Canto III.PALLADE ATENA.

Canto III.PALLADE ATENA.Canzone, prima che tu t'allontani con la mutevole lampada della vita, va', mostrati lieta in mio nome ai lontani amanti e dispensa corone di dolce ulivo e così parla: «Salute a voi, o nobili e pochi! Voi alimentate sempre nel petto le fiamme ideali e fuggite la vanità e le tristi consuetudini del giorno. Non vi manchi mai la luce nella vita, mai la gioia del cuore. Alla vostra casa fiorente batta sempre propizia l'Aurora e v'introduca nella casa le Ore celesti. Ed alle feste siano invitati come ospiti gli Dei, per distribuire i doni dell'amore ed esaudire i prudenti desiderî».Deserta era quel giorno Pompei ed oscura nella festa di Ione, l'aria cupa ed il mare come spento nell'afa plumbea. Senza vampe il Vesuvio, e il suo capo era velato da una nube fulva, che il vento del sud spingevain alto verso il cielo. E come se errasse il Sonno per le vie e le case di Pompei, sembravano irrigiditi la città e il lavoro dei solerti cittadini. Non un rumore risuonava dal porto, nè nel mercato, nè nell'officina come altre volte, quando il pieno giorno incitava gli uomini al moto: così incombeva l'aria e l'accidia del vento che snerva.Pure chi a passo premuroso fosse andato nel sobborgo Augusto Felice, accanto a quei palagi e lungo i frondosi giardini, si sarebbe soffermato subito alla casa di Arrio ed avrebbe origliato lungi nei portici, tutti ornati di nastri e fiori. Alto vi giubilava il canto, cui si mischiava il suono allegro dei flauti lidî e il tintinnio del metallo e delle arpe sonore. Garzoni in vesti variopinte e graziose fanciulle si vedevano agili portare le vivande attraverso il fitto delle colonne. Ed echeggiava sensibilmente un ronzio dalle aperte sale, dove, appoggiati su cuscini e su coltri di Tiro, uomini e donne accomunati si divertivano a banchetto, festeggiando il ritorno di Ione insieme col lauto trattamento di Arrio.Euforione se ne stava adesso nell'atrio, cupo origliando ai suoni delle festa, solo, in preda ai pensieri del suo cuore. Intorno s'aggiravano i compagni, i maestri di utili arti, l'orgoglio di Arrio e il fior fiore delle magnifiche officine, ch'egli aveva di persè stesso anche accresciuto, dopo averlo ereditato dal padre; perchè tutto quel che di meglio ciascuno potè modellare con premurosa cura, gli parve ora giusto di consacrare alla festa ed agli ospiti degni. Tutti, cautamente, tenevano nelle mani dinanzi a sè un lavoro artistico, chi un'immagine a mosaico, chi un vaso con le anse, un altro gioielli scintillanti e collane di rossi coralli; l'uno un tessuto filato in oro, questi le gemme che abilmente scavò nel sanguigno diaspro di Cipro ovvero nel crisolito e negli strati dell'onice leggiadra.Ma Euforione se ne stava, pieno di grazia, nella turba dei molti compagni, con le mani appoggiate all'alto candelabro, al suo incantevole lavoro; perchè questo, messo da lui in disparte, spiccava come un enigma, ravvolto in una nivea tela di lino. In tutto ei sembrava mutato e la sua nera e ricciuta chioma si levava liberamente su gli altri, con una tranquilla serietà. E non parlava, per quanto tutti, avidi di desiderio, mormorassero fra loro, sperando ognuno la ricompensa, sia della libertà, sia d'un dono qualsivoglia. Nel petto però gli batteva spesso il cuore come in estasi, quando risuonava il melodioso nome di Ione; allora gli pulsava più rapido, ma subito frenava la piena del sentimento, parendogli già di essere a bordo della navedi Serapione e di vedere le onde giù correre frettolosamente all'estraneo lido.Passavano le ore per quelli che ivi aspettavano ansiosi enumerando le fasi della festa: mimi e cori di danzatori in giro si vedevano andare e venire; quand'ecco si accostò ammiccando l'ordinatore Peisandro, e subito introdusse nella sala i volenterosi uomini coi doni. Com'essi entrarono, mettendosi in fila lungo le rilucenti colonne, gli sguardi del giovane corsero ben presto sulla sala, ed ei vide presso il padre Arrio la figlia maestosa: severa e seria ella lo guardò coi neri occhi.Ad un tratto con queste parole si rivolse agli ospiti il magnifico padron di casa: «Vedete, o amici, i figliuoli di Dedalo si son presentati per offrire doni alla festa, le pregevoli opere della Grazia. Orsù avvicinatevi, o uomini, e mostrate come anche nella mia casa Pallade Atena abbia compiuto con arte cose belle ed eccellenti. E ciascuno a cui sarà fatto dono mi esalti, lodandomi di avermi saputo asservire lo stesso Fidia e Zeusi».Disse, e i giovani presentarono le graziose opere della bellezza, che il padrone distribuì in dono agli ospiti. E intorno passavano i regali: con compiacenza lodavano gli uomini e le donne ora urne magnificamente ornate e vasi d'alabastro, ora nappi da belletto e specchi di bronzo ben cesellato;volentieri essi lodavano fermagli e corni con allegoriche e gioviali figure, ovvero vasi d'oro e di ambra artisticamente levigata.A un tratto Ipato, fanciullo ancora negli anni, eppure assai pratico a dipingere sulle tavolette i miti del poeta ellenico, portò un quadro a colori, un grosso quadro lumeggiato. Se non che questa volta non gli era riuscito — così appariva — ed Arrio allora increspò torvamente la fronte e disse con accento di rimprovero: «Troppo giovane ancora tu sei, o Ipato; veggo dal quadro che tu preferisti dipingere l'orrido, la città di Troia divorata dalle fiamme. L'artista smorzi moderatamente le tinte spaventevoli, pio sappia scansare le Furie e non mai ci sveli nell'opera il capo di Medusa: no! le figure non dimostrino se non un dio liberatore degli affanni».E appena ebbe detto queste parole, che gli ospiti origliando guardarono fuori pieni di meraviglia — libera si stendeva agli sguardi la superba contrada, libero il Vesuvio — e s'udiva rimbombare il cratere del monte e scrosciare cupamente, quand'ecco una fiamma rapida come vortice guizzò nel cielo. A riprese mugghiavano dei forti scoppi e si riversavano nuvole di fumo e tenebre. E l'aria diveniva fulva, scendeva come un rosso crepuscolo, ricoprendo di densa luce la campagna e le onderibollenti del mare. D'un subito tutto s'acchetò e tacque l'ansante cratere che fumava.«Non abbiate paura del monte, gridò Arrio; anzi esso offre uno spettacolo alla festa, e già nelle sue viscere lo rode la rabbia. Batta pure imperversando il terremoto con pie' di bronzo, rimbombi pure cupo; afoso ahi! e soffocante spiri il vento sud; no! non abbiate paura del monte; noi già conosciamo il modo d'agire del vecchio: per la collera gli si gonfia a un tratto la rossa vena della fronte, ma poi tosto sorride di bel nuovo pacato. Intorno al mento gli aleggiano tenere aurette, e le Ore e Bacco e Pomona e Cerere, la seducente madre, gli cingono con rose il ginocchio. Versate libagioni di vino, o amici, al padre Vesuvio».Disse e spruzzò del vino al Vesuvio e insieme con lui ne spruzzarono anche gli ospiti, e continuarono a parlare con gli occhi rivolti al fosco cratere, temendo le rinnovate scosse di terremoto, la lava e la rovina delle pianure. Ma ben presto il vino cacciò via la preoccupazione, svelto circolò il boccale del mulso e come coppieri andavano intorno lo stesso Bacco ed Amore.«Guardate Euforione! gridò Arrio di nuovo. Guardate lì il migliore che se ne sta dietro ai buoni. O come mai tu indugi tanto,o garzone! Orsù, avanti! che cosa di giocondo tu porti quest'oggi alla festa?»E tutti lo contemplavano, vedendo come il grazioso giovanetto, nel fascino fiorente della giovinezza s'avanzasse d'un'andatura virile. Le donne bisbigliarono molto fra loro, le ragazze lo guardarono ed anche Ione guardò commossa, mentre le palpitava il cuore nel petto.«Fosco s'è fatto il giorno, disse ben presto il garzone, la notte già s'avvicina; io porto la luce!» Ed ammiccando fe' cenno agli schiavi di portare dal lato suo l'opera velata, sollevandola sulla tavola. Allora intorno sedettero ad aspettare gli ospiti silenziosi, dallo sguardo interrogatore. Con tremule mani ei tolse il niveo panno di lino, e ne uscì fuori la forma slanciata e scintillante dell'opera dell'arte, bella come il fiore dell'aloe che spicca nella corona delle foglie, sporgendo il pomposo gambo dall'aureo frondame. La bellezza fiammeggiava all'intorno e lungi risplendeva il bronzo simile al sole. E risuonò un grido di gioia, sonoramente applaudirono le donne e di bocca in bocca corse un'esclamazione di meraviglia.Ma Euforione se ne stava lì presso il suo lavoro, con grazia s'inchinò davanti a Ione e disse: «Salute alla figlia di Arrio! La quale, ritornata fra noi, come attiva padronacomanda nella sala e da vera massaia provvede a distribuire dalla pienezza della casa. Non le manchi mai la luce nella vita, mai la gioia del cuore! Risplenda lungamente per lei e anche fino alla più tarda sera questo bronzo. Ma il suo ritorno alle pareti domestiche sia come un araldo banditore di benedizione!» Disse, le s'inchinò profondamente e se ne stette rispettoso con gli occhi bassi al suolo. Pure una rapida fiamma divampando salì alle guance della fanciulla; nella sala d'intorno esultava il grido di plauso, e tutti gli ospiti si precipitarono, elogiando, verso il candelabro.E Silvia, la figlia dell'edile Vetranio, esclamò: «Con quanto significato e con quanta bellezza l'ha ideato l'artista! Ben sarebbe orgogliosa del dono la stessa Giulia, la figlia dell'imperatore Tito!» E con voce sonora alto gridò Pansa: «Che bel colpo d'occhio! Il bronzo sembra davvero lavorato dallo stesso Efesto! O divin garzone, tu mi sei fra gli artisti un re!»Allora dal sedile si levò Menandro, l'eccellente maestro dell'arte plastica, al quale la Musa non aveva mai concesso i suoi doni con iscarso favore; molte statue infatti di Dei egli lavorò nel marmo e molte opere scultorie pose nei templi delle città campane. Se non che, invido del lavoroaltrui e piccolo, della figura di Esopo,[6]covava l'invidia nell'animo e la brutta serpe della gelosia. Ora sarcastico incominciò con stridula voce: «Come mi son facili alla lode gli uomini, quando qualche cosa di luccicante abbaglia i loro ingenui occhi! No! non più mi state a lusingare, o amici, il magnifico padron di casa, altrimenti ei ci rinchiude tutti, artisti e lavoratori insieme, nell'officina degli schiavi!.. Oggi ognuno si chiama artista, dopo aver fatto un vaso nitidamente orlato, tripodi, lampade e tazze e stoviglie di bronzo. Chiamate voi già divino e celeste meraviglia a vedere tutto quel che serve soltanto all'uso quotidiano, e mi nominate già arte quel che mestamente eseguì uno schiavo con l'animo stretto dal bisogno? E che cosa allora resterà per noi degno di un onore conveniente, se hanno lo stesso valore per la gente avvezza a lodare una pentola, una lampada ed una immagine di Giove seduto sul trono?!»Così disse il censore, ed Euforione ascoltòle parole che gli umiliavano l'arte ed il lavoro nell'anima innamorata. Ma nella collera gli sobbalzò il cuore nel petto, rapido corse all'opera sua vilipesa, poggiò la destra tremante sulla base inargentata e ad alta voce disse: «Le parole ingiuriose ed offensive che tu, o Menandro, hai testè pronunziato non possono ridondare a onore d'un uomo celeberrimo. Gli Dei distribuiscono la felicità terrena, ma non sempre una nascita libera rende felice l'anima insieme col corpo: spesso essi legano alcuni di animo libero ad una schiavitù indissolubile, ma prestano invece intorno al cuore dello schiavo le ali olimpiche, volentieri mandandogli la Musa a consolare l'anima sofferente, perchè lo accomuni ai migliori dei mortali ed ai saggi. Ed anche a me dette molto la Musa, essa mi dette l'amore al bello che redime, il senso per penetrare nelle forme e per imprimere modellando anche nelle cose piacevoli un forte contenuto. Libero anch'io sono come te, sappilo bene, o critico sgarbato, libero parlò al mio cuore il nume che dentro vi alberga».Così gridò egli nella collera e cercò gli occhi di Ione.Tutti l'ammirarono e gli schiavi se ne stettero ad origliare intorno ansiosi; allora con un secreto cenno lo animò Pansa ed Euforione proseguì il maraviglioso discorso:«Chiami tu questo un volgare e triste bisogno quotidiano? È un lavoro manuale, oh bene! ma è anche arte che diletta gli uomini, perchè, come il nume bifronte, esso pure ha un duplice aspetto e graziosamente riunisce in sè il buono ed il bello. Due mondi preziosi sono assegnati all'anima degli uomini: da una parte essa assurge all'infinito, compagna degli Dei celesti; dall'altra, compagna della polvere, spazia nel finito; varia è la sua abitazione, e un tempio ed una casa le sono egregiamente preparati per dimora. Salute a te, cui la Musa die' l'arte che plasma gli Dei; nel tempio essa governa sublime e desta alla luce l'anima ammutolita. Austera è la sua figura, muta e solinga essa impera quaggiù, come la divina necessità e il Fato dallo sguardo grave. Ma l'arte gioconda che io esercito, si spazia bellamente nel mezzo della vita, nella terrena e socievole casa. Essa è sorella alla tua e si scambiano entrambe i doni: la tua presta alla mia la maestà, la grazia e l'eterea chiarezza, ma la mia le regala la pienezza della forza e la gagliarda virtù. La forma che tu hai annodata, la cara arte mia la scioglie di nuovo e dà libero corso a Fantaso, l'incantevole ed astuto dio dell'invenzione. Essa origlia sempre al giuoco della natura, da cui prende in prestito la forma, e graziosamente adatta l'effige animale alla pianta e alla stessaforma umana, spiegando sensibilmente il fenomeno intrigato ed enigmatico della vita. È anche bello tutto ciò che di finito la vitale necessità ci offre, quando l'uomo animato l'afferra e lo modella in plastiche forme, imprimendo alla materia greggia lo stampo della divina libertà, in modo da divenire per lui stesso un celestiale godimento il bisogno quotidiano. Sì, chi chiamerebbe a ragione ignobile e misera quest'arte che nelle pareti domestiche così propizia governa come un'economa? Tutto ciò di cui la vita ha bisogno per godimento e per conforto del cuore, essa tocca con le mani che sanno trasformare in leggiadre figure. Anche ciò che è ordinario sa rendere raro, e prezioso ciò che è comune, piacevole la necessità, e per lei l'abitudine diventa un attraente poema. Ecco, essa offre i frutti di Pomona in preziosa tazza, versa il vino dalla brocca orlata di figure nel corno da bere e presenta allo sguardo la rosa purpurea in tenero cristallo. Inoltre, sospende il lume al candelabro modellato con arte molteplice, perchè a doppio piacere rianimi e ridesti gli spiriti. Guardate così questo svelto lavoro! Quando l'olio esalante ne ha impregnato ogni lampada ed esse splendono all'intorno come una pensile ghirlanda, non brillerà forse ai lieti visi e alle sagge conversazioni, ovvero alla danza scrosciante e al suono giubilante deiflauti? Per lungo e lungo tempo risplenda di gioia questo candelabro! E sia una sentinella al banchetto ospitale e lungamente per te, o Ione, un messaggio di felicità e d'innumerevoli feste!»[7]Ciò disse e tacque. Amore gli aveva fortemente attizzato la fiamma della parola nel petto con gli sguardi entusiastici della fanciulla. E finì così il silenzio di ammirazione; intanto si udiva fremere il rimbombo del Vesuvio, quand'ecco si levò un grido di giubilo: dalle chiome si sciolsero le donne le ghirlande inanellate, le gettarono su di lui, e come avviene a chi contempla la sbocciante primavera, quando dai rami di pesco lo zefiro spazza via la fioritura, così s'intrecciarono attorno al giovane e caddero le agitate corone, mentre sullespalle, intorno al capo scrosciava la pioggia di fiori. Ed egli confuso apparve ancora più bello coronato di fiori, simile a un celeste nei tratti: ognuno lo guardava con gioia. Ma Menandro nascose tra le labbra il suo tacito malumore, levò in alto la mano e fissò Arrio con occhio interrogatore.A ciò Pansa: «O socratico garzone, ti benedica Apollo! Tu hai ben parlato; vieni domattina alla mia villa, perchè ti versi dell'oro nelle mani; ed Arrio saprà bene offrire all'eccellente giovane un regalo che gli farà maggior piacere».Allora gridò lieto Arrio: «Oh! accendete subito le lampade, le artistiche lampade, in onore di colei che è ritornata! Come un genio, come un genio amico c'è venuta oggi la luce, perchè l'aria già si annebbia e la notte scende più presto del solito!»Ma subito Ione: «A me sola conviene, o padre, a me sola s'addice consacrare le lampade con le mani ospitali, e non deve alcun dito umiliante toccarmi l'opera divina!» E s'alzò; il solerte fratello le porse l'orciuolo dell'olio, ed essa lo versò nelle lampade, mentre leggermente le tremava la mano. E con un lume acceso, simile ad Amore, se ne stava a lei dappresso l'incantato giovane, aspettando con gli occhi sorridenti. Non appena ogni lampada si fu imbevuta di olio, egli porse subito alla sorella la candela fra le mani, ed essa conlo spirito presago non fallì, chè prima accese l'elegante lampada di Oneiro, poi l'attraente lampada di Psiche e di Amore, indi quella di Pallade e finalmente la lampada ultima della Morte.Come è sospeso al cielo nella notte di ambrosia il sublime Orione con la splendida fascia, quando sul mar di Sicilia dolcemente lo guidano le Ore, e quando già s'appressa la rosea Alba e un crepuscolo tremula intorno all'immensa e nevosa cima dell'Etna, così fiammava ora il candelabro nel tremulo crepuscolo della sala da festa, e sul volto di Ione volava come uno sprazzo d'oro lo splendore del lume, trasfigurandola.E risuonò un grido di giubilo, sonoramente applaudiron subito le donne e corse di bocca in bocca un'esclamazione di maraviglia. Ma un coro di cantori, che era nascosto dietro le colonne, dolce intuonò un'armonia che gonfiò di gioia il cuore di tutti.A ciò disse Giulia, la sposa dell'eccellente Balbo: «Come armonizza bene il candelabro col suono dei flauti e coi canti! Come se gli si muovessero in giro all'intorno le figure di bronzo, esso agita delle tremule danze; eppure non ne intendo appieno il senso. Chi sa interpretare queste lampade? Sono ben scaltri gli artisti, chesempre avvolgono negli enigmi le figure delle loro magiche mani!»«Giusta la tua osservazione, o bella, gridò Arrio, ed anche a me non riesce chiaro il senso. Ma tu ce lo dirai, o cantore Ismeno, poichè invero solo il poeta maneggia la chiave dell'arte, il poeta che è un re dominatore degli spiriti: mai la pietra silenziosa gli nega la sua voce ed egli desta al canto persino il bronzo irrigidito».Assai volentieri s'accostò quindi il vecchio Ismeno, che il padre di Arrio aveva adottato in casa; argentea era la sua barba e bianca la chioma, e il dignitoso capo già ricurvo per la stanchezza della vita. Affabilmente ei cominciò subito: «Difficile cosa tu m'ingiungi, o nobile Arrio. Spesso anche l'uomo più colto sbaglia dinanzi all'idea del poeta, chè la segreta e misteriosa anima degli artisti profonda s'immerse nel getto fluttuante del bronzo. Perciò, se la mia parola sbagliando non desta alcuna eco nel bronzo, perdona, o maestro! poichè è estraneo a noi il pensiero degli altri uomini». E con le mani salutò l'amico; i due spiriti eccellenti se ne stavano presso la bella immagine come la primavera e l'inverno insieme.«Con arte e con sapienza veggo qui modellata nel bronzo, disse Ismeno, l'immagine della nostra vita e la danza delle Ore. Graziosamente la prima Ora incomincia lasua: noi la chiamiamo fanciullezza. Essa s'accosta con incanto e soavemente con la fiaccola scintillante del Dio del sogno intreccia le sue melodiche danze intorno alla culla del bimbo. Ecco, il dormiente si desta, allora vengono le favole e le fiabe, gli allegri giuochi, e lo sciame dei sogni scherzosi introducono nella vita il bambino a divertirsi con beati trastulli. Nella tranquillità questi sogni assumono delle forme presso il suo cuore origliante e gl'intessono segretamente all'intorno un mondo che comincia a svilupparsi nelle immagini. Pien di presentimento si sviluppa il piacere e più tardi anche il tetro dolore, e germoglia il desiderio e la sorte riposa nel germoglio. Ma ben presto se ne torna in fretta verso il cielo l'Ora della fanciullezza, che ha compiuto il suo tempo.«Vedete, s'accosta l'altra, Agitando la fiaccola dell'amore, danza nella vita la bella Menade, l'Ora della gioventù. Essa porge al giovane la coppa spumante del piacere e del desiderio, e dalla terra gli si dischiude un lembo di cielo. Non s'indugia nella polvere terrena, l'umanità gli sembra schiava e pigra; egli vola col sibilante cavallo aereo di Perseo a combattere i tiranni, ed erra come Icaro beatamente verso la luce, e come Fetonte infiamma il mondo di ardore. Solitaria cammina la fanciulla nella presaga tranquillità del cuore, finchè il nudo numenon le ferisca ad un tratto i sensi, e come Psiche essa cerca il fuggitivo, addolorata fino alla follia. O celestiale ed alata Ora della gioventù, troppo rapida ten vai, illudendoci! Sì, colui pel quale ancora risplende la fiaccola di Amore, è egli stesso un dio! Goda pure l'ora fuggitiva, quell'ora che non arrivano mai a compensare gli scettrati anni della vita, fossero pur mille, che l'uomo trascorre affaticandosi. Una volta sola gli Dei invitano a banchetto il mortale, ma Icaro e Fetonte precipitano in un attimo dal cielo, tramontano le speranze ed i vani desiderî come astri, la vita procede con pie' di bronzo e ammassa tombe su tombe. Anche l'ingannevole Amore getta via la sua veste sfolgorante e ci lascia nella colpa e nel pentimento l'Ora della gioventù.«Vedete la terza! Come forte e luminosa spande la sua luce attraverso le tenebre! Bella nella corona di ulivo, la celeste messaggera di Pallade! Qui nell'uccello notturno si lasciò artisticamente indovinare il modellatore. In alto l'Ora solleva l'uomo dal falso sentiero della scompigliata gioventù e lo introduce tranquillamente nell'apparecchiata officina della vita, che la donna, propizia adornandola, gli assetta con amore operoso. Pallade gli apprende la saviezza e le opere espiatrici del lavoro, e piamente gli limita la sensibilità con la forza e con la sacra prudenza. E a lungos'intrattiene la Dea, ben volentieri essa benedice all'uomo beato il cuore di Dedalo e le mani che incessanti lavorano. Ecco, già si ammucchiano le buone e le belle opere e così si accumula una grande eredità da nutrire i figliuoli; a un tale uomo non piace che quanto è duraturo, la simmetria armonicamente ordinata delle forze che agiscono sul mondo. Ma nel petto gli riposa il destino che gli Dei decretarono.«Salve anche a te, o fiaccola della morte che scioglie la vita! Esausta si piega giù la mano e calmo riposa il cuore dopo la tempesta degli anni, senza che più s'agiti un desiderio od una speranza. Verso terra s'inclina il capo, quand'ecco si accosta ieraticamente Eirene, e con lei viene la ricordanza, la velata madre dei sacri dolori; ritornano le Ore da lungo tempo scomparse, con dolce saluto di lontano esse appaiono allo sguardo come le vele del mare, trasfigurate dal sole che tramonta. Ma con mestizia le contempla il vecchio e con profonda meditazione rivolge lo sguardo indietro alla vita e ai suoi gustati beni, e volentieri accoglie ora dagli Dei la morte, come il supremo dono. Così un giorno possa accostarsi anche a te con volto amico la morte, o Arrio, tardi nella notte porporina, quando sia già terminato il filo della tua vita. Ma il mio cuore anela la sua patria, sempre più calmo esso m'è divenuto ed ame pare come se qui d'intorno mi frusciasse l'ala della morte».Così il vecchio. Dagli occhi suoi caddero le lagrime della malinconia. E come se per il mondo si fosse diffusa la calma della sera, onde rabbrividisce dappertutto la campagna e tacciono i canti nel bosco, così tutto si chetò nella sala: non una parola, non un bisbiglio si udiva. All'intorno serpeggiava il raccapriccio come il passeggio della morte, ma a volte rompeva il silenzio un rimbombo qual dei carri strepitosi della battaglia campale e s'udiva in pari tempo il ruggito delle tigri e dei leoni, che la città custodiva nelle gabbie per la lotta dell'arena, cupo e lontano, come sulla sponda del libico mare di sabbia s'ode nella tranquillità della notte echeggiare il ruggito delle fiere.«La parola che dicesti, o vecchio, gridò Arrio alla fine sbalordito, risuonò ottenebrando la gioia; pure sappi che la Parca continua a filare benignamente nella nostra casa delle fila dorate».Senonchè Ismeno guardò calmo verso il Vesuvio e disse: «O fortunato colui al quale parve nella vicenda dei tempi che le Ore avessero tutto compiuto! Ma fluttua e ondeggia la vita dietro leggi oscure. Alla cieca l'uomo oscilla nel dubbio come la canna, e alla notte oscura solo gli Dei annodano per lui il giorno. Così all'apparird'ogni giorno se ne stia l'uomo devoto e pronto a ringraziare e consideri maravigliando il celestiale incremento della vita, come un dono della fortuna, sul quale giammai ha contato».Disgustato riprese Arrio: «I vecchi cantano alla morte sempre il loro canto del cigno; poichè ad essi il tempo spense la fiaccola dell'Amore. Questo roseo ragazzo sen vola rapido, e non mai appare al cospetto dei vecchi; egli si cerca una preda migliore; Bacco però inghirlanda sempre di edera le bigie rovine. Vecchio, e come hai potuto dimenticare completamente il fido amico, che sulla tersissima base ha modellato l'artista per richiamarcelo alla memoria? Ecco, quella base significa la terra tutta inghirlandata di grappoli, e, araldo del piacere, sulla magnifica pantera si eleva Lieo, con in mano il suo corno splendente come la luna; perchè la natura non ci ha chiamato a vivere nell'indigenza, ma bello ci ha apparecchiato il mondo alla festa della vita fuggitiva. Goda dunque l'uomo; rapide passano le ore e più rapidi folleggiano i piaceri, come le rapide rose dell'amore. Condite, o ospiti, il vino! e qui a me si arrechino freschi fiori, perchè l'aria ci ha fatto appassire le corone sulle tempie». Disse e versò il falerno nel corno e ne offrì al vecchio.«Se qualcuno può uguagliarti, o divino,aggiunse l'altro, è necessario ch'egli sappia offrire agli ospiti meravigliati il fior della parola. Una cosa sola ti è sfuggita, il fiammeggiante altare che Euforione ha qui modellato, al sommo della base. E chiuda il nostro discorso anche l'allegoria dell'altare: gli Dei bramano i sacrifizi, accostisi perciò il mortale volenteroso ai loro altari, pensando come presto fugga l'ora, acciò gli si conservi la luce e la gioia nobile e moderata!»Così il vecchio; Euforione lo strinse affettuoso fra le braccia, profondamente commosso. Lucido splendeva il candelabro, sembrava il genio della vita terrena, vivificato dalla parola del sublime cantore. Nessun lume scintillava ancora nella sala, esso soltanto risplendeva lontano. D'intorno sedevano come ombre gli ospiti che, taciti e seri, guardavano le lampade. E Ione fissava incantata ora il bronzo, ora lungamente gli occhi dell'amico; e nel profondo del cuore agitato entrambi sospiravano di stringersi le mani. Quand'ecco si levò dalla sedia, col suo bel volto raggiante e sospiroso, coi neri occhi irradiati dallo splendore dell'alto sentimento, con le mani sollevate essa gridò come l'indovina: «Se al nobile s'addice il nobile, anche all'opera sia nobile la lode! Libero quindi sen vada l'uomo che gli Dei elessero araldo della loro luce immortale, anche lui onorino gli uominicome gli Dei. Libero ora tu sei, o Euforione, libero e sciolto dalla condizione di schiavo!»E subito ricadde sul guanciale l'impallidita donzella. Allora il padre la contemplò e gli ospiti stettero ammirati ad osservare com'ella sembrasse convulsa ed agitata nell'anima e nel viso.Come rumoreggiando il lampo dinanzi agli occhi di un uomo sbalordito guizza giù pel cielo nella terra crassa di vapori, così ora questa parola penetrò nell'anima di Euforione, ed egli vacillò, indi stette con lo sguardo verso il cielo, poi nascose il capo fra le mani e con profuse lagrime si buttò ai piedi di Arrio.E vide piegarsi verso di lui il volto amico di Arrio, quand'ecco si fecero fosche le tenebre in un momento, fosche oltre ogni dire! Come se il mondo si spaccasse, dal Vesuvio si scatenò una bufera: il vasellame precipitò tintinnando, con fragore caddero le tazze e con rombo profondo risuonò anche il candelabro di bronzo, stramazzando giù nella sala, mentre all'intorno volavano schegge di marmo. Lontano rotolarono le lampade, sfuggite alle lacerate catene, facendo diguazzare l'olio in esse contenuto, e guizzavano le fiamme nella notte.E un alto e orrido grido echeggiò nella sala, selvaggio come il capo di Medusa stava il rosso Vesuvio. Con fragore scoppiòil monte, e una figura di fuoco usciva dalla voragine, come il turbine del mare, e lambiva l'etere con le fiamme. Aveva l'aspetto di un pino, così s'inarcava una volta gigantesca di fiamme e cresceva, finchè ad un subito non s'agitò un rabbioso uragano di fuoco e con rimbombo sprofondò nelle viscere dell'urlante cratere.[8]E a un tratto una fosca caligine, con cupi fragori gorgogliava e ribolliva il fuoco interminabile, si sollevava di bel nuovo rapidamente, s'aggirava in vortice, e volavano i massi incandescenti come astri e come lune, d'uno splendore fantastico, come un esercito tuonante di comete che con la coda piena di scintillio sferzavano l'aria che mandava dei gemiti, finchè non si riversavano simili ad una spaventevole grandine di fuoco. Rosso come il sangue spumeggiava il monte, vomitando un'onda di metalli, e ne rotolavano cascate di fuoco e ardenti cateratte di lava.Oscurità profondissima — e nera al cielosi levava la polvere. Scrosciando come pioggia cadeva e ricopriva la fumante città, sì che questa si dileguava allo sguardo; soltanto orride luccicavano le torri mandando vampe, e lottavano contro il fumo e il buio della cenere. Alto or mugghiava il mare, spaccandosi nel fondo, e rovina si assommava a rovina e s'alzava polvere su polvere nel nero orbe terrestre. Così in un subito precipita giù nella valle una catena di monti per il terremoto che tutto all'intorno sconvolge, così turbina il vorticoso caos della nera polvere, sì che tutto si offusca il cielo e versa sulle case e su gli abitanti fuggiaschi una pioggia interminabile di sabbia infocata, come ora scrosciava la cenere e fremeva e strepitava con fracasso, scorrendo simile al mare, rovesciando le porte della casa di Arrio.E discese nella sala la notte flegrea e la morte versava la cenere nei bicchieri. Tutta l'aria buia si riempì di zolfo soffocante. E un indicibile grido di dolore echeggiò all'intorno, spaventevole; selvaggia si udiva la voce di Arrio, di Pansa, le stridule voci delle donne e degli uomini fuggenti; terribile era il grido di Euforione, mentr'egli, errando a tastoni lungo le colonne, faceva echeggiare del nome di Ione tutta la casa avvolta dal fumo. E qua e là cadevano e sporgevano le mani frugando in cerca della via, avvolti dal nembo di polvere e di crocchiantelapillo. Rosse faci, simili ai saltellanti fuochi fatui delle maremme, erravano e sparivano; e d'ogni parte orrende figure, simili alle larve del Tartaro e allo stuolo delle anime che gemono, quand'esse passavano, il torrente di fuoco fuggendo in mezzo al vapore gorgogliante, andavano a tentoni, correvano e precipitavano nella fuga e nella lotta disperata.E come tutto fu spento, nella sala si vedeva fiammeggiare tranquilla una delle lampade, come scintilla un astro nel buio delle nuvole. Poichè dalla catena del candelabro essa cadde giù contro una sedia che la trattenne, e lì rimase sospesa, trattenuta dal braccio della sedia metallica, la luce vivificante di Pallade. Ed Euforione la prese disperatamente, la sollevò nella destra e subito corse via con un grido rimbombante.Pure qui tu indugi, o Musa, e con profonda mestizia abbassi il tono della lira; mostri il tuo capo nella polvere azzurriccia, che ancora fa rabbrividire i posteri nella sala di Arrio, e lo pieghi cogitabonda e taci.

Canzone, prima che tu t'allontani con la mutevole lampada della vita, va', mostrati lieta in mio nome ai lontani amanti e dispensa corone di dolce ulivo e così parla: «Salute a voi, o nobili e pochi! Voi alimentate sempre nel petto le fiamme ideali e fuggite la vanità e le tristi consuetudini del giorno. Non vi manchi mai la luce nella vita, mai la gioia del cuore. Alla vostra casa fiorente batta sempre propizia l'Aurora e v'introduca nella casa le Ore celesti. Ed alle feste siano invitati come ospiti gli Dei, per distribuire i doni dell'amore ed esaudire i prudenti desiderî».

Deserta era quel giorno Pompei ed oscura nella festa di Ione, l'aria cupa ed il mare come spento nell'afa plumbea. Senza vampe il Vesuvio, e il suo capo era velato da una nube fulva, che il vento del sud spingevain alto verso il cielo. E come se errasse il Sonno per le vie e le case di Pompei, sembravano irrigiditi la città e il lavoro dei solerti cittadini. Non un rumore risuonava dal porto, nè nel mercato, nè nell'officina come altre volte, quando il pieno giorno incitava gli uomini al moto: così incombeva l'aria e l'accidia del vento che snerva.

Pure chi a passo premuroso fosse andato nel sobborgo Augusto Felice, accanto a quei palagi e lungo i frondosi giardini, si sarebbe soffermato subito alla casa di Arrio ed avrebbe origliato lungi nei portici, tutti ornati di nastri e fiori. Alto vi giubilava il canto, cui si mischiava il suono allegro dei flauti lidî e il tintinnio del metallo e delle arpe sonore. Garzoni in vesti variopinte e graziose fanciulle si vedevano agili portare le vivande attraverso il fitto delle colonne. Ed echeggiava sensibilmente un ronzio dalle aperte sale, dove, appoggiati su cuscini e su coltri di Tiro, uomini e donne accomunati si divertivano a banchetto, festeggiando il ritorno di Ione insieme col lauto trattamento di Arrio.

Euforione se ne stava adesso nell'atrio, cupo origliando ai suoni delle festa, solo, in preda ai pensieri del suo cuore. Intorno s'aggiravano i compagni, i maestri di utili arti, l'orgoglio di Arrio e il fior fiore delle magnifiche officine, ch'egli aveva di persè stesso anche accresciuto, dopo averlo ereditato dal padre; perchè tutto quel che di meglio ciascuno potè modellare con premurosa cura, gli parve ora giusto di consacrare alla festa ed agli ospiti degni. Tutti, cautamente, tenevano nelle mani dinanzi a sè un lavoro artistico, chi un'immagine a mosaico, chi un vaso con le anse, un altro gioielli scintillanti e collane di rossi coralli; l'uno un tessuto filato in oro, questi le gemme che abilmente scavò nel sanguigno diaspro di Cipro ovvero nel crisolito e negli strati dell'onice leggiadra.

Ma Euforione se ne stava, pieno di grazia, nella turba dei molti compagni, con le mani appoggiate all'alto candelabro, al suo incantevole lavoro; perchè questo, messo da lui in disparte, spiccava come un enigma, ravvolto in una nivea tela di lino. In tutto ei sembrava mutato e la sua nera e ricciuta chioma si levava liberamente su gli altri, con una tranquilla serietà. E non parlava, per quanto tutti, avidi di desiderio, mormorassero fra loro, sperando ognuno la ricompensa, sia della libertà, sia d'un dono qualsivoglia. Nel petto però gli batteva spesso il cuore come in estasi, quando risuonava il melodioso nome di Ione; allora gli pulsava più rapido, ma subito frenava la piena del sentimento, parendogli già di essere a bordo della navedi Serapione e di vedere le onde giù correre frettolosamente all'estraneo lido.

Passavano le ore per quelli che ivi aspettavano ansiosi enumerando le fasi della festa: mimi e cori di danzatori in giro si vedevano andare e venire; quand'ecco si accostò ammiccando l'ordinatore Peisandro, e subito introdusse nella sala i volenterosi uomini coi doni. Com'essi entrarono, mettendosi in fila lungo le rilucenti colonne, gli sguardi del giovane corsero ben presto sulla sala, ed ei vide presso il padre Arrio la figlia maestosa: severa e seria ella lo guardò coi neri occhi.

Ad un tratto con queste parole si rivolse agli ospiti il magnifico padron di casa: «Vedete, o amici, i figliuoli di Dedalo si son presentati per offrire doni alla festa, le pregevoli opere della Grazia. Orsù avvicinatevi, o uomini, e mostrate come anche nella mia casa Pallade Atena abbia compiuto con arte cose belle ed eccellenti. E ciascuno a cui sarà fatto dono mi esalti, lodandomi di avermi saputo asservire lo stesso Fidia e Zeusi».

Disse, e i giovani presentarono le graziose opere della bellezza, che il padrone distribuì in dono agli ospiti. E intorno passavano i regali: con compiacenza lodavano gli uomini e le donne ora urne magnificamente ornate e vasi d'alabastro, ora nappi da belletto e specchi di bronzo ben cesellato;volentieri essi lodavano fermagli e corni con allegoriche e gioviali figure, ovvero vasi d'oro e di ambra artisticamente levigata.

A un tratto Ipato, fanciullo ancora negli anni, eppure assai pratico a dipingere sulle tavolette i miti del poeta ellenico, portò un quadro a colori, un grosso quadro lumeggiato. Se non che questa volta non gli era riuscito — così appariva — ed Arrio allora increspò torvamente la fronte e disse con accento di rimprovero: «Troppo giovane ancora tu sei, o Ipato; veggo dal quadro che tu preferisti dipingere l'orrido, la città di Troia divorata dalle fiamme. L'artista smorzi moderatamente le tinte spaventevoli, pio sappia scansare le Furie e non mai ci sveli nell'opera il capo di Medusa: no! le figure non dimostrino se non un dio liberatore degli affanni».

E appena ebbe detto queste parole, che gli ospiti origliando guardarono fuori pieni di meraviglia — libera si stendeva agli sguardi la superba contrada, libero il Vesuvio — e s'udiva rimbombare il cratere del monte e scrosciare cupamente, quand'ecco una fiamma rapida come vortice guizzò nel cielo. A riprese mugghiavano dei forti scoppi e si riversavano nuvole di fumo e tenebre. E l'aria diveniva fulva, scendeva come un rosso crepuscolo, ricoprendo di densa luce la campagna e le onderibollenti del mare. D'un subito tutto s'acchetò e tacque l'ansante cratere che fumava.

«Non abbiate paura del monte, gridò Arrio; anzi esso offre uno spettacolo alla festa, e già nelle sue viscere lo rode la rabbia. Batta pure imperversando il terremoto con pie' di bronzo, rimbombi pure cupo; afoso ahi! e soffocante spiri il vento sud; no! non abbiate paura del monte; noi già conosciamo il modo d'agire del vecchio: per la collera gli si gonfia a un tratto la rossa vena della fronte, ma poi tosto sorride di bel nuovo pacato. Intorno al mento gli aleggiano tenere aurette, e le Ore e Bacco e Pomona e Cerere, la seducente madre, gli cingono con rose il ginocchio. Versate libagioni di vino, o amici, al padre Vesuvio».

Disse e spruzzò del vino al Vesuvio e insieme con lui ne spruzzarono anche gli ospiti, e continuarono a parlare con gli occhi rivolti al fosco cratere, temendo le rinnovate scosse di terremoto, la lava e la rovina delle pianure. Ma ben presto il vino cacciò via la preoccupazione, svelto circolò il boccale del mulso e come coppieri andavano intorno lo stesso Bacco ed Amore.

«Guardate Euforione! gridò Arrio di nuovo. Guardate lì il migliore che se ne sta dietro ai buoni. O come mai tu indugi tanto,o garzone! Orsù, avanti! che cosa di giocondo tu porti quest'oggi alla festa?»

E tutti lo contemplavano, vedendo come il grazioso giovanetto, nel fascino fiorente della giovinezza s'avanzasse d'un'andatura virile. Le donne bisbigliarono molto fra loro, le ragazze lo guardarono ed anche Ione guardò commossa, mentre le palpitava il cuore nel petto.

«Fosco s'è fatto il giorno, disse ben presto il garzone, la notte già s'avvicina; io porto la luce!» Ed ammiccando fe' cenno agli schiavi di portare dal lato suo l'opera velata, sollevandola sulla tavola. Allora intorno sedettero ad aspettare gli ospiti silenziosi, dallo sguardo interrogatore. Con tremule mani ei tolse il niveo panno di lino, e ne uscì fuori la forma slanciata e scintillante dell'opera dell'arte, bella come il fiore dell'aloe che spicca nella corona delle foglie, sporgendo il pomposo gambo dall'aureo frondame. La bellezza fiammeggiava all'intorno e lungi risplendeva il bronzo simile al sole. E risuonò un grido di gioia, sonoramente applaudirono le donne e di bocca in bocca corse un'esclamazione di meraviglia.

Ma Euforione se ne stava lì presso il suo lavoro, con grazia s'inchinò davanti a Ione e disse: «Salute alla figlia di Arrio! La quale, ritornata fra noi, come attiva padronacomanda nella sala e da vera massaia provvede a distribuire dalla pienezza della casa. Non le manchi mai la luce nella vita, mai la gioia del cuore! Risplenda lungamente per lei e anche fino alla più tarda sera questo bronzo. Ma il suo ritorno alle pareti domestiche sia come un araldo banditore di benedizione!» Disse, le s'inchinò profondamente e se ne stette rispettoso con gli occhi bassi al suolo. Pure una rapida fiamma divampando salì alle guance della fanciulla; nella sala d'intorno esultava il grido di plauso, e tutti gli ospiti si precipitarono, elogiando, verso il candelabro.

E Silvia, la figlia dell'edile Vetranio, esclamò: «Con quanto significato e con quanta bellezza l'ha ideato l'artista! Ben sarebbe orgogliosa del dono la stessa Giulia, la figlia dell'imperatore Tito!» E con voce sonora alto gridò Pansa: «Che bel colpo d'occhio! Il bronzo sembra davvero lavorato dallo stesso Efesto! O divin garzone, tu mi sei fra gli artisti un re!»

Allora dal sedile si levò Menandro, l'eccellente maestro dell'arte plastica, al quale la Musa non aveva mai concesso i suoi doni con iscarso favore; molte statue infatti di Dei egli lavorò nel marmo e molte opere scultorie pose nei templi delle città campane. Se non che, invido del lavoroaltrui e piccolo, della figura di Esopo,[6]covava l'invidia nell'animo e la brutta serpe della gelosia. Ora sarcastico incominciò con stridula voce: «Come mi son facili alla lode gli uomini, quando qualche cosa di luccicante abbaglia i loro ingenui occhi! No! non più mi state a lusingare, o amici, il magnifico padron di casa, altrimenti ei ci rinchiude tutti, artisti e lavoratori insieme, nell'officina degli schiavi!.. Oggi ognuno si chiama artista, dopo aver fatto un vaso nitidamente orlato, tripodi, lampade e tazze e stoviglie di bronzo. Chiamate voi già divino e celeste meraviglia a vedere tutto quel che serve soltanto all'uso quotidiano, e mi nominate già arte quel che mestamente eseguì uno schiavo con l'animo stretto dal bisogno? E che cosa allora resterà per noi degno di un onore conveniente, se hanno lo stesso valore per la gente avvezza a lodare una pentola, una lampada ed una immagine di Giove seduto sul trono?!»

Così disse il censore, ed Euforione ascoltòle parole che gli umiliavano l'arte ed il lavoro nell'anima innamorata. Ma nella collera gli sobbalzò il cuore nel petto, rapido corse all'opera sua vilipesa, poggiò la destra tremante sulla base inargentata e ad alta voce disse: «Le parole ingiuriose ed offensive che tu, o Menandro, hai testè pronunziato non possono ridondare a onore d'un uomo celeberrimo. Gli Dei distribuiscono la felicità terrena, ma non sempre una nascita libera rende felice l'anima insieme col corpo: spesso essi legano alcuni di animo libero ad una schiavitù indissolubile, ma prestano invece intorno al cuore dello schiavo le ali olimpiche, volentieri mandandogli la Musa a consolare l'anima sofferente, perchè lo accomuni ai migliori dei mortali ed ai saggi. Ed anche a me dette molto la Musa, essa mi dette l'amore al bello che redime, il senso per penetrare nelle forme e per imprimere modellando anche nelle cose piacevoli un forte contenuto. Libero anch'io sono come te, sappilo bene, o critico sgarbato, libero parlò al mio cuore il nume che dentro vi alberga».

Così gridò egli nella collera e cercò gli occhi di Ione.

Tutti l'ammirarono e gli schiavi se ne stettero ad origliare intorno ansiosi; allora con un secreto cenno lo animò Pansa ed Euforione proseguì il maraviglioso discorso:«Chiami tu questo un volgare e triste bisogno quotidiano? È un lavoro manuale, oh bene! ma è anche arte che diletta gli uomini, perchè, come il nume bifronte, esso pure ha un duplice aspetto e graziosamente riunisce in sè il buono ed il bello. Due mondi preziosi sono assegnati all'anima degli uomini: da una parte essa assurge all'infinito, compagna degli Dei celesti; dall'altra, compagna della polvere, spazia nel finito; varia è la sua abitazione, e un tempio ed una casa le sono egregiamente preparati per dimora. Salute a te, cui la Musa die' l'arte che plasma gli Dei; nel tempio essa governa sublime e desta alla luce l'anima ammutolita. Austera è la sua figura, muta e solinga essa impera quaggiù, come la divina necessità e il Fato dallo sguardo grave. Ma l'arte gioconda che io esercito, si spazia bellamente nel mezzo della vita, nella terrena e socievole casa. Essa è sorella alla tua e si scambiano entrambe i doni: la tua presta alla mia la maestà, la grazia e l'eterea chiarezza, ma la mia le regala la pienezza della forza e la gagliarda virtù. La forma che tu hai annodata, la cara arte mia la scioglie di nuovo e dà libero corso a Fantaso, l'incantevole ed astuto dio dell'invenzione. Essa origlia sempre al giuoco della natura, da cui prende in prestito la forma, e graziosamente adatta l'effige animale alla pianta e alla stessaforma umana, spiegando sensibilmente il fenomeno intrigato ed enigmatico della vita. È anche bello tutto ciò che di finito la vitale necessità ci offre, quando l'uomo animato l'afferra e lo modella in plastiche forme, imprimendo alla materia greggia lo stampo della divina libertà, in modo da divenire per lui stesso un celestiale godimento il bisogno quotidiano. Sì, chi chiamerebbe a ragione ignobile e misera quest'arte che nelle pareti domestiche così propizia governa come un'economa? Tutto ciò di cui la vita ha bisogno per godimento e per conforto del cuore, essa tocca con le mani che sanno trasformare in leggiadre figure. Anche ciò che è ordinario sa rendere raro, e prezioso ciò che è comune, piacevole la necessità, e per lei l'abitudine diventa un attraente poema. Ecco, essa offre i frutti di Pomona in preziosa tazza, versa il vino dalla brocca orlata di figure nel corno da bere e presenta allo sguardo la rosa purpurea in tenero cristallo. Inoltre, sospende il lume al candelabro modellato con arte molteplice, perchè a doppio piacere rianimi e ridesti gli spiriti. Guardate così questo svelto lavoro! Quando l'olio esalante ne ha impregnato ogni lampada ed esse splendono all'intorno come una pensile ghirlanda, non brillerà forse ai lieti visi e alle sagge conversazioni, ovvero alla danza scrosciante e al suono giubilante deiflauti? Per lungo e lungo tempo risplenda di gioia questo candelabro! E sia una sentinella al banchetto ospitale e lungamente per te, o Ione, un messaggio di felicità e d'innumerevoli feste!»[7]

Ciò disse e tacque. Amore gli aveva fortemente attizzato la fiamma della parola nel petto con gli sguardi entusiastici della fanciulla. E finì così il silenzio di ammirazione; intanto si udiva fremere il rimbombo del Vesuvio, quand'ecco si levò un grido di giubilo: dalle chiome si sciolsero le donne le ghirlande inanellate, le gettarono su di lui, e come avviene a chi contempla la sbocciante primavera, quando dai rami di pesco lo zefiro spazza via la fioritura, così s'intrecciarono attorno al giovane e caddero le agitate corone, mentre sullespalle, intorno al capo scrosciava la pioggia di fiori. Ed egli confuso apparve ancora più bello coronato di fiori, simile a un celeste nei tratti: ognuno lo guardava con gioia. Ma Menandro nascose tra le labbra il suo tacito malumore, levò in alto la mano e fissò Arrio con occhio interrogatore.

A ciò Pansa: «O socratico garzone, ti benedica Apollo! Tu hai ben parlato; vieni domattina alla mia villa, perchè ti versi dell'oro nelle mani; ed Arrio saprà bene offrire all'eccellente giovane un regalo che gli farà maggior piacere».

Allora gridò lieto Arrio: «Oh! accendete subito le lampade, le artistiche lampade, in onore di colei che è ritornata! Come un genio, come un genio amico c'è venuta oggi la luce, perchè l'aria già si annebbia e la notte scende più presto del solito!»

Ma subito Ione: «A me sola conviene, o padre, a me sola s'addice consacrare le lampade con le mani ospitali, e non deve alcun dito umiliante toccarmi l'opera divina!» E s'alzò; il solerte fratello le porse l'orciuolo dell'olio, ed essa lo versò nelle lampade, mentre leggermente le tremava la mano. E con un lume acceso, simile ad Amore, se ne stava a lei dappresso l'incantato giovane, aspettando con gli occhi sorridenti. Non appena ogni lampada si fu imbevuta di olio, egli porse subito alla sorella la candela fra le mani, ed essa conlo spirito presago non fallì, chè prima accese l'elegante lampada di Oneiro, poi l'attraente lampada di Psiche e di Amore, indi quella di Pallade e finalmente la lampada ultima della Morte.

Come è sospeso al cielo nella notte di ambrosia il sublime Orione con la splendida fascia, quando sul mar di Sicilia dolcemente lo guidano le Ore, e quando già s'appressa la rosea Alba e un crepuscolo tremula intorno all'immensa e nevosa cima dell'Etna, così fiammava ora il candelabro nel tremulo crepuscolo della sala da festa, e sul volto di Ione volava come uno sprazzo d'oro lo splendore del lume, trasfigurandola.

E risuonò un grido di giubilo, sonoramente applaudiron subito le donne e corse di bocca in bocca un'esclamazione di maraviglia. Ma un coro di cantori, che era nascosto dietro le colonne, dolce intuonò un'armonia che gonfiò di gioia il cuore di tutti.

A ciò disse Giulia, la sposa dell'eccellente Balbo: «Come armonizza bene il candelabro col suono dei flauti e coi canti! Come se gli si muovessero in giro all'intorno le figure di bronzo, esso agita delle tremule danze; eppure non ne intendo appieno il senso. Chi sa interpretare queste lampade? Sono ben scaltri gli artisti, chesempre avvolgono negli enigmi le figure delle loro magiche mani!»

«Giusta la tua osservazione, o bella, gridò Arrio, ed anche a me non riesce chiaro il senso. Ma tu ce lo dirai, o cantore Ismeno, poichè invero solo il poeta maneggia la chiave dell'arte, il poeta che è un re dominatore degli spiriti: mai la pietra silenziosa gli nega la sua voce ed egli desta al canto persino il bronzo irrigidito».

Assai volentieri s'accostò quindi il vecchio Ismeno, che il padre di Arrio aveva adottato in casa; argentea era la sua barba e bianca la chioma, e il dignitoso capo già ricurvo per la stanchezza della vita. Affabilmente ei cominciò subito: «Difficile cosa tu m'ingiungi, o nobile Arrio. Spesso anche l'uomo più colto sbaglia dinanzi all'idea del poeta, chè la segreta e misteriosa anima degli artisti profonda s'immerse nel getto fluttuante del bronzo. Perciò, se la mia parola sbagliando non desta alcuna eco nel bronzo, perdona, o maestro! poichè è estraneo a noi il pensiero degli altri uomini». E con le mani salutò l'amico; i due spiriti eccellenti se ne stavano presso la bella immagine come la primavera e l'inverno insieme.

«Con arte e con sapienza veggo qui modellata nel bronzo, disse Ismeno, l'immagine della nostra vita e la danza delle Ore. Graziosamente la prima Ora incomincia lasua: noi la chiamiamo fanciullezza. Essa s'accosta con incanto e soavemente con la fiaccola scintillante del Dio del sogno intreccia le sue melodiche danze intorno alla culla del bimbo. Ecco, il dormiente si desta, allora vengono le favole e le fiabe, gli allegri giuochi, e lo sciame dei sogni scherzosi introducono nella vita il bambino a divertirsi con beati trastulli. Nella tranquillità questi sogni assumono delle forme presso il suo cuore origliante e gl'intessono segretamente all'intorno un mondo che comincia a svilupparsi nelle immagini. Pien di presentimento si sviluppa il piacere e più tardi anche il tetro dolore, e germoglia il desiderio e la sorte riposa nel germoglio. Ma ben presto se ne torna in fretta verso il cielo l'Ora della fanciullezza, che ha compiuto il suo tempo.

«Vedete, s'accosta l'altra, Agitando la fiaccola dell'amore, danza nella vita la bella Menade, l'Ora della gioventù. Essa porge al giovane la coppa spumante del piacere e del desiderio, e dalla terra gli si dischiude un lembo di cielo. Non s'indugia nella polvere terrena, l'umanità gli sembra schiava e pigra; egli vola col sibilante cavallo aereo di Perseo a combattere i tiranni, ed erra come Icaro beatamente verso la luce, e come Fetonte infiamma il mondo di ardore. Solitaria cammina la fanciulla nella presaga tranquillità del cuore, finchè il nudo numenon le ferisca ad un tratto i sensi, e come Psiche essa cerca il fuggitivo, addolorata fino alla follia. O celestiale ed alata Ora della gioventù, troppo rapida ten vai, illudendoci! Sì, colui pel quale ancora risplende la fiaccola di Amore, è egli stesso un dio! Goda pure l'ora fuggitiva, quell'ora che non arrivano mai a compensare gli scettrati anni della vita, fossero pur mille, che l'uomo trascorre affaticandosi. Una volta sola gli Dei invitano a banchetto il mortale, ma Icaro e Fetonte precipitano in un attimo dal cielo, tramontano le speranze ed i vani desiderî come astri, la vita procede con pie' di bronzo e ammassa tombe su tombe. Anche l'ingannevole Amore getta via la sua veste sfolgorante e ci lascia nella colpa e nel pentimento l'Ora della gioventù.

«Vedete la terza! Come forte e luminosa spande la sua luce attraverso le tenebre! Bella nella corona di ulivo, la celeste messaggera di Pallade! Qui nell'uccello notturno si lasciò artisticamente indovinare il modellatore. In alto l'Ora solleva l'uomo dal falso sentiero della scompigliata gioventù e lo introduce tranquillamente nell'apparecchiata officina della vita, che la donna, propizia adornandola, gli assetta con amore operoso. Pallade gli apprende la saviezza e le opere espiatrici del lavoro, e piamente gli limita la sensibilità con la forza e con la sacra prudenza. E a lungos'intrattiene la Dea, ben volentieri essa benedice all'uomo beato il cuore di Dedalo e le mani che incessanti lavorano. Ecco, già si ammucchiano le buone e le belle opere e così si accumula una grande eredità da nutrire i figliuoli; a un tale uomo non piace che quanto è duraturo, la simmetria armonicamente ordinata delle forze che agiscono sul mondo. Ma nel petto gli riposa il destino che gli Dei decretarono.

«Salve anche a te, o fiaccola della morte che scioglie la vita! Esausta si piega giù la mano e calmo riposa il cuore dopo la tempesta degli anni, senza che più s'agiti un desiderio od una speranza. Verso terra s'inclina il capo, quand'ecco si accosta ieraticamente Eirene, e con lei viene la ricordanza, la velata madre dei sacri dolori; ritornano le Ore da lungo tempo scomparse, con dolce saluto di lontano esse appaiono allo sguardo come le vele del mare, trasfigurate dal sole che tramonta. Ma con mestizia le contempla il vecchio e con profonda meditazione rivolge lo sguardo indietro alla vita e ai suoi gustati beni, e volentieri accoglie ora dagli Dei la morte, come il supremo dono. Così un giorno possa accostarsi anche a te con volto amico la morte, o Arrio, tardi nella notte porporina, quando sia già terminato il filo della tua vita. Ma il mio cuore anela la sua patria, sempre più calmo esso m'è divenuto ed ame pare come se qui d'intorno mi frusciasse l'ala della morte».

Così il vecchio. Dagli occhi suoi caddero le lagrime della malinconia. E come se per il mondo si fosse diffusa la calma della sera, onde rabbrividisce dappertutto la campagna e tacciono i canti nel bosco, così tutto si chetò nella sala: non una parola, non un bisbiglio si udiva. All'intorno serpeggiava il raccapriccio come il passeggio della morte, ma a volte rompeva il silenzio un rimbombo qual dei carri strepitosi della battaglia campale e s'udiva in pari tempo il ruggito delle tigri e dei leoni, che la città custodiva nelle gabbie per la lotta dell'arena, cupo e lontano, come sulla sponda del libico mare di sabbia s'ode nella tranquillità della notte echeggiare il ruggito delle fiere.

«La parola che dicesti, o vecchio, gridò Arrio alla fine sbalordito, risuonò ottenebrando la gioia; pure sappi che la Parca continua a filare benignamente nella nostra casa delle fila dorate».

Senonchè Ismeno guardò calmo verso il Vesuvio e disse: «O fortunato colui al quale parve nella vicenda dei tempi che le Ore avessero tutto compiuto! Ma fluttua e ondeggia la vita dietro leggi oscure. Alla cieca l'uomo oscilla nel dubbio come la canna, e alla notte oscura solo gli Dei annodano per lui il giorno. Così all'apparird'ogni giorno se ne stia l'uomo devoto e pronto a ringraziare e consideri maravigliando il celestiale incremento della vita, come un dono della fortuna, sul quale giammai ha contato».

Disgustato riprese Arrio: «I vecchi cantano alla morte sempre il loro canto del cigno; poichè ad essi il tempo spense la fiaccola dell'Amore. Questo roseo ragazzo sen vola rapido, e non mai appare al cospetto dei vecchi; egli si cerca una preda migliore; Bacco però inghirlanda sempre di edera le bigie rovine. Vecchio, e come hai potuto dimenticare completamente il fido amico, che sulla tersissima base ha modellato l'artista per richiamarcelo alla memoria? Ecco, quella base significa la terra tutta inghirlandata di grappoli, e, araldo del piacere, sulla magnifica pantera si eleva Lieo, con in mano il suo corno splendente come la luna; perchè la natura non ci ha chiamato a vivere nell'indigenza, ma bello ci ha apparecchiato il mondo alla festa della vita fuggitiva. Goda dunque l'uomo; rapide passano le ore e più rapidi folleggiano i piaceri, come le rapide rose dell'amore. Condite, o ospiti, il vino! e qui a me si arrechino freschi fiori, perchè l'aria ci ha fatto appassire le corone sulle tempie». Disse e versò il falerno nel corno e ne offrì al vecchio.

«Se qualcuno può uguagliarti, o divino,aggiunse l'altro, è necessario ch'egli sappia offrire agli ospiti meravigliati il fior della parola. Una cosa sola ti è sfuggita, il fiammeggiante altare che Euforione ha qui modellato, al sommo della base. E chiuda il nostro discorso anche l'allegoria dell'altare: gli Dei bramano i sacrifizi, accostisi perciò il mortale volenteroso ai loro altari, pensando come presto fugga l'ora, acciò gli si conservi la luce e la gioia nobile e moderata!»

Così il vecchio; Euforione lo strinse affettuoso fra le braccia, profondamente commosso. Lucido splendeva il candelabro, sembrava il genio della vita terrena, vivificato dalla parola del sublime cantore. Nessun lume scintillava ancora nella sala, esso soltanto risplendeva lontano. D'intorno sedevano come ombre gli ospiti che, taciti e seri, guardavano le lampade. E Ione fissava incantata ora il bronzo, ora lungamente gli occhi dell'amico; e nel profondo del cuore agitato entrambi sospiravano di stringersi le mani. Quand'ecco si levò dalla sedia, col suo bel volto raggiante e sospiroso, coi neri occhi irradiati dallo splendore dell'alto sentimento, con le mani sollevate essa gridò come l'indovina: «Se al nobile s'addice il nobile, anche all'opera sia nobile la lode! Libero quindi sen vada l'uomo che gli Dei elessero araldo della loro luce immortale, anche lui onorino gli uominicome gli Dei. Libero ora tu sei, o Euforione, libero e sciolto dalla condizione di schiavo!»

E subito ricadde sul guanciale l'impallidita donzella. Allora il padre la contemplò e gli ospiti stettero ammirati ad osservare com'ella sembrasse convulsa ed agitata nell'anima e nel viso.

Come rumoreggiando il lampo dinanzi agli occhi di un uomo sbalordito guizza giù pel cielo nella terra crassa di vapori, così ora questa parola penetrò nell'anima di Euforione, ed egli vacillò, indi stette con lo sguardo verso il cielo, poi nascose il capo fra le mani e con profuse lagrime si buttò ai piedi di Arrio.

E vide piegarsi verso di lui il volto amico di Arrio, quand'ecco si fecero fosche le tenebre in un momento, fosche oltre ogni dire! Come se il mondo si spaccasse, dal Vesuvio si scatenò una bufera: il vasellame precipitò tintinnando, con fragore caddero le tazze e con rombo profondo risuonò anche il candelabro di bronzo, stramazzando giù nella sala, mentre all'intorno volavano schegge di marmo. Lontano rotolarono le lampade, sfuggite alle lacerate catene, facendo diguazzare l'olio in esse contenuto, e guizzavano le fiamme nella notte.

E un alto e orrido grido echeggiò nella sala, selvaggio come il capo di Medusa stava il rosso Vesuvio. Con fragore scoppiòil monte, e una figura di fuoco usciva dalla voragine, come il turbine del mare, e lambiva l'etere con le fiamme. Aveva l'aspetto di un pino, così s'inarcava una volta gigantesca di fiamme e cresceva, finchè ad un subito non s'agitò un rabbioso uragano di fuoco e con rimbombo sprofondò nelle viscere dell'urlante cratere.[8]E a un tratto una fosca caligine, con cupi fragori gorgogliava e ribolliva il fuoco interminabile, si sollevava di bel nuovo rapidamente, s'aggirava in vortice, e volavano i massi incandescenti come astri e come lune, d'uno splendore fantastico, come un esercito tuonante di comete che con la coda piena di scintillio sferzavano l'aria che mandava dei gemiti, finchè non si riversavano simili ad una spaventevole grandine di fuoco. Rosso come il sangue spumeggiava il monte, vomitando un'onda di metalli, e ne rotolavano cascate di fuoco e ardenti cateratte di lava.

Oscurità profondissima — e nera al cielosi levava la polvere. Scrosciando come pioggia cadeva e ricopriva la fumante città, sì che questa si dileguava allo sguardo; soltanto orride luccicavano le torri mandando vampe, e lottavano contro il fumo e il buio della cenere. Alto or mugghiava il mare, spaccandosi nel fondo, e rovina si assommava a rovina e s'alzava polvere su polvere nel nero orbe terrestre. Così in un subito precipita giù nella valle una catena di monti per il terremoto che tutto all'intorno sconvolge, così turbina il vorticoso caos della nera polvere, sì che tutto si offusca il cielo e versa sulle case e su gli abitanti fuggiaschi una pioggia interminabile di sabbia infocata, come ora scrosciava la cenere e fremeva e strepitava con fracasso, scorrendo simile al mare, rovesciando le porte della casa di Arrio.

E discese nella sala la notte flegrea e la morte versava la cenere nei bicchieri. Tutta l'aria buia si riempì di zolfo soffocante. E un indicibile grido di dolore echeggiò all'intorno, spaventevole; selvaggia si udiva la voce di Arrio, di Pansa, le stridule voci delle donne e degli uomini fuggenti; terribile era il grido di Euforione, mentr'egli, errando a tastoni lungo le colonne, faceva echeggiare del nome di Ione tutta la casa avvolta dal fumo. E qua e là cadevano e sporgevano le mani frugando in cerca della via, avvolti dal nembo di polvere e di crocchiantelapillo. Rosse faci, simili ai saltellanti fuochi fatui delle maremme, erravano e sparivano; e d'ogni parte orrende figure, simili alle larve del Tartaro e allo stuolo delle anime che gemono, quand'esse passavano, il torrente di fuoco fuggendo in mezzo al vapore gorgogliante, andavano a tentoni, correvano e precipitavano nella fuga e nella lotta disperata.

E come tutto fu spento, nella sala si vedeva fiammeggiare tranquilla una delle lampade, come scintilla un astro nel buio delle nuvole. Poichè dalla catena del candelabro essa cadde giù contro una sedia che la trattenne, e lì rimase sospesa, trattenuta dal braccio della sedia metallica, la luce vivificante di Pallade. Ed Euforione la prese disperatamente, la sollevò nella destra e subito corse via con un grido rimbombante.

Pure qui tu indugi, o Musa, e con profonda mestizia abbassi il tono della lira; mostri il tuo capo nella polvere azzurriccia, che ancora fa rabbrividire i posteri nella sala di Arrio, e lo pieghi cogitabonda e taci.


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