Chapter 6

Pompei, la storica e infelice città della Campania, ha sempre esercitato sugli animi degli artisti un'attrattiva affascinante di maga. Difatti, quelle zolle arrise dal sole e irradiate dalle sovrumane bellezze della natura, su cui, in un momento d'ira, il Vesuvio osò riversare la piena del suo mal contenuto furore, riducendo in un mucchio di rottami e di polvere quanto prima era stato rigoglio e splendore, presentano all'occhio dell'artista tale un interesse, ch'ei non sa, nè può distaccarsi dall'oggetto della sua contemplazione, senza riportarne una impressione profonda di meraviglia e di magnificenza. Giacchè, dinanzi alla sua accesa fantasia sfilano, come attraverso a un caleidoscopio, immagini e figure che un dì popolavano quel sito delizioso: ed il pensiero, con audacia pari alla sua forza, sormontando le barriere del tempo e dello spazio, raccoglie e ricostituisce, nella universalità della sua comprensione, gli avanzi dell'età passata e, al lume della storia, rianima le spente sembianze affacciantisi all'orlo dello smosso sepolcro, mentre, quasi soffiandovi dentro, v'infonde vita, calore e sentimento.A questo fenomeno d'irresistibile seduzione magica, che assorbe e rapisce gl'ingegni, va dovutala ricca fioritura di romanzi e poemetti, inspirati dall'idea d'intrecciare, qual più qual meno, gloriosi fregi e corone intorno al nome immortale di Pompei.Si tratta di far rivivere la civiltà trascorsa, cómpito invero assai arduo, come quello che richiede la piena ed esatta conoscenza di ciò che chiamasi ambiente storico. E a tal uopo, o librandosi in alto sulle ali della loro bizzarra fantasia, inventando così situazioni ed intrecci, o pigliando le mosse da qualche opera d'arte, venuta fuori alla luce del sole dopo tanti secoli d'oblío, e allargandola e sviluppandola nei suoi varî atteggiamenti, i poeti — nel senso più ampio della parola — ci trasportano col pensiero ai tempi passati, ci riproducono, in mezzo a scene caratteristiche, le passioni e le lotte che un dì agitavano e laceravano i cuori dei figli della Campania, indovinano e quasi vogliono strappare alla polvere il segreto di ciò che avveniva dopo l'immane catastrofe della città.Così ilPompeidi Augusto Vecchi, gliUltimi giorni di Pompeidi Eduardo Bulwer, l'Arria Marcelladi Teofilo Gautier, l'Euphoriondi Ferdinando Gregorovius ecc.Di quest'ultima gemma dello storico di Roma medioevale, che io qui presento modestamente tradotta in italiano, piace discorrere un po' più da vicino, perchè si vegga se e fino a qual punto l'autore sia riuscito nel suo intento.Giova però, anzitutto, qui riprodurre il giudizio che ne dà il Sogliano nella sua rassegna dei tentativi fatti per ricondurre ad una piena vita gli antichi abitanti di Pompei: «Meno noto degliUltimi giorni, ma non meno felicemente riuscito parmi l'Euphoriondi Ferdinando Gregorovius... il traduttoredi Giovanni Meli. È un grazioso poemetto in quattro canti, la cui azione si svolge in Pompei, nella famosa casa di Diomede... I quattro canti sono intitolati Oneiros (sogno), Amore e Psiche, Pallas Athene (Minerva) e Thanatos ed Eirene (morte e pace), dalle figure che ornano il candelabro, eccellente lavoro di Euforione, e che forma il pernio del poemetto».Come ognun vede, un'opera d'arte, e non certo delle più fini ed eleganti, è quella che sorprende e colpisce il Gregorovius, commovendolo a tal segno da fargli creare tutta una serie di situazioni e di intrecci, armonicamente disposti e collegati fra di loro. Si direbbe quasi che la fantasia dell'artista vada scovando fin là dove occhio umano non giunge, o se mai passa indifferente, gli elementi meno noti o meno opprezzati, per materiarli poi di forti e geniali concezioni ed imprimervi un'impronta stabile e duratura di grandezza e splendore. Così come l'alchimista sapeva scoprire le recondite virtù di disadorni metalli, e con l'aiuto di processi e combinazioni ottenerne dei mirifici effetti, pei quali sperava di aver finalmente ritrovato la panacea del genere umano...Il candelabro, intorno a cui s'avvolge la delicata storia d'amore, fu realmente scavato nella casa del ricco commerciante pompeiano, ed oggidì figura in una delle splendide raccolte del Museo Nazionale. Però — il Gregorovius medesimo lo avverte — il bronzo ha assunto una nuova figurazione nella fantasia di lui; come son di sua invenzione le lampade che l'adornano, le immagini che vi si ammirano scolpite, l'idea alla quale debbono prestarsi per afferrare e conquidere potentemente l'immaginazione del lettore.Euphorion— dal nome dello schiavo artefice del candelabro — è un poemetto prettamente simbolico, e l'allegoria v'è profusa a significare come nulla valga contro la forza dell'amore, specie quando nato dall'arte, e come questo sopravviva persino al sepolcro, trovando sempre il modo di riaccendere la spenta fiaccola del sentimento.Omnia vincit amor: è la tesi che poeticamente illustra il Gregorovius, contornandola e abbellendola degli svariati colori della sua tavolozza. Non distinzioni di grado, non vantata nobiltà di natali, non fiere persecuzioni o rampogne, possono rattenere l'impeto di una passione pura e ardente, divampata nel cuore di due giovani innamorati. Che anzi, là dove più palese si oppone la differenza di casta, sembra quasi che talora intervenga di proposito una forza arcana a soggiogare l'altrui ribelle volontà, per sancire con un vincolo indissolubile la comunione dell'affetto e dare così compimento al più bello degli ideali umani. Questa volta è il Vesuvio che trama la sua orrenda congiura contro i diritti della boriosa aristocrazia, cospirando ai destini di Euforione e permettendogli di tradurre in atto un sogno, già da tempo concepito e vagheggiato nella quiete operosa della sua officina.Euforione, lo schiavo artista, ama Ione, la figlia di Arrio, la giovane avvenente ed esperta delle più signorili costumanze romane e della più fine cultura. Nell'intimità del suo cuore, ei che pur si eleva tanto su gli altri suoi simili per ingegno e nobiltà di sentimento, ben s'avvede di perseguire un ideale assai ardito, sol perchè ai piedi gli si attacca plumbeo e grave il mondo e si suole dai beffardi vilipendere il lavoro manuale come qualcosa d'ignobile e servile. Quella tunica di schiavo l'inceppa erattrista e una vampa di vergogna gli sale in volto, mentre però la sua anima si spinge sempre più sospirosa verso la luce... Di natura irrequieta e bollente, facile agli entusiasmi ed allo sconforto, come il suo Icaro che spicca il volo fino all'astro fiammante per cadere poi nella spalancata voragine, ha peraltro fiducia nella bontà del suo padrone, entro le cui vene scorre ancora una goccia di sangue ellenico. E in tal fiducia, nell'agognata attesa dell'ora del riscatto, lavora attorno al candelabro di bronzo per farne un regalo pei festeggiamenti di Ione, benchè di tanto in tanto l'assalga il dubbio e la disperazione...I due giovani pompeiani vissero insieme i teneri anni della fanciullezza, sognarono insieme un mondo di belle cose, nella loro piccina fantasia vagheggiarono ideali di gioia e di felicità, anzi per essi i giorni si svolsero come sempre avviluppati in una vaporosa nube di sogni... Ma quest'età trascorse, ed Euforione e Ione non più si baloccarono coi loro gingilli, perchè una grande distanza dovè separarli, l'uno restando come imprigionato nell'officina di schiavo, l'altra correndo ad attingere il fremito della vita in mezzo alla elegante società romana. Ma già il dio dell'amore aveva scoccata furtivamente la sua freccia, già gli aculei della passione si erano conficcati nei cuori...Ecco il simbolo del sogno che adorna la prima lampada del bronzo.Separato a lungo per imperscrutabile volere della sorte, Euforione rivede, il giorno prima della festa, nello splendore degli abbigliamenti, la graziosa compagna d'infanzia, reduce da Roma. Al suo cospetto, si sente come confuso e resta perplesso; ma Ione, rievocando i dolci ricordi della fanciullezza e lavita agitata vissuta nel rimescolío della capitale del Lazio, ha come un senso di rimpianto per i giorni trascorsi insieme sulle sponde del Sarno e di disgusto per quelli passati fra i rumori della cosmopolitica città. E a poco a poco il cuore le s'intenerisce alla vista di chi l'è dinanzi nella tunica di schiavo, e così, impietosita, arriva fino a svelargli il segreto d'un sogno... Fra le rovine avvolgenti d'ogni intorno Pompei, mentre il mare si distendeva al di sotto come inviluppato in una densa caligine, Euforione le si presentava con due ali arcuate sulla spalla, invitandola a fuggire sui flutti ondeggianti... e lei, afferrata, fuggiva verso lidi lontani...Oh potenza dell'amore precorritrice degli eventi! Chi avrebbe detto che Ione, già promessa sposa ad un ricco pompeiano sceltole dal padre, sarebbe stata invece la consorte invidiata d'un suo schiavo artista, solo per la suggestiva potenza dell'arte?Così Amore e Psiche, le simboliche figure della seconda lampada, intrecciano i loro destini a quelli dei due amici, che l'impari sorte aveva diviso, e pei sentieri della speranza li avviano al conseguimento della pace e della felicità...Anche i rosei anni della giovinezza voleranno via nella rapida corsa delle Ore, ma a conforto dei sogni e delle voluttà per sempre dileguate rimane l'Arte che vivifica la vita, apportando la luce rischiaratrice delle tenebre.Euforione simboleggia appunto quest'arte che, inspirandosi ai quotidiani bisogni, solleva lo spirito alla contemplazione di un ideale più sereno, e lo ritempra alla tranquillità e alla calma necessaria al lavoro, dopo le ansie tormentose e gli ardori delle passioni giovanili. Così, quando i due coniugi avrannobevuto, fino all'ultima goccia, alla coppa dei piaceri, allora, nel tempietto delle pareti domestiche, l'uomo devoto al culto di Pallade Atena intesserà intorno al capo ancora carezzevole della compagna una ricca ghirlanda di artistici fiori, come prova del suo immenso amore e della sua anima libera e forte. E Ione sarà la sposa felice, cui l'Arte presenterà devotamente i suoi omaggi: dall'alto del suo piedistallo, ove salgono gl'incensi dell'adorazione e della glorificazione, guarderà beata chi per lei suda nel bronzo, ed allora gli sorriderà con aria di compiacenza, ammirando riflessa nel viso dei figliuoli l'immagine operosa di lui...Il candelabro è per ispegnersi: già tre lampade non dànno più guizzi. Simbolo delle età dell'uomo, esso accenna all'ultima fase della vita. Dopo i sogni, le follie dell'amore, le intime e secrete soddisfazioni dell'arte, non resta che il soave conforto delle rimembranze. L'uomo si ripiega su sè stesso e rivolge indietro lo sguardo, desideroso di conoscere il proprio passato. Non più stimoli di passioni, non intemperanze, non lotte, non disinganni: tutto è equilibrio ed armonia, e la dea Eirene, la celestiale sorella di Tanato, vi aleggia sopra il suo mite soffio; poi subentra la morte e la vita serenamente finisce...Euforione e Ione pagheranno anch'essi il loro tributo alla Natura: fra le carezze ed i trastulli vissero insieme gli anni innocenti dell'infanzia; separati dalla sorte, sentirono entrambi bruciare nei loro petti il fuoco dell'amore; accomunati dal medesimo destino in mezzo al lapillo crocchiante vomitato dal Vesuvio, voleranno verso lidi lontani, ove coi frutti dell'arte euforionea crescerà su una novella famiglia, allietata dalle allegre grida di bimbivezzosi, finchè non tramonteranno come l'astro benefico del giorno, legando il loro nome all'ammirazione dei posteri...Tale è nelle sue linee generali il poemetto del Gregorovius; un inno all'amore che nasce dall'arte e di arte si nutre e per cui dalla morte stessa balza fuori rigogliosa e sorridente la vita. Inquadrato in una bella cornice di descrizioni ed episodi, lumeggiato dai riflessi dell'ambiente pompeiano che penetra e colorisce ogni menomo particolare, irrigato da una copiosa vena di sentimentalismo che rinfresca e purifica le più riposte fibre del cuore umano, esso mi pare perfettamente riuscito. Si potrà forse obiettare che la vivezza ed il bagliore delle immagini rincorrentisi ad ogni passo conferiscano un non so che di ricercato o lezioso al soggetto, nocendo in parte alla sua semplicità ed eleganza; ma chi vorrà ciò pensare, fa mestieri ricordi che sempre e in ogni tempo la rievocazione di Pompei nella storia della sua grandezza e della sua rovina impennò le ali al pensiero, dette libero varco alla fantasia, sprigionò la favilla del genio, dischiuse tutto un tesoro d'immagini vaporose e iridescenti... E non è senza forte commozione che noi, assistendo allo svolgersi dell'idillio dei due giovani pompeiani, ora udiamo estasiati l'eco dei canti che risuonano lungo la via delle tombe, ora guardiamo esterrefatti il Vesuvio rigido e fiero, che vomita fiamme lingueggianti, ora contempliamo il lusso sfarzoso e gli artistici mosaici della casa di Arrio, ora infine proviamo come un brivido di morte dinanzi alla folla pazza di dolore, che fugge al mare in cerca di scampo, attraverso alle vie già mezzo sprofondate e coperte dalla cenere... E questa commozione, naturalmente, vien determinata in noi dal fatto cheil colorito storico inEuphorionè ben mantenuto: Pompei rivive nelle sue abitudini e nelle sue costumanze, i personaggi sono mossi ed animati dallo spirito del tempo, la civiltà che vi freme dentro è proprio quella di allora.Dove, forse, non si riesce a spiegare, o meglio a giustificare l'assunto del nostro poeta, è nelle lunghe e spesso astruse parlate ch'ei mette in bocca ai suoi personaggi. Che anzi — se non è troppo arrischiato il paragone — a me pare che qui l'autore arieggi la nota consuetudine dei poeti alessandrini, i quali nel corso delle loro opere si dilettavano d'introdurre delle questioni di ogni specie, per ricamarvi poi intorno una ricca e varia trama di considerazioni più o meno originali e bislacche e sfoggiarvi il lusso della propria erudizione.In verità, sorprende non poco che un commerciante stia lì a discutere di arte e a manifestare con acume e profondità di argomentazioni i suoi pensieri al riguardo; così non sembra verosimile che uno schiavo, decoratore di muliebri gingilli e costruttore di candelabri, si allontani tanto dalla realtà cruda che lo investe per fissare da vicino un radioso miraggio di luce, e tanta commozione e tanto entusiasmo provi per l'arte sua manuale, da parlare di fiamma purificatrice, di forza che crea, di lavoro che redime...Anche qui, come del resto in tutta la intonazione del poemetto, si potrebbe riprendere la medesima fosforescenza dello stile, il medesimo colorito lussureggiante della verseggiatura; ma quel che giova notare più particolarmente si è che il Gregorovius tratteggia qui tutta una teoria estetica dell'arte, considerando questa nei suoi principî, nei suoi mezzi e nelle sue finalità. Insomma, egli si vale deisuoi personaggi per introdurre e discutere una questione di per sè stessa già tanto trattata, e riconnette all'ambiente pompeiano quello che costituisce il risultato delle sue ricerche e della sua esperienza. Così, quando l'egiziano Serapione e l'elleno Euforione filosofeggiano su gl'intenti e le aspirazioni dell'arte, sono entrambi mossi dalla mano segreta del Gregorovius, entrambi animati dal soffio potente della parola di lui. Ma questo studio appunto, d'insinuare cioè le proprie convinzioni nello svolgimento tranquillo e sereno dell'idillio, doveva evitarsi per un poemetto, ovvero ridursi entro più stretti confini.A parte però questo neo, che spicca evidente agli occhi del lettore, è bene avvertire che in tutto il resto i caratteri dei singoli personaggi sono ritratti con molta abilità psicologica: Euforione incarna il tipo dello schiavo raggentilito ed urbano, dall'anima libera e grande, che è tutto fede nell'arte sua, nel lavoro delle sue dotte mani. Ione è la giovane passionata e sensibile, niente orgogliosa della pompa che la circonda, e in cui si direbbe che già incominci a spuntare il germe del sentimento cristiano. Arrio è il commerciante arricchito, l'epicureo che guazza nell'oro e crede di annegare nelle coppe spumanti il bieco fantasma della morte, sempre fiero e superbo di una comprata nobiltà; Ion, l'ingenuo fanciullo che pure nello spavento e nella desolazione non sa dimenticare i suoi ninnoli; Menandro, l'immagine dell'invidia che occhieggia torva e sprezzatrice l'altrui lavoro, pronta al biasimo ed al sarcasmo, dove altri ha una parola di lode e d'incoraggiamento; Serapione, infine, — per tacere di qualche altra figura secondaria — l'immagine della vecchiezza intelligente e sagace, che legge nellampo degli occhi del giovane e con fatidica antiveggenza ne vaticina i trionfi futuri...Ora, se si tien conto della difficoltà enorme che si affaccia agl'ingegni nel far rivivere una civiltà passata, cotanto diversa dalla loro — alla qual cosa accennavo poc'anzi — ond'è che molti tentativi miseramente abortirono, come pure dei mezzi che l'arte sa suggerire al Gregorovius per fargli superare egregiamente la prova, si dovrà considerare l'Euphorioncome uno dei più perfetti e indovinati quadri pompeiani, una delle più vive e geniali pitture del tempo, in cui ogni tinta fu suggerita da un'impressione di meraviglia e di compiacimento, ogni linea tracciata col cuore.Ed io vo' augurarmi che tale appunto lo giudichi il benevolo lettore, se pure sia riuscito a ritrarre e trasfondere nella veste italiana la bellezza sentimentale che vi sfolgora e tutto il brio che sì efficacemente lo anima.Cava dei Tirreni, ottobre 1905.Marco Galdi.

Pompei, la storica e infelice città della Campania, ha sempre esercitato sugli animi degli artisti un'attrattiva affascinante di maga. Difatti, quelle zolle arrise dal sole e irradiate dalle sovrumane bellezze della natura, su cui, in un momento d'ira, il Vesuvio osò riversare la piena del suo mal contenuto furore, riducendo in un mucchio di rottami e di polvere quanto prima era stato rigoglio e splendore, presentano all'occhio dell'artista tale un interesse, ch'ei non sa, nè può distaccarsi dall'oggetto della sua contemplazione, senza riportarne una impressione profonda di meraviglia e di magnificenza. Giacchè, dinanzi alla sua accesa fantasia sfilano, come attraverso a un caleidoscopio, immagini e figure che un dì popolavano quel sito delizioso: ed il pensiero, con audacia pari alla sua forza, sormontando le barriere del tempo e dello spazio, raccoglie e ricostituisce, nella universalità della sua comprensione, gli avanzi dell'età passata e, al lume della storia, rianima le spente sembianze affacciantisi all'orlo dello smosso sepolcro, mentre, quasi soffiandovi dentro, v'infonde vita, calore e sentimento.

A questo fenomeno d'irresistibile seduzione magica, che assorbe e rapisce gl'ingegni, va dovutala ricca fioritura di romanzi e poemetti, inspirati dall'idea d'intrecciare, qual più qual meno, gloriosi fregi e corone intorno al nome immortale di Pompei.

Si tratta di far rivivere la civiltà trascorsa, cómpito invero assai arduo, come quello che richiede la piena ed esatta conoscenza di ciò che chiamasi ambiente storico. E a tal uopo, o librandosi in alto sulle ali della loro bizzarra fantasia, inventando così situazioni ed intrecci, o pigliando le mosse da qualche opera d'arte, venuta fuori alla luce del sole dopo tanti secoli d'oblío, e allargandola e sviluppandola nei suoi varî atteggiamenti, i poeti — nel senso più ampio della parola — ci trasportano col pensiero ai tempi passati, ci riproducono, in mezzo a scene caratteristiche, le passioni e le lotte che un dì agitavano e laceravano i cuori dei figli della Campania, indovinano e quasi vogliono strappare alla polvere il segreto di ciò che avveniva dopo l'immane catastrofe della città.

Così ilPompeidi Augusto Vecchi, gliUltimi giorni di Pompeidi Eduardo Bulwer, l'Arria Marcelladi Teofilo Gautier, l'Euphoriondi Ferdinando Gregorovius ecc.

Di quest'ultima gemma dello storico di Roma medioevale, che io qui presento modestamente tradotta in italiano, piace discorrere un po' più da vicino, perchè si vegga se e fino a qual punto l'autore sia riuscito nel suo intento.

Giova però, anzitutto, qui riprodurre il giudizio che ne dà il Sogliano nella sua rassegna dei tentativi fatti per ricondurre ad una piena vita gli antichi abitanti di Pompei: «Meno noto degliUltimi giorni, ma non meno felicemente riuscito parmi l'Euphoriondi Ferdinando Gregorovius... il traduttoredi Giovanni Meli. È un grazioso poemetto in quattro canti, la cui azione si svolge in Pompei, nella famosa casa di Diomede... I quattro canti sono intitolati Oneiros (sogno), Amore e Psiche, Pallas Athene (Minerva) e Thanatos ed Eirene (morte e pace), dalle figure che ornano il candelabro, eccellente lavoro di Euforione, e che forma il pernio del poemetto».

Come ognun vede, un'opera d'arte, e non certo delle più fini ed eleganti, è quella che sorprende e colpisce il Gregorovius, commovendolo a tal segno da fargli creare tutta una serie di situazioni e di intrecci, armonicamente disposti e collegati fra di loro. Si direbbe quasi che la fantasia dell'artista vada scovando fin là dove occhio umano non giunge, o se mai passa indifferente, gli elementi meno noti o meno opprezzati, per materiarli poi di forti e geniali concezioni ed imprimervi un'impronta stabile e duratura di grandezza e splendore. Così come l'alchimista sapeva scoprire le recondite virtù di disadorni metalli, e con l'aiuto di processi e combinazioni ottenerne dei mirifici effetti, pei quali sperava di aver finalmente ritrovato la panacea del genere umano...

Il candelabro, intorno a cui s'avvolge la delicata storia d'amore, fu realmente scavato nella casa del ricco commerciante pompeiano, ed oggidì figura in una delle splendide raccolte del Museo Nazionale. Però — il Gregorovius medesimo lo avverte — il bronzo ha assunto una nuova figurazione nella fantasia di lui; come son di sua invenzione le lampade che l'adornano, le immagini che vi si ammirano scolpite, l'idea alla quale debbono prestarsi per afferrare e conquidere potentemente l'immaginazione del lettore.

Euphorion— dal nome dello schiavo artefice del candelabro — è un poemetto prettamente simbolico, e l'allegoria v'è profusa a significare come nulla valga contro la forza dell'amore, specie quando nato dall'arte, e come questo sopravviva persino al sepolcro, trovando sempre il modo di riaccendere la spenta fiaccola del sentimento.

Omnia vincit amor: è la tesi che poeticamente illustra il Gregorovius, contornandola e abbellendola degli svariati colori della sua tavolozza. Non distinzioni di grado, non vantata nobiltà di natali, non fiere persecuzioni o rampogne, possono rattenere l'impeto di una passione pura e ardente, divampata nel cuore di due giovani innamorati. Che anzi, là dove più palese si oppone la differenza di casta, sembra quasi che talora intervenga di proposito una forza arcana a soggiogare l'altrui ribelle volontà, per sancire con un vincolo indissolubile la comunione dell'affetto e dare così compimento al più bello degli ideali umani. Questa volta è il Vesuvio che trama la sua orrenda congiura contro i diritti della boriosa aristocrazia, cospirando ai destini di Euforione e permettendogli di tradurre in atto un sogno, già da tempo concepito e vagheggiato nella quiete operosa della sua officina.

Euforione, lo schiavo artista, ama Ione, la figlia di Arrio, la giovane avvenente ed esperta delle più signorili costumanze romane e della più fine cultura. Nell'intimità del suo cuore, ei che pur si eleva tanto su gli altri suoi simili per ingegno e nobiltà di sentimento, ben s'avvede di perseguire un ideale assai ardito, sol perchè ai piedi gli si attacca plumbeo e grave il mondo e si suole dai beffardi vilipendere il lavoro manuale come qualcosa d'ignobile e servile. Quella tunica di schiavo l'inceppa erattrista e una vampa di vergogna gli sale in volto, mentre però la sua anima si spinge sempre più sospirosa verso la luce... Di natura irrequieta e bollente, facile agli entusiasmi ed allo sconforto, come il suo Icaro che spicca il volo fino all'astro fiammante per cadere poi nella spalancata voragine, ha peraltro fiducia nella bontà del suo padrone, entro le cui vene scorre ancora una goccia di sangue ellenico. E in tal fiducia, nell'agognata attesa dell'ora del riscatto, lavora attorno al candelabro di bronzo per farne un regalo pei festeggiamenti di Ione, benchè di tanto in tanto l'assalga il dubbio e la disperazione...

I due giovani pompeiani vissero insieme i teneri anni della fanciullezza, sognarono insieme un mondo di belle cose, nella loro piccina fantasia vagheggiarono ideali di gioia e di felicità, anzi per essi i giorni si svolsero come sempre avviluppati in una vaporosa nube di sogni... Ma quest'età trascorse, ed Euforione e Ione non più si baloccarono coi loro gingilli, perchè una grande distanza dovè separarli, l'uno restando come imprigionato nell'officina di schiavo, l'altra correndo ad attingere il fremito della vita in mezzo alla elegante società romana. Ma già il dio dell'amore aveva scoccata furtivamente la sua freccia, già gli aculei della passione si erano conficcati nei cuori...

Ecco il simbolo del sogno che adorna la prima lampada del bronzo.

Separato a lungo per imperscrutabile volere della sorte, Euforione rivede, il giorno prima della festa, nello splendore degli abbigliamenti, la graziosa compagna d'infanzia, reduce da Roma. Al suo cospetto, si sente come confuso e resta perplesso; ma Ione, rievocando i dolci ricordi della fanciullezza e lavita agitata vissuta nel rimescolío della capitale del Lazio, ha come un senso di rimpianto per i giorni trascorsi insieme sulle sponde del Sarno e di disgusto per quelli passati fra i rumori della cosmopolitica città. E a poco a poco il cuore le s'intenerisce alla vista di chi l'è dinanzi nella tunica di schiavo, e così, impietosita, arriva fino a svelargli il segreto d'un sogno... Fra le rovine avvolgenti d'ogni intorno Pompei, mentre il mare si distendeva al di sotto come inviluppato in una densa caligine, Euforione le si presentava con due ali arcuate sulla spalla, invitandola a fuggire sui flutti ondeggianti... e lei, afferrata, fuggiva verso lidi lontani...

Oh potenza dell'amore precorritrice degli eventi! Chi avrebbe detto che Ione, già promessa sposa ad un ricco pompeiano sceltole dal padre, sarebbe stata invece la consorte invidiata d'un suo schiavo artista, solo per la suggestiva potenza dell'arte?

Così Amore e Psiche, le simboliche figure della seconda lampada, intrecciano i loro destini a quelli dei due amici, che l'impari sorte aveva diviso, e pei sentieri della speranza li avviano al conseguimento della pace e della felicità...

Anche i rosei anni della giovinezza voleranno via nella rapida corsa delle Ore, ma a conforto dei sogni e delle voluttà per sempre dileguate rimane l'Arte che vivifica la vita, apportando la luce rischiaratrice delle tenebre.

Euforione simboleggia appunto quest'arte che, inspirandosi ai quotidiani bisogni, solleva lo spirito alla contemplazione di un ideale più sereno, e lo ritempra alla tranquillità e alla calma necessaria al lavoro, dopo le ansie tormentose e gli ardori delle passioni giovanili. Così, quando i due coniugi avrannobevuto, fino all'ultima goccia, alla coppa dei piaceri, allora, nel tempietto delle pareti domestiche, l'uomo devoto al culto di Pallade Atena intesserà intorno al capo ancora carezzevole della compagna una ricca ghirlanda di artistici fiori, come prova del suo immenso amore e della sua anima libera e forte. E Ione sarà la sposa felice, cui l'Arte presenterà devotamente i suoi omaggi: dall'alto del suo piedistallo, ove salgono gl'incensi dell'adorazione e della glorificazione, guarderà beata chi per lei suda nel bronzo, ed allora gli sorriderà con aria di compiacenza, ammirando riflessa nel viso dei figliuoli l'immagine operosa di lui...

Il candelabro è per ispegnersi: già tre lampade non dànno più guizzi. Simbolo delle età dell'uomo, esso accenna all'ultima fase della vita. Dopo i sogni, le follie dell'amore, le intime e secrete soddisfazioni dell'arte, non resta che il soave conforto delle rimembranze. L'uomo si ripiega su sè stesso e rivolge indietro lo sguardo, desideroso di conoscere il proprio passato. Non più stimoli di passioni, non intemperanze, non lotte, non disinganni: tutto è equilibrio ed armonia, e la dea Eirene, la celestiale sorella di Tanato, vi aleggia sopra il suo mite soffio; poi subentra la morte e la vita serenamente finisce...

Euforione e Ione pagheranno anch'essi il loro tributo alla Natura: fra le carezze ed i trastulli vissero insieme gli anni innocenti dell'infanzia; separati dalla sorte, sentirono entrambi bruciare nei loro petti il fuoco dell'amore; accomunati dal medesimo destino in mezzo al lapillo crocchiante vomitato dal Vesuvio, voleranno verso lidi lontani, ove coi frutti dell'arte euforionea crescerà su una novella famiglia, allietata dalle allegre grida di bimbivezzosi, finchè non tramonteranno come l'astro benefico del giorno, legando il loro nome all'ammirazione dei posteri...

Tale è nelle sue linee generali il poemetto del Gregorovius; un inno all'amore che nasce dall'arte e di arte si nutre e per cui dalla morte stessa balza fuori rigogliosa e sorridente la vita. Inquadrato in una bella cornice di descrizioni ed episodi, lumeggiato dai riflessi dell'ambiente pompeiano che penetra e colorisce ogni menomo particolare, irrigato da una copiosa vena di sentimentalismo che rinfresca e purifica le più riposte fibre del cuore umano, esso mi pare perfettamente riuscito. Si potrà forse obiettare che la vivezza ed il bagliore delle immagini rincorrentisi ad ogni passo conferiscano un non so che di ricercato o lezioso al soggetto, nocendo in parte alla sua semplicità ed eleganza; ma chi vorrà ciò pensare, fa mestieri ricordi che sempre e in ogni tempo la rievocazione di Pompei nella storia della sua grandezza e della sua rovina impennò le ali al pensiero, dette libero varco alla fantasia, sprigionò la favilla del genio, dischiuse tutto un tesoro d'immagini vaporose e iridescenti... E non è senza forte commozione che noi, assistendo allo svolgersi dell'idillio dei due giovani pompeiani, ora udiamo estasiati l'eco dei canti che risuonano lungo la via delle tombe, ora guardiamo esterrefatti il Vesuvio rigido e fiero, che vomita fiamme lingueggianti, ora contempliamo il lusso sfarzoso e gli artistici mosaici della casa di Arrio, ora infine proviamo come un brivido di morte dinanzi alla folla pazza di dolore, che fugge al mare in cerca di scampo, attraverso alle vie già mezzo sprofondate e coperte dalla cenere... E questa commozione, naturalmente, vien determinata in noi dal fatto cheil colorito storico inEuphorionè ben mantenuto: Pompei rivive nelle sue abitudini e nelle sue costumanze, i personaggi sono mossi ed animati dallo spirito del tempo, la civiltà che vi freme dentro è proprio quella di allora.

Dove, forse, non si riesce a spiegare, o meglio a giustificare l'assunto del nostro poeta, è nelle lunghe e spesso astruse parlate ch'ei mette in bocca ai suoi personaggi. Che anzi — se non è troppo arrischiato il paragone — a me pare che qui l'autore arieggi la nota consuetudine dei poeti alessandrini, i quali nel corso delle loro opere si dilettavano d'introdurre delle questioni di ogni specie, per ricamarvi poi intorno una ricca e varia trama di considerazioni più o meno originali e bislacche e sfoggiarvi il lusso della propria erudizione.

In verità, sorprende non poco che un commerciante stia lì a discutere di arte e a manifestare con acume e profondità di argomentazioni i suoi pensieri al riguardo; così non sembra verosimile che uno schiavo, decoratore di muliebri gingilli e costruttore di candelabri, si allontani tanto dalla realtà cruda che lo investe per fissare da vicino un radioso miraggio di luce, e tanta commozione e tanto entusiasmo provi per l'arte sua manuale, da parlare di fiamma purificatrice, di forza che crea, di lavoro che redime...

Anche qui, come del resto in tutta la intonazione del poemetto, si potrebbe riprendere la medesima fosforescenza dello stile, il medesimo colorito lussureggiante della verseggiatura; ma quel che giova notare più particolarmente si è che il Gregorovius tratteggia qui tutta una teoria estetica dell'arte, considerando questa nei suoi principî, nei suoi mezzi e nelle sue finalità. Insomma, egli si vale deisuoi personaggi per introdurre e discutere una questione di per sè stessa già tanto trattata, e riconnette all'ambiente pompeiano quello che costituisce il risultato delle sue ricerche e della sua esperienza. Così, quando l'egiziano Serapione e l'elleno Euforione filosofeggiano su gl'intenti e le aspirazioni dell'arte, sono entrambi mossi dalla mano segreta del Gregorovius, entrambi animati dal soffio potente della parola di lui. Ma questo studio appunto, d'insinuare cioè le proprie convinzioni nello svolgimento tranquillo e sereno dell'idillio, doveva evitarsi per un poemetto, ovvero ridursi entro più stretti confini.

A parte però questo neo, che spicca evidente agli occhi del lettore, è bene avvertire che in tutto il resto i caratteri dei singoli personaggi sono ritratti con molta abilità psicologica: Euforione incarna il tipo dello schiavo raggentilito ed urbano, dall'anima libera e grande, che è tutto fede nell'arte sua, nel lavoro delle sue dotte mani. Ione è la giovane passionata e sensibile, niente orgogliosa della pompa che la circonda, e in cui si direbbe che già incominci a spuntare il germe del sentimento cristiano. Arrio è il commerciante arricchito, l'epicureo che guazza nell'oro e crede di annegare nelle coppe spumanti il bieco fantasma della morte, sempre fiero e superbo di una comprata nobiltà; Ion, l'ingenuo fanciullo che pure nello spavento e nella desolazione non sa dimenticare i suoi ninnoli; Menandro, l'immagine dell'invidia che occhieggia torva e sprezzatrice l'altrui lavoro, pronta al biasimo ed al sarcasmo, dove altri ha una parola di lode e d'incoraggiamento; Serapione, infine, — per tacere di qualche altra figura secondaria — l'immagine della vecchiezza intelligente e sagace, che legge nellampo degli occhi del giovane e con fatidica antiveggenza ne vaticina i trionfi futuri...

Ora, se si tien conto della difficoltà enorme che si affaccia agl'ingegni nel far rivivere una civiltà passata, cotanto diversa dalla loro — alla qual cosa accennavo poc'anzi — ond'è che molti tentativi miseramente abortirono, come pure dei mezzi che l'arte sa suggerire al Gregorovius per fargli superare egregiamente la prova, si dovrà considerare l'Euphorioncome uno dei più perfetti e indovinati quadri pompeiani, una delle più vive e geniali pitture del tempo, in cui ogni tinta fu suggerita da un'impressione di meraviglia e di compiacimento, ogni linea tracciata col cuore.

Ed io vo' augurarmi che tale appunto lo giudichi il benevolo lettore, se pure sia riuscito a ritrarre e trasfondere nella veste italiana la bellezza sentimentale che vi sfolgora e tutto il brio che sì efficacemente lo anima.

Cava dei Tirreni, ottobre 1905.

Marco Galdi.


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