Pe’ belli occhi della gloriaI.
Pe’ belli occhi della gloria
La provvidenza aveva fatto di tutto per render felice Mattia, od almeno per contentarlo; non vi essendo riuscita per settant’anni, si era smarrita di coraggio, lasciando che la disgrazia gli piombasse addosso. Sì, perchè Mattia fino al settantotto era sano come un pesce sano; aveva una compagna che lo sapeva tutto a memoria e gli voleva un bene dell’anima, un figliuolo intelligente e buono, che si faceva onore all’Accademia; aveva gli agi guadagnati colla sua pittura,aveva la stima dei vicini, aveva l’ammirazione dei lontani. Un altro ne avrebbe avuto d’avanzo; Mattia no, perchè egli si era innamorato de’ belli occhi della gloria.
Quando era stato tutto un mese davanti al cavalletto, mattina e sera, colla tavolozza in pugno; quando si era tirato indietro mille volte a dir poco per giudicare l’opera propria; quando si era accostato altre mille fino a toccarla col naso; quando finalmente deponeva tavolozza e pennello sul trespolo per fregarsi le mani perchè aveva finito, credete voi che Mattia fosse contento?
Della sua tela sì, perchè, guardata da vicino e da lontano, aveva la solidità di colore dei veneziani, l’idealità dei fiorentini del buon tempo, la sicurezza di disegno dei pittori vecchi, senza nessuna delle sprezzature che i giovani hanno messo di moda; della sua tela sì, era proprio contento, ma non già della.... critica.
No, non era contento della critica scimunita, della critica bestiale, della critica impotente ad altro che a dar la tortura all’arte. Non era contento diSincerus, il quale predicava nella vecchia gazzetta in nome d’una teorica raccattata alla diavolasui libri e messa in cielo come dogma; non era contento diNovus, che in un’altra gazzetta spropositava allegramente il primo giovedì d’ogni mese, dando la celebrità ai giovinetti impazienti, la baia agli altri.
Sapeva bene cheSincerusnon aveva mai sporcato una tela, e che per farsi fama di critico autorevole gli era bastato abbeverarsi nel truogolo (Mattia dicevatruogolo) dove l’arte d’ogni tempo ha ripulito i proprî pennelli; sapeva che Novus aveva voluto essere artista, e perchè non era riuscito se non a far ridere i compagni di scuola, aveva scelto bravamente di far paura ai professori nelle gazzette. Ma queste considerazioni non lo consolavano. Avrebbe voluto che tutti gli artisti, quanti sono veramente tali, quanti sono gl’innamorati del bello, si alzassero superbamente in faccia a questo mestiere impotente che chiamano critica, e ne ridessero in coro.
Invece avveniva allora, e forse segue il medesimo ancor oggi, che i pittori d’ingegno si facessero lodare dal cattivo compagno di scuola diventato critico. QuelNovus, per esempio, non solamente lodava l’arte nuova, ma l’adulava accortamentedicendo ira di Dio dell’arte vecchia. Così i pittori di primo pelo non ridevano più, se non in segreto, accettavano, adulavano alla loro volta il critico, chiedendogli a faccia tosta il giudizio, la lode, e il cielo gli confonda, anche il consiglio.
Dunque una volta Mattia non era contento della critica, tutt’altro. Aveva anzi radunato una quantità di spropositi d’arte, di contraddizioni, che si leggevano in appendice, e se appena appena gli si porgeva il destro ne citava un paio perchè la gente ingenua vedesse e toccasse il malanno che stava addosso alle arti belle.
Fortuna che questo malanno era sopportabile in grazia di Tomasina, la quale da trent’anni aveva la missione di coltivare la pittura e l’amor proprio di suo marito, d’incoraggiarlo quando la critica aveva spropositato peggio, di sostenere la sua fede perchè non si smarrisse nella strada della gloria. E quando finalmente Mattia, facendola in barba a Sincerus ed a Novus, era riuscito a portare all’estero l’arte sua e il proprio nome, era ancora Tomasina che gli aveva sorriso il sorriso della gioventù, un sorriso a cui mancavano molti denti, ma pieno sempre del vecchio amore.
Poi Tomasina se n’era andata all’altro mondo, dolente di obbedire alla gran voce prima di aver chiuso gli occhi a quel poveraccio tanto glorioso e tanto debole, da volere immortalità e d’accontentarsi della lode. Perchè Tomasina aveva visto giusto, e non confondeva la gloria, a cui Mattia guardava qualche volta da lontano, coll’approvazione che egli incontrava tutti i giorni nella sua strada.
Tutti i giorni, è un modo di dire; il vero è che non la incontrava sempre; che Sincerus, almeno una volta il mese, lo tanagliava nell’appendice; che Novus...
— E che importa a te diSinceruse diNovus? entrava a dire Tomasina; se tu sei glorioso, se la tua fama cresce ogni giorno, se i forestieri che arrivano a Milano vogliono visitare il tuo studio, stringerti la mano, assicurarti che i tuoi quadri sono ammirati nei loro paesi....
— E vero, è vero, conveniva Mattia con rassegnazione; e mi pagano anche, e mi pagano bene. Ma pure si è fatti di carne, si vive e si gode della carne che ci avvicina. Del resto hai forse ragione tu, la critica maligna non mi farà più male delmorso d’una zanzara. E per dire il vero, nella vita dell’artista le zanzare non sono inutili, perchè gli avversari possono fare più bene degli amici. I grandi artisti hanno sempre avuto un nemico prezioso a cui devono la loro grandezza.
Avendo proferite queste frasi piene di senno filosofico, ne aveva voluto dire ancora una più filosofica e rassegnata, che aveva fatto crollare la testa a Tomasina.
— Queste due zanzare mi possono mordere quanto vogliono; io le schiaccierò coll’arte mia.
Poi quando Mattia si era curvato in lagrime sul lettuccio dell’amica, della compagna, per dirle che rimanesse ancora, che non lo lasciasse solo, essa strinse al petto scarno la testa gloriosa, pronunziando per l’ultima volta la parola che aveva servito per trent’anni:coraggio.
Dopo che Tomasina se ne fu andata in cimitero, Mattia aveva voluto resistere; e al figliuolo, che gli scriveva da Arnheim lettere piene di affetto, proponendo di lasciare non copiata la testa delColonnello Losdi Franz Hals, per correre a piangere a fianco di suo padre, Mattia rispondeva con baldanza: “Io sono forte, ed ho l’arte, lamia consolatrice; resisterò. Tu che sei giovine, studia la tecnica della gran pittura fiamminga; troverai pur troppo a Milano dei giovinetti, i quali non sanno ammirare più nulla, e, studiando unicamente il vero, sono appena appena copisti...„
Solamente dopo aver esposto nel suo studio la sua ultima tela grandiosa, si era sentito prendere dallo scoraggiamento, ed aveva chiamato il figliuolo perchè lo aiutasse a medicarsi.
Quella tela era veramente un po’ accademica, ma aveva la solidità di colore, la sicurezza di disegno che nemmeno i più invidiosi negavano a Mattia. Da un fondo luminoso, in cui s’indovinavano abbozzi di quadri celebrati, si staccava una bella figura, tutta nuda, sfolgorante nelle carni bianche, intatte; appoggiava un piede al terreno, ma teneva la testa levata in alto, e gli occhi scrutatori cercavano mondi lontani. La bella creatura sembrava proprio volersi alzare al cielo, ma essere trattenuta... Da che mai? Forse da un ramoscello d’edera, che le aveva afferrato il piede gentile. Tutt’intorno si moveva una folla d’artisti giovani, i quali lavoravano il marmo e stavano alcavalletto, senza voltarsi nemmeno a dare un’occhiata alla nuda magnifica; solo, in un canto, un artista canuto, ma innamorato ancora, accennava alla ragazza di non se ne andare.
Ebbene, il quadro di Mattia ebbe la peggiore sventura che possa toccare ad un artista: non fu inteso.
Ma era stata colpa dell’artista se il suo concetto non entrava tutto d’un pezzo nel cervello del pubblico. Ne conveniva egli stesso. Perchè fare economia di quattro parole di titolo? Perchè non dire, per esempio:L’arte incurante della carne? Sarebbe stata una bugia enorme, ma almeno moltissimi vi avrebbero creduto. Che fanno gli artisti modernissimi quando assicurano d’aver avuto un’idea? Battezzano la cornice, niente più.
Mettete in un fondo nero un torso di cavolo, o qualche altra cosa, annunziate dalla cornice che avete espresso un concetto filosofico, e gli ammiratori della filosofia non mancheranno.
Sì, perchè il pubblico è stato sempre molto incline alla filosofia... sì, perchè il pubblico...
Il pubblico, in questa occasione, si era dimostrato quello che è sempre (io non dico che cosaè, Mattia dicevafilosofo); ma che dire della critica diSincerus, il quale nella magnifica nudità non aveva visto se nonla modella eterna, cioè l’arte, che può essere la carne o l’anima? E che dire poi della critica diNovus?
Stando nascosto dietro la tela, con un artifizio adoperato già da Apelle, Mattia lo aveva pur visto venire, col suo codazzo di pittori imberbi; guardare attentamente, avvicinarsi, scostarsi, avvicinarsi ancora; non aveva aperto bocca.
— Va a casa, imbecille — sono parole autentiche pensate da Mattia dietro la tela — pensaci bene, e spropositerai meglio; stamperai il tuo sproposito giovedì.
Ma era venuto il primo giovedì; ne era venuto un secondo ed un terzo, eNovusnon si era degnato di fiatare.
Questa fu la critica che fece uscir dai gangheri quell’uomo glorioso.
Non gl’importava un fico, come potete credere, di quello che avrebbe scrittoNovus; avesse anche stampato che Mattia aveva dipinto il trionfo della carne, padronissimo; ma almeno la sua propria carne sarebbe stata contenta; invece, stando in silenzio Novus, la carne trionfava di Mattia.
Fu allora che scrisse a suo figlio Tito di piantare il colonnello Los e di tornare a casa.
E quando se lo ebbe stretto forte al petto combattuto da tante tenerezze sopite, da un dolore che si svegliava acuto, quando lo ebbe guardato negli occhi buoni, come per ritrovarlo intero, allora lo condusse nello studio davanti alla sua tela. Non diceva parola per lasciare intatte le prime impressioni.
Quel giovinotto pallido e sereno esaminò lungamente, come un vecchio artista, e infine si buttò al collo di suo padre, che respirava appena come un esordiente.
— Ah! Ti piace? E dimmi; tu intendi quello che ho voluto esprimere?
Tito ebbe bisogno di guardare la tela ancora, poi disse tranquillamente:
—Il trionfo dell’idea!
Ed era proprio il titolo del quadro che Mattia non aveva scritto in un cartellino a piè della cornice.
Egli aveva baciato in fronte il figliuolo, poi sedendo sul trespolo, aveva detto con dignità :
— Sì, è l’idea dominatrice di tutta quanta l’arte; èl’idea senza la quale non si è altro mai che copisti; l’idea tutta nuda, per significare che è la verità . Quel nudo non è classico, e a me non pare nemmeno accademico, ma è bello, perchè la verità dev’essere anche bella se ha da innamorare l’artista. Osserva bene la nudità di questa fanciulla; è casta. Il suo sguardo va oltre la terra; un ramo d’edera le afferra un piede; è umana. Intorno a lei si affaccenda molta gente, che, negando l’ideale, si credono artisti; un solo di tanti si ferma a guardare, ed ha i capelli bianchi...
— Sì, è bello, bello, bello; rispondeva sottovoce Tito; mi piace il colorito smagliante delle carni; molta biacca, tinte verdastre, poco minio, poco cinabro; e su tutto ciò una leggera velatura; non è così? il cielo luminoso in fondo; biacca, turchino e minio; qui, dove luccica quel mucchio di stelle, poche pennellate di cobalto. Sì, mi piace proprio.
Anche quel modo grammaticale di lodareil trionfo dell’ideanon era spiaciuto all’artista glorioso, il quale fu contentone di poter svelare il segreto della propria tavolozza a suo figlio, che l’aveva indovinato.