XXI.

XXI.

Il cieco era rimasto.

Stando ritto a piedi del letto, allargava le braccia pietose e mormorava: “Cesira!„ Ma la sciagurata madre non gli dava retta, e continuò a dibattersi fra le strette del dolore, ora smaniando, ora interrogando a bassa voce la propria creaturina. Suor Anna, cingendola con le braccia robuste, invano tratteneva la bella testa dal dar del capo sulla lettiera, e ogni volta che Cesira riusciva a picchiare con la fronte sul ferro, il letto della morticina oscillava dando un suono lugubre; e il cieco ripeteva con le lagrime agli occhi e inutilmente: “Cesira!„

Poi la smania diè luogo alla prostrazione assoluta. Cesira fu interamente nel dominio di suor Anna, la quale, senza farle violenza, la indusse a sedere in un canto. Allora il cieco fece il giro del lettuccio. Quando le mani tremanti ebbero toccato il volto della piccina, egli curvò la testa e stette lungamente ad ascoltare se mai tutti gli altri si fossero ingannati; ma il coricino non batteva proprio più. Allora accarezzò la fronte e la baciò. Nel risollevarsi, disse ancora una volta: “Cesira!„ ma suor Anna soltanto gli venne al fianco.

— Si è calmata, disse sottovoce; lasciamola stare; vadano a riposare tutti; io preparo ogni cosa.

— Le dica.... balbettò Mattia; le dica.... che conti sopra di me....

Cesira udì queste parole e rialzò il capo come per parlare, ma non seppe dir altro che grazie, e il vecchio se n’andò senza aver inteso.

Per un po’ suor Anna diè sesto alla camera, perchè il dolore terreno armonizzasse col decoro della morte; ripose in un canto le pezzuole che avevano rinfrescato la testa arsa dalla febbre, la pomata che aveva richiamato la sera prima unaidea nella fronte presa dallo stupore; ma quando volle toccare la bimba, Cesira le corse incontro.

— No, non voglio.

Poi intese che suor Anna non voleva far altro che alleggerire le coltri, e aiutò anche lei, senza smaniare, senza piangere.

— Domani faremo il resto, disse la suora; lei dia retta a me; cerchi di riposare un poco; si butti nel letto dell’altra camera.... no? e allora si riposi nel canapè.

— Non posso, rispose Cesira.

— E allora preghiamo insieme; vuole?

Senza aspettare altro, suor Anna cominciò; Cesira ascoltò impassibile il latino delle litanie dei morti, ma cadde in ginocchio accanto alla morta quando, con voce vibrata, alzando gli occhi al cielo, la suora disse:

— Signore, voi che siete tutto misericordia, accogliete quest’anima, che si era smarrita nel mondo, e che torna a voi.

— Sì, signore, accoglietela, mormorò Cesira.

Dopo quella preghiera, suor Anna ne cominciò un’altra, e in ognuna Cesira trovò una frase, o una parola, che cadeva nel fondo della propria coscienza a destare un rumore di echi non pauroso.

— Suor Anna, disse interrompendo la preghiera, suor Anna, crede lei che il Signore gradirebbe una confessione che facessi qui, alla mia bambina morta ed a lei?

Suor Anna ci pensò un momento.

— Il Signore gradirà la confessione fatta a lui solo.

— Ebbene, Signore, io ho peccato molto...

Suor Anna la interruppe.

— Non a voce alta; io non ho alcuna veste per ascoltare.

Cesira ammutolì.

Dopo un poco volle sapere a che ordine apparteneva la suora; e quando intese essere della Misericordia, s’informò se potesse entrarechiunquea far parte della famiglia.... e intendeva dire se la vita passata non fosse un ostacolo allo stato di sorella.

— Tutte abbiamo qualche cosa da farci perdonare, ma il cielo è alto, assicurò suor Anna.

Prima dell’alba, cedendo alle insistenze della sua compagna, andò ad appoggiare la testa al canapè, e fu presa da un sonno agitato, che le schiudeva il labbro ogni tanto; fin che svegliandosiin sussulto, tornò a guardare in faccia la sciagura.

Entrava il sole per la finestra socchiusa, entrava l’aria mattutina, entravano il cicaleccio dei passeri e la domanda lunga, insistente, dello stornello non contento ancora della gran risposta che quella notte gli aveva dato. La sciagurata madre, nel baciare la sua morticina, trovò l’ultima lagrima.

— Eri tanto bella! disse; ed ecco come sei diventata.

Venne Mattia in quel punto.

— Lei non ha dormito? interrogò suor Anna.

— Chi lo sa? non lo posso dire nemmeno io; rispose sottovoce il cieco. Cesira!

Cesira venne a prendergli la mano in silenzio, e l’accostò alle labbra.

— È arrivata questa lettera per lei, disse il cieco.

— Per me!... Quando?

— Ieri; era rimasta fra le altre, quando nessuno pensava alla posta.

Cesira guardò la soprascritta e disse tranquillamente, cacciando la lettera in tasca:

— È di lui; questa lettera deve aver viaggiato con me, ed era preparata da un pezzo. So già quel che contiene.

Suor Anna annunziò che andava in cucina a bere un brodo, perchè si sentiva sfinita; Mattia e Cesira rimasero soli.

— Ora mi dica che cosa vuol fare, mi dica se posso fare qualche cosa per lei.

— Grazie; posso soffrire ancora; è meglio che nessuno mi aiuti.

— Ma.... insistè il cieco con voce profonda; le persone che hanno sofferto con lei... quelle che hanno sofferto per lei... non vogliono la vendetta, domandano solo la pace. Forse sono egoisti, aggiunse dolcemente, e per avere il diritto di essere felici vorrebbero esser certi che...

— Che il cielo non mi abbandonasse... No, il cielo è generoso; si è pigliato mia figlia perchè io l’aveva distaccata da me per darmi a un altro che si annoiava d’averla sempre al fianco; sì, il cielo se l’è presa perchè io non l’amava più abbastanza.

Parlava senza singhiozzi, con voce uguale e coll’occhio fisso a terra.

— Sì, ho amato un altro più di mia figlia; l’ho amato molto, l’ho amato troppo; era la prima volta che amavo davvero, e nel mio cuore ci è poco posto per amare. Prima che conoscessilui, mi lusingavo d’essere più forte delle altre donne, perchè tanti avevano chiesto il mio cuore con tenerezza; e lo diedi a lui, che fu brutale e mi ordinò di volergli bene.

Mattia non disse parola; lasciò durare il silenzio penoso, finchè Cesira ripigliò:

— Il cielo è generoso, perchè amo la mia creatura un’altra volta, e ora sono sicura di amarla sempre. Mi permette di leggere questa lettera?

E senza aspettare risposta ruppe il suggello.

“Cara Cesira.„

— No, interruppe il cieco... no.

— Mi lasci leggere forte; è una consolazione.

“Cara Cesira.“Da molto tempo noi non ci amiamo più come una volta; è inutile illuderci, tu parti, ed io ti leggo nel cuore che quando sarai a Milano, quando la tua piccina sarà guarita, mi scriverai per liberarti d’un legame che ti pesa. Voglio risparmiarti una pena, e sono il primo a scriverti.Ripiglia dunque la tua libertà. Riceverai tutte le valigie che ti appartengono; lascierò Nizza fra due giorni, portando la memoria dei giorni d’amore che mi hai dato.„

“Cara Cesira.

“Da molto tempo noi non ci amiamo più come una volta; è inutile illuderci, tu parti, ed io ti leggo nel cuore che quando sarai a Milano, quando la tua piccina sarà guarita, mi scriverai per liberarti d’un legame che ti pesa. Voglio risparmiarti una pena, e sono il primo a scriverti.Ripiglia dunque la tua libertà. Riceverai tutte le valigie che ti appartengono; lascierò Nizza fra due giorni, portando la memoria dei giorni d’amore che mi hai dato.„

Ritornava suor Anna, seguita da Barbara che portava i ceri da accendere accanto al letto della morta.

— E che cosa risponde lei? domandò il cieco sottovoce:

— Una parola sola; la dirà il telegrafo:grazie.

— Che fa ora suor Anna?

— Accende le candele alla mia piccina.

Il cieco stette in ascolto, e quando gli sembrò che le candele dovessero essere accese, insistè:

— Un’altra cosa le vorrei dire; Cesira... mi sente?

— Sì, ascolto; dica...

— Mio figlio andrà stamane a dichiarare la morte di Bianca; se dirà il nome del padre della nostra creatura, lei non se l’avrà a male, non è vero?

Cesira da principio non intese bene, poi diede un grido di gioia angosciosa, e cadde in ginocchio dinanzi all’altare di sua figlia morta. Si accostò al cieco.

— Dica a quella giovinetta buona, dica a suo figlio che Cesira... vuol diventar degna di pregare... e pregherà per la loro felicità.

Leggendo sulla faccia del cieco un’inquietudine, comprese e domandò umilmente:

— Debbo ritirarmi un momento?

Il cieco accennò di sì.

Allora Cesira impresse un lungo bacio sulla fronte della sua morta, e andò nella stanza attigua.

Avvertiti dal cieco, vennero tutti e due al capezzale, Sofia e Tito; stettero un po’ in silenzio, tenendosi per mano; poi Sofia s’inginocchiò, mentre il padre con le labbra fredde trovava il bacio che un giorno aveva desiderato tanto.

Il giorno dopo il melanconico dramma era finito. Bianca dormiva nella piccola bara, fra i fiori che le orfanelle avevano buttato nella fossa.

Cesira, uscita nascostamente dalla casa che l’aveva ospitata nel dolore, non fu più vista venire.


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