XIII.
Sofia era al suo posto. Poteva dire che tutto era preparato intorno a sè per ricevere la bambinella inferma; la quale verrebbe al mezzodì, quando Tito doveva salutare i monti severi del lago di Lecco, la Grigna, il Barro, il San Martino.
Andando e venendo per la nuova casa piena di luce, Sofia ne pigliava possesso, mentre il vecchio si aggirava nel buio, fermandosi ogni tanto di fronte al pendolo a contare i secondi.
Sofia lo aveva trovato più volte in questo atteggiamento, prima di dire:
— Mezzodì sta per sonare; senta...
Mattia non aspettò nemmeno che il pendolo avesse battute le dodici; al primo scatto, disse scoraggiato:
— Sapevo bene che non sarebbe venuta.
Ma in quel punto Tomaso portò una lettera.
— Di lei! annunziò la ragazza.
— Mettiamoci a sedere, disse Mattia, non sperando più nulla di buono; e Sofia, stando in piedi in faccia a lui, lesse:
“Uomo generoso. Perdoni ad un’infelice se non viene all’ora indicata; essa accompagnerà la bimba prima di notte. Se la porta del giardino che mette sulla strada sarà aperta, Bianca entrerà. Oh! potesse la disgraziata madre baciare la mano che proteggerà la sua creatura! Ma ne morrebbe di vergogna... Grazie, grazie, grazie.“Cesira.„
“Uomo generoso. Perdoni ad un’infelice se non viene all’ora indicata; essa accompagnerà la bimba prima di notte. Se la porta del giardino che mette sulla strada sarà aperta, Bianca entrerà. Oh! potesse la disgraziata madre baciare la mano che proteggerà la sua creatura! Ma ne morrebbe di vergogna... Grazie, grazie, grazie.
“Cesira.„
— Sta bene, aspettiamo ancora; disse Mattia; e dopo un momento di silenzio: lei, Sofia, che cosa ne dice?
Interrogata così, la giovinetta disse che lei selo aspettava. — Che cosa si aspettava? — Si aspettava che quella donna non volesse venire al mezzodì. A quell’ora sarebbe stata veduta, e la cecità dell’uomo generosonon la metteva al sicuro dagli altri occhi.
— Può essere, ripetè Mattia, può essere.
La musica, il desinare, la lettura s’ingegnarono a far passare le ore di quella giornata di maggio, e molto prima del crepuscolo, il cieco scese in giardino, accompagnato da Sofia. Passeggiarono un pezzo in silenzio; più volte Mattia interrogò se il sole si mostrasse ancora sull’orizzonte e si impazientì delle ciarle che facevano sul suo capo i passeri sul vecchio ippocastano. Finalmente quel ciaramellio di vocine celianti scemò, e cadde quando il merlo gettò al vento la prima domanda lunga e melanconica.
Allora Mattia prese Sofia per mano, e l’accompagnò fin sull’uscio, che metteva nella viuzza deserta. La ragazza volle tirare il catenaccio, ma non riuscì; e il vecchio le disse con un po’ di tremito: “sono ancora più forte di lei...„
Aperto l’usciolo, Sofia si affacciò nella strada.
— Non vi è nessuno, disse:
Si andarono a mettere sulla panca più vicina. Il sole era proprio tramontato. I contorni delle cose cominciavano a sfumare, e il merlo continuava ad interrogare nel gran silenzio.
Poi una bambina si affacciò nel piccolo vano dell’uscio socchiuso, si guardò intorno, mosse pochi passi barcollanti come per obbedire ad un eccitamento, poi si fermò e si volse.
Il cieco aveva sentito tremare nella propria la mano di Sofia, indovinò il resto, e subito rizzandosi in piedi e voltandosi verso l’uscio, disse con voce amorevole:
— Bianca!
Sentendosi chiamare per nome, la bambina tornò indietro; e allora Mattia chiamò con voce profonda:
— Cesira!...
La sciagurata madre si mostrò. Teneva il capo curvato sul petto e un fitto velo le nascondeva la faccia; appoggiò le mani sugli omeri della piccina, che si voltava a guardare ingenuamente.
— Cesira! ripetè Mattia.
— Sono qua.
— Mi dia la mano, proseguì il cieco; così mi parrà di vederla.
Cesira sussultò a queste parole, e scorgendo Sofia che si teneva in disparte, fece l’atto di voler fuggire; ma si accontentò di assicurare il velo nero, e porse una mano tenendo con l’altra sua figlia come per difendersi o per difenderla.
Sofia notò che tutto questo era fatto con atteggiamenti teatrali; e notò ancora che la piccina continuava a guardare curiosamente.
Il cieco si era commosso nello stringere la mano di quella donna, che, potendo fare una felicità grande, non aveva voluto. Le parlò con benevolenza:
— Lei mi ha scritto d’una sventura; ma non mi ha detto quale sia. Se volesse dirmelo, se si potesse ancora rimediare....
Il cieco aspettò una parola, che non venne.
— Non me lo vuol dire?...
Aspettò ancora; poi abbandonando la mano della madre, cercò il volto della bimba, di cui sentiva l’alito.
— Dunque, siamo intesi; disse mutando accento; me la piglio io.
Così dicendo, attirava dolcemente a sè la testina, finchè la sentì appoggiata alle proprie ginocchia; la madre infelice esalò un sospiro lungo; la piccinacontinuava a guardare curiosamente ora l’uomo colla barba bianca, ora la mamma nascosta sotto il velo nero.
— Ah! quanto sono disgraziata! mormorò Cesira.
— Oh! sì; molto disgraziata, confermò Mattia, commosso; è la peggior disgrazia che le potesse toccare.... voler rinunziare alla sua creatura...
— Rinunziare, no; interruppe Cesira con accento drammatico; la mia figliuola, il mio sangue mi appartiene ancora; spero che lei mi permetterà un giorno di rivederla, di amarla sempre e che dirà a quest’innocente di non dimenticare la mammina, di volerle sempre bene, d’aspettarla, perchè essa verrà, verrà presto.
Queste ultime parole furono mormorate appena; all’ultimo vinta dalla commozione la commediante pianse. Pianse propriamente.
La bambinella, dilettata molto da questa scena, rideva.
Mattia tacque; non già perchè non credesse a quell’ardore di palcoscenico, ma perchè la commedia, se era tale, aveva vinto lui stesso e gli levava di bocca le parole.
— Si ricordi che la sua figliuola è in mano di un uomo di cuore, disse poi affannosamente; e se posso fare qualche cosa per la sua sventura... me lo dica subito.
Allora Cesira baciò la mano del cieco; poi, con frenesia disperata, avvinghiò la piccina.
— Ti ricorderai di mammina, non è vero? dillo; te ne ricorderai? Mammina verrà presto, sai? presto presto. E scriverò a questo buon signore; e scriverò anche a te.
— Una lettera che sia tutta scritta, che sia sigillata, e con francobollo... raccomandò la bimba.
— Sì, sì, sì....
Dette queste parole si guardò intorno, in silenzio, come per ricordarsi lungamente l’ora e il luogo. Le venne veduta Sofia, che in tutto quel tempo si era tenuta in disparte.
— La raccomando anche a lei.
E corse alla porticina, dove si fermò un momento senza voltarsi.
— Se n’è andata? domandò Mattia, lisciando con mano tremante la testina di Bianca.
— Addio! gridò per l’ultima volta Cesira voltandosi per mandare un bacio alla ragazza.
— Se n’è andata, rispose Sofia.
Allora il cieco si accertò colla mano che la piccina non piangeva, e le disse:
— Figliuola mia; la mamma ha fatto per celia... ma tornerà... lo sai?
— Sì che lo so; rispose Bianca.
— Ed ora non bisogna più piangere...
La bambina mostrò il bel volto ridente.
— Ora non piango più; ho pianto tante volte in teatro, quando quell’uomo nero sgridava mammina; mammina era rimasta in ginocchio, e mi diceva: va, ora ricordati di piangere bene; era tanto bello; la gente batteva le mani, io faceva la riverenza.
Il cieco ascoltava le parole ingenue, e gli pareva che già quella vocina avesse cantato in lui come la vecchia musica di Cimarosa e di Rossini. Era una vocina soave e lenta, frammezzata da respirazioni lunghe. Non gli veniva in mente dove nè quando egli ne avesse sentito la cadenza e il suono.
Tenendo con una mano la testa della bimba, volle dirigersi verso l’abitazione.
— Sofia? chiamò a bassa voce.
— Sono qua.
— Rientriamo in casa; vuole?
— E l’uscio del giardino rimane aperto?
— È vero; mi faccia il piacere di chiuderlo lei.
La bambina vide dar di catenaccio a quell’uscio e volle sapere come mammina avrebbe potuto tornare.
— Passerà da un’altra porta, rispose Sofia.
Nel breve tratto del viale, Bianca notò ancora che il vecchio tastava colla bacchetta i tronchi allineati nel viale di acacie.
— Perchè fai così?
— Perchè non ci vede, rispose Sofia, accarezzandole il mento.
— Perchè sono cieco, disse il vecchio.
Bianca alzò la testina intelligente verso il suo nuovo amico, e le balenò negli occhi una curiosità pietosa.
Ma dal canto suo non abbandonando mai la mano di Bianca, anche Mattia aveva notato il passo incerto e un po’ sbilenco della bimba.
Quando furono in salotto e il vecchio si fu accomodato nel canapè:
— Ora lascia che io ti veda, disse; mettiti qua, fra le mie ginocchia. Così.
Dopo aver tastato le mani, le braccia e il torace miserino della nuova figlia, Mattia ripetè che voleva vederla proprio.
— Cominciamo di qui, annunziò celiando; e la bambina sentendosi afferrare il nasino, rise molto.
Fu una lunga carezza; la mano leggiera dell’artista glorioso passò sugli occhi, sulla fronte, sulle orecchie, sulla bocca e sulle guancie della bambina. Poi si cacciò accortamente fra i ricciolini biondi, e all’ultimo accostò al petto la testina che continuava a ridere.
Sofia stava a guardare melanconicamente.
— Ora che ti ho vista bene, voglio che tu sappia chi sono io. Io sono il babbo.
— Il babbo? domandò la piccina incredula.
— Sì, il babbo; non ti è stato mai parlato del babbo?
— Mammina mi ha detto che era un bell’uomo...
— E ti pare che io non sia bello?
— Sì, sei bello anche tu; ma sei vecchio.
— Ti pare? E perchè ti pare che io sia vecchio? Vedi un poco quanti capelli ho anch’io; ne ho tanti come te...
— Sì; ma gli hai bianchi; e poi, vedi, qui non sei liscio come gli altri.
Mattia ebbe l’aria di pensarci un poco; ma finì coll’arrendersi; e Bianca, contenta di averlo persuaso, disse trionfando: lo vedi!
— Sì, sì, lo ammetto; sono un babbo vecchio; non ho la faccia liscia; ma tu devi voler tanto bene al babbo vecchio. Non è vero?
La piccina rispose distrattamente tanto; aveva messo gli occhi in faccia a Sofia, che la guardava con bontà.
— Tu, come ti chiami?
La ragazza la baciò in bocca, sugli occhi e sulla fronte con una tenerezza grande che non sapeva da che cosa fosse suggerita; poi rispose:
— Mi chiamo Sofia, e ti voglio tanto bene.
Bianca rispose tranquillamente che anch’essa glie ne voleva tanto.
Mattia, continuando l’esame incominciato, disse:
— Ora parla, dimmi qualche cosa.
— Che cosa ti devo dire?
— Parlami del paese dove sei stata, parla di quello che facevi in teatro.
Bianca obbedì; e parlò di mammina bella, delteatro in cui essa aveva fatto tante parti, quando stava bene. Era una cosa tanto bella! Ma poi si era ammalata ad una gamba, e non aveva più potuto perchè era rimasta zoppina. Non se n’era accorto Mattia? Ma sicuro! egli non ci vedeva! Ma Sofia sì, se n’era accorta; ad una scarpina portava i tacchi alti alti, per non zoppicare, ma tanto zoppicava ancora... Dunque quando era sana aveva fatto tante parti, e la gente le diceva brava, e una volta perfino le avevano regalato dei dolci e una bambola grande grande...
— Che cosa altro vuoi sapere? Ti ho detto tutto... Ah! di mammina bella...
E Bianca parlò di mammina bella, senza titubanza; disse che non la sgridava mai, ma che aveva tante cose da fare, imparare la parte, e poi fare la prova, e poi recitare... da un po’ di tempo era di malumore, forse perchè aveva la tosse.
— Non sei tu che hai la tosse?
— L’ho avuta, ma ora non l’ho più.
Mattia non insistè nelle induzioni per non abusare di quell’innocenza.
La lasciò parlare un pezzo, finchè la chiacchierina fu interrotta più volte dallo sbadiglio.
Allora Sofia domandò alla bimba:
— Hai sonno?
— Sì, un poco...
— Vuoi che ti metta a letto?
— No, aspetto mammina; ha promesso di tornar presto.
— Mammina è andata in teatro; tornerà tardi; quando eri in casa tua, a quest’ora sicuramente mammina ti metteva a letto per andare alla recita...
Era verissimo; ma solo da quando era stata ammalata; prima no, perchè faceva la commedia anch’essa.
Continuò un poco così, parlando a scatti, finchè il sonno la prese interamente fra le ginocchia del cieco.
— Povero angiolo! disse Mattia a bassa voce dopo aver ascoltato la respirazione tranquilla della piccina. Lei, Sofia, che cosa dice?
— Povero angiolo! confermò la ragazza.
Per un po’ tacquero; poi il vecchio volle sapere se la bimba... era bella...
— È tanto bella, è proprio un amore.
— È ricciuta, non è vero?
Sofia disse di sì.
— È bionda?
La ragazza disse ancora di sì.
— Ha il nasino rivoltò in su; ha la fronte ampia, nelle guancie due fossette, le orecchie piccolissime... Lo so bene... Ma vorrei sapere...
— Se gli somiglia?... interruppe Sofia con tenerezza; è proprio il suo ritratto.
Mattia non disse nulla; ma gli tremò la mano nel lisciare i capelli e la fronte dell’innocente. Era la prima carezza di nonno; e Sofia stette a guardare in silenzio, finchè il cieco disse:
— Tito dovrebbe essere qui; e sono state io a mandarlo via...
La giovinetta continuò a tacere per non dire il proprio pensiero che, dopo aver aspettato una parola di risposta, fu espresso meglio dal vecchio.
— Non mi avrebbe dovuto obbedire; il suo posto a quest’ora era qui, e non sul lago di Lecco...
— Si sveglia... disse Sofia; è meglio metterla a letto.
Si prese in braccio la bimba, e le disse:
— Ti mettiamo a letto.
— Mammina, mormorò Bianca; dov’è mammina?
— Mammina verrà dopo il teatro...
Nell’attraversare le stanze, Sofia col suo fardello, il cieco dietro tentoni, la bimba si addormentò ancora; ma si svegliò del tutto quando fu nella cameretta che in avvenire doveva essere il nido delle due fanciulle. Disse a Sofia:
— Qui è bello! Sei tu che dormi accanto a me?... Ma tu perchè non te ne vai?
— Mi mandi via, disse il vecchio; hai vergogna di spogliarti in faccia agli uomini, non è così? Ma io sono cieco.
— Non ci vedi proprio niente? domandò la bimba.
— Proprio niente!
Bianca si ricordò che non aveva detto l’orazione: e mettendosi in ginocchio sul letto disse ad alta voce:
“Signore, che siete nei cieli, mettetemi sulla buona via per arrivare sino a voi; benedite la mammina, il babbo e tutti i miei parenti.„
Dopo di che lasciò che Sofia finisse di spogliarla e si cacciò nel letticciuolo.
— Dammi un bacio, disse a Sofia.
— E da me lo vuoi un bacio? disse il nonno.
— Anche da te. Quando torna mammina, ricordati di dirle che sono stata buona...
Pochi minuti dopo la bimba dormiva placidamente.
Allora Mattia parlò a sè stesso.
— Ho fatto male a mandarlo via. Il suo posto era qui, era proprio qui.
Dopo un breve silenzio disse a Sofia collo stesso accento:
— Domattina mi farà il piacere di scrivergli che suo padre lo aspetta.... che sua figlia lo aspetta. Me lo farà questo piacere?
Sofia non ebbe tempo di rispondere, e il cieco, abbassando la voce, aggiunse:
— Peccato di quella gambina! Lei ha visto bene che male ha? Non crede che si potrà guarirla?
Sofia spiegò che la gambina destra era ben fatta, ma solo pareva colpita da atrofia, al paragone dell’altra; e perciò la bimba barellava un poco nel camminare.
Rimasero accanto al letticciuolo della fanciulla, fino a tarda sera; fu Mattia il primo a dire:
— Me ne vado a letto; anche lei avrà bisogno di riposare. Buona notte.
— Io l’accompagno, disse Sofia mettendo la mano in quella del vecchio.
— Non si muova: Bianca potrebbe svegliarsi... Io so la mia strada, non posso sbagliare. Solamente, ho bisogno di un bacio... me lo dia.
Sofia si rizzò in punta di piedi per baciare il vecchio sulla guancia, e Mattia, contento, si avviò diritto all’uscio che aprì senza far rumore.
— Buona notte, disse ancora.
La ragazza, senza pensarvi, volle fargli lume; ma appena si fu affacciata al lungo corridoio, vide seduto in un canto... chi mai? Tito in persona. Egli le faceva cenno di star zitta; intanto Mattia continuava imperturbato la sua strada, tastando colla bacchettina la parete. Quando il cieco fu entrato nello studiolo, Tito si levò e corse a Sofia.
— Me la faccia vedere, disse.