Canto II.AMORE E PSICHE.Già la notte avvolgea il mare e gli ombrosi monti della Campania che mollemente s'innalzano intorno al golfo di Napoli, ricingendolo come ghirlanda, placidi riflettendo le cime nelle acque eternamente azzurre. Sempre tremola l'onda al bacio di Elio durante il giorno, sempre nella tiepida notte al bacio ardente degli astri. Risplendeva ora un'intensa luce rossastra sul Vesuvio; nuvole di fuoco aleggiavano attorno alla cresta del monte rumoroso; lontano se ne accendeva al riflesso l'aria e lo specchio del mare; lontano nella campagna guizzava anche un chiarore sulle terre di Nola, dove sempre Flora ricopre i prati e i colli di olezzanti germogli come di vampe, e l'albero di granato di Persefone, dai rossi bocciuoli, arde dei riflessi del vermiglio fiore vulcanico. E come se di nuovofosse emersa dal mare la sera, dappertutto il cielo e la terra divennero purpurei per il bagliore del Vesuvio.Ma Euforione passeggiava lungo la sponda del mare, solitario ed anelante, con trepido piede, e spesso tratteneva il passo ad ammirare estatico l'incantevole quadro notturno di Pompei. Scintillanti risplendevano i templi e nitido il grandioso foro; rossicci i pinnacoli della città, i teatri e i portici marmorei. Le case allineate nei vicoli che si dilungano per diritto, eleganti e piccole, come ville e palazzine d'estate, sembravano davvero costrutte dalle divinità marine del golfo, perchè vi abitasse una felice genía di uomini che passa oziosa i giorni nel piacere e nel sollazzo, e simili a lampade raccolte intorno al mare esse raggiavano di luce. Anche scintillanti nel porto erano le navi nerastre, che se ne stavano ivi strette contro un argine di tufo innanzi all'áncora. E con lo sguardo stanco, quasi avesse trovato di là la nave di Serapione, riconoscendola al volto raggiante di Iside, se ne stette ivi lungamente Euforione e gli sembrò di vedere la nera figura del commerciante appoggiato al timone, in atto di contemplare le stelle del polo e il chiarore del monte. E subito si sottrasse dalla curva insenatura del mare, come un profugo dai criminosi suoi pensieri. Ma per la notte errava un rumoreinsolito e strano, come se una gru da lungi corresse sul mare con le sue ali susurranti e l'aria risuonasse dal canto della migratrice.Lungo la sponda s'ergeva la villa principesca di Arrio, in mezzo a un boschetto di platani e di alti pini, d'ogni intorno circondata di mura, donde sporgevano grossi vasi di fiori e statue seducenti di delicato aspetto. Volentieri colà s'intratteneva il ricco uomo durante l'autunno, per godere dei suoi possedimenti e dell'incantevole campagna: dal Sarno al mare si stendeva a mo' di anello su anello il suo podere. Ciò che i suoi superbi antenati avevano per lo innanzi acquistato in terra straniera, case e campagne in Roma, nell'Apulia, nel Sannio, ovvero lungo la spiaggia veneta, tutto vendè il nipote, col proposito di accumulare quivi, in terra natia, il suo cospicuo patrimonio in innumerevoli e fiorenti beni. E già mezza Pompei era sua, già mezzo Ercolano gli apparteneva ed anche sino a Stabia intorno alle falde del Vesuvio si prolungava le bella tenuta di Arrio.Euforione si accostò ora pian piano alla porta spalancata; oh come se ne stava accanto alla porta e guardava in alto nel cielo radioso, tutto agitato, perchè mille pensieri gli turbinavano nella mente! E allora lo prese subito per mano l'ilare Ion,il suo Ion che già lo aspettava e gridò: «Come giungi tardi anche tu! Pansa ha ora mandato a chiamare mio padre, perchè essi vanno alle falde del Vesuvio ad osservare se mai muti la cresta del cratere, di ciò avendoci avvertito i timidi vignaiuoli. Ma vieni a casa, stiamo lì insieme a chiacchierare un'oretta; dentro, nella sala, le fanciulle danzano ancora delle allegre danze, che provano per l'indomani secondo la moda di Roma, con canto giulivo, e tutte le istruisce la intelligente sorella».Così disse Ion e si avviò attraverso le arcate di bosso del giardino, salendo la magnifica scala della casa che, fatta di pietra gialla, si estendeva fino al portico. Essi ora attraversarono l'ombroso atrio, dove ogni ospite si divertiva ad osservare le dipinte pareti e i leggiadri fregi del suolo risplendente di mosaico. Dalla sala echeggiò intanto un suono assai allegro, un cinguettio di flauti e uno strepito di nacchere; nel medesimo tempo risa soffocate di fanciulle e i passi cadenzati di piedi sparenti nella danza. Subito Ion condusse nella camera interna il ritroso Euforione ed agile e furbo scappò fuori di balzo e si allontanò.Affascinante era la stanza e ombreggiata da una gradevole quiete, cui rischiarava il fioco splendore di una lampada sospesa.D'ogni intorno, sulla rossiccia parete come alla soffitta scintillavano figure belle e scherzose, simili ad immagini della notte che il sogno soavemente dipinge; poichè ivi un intelligente pittore aveva profuso sulle pareti con senso artistico i colori della poesia. Qui sporgevano di mezzo ai fiori maschere e svolazzanti farfalle, colà il grillo di Anacreonte che guidava il leggiadro carrettino forzatamente tirato al passo da un uccello variopinto; poi Amorini, che sedevano trasognati accanto alla peschiera, adescando i pesci i quali si dimenavano nell'onda di cristallo. Ma a preferenza delle altre seducevano lo sguardo quelle Menadi sul fondo nerastro, che dolcemente si libravano nel velo ondulato e spargevano scherzose la serica chioma alle aure, con gli occhi fisi in alto, come se beate volassero al cielo. Tutto era ricco all'intorno e disposto in un cumulo di bellezze. Dappertutto scintillava oro, dappertutto avorio, perle e lapislazzuli; dappertutto era un leggiadro ornamento di stoviglie, di tavole e di armadi. E là scorreva gorgogliando da un'arcuata nicchia la polla di acqua fresca giù nella conchiglia, che una ninfa di marmo ginocchioni le offriva, una figura del celebre artista Menandro. Nel mezzo era una tavola collocata proprio sotto la lampada, incastonata in alabastro; lucida risplendeva la lastra comela luna. Ma essa non portava alcun fregio, come sempre la desiderano le fanciulle, volentieri mettendo in mostra delle cosette per farle vedere, le cassettine o le figurine di oro e le variopinte conchiglie del mare. Sopra vi splendeva soltanto un vaso d'unguenti, conformato a mo' di tulipano, da un bel calice ricurvo, come quando esso, l'Ebe dei fiori, dopo che s'è imbevuto di rugiada, ne porge alla cicala. Non però si sorreggeva sul gambo, chè una Pandora lo teneva nelle mani sollevate, e sul coperchio si vedeva raffigurata Venere come quando usciva dal bagno. Pien di gioia il maestro riconobbe la sua opera e subito la prese dalla tavola fra le mani, quell'opera che una volta, in un'ora di tristezza, aveva egli stesso modellata e data a Ione come ricordo del commiato.A un tratto stridè la porta, una veste ondeggiante dette un fruscio e la padrona, Ione, la figlia di Arrio, si fermò subito davanti a colui che estatico la contemplava. Come una diva, stava lì commossa l'alta e piena figura della compagna d'infanzia. Stupefatta l'avvenente fanciulla guardò Euforione, egli alzò gli occhi e si confuse, poi con gli occhi fisi a terra rimase perplesso, con la bella immagine di Pandora fra le mani, come s'ei fosse venuto, timido oblatore del cuore, per offrirle la figura e lei per prenderla nella mano.«Come tu pure, diss'ella sorridendo, mi richiami ora quell'età in cui congedandoti e separandoti da me m'offristi l'opera scultoria! Innanzi a me tu stavi allora come adesso nella medesima camera, di sera, ed io con piacere ricevetti dalle tue mani l'opera che mi si offriva. Vedi, son già passati e trascorsi gli anni, eccomi di bel nuovo, tu mi t'aggiri dinanzi di bel nuovo nella medesima parvenza, come se sul nostro capo si fossero fermate le ore. Sì, sempre come un oblatore, o Euforione, tu mi passasti davanti, ed ora così ritorni, come un donatore a chi è povera di doni».Ma il giovane confuso aprì i neri e vividi occhi e li abbassò di nuovo, quindi grave così parlò: «Ben fermo è il tempo che incessantemente trasforma tutte le cose, per colui che resta solo, sempre stretto dal cerchio uniforme del giorno: come potrebbe il tempo ed il mondo cambiarlo? Taciturno ei custodisce i sacri tesori della ricordanza e, fedele a sè medesimo, prova gli stessi piaceri ed anche gli stessi dolori. Pure a chi spensierato passa i lunghi e instabili giorni, lieto godendo la piena visione del mondo e della vita, ben dilegua il passato come una nera e sperdentesi immagine di sogno. Anch'ei però s'allontana, torna di nuovo a casa, poco la riconosce e non più gli è sufficiente una piccola cerchia.Così sei anche tu mutata per me, o nobile padrona».A ciò subito rispose la giovane con assennata parola: «Sì! ben vissi in Roma i volubili anni, lontana dalla patria e dagli ottimi amici; così volle mio padre, allorchè rimasi orfana sì per tempo con la perdita della madre affettuosa. Magnifica è la città e grande e oltre ogni dire abbagliante la vita che vi serpeggia, però mi spaventa la confusione della folla. Roma rassomiglia al caos, dove tutto s'agita e si dimena confusamente. Spesso mi tremava il cuore colà, ed io mi sentiva sola, pazzo il mondo sembravami, falsa ogni umana attività. Ma la zia mi canzonava spesso schernendomi con pungenti parole, mentre io sospiravo la patria più bella. Copiose lagrime versavo, così spesso mi richiamava al pensiero la bella Pompei e il golfo e la placida spiaggia e questa casa con i variopinti cubicoli. Sì, i miei mesti pensieri ritornavano spesso sospirosi da Roma all'età della felice fanciullezza trascorsa nella patria, così come le rondini ritornano in primavera in cerca del nido ove crebbero senza pena, godendo degli scherzi del sole. Ma morì, ohimè! la tua carissima madre Serena, la mia fedelissima dama, a cui tutto io confidavo. Ora ella riposa lontano in Roma, lungo la via Appia e non più guarda il figlio, consolandogli l'afflitto cuore coi suoi sguardi amorosi.Ma un'amichevole parola di saluto anch'io voleva dirti, perchè domani non mi stessi dinanzi pieno di uggioso rimprovero quando converranno a festa nella sala i nobili amici».Come quando un suono sprigionandosi da flauto eolico nella sera, penetra giù nel cuore e vi desta il soave desiderio d'un sogno beato, così volava a lui la parola, quella voce melodiosa. «Ma perchè io dovrei sembrare afflitto? E non mi son io, così gridò egli, rischiarato gli anni alla luce di quel giorno sospirato? Ecco, già esso s'avvicina e sarà anche per me un giorno di festa, colà, nella sala addobbata del padre, poichè tu, nobile, mi concedi una parte della festa con l'amica e incoraggiante parola».Ma Ione rivolse rapida da lui lo sguardo lampeggiante, guardò nella notte piena di scintillio che si stendeva purpurea sul mare vaporoso, e rossa copriva come di fuoco i neri cipressi e le cime dei pini; non spirava in nessun luogo un alito di vento, ma il mare mugghiava e si sentiva il frangere delle onde. A un tratto disse la fanciulla: «Come è diventato a me estraneo il mondo, tutto all'intorno sembra mutato al mio spirito cosciente, altra la sorte degli uomini nella loro fortuna privata. Anche tu m'appari un altro, io ora veggo la tua veste di schiavo; ciò che mai ha rattristatoper lo innanzi la mia anima indifferente, ora invece mi eccita malinconia nel ritrovarti così tetro e addolorato, con l'immagine del silenzioso affanno nel volto, che mi pesa sull'animo come un tacito e accusante rimprovero. Giacchè veramente un Dio ti ha fornito d'un senso superiore, prestandoti i doni celesti a preferenza degli altri uomini ordinari. Ma la natura non ristà mai nel petto d'un uomo insigne, essa s'agita continuamente; perciò ei deve lavorare e modellare, trasfondendo nella vita la forza divina, acciò un tempo la posterità glorificante lo accolga nel novero degli uomini migliori. Tutto ciò ho io considerato piena di affanno fin dal mio ritorno, da che tu mi apparisti ed io vidi la tua triste natura, sì che a mala pena potetti riconoscere l'amico e l'allegro compagno. Molto mi riferì anche il fratello e molte cose ei mi narrò, come tu eseguissi nell'officina una immagine in argilla, perch'io ne afferrassi il senso nello spirito presago, intendendo il tuo animo sospiroso e i tuoi segreti ed agitati pensieri. Ma ascolta la mia parola, chè questo io volea dirti. Supplice io cinsi le ginocchia del padre, con mesta preghiera implorai da lui il tuo riscatto, perchè liberato dalla triste schiavitù, libero ne andassi nel mondo, lasciando la piccola Pompei, per ammirare altre città, dove son riuniti degli uomini eccellenti.Che se anche malvolentieri, pure mio padre mi accontenterà domani nel desiderio, commosso dalla potente gioia del dì festivo».Ma Euforione rimase come sbalordito dal suono della parola; sul suo volto si diffuse il pallore della morte e con impeto tese in alto le mani, esclamando: «Come mai, Ione, hai escogitato di darmi questo dolore, facendomi errare in terra deserta, quale un girovago fuggiasco? Assai egregiamente ricinge l'uomo la magnifica corona della libertà, e per lui essa è il colmo della forza, il suggello e la consacrazione delle opere. Ahimè! io la desiderai ardentemente per l'amore alla santa arte figurativa, che la Musa infondeva nel cuore a me, disgraziato schiavo, acciò gli altri non avessero a dileggiare l'opera del mio lavoro manuale, schernendo anche le mie produzioni per questa oscura veste. Perciò io muto lavorando mi esercitai nell'arte nelle ore di mestizia, senza sosta meditai e lavorai per chetare il demone nel petto. Sperai un giorno la redenzione, sappilo bene, o padrona; la sperai dalla tua festa se mai allora il magnanimo genitore rimunerasse con la libertà quell'opera che segretamente meditai, dì e notti intento ad eseguire la degna produzione. Vedi, eran confusi pensieri, era un puerile dolore soltanto, alimentato nel petto da un vago ed instabile desiderio. E prima che mi si allontanassedal tuo viso animatore, cacciandomi nel mondo, io sommergerei nelle profondità del mare il mio lavoro più diletto, perchè non beasse della sua magnificenza alcun occhio umano. Tu pur mi fosti la Musa dell'arte e la Musa della vita, o padrona, che per tempo mi dischiuse il cielo del bello con fervore e m'apprese le opere della grazia celestiale. Giacchè mi ridestasti nell'animo giovanile lo spirito informatore per l'arte creatrice, e mi guidasti le timide mani, allorchè, fanciullo, vegliai accanto al padre nella sua officina dedalica, quand'ei faceva del nero metallo una immagine maravigliosa.«Serio e muto egli lavorava senza posa con le artistiche mani. Fu allora ch'io modellai nella duttile cera una seducente opera plastica e te la offrii, felice e orgoglioso come un artista. E l'entusiasmo m'invase il petto, l'opera sinceramente ti piacque; e un'altra ne meditai e lieto te l'offrii, e così divenni un modellatore di giocattoli e gingilli. Poichè la tua immagine pendeva sempre nel mio pensiero, la tua vita s'intrecciava sempre alla mia opera. Allora mi si fece leggera la mano, e germogli da germogli eruppero potentemente dal mio spirito entusiasta, tanto che mio padre se ne meravigliò ed anche Arrio, il tuo austero genitore, mi accolse nel cuore come un suo figliuolo. Ma venne il tempodesolante, tu ne andasti via e si dileguò ben presto anche il mio Genio nella notte buia del dubbio. L'anima, contristata da strane visioni, mi si vuotò d'immagini, e allora indossai dapprima questa veste di schiavo che umilia, sentii come tante catene a me d'intorno e piegai il cuore sotto il giogo della servitù.«Lasciami tacer di quel tempo, chè oramai è di già passato; libero ora io son divenuto, come chi a lungo languì in una torre umidiccia, ma la porta gli si apre e gli aleggia subito dentro un raggio dell'eterea luce e un soffio della vitale primavera.«Ciò non accada, Ione! non mai io svesta questa tunica di schiavo; la libertà mi sembrerebbe pur simile alla morte e il mondo mi apparirebbe d'intorno come la notte deserta e un carcere tetro e privo di stelle. Io lo so bene, tuo padre ti eleggerà ben presto uno sposo fra i giovani e il primo dei ricchi aspiranti; allora, quando tu andrai sposa al focolare di lui, oh lasciami ancora adornare con arte e con molte immagini la tua casa, affinchè di me ti rammenti, del compagno della passata fanciullezza!»Così ei proruppe e dagli occhi lampeggiarono dolorosi sguardi.E con tremula voce replicò la vezzosa fanciulla, mente nel petto ansante e commossoil cuore le fremeva: «Qualche cosa di strano mi par di avvertire, come se la terra leggermente mi tremasse sotto ai piedi e il capo mi si assopisse nei sogni. Afosa è l'aria quaggiù, e la notte accesa risplende febbrilmente nel cielo: di nuovo mi scende nell'animo la strana visione, l'immagine che ieri notte s'aggirava attorno al mio letto. Ma io lo so bene: era il mio proprio pensiero, poichè tanto mi disse mio fratello della figura di Icaro. Ecco: piena di ambascia io sedevo nella notte là, sul monte, dove gli si arrossa in alto la voragine, il terribile cratere. Fosca era d'ogni intorno la pianura coperta di cenere solfurea; nero si stendeva al di sotto il mare e solo un astro scintillava nel cielo, mentre un fuoco di fumante lava mi circondava accerchiandomi. Ad un tratto tu mi apparisti dinanzi, con due raggianti ali arcuate sulla spalla, e tenevi ancora pronta nelle mani un'altra ala a dicevi: “Fino a quando dovrò io portare le catene, o Ione? Tu venisti, eppur tutto hai dimenticato; ma io feci per me le ali ed anche per te, o padrona. Vieni, noi voleremo lontano sui flutti ondeggianti del mare, prima che il fuoco del Vesuvio ci consumi le ali.” E tu m'afferrasti, con te andai via... e mi svegliai».Così la fanciulla e subito sbigottita riprese in tono grave: «Che cosa mai io tidico! non so dirti quest'oggi una parola assennata, così mi vaneggiano i sensi come in sogno per l'afa dell'aria e il caldo del vento libico. Bell'e passati son ora per sempre i cari giorni della fanciullezza, e noi stiamo come amici sulle rive separatrici del fiume, che si fanno i segni dell'addio. Sì, ben lo so io, il bene a noi sembra più spesso un male, chè sovente gli Dei avviluppano la felicità in una nera nuvola, e il nobile animo si piega devoto ad ogni destino. Egregiamente risoluto esso adempie a tutto ciò che sempre esigono i celesti, finchè limpida gli si apre la via a una meta più bella. Ecco, io son venuta, tu devi pur andare, o amico, tosto che domani, in ricorrenza della festa, mio padre soddisfarà al mio vivissimo desiderio. Oh sappi pure che ben volentieri ti ricorderanno gli amici ed anch'io serberò di te una eterna memoria. E adesso permetti, o Euforione, ch'io taccia e me ne vada».Ma nella stessa guisa che, subito sciolto dalla stretta del sogno, si leva il dormiente, al quale battendo sul capo l'ambrosio raggio di luce desta gli spiriti assopiti, e chiara albeggia la coscienza, così ben presto si svegliò il cuore nel petto del giovane. Pien di dolore, ma nel medesimo tempo pieno di beatitudine, egli alzò in alto lo sguardo, quindi abbassò il capo e tacque, stringendo più forte le mani al petto. Ed ambeduetacquero e stettero, i due bellissimi giovani, l'un contro l'altro silenziosi; pure tra questi due cari giovani invisibile se ne stava sorridente il celeste mago Amore e qua e là li toccava, annodando l'ambascia dei loro cuori. E sospirarono le onde del mare profondamente; tranquille stavan le aure ed un'afa era nel cielo fiammante. E la luce del Vesuvio cadde d'improvviso, d'un insolito chiarore, nella stanza semioscura e aleggiò luminosa abbagliando le due giovani figure; un rumore sordo rimbombò in alto, come se tremasse profondamente convulsa la terra febbricitante.E Ione guardò in viso all'amico, vide i nobili lineamenti impalliditi, gli occhi le s'intorbidarono ad un tratto, tese in alto le mani ed esclamò: «Addio, Euforione!» Ed egli le prese e le tenne serrate le mani pulsanti e sempre più caldo si sentì scorrere il sangue nelle sue, e sotto ai piedi gli parve traballare la terra convulsa.Già tuonava cupo cupo nell'aria, da per ogni dove, negli abissi; come un murmure rimbombava nel cielo e tuonava nella voragine del monte. Allora si sentì come un tremito più volte ripetuto, cigolò la casa, tremarono rintronando le mura, vacillarono le colonne con sonoro rimbombo e il suolo ondeggiò come i flutti.Come sull'orlo solfo-spirante dell'Averno sen vanno a volo barcollando per l'esalazionele rondini pigolanti e stordite sulla rossa arena, cui solcano con le prensili ali, così vacillò la fanciulla alla scossa delle aure elettriche, così barcollò e cadde sulla spalla dell'amico. Caddero sul petto di lui i morbidi riccioli di Ione, sul cuore gli fiammava il capo divino, mentr'essa, sostenendosi, gli avvinghiava le nitide braccia, e l'altro, tremante, la stringeva forte e stava come stordito nei sensi: per la scossa di terremoto il mondo vacillava intorno. Egli era come rapito e solo gli sembrava che il cuore ondeggiante sprofondasse nel flutto della dolorosa sventura. Sulla loro bocca Amore spicciolava come fiori parole interrotte, spargendo intorno esclamazioni e grida e il bisbiglio dei sacri nomi dell'amore: i nomi di Euforione e di Ione.Voci risuonarono nella casa, voci di fanciulle altosquillanti, e subito nella porta balzò fuori gridando il trepido Ion: «Guai a noi! guai! così proruppe; la casa traballa rovinando a precipizio, lassù vomita fiamma il monte e tutto ricopre di torrenti di fuoco; ma il padre ha fatto or ora a noi ritorno per il giardino». E appena aveva pronunziato queste parole, appena avevano sciolto le mani quei due, quando ecco presentarsi in fretta sulla porta il padre, Arrio, ritto nel capo e nella persona, ravvolto in una toga increspata, serio e imperioso all'aspetto. Ei però non s'accorse del confusosembiante dei due giovani, troppo soggiogato egli era dall'orrore dei sensi; solo s'avvide che la figlia se ne scappò rapida nella stanza attigua e che con gli occhi fissi giù a terra se ne stava davanti a lui nella stanza l'acceso Euforione. Con imperioso e interrogante sguardo fisò il tacito schiavo, e non iracondo ma austero pronunziò queste vibrate parole: «A che tu mai qui ti trattieni nel gineceo, o garzone, audacemente inoltrandoviti? Così tu attendesti al mio cenno? Altro luogo ti si confaceva, nel cortile o nel portico fra il rimanente stuolo degli schiavi, perchè nessun atto sconveniente deve turbarmi la disciplina e la regola della nobile casa. E fa' in modo di non eccitarmi all'ira, assottigliandoti il benefizio degli amichevoli doni; nessun altro infatti si vanta dei favori che Arrio e i figli della casa a te concedono. Orsù, via, o garzone, e lesto confondimi tutti pel giorno di domani, o greco, con le tue eccellenti e famose opere». Così disse e seguì in fretta la figliuola nella stanza attigua.Ma il giovane era ancora come inebriato, ancora come nel sogno. A mezzo soltanto comprese la voce di Arrio e a mezzo solo l'afflisse la parola di lui: così ei se ne stava immerso in una profonda contemplazione. Ma subito con grido eccitante lo prese per mano il fanciullo e lo condusse fuori nelgiardino attraverso l'atrio aperto. Com'egli uscì fuori nel buio fiamme-spirante del giardino, stranamente avvolto da una luce crepuscolare, e vide la mobile vampa sospesa estendersi in alto sul cielo, sulla terra e sul mare, quasi che il suo spirito fosse sciolto dall'essere, gli parve di fuggire lungo il cielo, simile ad Icaro, in estasi beata sulle ali di Aurora.
Già la notte avvolgea il mare e gli ombrosi monti della Campania che mollemente s'innalzano intorno al golfo di Napoli, ricingendolo come ghirlanda, placidi riflettendo le cime nelle acque eternamente azzurre. Sempre tremola l'onda al bacio di Elio durante il giorno, sempre nella tiepida notte al bacio ardente degli astri. Risplendeva ora un'intensa luce rossastra sul Vesuvio; nuvole di fuoco aleggiavano attorno alla cresta del monte rumoroso; lontano se ne accendeva al riflesso l'aria e lo specchio del mare; lontano nella campagna guizzava anche un chiarore sulle terre di Nola, dove sempre Flora ricopre i prati e i colli di olezzanti germogli come di vampe, e l'albero di granato di Persefone, dai rossi bocciuoli, arde dei riflessi del vermiglio fiore vulcanico. E come se di nuovofosse emersa dal mare la sera, dappertutto il cielo e la terra divennero purpurei per il bagliore del Vesuvio.
Ma Euforione passeggiava lungo la sponda del mare, solitario ed anelante, con trepido piede, e spesso tratteneva il passo ad ammirare estatico l'incantevole quadro notturno di Pompei. Scintillanti risplendevano i templi e nitido il grandioso foro; rossicci i pinnacoli della città, i teatri e i portici marmorei. Le case allineate nei vicoli che si dilungano per diritto, eleganti e piccole, come ville e palazzine d'estate, sembravano davvero costrutte dalle divinità marine del golfo, perchè vi abitasse una felice genía di uomini che passa oziosa i giorni nel piacere e nel sollazzo, e simili a lampade raccolte intorno al mare esse raggiavano di luce. Anche scintillanti nel porto erano le navi nerastre, che se ne stavano ivi strette contro un argine di tufo innanzi all'áncora. E con lo sguardo stanco, quasi avesse trovato di là la nave di Serapione, riconoscendola al volto raggiante di Iside, se ne stette ivi lungamente Euforione e gli sembrò di vedere la nera figura del commerciante appoggiato al timone, in atto di contemplare le stelle del polo e il chiarore del monte. E subito si sottrasse dalla curva insenatura del mare, come un profugo dai criminosi suoi pensieri. Ma per la notte errava un rumoreinsolito e strano, come se una gru da lungi corresse sul mare con le sue ali susurranti e l'aria risuonasse dal canto della migratrice.
Lungo la sponda s'ergeva la villa principesca di Arrio, in mezzo a un boschetto di platani e di alti pini, d'ogni intorno circondata di mura, donde sporgevano grossi vasi di fiori e statue seducenti di delicato aspetto. Volentieri colà s'intratteneva il ricco uomo durante l'autunno, per godere dei suoi possedimenti e dell'incantevole campagna: dal Sarno al mare si stendeva a mo' di anello su anello il suo podere. Ciò che i suoi superbi antenati avevano per lo innanzi acquistato in terra straniera, case e campagne in Roma, nell'Apulia, nel Sannio, ovvero lungo la spiaggia veneta, tutto vendè il nipote, col proposito di accumulare quivi, in terra natia, il suo cospicuo patrimonio in innumerevoli e fiorenti beni. E già mezza Pompei era sua, già mezzo Ercolano gli apparteneva ed anche sino a Stabia intorno alle falde del Vesuvio si prolungava le bella tenuta di Arrio.
Euforione si accostò ora pian piano alla porta spalancata; oh come se ne stava accanto alla porta e guardava in alto nel cielo radioso, tutto agitato, perchè mille pensieri gli turbinavano nella mente! E allora lo prese subito per mano l'ilare Ion,il suo Ion che già lo aspettava e gridò: «Come giungi tardi anche tu! Pansa ha ora mandato a chiamare mio padre, perchè essi vanno alle falde del Vesuvio ad osservare se mai muti la cresta del cratere, di ciò avendoci avvertito i timidi vignaiuoli. Ma vieni a casa, stiamo lì insieme a chiacchierare un'oretta; dentro, nella sala, le fanciulle danzano ancora delle allegre danze, che provano per l'indomani secondo la moda di Roma, con canto giulivo, e tutte le istruisce la intelligente sorella».
Così disse Ion e si avviò attraverso le arcate di bosso del giardino, salendo la magnifica scala della casa che, fatta di pietra gialla, si estendeva fino al portico. Essi ora attraversarono l'ombroso atrio, dove ogni ospite si divertiva ad osservare le dipinte pareti e i leggiadri fregi del suolo risplendente di mosaico. Dalla sala echeggiò intanto un suono assai allegro, un cinguettio di flauti e uno strepito di nacchere; nel medesimo tempo risa soffocate di fanciulle e i passi cadenzati di piedi sparenti nella danza. Subito Ion condusse nella camera interna il ritroso Euforione ed agile e furbo scappò fuori di balzo e si allontanò.
Affascinante era la stanza e ombreggiata da una gradevole quiete, cui rischiarava il fioco splendore di una lampada sospesa.D'ogni intorno, sulla rossiccia parete come alla soffitta scintillavano figure belle e scherzose, simili ad immagini della notte che il sogno soavemente dipinge; poichè ivi un intelligente pittore aveva profuso sulle pareti con senso artistico i colori della poesia. Qui sporgevano di mezzo ai fiori maschere e svolazzanti farfalle, colà il grillo di Anacreonte che guidava il leggiadro carrettino forzatamente tirato al passo da un uccello variopinto; poi Amorini, che sedevano trasognati accanto alla peschiera, adescando i pesci i quali si dimenavano nell'onda di cristallo. Ma a preferenza delle altre seducevano lo sguardo quelle Menadi sul fondo nerastro, che dolcemente si libravano nel velo ondulato e spargevano scherzose la serica chioma alle aure, con gli occhi fisi in alto, come se beate volassero al cielo. Tutto era ricco all'intorno e disposto in un cumulo di bellezze. Dappertutto scintillava oro, dappertutto avorio, perle e lapislazzuli; dappertutto era un leggiadro ornamento di stoviglie, di tavole e di armadi. E là scorreva gorgogliando da un'arcuata nicchia la polla di acqua fresca giù nella conchiglia, che una ninfa di marmo ginocchioni le offriva, una figura del celebre artista Menandro. Nel mezzo era una tavola collocata proprio sotto la lampada, incastonata in alabastro; lucida risplendeva la lastra comela luna. Ma essa non portava alcun fregio, come sempre la desiderano le fanciulle, volentieri mettendo in mostra delle cosette per farle vedere, le cassettine o le figurine di oro e le variopinte conchiglie del mare. Sopra vi splendeva soltanto un vaso d'unguenti, conformato a mo' di tulipano, da un bel calice ricurvo, come quando esso, l'Ebe dei fiori, dopo che s'è imbevuto di rugiada, ne porge alla cicala. Non però si sorreggeva sul gambo, chè una Pandora lo teneva nelle mani sollevate, e sul coperchio si vedeva raffigurata Venere come quando usciva dal bagno. Pien di gioia il maestro riconobbe la sua opera e subito la prese dalla tavola fra le mani, quell'opera che una volta, in un'ora di tristezza, aveva egli stesso modellata e data a Ione come ricordo del commiato.
A un tratto stridè la porta, una veste ondeggiante dette un fruscio e la padrona, Ione, la figlia di Arrio, si fermò subito davanti a colui che estatico la contemplava. Come una diva, stava lì commossa l'alta e piena figura della compagna d'infanzia. Stupefatta l'avvenente fanciulla guardò Euforione, egli alzò gli occhi e si confuse, poi con gli occhi fisi a terra rimase perplesso, con la bella immagine di Pandora fra le mani, come s'ei fosse venuto, timido oblatore del cuore, per offrirle la figura e lei per prenderla nella mano.
«Come tu pure, diss'ella sorridendo, mi richiami ora quell'età in cui congedandoti e separandoti da me m'offristi l'opera scultoria! Innanzi a me tu stavi allora come adesso nella medesima camera, di sera, ed io con piacere ricevetti dalle tue mani l'opera che mi si offriva. Vedi, son già passati e trascorsi gli anni, eccomi di bel nuovo, tu mi t'aggiri dinanzi di bel nuovo nella medesima parvenza, come se sul nostro capo si fossero fermate le ore. Sì, sempre come un oblatore, o Euforione, tu mi passasti davanti, ed ora così ritorni, come un donatore a chi è povera di doni».
Ma il giovane confuso aprì i neri e vividi occhi e li abbassò di nuovo, quindi grave così parlò: «Ben fermo è il tempo che incessantemente trasforma tutte le cose, per colui che resta solo, sempre stretto dal cerchio uniforme del giorno: come potrebbe il tempo ed il mondo cambiarlo? Taciturno ei custodisce i sacri tesori della ricordanza e, fedele a sè medesimo, prova gli stessi piaceri ed anche gli stessi dolori. Pure a chi spensierato passa i lunghi e instabili giorni, lieto godendo la piena visione del mondo e della vita, ben dilegua il passato come una nera e sperdentesi immagine di sogno. Anch'ei però s'allontana, torna di nuovo a casa, poco la riconosce e non più gli è sufficiente una piccola cerchia.Così sei anche tu mutata per me, o nobile padrona».
A ciò subito rispose la giovane con assennata parola: «Sì! ben vissi in Roma i volubili anni, lontana dalla patria e dagli ottimi amici; così volle mio padre, allorchè rimasi orfana sì per tempo con la perdita della madre affettuosa. Magnifica è la città e grande e oltre ogni dire abbagliante la vita che vi serpeggia, però mi spaventa la confusione della folla. Roma rassomiglia al caos, dove tutto s'agita e si dimena confusamente. Spesso mi tremava il cuore colà, ed io mi sentiva sola, pazzo il mondo sembravami, falsa ogni umana attività. Ma la zia mi canzonava spesso schernendomi con pungenti parole, mentre io sospiravo la patria più bella. Copiose lagrime versavo, così spesso mi richiamava al pensiero la bella Pompei e il golfo e la placida spiaggia e questa casa con i variopinti cubicoli. Sì, i miei mesti pensieri ritornavano spesso sospirosi da Roma all'età della felice fanciullezza trascorsa nella patria, così come le rondini ritornano in primavera in cerca del nido ove crebbero senza pena, godendo degli scherzi del sole. Ma morì, ohimè! la tua carissima madre Serena, la mia fedelissima dama, a cui tutto io confidavo. Ora ella riposa lontano in Roma, lungo la via Appia e non più guarda il figlio, consolandogli l'afflitto cuore coi suoi sguardi amorosi.Ma un'amichevole parola di saluto anch'io voleva dirti, perchè domani non mi stessi dinanzi pieno di uggioso rimprovero quando converranno a festa nella sala i nobili amici».
Come quando un suono sprigionandosi da flauto eolico nella sera, penetra giù nel cuore e vi desta il soave desiderio d'un sogno beato, così volava a lui la parola, quella voce melodiosa. «Ma perchè io dovrei sembrare afflitto? E non mi son io, così gridò egli, rischiarato gli anni alla luce di quel giorno sospirato? Ecco, già esso s'avvicina e sarà anche per me un giorno di festa, colà, nella sala addobbata del padre, poichè tu, nobile, mi concedi una parte della festa con l'amica e incoraggiante parola».
Ma Ione rivolse rapida da lui lo sguardo lampeggiante, guardò nella notte piena di scintillio che si stendeva purpurea sul mare vaporoso, e rossa copriva come di fuoco i neri cipressi e le cime dei pini; non spirava in nessun luogo un alito di vento, ma il mare mugghiava e si sentiva il frangere delle onde. A un tratto disse la fanciulla: «Come è diventato a me estraneo il mondo, tutto all'intorno sembra mutato al mio spirito cosciente, altra la sorte degli uomini nella loro fortuna privata. Anche tu m'appari un altro, io ora veggo la tua veste di schiavo; ciò che mai ha rattristatoper lo innanzi la mia anima indifferente, ora invece mi eccita malinconia nel ritrovarti così tetro e addolorato, con l'immagine del silenzioso affanno nel volto, che mi pesa sull'animo come un tacito e accusante rimprovero. Giacchè veramente un Dio ti ha fornito d'un senso superiore, prestandoti i doni celesti a preferenza degli altri uomini ordinari. Ma la natura non ristà mai nel petto d'un uomo insigne, essa s'agita continuamente; perciò ei deve lavorare e modellare, trasfondendo nella vita la forza divina, acciò un tempo la posterità glorificante lo accolga nel novero degli uomini migliori. Tutto ciò ho io considerato piena di affanno fin dal mio ritorno, da che tu mi apparisti ed io vidi la tua triste natura, sì che a mala pena potetti riconoscere l'amico e l'allegro compagno. Molto mi riferì anche il fratello e molte cose ei mi narrò, come tu eseguissi nell'officina una immagine in argilla, perch'io ne afferrassi il senso nello spirito presago, intendendo il tuo animo sospiroso e i tuoi segreti ed agitati pensieri. Ma ascolta la mia parola, chè questo io volea dirti. Supplice io cinsi le ginocchia del padre, con mesta preghiera implorai da lui il tuo riscatto, perchè liberato dalla triste schiavitù, libero ne andassi nel mondo, lasciando la piccola Pompei, per ammirare altre città, dove son riuniti degli uomini eccellenti.Che se anche malvolentieri, pure mio padre mi accontenterà domani nel desiderio, commosso dalla potente gioia del dì festivo».
Ma Euforione rimase come sbalordito dal suono della parola; sul suo volto si diffuse il pallore della morte e con impeto tese in alto le mani, esclamando: «Come mai, Ione, hai escogitato di darmi questo dolore, facendomi errare in terra deserta, quale un girovago fuggiasco? Assai egregiamente ricinge l'uomo la magnifica corona della libertà, e per lui essa è il colmo della forza, il suggello e la consacrazione delle opere. Ahimè! io la desiderai ardentemente per l'amore alla santa arte figurativa, che la Musa infondeva nel cuore a me, disgraziato schiavo, acciò gli altri non avessero a dileggiare l'opera del mio lavoro manuale, schernendo anche le mie produzioni per questa oscura veste. Perciò io muto lavorando mi esercitai nell'arte nelle ore di mestizia, senza sosta meditai e lavorai per chetare il demone nel petto. Sperai un giorno la redenzione, sappilo bene, o padrona; la sperai dalla tua festa se mai allora il magnanimo genitore rimunerasse con la libertà quell'opera che segretamente meditai, dì e notti intento ad eseguire la degna produzione. Vedi, eran confusi pensieri, era un puerile dolore soltanto, alimentato nel petto da un vago ed instabile desiderio. E prima che mi si allontanassedal tuo viso animatore, cacciandomi nel mondo, io sommergerei nelle profondità del mare il mio lavoro più diletto, perchè non beasse della sua magnificenza alcun occhio umano. Tu pur mi fosti la Musa dell'arte e la Musa della vita, o padrona, che per tempo mi dischiuse il cielo del bello con fervore e m'apprese le opere della grazia celestiale. Giacchè mi ridestasti nell'animo giovanile lo spirito informatore per l'arte creatrice, e mi guidasti le timide mani, allorchè, fanciullo, vegliai accanto al padre nella sua officina dedalica, quand'ei faceva del nero metallo una immagine maravigliosa.
«Serio e muto egli lavorava senza posa con le artistiche mani. Fu allora ch'io modellai nella duttile cera una seducente opera plastica e te la offrii, felice e orgoglioso come un artista. E l'entusiasmo m'invase il petto, l'opera sinceramente ti piacque; e un'altra ne meditai e lieto te l'offrii, e così divenni un modellatore di giocattoli e gingilli. Poichè la tua immagine pendeva sempre nel mio pensiero, la tua vita s'intrecciava sempre alla mia opera. Allora mi si fece leggera la mano, e germogli da germogli eruppero potentemente dal mio spirito entusiasta, tanto che mio padre se ne meravigliò ed anche Arrio, il tuo austero genitore, mi accolse nel cuore come un suo figliuolo. Ma venne il tempodesolante, tu ne andasti via e si dileguò ben presto anche il mio Genio nella notte buia del dubbio. L'anima, contristata da strane visioni, mi si vuotò d'immagini, e allora indossai dapprima questa veste di schiavo che umilia, sentii come tante catene a me d'intorno e piegai il cuore sotto il giogo della servitù.
«Lasciami tacer di quel tempo, chè oramai è di già passato; libero ora io son divenuto, come chi a lungo languì in una torre umidiccia, ma la porta gli si apre e gli aleggia subito dentro un raggio dell'eterea luce e un soffio della vitale primavera.
«Ciò non accada, Ione! non mai io svesta questa tunica di schiavo; la libertà mi sembrerebbe pur simile alla morte e il mondo mi apparirebbe d'intorno come la notte deserta e un carcere tetro e privo di stelle. Io lo so bene, tuo padre ti eleggerà ben presto uno sposo fra i giovani e il primo dei ricchi aspiranti; allora, quando tu andrai sposa al focolare di lui, oh lasciami ancora adornare con arte e con molte immagini la tua casa, affinchè di me ti rammenti, del compagno della passata fanciullezza!»
Così ei proruppe e dagli occhi lampeggiarono dolorosi sguardi.
E con tremula voce replicò la vezzosa fanciulla, mente nel petto ansante e commossoil cuore le fremeva: «Qualche cosa di strano mi par di avvertire, come se la terra leggermente mi tremasse sotto ai piedi e il capo mi si assopisse nei sogni. Afosa è l'aria quaggiù, e la notte accesa risplende febbrilmente nel cielo: di nuovo mi scende nell'animo la strana visione, l'immagine che ieri notte s'aggirava attorno al mio letto. Ma io lo so bene: era il mio proprio pensiero, poichè tanto mi disse mio fratello della figura di Icaro. Ecco: piena di ambascia io sedevo nella notte là, sul monte, dove gli si arrossa in alto la voragine, il terribile cratere. Fosca era d'ogni intorno la pianura coperta di cenere solfurea; nero si stendeva al di sotto il mare e solo un astro scintillava nel cielo, mentre un fuoco di fumante lava mi circondava accerchiandomi. Ad un tratto tu mi apparisti dinanzi, con due raggianti ali arcuate sulla spalla, e tenevi ancora pronta nelle mani un'altra ala a dicevi: “Fino a quando dovrò io portare le catene, o Ione? Tu venisti, eppur tutto hai dimenticato; ma io feci per me le ali ed anche per te, o padrona. Vieni, noi voleremo lontano sui flutti ondeggianti del mare, prima che il fuoco del Vesuvio ci consumi le ali.” E tu m'afferrasti, con te andai via... e mi svegliai».
Così la fanciulla e subito sbigottita riprese in tono grave: «Che cosa mai io tidico! non so dirti quest'oggi una parola assennata, così mi vaneggiano i sensi come in sogno per l'afa dell'aria e il caldo del vento libico. Bell'e passati son ora per sempre i cari giorni della fanciullezza, e noi stiamo come amici sulle rive separatrici del fiume, che si fanno i segni dell'addio. Sì, ben lo so io, il bene a noi sembra più spesso un male, chè sovente gli Dei avviluppano la felicità in una nera nuvola, e il nobile animo si piega devoto ad ogni destino. Egregiamente risoluto esso adempie a tutto ciò che sempre esigono i celesti, finchè limpida gli si apre la via a una meta più bella. Ecco, io son venuta, tu devi pur andare, o amico, tosto che domani, in ricorrenza della festa, mio padre soddisfarà al mio vivissimo desiderio. Oh sappi pure che ben volentieri ti ricorderanno gli amici ed anch'io serberò di te una eterna memoria. E adesso permetti, o Euforione, ch'io taccia e me ne vada».
Ma nella stessa guisa che, subito sciolto dalla stretta del sogno, si leva il dormiente, al quale battendo sul capo l'ambrosio raggio di luce desta gli spiriti assopiti, e chiara albeggia la coscienza, così ben presto si svegliò il cuore nel petto del giovane. Pien di dolore, ma nel medesimo tempo pieno di beatitudine, egli alzò in alto lo sguardo, quindi abbassò il capo e tacque, stringendo più forte le mani al petto. Ed ambeduetacquero e stettero, i due bellissimi giovani, l'un contro l'altro silenziosi; pure tra questi due cari giovani invisibile se ne stava sorridente il celeste mago Amore e qua e là li toccava, annodando l'ambascia dei loro cuori. E sospirarono le onde del mare profondamente; tranquille stavan le aure ed un'afa era nel cielo fiammante. E la luce del Vesuvio cadde d'improvviso, d'un insolito chiarore, nella stanza semioscura e aleggiò luminosa abbagliando le due giovani figure; un rumore sordo rimbombò in alto, come se tremasse profondamente convulsa la terra febbricitante.
E Ione guardò in viso all'amico, vide i nobili lineamenti impalliditi, gli occhi le s'intorbidarono ad un tratto, tese in alto le mani ed esclamò: «Addio, Euforione!» Ed egli le prese e le tenne serrate le mani pulsanti e sempre più caldo si sentì scorrere il sangue nelle sue, e sotto ai piedi gli parve traballare la terra convulsa.
Già tuonava cupo cupo nell'aria, da per ogni dove, negli abissi; come un murmure rimbombava nel cielo e tuonava nella voragine del monte. Allora si sentì come un tremito più volte ripetuto, cigolò la casa, tremarono rintronando le mura, vacillarono le colonne con sonoro rimbombo e il suolo ondeggiò come i flutti.
Come sull'orlo solfo-spirante dell'Averno sen vanno a volo barcollando per l'esalazionele rondini pigolanti e stordite sulla rossa arena, cui solcano con le prensili ali, così vacillò la fanciulla alla scossa delle aure elettriche, così barcollò e cadde sulla spalla dell'amico. Caddero sul petto di lui i morbidi riccioli di Ione, sul cuore gli fiammava il capo divino, mentr'essa, sostenendosi, gli avvinghiava le nitide braccia, e l'altro, tremante, la stringeva forte e stava come stordito nei sensi: per la scossa di terremoto il mondo vacillava intorno. Egli era come rapito e solo gli sembrava che il cuore ondeggiante sprofondasse nel flutto della dolorosa sventura. Sulla loro bocca Amore spicciolava come fiori parole interrotte, spargendo intorno esclamazioni e grida e il bisbiglio dei sacri nomi dell'amore: i nomi di Euforione e di Ione.
Voci risuonarono nella casa, voci di fanciulle altosquillanti, e subito nella porta balzò fuori gridando il trepido Ion: «Guai a noi! guai! così proruppe; la casa traballa rovinando a precipizio, lassù vomita fiamma il monte e tutto ricopre di torrenti di fuoco; ma il padre ha fatto or ora a noi ritorno per il giardino». E appena aveva pronunziato queste parole, appena avevano sciolto le mani quei due, quando ecco presentarsi in fretta sulla porta il padre, Arrio, ritto nel capo e nella persona, ravvolto in una toga increspata, serio e imperioso all'aspetto. Ei però non s'accorse del confusosembiante dei due giovani, troppo soggiogato egli era dall'orrore dei sensi; solo s'avvide che la figlia se ne scappò rapida nella stanza attigua e che con gli occhi fissi giù a terra se ne stava davanti a lui nella stanza l'acceso Euforione. Con imperioso e interrogante sguardo fisò il tacito schiavo, e non iracondo ma austero pronunziò queste vibrate parole: «A che tu mai qui ti trattieni nel gineceo, o garzone, audacemente inoltrandoviti? Così tu attendesti al mio cenno? Altro luogo ti si confaceva, nel cortile o nel portico fra il rimanente stuolo degli schiavi, perchè nessun atto sconveniente deve turbarmi la disciplina e la regola della nobile casa. E fa' in modo di non eccitarmi all'ira, assottigliandoti il benefizio degli amichevoli doni; nessun altro infatti si vanta dei favori che Arrio e i figli della casa a te concedono. Orsù, via, o garzone, e lesto confondimi tutti pel giorno di domani, o greco, con le tue eccellenti e famose opere». Così disse e seguì in fretta la figliuola nella stanza attigua.
Ma il giovane era ancora come inebriato, ancora come nel sogno. A mezzo soltanto comprese la voce di Arrio e a mezzo solo l'afflisse la parola di lui: così ei se ne stava immerso in una profonda contemplazione. Ma subito con grido eccitante lo prese per mano il fanciullo e lo condusse fuori nelgiardino attraverso l'atrio aperto. Com'egli uscì fuori nel buio fiamme-spirante del giardino, stranamente avvolto da una luce crepuscolare, e vide la mobile vampa sospesa estendersi in alto sul cielo, sulla terra e sul mare, quasi che il suo spirito fosse sciolto dall'essere, gli parve di fuggire lungo il cielo, simile ad Icaro, in estasi beata sulle ali di Aurora.