II.
Erano stati giorni lieti quelli passati insieme al cavalletto, padre e figlio, dipingendo tutti e due, accostandosi ciascuno ogni tanto ad interrogare ciò che l’altro aveva messo sulla tela. Tito si accontentava di ammirare in silenzio; Mattia, forte della propria autorità, dava qualche volta un consiglio, per lo più dicevabravo, obravissimo, e quando dicevabravissimosentiva il bisogno di abbracciare il giovine artista, non ostante gl’impacci delle due tavolozze e dei due appoggiamani.
Perchè quel giovine di ventidue anni era già un vero artista. Egli non sapeva ancora metteremolta filosofia nelle sue tele; confessava ingenuamente che la vita non gli sapeva dare se non l’immagine delle cose; ma si sforzava di penetrarne il senso arcano,l’anima, come diceva lui.
— Per ora non so far altro, confessava umilmente.
Fece anche meglio in seguito; e quando, l’anno dopo, aveva esposto a Brera la suaCampagna Lombarda, tutti i milanesi restarono ammirati e stupiti che ad un pittore d’ingegno fosse bastato fare quattro passi fuor delle mura per trovare un quadro vivo e pieno di sentimento. Tito Bondi aveva derivato la poesia da una gora pantanosa, in cui certamente al crepuscolo si affacciavano le rane a dire il rosario in coro.
Mattia fu contento che il suo figliuolo cominciasse dov’egli non era arrivato se non a prezzo di tante fatiche, cioè a scuotere la gente addormentata, e costringerla a dire bello davanti all’immagine d’una natura indifferente, anzi brutta. Fu tanto contento che perdonò a Novus quest’altra sentenza da pigliar colle molle: “Vedete bene; la verità salva l’arte; a Tito Bondi è bastato fermarsi davanti ad una gora per fare un paesaggiosplendido; il suo merito è di avere espresso fedelmente quello che ha visto.„
— Bada bene, figliuolo, disse Mattia; puoi accettare la lode diNovus, se ti piace; l’accetto io pure... per quel poco che vale. Ma tu sai meglio di me che accade precisamente tutto il contrario; non è la verità che salvi l’arte, la quale non ha bisogno di essere salvata da chicchessia, ma è l’arte eterna che salva la verità. E sta appunto in ciò il gran merito dell’artista, che è di spargere una velatura sulle cose indifferenti, e farle belle. Tu haiidealizzatoun pantano, ed è la tua gloria. Non so quello che accada agli scrittori, ma nessuno mi toglie dal capo che i paesaggi che essi rappresentano colla penna, siano sparsi sempre d’un po’ d’ideale, anche quando sono verissimi. Perciò essi dicono qualche cosa: dicono se non altro come gli ha visti l’autore; e tu sai che di dieci persone, le quali guardino, nove vedono qualche cosa che ciascuna per conto proprio ha messo nell’oggetto guardato.
— E il decimo? interrogò sorridendo Tito per dargli l’allegria di sparare un razzo.
— Il decimo è il copista, è l’usciere, che facendol’inventario si crede più vero di tutti, perchè è scrupoloso nel non dir nulla; perchè non è ideale, ma è semplicemente falso. Pensa bene a quel che ti dico: la verità, senza l’ideale, è meno di niente.
Tito aveva pensato un poco a queste e ad altre cose che gli era andato dicendo suo padre, vi aveva pensato in silenzio, e Mattia potè immaginare di averlo convinto vedendo di lì a poco una tela incominciata, in cui si affacciava da un cielo di nebbia una testina di fanciulla tutta promesse. Ed aveva detto tirando ad indovinare:
— Hai voluto esprimere a tuo modo la miaidea; tu mi nascondi il corpo della fanciulla divina per fermare meglio l’occhio sulla testa. Bada che forse hai ragione. Intanto la tua testa è maravigliosa; te lo dico io; ma promette troppo, e non so se manterrà le sue promesse; temo che l’arte, anche quando siamo riusciti a fermarla ed a farci guardare, sia più severa e più sdegnosa. A me almeno è costata molta fatica.
Il giovine si era fatto rosso a queste parole, e non aveva osato confessare a suo padre che quella testina tutta promesse non era l’arte, non era l’ideale, non era nemmeno un’idea come un’altra,ma solamente una fanciulla che gli sembrava più viva di quante fanciulle aveva visto fino allora, e che gli faceva soffrire le pene del purgatorio, promettendogli il paradiso.
Mattia aveva inteso benissimo che la pittura sana non era entrata per nulla nel rossore di suo figlio, e quando volle sapere di che male soffrisse l’arte di lui, trovò la bellissima forma di una ragazza di diciott’anni.
Si chiamava Cesira, era sbarcata appena in terra d’artisti, ed aveva già dato la tortura a molti facendo la modella a due lire l’ora. Dicevano che posava unicamente per la testa, che per mostrare nudi un braccio, un omero e poco più, si era fatta pregare molto; e che per guardare quella poca grazia il pittore aveva conchiuso un vero trattato.
Aveva dovuto essere prima di tutto maturo molto, convenirne più del necessario, e promettere che nell’ora di posa non sarebbe penetrata anima viva nello studio. Infine l’artista aveva giurato sulla propria calvizie di non dir nulla agli altri meno calvi di lui, ma non credendo egli alla propria calvizie, tutta laFamiglia artisticafu informata della cosa.
Si era saputo più tardi che la pudica Cesira aveva avuto un innamorato, e non già platonico, e la famiglia artistica si era formata il criterio che la ragazza volesse arrivare per la via dell’arte al matrimonio.
Ma Tito Bondi assicurava che l’idea di Cesira era un’altra, che se avesse voluto trovare un marito, se ne sarebbero immediatamente presentati dieci. Avrebbe anche potuto aggiungere che l’autore dellaCampagna Lombarda, giovane a ventidue anni, agiato, quasi indipendente (perchè il vecchio Mattia non avrebbe visto nulla di male che il figlio si portasse in casa una forma così ideale) si era lasciato fuggir di bocca una parolina matrimoniale, e che Cesira la semi-casta aveva risposto picche.
Dopo aver fatto girare la testa a molti, Cesira un giorno aveva abbandonato la famiglia artistica per consacrarsi al dramma e alla tragedia. Molte volte aveva fatto allusione al proprio disegno, dicendo agli artisti innamorati di lei e del vero, che essa pure obbediva alla verità, e perciò faceva la modella; ma che un giorno o l’altro una verità diversa e più potente l’avrebbe chiamata a vocealta, ed essa allora avrebbe piantato la pittura. E intendeva dire d’una voce di palcoscenico.
E infatti un capocomico famoso accettò la bella modella promettendo di farne in poco tempo l’amorosa della compagnia, e anche qualche cosa di più se desse retta ai suoi consigli. Cesira aveva ripetuto con entusiasmo queste parole che le aprivano le porte della gloria, e Tito Bondi le aveva ascoltate in silenzio. Poi con voce tremante il giovane balbettò:
— Cesira, pensateci ancora; io vi voglio un gran bene, e si potrebbe essere tanto felici. Ho un’arte, e sarebbe l’arte vostra, la vostra più che la mia, perchè voi mi dareste l’ispirazione.
Ma Cesira aveva crollato la testina bella.
— Comprendo tutto, vi ringrazio; ma ognuno porta con sè la propria sorte.
Tito l’aveva vista partire ad occhi asciutti, per andarsene a Roma; e tornato a casa fece impensierire molto il vecchio Mattia non toccando quasi cibo, nè pennelli per molti giorni.
Poi l’arte, l’eterno amore, si era affacciata ancora nel cervello del giovine, e la famiglia artistica aveva potuto credere che quell’amore fosse caduco come tutte le cotte dei pittori.
Solo suo padre non si era lasciato ingannare; nell’umore taciturno del figliuolo, nelle tele che incominciava e non finiva, egli aveva visto che Tito pensava ancora a quella donna fatale; solamente sbagliava anche lui, come la famiglia artistica, attribuendo la persistenza della malattia amorosa ad un desiderio insoddisfatto. Tito avrebbe potuto dire che Cesira, impietosita da un amore ingenuo e forte come non avrebbe mai incontrato il simile sul palcoscenico, si era data a lui interamente; che gli sonavano ogni tanto nel cervello le parole drammatiche della resa; che vedeva ancora l’atto indifferente ma tragico con cui si era rassegnata al sagrifizio; e che sentiva ogni volta il turbamento infernale di quell’ora di paradiso.
“Voglio contentarvi; voglio che non pensiate più a me, voglio che mi possiate dimenticare.„
Erano le parole che Tito aveva ripetuto a sè stesso mille volte per sentirne ancora il suono; non ne mancava una. Dopo di che Cesira aveva chiuso gli occhi... Ah! li chiudeva anche il giovine quando non si voleva credere abbandonato del tutto.
Ma erano passati molti mesi e Cesira non avevadato nessuna notizia di sè. Un giorno, da Buenos Ayres, giunse finalmente una lettera della commediante; annunziava di essere divenuta la prima amorosa, d’essere applaudita ogni sera, di essere finalmente arrivata e felice.Arrivataefeliceerano sottolineati. E conchiudeva:
“Nulla mi manca, proprio nulla, perchè io sono madre d’una bella bambina, e siete stato voi a darmela. Non ve lo volevo dire, sapete! perchè vi conosco e temevo che questa notizia potesse guastare la vostra pace, mentre a me ne dà tanta. Ci ho pensato meglio; e vi dico che mi avete resa gloriosa, dandomi l’unica felicità che mi mancasse. Non v’inquietate di nulla e siate felice anche voi; io amerò molto la mia creatura, e le ho già insegnato il nome vostro.„
Il povero giovane lesse due volte come uno smemorato; non sapeva bene che cosa andasse ricercando nella notizia allegra che rimescolava tutto il suo vecchio dolore; ma finalmente, in un angolo di quella lettera di quattro pagine fitte, trovò queste parole dimenticate dalla prima amorosa nella foga dello scrivere e aggiunte dopo, probabilmente quando ebbe recitato a voce altaciò che aveva scritto: “La mia bambina si chiama Bianca...„
Il primo pensiero di Tito Bondi era stato quello di correre, come si trovava nello studio, senza cappello, in maniche di camicia, difilato a Buenos Ayres per baciucchiare la propria creatura, e anche per stringersi al petto quella madre tanto bella, e pregarla, e scongiurarla, e costringerla, se fosse necessario, ad accettare il nome, la casa, l’avvenire, tutto il grande amore che le aveva già offerto una volta. Ma siccome quel viaggio richiedeva quasi un mesetto, e i vapori postali non partono tutti i giorni per la Plata, ebbe agio di riflettere, e formulò un telegramma conciso ma chiaro, che gli parve dover riuscire efficacissimo.
“Tito felice rinnova proposta, scongiura torniate subito; vi aspetta col primo postale. Scrive.„
Rileggendo, si era avveduto che bisognava cancellare le parolerinnova proposta, perchè potevano dare l’idea d’un dubbio; rileggendo ancora, cancellò la parola scrive. Ma quando ebbe fatte queste cancellature, e mandato il dispaccio, non essendo ancora ben sicuro che Cesira si arrendesse, scrisse.
E dimostrò con molte parole questo unico assioma:“La felicità che non mi avete concesso e che io non vi chiederei più, è diventata una necessità, un dovere per tutti. Non vi è lecito respingere l’uomo che vuol essere il padre della propria creatura.„
Mandata questa lettera che decideva dell’avvenire, ebbe bisogno di raccogliersi per fare nella solitudine molte riflessioni inutili. Il risultato fu che, scrivendo a quel modo, scrivendo senza riflettere, scrivendo subito, egli aveva fatto molto bene per molte ragioni.
Notiamole in buona fede:perchèil dovere va innanzi a tutto;perchènon vi è maggior dovere di quello che stringe un padre a sua figlia; perchè l’istinto stesso dell’amore è fatto di pietà; perchè il sangue...
Il perchè del sangue non entrò bene nemmeno nel cervello di Tito, il quale, volendo immaginare come era fatta la piccina a cui aveva dato la vita, non trovò mai altro che le forme della madre tanto bella.
Tutto quel giorno aveva avuto la febbre; si era detto cento volte; “a quest’ora Cesira ha ricevuto il telegramma, pensa ai fatti suoi, parla al capocomico,si decide, telegrafa per avvisare la partenza...„
Quando il suo pensiero infilava questa strada, Tito era proprio felice, e se non si buttava nelle braccia di suo padre e non gli confidava la sua grande speranza, era perchè il suo pensiero si metteva subito in un viottolo cieco, dove il desiderio trovava prima una muraglia alta e forte, l’indifferenza della donna, poi una più alta e più forte, la vanità della commediante.
E nondimeno, dopo aver aspettato un telegramma senza molta speranza per due giorni interi, si era accorto che al suo dispaccio mancava qualche cosa d’essenzialissimo, e lo corresse con un altro:
“Se vi occorre denaro per viaggio, telegrafate.„
Cesira non telegrafò, non venne col primo postale, nè col secondo, e nemmeno scrisse. Tutte le notti Tito sognava Cesira; la sognava bella ed arrendevole come era stata una volta; la sognava innamorata. Svegliandosi, trovava il proprio desiderio inquieto di farla sua per sempre. In queste visioni del sonno e della veglia, egli voleva che entrasse anche la bambinetta color di rosa, altrimenti non sarebbe stato degno del nome di padre;ma vi entrava fuggitivamente, quasi chiedendo scusa all’uomo buono, che le faceva l’elemosina di chiamarla figlia.
Tito sapeva che tutti i mercoledì parte un vapore postale per la Plata; e non volendo darsi vinto, aveva scritto ogni lunedì una lettera di quattro pagine fitte, crescendo il tono ogni volta, aumentando in buona fede la tortura che diceva di patire perchè non poteva nemmanco immaginare il visino gentile della sua Bianca. Dopo molti mesi di silenzio aveva annunziato disperatamente che se Cesira non rispondesse quest’ultima volta, non avrebbe scritto più nulla, ma sarebbe venuto in persona.
Minacciata così, Cesira rispose una lettera che faceva cascar le braccia.
“Io non potrei essere vostra, perchè sono di altri, perchè sono stata di tanti. Credetelo. Non ho mai amato nessuno, sono incapace di amare; voglio bene unicamente alla mia piccina, e sono grata a voi che me l’avete data. Siete giovane, siete artista, innamoratevi d’una buona fanciulla, come ce ne sono tante, e sarete felice.„
Tito Bondi si era proposto di non dir nulla asuo padre finchè ogni cosa fosse intesa; diceva a sè stesso: “non sgomenterò quella cara testa che sogna finchè non sia venuta l’ora;„ ma quando vide crollare tutta la sua speranza, si sentì preso da una pietà di sè stesso, che lo indusse a ricercare una parola di quel sicuro amore.
Mattia crollò il testone canuto, e trovò per istinto la via del cuore di quell’ammalato. Disse melanconicamente:
— La tua malattia la conosco; so che pene fa soffrire.
Non disse altro, ma con queste parole si assicurava la confidenza; e infatti il giovine, sapendo di trovare scavato nell’anima di suo padre uno stesso dolore, spento ma intelligente ancora, si era affrettato a versarvi tutto sè stesso.
Quando avevano letto insieme quella lettera che non lasciava sopravvivere nulla, Tito disse con amarezza: “è una commedia„ e Mattia rispose: “sì, è una commedia, ma è sincera.„
E spiegò il proprio concetto:
— Tutte le commedianti scaltre fanno così; mettono sempre una parte della verità negl’inganni. I più bravi a far la commedia sono quelli che possonoqualche volta ingannare sè stessi. Ai miei tempi ho visto tante attrici piangere; ne vedrai tu pure. Ciò che scrive Cesira è la verità, e ti puoi chiamare fortunato se nella commedia che fa in questo momento a Buenos Aires, chi sa con chi, a te siano toccate le parole sincere. Fa a modo mio; non ci pensare più se puoi; ma quando ci pensi, voglio che ne parli al tuo vecchio amico. Guariremo più presto, e se avremo la fortuna di innamorarci d’una buona fanciulla...
Tito aveva protestato in silenzio, accontentandosi di diniegare con un moto del capo; all’ultimo aveva interrotto per assicurare in buona fede:
— Credilo, babbo mio, Cesira od un’altra sarebbe per me indifferente; ma il pensiero che quella disgraziata è madre, e che il mio amore è risponsabile d’aver dato la vita ad un’infelice...
Mattia fu brutale, e non gli lasciò finire la frase.
— E che ne sai tu se quella bambina è nata della tua colpa? La madre non ti scrive forse che si è data e si dà ad altri? sarebbe capace di ricominciare se tu facessi la corbelleria di sposartela.
— La sua stessa schiettezza... balbettò Tito scoraggiato; la sua abnegazione... il suo disinteresse...
E allora Mattia fu indulgente; prese nelle proprie la mano di suo figlio e gli parlò semplicemente, in tono dimesso, coll’aria di non volerlo nemmeno convincere.
— Pensiamoci insieme: vediamo quanto valga la schiettezza d’una commediante, se non sia sempre un inganno, anzi il più audace degli inganni. Vediamo se in quella che chiamiamo abnegazione non entri là vanità — perchè se vi entrasse appena appena, non crederemmo più all’abnegazione. Al disinteresse poi, non ci credo assolutamente. Chi sa a quanti altri avrà affibbiata quella maternità di cui si dice orgogliosa...
— Ora sei ingiusto, babbo; essa non domanda nulla...
— Perchè non ha bisogno; perchè forse ottiene senza domandare. Chi ti assicura che non domanderà più tardi, quando, avendo bisogno, non sarà sicura di ottenere? Ma allora sarai guarito e potrai anche far l’elemosina, se ne avrai voglia...
— Ti assicuro che io sono guarito...
— E se scendi in fondo alla tua coscienza, disse Mattia, vedrai che lo scrupolo paterno non entra per nulla nella tua smania.
Egli non disse, e sarebbe stato inutile, che nell’anima inquieta di Tito viveva ancora il desiderio di quella vaghissima madre.
Ci viveva tanto, che quel giorno stesso il giovine aveva inviato un’altra lettera dicendo (che cosa non disse in quella lettera di otto pagine?) dicendo che, se volesse tornare, ora e sempre, lei e la sua creatura sarebbero accolte a braccia aperte.
Aveva scritto senza confidarsi con anima viva, ma si pentì e non volle serbare segreti per suo padre, il quale disse unicamente questa parola:aspettiamo.
Aspettarono infatti insieme otto settimane ancora, immaginando che Cesira pensasse meglio ai casi suoi; poi Mattia non aspettò più, e Tito aspettò ancora per molti mesi.
Mattia il glorioso era arrivato al quarto d’ora della disgrazia. La provvidenza, abbandonando lui, lo mise in braccio a suo figlio, che aveva anch’esso un gran bisogno di staccarsi dalla smania amorosa per guardare in faccia a un dovere. Per dir tutto in poche parole: Mattia si ammalò di paralisi, complicata di amaurosi. Col tempo la paralisi fu vinta,ma l’amaurosi rimase: Mattia era condannato a non vedere mai più i capolavori proprii, a non leggere mai più le appendici delle gazzette. Le quali, tutte d’accordo, stamparono che l’illustre, il venerando Mattia, il pittore, che aveva dato all’arte tante tele celebrate, non avrebbe dipinto più nulla.
In quel coro si erano uniti con tutta la buona volontàSinceruseNovus, adoperando press’a poco le parole medesime. Se non cheSincerussi accontentava di chiamareillustreil povero cieco;Novusaveva abbondato negli epiteti e gli dava ora dell’illustre, ora del venerando, e una volta dell’illustreevenerandoinsieme, per farla finita.