta gli aurei sonagli del timpano, simile ad un Amore nella sua chioma nera e ricciuta; quindi comparvero delle donne leggiadramente e splendidamente adornate. Ma passò innanzi a loro d'un'andatura maestosa una fanciulla, svelta come l'Ora del maggio, che viene sui campi. Indossava con disinvoltura una veste vaporosamente intessuta di azzurre viole, e di sotto ne traspariva la tunica bianca come neve, strettamente allacciata alle piene forme del corpo. Sulla spalla cadevano le pieghe della veste ch'essa portava con avvenenza e con grazia. E la sua ricca chioma, bruno-dorata come il fiore dell'elicriso, s'intrecciava fittamente e scendeva, sostenuta da nastri scintillanti, dappertutto, sulla fronte e le guance giù fino al collo gentile. Lenta ella camminava e coi neri occhi guardando giù raggiava di leggiadria, come il raggio di luce che abbellisce la sera. Allora le donne che intrecciavano corone e i garzoni nel cortile le sparsero fiori dinanzi, gridando un sonoro: «Salute a te!» A un tratto lanciò uno sguardo alla finestra la fanciulla che s'allontanava, rapida, e disparvenel portico della casa ombrato da colonne.
«Vedi un po', disse il vecchio, vedi Ione, la figlia di Arrio! Niente di più nobile può vantare altrove la bella Pompei. Ma così precipitano i tempi nella corsa che tutto trasforma. Quand'io venni da Arrio negli anni passati a portargli vasi di mirra e stoffa di Tiro, vi vidi tanto spesso quali avvenenti fanciulli e partecipai volentieri ai vostri giuochi. A te era sorella di latte la ragazza, e per ischerzo vi si chiamava nella casa Amore e Psiche. Ma il fanciullo è divenuto un maestro d'arte e come vergine brillante e come superba signora dominatrice torna a casa la fanciulla di allora. A lei tra breve il padre sceglierà uno sposo fra tutti i liberi della città e i primi dei ricchi aspiranti».
E d'un tratto volgendosi dalla grata, proruppe lo schiavo: «Come s'è fatta afosa l'aria! come ansa colà il monte impetuoso, vomitando dal cratere nugoli di fumo! Sembrano le aure imbevute di zolfo; a me duole il capo per queste emanazioni che si diffondono all'intorno. Guarda, il sole è al tramonto, si fa tardi: domattina, o ospite amico, io verrò a trovarti presso il mare e ti porterò la novella della liberazione».
A ciò quegli: «Hai fatto bene a richiamarmi, poichè da molto indugiavo. Arrivederci;tutto riesca secondo il tuo desiderio, o mirabile giovane: possa il giorno vegnente essere per te la festa della liberazione!» — Così disse il commerciante, fe' cenno col capo e si voltò subito per partire.
Ma Euforione restò nell'officina: era pallido come il marmo, il cuore gli pulsava forte e rapido nel petto. Timido gettò ancora l'alato sguardo nel cortile, si voltò via subito e stette dinanzi l'immagine di Icaro, sinistro, immerso nell'ombra, contemplando il poderoso lavoro. Quindi gli si oscurò sempre più la guancia, e fiammeggiando gli salì negli occhi una collera impetuosa e terribile. «Pazzo, ei gridò, tutto quello che tu ami è troppo lontano, troppo alto per te! E fino alle stelle tu tendi le mani di schiavo! Va' via, sogno celeste! Sia morto il passato, morto per me!» E con impetuosa mano s'avventò alla statua di Icaro, la divelse e guastò; cadde dalle spalle il maestoso capo, ruzzolando su pei piedi i gentili tratti del volto tristemente deformi; frusciando cadde giù una delle ali, giù dall'alto stramazzò la spalla e il braccio e il ferro che lo sosteneva. — Ad un tratto come sbigottito Euforione rattenne la mano furente, gli s'inorridì lo sguardo, alla vista di quel figliuolo di Dedalo così bruttamente mutilato, frantumato nelle sue forme fiorenti, dal tronco grigiastro, mentre il capo era lì rigido eraccapricciante sul suolo, quasi che dolente, dallo sguardo interrotto, con profondi sospiri si lamentasse! «Ahimè! come tu, pazzo, hai frantumato nel nulla l'immagine della celeste aspirazione, e come, precipitata dall'alto la tua sacra forza, il sole si spegne nel tuo petto rinnegandoti ogni cosa! Icaro io fui, e tu? ahi! tu ora rimani nella polvere!»
Così stette lungamente il maestro, guardò immoto il confuso disfacimento e dagli occhi cascarono giù amare lagrime a lungo trattenute, come se ne sta un fuggiasco, che il rapido naviglio allontana dal patrio lido, e che, appoggiato all'albero, l'occhio rivolto ancora alla città nativa, contempla le sponde che si disperdono, le azzurre vette che scompaiono, e tutte insieme le figure della perduta felicità. Ma egli guarda lì fermo nei flutti del mare informe e nebbioso e da gli occhi cadono le lagrime della terribile malinconia.
Ascolta! Rimbombò di nuovo il timballo e sempre più vicino echeggiò nel cortile, e risuonò alla finestra il canto del garzone. Ma Euforione si affrettò a coprire con panni la brutta e deforme immagine, e trillando e cantando salì le scale il caro Ion e sorridente entrò per la porta.
«Salute! gridò lieto il garzone, salute a te, il più caro dei mortali! Il padre vuol darti un saggio consiglio per l'opera artisticache Pansa desidera per sè. Oggi si banchetta nella villa presso la sponda del mare e v'interviene anche la sorella con le donne, per godere il fresco refrigerante della sera. E tu non la vedesti ancora, non le hai dato il benvenuto: pure tutti quelli di casa glie lo dettero. Tu solamente siedi racchiuso e muto nella ricca officina tra i bronzi, e quasi tu stesso diventi per me un freddo bronzo. Vuoi vedere la sorella? O che cosa stai meditando? Ognuno la glorifica e tutti complimentano la bella. Anche a te essa porge il suo saluto e mi disse in pari tempo ch'io devo condurti, se lo vuoi, nella villa di sera, perchè ti dica avanti la festa di domani una parola di saluto». E il ragazzo non ascoltò la risposta, ma agile saltò attorno al candelabro ammirando con gioia puerile. «Oh come tutti spalancheranno gli occhi su di te! O carissimo, gridò egli, nessuna parolina avevo io susurrato alla sorella, ed essa mi domandò subito tante cose di questo o di quell'altro. Son sempre con lei e starei sempre ad ascoltare i racconti che sa farmi di Roma; com'è magnifica e grande la città! Essa mi portò anche molti regali, molte cassettine artistiche di oro, di oro fino, e molte vesti di oscura porpora, ciò che tutto io ti mostrerò così com'è conservato nella camera; ed anche il timballo. Ecco, i magnifici sonagli son di oro risuonante, cosìli hanno anche in Roma i fanciulli, quando danzano la scrosciante ridda nelle feste bacchiche». E lieto rise il garzone e saltellò nell'officina, quindi uscì fuori saltando e cantarellando per la porta spalancata.
Già il sole s'immergeva nelle onde alla roccia di Ponza, che dietro la vetta della verdeggiante isola di Ischia verso ponente emerge azzurrognola dal mare come la corolla del fiore di loto. E ancora un raggio fiammante attraversava l'aperta grata riempiendo del suo roseo lume l'officina e rischiarando il candelabro. E magicamente risplendeva l'opera magnifica, tutte le lampade che pendevano in giro raggiavano di luce.
Euforione intanto guardava pien di mestizia il bel fenomeno, nè, pieno di malinconia, l'opera sua prediletta lo rallegrava, quell'opera che a lui più d'ogni altra avrebbe dovuto piacere. Ma tuttavia si calmò e si addolcì l'impeto dell'animo. D'un attimo gettò sulla spalla la sua sopravveste e uscì fuori dall'officina verso l'aperto, recando nell'animo virile la dolce figura del dolore.
Età felice, quando ancora attorno agli occhi distende il velo il seducente Dio del sogno; scorrono gli anni, la Parca che ronza lo toglie e allora si presenta grave agli occhi il muto Destino. Ma l'amore si diletta dell'impari sorte degli uomini, scocca allegramente la sua freccia e nella notte che incombe soffia le segrete vampe con il battere delle ali dei sogni.