XX.
Una mattina venne Giuditta.
— Sai? disse a sua sorella; ho voluto venire prima, appena ho saputo dal babbo che le cose tue erano accomodate.... no?... non sono ancora accomodate? va là, che si accomoderanno; il più l’hai fatto e saprai fare il resto. E se non lo fai tu, sai chi lo farà?
Sofia non sapeva.
— Lo farà la provvidenza, in cui voi altri avete tanta fede; il babbo deve già avere interrogato l’amico....
— L’amico?
— Sì, Nerone; e Nerone deve avergli riposto che i destini umani sono imperscrutabili agli spiriti quando sono lontani, ma che quando vengono a tiro, uno spirito che sappia il fatto suo, gli può guardare ad occhio nudo. E mi pare che la Provvidenza si sia incaricata lei della faccenda....
— Non ti capisco, assicurò Sofia.
— Non importa; come sta oggi la piccina?
Allora Sofia intese tutto il segreto pensiero di sua sorella, e non rispose subito; solamente quando Giuditta insistè: “non sta peggio del solito?„ la giovinetta affermò che stava meglio.
— Se non è inganno dell’affetto, oggi mi pare che la creatura ci camperà. Tutti le vogliamo tanto bene; anche il babbo ha detto che gli sembra migliorata.... aspettiamo il medico; noi speriamo sempre.
Sofia sembrava implorare che le fosse lasciata quella speranza, e fu contenta che sua sorella dicesse anche lei:
— Speriamo.
Ma poco dopo la schiettezza della sua natura le pigliò la mano, ed affermò che non bisogna poi dar molto valore alla speranza, perchè la speranzaè un trastullo, e altre sono le forze vere della vita.... e quelle della morte.
— Senti che belle parole ho detto; in bocca del nostro professore di declamazione avrebbero fatto colpo.... A te fanno pena?... Scusami, sai? sono fatta così.... Parliamo d’altro.... Sai tu che cosa sta mulinando il babbo?
— No....
— Credevo che tu lo sapessi; anzi è per questo che sono venuta. Tu non hai fatto un certo discorso al babbo?
— Che discorso?
— Un discorso di amore dell’arte, di povertà, di fierezza.... Non ti viene in mente? Forse l’avrai fatto senza pensarci.... e da qualche giorno il babbo non vuol più saperne di venire a stare in casa mia; dice che farà la vita che ha sempre fatto, continuando ad abitare nella stessa soffitta, e che tutt’al più per non essere solo come un cane, appigionerà la nostra camera a qualche artista povero come lui. Non ti ricordi di avere detto qualche cosa che gli abbia fatto venire in mente questa pazzia?...
— Sì.... ma non è questo che io gli ho detto....
— Ebbene, egli crede che sia questo, o almeno è sicuro di farti piacere facendo così... L’ha detto lui... “Sofia, ha detto, approverà il mio disegno.„ Ma dimmi un poco che tu non approvi niente affatto, perchè io glielo possa ripetere stasera.... Pensa che figura si farebbe noi, pigliando tutte e due un marito ricco, e lasciando nostro padre nella condizione di prima.... col pretesto che egli è stato sempre fra gli stenti, e che vuol stentare ancora un poco.... E che figura ci farebbero i nostri mariti? Al mio l’ho già detto.... ed è andato in collera.... collera di agente di cambio, s’intende....
— Vien gente, disse a bassa voce Sofia.
Venne il medico, che, salutate in salotto le due sorelle, se n’andò difilato nella camera della piccina.
— Ti lascio, disse Giuditta, ma siamo intese; parla un po’ tu al babbo; è facile che a te dia retta....
— Lascia fare.... addio.
Giuditta se n’andò, e Sofia raggiunse il dottore e gli altri, che erano tutti accanto al letto della inferma. Bianca quella mattina si era svegliata prima di giorno, aveva chiamato suor Anna, comesoleva fare, e dopo essere stata un po’ in contemplazione di quel volto pallido e buono incorniciato nella pezzuola di bucato, aveva detto d’aver sonno ancora, e dal primo mattino dormiva.
— Pare che stia meglio, assicurò Sofia.
Il medico non rispose, e Sofia insistè interrogando suor Anna.
— La febbre sembra vinta; le carni sue sono più fresche.
Tito e Mattia rimanevano a piedi del letto tenendosi per mano; sembravano guardare tutti e due fissamente in faccia al destino, che finalmente disse la sua parola crudele.
— La malattia ha preso forma di meningite un’altra volta, disse il dottore con parola lenta; rimane poco a sperare.
Fu un profondo silenzio dopo quella sentenza.
Per un poco non si udì altro che la respirazione profonda dell’ammalata, interrotta ogni tanto da parole sconnesse; mentre il dottore, stando colle braccia in croce, pensava, gli altri rimanevano là, immobili, aspettando una speranza. E il medico ne diede una ancora per pietà di quei cuori desolati, scrivendo una ricetta.
— La facciano fare subito.
— Che cosa è? domandò Mattia.
— Una pomata; bisogna ungerle la fronte.... sulla testa ghiaccio, molto ghiaccio pesto in una vescica....
E siccome nessuno fece la domanda che era nell’animo di tutti, il dottore se ne andò dicendo:
— La natura ha alcune molle incognite.
Per tutto quel giorno la piccina sembrò dormire, e solo quando le veniva mutata le vescica di ghiaccio, apriva gli occhi come per cercare qualcuno mormorando parole indistinte.
Si avvicinava la notte crudele, la notte degli ammalati, consacrata al delirio, la notte piena di paure ai veglianti. Per solito all’ora del crepuscolo, Sofia aveva fatto portare il lume; ma quel giorno, pensando alle parole di sua sorella, alla sorte della creaturina che sembrava pronta a spiccare il gran volo, quel giorno era rimasta al capezzale, chiudendo gli occhi anch’essa per abbandonarsi meglio al pensiero.
“Mamma!„ mormorò la piccina; e questa parola fece sussultare Sofia. Aprendo gli occhi, sivide quasi al buio, ma indovinò suor Anna, che dall’altra sponda del letticciuolo, si era inginocchiata a dire le sue orazioni.
In quel momento, senza strepito, fu aperta la porta che metteva in salotto, e due ombre passarono la soglia. Una si accostò senza titubare, ed era il cieco.
— Sofia! interrogò sommessamente quando fu rasente al letto dell’inferma.
Allora la giovinetta, guardando l’ombra rimasta accanto alla porta, intese tutto.
— Sono qua.
— Mio figlio ha bisogno di lei. Ma qui è buio... mi pare.
Senza dir parola, Sofia accese il lume. “Ave Maria,„ disse suor Anna rizzandosi in quel punto, dopo aver recitato le sue preghiere; “Ave Maria,„ rispose Sofia e andò verso l’uscio senza esitanza.
Passando rasente a Cesira, questa le pigliò una mano e volle baciarla. Aveva la faccia stravolta per l’ansia, per la fatica, per l’insonnia, guardava innanzi a sè, non la propria creaturina morente, non quella sventura che già le stava addosso, maun’altra lontana, immutabile. Disse: “grazie„ nulla più.
Tito aspettava in salotto. Appena Sofia le fu vicino domandò, pigliandole una mano:
— È bella ancora?
— Tanto.
Egli non chiese altro. Tenendo stretta per mano la sua fidanzata andò nella camera dell’ammalata, nè Sofia potè sciogliersi da quel nodo, se non quando fu accanto al letticciuolo.
La sciagurata Cesira, che andava mormorando parole d’amore all’orecchio della sua creatura, tacque, voltò il capo, e intese ogni cosa senza dispetto.
“Non riconosce nemmeno più le mie carezze„ disse poi a bassa voce, rivolgendo a Tito i grandi occhi che avevano fatto versare tante lagrime.
Tito sentì venire un’onda di parole amare; ma sorrise appena, e Cesira si curvò a baciucchiare la propria creatura.
— Mamma! Ha detto: mamma! m’ha riconosciuto! annunziò sottovoce agli astanti. Sì, mamminaè arrivata; non ti lascerà più; che le importa del mondo, se ha la sua piccina?
Dopo un poco, con lo stesso accento di prima, ma senza guardare nessuno in faccia:
— Ora dice:babbo; la sua vocina è come un alito...
Tito, rimasto a piedi del letto, continuava il sorriso amaro, senza mutar positura.
Ma la voce di Bianca ripetè forte:babbo!e allora il giovine si avvicinò al capezzale, mentre la disgraziata donna che aveva dato la vita a quella morente, nascondeva la faccia sulla coltre.
Sofia se n’era andata in fondo alla camera, ed aveva messo la propria nella mano del cieco, senza dir parola.
— La tua mano trema, notò Mattia; che cosa hai? che accade ora?
— Io non ho nulla, nulla davvero; mi sento bene, mi sento forte; facciamoci coraggio tutti.
— Muore? interrogò il cieco sottovoce.
— No: non deve morire; preghiamo il cielo perchè non muoia.
Suor Anna, che si era accostata anch’essa, rispose:
— Preghiamo, ma crollò il capo per fare intendere che la preghiera era inutile.
Invece Sofia radunò tutte le forze del suo amore forte ed ingenuo, dell’amore che è fatto di carità, per chiedere al cielo che lasciasse in terra quell’angioletto e lo donasse all’amore dei genitori, offrendo tutta sè stessa al dolore.
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Il medico non sentenziò che una catastrofe era imminente, anzi alle insistenze di quegli animi che sembravano implorare da lui la misericordia, egli ne ebbe molta, tanto da lasciare che essi si potessero illudere ancora.
— La sua respirazione è più tranquilla, notò Mattia, curvando la testa canuta fino a toccare la testina dell’inferma; non è un buon indizio?
Il medico rispose di sì, che era un buon indizio, e nell’andarsene il cieco e suor Anna lo accompagnarono per interrogarlo ancora.
La speranza alitando per l’ultima volta in quei cuori desolati, Tito ebbe anch’esso un momentobaldanzoso, in cui gli parve di essere forte e di poter domare il destino.
Con uno sguardo fece intendere a Sofia che voleva rimaner solo con Cesira, la quale teneva la testa appoggiata al letto, nascondendo la faccia con un lembo del lenzuolo.
— Cesira! disse il giovine.
La sciagurata madre rialzò il capo.
— Cesira! ripetè Tito con voce ferma e tranquilla; la vostra creatura non morrà, deve vivere...
— Oh! se il cielo vi ascoltasse...
— Il cielo ci ascolterà; se gli promettiamo di essere degni che Bianca ci sia lasciata...
Cesira non intendendo il significato di queste parole, fissava i grand’occhi fatali in volto al suo antico innamorato.
— Ho voluto riconoscere mia figlia, ma non ho potuto, perchè si richiedeva il vostro consenso.
— Possibile! E...?
— Sofia era contenta, anzi fu lei a farmene venire l’idea.
Dopo un po’ di silenzio, Cesira disse:
— Buona ragazza!.... Sarete molto felice con essa...
Tito le troncò la frase.
— Ora importa sapere che cosa farete voi, che cosa permetterete a noi di fare quando la nostra bimba sarà guarita... Dite, dite subito... non abbiamo tempo da perdere... ci è qualcuno che aspetta le vostre parole, le vostre promesse sincere... per portarle in alto.
Il giovine sembrava ispirato, dominava la bellezza che lo aveva vinto una volta.
— Farò tutto quello che vorrete, disse Cesira umiliata e tremante.
— Allora promettiamo al cielo che se Bianca ci sarà lasciata viva, voi non vorrete condurvela ancora per il mondo.
Dopo un breve silenzio Tito proseguì con voce profonda:
— Che cosa potreste fare di lei? Una commediante?...
— Oh! no!... Ma la mia bambina!... rinunziarvi per sempre!
— Voi sarete sempre sua madre, e quando vi piaccia venire a trovarla, e quando piaccia a lei di andare a trovarvi...
Passò un sorriso amaro sulle labbra di Cesira.
— Non le piacerà mai... sono sicura che le insegnerete ad amare voi più che sua madre... Dillo tu, bimba cara?
Ma il bacio che volle imprimere sulla fronte della figliuola fu rotto da un grido selvaggio.
— Ah! Non la sento più. Mi guarda ancora, ma non la sento più, non la sento più, bambina mia, amor mio... dimmi che non è vero che il tuo cuore non batte... dillo a mammina... dillo, dillo...
Accorsero tutti per allontanare la sciagurata. Allora Tito si curvò ad ascoltare lungamente se mai dalla bocca della sua creatura uscisse ancora un alito. Poi si rialzò in silenzio, impassibile in volto, ed uscì dalla camera della morticina.
— Vadano, vadano, suggerì suor Anna al cieco ed a Sofia; vadano a dirgli qualche cosa; rimango io per quest’infelice che si dispera.
Sofia corse dietro i passi di Tito, e sedettero tutti e due sul canapè del salotto, per piangere insieme, stretti cuore contro cuore.