VIII.

VIII.

Tito aveva mantenuto la promessa, e per san Silvestro il ritratto del babbo era finito. Da molti anni quel giorno non era venuto senza portar una messe sempre crescente di biglietti di visita, di letterine, di augurii, di mazzolini di fiori come ad una bella donnina, e perfino di mazzi colossali come ad una prima donna assoluta. Era stato ogni anno il gran stupore di Mattia, come facesse il mondo ad occuparsi dei fatti suoi, a sapere in che giorno e di qual anno egli era venuto a pigliarsi la propria porzioncina di gloria e papparsela in silenzio. Invece Tomasina,buon’anima, non si stupiva niente affatto, e diceva celiando, ma sul serio, che se Mattia faceva chiasso, lo doveva all’indiscrezione di aver voluto la porzione troppo grossa, e di non se ne contentare ancora, tanto è vero che la chiamavaporzioncina.

Rallegrato da queste parole, l’artista glorioso aveva finito con acconsentire modestamente che il mondo vede tutto, sa tutto, e che è inutile tentare di corbellarlo.

Era il buon tempo, quello. Ma quando più tardi si era scatenato l’impressionismo per mordere a tutte le cantonate ogni artista invecchiato nell’adorazione dell’idea, quando ogni impressionista minchione si era vantato di trattare l’arte come una facile conquista del primo venuto, che avesse un po’ d’ingegno, mentre ai vecchi era costata tanta fatica; e quando la monelleria, invece di essere messa nel banco dell’asino, fu lodata dai giornali, ammessa nelle esposizioni, e persino pagata, allora soltanto Mattia ebbe il primo sospetto d’una gran verità. La verità grande, espressa ad alta voce in lingua volgarissima, era questa: il mondo è fatto apposta perchè i corbellatori se lo possano mettere comodamente in tasca.

Ma non ostante la nuova malattia della pittura, non ostante la malattia cronica della critica dei giornali, anche sotto il regno dell’impressionismo, a san Silvestro i biglietti, i mazzolini, gli augurii avevano continuato a fioccare, e l’ultimo giorno dell’anno Mattia si poteva dire pagato delle offese sopportate con poca rassegnazione tutto l’anno. Poi era venuta la cecità, era scesa sulla casa di Mattia una valanga di condoglianze, e il cieco aveva pensato in buona fede all’idea di poter vivere della propria gloria passata, e se mai fosse il caso, prepararsi alla rassegnazione.

Fin dalla vigilia del giorno famoso, era arrivato l’augurio d’un vecchio russo e d’un croato; si dicevano ammiratori tutti e due, e si poteva credere, perchè erano stati anche compratori. Il croato faceva il suo augurio in cattivo italiano; il russo, per esprimere il diletto che gustava ancora dopo tanti anni guardando nella sua sala da pranzo l’Idillio greco, adoperava la lingua latina. Era stata una mezz’oretta allegra, quando, dopo aver corretto la grammatica spropositata del croato, Tito e Mattia si erano cacciati nel latino del russo senza speranza di portarlo via tutto.

—Velim mei semper recorderis, aveva detto Tito ridendo; chi sa che cosa è quel velim; il resto sicuramente vuol diresi ricordi sempre di me. Non ti pare?

— Credo anch’io, acconsentì il cieco; chi mai avrebbe potuto immaginare che per sporcare qualche tela non fosse inutile studiare il latino?

— È vero; ma scommetto che abbiamo inteso tutto. Non è poi il diavolo il latino.Velim mei semper recorderis et si venerit tempus quo aliqua in re tibi esse possim... Si capisce quasi tutto.

— Quasi.

Ma il cieco, lusingato da quell’augurio che arrivava da Pietroburgo, si può dire dall’altro mondo, scritto in lingua morta, non era scontento di farselo spiegare molte volte da quanti fossero venuti a fargli visita, ancorchè non avessero saputo di latino.

Perchè, se tutto l’anno non si vedeva quasi nessuno, salvo qualche artista poveraccio, a cui Mattia faceva l’elemosina, non era così a san Silvestro; almeno i numerosi amici di Tito, sapendo di far piacere al compagno, avrebbero portato un augurio al vecchio.

Vennero infatti tutti; e ognuno ebbe una parola bugiarda per consolare il cieco.

Egli domandava:

— Che cosa fate voi altri? Qual è la pittura di moda fra i giovani?

I burloni rispondevano sempre: la vecchia; gli altri s’impaperavano, dando il gusto a Tito di poter dire con indulgenza rassegnata: “peccato che io non possa vedere quello che fate!„

— Mi faccia piacere di dirfortuna, ribatteva il burlone; lei ha chiuso gli occhi in tempo, glielo dico io.

Oppure il burlone rispondeva:

— Sì, un gran peccato, perchè se potesse vedere quello che facciamo noi, farebbe qualche cosa di meglio lei!

Il cieco si schermiva appena appena, ma finiva accettando la lode; a questo punto gli veniva in mente il latino del russo.

— Oh! Giusto!... fagli un po’ vedere la lettera famosa... chi sa che egli ne capisca più di noi.

Egli non capiva affatto, e il vecchio si rallegrava sempre più.

Tutto l’anno, quanto è lungo, Mattia era ridottoalla contemplazione della propria gloria; era una contemplazione melanconica, ma oramai aveva imparato il metodo di annoiarsi, e quasi si può dire che non si annoiava più. E a san Silvestro, quando nella solitudine credeva che fioccassero i biglietti di visita a richiamarlo da lontano, offrendogli un giorno, un’ora del passato, pareva a Mattia di essere preso a braccetto da questa sua gloria che gli camminava a fianco tutto l’anno senza parlargli ad alta voce.

Ogni anno, a tutte le ore della posta di quel famoso giorno, aveva sorriso senza dir nulla, aspettando che Tito gli mettesse in grembo una manciata di biglietti.

— Sono pochi, aveva detto una volta palpandoli, e prima gli aveva contati fra le dita in silenzio, poi aveva voluto che Tito glieli leggesse a uno a uno.

Ma ogni volta erano andati scemando di numero, un po’ perchè taluni degli ammiratori erano morti, un po’ perchè gli enfatici, per esempio quelli che al proprio nome aggiungevano una coda di superlativi, si erano stancati di ammirare. Tito aveva avuto paura che suo padre, il quale intendevatante cose dell’anima umana, non potesse intendere questa: che l’ammirazione è una gran fatica, e che l’enfasi ha sempre il fiato corto.

E perciò Tito, quando la messe era stata scarsa, vi aveva aggiunto un po’ del vecchio raccolto, per far dire a suo padre:

“Sono molti!„

Sebbene, in fondo al cuore, Tito si dolesse di questa malizia, come farsi un vero scrupolo d’un inganno che, non facendo male a nessuno, faceva gongolare il povero cieco?

Quell’anno la pioggia di augurii era scarsa; la prima posta del mattino ne aveva portati cinque, la posta delle undici tre appena, dopo il mezzodì il portalettere non aveva portato altro che una lettera d’un vecchio compagno di scuola, e la gazzetta che Mattia si faceva leggere dopo cena.

— Ecco una lettera che ti farà piacere, disse Tito al vecchio; indovina chi ti scrive...

— L’ambasciatore americano... il segretario della legazione di...

— Niente ambascerie, nè legazioni; è un amico vecchio, un compagno di scuola.

— Gerolamo... è proprio lui?... dà qua...

Volle toccare la lettera, prima di dire:

— Leggila.

Era una grossa porzione del passato che Gerolamo gli presentava alla memoria; si vedeva che lo scrivente era vecchio, perchè nel fare gli augurii non parlava dell’avvenire. “Ti ricordi?„ diceva ad ogni tratto, e finiva con poche parole di tenerezza melanconica.

Mattia, rimasto un po’ a fantasticare, si svegliò poi a dire:

— Immagino che saranno anche arrivati i soliti biglietti...

— Oh! sì sì...

— Molti?...

— Abbastanza, mi pare... li vuoi?

— No; me li leggerai più tardi; anzi, me li farò leggere da Sofia; verrà a desinare, lo sai?.... Non ti spiace?

— Tutt’altro.

— Ho fatto pregare anche quel povero diavolo di suo padre e la signorina Giuditta... Non ti spiace?

— Hai fatto bene.

Ma all’ora del desinare vennero soltanto Sofiae suo padre, il quale, appena entrato in salotto, giustificò l’assenza dell’altra figliuola con l’emicrania.

E avendo Mattia detto ah! appena appena, Primo Salvi si ricordò della gran raccomandazione che la figlia rimasta a casa gli aveva fatto prima d’uscire. “Ricordati, gli aveva detto, ricordati bene di dire a Mattia Bondi che mi associo io pure a tutti gli amici suoi nell’augurargli...„ E allora Mattia il glorioso interruppe modestamente dicendo: “Grazie„ e volle sapere se quell’emicrania faceva molto soffrire la buona ragazza.

Quando babbo Salvi lo ebbe rassicurato informandolo che Giuditta andava soggetta a queste sorte d’emicranie passeggiere, all’artista glorioso uscì di bocca una parola ingenua: peccato! E spiegò prontamente che, se non fosse stato di quel peccato, le due sorelle avrebbero potuto sonargli molta musica a quattro mani.

Ma dopo il desinare, che fu allegro quanto babbo Salvi non aveva immaginato, Mattia non sentì verun bisogno di musica. Il suo commensale nemmeno. Continuava a trovarsi benone a tavola; messo di fronte ad un vinone di Valpolicella, si può diresenza testimoni — perchè il cieco non poteva vedere quanto gli piacesse, e i due giovani erano accalorati a discorrere — non gli era costata fatica avviare il discorso sull’arte eternamente giovane. Confortato da quel vinone, egli era diventato indulgente cogli altri e sopratutto con Mattia, crudele soltanto con sè stesso; ma l’artista glorioso medicava tutte le ferite man mano che babbo Salvi se le faceva.

E credevano di fare un’opera pietosa tutti e due.

A un certo punto il cieco smascherò il proprio disegno, che era di far leggere a voce alta i nomi di tutti coloro che gli avevano mandato gli augurii.

— Abbiano pazienza un momentino; per solito mio figlio in questo giorno ha troppe cose per la testa; soltanto dopo il desinare abbiamo un po’ di pace.

Primo Salvi si versò da bere, ed assicurò che non era scontento niente affatto, anzi si propose per lettore lui stesso.

Aveva l’aria di dire: “vedete come sono fatto io; sono buono come il pane, io; il mondo che mi maltratta tutto l’anno, fa di me quello che vuole se mi prende per il verso giusto.„

— Dove sono i biglietti di visita? disse a Tito. Il babbo vuole i biglietti di visita; li leggerò io stesso.

Tito si fece rosso nel levarsi da tavola; girò la testa di qua e di là, come uno smemorato, prima d’accostarsi ad uno scaffale in fondo alla stanza.

Primo Salvi gli stava dietro cogli occhi, impaziente di cominciare la lettura; sentiva dentro di sè una grandezza nuova, a cui egli non si curava di dare nemmeno il nome, contento di sentirla appena. Però non tralasciava le proprie osservazioni, e non gli sfuggì che il giovine era un po’ impacciato nel mettere sulla mensa la coppa dei biglietti.

— Dia qua, gli disse; il suo babbo è contento che legga io; non è vero?

Il cieco acconsentì, sorridendo alla sorte che gli serbava ancora dei momenti buoni.

E Tito cercò inutilmente di resistere al braccio allungato sulla mensa, e consegnò la coppa. Babbo Salvi, prima d’incominciare, volle che il cieco assaporasse bene la propria gloria, se quella si poteva dire gloria, chè egli ci aveva i suoi dubbi.

— Metta una mano qua dentro; quanti! non è vero?

Il primo biglietto che si presentò aveva un nome lungo lungo.

Ariodante Ramirez Spinosa dei marchesi di Roccamala augurava cento anni di vita al grande artista.

— Cento anni sono troppi, disse Mattia modestamente.

— Troppi niente affatto; affermò con sicurezza Primo Salvi. “Chevalier M. N. O. Blowitz, attaché à l’ambassade d’Autriche.„

— Oh! le chevalier Blowitz!... senti Tito; le chevalier Blowitz non era morto?

Primo Salvi sorrideva ad un altro biglietto di visita più complicato, impaziente di leggerlo forte, per vedere come se la sarebbe cavata; non vide che il povero giovine si era fatto rosso.

— Pare anche a me; ma se ha mandato il biglietto di visita, è vivo.

Il cieco pensava.

— Ma no, ma no, che non è vivo... Ma sì, ma sì, le chevalier Blowitz è morto e sepolto; quel biglietto è un intruso...

— Può essere che il servitore abbia sbagliato... che l’abbia raccattato da terra e messo lì cogli altri...

— Può essere, disse il cieco con diffidenza.

Babbo Salvi, raccogliendo tutti gli spiriti vitali, si provò a pronunziare un nome difficile:

— “Casimiro Trr... Trr... Trz... Trzcinski Granichski„ magnifico nome; merita la corona di cinque punte che gli sta sopra... Trzcinski Granichski.

— Un polacco; l’ho conosciuto in viaggio.

Ma dall’accento dimesso con cui il cieco diede questa dilucidazione, babbo Salvi potè credere che egli avesse mancato di riverenza a quel nome, e fu peggio quando Tito propose di andare innanzi lui e gli si fece accosto, mettendoglisi dietro la spalliera.

— No, legga pure lei, signor Salvi.

Per un po’ la lettura andò benissimo; ma ad un certo punto Tito gli levò di mano il biglietto che stava per leggere.

— È morto anche questo? disse Primo Salvi.

— Ci è un altro morto? domandò il cieco.

— Sì, non so come sia accaduto; qualcuno deve aver confuso i biglietti... ma quelli che abbiamo letti finora sono tutti arrivati stamattina.

Babbo Salvi non sapeva che cosa pensare di queimorti, di quel rossore del giovine, dello scoraggiamento del vecchio. Volle leggere ancora un nome, ma il cieco gli disse:

— Lasci stare; è sicuramente avvenuto un equivoco. Se la signorina Sofia ci vuol sonare una cosa allegra, sarà meglio.

Sofia disse di sì, e andò a prendere il braccio del cieco. Si avviarono in silenzio.

L’allegria superba di Rossini quella sera non fu molto fortunata, e a un certo punto il cieco volle riudire la Sonata appassionata di Beethoven.

Mentre la fanciulla sonava, babbo Salvi notò ancora che Tito aveva quell’aria stramba di uno, il quale ha fatto una corbelleria e non sa come rimediarla.

E andando a casa allegramente disse a sua figlia:

— Quel Tito non so quanto valga; ma suo padre è veramente un buon uomo; poveraccio! è stato un quarto d’ora lucciola, e si è creduto una stella fissa; è da compatire, ora che è cieco. Però ha le idee giuste, e sa pesare gli uomini.

— Perchè dici che il signor Tito non sai quanto valga?

— Perchè mi ha l’aria di essere impaziente di arrivare; sbaglierò, ma lo credo anche geloso della fama di suo padre... Già, tutti fatti così, questi ragazzi della scuola moderna... Sbaglierò...

— Sta zitto, babbo, perchè sbagli di sicuro.

Babbo Salvi non fiatò più fino a casa.

Presso al portone trovarono Tonio in sentinella.

— Sono io! disse egli attraversando la strada.

— Oh! Tonio! stavi qui a pigliar il fresco? domandò babbo Salvi.

— Dopo la scuola, ho detto: voglio mi po’ andare a portare gli augurii a zio Salvi ed alle cuginette.

— Se vuoi venire di sopra... Giuditta non è andata a letto; vedo che ha ancora il lume in camera.

Tonio volle essere eroico per resistere alla tentazione; ma quella luce che scendeva dalla finestra, quella luce che lo aveva incatenato lì per un’ora, fu più forte di lui. Seguì a capo chino zio Salvi, dicendo alla cugina Sofia su per le lunghe scale:

— Non vorrei dar noia; me ne andrò subito...

Ma era proprio disgraziato il povero maestro di disegno; Giuditta era già andata a letto, e Sofia tornò a dire che sua sorella leggeva un romanzo bello, che ringraziava il cugino degli augurii, e gli contraccambiava...

— Grazie! mormorò Tonio.

Fino a tarda sera, rimase in salotto, parlando a monosillabi, e quando zio Salvi, immaginando che quella buona pasta di ragazzo volesse dire qualche cosa in segreto alla cuginetta, gli disse di fermarsi ancora un poco, se voleva, ma che egli aveva sonno, allora Tonio si svegliò del tutto. E disse:

— Me ne vado. Sono le undici; fra un’ora comincerà il nuovo anno; sia un anno felice per lei, zio Salvi, per lei, Sofia... per Giuditta!

— Sia un anno felice per tutti! rispose babbo Salvi.

Sofia aggiunse sommessamente:

— Coraggio, Tonio.

E Tonio uscì ripetendo a sè stesso con baldanza: “coraggio, Tonio; il mondo è pieno di belle ragazze; coraggio per amarne una che ti corrisponda; coraggio per dimenticare una che non vuol saperne di te.„

Giunto sulla strada guardò in alto, alla finestra illuminata. Giuditta lesse lungamente il bel romanzo prima di spegnere la candela. Allora Tonio si avviò a casa.

Per la prima volta la faccenda della lettura dei biglietti di visita era andata malaccio; e Tito, non sapendo bene se il cieco si fosse accontentato della toppa che aveva messo lui lì per lì, si aspettava altre interrogazioni prima che il babbo andasse a letto. Mattia non diceva nulla, rimaneva solo un po’ più del solito a tavola; a un certo punto Tito potè immaginare che il sonno glie l’avesse fatta; e si scostava in punta di piedi.

— Non dormo ancora, disse il cieco; ma se stavo qui ancora un poco, ci cascavo; chiama e me n’andrò a letto.

Il tono di voce era spigliato, quasi allegro.

Tito, non si fidando ancora, gli girava intorno, dopo aver toccato il bottone del campanello. Tomaso si affacciò, e disse che il letto era caldo.

— Senti, Tomaso, disse Tito; sei stato tu a confondere i biglietti di visita?

— Quali biglietti?

Tomaso protestò che, quanto a lui, potevano star sicuri, che non aveva confuso nulla, che i biglietti di visita non gli aveva nemmeno toccati.

— Lascia stare, disse il cieco; ti dai pensiero di una cosa da nulla; domani staremo un momento a scegliere quelli che sono arrivati oggi, e me li leggerai tu stesso. Buona notte, figliuolo mio.

E appena fu solo col servitore, gli disse:

— Tito vuole che gli sia lasciata ogni cosa in ordine; e tu bada a contentarlo. Quelle carte di visite che hai confuso...

Tomaso interruppe per dichiararsi pronto a giurare sul Vangelo che egli non aveva confuso nulla.

— Allora, se non sei stato tu, sarà stata Barbara...

Ma no, ma no; non poteva essere nemmanco lei; la giustizia prima di tutto, ecco; era stato sempre lui a ricevere le lettere dal portinaio... E poi ci era poco da confondere; Tomaso poteva fare il conto ancora adesso. Il portinaio gli aveva portato le lettere tre volte; la prima volta cinque letterine; la seconda...

Mattia non fiatava.

.... la seconda tre; la terza una e la gazzetta — etutte e tre le volte Tomaso era andato difilato a consegnare ogni cosa in mano del signor Tito;ogni cosa, cioè la prima volta cinque letterine, la seconda tre, la terza una...

Mattia non parlò più; si lasciò spogliare, e solamente dopo essersi messo a letto, disse:

— Sei ben sicuro che le lettere fossero nove?

— Altro che sicuro! mi sembra di vederle; la prima volta cinque; la seconda tre; la terza una — e niente più.

— Niente più proprio?

— Proprio niente.

— Buona notte, Tomaso.

E Tomaso se ne andò portando via il lume.

Dopo una notte insonne, aveva chiuso gli occhi al primo mattino; alle dieci dormiva ancora, e Tito, affacciandosi alla camera del babbo, stava per andarsene in punta di piedi, quando il cieco si svegliò.

— Tito!

— Babbo! Hai dormito più del solito.

— Sì... cioè no; ho vegliato; è stata una lunga notte di combattimento, figliuol mio.

Il cieco parlava con accento mesto, ma tranquillo, e non potendo leggere negli occhi di Tito, gli stendeva la mano cercando la sua. Quando la ebbe stretta con tutta la forza nuova che aveva guadagnato nella battaglia, soggiunse:

— Taci... non mi dir nulla; ho compreso tutto.

— Che cosa?

— Ho compreso l’inganno della tua pietà... povero figliuolo; taci... non cercare d’ingannarmi ancora.... è inutile. Sono forte.... solamente ho ancora sonno; lasciami dormire fino all’ora della colazione. Vedrai che l’appetito mi servirà a tavola... Zitto... Dammi un bacio.

— Mi spiegherai poi... perchè io non capisco...

— Sì, sì, ti spiegherò poi... disse Mattia voltandosi sul fianco.

Tito se ne andò sconsolato.

Per evitare lo sproposito commesso a tavola, egli ora vedeva come bisognava fare; lo vedeva chiaro chiaro ora che lo spropositaccio era commesso. A sanarlo, se fosse possibile, non gli rimaneva altro scampo che mettere faccia tosta per mentire; Tito ci si preparò in buona coscienza, studiando l’accento sincero della menzogna, come avrebbe potuto fare... una brava commediante.

— Ti assicuro, babbo, che è avvenuto un equivoco, che...

Sentiva che nel dire queste poche parole si sarebbe fatto rosso, ma Mattia non avrebbe visto. Solamente, prima di colazione, bisognava fare un po’ di esame di quei biglietti perchè non seguisse ancora qualche grosso guaio.

A tavola Mattia fu sereno come il solito, anzi un po’ più ciarliero; ma non dava le spiegazioni promesse. Tito, commediante malsicuro di sè, era impaziente di recitare la propria parte, e d’altro canto temeva di guastare il buon umore di suo padre.

Ma prendendo il proprio coraggio a due mani, disse con disinvoltura:

— Oh! vuoi che te li legga ora, i biglietti?

Mattia non rispose.

— Però... sta tranquillo: ci ho messo un po’ di ordine.

Il cieco si oscurò in volto, ma finì col sorridere nella gran barba bianca, e disse allegramente:

— Sì, mi farai piacere proprio... Sono molti, non è vero?

— Ce n’è una valanga. Vuoi che cominci?

— Sì, comincia pure...

E Tito lesse una litania di nomi e di titoli, che per un po’ fece star allegro suo padre. Poi Mattia piegò il capo sul petto, e disse:

— Basta così.

Tito rispose ingenuamente:

— Ce n’è ancora.

— Lo so, ma basta così.

Lasciò passare l’idea nera che gli era venuta, e si alzò per baciare suo figlio sulla fronte.

Non disse nulla.


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