DISCORSI.

DISCORSI.DISCORSO PRIMO.DEL MODO DI ONORARE GL'ILLUSTRI DEFUNTI.Se la fortuna fosse stata copiosa dei suoi beni a Socrate, Anito e Melito, invece di farlo condannare a bere la cicuta, sarebbero andati a casa sua per bevergli il vino di Samo.[10]— Questa sentenza, comechè dettata da uno ingegno argutissimo del secolo trascorso, a me parve sempre più presto gioconda che vera.Considerando io, con quella diligenza che per me si è potuto maggiore, lo intendimento universale degli uomini, mi venne fatto conoscere com'essi da ogni superiorità aborriscano, impazienti la sopportino, e ardentissimi la detestino.Di queste superiorità varie appariscono le maniere. Alcune di loro, siccome non ci possono essere rapite, così neanche noi le possiamo dare; altre, quantunque possano venirci tolte, pure non ci è concesso compartirle; ultime in dignità, come in invidia, paionmi quelle che potendo noi perdere o donare, possono ancora dagli altri venire acquistate. Libere, grandi, divine, e veramente ben nostre le prime; serve, imbecilli, e affatto non nostre le seconde.[11]E tacendo delle altre, le quali, ricercando sottilmente la materia, mi arriverebbe per avventura di riscontrare; le superiorità, o vogliamo dire qualità checadono meglio nell'odio dell'universale, sono lo intelletto prima, la forza poi, e la venustà e le dovizie. Non però tutte vengono con misura uguale aborrite, e meno delle altre le ricchezze; conciossiachè in queste concorrano abbondevolmente le condizioni per le quali chi le possiede può perderle o donarle, chi n'è privo acquistarle.Certo non vuolsi punto negare, e noi per desolata esperienza troppo acerbamente il sappiamo, come le largizioni e i beneficii più spesso generino sconoscenza che amore, e nonostante, a cui riesca usarli con buono accorgimento e con modi onesti, di rado avviene che non conciliino ossequio e credito grandissimo. Quelli ai quali il cielo amico concesse la facoltà di beneficare, avvertano che possiamo uccidere un'anima a colpi di beneficii, come si narra che l'arciero di Metona cacciasse l'occhio destro di Filippo il Macedone con una freccia di argento.[12]Inoltre, le ricchezze si perdono assai più agevolmente di quello che si acquistino, e dacchè la compagnia nella miseria sembra che giovi, ci rallegriamo nel presagio della caduta imminente dell'uomo che fortuna locava in parte più eccelsa. E bene di ciò somministrano argomento gli esempi delle antiche e delle moderne Storie, fra i quali basti annoverare Creso doviziosissimo, meglio assai che dai castelli muniti e dalle armi, sovvenuto dal nome di Solone;[13]e Ugolino conte della Gherardesca, il quale avendo domandato a Marco Lombardo quello che gli paresse della felicità del suo stato e della copia dei beni terreni, n'ebbe in risposta: «E' parmi che non vi falli altro che l'ira di Dio;»[14]e Piero degli Albizzi nostro, a cui, raggiunto il grado supremo di prosperità, certo giorno di solenne convito fu mandato a donare un nappo pieno di confetti, e intra quelli un chiodo, per ricordargli ch'ei conficcasse la ruotadella fortuna.[15]Per le quali cose nessuno deve temere tanto avversa la sorte quanto coloro che ebbero a sperimentarla prosperevole sempre: così Filippo di Macedonia, essendogli un giorno recati tre faustissimi annunzi, levate le mani al cielo, supplicava: «Fortuna, io ti prego di darmi dopo questi grandi beni qualche mediocre avversità.»[16]E a Carlo di Angiò, colto in mezzo degli eventi secondi da fato nemico, pareva acquistare assai se gli consentiva la Provvidenza cadere gradatamente; per la qual cosa sopraggiuntagli la dolente nuova della ribellione della Sicilia, così supplicava a Dio: «Sire Dio, dappoi che ti è piaciuto voltarmi contraria la fortuna, piacciati che il mio calare sia apetittipassi.»[17]Labilissime ancora la potenza, la bellezza, e la forza: la prima per evento fortunoso; la seconda e la terza per evento fortunoso e per necessità. Gli eventi fortunosi talora si partono dalle mani degli uomini, come furono quelle di Ciro, di Tamerlano, di Gengiskan, di Alarico, Attila, Genserico e simili; tale altra da quelle del destino, come accadde a Cambise, di cui lo esercito spense la sabbia infuocata del deserto etiopico, a Napoleone vinto dai diacci del settentrione, e a Filippo II, la grande armata del quale le onde dell'Oceano infransero come il giovanetto in un momento di stizza rompe i suoi trastulli.[18]Alla bellezza poi quando non sopravvenga vicenda che prima della stagione la guasti, giunge il tempo inevitabile, se non il giudizio, in cui ogni umana creatura dovrebbe appendere lo specchio al tempio di Venere col motto: «Dacchè contemplarmivi qual era non posso, come sono non voglio;» secondo è voce che la famosa cortigiana Mnesareta facesse. Lo stesso dicasi della forza; e al vecchio immemore degli anni di rado la fortuna arride come ad Entello, e con frequenzamaggiore ci viene fatto incontrare Miloni, i quali presumendo troppo, mentre si affaticano a fendere la querce vi rimangono presi, e diventano preda dei lupi. — Ma pel divino intelletto procede la bisogna altramente. Vitale e splendida l'aurora, sublime il meriggio, magnifico il tramonto. Il mattino di Omero sarà laIliade, il vespro l'Odissea. Questa fiamma divina non teme furto di Prometeo. Simonide, gittato in mare dallo iniquo nocchiero, non si lagna delle perdute dovizie se mai gli avvenga potere attingere la riva, imperciocchè porti seco tutti i suoi beni; e Biante, sapientissimo, esprime la sentenza medesima, mentre si aggira pellegrino senza viatico per molteplici contrade. E quando il malignare degli uomini giungerà a inebriarti di amarezza e a turbarti la pace dell'anima, la intelligenza scintillerà come il sole luminoso e parato sopra le onde di un mare in tempesta. I gridi stessi del dolore suoneranno sapienza. Anzi nella guerra disonesta mossa dal genere umano alla intelligenza, mentre questa nella sublimità della via lo sfolgoreggia dei suoi fulmini, cotesto fuoco non ridurrà mai in cenere, ma feconderà anche contro il volere di colui che lo spande, essendochè le alte intelligenze, a modo di specchi tersissimi entro ai quali Dio si contempla, non possano fare a meno di riflettere una luce divina....!Però che tutte queste cose considerando, io concedo che gli uomini di alto ingegno non abbiano diritto a godimenti terreni, come neppure ragione di lamentarsi dello squallore o degli affanni; mentre all'opposto parmi che i loro fratelli possano credere di avere diritto e ragione di cruciarli quanto meglio sappiano e possono. — Essendo ormai stabilito che delle due curve di cui si compone la vita dell'uomo d'ingegno, corporea e spirituale, la seconda termini in cielo, — poco deve importarese la prima termina all'ospedale. Questo re del pensiero presume non dovere pagare nulla il superbo diletto di passeggiare sopra la testa dei suoi compagni di creta? Nulla la facoltà celeste di sfogliare con alito leggiero le carte del libro del Destino, il quale agli altri tutti figliuoli di Adamo si presenta chiuso fatalmente così come di bronzo si fosse? E mentre per lo universale la morte è oblio di esistenza innominata, non deve pagare nulla la facoltà di posarsi sopra la spalla del tempo e valersene, come Dante e Virgilio di Gerione, per traversare l'Oceano dei secoli ed attingere la eternità?L'oblio — la seconda morte — la morte dell'anima, che non può vincersi con monumenti marmorei, nè con gli obelischi, nè con le stesse piramidi (imperciocchè penda tuttavia ignoto se la più grande delle piramidi di Egitto fosse inalzata per un re o per un bue, il re Cheope o il bove Api), — con breve foglio molto meglio si può.Oh, sacri intelletti, placatevi pensando come le fibre del vostro cuore e della vostra mente compongano una lira eolia, traverso la quale scorre l'alito infiammato di Dio. Gli anni dei Grandi non si misurano col sole: — essi lo precorrono di miriadi di secoli a illuminare tempi che non sono anche nati per lui. E voi, Uomini, ferite questi Grandi, feriteli nel cuore, conciossiachè dal sangue che ne sgorga voi ricaverete vitale nudrimento che Dante appella: —il pane degli angioli; — affrettatene la sera, che a modo delle piante e dei fiori approssimandosi la notte emanano più fragranti i profumi; — infrangeteli come lo insetto fosforico, che disfatto sopra la parete v'imprime una traccia più lunga di splendore. — Vendicatevi, uomini, quanto meglio atrocemente potete, di essere amati, ammaestrati, e dilettati...!Ma quando l'anima ha distratto la sua esistenzanel mondo, sparpagliando le sue divine facoltà come le foglie di una rosa sopra un torrente che passa; — quando a guisa di aquila che abbia mudato le penne ella libra lo immenso suo volo con gli occhi fissi nell'eterno sole; — quando scintilla luminosa s'immerge nel fonte di tutto splendore, — allora cessi la guerra; imperciocchè due firmamenti concedesse Dio agli uomini, uno celeste, ornato di piante e di stelle, opera delle sue mani; l'altro terrestre, opera in parte di Dio stesso e degli uomini, composto delle rinomanze degli eroi e dei poeti, e di quanti altri vissero gloria ed orgoglio della gente umana. Onorate almeno, o genti, i vostri grandi defunti, se pur volete che altri subentrino nel doloroso ministero d'immolarsi per voi. — Affinchè la vittima non repugni dal sacrificio, nuovi fiori e nuovi incensi si apprestino, astergasi con acqua lustrale l'altare, celinsi e bipenni e coltelli: — le sembianze e le voci dolorose dei morenti con una nuvola di gloria, con un suono di armonia nascondansi. Pera Quirino, purchè vada ad albergare fra i Numi![19]— E gli stessi sacrificati, fatti ormai cittadini del cielo, di leggieri perdoneranno, conciossiachè appunto vi amino molto per le molte angosce patite per voi, e l'odio passi sopra la loro anima innamorata come nuvola spinta da vento procelloso traverso il disco della luna. O genti, placate le ombre dei vostri Grandi defunti, dacchè riesca tanto lieve conseguirlo: poco desiderano, di poco esse si contentano; una preghiera, una laude, una pietra, una memoria, un fiore, un grano d'incenso basta per loro; e placate che sieno, vi guarderanno dall'alto a modo di piissime stelle, e come stelle vi additeranno la via per cui l'uomo si eterna; o visitando in ispirito le antiche dimore, le conforteranno con una traccia di gloria, come appunto i libami cari agli Dei, quantunque consumati dal fuoco, si lascianodietro un profumo durevole. Così i Greci operavano, dedicando un tempio espiatorio a Socrate, e a Fidia mastro supremo di bellezza erigendo una cappella, e tutti i loro Grandi onorando di simulacri e di monumenti nel Ceramico, o nel luoghi illustrati dalle geste inclite di quelli. — Nè Roma sapientissima fu tarda a imitare i giovevoli esempi; onde fra i suoi cittadini nacque un desiderio irresistibile di fama, una cupidigia immensa di laude, a costo pure di rimanere consunti dai baci infiammati della gloria, in quella guisa medesima che noi vediamo la farfalla innamorata della luce che la incenerisce, e udimmo di Semele arsa dal suo onnipotente amatore.E bene incolse finalmente alla Grecia conservare coteste memorie, dacchè per esse non venne mai meno l'onta della viltà, il bisogno del riscatto, e la misericordia del mondo. E così Dio la protegga, come meritano la sua lunga sciagura, la grandezza antica, e l'onore reso agl'incliti trapassati. Il sangue di Maratona non imporpora ancora le guancie della Grecia, ma incomincia a farne battere il cuore; — non anche le cinge le tempia l'olivo cecropio, ma l'albero caro a Minerva è piantato; — la mano ardita e franca non anche tratta la lira dei suoi antichi poeti, ma già ne ha teso le corde, e meglio assai del tendere le corde ella apprestava argomento ad altissimo canto: — i suoi occhi già già scintillano come nel giorno in cui palpitante si sporgeva dai suoi promontori a contemplare la battaglia di Salamina. — Beata lei che non siede più nelle tenebre e nella ombra della morte! Il miracolo è operato. Salute, salute alla Grecia, nostra sorella maggiore negli affanni e nella gloria!Nè certo il desiderio mi fa velo allo intelletto con propizi vaticinii, presagendo che ricovereranno la perdutagrandezza, e recuperata manterranno, tutti quei popoli che per istituto pubblico della debita onoranza proseguiranno i loro gloriosi defunti. La Francia ebbe il Panteon pei suoi Grandi passati; — oggi la Baviera dedica un tempio a Odino, e v'inaugura i simulacri di Genserico, di Atalarico, di Attila e di altri tali, per cui Mnemosine, genitrice delle Muse, abbrividisce ricordandoli...! Veramente fra costoro e i Temistocli, gli Scipioni, i Milziadi e i Fabrizii, troppo immenso è il tratto che corre: — ma giova considerare infine come alla contrada non sia dato vantare eroi migliori di quelli, e che i principi ben possono ordinare una statua, non un Eroe. La fattura di questo è opera di tale che siede troppo più in alto di loro; nè la immortalità si dispensa da mani mortali quantunque nate a stringere lo scettro. Noi, Italiani, abbiamo Santa Croce; a noi principio, e che pur vale per qualsivoglia splendidissimo fine straniero, però che gli stessi Britanni mal sappiano chi contrapporre a Michelangiolo. Abbiamo ancora le statue delle Logge degli Uffizi, opera lodata e lodevolissima; ma e Santa Croce e gli Uffizi sono cosa eventuale, non duratura, non ordinamento perenne di governo civile.Intanto che coi desiderii e coi voti gli uomini ben nati affrettano un provvedimento che formerà tanta parte di sapienza civile e di pubblica morale, personaggi privati, come possono meglio, s'ingegnano riparare al difetto; e Canova, magnanimo cuore se altri fu mai, inaugurava immagini di marmo nel Panteon romano, che il tempo sembra consentirci eterno, affinchè accolga rinomanze eterne; Giancarlo Di Negro e Niccolò Puccini ne imitano l'esempio nelle loro ville amenissime consacrateAl decoro, al gentile, al bello e al buono.Ma, egli è mestieri pur dirlo, il simulacro di cui massimamente si appagano le ardue anime dei Grandi vuole essere inalzato dal popolo, — dal Briareo dalle cento bocche e dalle cento mani, — il dominato dominatore di tutti, — del quale i re, i poeti, gli artisti, gli uomini insomma per ogni maniera cupidi di fama, domandano supplichevoli la laude o le larghezze, o la tutela, o la vendetta. — Sì, la laude, — perchè i potenti, i sacerdoti, e tutti insomma cui arse desiderio di gloria, non crederono che la corona, la tiara, e la ghirlanda, a ragione fosse posta sopra la testa loro se il voto dell'universale non ve la confermava. Al popolo fu concesso essere sopra i re, quando creò i suoi re; e quando qualche volta, ma rado, prendendo da se questa facoltà li distrusse, il popolo scelse quelli a cui disse: Voi sarete i miei Grandi: ed anche in questo i principi si trovarono ad essere sottoposti al popolo. — Sì, la larghezza, — imperciocchè le perle del diadema reale per la più parte si composero delle lacrime congelate del popolo, e il poco oro della reggia e del tempio venne comprato con la massa enorme di rame che estrassero dalle viscere del popolo come da una miniera. — Sì, la tutela, — perchè se il popolo ti guarda, chi ti toccherà? se il popolo ti odia, chi ti salverà? — Sì, la vendetta, — perchè il popolo quando pose la sua mano sopra un capo quantunque potente, sopra un regno sebbene vetusto, dopo istanti od ore fu detto: Qui visse un Uomo, e qui fu un Regno!E nonostante, assai più fatale dell'oblio nuoce l'altro peccato, che consiste nell'onorare gl'immeritevoli. — Nequissima turpitudine, comune a tutti i tempi, ai nostri poi miserabilmente speciale. Allora la virtù torce sconsolata lo sguardo dal mondo, e sopra questo si addensa una ecclissi dolorosa: le lacrime amare che lesgorgano dagli occhi si convertono in pioggia di desolazione quaggiù, ed a ragione; imperciocchè se il primo fatto nasce da oscitanza, il secondo poi deriva dalla offesa premeditata: nè difetto di debito ossequio percuote mai tanto quanto l'oltraggio manifesto.Però io desidererei che non si ponessero immagini ai vivi (specialmente se principi), e nemmeno ad avi di principi regnanti; conciossiachè la esperienza ammaestri come troppo spesso passioni non rette nè giuste possano persuadere oggi tale atto di cui ci pentiremo forse domani: e i principi virtuosi dovrebbero piuttosto meritare che desiderare una statua, e sapere che di tutte le lusingherie, pericolosissima è quella che li espone al voto delle presenti generazioni e delle future. Ed in quanto agli avi dei principi tuttora regnanti, il sospetto che dai trecconi si abbia in mira piuttosto di piaggiare il vivo che lodare il morto, dovrebbe persuadere il consiglio generale di rifiutare simili dimostrazioni, le quali non si nega che possano essere sincere, ma bisogna convenire che potrebbero ancora essere bugiarde; e la lode, assai più della moglie di Cesare, non ha da comparire sospetta. — A me sembra pertanto senno grandissimo quello che nella moderna Roma fece dettare la legge che vieta erigere simulacri ai Pontefici viventi, però che il popolo, talvolta insanendo, fu visto al tempo di sede vacante precipitarli nel Tevere.Mentre dunque l'uomo vive, non abbia statua; ma chiuso il giorno supremo, per quello che sparse di se larga fama nel mondo, si proponga al popolo se abbia o no meritato l'onore della statua; e dove il consenso universale lo conceda, passato un anno si torni a proporre un'altra volta, e così fino alla terza; e vincendo sempre pel sì, vada consolata cotesta ombra di simulacro marmoreo. Ove poi il primo anno si rigetti il partito,si proponga l'anno dopo, o forse meglio decorso spazio maggiore di tempo: in mezzo secolo tre volte o quattro; conciossiachè nel periodo di mezzo secolo le passioni si acquietino, le opinioni mutino, e sia sperabile allora che la verità generosa levi soltanto la voce.Come, dove, e avanti cui avesse a proporsi il partito, io lo dirò un'altra volta. — Per ora basta così. Questo concetto mi sorse doloroso nella mente considerando come gli uomini mossi dalle passioni, vento contrario alla vita serena, s'ingannino. E non dico già di quelli che hanno grosso intendimento, ma sibbene anche di coloro che fanno professione di filosofia, e furono dai cieli benedetti d'ingegno. Ed in conferma di questa mia sentenza valgami per tutti lo esempio del Byron, il quale alla distanza di pochi anni giudicò tanto diversamente Napoleone. Nel 1815 egli cantava così:ODE A NAPOLEONE BONAPARTE.Pesa Aniballe: quante libbre troviIn cotesto supremo capitano?Giovenale, Satira X.Lo imperatore Nepote venne accolto dal Senato, dagl'Italiani, e dalle provincie della Gallia. Le sue virtù morali, e la militare prestanza, furono lodate largamente, e quelli che ritraevano qualche privato benefizio dal suo governo annunziavano con voci profetiche la restaurazione della pubblica felicità..... Ma la sua vituperosa renunzia, la sua vita per pochi anni protratta in miserabilissima condizione tra imperatore ed esule, finchè......Gibbon,Decadenza ec., vol. VI.«Egli cadde; ma pure ieri fu re! ed armato a combattere contro ai re. Ed ora tu sei una cosa senza nome, — abietta, — e nonpertanto viva! E questi è l'uomo dai mille troni? Questi colui che seminò la terradi ossa nemiche? E può egli sopravvivere così? Dopo lui, che salutammo follemente stella mattutina, nè uomo mai, nè demone precipitava in tanta immensa miseria.»Uomo malvagio, perchè la stirpe che ti stringeva le ginocchia flagellasti? Contemplando sempre te stesso divenisti cieco, e il fastidio di guardarti insegnasti.... Con tanto magnifica potenza, — potenza di salvare — l'unico dono che ai tuoi adoratori largisti è stato il sepolcro. — No; — prima della tua caduta gli uomini non potevano credere come tanta ambizione andasse congiunta a tanta bassezza!»Gran mercè dello insegnamento; — egli varrà ad ammaestrare i futuri guerrieri, assai meglio che le sentenze della divina filosofia non facciano, siccome invano hanno fatto fin qui. Il fascino che occupava la mente degli uomini si è rotto, nè tornerà più a prostrarsi davanti questi idoli della spada dalla fronte di bronzo e dai piè di creta.»Il trionfo, l'orgoglio, e la gioia della battaglia, e la voce della vittoria scuotitrice della terra, erano l'alito della tua vita. Il brando, lo scettro, e il dominio che gli uomini, come se vinti da necessità naturale, obbedivano, e co' quali si era oggimai addomesticata la fama, tutto è spento. Spirito tenebroso! oh quanto deve lacerarti amara la tua rimembranza!»Chi desolava è desolato! Il vincitore è vinto! L'arbitro degli altrui destini adesso supplica pel suo proprio destino! Gli rimane forse qualche speranza d'impero che valga a fargli sopportare cosiffatta vicenda, o teme soltanto la morte? — Morire da re, o vivere da schiavo. Ah! la tua scelta fu coraggiosamente codarda.»Colui che vecchio intese fendere la querce, non temeva che gli si potesse richiudere. Incatenato al troncoche si provò invano di rompere, — quando si vide solo — quali furono gli suoi sguardi dintorno? Te incolse una pari sventura nella superbia della tua forza, e un destino più tenebroso del suo ti percosse. Egli cadde preda delle belve della foresta; — tu se' condannato a divorarti da te stesso il cuore.»Il Romano, quando ebbe sfuocato il cuore rovente nel sangue di Roma, gittò via il pugnale, e ardì ridursi a casa nella sua salvatica grandezza. Egli osava partirsi per maggiore onta degli uomini che avevano sopportato il suo giogo e lo lasciavano incolume. L'ora della sua gloria fu quella in cui spontaneo abbandonò il potere.»Lo Spagnuolo, quando l'agonia del dominio ebbe perduto ogni splendido incanto per lui, cambiò le corone in rosarii, lo impero con la cella, e la sua follia vaneggiava innocente quando si convertì in solenne annoveratore di grani di rosario, e in sottile disputatore di credi; — pure beato lui, se non avesse conosciuto mai o le reliquie della superstizione, o le tirannidi del trono!»Tu poi — dalla mano repugnante ti era strappato il fulmine; — In poi troppo tardi lasciasti l'arduo comando, al quale ti teneva la tua debolezza attaccato. E comunque tu sii uno spirito maligno davvero, fa male al cuore considerare il tuo tanto avvilito, — e pensare che il bel mondo di Dio sia stato sgabello a creatura sì abietta!»E la terra prodigava il suo sangue per costui che si mostra tanto avaro del proprio! E i potenti tremando con tutte le membra gli si prostrarono davanti rendendogli mercè per un trono! bella libertà, noi dobbiamo tenerti ben cara, dacchè i tuoi più acerbi nemici palesarono con modi così disonesti la interna paura!Oh! non possa mai tiranno al mondo lasciare nome migliore dietro di sè per ingannare il genere umano.»I tuoi gesti iniqui stanno scritti nel sangue, nè così scritti invano: la fama non parla più dei tuoi trionfi e ne rivela le infamie. Se tu morivi come sa morire l'onore, forse qualche altro Napoleone sarebbe sorto a vituperare il mondo di nuovo. — Ma chi vorrebbe ascendere all'altezza del sole per rovinare poi in una notte senza stelle?»Pesata la polvere di un eroe, ecco ella è vile quanto la creta del plebeo. Le tue bilance, o Morte, sono giuste per tutti quelli che muoiono: pure io credeva che una qualche più lucida scintilla, capace ad abbagliare e a stupire, animasse i grandi viventi, nè mi pareva possibile che il disprezzo giungesse a farsi ludibrio dei conquistatori del mondo.»Ed ella, il vago fiore dell'Austria altera, la tua pur sempre sposa imperiale, come sopporta col cuore l'ora della tua sventura? Sta ella sempre unita al tuo fianco? Dovrà ella pure curvarsi, partecipare il pentimento tuo tardo, la lunga disperazione di te omicida rovesciato dal trono? Ov'ella ti amasse sempre, abbila cara: sarebbe la gemma più bella del tuo perduto diadema.»Affrettati alla squallida tua isola, e guarda il mare: cotesto elemento può sostenere il tuo sorriso, perciocchè egli non fosse mai dominato da te; — e con la mano neghittosa, nelle tue torbide fantasie scrivi sopra la sabbia che la terra è libera come il mare, adesso che può applicarsi alla tua fronte il motto del pedagogo di Corinto.»Nuovo Timour, nel carcere della tua gabbia quali pensieri saranno i tuoi mentre covi il cruccio imprigionato? Uno solo: — il mondo fu mio! — A meno che somiglievolein tutto a colui di Babilonia, tu non abbi perduto col tuo scettro ogni sentimento, e la vita non dovrebbe più a lungo rinchiudere uno spirito così largamente dimostrato, — così lungamente obbedito, — e così indegno d'impero.»Oh simile al rapitore del fuoco celeste, vorrai resistere all'urto, e dividere con lui la eterna condanna, l'avvoltoio e la rupe! Maladetto da Dio, esecrato dagli uomini, l'ultima tua azione, quantunque non la più trista, eccita il riso di Satana stesso. — Vi fu un giorno, — vi fu un'ora in cui la Terra era della Gallia, e la Gallia era tua: allora, non anche sazio, la rassegna dello immenso potere sarebbe stato atto di fama più pura di quella che circonda il nome di Marengo, e avrebbe diffuso una luce di oro sopra il tuo tramonto traverso il crepuscolo dei secoli, — malgrado qualche nube passeggiera di delitto.»Ma tu eri nato al trono e a vestire la clamide di porpora, come se cotesto manto di follia avesse avuto virtù di soffocare le rimembranze del tuo petto. — Dov'è adesso la clamide scolorata? Dove sono le vanità di cui ti compiacevi ornarti: — la stella, — i cordoni, — la piuma? Stizzoso fanciullo d'impero! — dimmi, ti furono involati i tuoi trastulli? — Ma dove dunque potrà riposarsi l'occhio stanco che va in traccia di qualche osa di grande? dov'è dunque che splende una gloria incontaminata, una vita senza onta? — Sì, — uno, — il primo, — l'ultimo, — il migliore, il Cincinnato dell'Occidente, chè non trova la invidia ove emendarlo, legava agli uomini il nome di Washington per farli vergognare ch'egli solo nacque tra loro.»[20]Nel 1821 il potentissimo poeta, ricredendosi, consolava la grande anima con questo altro canto:ODE A SANT'ELENA.«Pace a te, o isola dell'Oceano! Salute alle tue acque e ai tuoi venticelli! Dove la marea con moto alterno agita i tuoi flutti soavemente così, che paiono pennacchi di piume candidissime! Magnifica sarà la ghirlanda della storia sopra la tua onda, e ti fiorirà eternamente verde intorno alla fronte quando i popoli che adesso ti abbandonano alla oscurità, con giusta vicenda giaceranno nell'oblio. Immota nella tua gloria, incontaminata nella tua fama, la laude dei secoli santificherà il tuo nome!»Salute al Capitano che riposa dentro di te la mole della immensa sua rinomanza! Quando egli avrà compito il suo tramite terreno, quando sarà chiuso il libro della sua vita, la storia consacrerà le sue geste: le sue prodezze si annovereranno fra le prime di tutti i tempi, e i re della terra s'inchineranno dinanzi al suo valore. I canti dei poeti, gl'insegnamenti dei sapienti, lo chiameranno maraviglia e grazia del mondo. — Le meteore della storia impallidiranno al tuo cospetto — ecclissate dal tuo splendore, — o fulgidissima meteora della Gallia.»O isola luminosa di gloria! Te rinfreschino sempre salutifere le aure. Pellegrini di remote nazioni e tribù libere come le tue onde, verranno a salutarti. E il vagante pel mondo si fermerà sopra la tua sabbia corrusca da lontano per contemplare una terra cotanto famosa. Ogni gleba, ogni pietra, ogni dirupo santificato dalla orma dell'Esule, lo tratterranno. Per lui tu acquistavi una luce divina, e il tramonto del suo sole fu la levata del tuo.»Dove sono le mani che lo hanno incatenato? mani che si affaticarono invano di contendere con lui. I popoli gli resisterono qualche volta, ma non lo superarono mai. I potenti, che spesso s'inchinarono alla sua potenza, recuperarono le loro corone fra le sue prede di guerra! Il vincitore è vinto; l'aquila giace adesso contristata, e tentano muovere guerra di tenebre al raggio della tua stella. — Ma la tua gloria apparisce scintillante di nuovo splendore, e percorre sublime il suo ascendente come il pianeta degli anni.»Lieti sieno gli arbuscelli delle tue montagne; copiosa la verdura dei tuoi prati; limpidi e perenni i rivi delle tue fontane; incolumi i tuoi annali da qualsivoglia sventura. Tu sorgi in mezzo all'ampio Oceano, come un magnifico altare di cui le reliquie saranno salutate dalle preghiere del genere umano. Le tue costiere respingano la rabbia delle procelle, e le aperte sponde la contesa del mare e del vento. Superba riposi l'aquila sopra i tuoi bastioni per ornare te, — che sei l'orgoglio del mondo.»Il giglio adesso fiorente rimarrà appassito. — Dov'è la mano che valga a nudrirlo? I popoli che lo rilevarono lo contempleranno cadere: infauste rugiade lo maladiranno. Allora la violetta che cresce nella valle confiderà ai venti il suo redivivo profumo, e quando fie che lo spirito della libertà imprechi anatema sopra i sepolcri della tirannide, la vasta Europa tremerà di paura che la tua stella prorompa ad ecclissare le funeste comete del Settentrione.»[21]Il presagio del poeta fu legge del Fato, e la statua di Napoleone sorge adesso di nuovo sopra la sua colonna, quinci guardando le Provincie di Francia, ch'egli amò tanto, —ch'egli amò troppo, — come il patriarca Giacobbeaffacciato al balzo di un monte vedeva i suoi figliuoli padri della tribù educare i greggi per le pianure della Giudea: e la sua benedizione scendeva salutifera e perenne sopra di loro....!Ma chi avrebbe mai potuto presagire che la statua di lui, supremo cantore della Inghilterra, prodigio d'intelletto, e cuore nobilissimo, donata dal Thorwaldsen al Capitolo di Westminster, perchè fosse collocata fra le tombe dei re, sarebbe andata dispersa?Gli esecutori testamentari del poeta hanno mosso lite contro i Doganieri per lire trentamila di sterlini. Perderanno essi o vinceranno? Forse vinceranno, dacchè Giudici, Avvocati e Doganieri insieme uniti compongano una delle meglio potenti calcine con le quali apparisce murato questo egregio monumento sociale. Ma vincano o perdano, la vergogna è sicura; senonchè io dubito forte che i Doganieri di puro sangue possano mai sentire vergogna. Basta, quello che io so di certo si è questo, che trentamila anni basteranno appena al popolo inglese per lavarsi della colpa della morte di Napoleone: cotesta è macchia uguale a quella di Lady Macbeth: nè anche tutta l'acqua dell'Oceano ha virtù di stingerla, e per istropicciarla che uomo faccia, sempre e più sempre apparirà vermiglia, vivida e fumante. — Grave, e più di questo, io direi quell'altro obbrobrio di sopportare che il vincitore fortuito di Waterloo tenga nelle cantine del palazzo di Aspley-House la statua del gran Capitano, opera del Canova e dono di Luigi XVIII; — e l'altro infine, della prodigiosa codardia nel tollerare che un Collegio tristo d'ipocriti mandi disperso l'omaggio che un genio ha reso all'altro genio, diseredi il più sublime dei suoi poeti del retaggio di onore, e contamini la fama di un popolo grande davanti Dio, e davanti le generazioni degli uomini. Cotesto Collegio dava pur dianzi aCampbell tomba in Westminster; la negava al Byron. E sì che la luce del Campbell, a paragone di quella del Byron, pare fiammella di lucciola dirimpetto ai raggi del sole: ma le nottole non temono le lucciole, e fuggono il sole. — Forse è meglio così. Bruto e Cassio furono più amorevolmente desiderati, e più onoratamente rammentati, quando il popolo romano non vide comparire le loro immagini nei funerali di Tiberio!DISCORSO SECONDO.SOPRA LE CONDIZIONI DELLA ODIERNA LETTERATURA ITALIANA.ALLA NOBILE DONNASIGNORA ANGELICA BARTOLOMEI,nata Palli.Alloraquando nelle serate lunghissime d'inverno io alternava seco, rispettabile Signora, i seguenti ragionamenti senza studio come senza ira, e così proprio secondo che scaturivano dal cuore, io non pensava certo che potessero un giorno formare soggetto di stampa. Ma l'uomo trama e la Fortuna tesse; ond'è che offerendomisi il destro di pubblicarli, io non ho voluto farlo senza intitolarli all'onorato suo nome, parendomi giustizia renderle in parte quello che le appartiene per diritto di legittima proprietà.Ora mi sembra che nostro malgrado noi concorressimo in questo, cioè che le umane lettere volgono fra noi a infelicissima decadenza: e quanto ciò sia grave danno, per certo non importa discorrere; dacchè a dimostrare non pure la utilità, ma la necessità delle umane lettere, tali e tanti uomini vi si affaticassero attorno, che volendo aggiungervi parola, avrei più che di altro sembianza di colui che s'ingegnasse sospingere al mare le acque di un fiume. I tempi nostri paionmi assai somiglievoliall'uffizio di questa settimana santa, ove al cessare di ogni salmo spengono un lume, finchè non vengono le tenebre; e allora incomincia il turbinìo delle cieche percosse. — Però, come riesce agevole avvertire lo effetto, non potremmo con pari facilità indicare le cause di simile decadenza.Invero, dei molti fatti che occorrono alla mente come radice di tanto male, se noi vi posiamo sopra il pensiero, troviamo che tanto potrebbero essere quanto ancora non essere. Cagione di decadenza ci sembrò la poca protezione, anzi lo abbandono, od anche meglio il disprezzo compartito alle lettere umane; ma consideravamo poi che nè abbandono, nè disprezzo, nè persecuzione erano bastate mai a trattenere gli altissimi intelletti a compire le belle opere per le quali salirono a tanta rinomanza; e per tacere degli altri (imperciocchè delle sventure dei nostri Grandi vanno attorno grossi libri stampati), Dante non rivelava la sua visione, esule, condannato al fuoco, e costretto a mendicare la vita a frusto a frusto? Campanella non concepiva prose e versi e utopie di umana felicità, nello squallore di una prigionia più che trilustre? Condorcet, mentre deliberava uccidersi per fuggire al patibolo, non sognava sogni di umana perfezione, sino al punto di presagire la immortalità a noi atomi per un minuto animati? Voltaire sopra i muri del carcere segnò i versi dellaEnricheide; e Torquato, rinchiuso come colpevole e matto, scriveva nobilissime carte tutte piene di filosofia. E poichè gli esempi potrebbero prodursi infiniti, così sarà consiglio buono rimanerci a questi.Cagione di decadenza ci parve il poco o il nessun costrutto che i letterati ricavano dalle onorande loro fatiche: ma per quanto me ne giungesse notizia, nè Omero mai nè Dante ritrassero copia di beni dai canti divini. Milton (e fu fortunato) vendè trenta ghinee ilParadiso perduto; e al giorni nostri, Carlo Botta (Tito Livio della Italia moderna) si ridusse a pagare lo speziale dei farmachi somministrati alla inferma consorte con tante copie dellaGuerra Americana, a ragguaglio di peso di carta. Giuseppe Parini si lagna che il sì lodato verso non giovi ad apprestargli un vil cocchio, che basti a salvare lui (offeso nelle gambe da dolorosa malattia) dal furore della tempesta,[22]e peggio ancora con un grido del cuore, che io per me stupisco di vedere espresso in versi, egli esclamava:La mia povera madre non ha paneSe non da me, ed io non ho danaroDa mantenerla almeno per domane.E nonostante, nessuna forza al mondo poteva dissuadere cotesto ostinato amatore della sua musa dallo educare con sommo studio un lauro nel suo povero letto, e appendervi corone. E per altra parte, le larghe mercedi non fruttarono sempre egregie opere d'ingegno; e di questo io non adduco esempio oltre quello dei quattordicimila scudi all'Achillini pel famoso sonetto:Sudate, fuochi, a liquefar metalli. Aggiungi che gli scrittori forse non hanno mai ricavato dalle opere loro una qualche mercede come ai tempi che corrono. In Francia e nella Inghilterra retribuiscono assai le opere d'ingegno, e se ciò non nuoce, neppure mi sembra che giovi, conciossiachè senza offesa di alcuno a me paia vedere come molti svegliati talenti avrebbero provveduto meglio alla fama se meno fossero stati premurosi di accumulare pecunia. Gli editori d'Italia insomma, quantunque non senza gemito grande, pure qualche cosa si lasciano adesso cascare di mano; sottile è vero, sufficiente per vivere, ma non pertanto bastevole a non far morire. Gli editori nostriconoscono come l'adipe torni nemica al talento, e non vogliono fare quello che nelle Sacre Carte si minaccia:il cor t'ingrassoPerchè dramma non v'entri d'intelletto.Cagione di decadenza dicono le menti volte ai subiti guadagni, alle mercature, alle strade ferrate, alle macchine a vapore, allo speculare sopra il prestito pubblico, e simili altri mercimonii siffatti. Ma io, di grazia, domando: E i padri nostri non davano opera continua al commercio? Non erano gl'Italiani pressochè gli unici negozianti e banchieri dei tempi di mezzo? E a' giorni nostri, qual popolo mai può vantarsi più trafficante del britanno, e qual popolo moderno più di quello si onora di nobilissimi scrittori? Anzi Rogers, Roscoe, Lewis, Campbell furono mercanti o sono, e Scott, giudice di pace, si viveva in intima corrispondenza di poesia con Unfrido Davy, fisico sommo, preso quegli (cosa singolare a narrarsi) dalla passione di curare i boschi, questi di pescare i salmoni. E poi chi dice che nelle strade ferrate e nel vapore non occorre poesia? Considerate il futuro. La vicenda del mondo di nuovo e in nuovo modo si alterna. Il commercio asiatico, quasi smarrito pel Mediterraneo, vi torna con auspicii migliori. L'uomo percorre i mari e i deserti a pari della rondine. Alessandria, Tiro e Sidone resuscitano dalle antiche rovine, come forti ristorati dal sonno. Venezia con la sua cintura d'isole, simile a cigno circondato dalla piumata famiglia, torna a specchiarsi superba per le adriache lagune. La Provvidenza restituisce alla Italia e alla Grecia le corone che in parte volenti e in parte repugnanti deposero già tempo dalle auguste loro fronti. E spingendo oltre lo sguardo, ecco l'uomo rovesciare le barriere con le quali un male genio volle un popolo diviso dall'altro;pcco sparire gli spazi, mescolarsi le nazioni, le lingue confondersi, e nascerne una nuova, ampissima, e accomodata a tutte le necessità fisiche e morali del continuo rinascenti: astii e gare sopprimersi, nessuno più geloso delle contrade altrui, imperciocchè in brevi giorni il Lappone o il Samoiedo può venire a bevere la tepida aura che muove dalle nostre colline, e scaldarsi le membra irrigidite ai raggi del nostro sole: le antiche società disfarsi, e con esse, leggi, instituti, religioni e costumi, come le cose che vediamo talvolta menare seco la piena di un fiume, e sorgere nuove capacità e attitudini per diventare tutti una famiglia sola. Il magnetismo o elettricismo ci si presenta sempre come trovato di empirico, e diffida i dubitativi; ma forse anche a lui apparecchiano i tempi magnifiche sorti. Intanto il fulmine imprigionato, la vita per breve momento restituita al defunto, — quasi orma mossa oltre il tremendo limitare della eternità! — e la favella per molte miglia trasmessa con prestezza maggiore della luce, paionmi cose, e sono, da esaltare la fantasia di qualsivoglia prosatore o poeta, e dar soggetto a qualunque più alta scrittura. E neppure le scienze possono reputarsi ragionevolmente cagione di decadenza; conciossiachè chi non troverebbe più adattato argomento di poesia alle stupende ricerche del Cuvier che non in tutte le composizioni dell'Arcadia, di buona memoria? Rammento una bella Orazione, non so se letta o favellata all'improvviso dall'Arago alla Camera dei Deputati di Francia, nel 25 marzo 1837, intorno al progetto della legge sopra la istruzione secondaria. L'egregio oratore volendo confutare la strana proposizione che gli studi scientifici non contengono cosa che possa suscitare l'anima umana, così si esprime: «Eulero fu personaggio per pietà insigne. Un amico suo, ministro di certa chiesa di Berlino, visitandolo ungiorno, gli disse: «La religione va perduta miseramente, la fede manca di base, e il cuore repugna a lasciarsi commuovere con lo spettacolo delle bellezze e delle maraviglie della creazione. Lo crederete voi? Io ho presentato la creazione con tutto quanto offre di più leggiadro, di più poetico, di più maraviglioso; citai gli antichi filosofi e la Bibbia, e nonostante mezzo auditorio è rimasto distratto, l'altro mezzo o si pose a dormire o uscì di chiesa.» — Eulero, consolando il ministro rispose: «Or via, procurate di fare la esperienza che io vi propongo: invece di desumere la descrizione del mondo dai filosofi greci e dalla Bibbia, prendetela dagli astronomi: svelate il mondo come le indagini astronomiche ce lo hanno fatto conoscere. Nella predica vostra voi avete per avventura descritto il Sole a modo di Anassagora che lo immaginò una massa di fuoco grande quanto il Peloponneso: dite al vostro uditorio che secondo misure esattissime e sicure, il nostro Sole è un milione e dugentomila volte più grande della Terra. Voi per certo favellaste di cieli di cristallo uno dentro l'altro incastrato? ditegli che così non possono essere, e che le comete li romperebbero; che i pianeti sono mondi, e Giove supera in grandezza millequattrocento volte la Terra, Saturno novecento; descrivete le maraviglie dell'anello, parlate delle lune molteplici di cotesti mondi remoti. Giungendo poi alle stelle e alle distanze loro, non contate a leghe: infinite sarebbero le cifre, nè le comprenderebbero bene; per punto di paragone prendete la velocità della luce; avvertite com'essa percorra ottantamila leghe per minuto secondo; aggiungete non isplendere stella di cui la luce pervenga a noi in minor tempo di tre anni; e di alcune poi non ci vuole meno di trent'anni. E dalle cose certe passando alleprobabilissime, insegnate come noi potremmo vedere stelle dopo milioni e milioni di anni che cessarono di scintillare, perchè la luce che emana da cotesti splendori impiega molti milioni di anni a percorrere lo spazio che li divide da noi.» — Tal era in succinto il consiglio che Eulero dava all'amico suo. E seguitandolo, il ministro rivelò il mondo della scienza e non più il mondo della favola. Eulero lo attendeva impazientemente, e l'amico sopraggiungendo disfatto in sembianza e sbigottito, esclamò: — «Eulero mio, a quali tempi fummo noi riserbati! Dimentico l'uditorio del rispetto dovuto al luogo sacro, mi ha applaudito come si costuma in teatro.» —Forse, e senza forse, causa schifosa di decadenza sembra che possa estimarsi ilGiornalismonel modo che ai giorni nostri noi lo vediamo esercitato dataluniin Italia. Potrebbe sostenersi anche meglio com'egli sia non causa, ma conseguenza. Però, principio od effetto, mi pare brutta e turpe piaga della nostra letteratura. Francesco Troloppe, con argutissimo trovato, osserva che la provvidenza compartì ai giornali l'odore nauseante di cui li sentiamo gravi, per prevenire i lettori contro le brutte cose che in essi si contengono, non altramente nè con pensiero diverso da quello pel quale dava il fragore ai serpenti a sonaglio onde la gente se ne guardasse e stesse lontana. — Io non sono davvero di quelli che pensano doversi annoverare la Critica fra le Muse; nonostante io la reverisco, e confesso che giova. Ma qual è la critica di cui intendo discorrere io? Di quella esercitata da uomini valorosi e prudenti, che il fiore dello intelletto adoperarono in comporre opere egregie. Questi che di sè porsero tanto buon saggio, e non altri, giunti in cotesta parte della vita, ove la mente desiderosa di riposarsi aborre dalla concitazione che nasce dalcreare; questi, dico, possono dare opera al più facile lavoro di esaminare le creazioni altrui. La molta esperienza, l'animo pacato, la gloria conseguita, la coscienza delle fatiche sofferte e delle difficoltà superate, e poi l'onesto esitare dei propri giudizi, la convenienza, il decoro, e soprattutto il pudore, che mai non si scompagna dalla vera sapienza, come la stella mattutina precede sempre il pianeta della vita, e molte altre condizioni che troppo ci tornerebbe lungo discorrere, ci somministrano sicurissimo pegno che gli avvertimenti loro sarebbero mossi dal senso dell'onesto e del bello. E certo, per insegnare bellezza essi non andrebbero a far tesoro dei difetti del brutto, e ne farebbero mostra con intento maligno. O voi, fabbricanti delle regole che conducono al bello, ditemi se quando un maestro di disegno intende insegnare il nudo ai suoi scolari, forse presenti loro un gobbo od uno sciancato? E voi, come volete conoscere il bello e additarlo altrui, se sembra che non abbiate sortito altro senso tranne quello del laido e del sozzo? Le cose belle s'insegnano con modi ingenui e con esempi di bello. Ma se piace a Dio, e sia detto in lode del vero, io vedo tali che trattano la penna a cui molto meglio starebbe trattare il remo, con la modestia di un cavadenti, e la coscienza di........E qui il paragone mi manca, imperciocchè io temerei commettere ingiustizia grande assumendo per subbietto di paragone una cosa qualunque, comecchè schifosamente miserabile e luridamente codarda, costituirsi Draconi e Soloni, e dalle loro soffitte, come Moisè dall'alto del monte Sinai, promulgare leggi sopra le ragioni del bello e del grande ch'essi furono condannati a non conoscere giammai. Ma da costoro poco danno può uscire, dacchè, sebbene al ragno possa talora venir fatto velare con la sua tela le chiome del Giove di Fidia, eglisi rimarrà pur sempre un insetto tiranno delle mosche soltanto; il peggio sta in quanto io sono per esporre.Tragedi laureati di sibili, autori erpetici di opera rientrata, per la quale nessuno stampatore acconsentì fare le parti di Lucina; poeti che non colsero in Pindo altro che ortica; filosofi fantastici che non seppero ragionare nè immaginare; e simile altra genía, mettono in società latrati e livore e stupida presunzione, e menano uno schiamazzo tanto disonesto quanto imbecille: ed anche di loro non è da curarci. Succedono i pedanti, i quali armati con una corazza di punti e virgole, brandendo una copula e cavalcanti un dittongo, favellano parole da far piangere gli angioli: neppure di loro vuolsi prendere pensiero. Vengono dopo i mediocri (Dio nella sua misericordia ci salvi dai mediocri!), arena molta e fastidiosa, ch'entra per gli occhi e li fa dolere; neve abbondante e ghiaccia che intirizzisce il cuore. A costoro par bello vagheggiare il proprio nome stampato, quando anche fosse sopra un avviso di partenza di battello a vapore, o sopra una sentenza graduatoria. Cotesti non si potendo inalzare fino all'altezza degli ingegni eccellenti, presumono abbassarli fino a loro; ed essi pure compongono arnesi per tagliare, limare e inverniciare quanto reputano unicamente bello. Gl'ingegni supremi essi aborrono, non altramente che se altrettanti Cornelii Silla si fossero, e chi passa il regolo pena di morte, come a Remo per avere saltato le mura di Roma. Io per me penso vedere questa brutta guerra della mediocrità contro la superiorità in molti instituti promossi ai giorni nostri sotto sembianza di carità; ma per ora mi taccio, proponendomi di svolgere a comodo questo singolare argomento: solo mi conforto considerando come in verun secolo mai vissero splendide altezze, delle quali basti pel mio assunto ricordare Napoleone e Byron: — edanche da questi poco male ne viene. Subentrano coloro che ingegno hanno e non poco, ma senno punto: vani, presuntuosi e superbi, dominati dal demonio di correre ad ogni costo su per le bocche degli uomini, invidiano Erostrato che bruciò il tempio di Diana. Non sacerdoti, ma piuttosto masnadieri delle lettere paionmi costoro: violenti e brutali, tu li vedi avventarsi contro nobili ingegni, come i grassatori costumano sopra le publiche vie contro i doviziosi viandanti. Chi siete voi? Quali sono le opere vostre? Chi vi conosce? Chi vi conoscerà? Certo incresciosi siete, e molto, come un vento importuno che muove dal deserto, e passa via; ma chi ricorda il vento dell'anno, del mese, e del giorno passato? Declinate la faccia, svergognati, e rispettate gli uomini di cui gli errori formerebbero per voi la gloria più grande che mai vi sia lecito sperare! Avete voi più sapienza di tutto un popolo? Si contiene in voi la sapienza dei tempi? Operate, io vi dico, operate, e assumerete alcun poco di verecondia e di modestia. Ecco qua l'arco di Ulisse; provate a tenderlo con le vostre braccia paralitiche. Vi pare egli un bel che notare i difetti di una opera grande? Chi non conosce come ogni cosa ne abbia? Davvero vi aspetta la gloria di Colombo per questo! Se voi infiamma il sacro amore del bello, questo cercate, questo insegnate, o piuttosto pregate che dall'alto discenda in voi virtù che vi renda capaci a ricercarlo e a impararlo. Dove l'opera meriti oblio, a che tanta ira maligna? Pensate voi che il tempo non distruggerà cotesta povera opera con la falce, con la quale miete popoli e imperi, come l'erba del campo? E il tempo precipitò in Lete anche le ottime cose. Ond'è dunque tanta ira? Perchè, e come siffatta concitazione contro l'opera di un minuto che il vostro biasimo farà per avventura durarne due? Perchè uccidete un morto? E la vostracensura e l'opera censurata periranno in un medesimo punto, come Rita Cristina, quel mostro umano a due teste. E dove poi la opera sia tale che abbia forza da collocarsi sopra le spalle del tempo, e costringerlo a portarla per qualche spazio di secolo, e a che monteranno le parole vostre? Allora voi, come è più probabile, vivrete la vita dello insetto, breve e noiosa, o durerete nome di scherno. Nel collegio dei magnanimi voi starete come Tersite nell'assemblea degli eroi di Omero, per latrare ed essere percossi. Io, comunque mi senta poco amorevole alla Mitologia, riporrei nonostante volentierissimo tra il coro delle Muse, accrescendone il numero, la Modestia piuttosto che la Critica, imperciocchè udii come Socrate, filosofo e scultore, velasse anche le Grazie; il quale esempio ho veduto ai giorni nostri imitato dal Finelli, e penso che abbia fatto bene. Le Grazie del Canova,balenanti nude nel riso di lor bellezza, io non dirò che mi paiano male femmine, ma certo neppur vergini e Dee, e piuttosto mi appariscono seguaci della Venere terrena che non della celeste. Il Baretti guastò molti, e molti continuerà a guastare, perocchè i traviati non considerino come i tempi del Baretti procedessero troppo diversi dai nostri; e forse quel suo scrivere acerbo, o tollerabile od efficace allora, suona adesso grossolano e brutale. Però egli era vecchio, dotto per lunghi studi, ed aveva già fatto bello acquisto di fama, onde qualche cosa gli si poteva concedere, e nonostante frustando lo stile altrui, troppo spesso egli adopera brutto limo di frasi e di parole non italiane, nè belle: egli biasima Dante, egli lacera Goldoni, e leva a cielo Metastasio; e i posteri non hanno approvato il suo giudizio: egli gitta in mucchio con gli scrittori di quisquilie Muratori e Maffei, venerati adesso come maestri solenni di erudizione e di storia: per la qual cosa vegganoi discreti come sia agevole andare errati, e le opinioni loro propongano, come conviene, a modo di dubbio, e non per via di formule da disgradarne quelle delle Dodici Tavole. Sommi pontefici in fatto di lettere non si danno; e per questi a me piace e giova concludere, come Geremia concludeva le sue Lamentazioni, o meglio ancora citando quanto insegna in proposito Beniamino Franklin nella sua vita: «Conservai sempre l'abitudine di esprimermi con modesta diffidenza, o di non adoperare mai, per una proposizione che poteva essere impugnata, le parolecertamente, indubitatamente, o qualunque altra che potesse farmi credere troppo tenero della mia opinione. Io piuttosto diceva: — suppongo, mi sembra che questa cosa sia così, per la tale o tale altra ragione; oppure la cosa sta così, s'io non m'inganno.» E prego a leggere di cotesta pagina fino al punto in cui conclude, citando il verso del Pope:for want of modesty is want of sense, perchè mancanza di modestia è mancanza di senno.Ora avanzano gli altri a cui più specialmente io mi rivolgo, e sono quelli che non protervi, non inverecondi, ma ingegnosi e buoni, pure si lasciarono abbindolare per soverchia facilità di costume dai tristi cottimanti di giornale. Oh di loro certo mi duole! Quantunque la mala compagnia non giunga a pervertirvi il cuore e lo ingegno, però io vedo ogni giorno rimettere dei modi ingenui; non anche procedono le vostre parole meretricie affatto, e nonostante incomincia a venirne meno il bel candore; già il limo del trivio le contamina, già le appassiscono il fumo e il miasma vinoso della taverna: non sono nere ancora, e il bianco muore. O sconsigliati, voi mietete il vostro grano in erba; fiori voi cogliete, non frutti. Costretti ogni giorno a concepire e a produrre, le vostre creazioni di un'ora durano la vita di un minuto;più spesso nascono morte. Il vostro pensiero nelle continue emanazioni si spossa, come le membra dell'etico si disfanno pei quotidiani sudori: io vedo uscire dalle vostre menti cose superbe, vane, snervate, mal connesse e viete, e mille volte ripetute; che se i giornali non fossero, voi le fareste gravi, profonde, durature, e come di onore a voi, così di conforto e di gloria alla patria che in voi confida. Senza grande fatica di vita nulla concessero gl'Immortali a noi uomini. Le vostre carte effimere paionmi responsi della Sibilla scritti sopra le foglie che il vento disperde, e nessuno raccoglie. Guaritevi dalla febbre di volere ogni giorno intorno agli orecchi il ronzio della fama; confidate il nome vostro non all'ale dello insetto, ma a quelle dell'aquila; che se è bello ottenere onoranza dai contemporanei, divino è poi conseguirla dai posteri. Imitate il Gran Cancelliere d'Inghilterra, il quale rivelando i suoi concetti presagiva che gli uomini non lo avrebbero compreso se non se dopo lungo spazio di secolo. Consolatevi del difetto di ossequio immediato, imperciocchè se mancheranno ai vostri altari quotidiani sacrificii ed incensi, non per questo sarete defraudati della laude meritata. Così racconta Eliano (se la mente non erra), come certi popoli avendo cessato d'immolare vittime sopra l'ara di Augusto, la Natura, quasi riparando al fallo degli uomini, vi facesse crescere un lauro trionfale. Insomma, per amore vostro, per amore della patria comune, io vi esorto, onorandissimi giovani, a separarvi dalla compagnia malvagia e inetta, a ritemprarvi nel santuario dell'anima, e a impiegare lo ingegno in opere grandi e generose.Conosco una generazione di uomini che crede ai beni delGiornalismo, e lo va encomiando come rugiada fecondatrice e potente di vitalità. Io per me non gli nego un moto e una vita, ma quella che si manifesta nel corpodi un eroe dopo la sua morte, — vita di vermi. Per vivere non basta muoverci, sibbene bisogna camminare con passi liberi e franchi, e con testa levata verso il cielo, — patria divina dell'uomo. Questo mio giudizio però non si estende a quei Giornali che si propongono diffondere a tenuissimo prezzo cognizioni utili di scienze, commercio, industrie, lettere ed arti, ed anche a quelli che esercitano la critica sopra la opera altrui, purchè muova da persona grave, illustre, soprattutto onesta, come io diceva nelle pagine antecedenti, e sia vereconda, generosa e gentile indagatrice di ogni maniera di bello.Ma senza dilungarmi più oltre sopra questo argomento, tutte le cause discorse qui sopra, e le altre ancora taciute, ognuna per sè o insieme raccolte, io per me penso che possano come non possano generare la decadenza fatale; imperciocchè, senza saperne la ragione vera, abbiamo veduto le scienze e le lettere peregrinare dai Caldei per gli Etruschi, fra i Romani, fra i Greci, in mezzo ai Saracini, e così in giro per le varie contrade del globo: e senza saperne del pari la ragione vera, ora nacque un sublime ingegno nella Grecia, tale altro in Italia, ora nella Germania, adesso nella Inghilterra; e poi la Natura si riposò per qualche secolo come spossata dal parto prodigioso. Di questi ingegni sublimi la Italia fu feconda meglio di qualunque altra terra: ai giorni nostri sembra esaurita; ma forse nel segreto del destino rifà le forze per generare qualche altro gigante del pensiero. — Così sia. Nel buio e nel freddo della mezzanotte consoliamoci nella speranza della luce e del calore dell'alba, dacchè la vita delle nazioni non si consuma come la vita dell'uomo, pel quale la gioventù passa irrevocabile, e la esistenza, rotta in minuti, correndo alla morte misura il tempo della sua durata, masi rinnuova come le stagioni di un anno che non ha mai fine.Favellando però di decadenza, io ho inteso accennare a decadenza imminente, non presente; poichè pel tempo che corre, vivono ed operano tali ingegni da illustrare qualunque tempo più splendido della italiana letteratura. Vive in Lombardia Manzoni, nobile ingegno, quantunque io non so perchè volontario si taccia. Vive quel caro Grossi, ma la lira mutata in protocollo, spaventa con questo la sua Musa che lo ama tanto, come con la vista del capo della Gorgone. Pellico vive come lampada al mancare dell'alimento; ed altri pur vivono, non incapaci certo, ma per quello che sembra poco vogliosi di fare. Però mi giova credere che l'apparenza m'inganni, e che nella quiete e nella meditazione apparecchiano opere di lunga lena e non foglie di giornale. Niccolini vive, e non solo vive, ma giunto in quella parte della età dove il comune degli uomini raccoglie le vele, scende nuovo Entello nella arena e combatte, e tale ne manda raggi di luce splendidissima, che ci lascia incerti se per noi si deva il suo mattino al suo vespero, o piuttosto questo a quello preferire. Potesse in lui non tramontare la vita, come non tramonta l'anima! Uomo per eccellenza di intelletto, ma più per costanza di cuore, veramente grande. — E vive tra noi Giusti, di cui le labbra fanno sorridere il più sottile sorriso di Talia, e prorompere nella voce poderosa con la quale Nemesi spaventa i malvagi. Degli altri forza è che taccia; perocchè troppo sarebbe lungo l'argomento, e questo solo ci basti, che per ora almeno in lettere, scienze ed arti, possiamo reggere il paragone con qualunque altro popolo incivilito.Oltre però il naturale difetto, quello che a parere mio deve riuscire nocivo, massimamente alle condizioni della nostra letteratura, è la incertezza nella quale viviamonon solo intorno agli scopi, non solo intorno ai mezzi dell'arte, ma perfino intorno alla lingua.Alcuni che si chiamano puristi, hanno chiuso il vocabolario della lingua, come ai tempi del doge Pietro Gradenigo chiusero in Venezia il Gran Consiglio, e da nuove parole aborriscono non altramente che se viperino sangue si fossero. Altri, all'opposto, secondo il costume dei Romani, ospiti larghissimi di ogni maniera di Numi Stranieri nel Panteon, ai nuovi vocaboli spalancano gli usci. La lingua parlata troppo si dilunga dalla scritta, e la distanza diventa quotidianamente maggiore. Noi pendiamo sempre dubbi se la parola che stiamo per adoperare sia o non sia di buona lega, ed il pensiero aspetta fremendo che noi abbiamo esaminato prima se la veste con la quale anela prorompere sia veramente italiana. E intanto, mentre apparecchiamo la vesta, il pensiero etereo per eccellenza si è dileguato, e troppo spesso ci avviene di vestire cadaveri. Ai tempi del Metastasio correva lamento che la nostra lingua eletta si riducesse a poche migliaia di vocaboli: adesso invece di ampliarla, taluni scrittori l'hanno maggiormente ristretta. Da una parte la lingua parlata diversa dalla scritta, per cui è forza che noi ci traduciamo; dall'altra il giro breve delle parole dentro le quali si svolge il pensiero, rendono la condizione dello scrittore presso a poco simile a quella di Antioco preso nel circolo di Popilio.E discrepanze non meno gravi ci turbano intorno ai mezzi dell'arte. Una volta procedevano più procellose, oggidì si presentano più temperate, e non pertanto funestissime sempre. Io non vorrei profferire nemmeno i nomi di Classici e di Romantici, dacchè per se stessi non significhino nulla, e l'accettazione data ai medesimi, noi la trovammo spesso incompleta, confusa e di mala fede, a seconda delle passioni dei faziosi; — ma insommaquelli che reputavano bella unicamente la forma adoperata dai Greci e dai Latini, conobbero alla fine che essi rinnuovano il caso di Merlino il savio. Mago, di cui lo spirito vivo era stato confinato dentro a un sepolcro, egregio invero per materia e per lavoro, — ma tuttavia sepolcro. Per via di una quistione frivola, uomini generosi si trovarono avviluppati con quanto d'immobile o di retrogrado immaginarono i nemici di Dio e della umanità; si vergognarono, e a farli risensare contribuirono potentemente i grandi ingegni moderni. Infinite sono le vie che conducono al bello; immensi i colori di questa iride che si rinnuova perpetuamente: e di vero, perchè non dovrebbe essere così? Il pensiero, eterno pellegrino che si arrischia per i più disperati sentieri, per lande ghiacciate, per ardenti deserti, o come mai non dovrebbe i sandali logorare e le vesti? E poi la fantasia si stancherà piuttosto a immaginare, che la natura di produrre cose nuove; e quindi nuove sensazioni, nuove passioni, nuovi intenti, nuove voglie, e tutto nuovo. E' vi fu un tempo in cui ancora io diceva col predicatore: «Quello che fu sarà, e nulla di nuovo è sotto il sole.» Adesso il minuto che nasce mi sembra diverso da quello che muore; imperciocchè non credo più che cadano aridi e segregati come i grani della sabbia dell'orologio a polvere, ma ogni minuto porti seco tutta la esperienza dei secoli trapassati, e tutta la speranza dei secoli avvenire.Nonostante, dei convertiti, alcuni non procedono affatto sinceri, e molti si rassomigliano agli antichi cristiani, i quali non sentendosi virtù per incontrare il martirio con atti esterni, acconsentivano ai riti dei pagani, ed agli altari dei Numi presentavano incensi, onde ebbero il nome di turificati. Questi romantici turificati profferiscono parole oblique, giudizi incerti, e quando rendono lode ai sommi nostri contemporanei, lo fannocon un certo mal garbo, ed un non so che di amaro si mescola nella dolcezza della parola, che il biasimo a cui bene intende riescirebbe meno acerbo della lode. Nè questo avviene già per astio, per doppiezza di animo o per bassa voglia, ma sì per l'amore che l'uomo porta alle antiche abitudini, comunque sieno triste e gravose: imperciocchè la nostra natura ci persuada ad affezionarci alle cose in proporzione dei travagli, delle cure e dei dolori che ci costano; onde ben a proposito Byron ci racconta che il prigioniero di Chillon abbandonava il suo carcere con un sospiro...Ma via, lasciamo i mezzi dell'arte; gli uomini alla fine intenderanno come diverse strade menino a Corinto, e come il bello non siasi esaurito nelle forme greca e latina, e come tutto in cotesta forma non sia bello; quello che grandemente importa si è, che anche intorno agli scopi dell'arte dura penosa discordia. Questa ricerca, più che non si crede, va congiunta con quella della forma; ed io considerandola separata esporrò come alcuni ammantarono la Musa di paludamento sacerdotale, sopra le palpebre le posero lacrime perenni, e su le labbra sospiri, nelle mani un turibolo, e la educarono a salmodiare, e la costrinsero a starsi genuflessa davanti una bara... Povera Musa! Ella sì gioconda e sì cara, assuefatta a increspare in compagnia di Zeffiro la superficie limpidissima dei laghi; ella che trascorreva sopra le rose senza piegarne le cime; ella che sfolgorava seduta sopra un raggio di sole; ella che amava tanto immergersi nel chiarore della luna... — ella col capo piegato su l'omero, le mani incrociate, mormora ilDe profundis, e dice: «Pazienza, pazienza: Dio diede, Dio tolse: sia fatta la volontà del Signore.»

Se la fortuna fosse stata copiosa dei suoi beni a Socrate, Anito e Melito, invece di farlo condannare a bere la cicuta, sarebbero andati a casa sua per bevergli il vino di Samo.[10]— Questa sentenza, comechè dettata da uno ingegno argutissimo del secolo trascorso, a me parve sempre più presto gioconda che vera.

Considerando io, con quella diligenza che per me si è potuto maggiore, lo intendimento universale degli uomini, mi venne fatto conoscere com'essi da ogni superiorità aborriscano, impazienti la sopportino, e ardentissimi la detestino.

Di queste superiorità varie appariscono le maniere. Alcune di loro, siccome non ci possono essere rapite, così neanche noi le possiamo dare; altre, quantunque possano venirci tolte, pure non ci è concesso compartirle; ultime in dignità, come in invidia, paionmi quelle che potendo noi perdere o donare, possono ancora dagli altri venire acquistate. Libere, grandi, divine, e veramente ben nostre le prime; serve, imbecilli, e affatto non nostre le seconde.[11]

E tacendo delle altre, le quali, ricercando sottilmente la materia, mi arriverebbe per avventura di riscontrare; le superiorità, o vogliamo dire qualità checadono meglio nell'odio dell'universale, sono lo intelletto prima, la forza poi, e la venustà e le dovizie. Non però tutte vengono con misura uguale aborrite, e meno delle altre le ricchezze; conciossiachè in queste concorrano abbondevolmente le condizioni per le quali chi le possiede può perderle o donarle, chi n'è privo acquistarle.

Certo non vuolsi punto negare, e noi per desolata esperienza troppo acerbamente il sappiamo, come le largizioni e i beneficii più spesso generino sconoscenza che amore, e nonostante, a cui riesca usarli con buono accorgimento e con modi onesti, di rado avviene che non conciliino ossequio e credito grandissimo. Quelli ai quali il cielo amico concesse la facoltà di beneficare, avvertano che possiamo uccidere un'anima a colpi di beneficii, come si narra che l'arciero di Metona cacciasse l'occhio destro di Filippo il Macedone con una freccia di argento.[12]Inoltre, le ricchezze si perdono assai più agevolmente di quello che si acquistino, e dacchè la compagnia nella miseria sembra che giovi, ci rallegriamo nel presagio della caduta imminente dell'uomo che fortuna locava in parte più eccelsa. E bene di ciò somministrano argomento gli esempi delle antiche e delle moderne Storie, fra i quali basti annoverare Creso doviziosissimo, meglio assai che dai castelli muniti e dalle armi, sovvenuto dal nome di Solone;[13]e Ugolino conte della Gherardesca, il quale avendo domandato a Marco Lombardo quello che gli paresse della felicità del suo stato e della copia dei beni terreni, n'ebbe in risposta: «E' parmi che non vi falli altro che l'ira di Dio;»[14]e Piero degli Albizzi nostro, a cui, raggiunto il grado supremo di prosperità, certo giorno di solenne convito fu mandato a donare un nappo pieno di confetti, e intra quelli un chiodo, per ricordargli ch'ei conficcasse la ruotadella fortuna.[15]Per le quali cose nessuno deve temere tanto avversa la sorte quanto coloro che ebbero a sperimentarla prosperevole sempre: così Filippo di Macedonia, essendogli un giorno recati tre faustissimi annunzi, levate le mani al cielo, supplicava: «Fortuna, io ti prego di darmi dopo questi grandi beni qualche mediocre avversità.»[16]E a Carlo di Angiò, colto in mezzo degli eventi secondi da fato nemico, pareva acquistare assai se gli consentiva la Provvidenza cadere gradatamente; per la qual cosa sopraggiuntagli la dolente nuova della ribellione della Sicilia, così supplicava a Dio: «Sire Dio, dappoi che ti è piaciuto voltarmi contraria la fortuna, piacciati che il mio calare sia apetittipassi.»[17]

Labilissime ancora la potenza, la bellezza, e la forza: la prima per evento fortunoso; la seconda e la terza per evento fortunoso e per necessità. Gli eventi fortunosi talora si partono dalle mani degli uomini, come furono quelle di Ciro, di Tamerlano, di Gengiskan, di Alarico, Attila, Genserico e simili; tale altra da quelle del destino, come accadde a Cambise, di cui lo esercito spense la sabbia infuocata del deserto etiopico, a Napoleone vinto dai diacci del settentrione, e a Filippo II, la grande armata del quale le onde dell'Oceano infransero come il giovanetto in un momento di stizza rompe i suoi trastulli.[18]Alla bellezza poi quando non sopravvenga vicenda che prima della stagione la guasti, giunge il tempo inevitabile, se non il giudizio, in cui ogni umana creatura dovrebbe appendere lo specchio al tempio di Venere col motto: «Dacchè contemplarmivi qual era non posso, come sono non voglio;» secondo è voce che la famosa cortigiana Mnesareta facesse. Lo stesso dicasi della forza; e al vecchio immemore degli anni di rado la fortuna arride come ad Entello, e con frequenzamaggiore ci viene fatto incontrare Miloni, i quali presumendo troppo, mentre si affaticano a fendere la querce vi rimangono presi, e diventano preda dei lupi. — Ma pel divino intelletto procede la bisogna altramente. Vitale e splendida l'aurora, sublime il meriggio, magnifico il tramonto. Il mattino di Omero sarà laIliade, il vespro l'Odissea. Questa fiamma divina non teme furto di Prometeo. Simonide, gittato in mare dallo iniquo nocchiero, non si lagna delle perdute dovizie se mai gli avvenga potere attingere la riva, imperciocchè porti seco tutti i suoi beni; e Biante, sapientissimo, esprime la sentenza medesima, mentre si aggira pellegrino senza viatico per molteplici contrade. E quando il malignare degli uomini giungerà a inebriarti di amarezza e a turbarti la pace dell'anima, la intelligenza scintillerà come il sole luminoso e parato sopra le onde di un mare in tempesta. I gridi stessi del dolore suoneranno sapienza. Anzi nella guerra disonesta mossa dal genere umano alla intelligenza, mentre questa nella sublimità della via lo sfolgoreggia dei suoi fulmini, cotesto fuoco non ridurrà mai in cenere, ma feconderà anche contro il volere di colui che lo spande, essendochè le alte intelligenze, a modo di specchi tersissimi entro ai quali Dio si contempla, non possano fare a meno di riflettere una luce divina....!

Però che tutte queste cose considerando, io concedo che gli uomini di alto ingegno non abbiano diritto a godimenti terreni, come neppure ragione di lamentarsi dello squallore o degli affanni; mentre all'opposto parmi che i loro fratelli possano credere di avere diritto e ragione di cruciarli quanto meglio sappiano e possono. — Essendo ormai stabilito che delle due curve di cui si compone la vita dell'uomo d'ingegno, corporea e spirituale, la seconda termini in cielo, — poco deve importarese la prima termina all'ospedale. Questo re del pensiero presume non dovere pagare nulla il superbo diletto di passeggiare sopra la testa dei suoi compagni di creta? Nulla la facoltà celeste di sfogliare con alito leggiero le carte del libro del Destino, il quale agli altri tutti figliuoli di Adamo si presenta chiuso fatalmente così come di bronzo si fosse? E mentre per lo universale la morte è oblio di esistenza innominata, non deve pagare nulla la facoltà di posarsi sopra la spalla del tempo e valersene, come Dante e Virgilio di Gerione, per traversare l'Oceano dei secoli ed attingere la eternità?

L'oblio — la seconda morte — la morte dell'anima, che non può vincersi con monumenti marmorei, nè con gli obelischi, nè con le stesse piramidi (imperciocchè penda tuttavia ignoto se la più grande delle piramidi di Egitto fosse inalzata per un re o per un bue, il re Cheope o il bove Api), — con breve foglio molto meglio si può.

Oh, sacri intelletti, placatevi pensando come le fibre del vostro cuore e della vostra mente compongano una lira eolia, traverso la quale scorre l'alito infiammato di Dio. Gli anni dei Grandi non si misurano col sole: — essi lo precorrono di miriadi di secoli a illuminare tempi che non sono anche nati per lui. E voi, Uomini, ferite questi Grandi, feriteli nel cuore, conciossiachè dal sangue che ne sgorga voi ricaverete vitale nudrimento che Dante appella: —il pane degli angioli; — affrettatene la sera, che a modo delle piante e dei fiori approssimandosi la notte emanano più fragranti i profumi; — infrangeteli come lo insetto fosforico, che disfatto sopra la parete v'imprime una traccia più lunga di splendore. — Vendicatevi, uomini, quanto meglio atrocemente potete, di essere amati, ammaestrati, e dilettati...!

Ma quando l'anima ha distratto la sua esistenzanel mondo, sparpagliando le sue divine facoltà come le foglie di una rosa sopra un torrente che passa; — quando a guisa di aquila che abbia mudato le penne ella libra lo immenso suo volo con gli occhi fissi nell'eterno sole; — quando scintilla luminosa s'immerge nel fonte di tutto splendore, — allora cessi la guerra; imperciocchè due firmamenti concedesse Dio agli uomini, uno celeste, ornato di piante e di stelle, opera delle sue mani; l'altro terrestre, opera in parte di Dio stesso e degli uomini, composto delle rinomanze degli eroi e dei poeti, e di quanti altri vissero gloria ed orgoglio della gente umana. Onorate almeno, o genti, i vostri grandi defunti, se pur volete che altri subentrino nel doloroso ministero d'immolarsi per voi. — Affinchè la vittima non repugni dal sacrificio, nuovi fiori e nuovi incensi si apprestino, astergasi con acqua lustrale l'altare, celinsi e bipenni e coltelli: — le sembianze e le voci dolorose dei morenti con una nuvola di gloria, con un suono di armonia nascondansi. Pera Quirino, purchè vada ad albergare fra i Numi![19]— E gli stessi sacrificati, fatti ormai cittadini del cielo, di leggieri perdoneranno, conciossiachè appunto vi amino molto per le molte angosce patite per voi, e l'odio passi sopra la loro anima innamorata come nuvola spinta da vento procelloso traverso il disco della luna. O genti, placate le ombre dei vostri Grandi defunti, dacchè riesca tanto lieve conseguirlo: poco desiderano, di poco esse si contentano; una preghiera, una laude, una pietra, una memoria, un fiore, un grano d'incenso basta per loro; e placate che sieno, vi guarderanno dall'alto a modo di piissime stelle, e come stelle vi additeranno la via per cui l'uomo si eterna; o visitando in ispirito le antiche dimore, le conforteranno con una traccia di gloria, come appunto i libami cari agli Dei, quantunque consumati dal fuoco, si lascianodietro un profumo durevole. Così i Greci operavano, dedicando un tempio espiatorio a Socrate, e a Fidia mastro supremo di bellezza erigendo una cappella, e tutti i loro Grandi onorando di simulacri e di monumenti nel Ceramico, o nel luoghi illustrati dalle geste inclite di quelli. — Nè Roma sapientissima fu tarda a imitare i giovevoli esempi; onde fra i suoi cittadini nacque un desiderio irresistibile di fama, una cupidigia immensa di laude, a costo pure di rimanere consunti dai baci infiammati della gloria, in quella guisa medesima che noi vediamo la farfalla innamorata della luce che la incenerisce, e udimmo di Semele arsa dal suo onnipotente amatore.

E bene incolse finalmente alla Grecia conservare coteste memorie, dacchè per esse non venne mai meno l'onta della viltà, il bisogno del riscatto, e la misericordia del mondo. E così Dio la protegga, come meritano la sua lunga sciagura, la grandezza antica, e l'onore reso agl'incliti trapassati. Il sangue di Maratona non imporpora ancora le guancie della Grecia, ma incomincia a farne battere il cuore; — non anche le cinge le tempia l'olivo cecropio, ma l'albero caro a Minerva è piantato; — la mano ardita e franca non anche tratta la lira dei suoi antichi poeti, ma già ne ha teso le corde, e meglio assai del tendere le corde ella apprestava argomento ad altissimo canto: — i suoi occhi già già scintillano come nel giorno in cui palpitante si sporgeva dai suoi promontori a contemplare la battaglia di Salamina. — Beata lei che non siede più nelle tenebre e nella ombra della morte! Il miracolo è operato. Salute, salute alla Grecia, nostra sorella maggiore negli affanni e nella gloria!

Nè certo il desiderio mi fa velo allo intelletto con propizi vaticinii, presagendo che ricovereranno la perdutagrandezza, e recuperata manterranno, tutti quei popoli che per istituto pubblico della debita onoranza proseguiranno i loro gloriosi defunti. La Francia ebbe il Panteon pei suoi Grandi passati; — oggi la Baviera dedica un tempio a Odino, e v'inaugura i simulacri di Genserico, di Atalarico, di Attila e di altri tali, per cui Mnemosine, genitrice delle Muse, abbrividisce ricordandoli...! Veramente fra costoro e i Temistocli, gli Scipioni, i Milziadi e i Fabrizii, troppo immenso è il tratto che corre: — ma giova considerare infine come alla contrada non sia dato vantare eroi migliori di quelli, e che i principi ben possono ordinare una statua, non un Eroe. La fattura di questo è opera di tale che siede troppo più in alto di loro; nè la immortalità si dispensa da mani mortali quantunque nate a stringere lo scettro. Noi, Italiani, abbiamo Santa Croce; a noi principio, e che pur vale per qualsivoglia splendidissimo fine straniero, però che gli stessi Britanni mal sappiano chi contrapporre a Michelangiolo. Abbiamo ancora le statue delle Logge degli Uffizi, opera lodata e lodevolissima; ma e Santa Croce e gli Uffizi sono cosa eventuale, non duratura, non ordinamento perenne di governo civile.

Intanto che coi desiderii e coi voti gli uomini ben nati affrettano un provvedimento che formerà tanta parte di sapienza civile e di pubblica morale, personaggi privati, come possono meglio, s'ingegnano riparare al difetto; e Canova, magnanimo cuore se altri fu mai, inaugurava immagini di marmo nel Panteon romano, che il tempo sembra consentirci eterno, affinchè accolga rinomanze eterne; Giancarlo Di Negro e Niccolò Puccini ne imitano l'esempio nelle loro ville amenissime consacrate

Al decoro, al gentile, al bello e al buono.

Al decoro, al gentile, al bello e al buono.

Ma, egli è mestieri pur dirlo, il simulacro di cui massimamente si appagano le ardue anime dei Grandi vuole essere inalzato dal popolo, — dal Briareo dalle cento bocche e dalle cento mani, — il dominato dominatore di tutti, — del quale i re, i poeti, gli artisti, gli uomini insomma per ogni maniera cupidi di fama, domandano supplichevoli la laude o le larghezze, o la tutela, o la vendetta. — Sì, la laude, — perchè i potenti, i sacerdoti, e tutti insomma cui arse desiderio di gloria, non crederono che la corona, la tiara, e la ghirlanda, a ragione fosse posta sopra la testa loro se il voto dell'universale non ve la confermava. Al popolo fu concesso essere sopra i re, quando creò i suoi re; e quando qualche volta, ma rado, prendendo da se questa facoltà li distrusse, il popolo scelse quelli a cui disse: Voi sarete i miei Grandi: ed anche in questo i principi si trovarono ad essere sottoposti al popolo. — Sì, la larghezza, — imperciocchè le perle del diadema reale per la più parte si composero delle lacrime congelate del popolo, e il poco oro della reggia e del tempio venne comprato con la massa enorme di rame che estrassero dalle viscere del popolo come da una miniera. — Sì, la tutela, — perchè se il popolo ti guarda, chi ti toccherà? se il popolo ti odia, chi ti salverà? — Sì, la vendetta, — perchè il popolo quando pose la sua mano sopra un capo quantunque potente, sopra un regno sebbene vetusto, dopo istanti od ore fu detto: Qui visse un Uomo, e qui fu un Regno!

E nonostante, assai più fatale dell'oblio nuoce l'altro peccato, che consiste nell'onorare gl'immeritevoli. — Nequissima turpitudine, comune a tutti i tempi, ai nostri poi miserabilmente speciale. Allora la virtù torce sconsolata lo sguardo dal mondo, e sopra questo si addensa una ecclissi dolorosa: le lacrime amare che lesgorgano dagli occhi si convertono in pioggia di desolazione quaggiù, ed a ragione; imperciocchè se il primo fatto nasce da oscitanza, il secondo poi deriva dalla offesa premeditata: nè difetto di debito ossequio percuote mai tanto quanto l'oltraggio manifesto.

Però io desidererei che non si ponessero immagini ai vivi (specialmente se principi), e nemmeno ad avi di principi regnanti; conciossiachè la esperienza ammaestri come troppo spesso passioni non rette nè giuste possano persuadere oggi tale atto di cui ci pentiremo forse domani: e i principi virtuosi dovrebbero piuttosto meritare che desiderare una statua, e sapere che di tutte le lusingherie, pericolosissima è quella che li espone al voto delle presenti generazioni e delle future. Ed in quanto agli avi dei principi tuttora regnanti, il sospetto che dai trecconi si abbia in mira piuttosto di piaggiare il vivo che lodare il morto, dovrebbe persuadere il consiglio generale di rifiutare simili dimostrazioni, le quali non si nega che possano essere sincere, ma bisogna convenire che potrebbero ancora essere bugiarde; e la lode, assai più della moglie di Cesare, non ha da comparire sospetta. — A me sembra pertanto senno grandissimo quello che nella moderna Roma fece dettare la legge che vieta erigere simulacri ai Pontefici viventi, però che il popolo, talvolta insanendo, fu visto al tempo di sede vacante precipitarli nel Tevere.

Mentre dunque l'uomo vive, non abbia statua; ma chiuso il giorno supremo, per quello che sparse di se larga fama nel mondo, si proponga al popolo se abbia o no meritato l'onore della statua; e dove il consenso universale lo conceda, passato un anno si torni a proporre un'altra volta, e così fino alla terza; e vincendo sempre pel sì, vada consolata cotesta ombra di simulacro marmoreo. Ove poi il primo anno si rigetti il partito,si proponga l'anno dopo, o forse meglio decorso spazio maggiore di tempo: in mezzo secolo tre volte o quattro; conciossiachè nel periodo di mezzo secolo le passioni si acquietino, le opinioni mutino, e sia sperabile allora che la verità generosa levi soltanto la voce.

Come, dove, e avanti cui avesse a proporsi il partito, io lo dirò un'altra volta. — Per ora basta così. Questo concetto mi sorse doloroso nella mente considerando come gli uomini mossi dalle passioni, vento contrario alla vita serena, s'ingannino. E non dico già di quelli che hanno grosso intendimento, ma sibbene anche di coloro che fanno professione di filosofia, e furono dai cieli benedetti d'ingegno. Ed in conferma di questa mia sentenza valgami per tutti lo esempio del Byron, il quale alla distanza di pochi anni giudicò tanto diversamente Napoleone. Nel 1815 egli cantava così:

ODE A NAPOLEONE BONAPARTE.

Pesa Aniballe: quante libbre troviIn cotesto supremo capitano?Giovenale, Satira X.Lo imperatore Nepote venne accolto dal Senato, dagl'Italiani, e dalle provincie della Gallia. Le sue virtù morali, e la militare prestanza, furono lodate largamente, e quelli che ritraevano qualche privato benefizio dal suo governo annunziavano con voci profetiche la restaurazione della pubblica felicità..... Ma la sua vituperosa renunzia, la sua vita per pochi anni protratta in miserabilissima condizione tra imperatore ed esule, finchè......Gibbon,Decadenza ec., vol. VI.

Pesa Aniballe: quante libbre troviIn cotesto supremo capitano?

Giovenale, Satira X.

Lo imperatore Nepote venne accolto dal Senato, dagl'Italiani, e dalle provincie della Gallia. Le sue virtù morali, e la militare prestanza, furono lodate largamente, e quelli che ritraevano qualche privato benefizio dal suo governo annunziavano con voci profetiche la restaurazione della pubblica felicità..... Ma la sua vituperosa renunzia, la sua vita per pochi anni protratta in miserabilissima condizione tra imperatore ed esule, finchè......

Gibbon,Decadenza ec., vol. VI.

«Egli cadde; ma pure ieri fu re! ed armato a combattere contro ai re. Ed ora tu sei una cosa senza nome, — abietta, — e nonpertanto viva! E questi è l'uomo dai mille troni? Questi colui che seminò la terradi ossa nemiche? E può egli sopravvivere così? Dopo lui, che salutammo follemente stella mattutina, nè uomo mai, nè demone precipitava in tanta immensa miseria.

»Uomo malvagio, perchè la stirpe che ti stringeva le ginocchia flagellasti? Contemplando sempre te stesso divenisti cieco, e il fastidio di guardarti insegnasti.... Con tanto magnifica potenza, — potenza di salvare — l'unico dono che ai tuoi adoratori largisti è stato il sepolcro. — No; — prima della tua caduta gli uomini non potevano credere come tanta ambizione andasse congiunta a tanta bassezza!

»Gran mercè dello insegnamento; — egli varrà ad ammaestrare i futuri guerrieri, assai meglio che le sentenze della divina filosofia non facciano, siccome invano hanno fatto fin qui. Il fascino che occupava la mente degli uomini si è rotto, nè tornerà più a prostrarsi davanti questi idoli della spada dalla fronte di bronzo e dai piè di creta.

»Il trionfo, l'orgoglio, e la gioia della battaglia, e la voce della vittoria scuotitrice della terra, erano l'alito della tua vita. Il brando, lo scettro, e il dominio che gli uomini, come se vinti da necessità naturale, obbedivano, e co' quali si era oggimai addomesticata la fama, tutto è spento. Spirito tenebroso! oh quanto deve lacerarti amara la tua rimembranza!

»Chi desolava è desolato! Il vincitore è vinto! L'arbitro degli altrui destini adesso supplica pel suo proprio destino! Gli rimane forse qualche speranza d'impero che valga a fargli sopportare cosiffatta vicenda, o teme soltanto la morte? — Morire da re, o vivere da schiavo. Ah! la tua scelta fu coraggiosamente codarda.

»Colui che vecchio intese fendere la querce, non temeva che gli si potesse richiudere. Incatenato al troncoche si provò invano di rompere, — quando si vide solo — quali furono gli suoi sguardi dintorno? Te incolse una pari sventura nella superbia della tua forza, e un destino più tenebroso del suo ti percosse. Egli cadde preda delle belve della foresta; — tu se' condannato a divorarti da te stesso il cuore.

»Il Romano, quando ebbe sfuocato il cuore rovente nel sangue di Roma, gittò via il pugnale, e ardì ridursi a casa nella sua salvatica grandezza. Egli osava partirsi per maggiore onta degli uomini che avevano sopportato il suo giogo e lo lasciavano incolume. L'ora della sua gloria fu quella in cui spontaneo abbandonò il potere.

»Lo Spagnuolo, quando l'agonia del dominio ebbe perduto ogni splendido incanto per lui, cambiò le corone in rosarii, lo impero con la cella, e la sua follia vaneggiava innocente quando si convertì in solenne annoveratore di grani di rosario, e in sottile disputatore di credi; — pure beato lui, se non avesse conosciuto mai o le reliquie della superstizione, o le tirannidi del trono!

»Tu poi — dalla mano repugnante ti era strappato il fulmine; — In poi troppo tardi lasciasti l'arduo comando, al quale ti teneva la tua debolezza attaccato. E comunque tu sii uno spirito maligno davvero, fa male al cuore considerare il tuo tanto avvilito, — e pensare che il bel mondo di Dio sia stato sgabello a creatura sì abietta!

»E la terra prodigava il suo sangue per costui che si mostra tanto avaro del proprio! E i potenti tremando con tutte le membra gli si prostrarono davanti rendendogli mercè per un trono! bella libertà, noi dobbiamo tenerti ben cara, dacchè i tuoi più acerbi nemici palesarono con modi così disonesti la interna paura!Oh! non possa mai tiranno al mondo lasciare nome migliore dietro di sè per ingannare il genere umano.

»I tuoi gesti iniqui stanno scritti nel sangue, nè così scritti invano: la fama non parla più dei tuoi trionfi e ne rivela le infamie. Se tu morivi come sa morire l'onore, forse qualche altro Napoleone sarebbe sorto a vituperare il mondo di nuovo. — Ma chi vorrebbe ascendere all'altezza del sole per rovinare poi in una notte senza stelle?

»Pesata la polvere di un eroe, ecco ella è vile quanto la creta del plebeo. Le tue bilance, o Morte, sono giuste per tutti quelli che muoiono: pure io credeva che una qualche più lucida scintilla, capace ad abbagliare e a stupire, animasse i grandi viventi, nè mi pareva possibile che il disprezzo giungesse a farsi ludibrio dei conquistatori del mondo.

»Ed ella, il vago fiore dell'Austria altera, la tua pur sempre sposa imperiale, come sopporta col cuore l'ora della tua sventura? Sta ella sempre unita al tuo fianco? Dovrà ella pure curvarsi, partecipare il pentimento tuo tardo, la lunga disperazione di te omicida rovesciato dal trono? Ov'ella ti amasse sempre, abbila cara: sarebbe la gemma più bella del tuo perduto diadema.

»Affrettati alla squallida tua isola, e guarda il mare: cotesto elemento può sostenere il tuo sorriso, perciocchè egli non fosse mai dominato da te; — e con la mano neghittosa, nelle tue torbide fantasie scrivi sopra la sabbia che la terra è libera come il mare, adesso che può applicarsi alla tua fronte il motto del pedagogo di Corinto.

»Nuovo Timour, nel carcere della tua gabbia quali pensieri saranno i tuoi mentre covi il cruccio imprigionato? Uno solo: — il mondo fu mio! — A meno che somiglievolein tutto a colui di Babilonia, tu non abbi perduto col tuo scettro ogni sentimento, e la vita non dovrebbe più a lungo rinchiudere uno spirito così largamente dimostrato, — così lungamente obbedito, — e così indegno d'impero.

»Oh simile al rapitore del fuoco celeste, vorrai resistere all'urto, e dividere con lui la eterna condanna, l'avvoltoio e la rupe! Maladetto da Dio, esecrato dagli uomini, l'ultima tua azione, quantunque non la più trista, eccita il riso di Satana stesso. — Vi fu un giorno, — vi fu un'ora in cui la Terra era della Gallia, e la Gallia era tua: allora, non anche sazio, la rassegna dello immenso potere sarebbe stato atto di fama più pura di quella che circonda il nome di Marengo, e avrebbe diffuso una luce di oro sopra il tuo tramonto traverso il crepuscolo dei secoli, — malgrado qualche nube passeggiera di delitto.

»Ma tu eri nato al trono e a vestire la clamide di porpora, come se cotesto manto di follia avesse avuto virtù di soffocare le rimembranze del tuo petto. — Dov'è adesso la clamide scolorata? Dove sono le vanità di cui ti compiacevi ornarti: — la stella, — i cordoni, — la piuma? Stizzoso fanciullo d'impero! — dimmi, ti furono involati i tuoi trastulli? — Ma dove dunque potrà riposarsi l'occhio stanco che va in traccia di qualche osa di grande? dov'è dunque che splende una gloria incontaminata, una vita senza onta? — Sì, — uno, — il primo, — l'ultimo, — il migliore, il Cincinnato dell'Occidente, chè non trova la invidia ove emendarlo, legava agli uomini il nome di Washington per farli vergognare ch'egli solo nacque tra loro.»[20]

Nel 1821 il potentissimo poeta, ricredendosi, consolava la grande anima con questo altro canto:

ODE A SANT'ELENA.

«Pace a te, o isola dell'Oceano! Salute alle tue acque e ai tuoi venticelli! Dove la marea con moto alterno agita i tuoi flutti soavemente così, che paiono pennacchi di piume candidissime! Magnifica sarà la ghirlanda della storia sopra la tua onda, e ti fiorirà eternamente verde intorno alla fronte quando i popoli che adesso ti abbandonano alla oscurità, con giusta vicenda giaceranno nell'oblio. Immota nella tua gloria, incontaminata nella tua fama, la laude dei secoli santificherà il tuo nome!

»Salute al Capitano che riposa dentro di te la mole della immensa sua rinomanza! Quando egli avrà compito il suo tramite terreno, quando sarà chiuso il libro della sua vita, la storia consacrerà le sue geste: le sue prodezze si annovereranno fra le prime di tutti i tempi, e i re della terra s'inchineranno dinanzi al suo valore. I canti dei poeti, gl'insegnamenti dei sapienti, lo chiameranno maraviglia e grazia del mondo. — Le meteore della storia impallidiranno al tuo cospetto — ecclissate dal tuo splendore, — o fulgidissima meteora della Gallia.

»O isola luminosa di gloria! Te rinfreschino sempre salutifere le aure. Pellegrini di remote nazioni e tribù libere come le tue onde, verranno a salutarti. E il vagante pel mondo si fermerà sopra la tua sabbia corrusca da lontano per contemplare una terra cotanto famosa. Ogni gleba, ogni pietra, ogni dirupo santificato dalla orma dell'Esule, lo tratterranno. Per lui tu acquistavi una luce divina, e il tramonto del suo sole fu la levata del tuo.

»Dove sono le mani che lo hanno incatenato? mani che si affaticarono invano di contendere con lui. I popoli gli resisterono qualche volta, ma non lo superarono mai. I potenti, che spesso s'inchinarono alla sua potenza, recuperarono le loro corone fra le sue prede di guerra! Il vincitore è vinto; l'aquila giace adesso contristata, e tentano muovere guerra di tenebre al raggio della tua stella. — Ma la tua gloria apparisce scintillante di nuovo splendore, e percorre sublime il suo ascendente come il pianeta degli anni.

»Lieti sieno gli arbuscelli delle tue montagne; copiosa la verdura dei tuoi prati; limpidi e perenni i rivi delle tue fontane; incolumi i tuoi annali da qualsivoglia sventura. Tu sorgi in mezzo all'ampio Oceano, come un magnifico altare di cui le reliquie saranno salutate dalle preghiere del genere umano. Le tue costiere respingano la rabbia delle procelle, e le aperte sponde la contesa del mare e del vento. Superba riposi l'aquila sopra i tuoi bastioni per ornare te, — che sei l'orgoglio del mondo.

»Il giglio adesso fiorente rimarrà appassito. — Dov'è la mano che valga a nudrirlo? I popoli che lo rilevarono lo contempleranno cadere: infauste rugiade lo maladiranno. Allora la violetta che cresce nella valle confiderà ai venti il suo redivivo profumo, e quando fie che lo spirito della libertà imprechi anatema sopra i sepolcri della tirannide, la vasta Europa tremerà di paura che la tua stella prorompa ad ecclissare le funeste comete del Settentrione.»[21]

Il presagio del poeta fu legge del Fato, e la statua di Napoleone sorge adesso di nuovo sopra la sua colonna, quinci guardando le Provincie di Francia, ch'egli amò tanto, —ch'egli amò troppo, — come il patriarca Giacobbeaffacciato al balzo di un monte vedeva i suoi figliuoli padri della tribù educare i greggi per le pianure della Giudea: e la sua benedizione scendeva salutifera e perenne sopra di loro....!

Ma chi avrebbe mai potuto presagire che la statua di lui, supremo cantore della Inghilterra, prodigio d'intelletto, e cuore nobilissimo, donata dal Thorwaldsen al Capitolo di Westminster, perchè fosse collocata fra le tombe dei re, sarebbe andata dispersa?

Gli esecutori testamentari del poeta hanno mosso lite contro i Doganieri per lire trentamila di sterlini. Perderanno essi o vinceranno? Forse vinceranno, dacchè Giudici, Avvocati e Doganieri insieme uniti compongano una delle meglio potenti calcine con le quali apparisce murato questo egregio monumento sociale. Ma vincano o perdano, la vergogna è sicura; senonchè io dubito forte che i Doganieri di puro sangue possano mai sentire vergogna. Basta, quello che io so di certo si è questo, che trentamila anni basteranno appena al popolo inglese per lavarsi della colpa della morte di Napoleone: cotesta è macchia uguale a quella di Lady Macbeth: nè anche tutta l'acqua dell'Oceano ha virtù di stingerla, e per istropicciarla che uomo faccia, sempre e più sempre apparirà vermiglia, vivida e fumante. — Grave, e più di questo, io direi quell'altro obbrobrio di sopportare che il vincitore fortuito di Waterloo tenga nelle cantine del palazzo di Aspley-House la statua del gran Capitano, opera del Canova e dono di Luigi XVIII; — e l'altro infine, della prodigiosa codardia nel tollerare che un Collegio tristo d'ipocriti mandi disperso l'omaggio che un genio ha reso all'altro genio, diseredi il più sublime dei suoi poeti del retaggio di onore, e contamini la fama di un popolo grande davanti Dio, e davanti le generazioni degli uomini. Cotesto Collegio dava pur dianzi aCampbell tomba in Westminster; la negava al Byron. E sì che la luce del Campbell, a paragone di quella del Byron, pare fiammella di lucciola dirimpetto ai raggi del sole: ma le nottole non temono le lucciole, e fuggono il sole. — Forse è meglio così. Bruto e Cassio furono più amorevolmente desiderati, e più onoratamente rammentati, quando il popolo romano non vide comparire le loro immagini nei funerali di Tiberio!

ALLA NOBILE DONNASIGNORA ANGELICA BARTOLOMEI,nata Palli.

Alloraquando nelle serate lunghissime d'inverno io alternava seco, rispettabile Signora, i seguenti ragionamenti senza studio come senza ira, e così proprio secondo che scaturivano dal cuore, io non pensava certo che potessero un giorno formare soggetto di stampa. Ma l'uomo trama e la Fortuna tesse; ond'è che offerendomisi il destro di pubblicarli, io non ho voluto farlo senza intitolarli all'onorato suo nome, parendomi giustizia renderle in parte quello che le appartiene per diritto di legittima proprietà.

Ora mi sembra che nostro malgrado noi concorressimo in questo, cioè che le umane lettere volgono fra noi a infelicissima decadenza: e quanto ciò sia grave danno, per certo non importa discorrere; dacchè a dimostrare non pure la utilità, ma la necessità delle umane lettere, tali e tanti uomini vi si affaticassero attorno, che volendo aggiungervi parola, avrei più che di altro sembianza di colui che s'ingegnasse sospingere al mare le acque di un fiume. I tempi nostri paionmi assai somiglievoliall'uffizio di questa settimana santa, ove al cessare di ogni salmo spengono un lume, finchè non vengono le tenebre; e allora incomincia il turbinìo delle cieche percosse. — Però, come riesce agevole avvertire lo effetto, non potremmo con pari facilità indicare le cause di simile decadenza.

Invero, dei molti fatti che occorrono alla mente come radice di tanto male, se noi vi posiamo sopra il pensiero, troviamo che tanto potrebbero essere quanto ancora non essere. Cagione di decadenza ci sembrò la poca protezione, anzi lo abbandono, od anche meglio il disprezzo compartito alle lettere umane; ma consideravamo poi che nè abbandono, nè disprezzo, nè persecuzione erano bastate mai a trattenere gli altissimi intelletti a compire le belle opere per le quali salirono a tanta rinomanza; e per tacere degli altri (imperciocchè delle sventure dei nostri Grandi vanno attorno grossi libri stampati), Dante non rivelava la sua visione, esule, condannato al fuoco, e costretto a mendicare la vita a frusto a frusto? Campanella non concepiva prose e versi e utopie di umana felicità, nello squallore di una prigionia più che trilustre? Condorcet, mentre deliberava uccidersi per fuggire al patibolo, non sognava sogni di umana perfezione, sino al punto di presagire la immortalità a noi atomi per un minuto animati? Voltaire sopra i muri del carcere segnò i versi dellaEnricheide; e Torquato, rinchiuso come colpevole e matto, scriveva nobilissime carte tutte piene di filosofia. E poichè gli esempi potrebbero prodursi infiniti, così sarà consiglio buono rimanerci a questi.

Cagione di decadenza ci parve il poco o il nessun costrutto che i letterati ricavano dalle onorande loro fatiche: ma per quanto me ne giungesse notizia, nè Omero mai nè Dante ritrassero copia di beni dai canti divini. Milton (e fu fortunato) vendè trenta ghinee ilParadiso perduto; e al giorni nostri, Carlo Botta (Tito Livio della Italia moderna) si ridusse a pagare lo speziale dei farmachi somministrati alla inferma consorte con tante copie dellaGuerra Americana, a ragguaglio di peso di carta. Giuseppe Parini si lagna che il sì lodato verso non giovi ad apprestargli un vil cocchio, che basti a salvare lui (offeso nelle gambe da dolorosa malattia) dal furore della tempesta,[22]e peggio ancora con un grido del cuore, che io per me stupisco di vedere espresso in versi, egli esclamava:

La mia povera madre non ha paneSe non da me, ed io non ho danaroDa mantenerla almeno per domane.

La mia povera madre non ha pane

Se non da me, ed io non ho danaro

Da mantenerla almeno per domane.

E nonostante, nessuna forza al mondo poteva dissuadere cotesto ostinato amatore della sua musa dallo educare con sommo studio un lauro nel suo povero letto, e appendervi corone. E per altra parte, le larghe mercedi non fruttarono sempre egregie opere d'ingegno; e di questo io non adduco esempio oltre quello dei quattordicimila scudi all'Achillini pel famoso sonetto:Sudate, fuochi, a liquefar metalli. Aggiungi che gli scrittori forse non hanno mai ricavato dalle opere loro una qualche mercede come ai tempi che corrono. In Francia e nella Inghilterra retribuiscono assai le opere d'ingegno, e se ciò non nuoce, neppure mi sembra che giovi, conciossiachè senza offesa di alcuno a me paia vedere come molti svegliati talenti avrebbero provveduto meglio alla fama se meno fossero stati premurosi di accumulare pecunia. Gli editori d'Italia insomma, quantunque non senza gemito grande, pure qualche cosa si lasciano adesso cascare di mano; sottile è vero, sufficiente per vivere, ma non pertanto bastevole a non far morire. Gli editori nostriconoscono come l'adipe torni nemica al talento, e non vogliono fare quello che nelle Sacre Carte si minaccia:

il cor t'ingrassoPerchè dramma non v'entri d'intelletto.

il cor t'ingrasso

Perchè dramma non v'entri d'intelletto.

Cagione di decadenza dicono le menti volte ai subiti guadagni, alle mercature, alle strade ferrate, alle macchine a vapore, allo speculare sopra il prestito pubblico, e simili altri mercimonii siffatti. Ma io, di grazia, domando: E i padri nostri non davano opera continua al commercio? Non erano gl'Italiani pressochè gli unici negozianti e banchieri dei tempi di mezzo? E a' giorni nostri, qual popolo mai può vantarsi più trafficante del britanno, e qual popolo moderno più di quello si onora di nobilissimi scrittori? Anzi Rogers, Roscoe, Lewis, Campbell furono mercanti o sono, e Scott, giudice di pace, si viveva in intima corrispondenza di poesia con Unfrido Davy, fisico sommo, preso quegli (cosa singolare a narrarsi) dalla passione di curare i boschi, questi di pescare i salmoni. E poi chi dice che nelle strade ferrate e nel vapore non occorre poesia? Considerate il futuro. La vicenda del mondo di nuovo e in nuovo modo si alterna. Il commercio asiatico, quasi smarrito pel Mediterraneo, vi torna con auspicii migliori. L'uomo percorre i mari e i deserti a pari della rondine. Alessandria, Tiro e Sidone resuscitano dalle antiche rovine, come forti ristorati dal sonno. Venezia con la sua cintura d'isole, simile a cigno circondato dalla piumata famiglia, torna a specchiarsi superba per le adriache lagune. La Provvidenza restituisce alla Italia e alla Grecia le corone che in parte volenti e in parte repugnanti deposero già tempo dalle auguste loro fronti. E spingendo oltre lo sguardo, ecco l'uomo rovesciare le barriere con le quali un male genio volle un popolo diviso dall'altro;pcco sparire gli spazi, mescolarsi le nazioni, le lingue confondersi, e nascerne una nuova, ampissima, e accomodata a tutte le necessità fisiche e morali del continuo rinascenti: astii e gare sopprimersi, nessuno più geloso delle contrade altrui, imperciocchè in brevi giorni il Lappone o il Samoiedo può venire a bevere la tepida aura che muove dalle nostre colline, e scaldarsi le membra irrigidite ai raggi del nostro sole: le antiche società disfarsi, e con esse, leggi, instituti, religioni e costumi, come le cose che vediamo talvolta menare seco la piena di un fiume, e sorgere nuove capacità e attitudini per diventare tutti una famiglia sola. Il magnetismo o elettricismo ci si presenta sempre come trovato di empirico, e diffida i dubitativi; ma forse anche a lui apparecchiano i tempi magnifiche sorti. Intanto il fulmine imprigionato, la vita per breve momento restituita al defunto, — quasi orma mossa oltre il tremendo limitare della eternità! — e la favella per molte miglia trasmessa con prestezza maggiore della luce, paionmi cose, e sono, da esaltare la fantasia di qualsivoglia prosatore o poeta, e dar soggetto a qualunque più alta scrittura. E neppure le scienze possono reputarsi ragionevolmente cagione di decadenza; conciossiachè chi non troverebbe più adattato argomento di poesia alle stupende ricerche del Cuvier che non in tutte le composizioni dell'Arcadia, di buona memoria? Rammento una bella Orazione, non so se letta o favellata all'improvviso dall'Arago alla Camera dei Deputati di Francia, nel 25 marzo 1837, intorno al progetto della legge sopra la istruzione secondaria. L'egregio oratore volendo confutare la strana proposizione che gli studi scientifici non contengono cosa che possa suscitare l'anima umana, così si esprime: «Eulero fu personaggio per pietà insigne. Un amico suo, ministro di certa chiesa di Berlino, visitandolo ungiorno, gli disse: «La religione va perduta miseramente, la fede manca di base, e il cuore repugna a lasciarsi commuovere con lo spettacolo delle bellezze e delle maraviglie della creazione. Lo crederete voi? Io ho presentato la creazione con tutto quanto offre di più leggiadro, di più poetico, di più maraviglioso; citai gli antichi filosofi e la Bibbia, e nonostante mezzo auditorio è rimasto distratto, l'altro mezzo o si pose a dormire o uscì di chiesa.» — Eulero, consolando il ministro rispose: «Or via, procurate di fare la esperienza che io vi propongo: invece di desumere la descrizione del mondo dai filosofi greci e dalla Bibbia, prendetela dagli astronomi: svelate il mondo come le indagini astronomiche ce lo hanno fatto conoscere. Nella predica vostra voi avete per avventura descritto il Sole a modo di Anassagora che lo immaginò una massa di fuoco grande quanto il Peloponneso: dite al vostro uditorio che secondo misure esattissime e sicure, il nostro Sole è un milione e dugentomila volte più grande della Terra. Voi per certo favellaste di cieli di cristallo uno dentro l'altro incastrato? ditegli che così non possono essere, e che le comete li romperebbero; che i pianeti sono mondi, e Giove supera in grandezza millequattrocento volte la Terra, Saturno novecento; descrivete le maraviglie dell'anello, parlate delle lune molteplici di cotesti mondi remoti. Giungendo poi alle stelle e alle distanze loro, non contate a leghe: infinite sarebbero le cifre, nè le comprenderebbero bene; per punto di paragone prendete la velocità della luce; avvertite com'essa percorra ottantamila leghe per minuto secondo; aggiungete non isplendere stella di cui la luce pervenga a noi in minor tempo di tre anni; e di alcune poi non ci vuole meno di trent'anni. E dalle cose certe passando alleprobabilissime, insegnate come noi potremmo vedere stelle dopo milioni e milioni di anni che cessarono di scintillare, perchè la luce che emana da cotesti splendori impiega molti milioni di anni a percorrere lo spazio che li divide da noi.» — Tal era in succinto il consiglio che Eulero dava all'amico suo. E seguitandolo, il ministro rivelò il mondo della scienza e non più il mondo della favola. Eulero lo attendeva impazientemente, e l'amico sopraggiungendo disfatto in sembianza e sbigottito, esclamò: — «Eulero mio, a quali tempi fummo noi riserbati! Dimentico l'uditorio del rispetto dovuto al luogo sacro, mi ha applaudito come si costuma in teatro.» —

Forse, e senza forse, causa schifosa di decadenza sembra che possa estimarsi ilGiornalismonel modo che ai giorni nostri noi lo vediamo esercitato dataluniin Italia. Potrebbe sostenersi anche meglio com'egli sia non causa, ma conseguenza. Però, principio od effetto, mi pare brutta e turpe piaga della nostra letteratura. Francesco Troloppe, con argutissimo trovato, osserva che la provvidenza compartì ai giornali l'odore nauseante di cui li sentiamo gravi, per prevenire i lettori contro le brutte cose che in essi si contengono, non altramente nè con pensiero diverso da quello pel quale dava il fragore ai serpenti a sonaglio onde la gente se ne guardasse e stesse lontana. — Io non sono davvero di quelli che pensano doversi annoverare la Critica fra le Muse; nonostante io la reverisco, e confesso che giova. Ma qual è la critica di cui intendo discorrere io? Di quella esercitata da uomini valorosi e prudenti, che il fiore dello intelletto adoperarono in comporre opere egregie. Questi che di sè porsero tanto buon saggio, e non altri, giunti in cotesta parte della vita, ove la mente desiderosa di riposarsi aborre dalla concitazione che nasce dalcreare; questi, dico, possono dare opera al più facile lavoro di esaminare le creazioni altrui. La molta esperienza, l'animo pacato, la gloria conseguita, la coscienza delle fatiche sofferte e delle difficoltà superate, e poi l'onesto esitare dei propri giudizi, la convenienza, il decoro, e soprattutto il pudore, che mai non si scompagna dalla vera sapienza, come la stella mattutina precede sempre il pianeta della vita, e molte altre condizioni che troppo ci tornerebbe lungo discorrere, ci somministrano sicurissimo pegno che gli avvertimenti loro sarebbero mossi dal senso dell'onesto e del bello. E certo, per insegnare bellezza essi non andrebbero a far tesoro dei difetti del brutto, e ne farebbero mostra con intento maligno. O voi, fabbricanti delle regole che conducono al bello, ditemi se quando un maestro di disegno intende insegnare il nudo ai suoi scolari, forse presenti loro un gobbo od uno sciancato? E voi, come volete conoscere il bello e additarlo altrui, se sembra che non abbiate sortito altro senso tranne quello del laido e del sozzo? Le cose belle s'insegnano con modi ingenui e con esempi di bello. Ma se piace a Dio, e sia detto in lode del vero, io vedo tali che trattano la penna a cui molto meglio starebbe trattare il remo, con la modestia di un cavadenti, e la coscienza di........

E qui il paragone mi manca, imperciocchè io temerei commettere ingiustizia grande assumendo per subbietto di paragone una cosa qualunque, comecchè schifosamente miserabile e luridamente codarda, costituirsi Draconi e Soloni, e dalle loro soffitte, come Moisè dall'alto del monte Sinai, promulgare leggi sopra le ragioni del bello e del grande ch'essi furono condannati a non conoscere giammai. Ma da costoro poco danno può uscire, dacchè, sebbene al ragno possa talora venir fatto velare con la sua tela le chiome del Giove di Fidia, eglisi rimarrà pur sempre un insetto tiranno delle mosche soltanto; il peggio sta in quanto io sono per esporre.

Tragedi laureati di sibili, autori erpetici di opera rientrata, per la quale nessuno stampatore acconsentì fare le parti di Lucina; poeti che non colsero in Pindo altro che ortica; filosofi fantastici che non seppero ragionare nè immaginare; e simile altra genía, mettono in società latrati e livore e stupida presunzione, e menano uno schiamazzo tanto disonesto quanto imbecille: ed anche di loro non è da curarci. Succedono i pedanti, i quali armati con una corazza di punti e virgole, brandendo una copula e cavalcanti un dittongo, favellano parole da far piangere gli angioli: neppure di loro vuolsi prendere pensiero. Vengono dopo i mediocri (Dio nella sua misericordia ci salvi dai mediocri!), arena molta e fastidiosa, ch'entra per gli occhi e li fa dolere; neve abbondante e ghiaccia che intirizzisce il cuore. A costoro par bello vagheggiare il proprio nome stampato, quando anche fosse sopra un avviso di partenza di battello a vapore, o sopra una sentenza graduatoria. Cotesti non si potendo inalzare fino all'altezza degli ingegni eccellenti, presumono abbassarli fino a loro; ed essi pure compongono arnesi per tagliare, limare e inverniciare quanto reputano unicamente bello. Gl'ingegni supremi essi aborrono, non altramente che se altrettanti Cornelii Silla si fossero, e chi passa il regolo pena di morte, come a Remo per avere saltato le mura di Roma. Io per me penso vedere questa brutta guerra della mediocrità contro la superiorità in molti instituti promossi ai giorni nostri sotto sembianza di carità; ma per ora mi taccio, proponendomi di svolgere a comodo questo singolare argomento: solo mi conforto considerando come in verun secolo mai vissero splendide altezze, delle quali basti pel mio assunto ricordare Napoleone e Byron: — edanche da questi poco male ne viene. Subentrano coloro che ingegno hanno e non poco, ma senno punto: vani, presuntuosi e superbi, dominati dal demonio di correre ad ogni costo su per le bocche degli uomini, invidiano Erostrato che bruciò il tempio di Diana. Non sacerdoti, ma piuttosto masnadieri delle lettere paionmi costoro: violenti e brutali, tu li vedi avventarsi contro nobili ingegni, come i grassatori costumano sopra le publiche vie contro i doviziosi viandanti. Chi siete voi? Quali sono le opere vostre? Chi vi conosce? Chi vi conoscerà? Certo incresciosi siete, e molto, come un vento importuno che muove dal deserto, e passa via; ma chi ricorda il vento dell'anno, del mese, e del giorno passato? Declinate la faccia, svergognati, e rispettate gli uomini di cui gli errori formerebbero per voi la gloria più grande che mai vi sia lecito sperare! Avete voi più sapienza di tutto un popolo? Si contiene in voi la sapienza dei tempi? Operate, io vi dico, operate, e assumerete alcun poco di verecondia e di modestia. Ecco qua l'arco di Ulisse; provate a tenderlo con le vostre braccia paralitiche. Vi pare egli un bel che notare i difetti di una opera grande? Chi non conosce come ogni cosa ne abbia? Davvero vi aspetta la gloria di Colombo per questo! Se voi infiamma il sacro amore del bello, questo cercate, questo insegnate, o piuttosto pregate che dall'alto discenda in voi virtù che vi renda capaci a ricercarlo e a impararlo. Dove l'opera meriti oblio, a che tanta ira maligna? Pensate voi che il tempo non distruggerà cotesta povera opera con la falce, con la quale miete popoli e imperi, come l'erba del campo? E il tempo precipitò in Lete anche le ottime cose. Ond'è dunque tanta ira? Perchè, e come siffatta concitazione contro l'opera di un minuto che il vostro biasimo farà per avventura durarne due? Perchè uccidete un morto? E la vostracensura e l'opera censurata periranno in un medesimo punto, come Rita Cristina, quel mostro umano a due teste. E dove poi la opera sia tale che abbia forza da collocarsi sopra le spalle del tempo, e costringerlo a portarla per qualche spazio di secolo, e a che monteranno le parole vostre? Allora voi, come è più probabile, vivrete la vita dello insetto, breve e noiosa, o durerete nome di scherno. Nel collegio dei magnanimi voi starete come Tersite nell'assemblea degli eroi di Omero, per latrare ed essere percossi. Io, comunque mi senta poco amorevole alla Mitologia, riporrei nonostante volentierissimo tra il coro delle Muse, accrescendone il numero, la Modestia piuttosto che la Critica, imperciocchè udii come Socrate, filosofo e scultore, velasse anche le Grazie; il quale esempio ho veduto ai giorni nostri imitato dal Finelli, e penso che abbia fatto bene. Le Grazie del Canova,balenanti nude nel riso di lor bellezza, io non dirò che mi paiano male femmine, ma certo neppur vergini e Dee, e piuttosto mi appariscono seguaci della Venere terrena che non della celeste. Il Baretti guastò molti, e molti continuerà a guastare, perocchè i traviati non considerino come i tempi del Baretti procedessero troppo diversi dai nostri; e forse quel suo scrivere acerbo, o tollerabile od efficace allora, suona adesso grossolano e brutale. Però egli era vecchio, dotto per lunghi studi, ed aveva già fatto bello acquisto di fama, onde qualche cosa gli si poteva concedere, e nonostante frustando lo stile altrui, troppo spesso egli adopera brutto limo di frasi e di parole non italiane, nè belle: egli biasima Dante, egli lacera Goldoni, e leva a cielo Metastasio; e i posteri non hanno approvato il suo giudizio: egli gitta in mucchio con gli scrittori di quisquilie Muratori e Maffei, venerati adesso come maestri solenni di erudizione e di storia: per la qual cosa vegganoi discreti come sia agevole andare errati, e le opinioni loro propongano, come conviene, a modo di dubbio, e non per via di formule da disgradarne quelle delle Dodici Tavole. Sommi pontefici in fatto di lettere non si danno; e per questi a me piace e giova concludere, come Geremia concludeva le sue Lamentazioni, o meglio ancora citando quanto insegna in proposito Beniamino Franklin nella sua vita: «Conservai sempre l'abitudine di esprimermi con modesta diffidenza, o di non adoperare mai, per una proposizione che poteva essere impugnata, le parolecertamente, indubitatamente, o qualunque altra che potesse farmi credere troppo tenero della mia opinione. Io piuttosto diceva: — suppongo, mi sembra che questa cosa sia così, per la tale o tale altra ragione; oppure la cosa sta così, s'io non m'inganno.» E prego a leggere di cotesta pagina fino al punto in cui conclude, citando il verso del Pope:for want of modesty is want of sense, perchè mancanza di modestia è mancanza di senno.

Ora avanzano gli altri a cui più specialmente io mi rivolgo, e sono quelli che non protervi, non inverecondi, ma ingegnosi e buoni, pure si lasciarono abbindolare per soverchia facilità di costume dai tristi cottimanti di giornale. Oh di loro certo mi duole! Quantunque la mala compagnia non giunga a pervertirvi il cuore e lo ingegno, però io vedo ogni giorno rimettere dei modi ingenui; non anche procedono le vostre parole meretricie affatto, e nonostante incomincia a venirne meno il bel candore; già il limo del trivio le contamina, già le appassiscono il fumo e il miasma vinoso della taverna: non sono nere ancora, e il bianco muore. O sconsigliati, voi mietete il vostro grano in erba; fiori voi cogliete, non frutti. Costretti ogni giorno a concepire e a produrre, le vostre creazioni di un'ora durano la vita di un minuto;più spesso nascono morte. Il vostro pensiero nelle continue emanazioni si spossa, come le membra dell'etico si disfanno pei quotidiani sudori: io vedo uscire dalle vostre menti cose superbe, vane, snervate, mal connesse e viete, e mille volte ripetute; che se i giornali non fossero, voi le fareste gravi, profonde, durature, e come di onore a voi, così di conforto e di gloria alla patria che in voi confida. Senza grande fatica di vita nulla concessero gl'Immortali a noi uomini. Le vostre carte effimere paionmi responsi della Sibilla scritti sopra le foglie che il vento disperde, e nessuno raccoglie. Guaritevi dalla febbre di volere ogni giorno intorno agli orecchi il ronzio della fama; confidate il nome vostro non all'ale dello insetto, ma a quelle dell'aquila; che se è bello ottenere onoranza dai contemporanei, divino è poi conseguirla dai posteri. Imitate il Gran Cancelliere d'Inghilterra, il quale rivelando i suoi concetti presagiva che gli uomini non lo avrebbero compreso se non se dopo lungo spazio di secolo. Consolatevi del difetto di ossequio immediato, imperciocchè se mancheranno ai vostri altari quotidiani sacrificii ed incensi, non per questo sarete defraudati della laude meritata. Così racconta Eliano (se la mente non erra), come certi popoli avendo cessato d'immolare vittime sopra l'ara di Augusto, la Natura, quasi riparando al fallo degli uomini, vi facesse crescere un lauro trionfale. Insomma, per amore vostro, per amore della patria comune, io vi esorto, onorandissimi giovani, a separarvi dalla compagnia malvagia e inetta, a ritemprarvi nel santuario dell'anima, e a impiegare lo ingegno in opere grandi e generose.

Conosco una generazione di uomini che crede ai beni delGiornalismo, e lo va encomiando come rugiada fecondatrice e potente di vitalità. Io per me non gli nego un moto e una vita, ma quella che si manifesta nel corpodi un eroe dopo la sua morte, — vita di vermi. Per vivere non basta muoverci, sibbene bisogna camminare con passi liberi e franchi, e con testa levata verso il cielo, — patria divina dell'uomo. Questo mio giudizio però non si estende a quei Giornali che si propongono diffondere a tenuissimo prezzo cognizioni utili di scienze, commercio, industrie, lettere ed arti, ed anche a quelli che esercitano la critica sopra la opera altrui, purchè muova da persona grave, illustre, soprattutto onesta, come io diceva nelle pagine antecedenti, e sia vereconda, generosa e gentile indagatrice di ogni maniera di bello.

Ma senza dilungarmi più oltre sopra questo argomento, tutte le cause discorse qui sopra, e le altre ancora taciute, ognuna per sè o insieme raccolte, io per me penso che possano come non possano generare la decadenza fatale; imperciocchè, senza saperne la ragione vera, abbiamo veduto le scienze e le lettere peregrinare dai Caldei per gli Etruschi, fra i Romani, fra i Greci, in mezzo ai Saracini, e così in giro per le varie contrade del globo: e senza saperne del pari la ragione vera, ora nacque un sublime ingegno nella Grecia, tale altro in Italia, ora nella Germania, adesso nella Inghilterra; e poi la Natura si riposò per qualche secolo come spossata dal parto prodigioso. Di questi ingegni sublimi la Italia fu feconda meglio di qualunque altra terra: ai giorni nostri sembra esaurita; ma forse nel segreto del destino rifà le forze per generare qualche altro gigante del pensiero. — Così sia. Nel buio e nel freddo della mezzanotte consoliamoci nella speranza della luce e del calore dell'alba, dacchè la vita delle nazioni non si consuma come la vita dell'uomo, pel quale la gioventù passa irrevocabile, e la esistenza, rotta in minuti, correndo alla morte misura il tempo della sua durata, masi rinnuova come le stagioni di un anno che non ha mai fine.

Favellando però di decadenza, io ho inteso accennare a decadenza imminente, non presente; poichè pel tempo che corre, vivono ed operano tali ingegni da illustrare qualunque tempo più splendido della italiana letteratura. Vive in Lombardia Manzoni, nobile ingegno, quantunque io non so perchè volontario si taccia. Vive quel caro Grossi, ma la lira mutata in protocollo, spaventa con questo la sua Musa che lo ama tanto, come con la vista del capo della Gorgone. Pellico vive come lampada al mancare dell'alimento; ed altri pur vivono, non incapaci certo, ma per quello che sembra poco vogliosi di fare. Però mi giova credere che l'apparenza m'inganni, e che nella quiete e nella meditazione apparecchiano opere di lunga lena e non foglie di giornale. Niccolini vive, e non solo vive, ma giunto in quella parte della età dove il comune degli uomini raccoglie le vele, scende nuovo Entello nella arena e combatte, e tale ne manda raggi di luce splendidissima, che ci lascia incerti se per noi si deva il suo mattino al suo vespero, o piuttosto questo a quello preferire. Potesse in lui non tramontare la vita, come non tramonta l'anima! Uomo per eccellenza di intelletto, ma più per costanza di cuore, veramente grande. — E vive tra noi Giusti, di cui le labbra fanno sorridere il più sottile sorriso di Talia, e prorompere nella voce poderosa con la quale Nemesi spaventa i malvagi. Degli altri forza è che taccia; perocchè troppo sarebbe lungo l'argomento, e questo solo ci basti, che per ora almeno in lettere, scienze ed arti, possiamo reggere il paragone con qualunque altro popolo incivilito.

Oltre però il naturale difetto, quello che a parere mio deve riuscire nocivo, massimamente alle condizioni della nostra letteratura, è la incertezza nella quale viviamonon solo intorno agli scopi, non solo intorno ai mezzi dell'arte, ma perfino intorno alla lingua.

Alcuni che si chiamano puristi, hanno chiuso il vocabolario della lingua, come ai tempi del doge Pietro Gradenigo chiusero in Venezia il Gran Consiglio, e da nuove parole aborriscono non altramente che se viperino sangue si fossero. Altri, all'opposto, secondo il costume dei Romani, ospiti larghissimi di ogni maniera di Numi Stranieri nel Panteon, ai nuovi vocaboli spalancano gli usci. La lingua parlata troppo si dilunga dalla scritta, e la distanza diventa quotidianamente maggiore. Noi pendiamo sempre dubbi se la parola che stiamo per adoperare sia o non sia di buona lega, ed il pensiero aspetta fremendo che noi abbiamo esaminato prima se la veste con la quale anela prorompere sia veramente italiana. E intanto, mentre apparecchiamo la vesta, il pensiero etereo per eccellenza si è dileguato, e troppo spesso ci avviene di vestire cadaveri. Ai tempi del Metastasio correva lamento che la nostra lingua eletta si riducesse a poche migliaia di vocaboli: adesso invece di ampliarla, taluni scrittori l'hanno maggiormente ristretta. Da una parte la lingua parlata diversa dalla scritta, per cui è forza che noi ci traduciamo; dall'altra il giro breve delle parole dentro le quali si svolge il pensiero, rendono la condizione dello scrittore presso a poco simile a quella di Antioco preso nel circolo di Popilio.

E discrepanze non meno gravi ci turbano intorno ai mezzi dell'arte. Una volta procedevano più procellose, oggidì si presentano più temperate, e non pertanto funestissime sempre. Io non vorrei profferire nemmeno i nomi di Classici e di Romantici, dacchè per se stessi non significhino nulla, e l'accettazione data ai medesimi, noi la trovammo spesso incompleta, confusa e di mala fede, a seconda delle passioni dei faziosi; — ma insommaquelli che reputavano bella unicamente la forma adoperata dai Greci e dai Latini, conobbero alla fine che essi rinnuovano il caso di Merlino il savio. Mago, di cui lo spirito vivo era stato confinato dentro a un sepolcro, egregio invero per materia e per lavoro, — ma tuttavia sepolcro. Per via di una quistione frivola, uomini generosi si trovarono avviluppati con quanto d'immobile o di retrogrado immaginarono i nemici di Dio e della umanità; si vergognarono, e a farli risensare contribuirono potentemente i grandi ingegni moderni. Infinite sono le vie che conducono al bello; immensi i colori di questa iride che si rinnuova perpetuamente: e di vero, perchè non dovrebbe essere così? Il pensiero, eterno pellegrino che si arrischia per i più disperati sentieri, per lande ghiacciate, per ardenti deserti, o come mai non dovrebbe i sandali logorare e le vesti? E poi la fantasia si stancherà piuttosto a immaginare, che la natura di produrre cose nuove; e quindi nuove sensazioni, nuove passioni, nuovi intenti, nuove voglie, e tutto nuovo. E' vi fu un tempo in cui ancora io diceva col predicatore: «Quello che fu sarà, e nulla di nuovo è sotto il sole.» Adesso il minuto che nasce mi sembra diverso da quello che muore; imperciocchè non credo più che cadano aridi e segregati come i grani della sabbia dell'orologio a polvere, ma ogni minuto porti seco tutta la esperienza dei secoli trapassati, e tutta la speranza dei secoli avvenire.

Nonostante, dei convertiti, alcuni non procedono affatto sinceri, e molti si rassomigliano agli antichi cristiani, i quali non sentendosi virtù per incontrare il martirio con atti esterni, acconsentivano ai riti dei pagani, ed agli altari dei Numi presentavano incensi, onde ebbero il nome di turificati. Questi romantici turificati profferiscono parole oblique, giudizi incerti, e quando rendono lode ai sommi nostri contemporanei, lo fannocon un certo mal garbo, ed un non so che di amaro si mescola nella dolcezza della parola, che il biasimo a cui bene intende riescirebbe meno acerbo della lode. Nè questo avviene già per astio, per doppiezza di animo o per bassa voglia, ma sì per l'amore che l'uomo porta alle antiche abitudini, comunque sieno triste e gravose: imperciocchè la nostra natura ci persuada ad affezionarci alle cose in proporzione dei travagli, delle cure e dei dolori che ci costano; onde ben a proposito Byron ci racconta che il prigioniero di Chillon abbandonava il suo carcere con un sospiro...

Ma via, lasciamo i mezzi dell'arte; gli uomini alla fine intenderanno come diverse strade menino a Corinto, e come il bello non siasi esaurito nelle forme greca e latina, e come tutto in cotesta forma non sia bello; quello che grandemente importa si è, che anche intorno agli scopi dell'arte dura penosa discordia. Questa ricerca, più che non si crede, va congiunta con quella della forma; ed io considerandola separata esporrò come alcuni ammantarono la Musa di paludamento sacerdotale, sopra le palpebre le posero lacrime perenni, e su le labbra sospiri, nelle mani un turibolo, e la educarono a salmodiare, e la costrinsero a starsi genuflessa davanti una bara... Povera Musa! Ella sì gioconda e sì cara, assuefatta a increspare in compagnia di Zeffiro la superficie limpidissima dei laghi; ella che trascorreva sopra le rose senza piegarne le cime; ella che sfolgorava seduta sopra un raggio di sole; ella che amava tanto immergersi nel chiarore della luna... — ella col capo piegato su l'omero, le mani incrociate, mormora ilDe profundis, e dice: «Pazienza, pazienza: Dio diede, Dio tolse: sia fatta la volontà del Signore.»


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