IX.

IX.

L’invernata di quell’anno fu crudele. Tutto gennaio Mattia aspettò inutilmente il raggio di sole, che soleva entrare in studio e posarsi sopra le ginocchia del cieco.

Invece del sole, venne molta pioggia, ora scrosciando sul lastrico, ora tamburellando sulle vetrate, ma per lo più lenta lenta, tanto che, misurata dallo stillicidio d’una gronda vicina, le ore sarebbero sembrate eterne a Mattia, se egli non avesse avuto tanto da fare per rassegnarsi.

— A che pensi, babbo? gli domandava Tito qualche volta che stava troppo zitto.

E Mattia rispondeva, scotendosi di dosso la melanconia, che non pensava a nulla, che era allegro quanto si può essere sotto il diluvio; ma poi, insistendo ancora suo figlio perchè dicesse qualche cosa, cascava a parlare dell’arte, che è un’innamorata infedele, dell’arte che fa godere quando ci sorride, che fa sanguinare quando ci abbandona. Diceva l’arte, ma voleva intendere la gloria, e ne parlava con accento scherzoso, perchè non era rassegnato ancora all’abbandono.

Un giorno, con suo grande stupore, sentì esprimere a suo figlio un concetto che già era stato enunziato con molta arroganza da Primo Salvi, e che egli stesso non era ancora riuscito ad accettare.

— Che importa? disse Tito. Che importa se l’arte ci abbandonerà un giorno? Finchè ci sorride ed è bella, bisogna amarla. Del resto tu stesso che credi di essere stato abbandonato crudelmente, hai continuato a volerle bene per le gioie che ti ha dato, e... anche per quelle che ti darà ancora.

“Per quelle che mi darà ancora„ ripetè a sè stesso Mattia, senza nessuna amarezza verso la sorte, nè verso suo figlio, il quale s’ostinava amettergli dinanzi agli occhi ciechi un trastullo guasto senza rimedio.

La nuova sventura, piombando sull’anima del cieco, aveva ancora lasciato due molle intatte: l’affetto paterno e un po’ di fede in un’altra vita, quella fede che è parente prossima dell’ideale, secondo assicurava Mattia. Con queste due molle robuste, la rassegnazione è meno difficile.

Allo spirar di quell’invernata, quando agli ultimi di febbraio Tito portò a suo padre le prime violette colte nel loro giardinetto, quell’anima, che si era stancata tanto nell’inseguire un’ombra, poteva dire d’essere arrivata alla pace.

— Ho la coscienza di aver compiuto la mia missione con tutte le forze che mi erano state date; l’ho compiuta fino all’ultimo, e se il cielo mi aprisse gli occhi un’altra volta, per un giorno o per un’ora, so che tornerei da capo a fare quello che ho sempre fatto.

Diceva questo perchè era sgomentato all’idea che suo figlio si innamorasse anche lui delle ombre, e che non avesse poi la forza di rinunziarvi.

E quando potè accorgersi che Tito non correva nessun pericolo, almeno finchè non si fosse innamoratoancora d’una creatura viva, volle sapere se pensava sempre a Cesira, e se Sofia...

Tito fu sincero. Confessò che Cesira lo aveva fatto soffrire abbastanza e che gli era caduta miseramente dal cuore.

— E allora... insinuò sorridendo il cieco.

— È una melanconia riconoscere la propria miseria; credevo che avrei sempre amato quella donna per il dolore che mi ha dato; invece....

— La natura è più generosa della volontà...

— Non so se più generosa, ma è sempre vera almeno; mentre la volontà...

Sì, la volontà si nutre anche di molta rettorica.

— E allora... insistè Mattia, innamòrati di un’altra.... guardati intorno; mi pare che io non stenterei a vederne una...

Tito volle parlare schiettamente:

— Sofia, non è vero? È una gran buona figliuola, piena di fede e di coraggio; sarà la consolazione dell’uomo che vorrà farla sua; ma non sarò io quello...

Il cieco non fiatava.

— Prima di tutto essa è innamorata d’un altro...

— Come lo sai?

— Me l’ha quasi detto, quando le ho parlato di quella donna fatale... senza però mai nominarla.... e della figliuola che forse...

Mattia, scoraggiato, disse:

— E tu sei andato a parlarle di queste cose?

— Ma sì... fra Sofia e me si è fatto un patto di alleanza; siamo due buoni amici, e l’amicizia fra un giovinotto e una ragazza non può durare senza la confidenza intera.

— Amicizia... confidenza... balbettava il cieco.

— Abbiamo promesso a noi stessi di non essere mai altro che amici; a Sofia sarà facilissimo perchè è innamorata di un altro; a me non sarà difficile...

— Perchè?...

— Perchè... te l’ho a dire? perchè Sofia, fisicamente, non mi piace...

— Hai torto...

— Sicuro che ho torto... Stando a quattr’occhi con quella ragazza mi sento tanto bene; ma non mi passa mai per il capo l’idea dì poterne fare qualche cosa di più... o di meno... di un’amica intima.

— Hai torto, insistè il cieco curvando il capo sul petto; poi volle sapere di chi fosse innamorata quella buona figliuola.

Ma siccome Tito titubava ad accontentare il babbo, egli stesso fu primo a pentirsi.

— Non me lo dire; non voglio saper nulla; lo indovinerò.

Infatti non tardò molto ad indovinare che la buona ragazza aveva una segreta inclinazione, di cui si sentiva umiliata, e che combatteva forte per vincere. L’inclinazione segreta e combattuta era per Tonio; per il cugino innamorato di sua sorella; ed era un’inclinazione di cui non avrebbe dovuto vergognarsi, perchè era nata da una gran pietà.

Quando era venuto Marzo ad annunciare con magnifiche giornate di sole che l’invernata era propriamente finita, Mattia aveva voluto scendere ogni giorno in giardino a far due passi, mentre suo figlio lavorava al cavalletto. Il braccio di Tito non gli era necessario; tastando col bastone le muraglie e tenendosi alle branche delle scale, era sicuro di non sbagliare; così diceva; ma Tomaso, consigliato da Tito, non lo perdeva mai di vista.

Faceva lunghe passeggiate nel viale, finchè sisentisse stanco; allora si andava a sedere sopra una panca di sasso, e stava per ore intere ad ascoltare il cicaleccio dei passeri; qualche volta si svegliava nel vecchio platano la voce di un merlo; faceva lunghi discorsi dicendo cose melanconiche, e Mattia lo ascoltava con una gran tenerezza.

Poi Tito veniva a raggiungerlo, e si passeggiava ancora a braccetto, prima del desinare.

Ora non accadeva più di parlare del passato. A che cosa poteva servire ancora pensare ad un amore sepolto, ad un’ombra svanita? Tito diceva in buona fede che, amando l’arte sinceramente, si è al sicuro da ogni altro amore; Mattia non era persuaso, ma non diceva di no. Aspettava. E quando la sera, puntualmente, arrivava Sofia, il cieco innamorato ancora, ma non sapendo più di che, le presentava le due mani, perchè essa corresse a stringerle.

Una sera erano soli. Tito era andato all’adunanza della Famiglia Artistica; il cieco aveva provocato con astute suggestioni la confidenza della sua giovane amica, e Sofia si era arresa a dire quasi tutto; aveva pensato un momentino prima di svelare il proprio sentimento, e l’aveva svelatoperchè quella confidenza, se mai, non poteva far male ad altri che a lei.

Mattia aveva saputo molte cose, per esempio che quel Tonio era un bonissimo figliuolo, pieno di cuore e di volontà; che Giuditta era una ragazza accorta, che arriverebbe di sicuro a tutto quanto desiderava — (che cosa desiderava? — Sofia non lo volle dire); che babbo Salvi aveva la virtù ignota a tanti, d’essere fiero della propria sorte... e perchè la vita gli aveva dato l’arte, o almeno l’amore dell’arte, e perchè la morte gli prometteva...

— La pace, affermò il cieco.

— Oh! tutt’altro; il babbo non se ne sarebbe contentato; piuttosto la battaglia — ma perchè la morte gli prometteva semplicemente un’altra vita, babbo Salvi era contento.

Mattia aveva voluto sapere di più, e siccome la fede, che faceva tanto bene a babbo Salvi, e ne faceva molto anche a lei, non poteva far male al cieco, Sofia si dilungò a parlare di spiriti e di spiritismo.

— Lei ci crede? domandava ogni tanto il vecchio; lei crede proprio che Nerone...

No, Sofia non credeva a Nerone, anzi non era sicura di credere a nessuna delle manifestazioni che gl’iniziati assicurano d’aver ottenuto dal mondo superiore... — E perchè non ci credeva? — Oh! unicamente perchè non aveva visto e toccato nulla lei stessa; ma credeva alla buona fede di chi aveva visto e toccato; credeva ad un mondo superiore che guarda ed aspetta.

Il cieco ascoltava attentamente. Le parole meditate della ragazza lo facevano pensare. Egli confessò umilmente che se aveva guardato qualche volta in alto, era stato per non perder d’occhio l’ideale, quando si era immaginato che l’arte potesse essere tutta la sua vita.

Quella sera stessa, dopo un lungo silenzio, Mattia disse alla sua piccola amica:

— Può essere che anch’io, senza saperlo, abbia una religione, e non mi dispiacerebbe che fosse la sua.

Sofia assicurò che egli ne aveva una. Oh! non aveva avuto sempre il culto dell’ideale? Ebbene l’ideale è del cielo.

“L’ideale è del cielo;„ ripetè parecchie volte il cieco dubitoso.

Lo ripetè ancora quando Tito, tornato a casa dalla Famiglia Artistica, annunziò che Tonio era lì, in istrada, ad aspettare Sofia per accompagnarla a casa.

— Mi è venuto voglia di dirgli che venisse di sopra, invece di aspettare; ma egli mi ha visto e si è allontanato; glie lo dica lei, signorina.

— Glie lo dirò, rispose Sofia; povero Tonio!

Il cieco era stato ad ascoltare in silenzio per vedere se mai nelle parole di suo figlio e della bellissima Sofia si potesse scorgere un tantino di dispetto da una parte, di turbamento dall’altra; non ci vedendo nulla, tornò al pensiero di prima:

“L’ideale è del cielo!„

Tonio era puntuale. Alle nove di ogni sera, si avviava melanconicamente da casa sua, per avere tempo di aspettare una mezz’oretta la cugina Sofia. La buona ragazza si era doluta un paio di volte di quel sagrificio, aveva fatto notare che la casa del cieco era a pochi passi dalla propria, che a quell’ora la strada era ancora frequentata, e molte botteghe aperte, e infine che se ne avesse visto la necessità avrebbe detto a babbo Salvi di venirla a prendere, ma necessità non ce n’era proprio.

Ma Tonio, non volendo farsi bello del sagrificio, aveva assicurato ingenuamente che quell’ora non sapeva impiegarla meglio che accompagnando la cuginetta.

Era in buona fede. Non aveva taciuto nemmeno che nel venire ad aspettare Sofia passava, quasi senza volere, per la strada di... babbo Salvi, e che qualche volta si fermava a guardare in alto se la finestra tonda era illuminata. Così Sofia si lasciò accompagnare senza lagnarsi più.

Qualche volta il poveraccio le camminava al fianco in silenzio, ed allora toccava a Sofia risvegliare il dolore muto, perchè si lamentasse.

— Ah! quanto l’avrei amata! diceva Tonio; essa non saprà mai, voglio che non sappia mai quale amore ha respinto.

Sofia non rispondeva nulla, e Tonio continuava fin che la sua compagna, rallentando il passo per dargli tempo di finire il lamento incominciato, lo facesse accorto che il portone noto era in vista, che alla finestra tonda brillava la luce d’una candela. Allora Tonio ammutoliva ancora, Sofia lo consolava colla sola parola forte che le fosse rimasta. E non sapeva nemmeno lei se fosse la pietà di lui,o di sè stessa, o della povera umanità, che la profferisse:

— Coraggio!

— Oh! sì, sì, ne avrò, assicurava il giovine maestro.

Questo accadeva nel primo tempo, dopo che Giuditta aveva manifestato il proprio sentimento, senza lasciare speranza che potesse mutarlo.

Ma, durante quell’invernata crudele, Tonio fu a poco a poco condotto a considerare la propria miseria senza lamento; se per un pezzo era stato puntuale nell’accompagnare a casa la cuginetta quando Sofia era il pretesto di parlare di Giuditta tanto bella e tanto amata, ora sembrava aver vinto quell’amore fino a non parlare più di Giuditta, fino a parlarne ancora senza nominarla, fino a nominarla con melanconia tranquilla. Pareva a Sofia che, arrivato a questo punto della convalescenza, Tonio si potesse dire al sicuro; che se nondimeno aveva continuato ad accompagnare la cugina, lo avesse fatto per iscrupolo di gratitudine, o per troppa bontà, o per timidezza.

Quella sera di febbraio, Tonio era stato per istrada un po’ taciturno; sembrando alla ragazzanon sapesse che dire, pensò che, senza avvedersene nemmeno, fosse un tantino seccato di quell’impresa cavalleresca di mettere in salvo ogni sera una ragazza bruttina, sempre la stessa ragazza bruttina, la quale, per dire il vero, non si sentiva punto bisogno di salvamento.

— Senti, Tonio, disse Sofia; ora tu sei proprio guarito, non è vero? Oh! bene. L’invernata è finita, stanno per cominciare i giorni più lunghi di marzo; non stare più ad aspettami la sera; il tuo tempo può servire a qualcosa di meglio.

— A che vuoi che mi serva? domandò il maestro di scuola. Dimmelo tu.

— Non so io... A vedere gli amici, a passeggiare, a far delle ciancie...

— Se non vuoi proprio... se ti do noia...

— Oh! Tonio, non lo stare nemmeno a pensare.

— Ebbene, se non ti do noia, lascia ch’io venga sempre; mi fa tanto bene stare con te, tu trovi sempre una buona parola per consolarmi. Me ne accorgo, sai, che sono noioso, che invece di parlare, qualche volta taccio per tutta la strada; ma con te si può anche star zitti, non è vero?

Sofia rispose di sì, che con lei si poteva anche tacere.

Infatti tacquero tutti e due fino al portone di casa.

— Addio, Tonio.

— Dunque, domani vengo ancora?... Vuoi?...

— Vieni, se vuoi.


Back to IndexNext