AROLDO E CLARA

Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire:—«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.»

Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum dailli.(Ep. ad Rom. 12.)

Piangi, o la più gentil fra le convalliDello spumante Pellice, ove un giornoAlle sale d'Aroldo i SaluzzesiCavalieri affluìano ad alte feste.Più non vedrai delle sue torri a seraUscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,Caramente appoggiando un braccio e l'altroSovra Ioffrido e Clara, ed il canutoCiglio volgendo con amor, ma indarno,Ai dolci rai del tramontante sole.Que' figli suoi nascean gemelli, e santaTenerezza li univa. Or sola e mestaClara accompagna il cieco padre a seraFuor della torre, perocchè il gagliardoFratel devote ha l'armi alla difesaDel pio Tommaso suo ramingo prenceContro i nemici della patria terra.Rosseggiava bellissimo un tramontoSulle nevi lontane, e stupefattoPareva il sol che dal romito albergoA salutarlo non venisse il vecchio.Ahimè, quell'era di sventura un novoSpaventevole dì! Schiudesi alfineLa porta del castello, e con velociPassi agitatamente escono Aroldo,Clara e più servi; nè il canuto ciglioAi soavi del sole ultimi raiVolger si cura. Che avvenia?—Dal campoInfausto messo è giunto. Il pro' IoffridoContro l'usurpator del saluzzeseSeggio osando tropp'oltre avventurarsiNel calor della pugna, il circondaroL'empie straniere spade, e prigion cadde.Speme di riscattar sì cara vitaNutre il barone antico; e vuole ei stessoTrar supplichevol senza indugio al truceFortunato invasor, che se taloraImmolar gode i miseri captivi,Talor si placa a ricca d'oro offerta,Molto dovendo da sua iniqua sedeOro il tiranno effonder sulle bandeDell'alleato provenzal monarca.Giunto al margin vicino ove al tragittoNel rigonfiato Pellice è apprestataLa navicella, Aroldo porge il bacioDel congedo alla figlia. Allora al colloGli s'avvinghia la pia.—Sola a mie stanzeNon riederò, buon genitor; pupillaEsser della tua fronte a chi s'aspettaSe non a me? Forse pietà maggioreAssalirà dello sdegnato sireIl cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piediLa veneranda tua canizie e gli anniGiovenili di vergine scorgendo,Che colla vita del fratel la vitaChiede del padre.Vuole opporsi Aroldo,Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzoGià vel precede, e al consentir paternoFa cogli amplessi vïolenza, e l'ondePerigliose attraversano. Ma ov'eraL'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,Generosa innocente? A voi non veloFecer colle tutrici ale a celarviAlla vista de' prossimi ladroniChe irrompono co' brandi alla rapina.Voler divino ai nembi di sfortunaLascia possanza sovra i giusti un tempo;Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcanaNei patimenti una virtù Dio poseCh'anco i giusti migliora e a sè li innalza.Sbandato di predoni era un drappello,Che della guerra col favor raccoltoS'era d'Itale spiagge e di straniereA rubamenti ed omicidii, alteroLinguaggio alzando di zelanti eroi,Campioni della patria e di Manfredo.S'azzuffan del baron coi fidi servi,E nell'orrenda mischia ad uno ad unoDal soverchiante numero feritiVengon que' servi, e de' vincenti in manoSon le ricchezze che a comprar la vitaDestinava del figlio il cieco sire.Intero un dì per boschi e per dirupiEi trascinato colla figlia venne,Ma il manto della notte ai duo infeliciPrestò propizie tenebre, e dal mezzoDel brïaco drappel de' masnadieriQuetamente si trassero alla valle.Come lontani fur dall'empia frotta,E ardiron favellare, il cieco strinseLa figlia al seno, e grazie alte le reseD'averlo addotto a salvamento, e leiPer l'accorto suo senno e per la dolceFilial carità ribenedisse.—Or dove, o padre, senza aïta alcunaCi avvïeremo?—O Clara mia, remotiSiam dal nostro castello, e a ritornarviIl tempo mancheria; son prezïosiTutti gl'istanti; acceleriamo il passoVerso il campo nemico, appo le tristeDi Saluzzo rovine. O senza doniCompariremo anzi al tremendo sire,Ma sincere promesse il piegherrannoA moti di clemenza. Inoltre ho fedeIn mia canizie e in queste spente occhiaieE nel pianto che versano, e ben anco,Figlia, nel tuo.Pensava Aroldo ospizioPrender non lunge, ove la figlia al raggioDella luna scorgea l'amica torreD'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,Odon che il giorno pria furibonda osteEra quivi passata e avea desertaLa rocca e trucidato il castellano,E devastato a' villici i tugurii.Il negro pan de' villici dispersiPiangendo rompe colla figlia Aroldo,E beono alle lor tazze. Indi sen vannoPer tutti i casolari, invan cercandoPalafreno o giumento: avean le schiereDe' nemici avidissime votataIn que' lochi ogni stalla.—Ahi, dilungatiVieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!Or dove andrem?—Pedon la via si seguaSino al mattin: buio non è, dicesti.Fa cor; preghiamo camminando, e al guardoD'altri ladron te, mia dovizia or sola,Te il ciel pietoso asconderà.Sì disse,E di padre l'affetto e di sorellaLena lor porge insino all'alba. Il campoMostrossi allora al pauroso orecchioDella fanciulla pria che agli occhi.—O padre,Odi tu, disse, odi tu roco un suonoSimile al suon della bufèra o a quelloDi molte acque correnti?Il vecchio capoEi soffermò, ed immemore un istanteDelle sue angosce, alzò la barba e rise.—Oh di qual gioia quel fragor m'empieaNegli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,Come voce di sposa al suo diletto.Un dì così fremente io il bellicosoAere appena sentia, sovra il mio scudoBattea forte l'acciaro, e dai precordiiMetteva un grido che atterrìa da lungeDel nemico le scolte. E i miei congiuntiDicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiaccaÈ questa voce, e più la destra, e al breveGiubilo del guerrier tosto succedeIn me a quel suono il trepidar del padre.Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,Che sino allor söavemente a' dettiDel genitore avea frammisti i suoi,Incominciò a interrompersi, e risposteDar che, non conscio l'intelletto, un motoParean sol delle labbra. A poco spazioVedea della distante oste per l'aureQuasi di nave altissimi duo piniElevarsi e ondeggiar, poscia fermarsiCome al suolo confitti. E secondataVenìa quell'opra da un clamor che il primoClamor non era, ma or fischiante or rottoDa infami ghigni o da cupo silenzio.A' sensi suoi creder dovea? Le cimeParean gravate de' duo legni, e il pondoChe le gravava non scerneasi. UditoSpesso Clara ha di barbari supplizi,Ove ad appesa vittima lo straleDrizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.Quei che divide dalle ciglia il teschio.Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbioPeggior di morte! E chi alla sbigottitaDice s'uno colà de' morïentiL'amato suo fratello ora non sia?Chi le dice se il passo al genitoreVietare a forza ella non debba? Ahi lassa!E se il padre trattien, non di Ioffrido,Che forse ancor sull'albero non pende,Cagionerà la morte?… Ad ogni costoVadasi al fatal loco!Il piè, tremandoIn ciò pensare, affretta. In man la manoDella meschina Aroldo tien.—Di gelo,Fra sè diceva, è questa man, siccomeQuella ch'io strinsi di sua madre al lettoOve s'estinse.Indi il vegliardo scuoteIl capo, quasi scuotere volesseUn malaugurio, e non potea.—Di morte,Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cariDetti mi porgi che tue labbra sciorreUniche san, quando scorato è il padre.Nata ne' giorni di sventura, e in ermaTorre cresciuta, ove sorelle e madreVide spirar, sollecita a sinistriPresentimenti schiuder l'alma, è fattoIn lei religïon. Si raccapricciaIn udir che s'affaccin alla menteDel genitore e in quest'istante i negriPensamenti di morte. A lui si volge,Apre le labbra—e i consolanti dettiCh'uniche sciorre un dì sapean, non trova:Non trova, ed ahi! la prima volta è questaChe inobbedito di suo padre è il cenno.—Più de' pensier miei tristi or malaugurioM'è il tuo silenzio, ei dice.E lo spaventoIn lei crescendo, e a' rai primi del soleSplender veggendo le volanti frecce,Improvviso s'arresta.—Oh genitore!Non c'inoltriam: non odi tu le stridaDegli assassini?—Il figlio, il figlio mioForse a morte strascinano: affrettiamci.—Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.Io stessa innanzi andronne, e se IoffridoIn vita è ancor, di novo al fianco tuoTosto mi rendo, ma te… O ciel! raddurreTe vivo a casa allor io posso almeno!—Sciagurata, che parli? Orrende coseForse tu vedi e a me non dici. OvveroFra quelle voci che il mio antico orecchioNon distinte percuotono, tu scerniVoci di morte e del fratello il nome.Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchioPorta il tumultüoso aere d'atroce?—Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensaChe se tu, giunto appo i nemici, udissiL'orribil caso… tu m'intendi… alloraOrfana forse rimarrei nel campo.—Me perder temi, e non t'avvedi, insana,Che scellerata è tua pietà? Egli muore,E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,Tel comando, obbedisci.All'inusataIra paterna impaurissi Clara;S'alzò. Con passi rapidi il camminoMisura il cieco, e strascinata quasiLa giovinetta il segue. Erasi spersaLa turba intanto che cingea i duo pini,E presso a questi il padre e la sorellaArrivan di Ioffrido. Ella più volteErse il ciglio tremando, e insanguinateScorse due salme, e incontanente a terraRitrasse il guardo. E non varrìa sovr'esseFiso tenerlo ad indagar; chè frantaHan la coppa del cranio, e dal mozzatoLor sembiante piovea cèrebro e sangue.Ma quell'orrida vista e lo spaventoForza a' ginocchi tolgonle ed al core:—Padre! dic'ella, padre!… E qui stramazzaA' piè d'Aroldo.E mentre brancolandoCol caro pegno tra le braccia fuggeD'in mezzo della via, però che uditoBrigata di cavalli ha scalpitanteDi qua dal campo alla sua volta, e ignaroAd un de' lati fermasi, ove un troncoD'albero sente; innanzi a lui lo stuoloGiunge de' cavalieri. Era Manfredo,Che di baroni provenzali cintoPer intenti di guerra iva il terrenoIntorno visitando. Una fanciullaScorge egli tramortita ed un vegliardo;E voltosi ad Aroldo, acerbamenteCosì gli grida:—O discortese e stolto,Perchè nel sangue d'un fellone e sottoIl patibolo tratta hai quell'afflitta,Cui toglie i sensi il raccapriccio?—Oh sire,Oh novo sire di Saluzzo! esclamaL'antico cavalier, cui non interaL'aspra parola del crudel pungea,Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:Aroldo io son dalle romite torriChe si specchian nel Pellice. E l'illustreTuo genitor te adolescente spessoAdduceva a mie sale, e co' miei figliIn un calice sol beevi a mensa.Ah per memoria del tuo estinto padreOggi pietà di me ti prenda! Il figlioCh'unico maschio avanza a mia vecchiaia,E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!Io non leggeri doni a te in riscattoDal mio castel portato avea, ma iniquiPredatori per via m'hanno assalito.Alle mie braccia il caro figlio rendi,E qual tributo m'imporrai ti solvo,Pareggiasse anco de' miei campi avitiL'intero pregio.—O sciagurato Aroldo,Di qual osi tributo or favellarmi,Se finor tutto mi negasti? È tardi.—Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,Fu da bollente figlio mio l'insegnaDe' prischi Saluzzesi e di Tommaso,E la vittoria a tua prodezza arride.Ma tu il fervido oprar del giovinettoDona pietosamente al supplicanteSuo genitor che in venti pugne il sangueVersò pel nobil padre tuo, quand'essoCon tanta gloria signorìa qui tenne.—È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogliTutta la forza ond'è capace il coreD'un cavalier. Sovra quel legno pendeUn trafitto cui grazia altra non possoConceder più che di ritorlo ai corvi,E consentirgli de' suoi cari il pianto.Disse, e accennando che una guardia il mortoDalla croce calasse e all'infeliceLo rimettesse, cogli sproni un toccoDïede al cavallo e col suo stuol disparve.Clara i sensi racquista, e oh di doloreQual novo orrendo palpito! Era dunqueIl fratel suo quel miserando ucciso!Eccolo tolto dal funesto legno;Ed ella il raffigura a cicatriciChe sul petto ei portava. Oh come il vecchioE l'angosciata giovin su quel corpoS'abbandonan piangendo! Ella in linoL'infranta testa pïamente avvolge,E chiede aiuto ai vïandanti. A dolceCarità si commove una famigliaDi Saluzzesi agricoltori, e datoViene un carro con bovi, onde al lontanoCastello il morto cavalier si tragga.

Or da quel giorno d'ineffabil luttoRivolgiamo la mente oltre a sei lune,E la mesta mia cantica, i solinghiPianti dell'orbo vecchio e di sua figliaCommiserando, svolga altra vicenda.Era una sera: alle vetuste muraDel baron s'appresenta un fuggitivo,A cui ferite e febbril sete esaustaMiseramente avean la voce. AroldoPiena di vino gli mandò una coppaCon questi detti: Al focolar t'accostaSin che apprestata sia la cena, e al sirePerdona del castel s'ei di sue stanzeNon uscirà, dove cordoglio il tiene.Clara portò que' detti, e il fuggitivoChe al maestoso inceder cavalieroParea e mendìco a' finti panni, il voltoPria si coverse, indi con pronti passiBalzar tentò fuor della soglia, a guisaDi mortal che, caduto in impensatoOrribile periglio, aneli scampo.Ma nella mossa impetuosa a luiManca il fievole spirto, e piomba a terra.Clara il soccorre, il mira, ed alla negraRicciuta barba e al crine ella il ravvisa.Chi era? Chi!… Manfredo! il già possenteDesolator della sua patria! il ladroChe alla corona del nepote osavaStender la man sacrilega, e sul capoInverecondo imporsela, e i dirittiCalpestar più sanciti, e di SaluzzoDirsi benefattor, serva a stranieriBrandi facendo la natìa contrada!Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiascoDa compiuta sconfitta è l'empio sire,E per sottrarsi agl'inseguenti ferriEi s'è imboscato in varii lochi, e ignoteCalcò deserte rupi. Indi pel sangueNella pugna perduto e per la rabbiaGli s'era da brev'ora intorbidatoSì fattamente il lume del pensiero,Che mal sapea dov'ei movesse, e giuntoEra ai campi d'Aroldo altra credendoSponda toccar. Qui più dal dolce tempoD'adolescenza riportate maiNon avea l'orme, ed alberi e tuguriiMutato avean l'aspetto della terra.Sol quand'ei vide Clara, appien le soglieRaffigurò d'Aroldo, e se bastataA lui fosse la possa, ei rifuggìa.Manfredo! e senza guardie! e semivivo,Sotto il tetto dell'uom cui trucidatoNon in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!Clara il conosce, e mentre a lui gli spirtiI famigli richiamano, ella correAlle stanze del padre, e già già quasiA lui così sclamava:—Esci, un prodigioAd ammirar del Dio delle vendette:Sull'ossa di tuo figlio a spirar vieneIl suo assassin!Ma in quell'istante gli occhiDella donzella alzaronsi a parete,Onde pendea dell'Uomo-Dio morenteEffigie veneranda, e a quella vistaL'irrompente parola in cor rattenne.Religïoso fremito la invaseDinanzi a quell'effigie.—Oh mio Signore!Quai voci arcane alla tua ancella parli?Tu irreprensibil fosti e sì infelice!E a quei che l'uccidean pur perdonavi!Or chi sa? Forse il dolce mio fratelloPe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,In carcer sotterraneo, o d'inquietiElementi per l'alte aure ludibrioSta ancor penando, e a liberarlo vaneFervon le preci, e in loco d'esse un attoDi virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù sommaÈ il perdonar! Cert'è che in cielo entrandoTu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamoCome a noi perdonato ha il Redentore!Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìaDelle forze d'un padre il dare aïtaD'un caro figlio all'uccisor. La lanciaEi no giammai non bagnerìa nel sangueD'uom che toccò la mensa sua… Ma pureChi può segnar dove talor trascorraNella foga dell'ira un core offeso?Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!Disse, e prona curvossi, e lungamenteCon ambascia pregò. Temea d'orgoglioEsser tentata; innanzi a Dio temeaCalunnïar la santa alma del padre.Ma nella mente repentino un raggioDi fidanza pienissima le splende,E ratta sorge e dice:—Ah sì, fratello!Questo è il momento in che del ciel la portaA tue brame si schiude: io di tua gioiaSento il reflesso, e quella gioia è Dio!Un servo entrava:—Damigella, o carcoD'inaudite peccata, o fuor di sennoÈ lo stranier. Che far dobbiam? D'IddioParla tra sè com'uom cui prema occultoDi vendette terribili spavento,E di qui vuol fuggir.—Tosto bardataPer lui sia mia cavalla.Il servo parteMaravigliato, ed obbedisce. IntantoAntico armadio la fanciulla schiude,Ed indi tratto un de' paterni manti,Al leve suo tesor poscia s'affrettaD'auree monete, e in una borsa il pone.Così ver l'agitato ospite mosse,E que' doni offerendogli—D'AroldoQuesta, gli disse, è la vendetta, o sire.Fremea la generosa in lui mirandoL'uccisor di Ioffrido e il formidatoDi Saluzzo oppressor, ma pïamenteFrenò il ribrezzo, e dal balcon la corteDel castello accennando, a lui soggiunse:—Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lenaTi basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!Clara sparve, ciò detto. E l'infeliceTiranno—Angiol! gridò.—Poi diè dal coreUno scroscio di pianto. Ed allor forsePentimento verace a lui fu strazio,Le proprie atroci colpe rammentando,E rammentando il giovine Ioffrido,E quel misero cieco che appoggiatoAd un alber credeasi, e gli grondavaSovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!Frettoloso Manfredo i doni tolse;L'inaudita pietà benedicendo,D'Aroldo cinse su le spalle il manto,E quindi a pochi tratti il vide ClaraDalla fenestra, che, al cortil venuto,Con sembiante commosso intorno intornoIva gli occhi volgendo, e verso il cieloIn atto di preghiera ergea le mani,Poi le briglie toccava ed era in sella.Fermato ivi un istante, ad alta voceMise queste parole:—Aroldo! Aroldo!Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perdutoSeggio e de' vituperi onde vo sazio,Consolarmi potrò; non potrò maiConsolarmi d'aver tua nobil almaCol più truce rigore insanguinata.Udì il vecchio baron quel forte grido,E balzò dalla seggiola esclamando:—Figlia! il nemico nostro! il maledettoUccisor di Ioffrido!E sul rugosoPallido volto del canuto il focoS'accese del furore. A' piedi suoiClara gettasi allora, e gli palesaCiò che d'oprar le ispirò Iddio.—No, IddioQuesto non t'ispirò! prorompe Aroldo;Manfredo è un empio! ei di dominio setePortò infernal su queste invase terre,Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!Infame della patria e del suo prenceManfredo è traditor. Per sollevarsiSulla sede non sua, trasse alleatiE Provenzali e Càlabri e vendutiGuelfi di tutta Italia allo sterminioDe' nostri feudi e delle nostre plebi,E incenerì Saluzzo!… e il figlio mio,Il figlio mio su scellerata croceA' carnefici suoi diede bersaglio!Lunga e tremenda di rammarco e d'iraFu l'eloquenza dell'antico. A luiClara abbracciava le ginocchia, e santiDetti porgea con supplice dolcezza:—Le iniquità punir sol puote Iddio;Noi non possiam sul misero fuggiascoPunirle coll'acciar: solo a punirleUna guisa n'è data, ed è il perdono.Càlmati, o genitor; pensa che o degnoPer penitenza diverrà Manfredo,O, rimanendo iniquo, a lui carboniSaranno inestinguibili sul core,Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsiE fra l'alme perverse il danno eterno.A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,E il benefico palpito e l'eccessoDella pietà non sol sugl'innocenti,Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopoDel perdono di Dio morendo avremo!—Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,Ti benedico; santamente oprasti!L'alza, al petto la stringe, e lagrimandoMercè le rende che alla prova il sennoD'esacerbato padre ella non mise.Un dì alle torri del baron fu vistoGiungere di Manfredo un messaggeroDa lontana contrada, e apportatoreVenìa di ricchi doni. Eran tre luneChe pace avean l'ossa d'Aroldo, e mutoEra il castello, ed in vicino chiostroCinta di sacre lane, i dolci salmiL'orfana, per la cara alma del padreE del fratel, tutte le notti ergea.

Cantica.

M'era sembrato si potesse fare una specie di romanzo in due o tre volumi, dipingendo un generoso cavaliero italiano del secolo decimoquarto, il quale visitasse una dopo l'altra le varie dominazioni in cui stava divisa la nostra penisola, e così si disingannasse di molti sogni. Provatomi a tal lavoro, incontrai troppi scogli, stante l'obbligo che ha di svolgere con minutezza molti argomenti chi assume lunga prosa relativa a punti storici. Convertendo il soggetto in cantica, tutti i quadri si sono impiccioliti; ma forse così il lettore non avendo tempo d'annojarsi, potrà meglio afferrarne le armonie morali.

Ogni cosa veduta dal mioRoccellonella Italia de' suoi tempi è esattamente storica.

Nec memor eris iniuriae civium tuorum.(Levit. 19.18).

Oh sospirato d'indulgenza alternaMalagevol ritorno, allor che fiammaDi discordia civil tocche ha l'iroseSchiatte de' forti! Nè bastò la fugaDelle guelfe di Napoli bandiereE del lor collegato empio ManfredoA raddur tosto pe' Saluzzii lidiL'armonia del perdono e delle paci.Aperti scherni ed avventate punteDi calunnia secreta e più crudeleAffliggean le famiglie, e singolariNe seguìano certami e vïolentiScoppi a vendette. Il buon Roccel, perdutiAmbo i vecchi parenti, e contristatoDallo spettacol di cotanti sdegni,Caduta in troppe a lui sembrò bassezzeLa stirpe umana entro la patria terra.Di Milan sorrideagli e de' ViscontiLa rimembranza, ed a Milan s'avviaVagheggiando col fervido pensieroI costumi leali e generosiDella città lombarda.—Oh dell'estintaMia genitrice amata culla! Oh pieTorri de' suoi congiunti! Oh come tuttaCombacian quest'amante anima i fattiDe' cavalieri che in Milano io vidi!Là s'albergo pur v'hanno alcuni indegni,I degnissimi abbondano: là i cuoriIntemerati a cuori intemeratiUnir si ponno e confortarsi. Un tempoAnco Saluzzo e le sue valli ameneEran così; mietute ha cruda guerraLe magnanime vite, e brulicanteVil di rettili resta oggi semenza.Scotea le spalle il suo scudier GilneroDietro a lui cavalcando:—Illustre sire,Trista per ogni dove è l'agitataDe' mortali progenie, e sol da lungeSfavillan di virtù le stranie rive.—Gilner, tu ignori l'età nostra: eccelseSperanze arridon per più genti, e il locoOnde arridono più, certo è Milano.Grandi cose avverran: d'uopo il mio coreHa di batter fra giusti e fra gagliardi.—Signor, di giusti e di gagliardi copiaNon nutre alcun terren.—Grandi ti dicoAvverran cose in questo secol. Rozza,Ignara del presente e del futuroÈ la nostra Saluzzo; io nella sedeDegli operanti e de' veggenti spirtiNato a viver mi sento.—Udite, o sire…—Taci.E Gilner tacea; ma affettuoseOcchiate indietro qua e là gettavaAi Saluzzesi campanili, ai poggiChe dalle mura estendonsi con tantaVarïetà e vaghezza di contorniPer le verdi convalli, ed agli acutiGioghi che più remote alzan le testeCoronate di neve. A quell'aspettoSin da' prim'anni a lui sì caro, il mestoScudier sospira e brontola:—ContradeSi cerchin pur simili a questa! Il mondoAlquanto anch'io stolidamente ho corso:V'è un sol Monviso sulla terra, un soloGruppo di monti come quello, un soloPian che s'agguagli di Saluzzo al piano.Su via, vediam quel de' Lombardi. Un tempoSo che di maestose ombre penuriaPatìa pe' molli prati, e su quel guazzoGiacean fetide nebbie. Or sarà, certo,Ricco di piante al par di questo, e scarsoDi pantani e di febbri; e trasportateLe bige nebbie si saranno oltr'Alpe.—Gilner, non adirarmi: e quando ciecoTi parvi di mia patria alla bellezza?Non questa fuggo, ma color che iniquoSu terra sì gentil traggon respiro.Brontolava sovente il buon seguace,E gemiti mandava, e sovra gli occhiTalor di furto colla destra il piantoMal compresso tergeva; e se RoccelloVedea quel pianto, commoveasi anch'essoMa celava del dolce animo i sensi,E si fea beffe di Gilner.—CinquantaAnni, e sei debol come donna!—IngratoA mia terra non son, dicea con iraIl rozzo Saluzzese: amo ed onoroTutte le sponde sue, tutti i suoi rivi,Perchè infinita all'alma mia recaroPer molt'anni letizia! Un SaluzzeseChe s'innamori di straniere spiagge,Sire, oltre voi, lo cercherete indarno.In tali avvicendati impeti il suoloDi Piemonte magnifico varcaroI duo peregrinanti, e nella InsùbreSignorìa de' Visconti eccoli alfine.Bello l'aspetto della reggia alteraOve rinnovellato han de' LombardiLa monarchia i Visconti, esterminandoLa invecchiata repubblica! E del forteImperante Luchin bella col saggioFratel Giovanni l'armonia perpetua,Mentre Giovanni dall'Olona il lituoStendeva episcopal per così vastaRegïon cisalpina! Ambo i fratelliSprona eccelso desìo: giustizia, frenoAlle gare de' grandi e alle plebee,Accrescimento di virtù guerriera,Civil, religïosa. Ogni sublimeItalo indegno è loro amico: il sommoPetrarca istesso ad Avignone omaiVuol Milano anteporre. Oh bella, oh pienaDi nobili destini una contradaSignoreggiata da potente senno,Il qual sue lance dilatando astringePopoletti ad unirsi, e così sempreProsperità, studi e fortezza aumenta!In tal guisa Roccel solea dapprimaIn Milano esclamare. EsilaratiVenìan gli spirti suoi dalle splendentiFeste del prence in Lombardia primieroChe a lui dal seggio sorridea, siccomeA tutti sorridea gli ospiti illustri,Anelando in occulto alle sue mireAmbizïose partigiani farli.E ricolmo di grazie iva RoccelloDalla moglie del prence incantatrice,Isabella del Fiesco, emula a grandiRegine della terra in gemme ed auroE di corte eleganza e di conviti.Tali accoglienze un fàscino alla mentePoser del saluzzese ospite, a segnoChe men trista gli parve una sciagura,Il non trovar tra' Milanesi amatiAlcuni volti consanguinei. MorteEd esilio colpite avean più testeNe' giorni infausti in che Luchino ad unoDe' suoi proprii fratelli, al bellicosoMarco, troncò le trame e in un la vita.Roccel creder non può che nell'orrenda,Storia del fratricidio il gran VisconteDa tiranno operasse. Ode assai boccheGiustificarlo ed attestar che il sireDannò, costretto da giustizia e rischio,L'empio fratello, e in condannarlo pianse.Sol dopo trenta giorni al buon GilneroBadò Roccello alquanto.—Il cor, signore,Quei gli dicea, voi nella reggia apriteAlle voci di tali infra i Lombardi,Cui prodiga Luchino ogni onoranza:Io parlo al popol. Di Luchino il regnoRegno è di frodi e sangue. Il trucidatoMarco avea queste colpe: alti pensieriPel comun bene e invitta spada e senno.Tolta la vita all'innocente prode,Vite molt'altre caddero. Il terrorePer le vie di Milan muto passeggia,E questa in ogni dove or celebrataProsperità, è menzogna. A signoriaDritti non ha Luchino, e dove mancaLa possanza de' dritti, usasi il ferro.—Fole, Gilnero mio.—Fole? E l'indegnaDi Luchino alleanza oggi col rioFilippin de' Gonzaghi, uom che fregiatoDella corona mantovana obblìaOgni fè signorile, e omai s'agguagliaCon sue perfidie ai masnadier più vili?Udiste pur di Filippin l'infameSovr'Obizzo degli Esti tradimento,Promettendogli il passo, e su lui quindiCon oste scellerata prorompendoChe fe' de' pellegrini ampio macello?Vero, inaudito, orribile misfattoMentovava Gilnero, e collegatoCol truce sire infatti era il Visconte.—Taci, dicea Roccello al temerarioRagionator. Ma breve tempo quegliAmmutolisce e a mormorar ripiglia:—Luchino un grande cavalier? LuchinoDegno di regio serto? Il salvatoreEi dell'itale glorie? Alma villanaMascherata da re! Col fratricidioNon si pianta un impero a' dì cristiani.Indarno ei rapinava una dop'altraCittà qui intorno tante, e si curvaroAlla vipera alzata in sanguinosiStendardi Alba, Cherasco, Asti, Alessandria,E intero omai s'arroga egli il Piemonte.Gloria oggidì al ladrone, e doman forseLa fune al collo! Eroe lo chiaman oggi;Doman da quei che gli movean più laudi,Si scaglierà sulla sua tomba oltraggio!—Taci! era il grido di Roccello ancora.Ma ruminava ei di Gilnero i motti,E scrutando iva poscia altri pensanti;E a poco a poco discoprìa infeliceLa città Milanese, e fremebondaDi rancori indelebili e di trame.Vide egli stesso di Luchin nel tettoPaure e inimicizie ed immolateNobilissime fronti; e vide il sommoVate Petrarca abbrevïar l'ospizioLargito a lui dal protettor Visconte;E dalle labbra di quel sommo inteseQuesto secreto, spaventevol detto:—Qui sovrasta ogni dì spada o veleno!La bellissima Ligure Isabella,De' Milanesi ammalïante donna,Al Veneto san Marco un voto sciorreA que' tempi volea. Glielo consenteIl signor suo. Con sontüosa, immensaDi liete dame e lieti cavalieriCavalcante brigata ella al devotoVïaggio move[1]. Italia mai non ebbeLusso più vago di monili e insegneE vesti ed armi e splendidi corsieri,Ed arpe e trombe e canti. Anco RoccelloQuelle pompe seguì, vago ad un tempoDi visitar la veneta laguna,Ed ansio nel cor suo di trarsi a lochiMen da rammarchi e tirannia infestati.—Nasconder non tel vo, fido Gilnero:Con letizia abbandono or quelle muraChe più non son la mia gentil MilanoDegli anni andati, quando tanti aveaLa genitrice mia concittadiniA lei pari in contento e cortesìa.

[1] Vedi il libro del SANTAROSA, intitolato Scene istoriche delMedio EvoSpenti sono i migliori, e succedutaÈ qui razza di mesti e di discordiCh'ogni dì più contristerìami. Or voglioQuesta regal magnificente corsaAssaporar per via; fermo in VinegiaPrendere ostello intendo poi: Vinegia,La città senza esempio! il più bel fruttoDell'italica mente! il seggio dove,La maestà si ricovrò latina!Barbara cosa è tutto il resto: i soliVeneti han leggi e libertà e senatoCome i prischi Romani, e ad emularliChiamati son per l'universa terra.—Vedrem, dicea Gilner, vedrem codestaCittà di fetid'acque e di palagi.Piantati nella melma! E venerandaNazïon certo ne parrà una ciurmaDi possenti pirati, usi a galereE traffichi e saccheggi, ingentilitaMen fra cristiani che fra turchi e mori!Ma giunsero a Verona, e qui la moglieDel temuto Luchin maraviglioseAccoglienze gioconde ebbe dai duoScaligeri fratelli ivi regnanti,Mastino e Alberto: illustre coppia e forteD'unanimi signori, anch'essi audaciIn desiderio di supremo impero.Il saluzzese cavalier si piacqueSu' bei liti dell'Adige, e più lietaD'ogni altra corte or giudicando questa,Disse a Gilner:—Se poi Vinegia a noiStanza grata non fosse, io, vedi, ho fermoDi trarmi a queste sponde. Il sai, prosapiaÈ d'eroi la Scaligera, e la insidiaQui della serpe Viscontèa non cova.Dante Alighier, quel lume delle gentiChe passato e presente e avvenir seppe,Com'esul fu dalla sua ingrata terraQui portò i passi, ed altre itale reggieNon onorò sì lungamente. È famaChe l'ispirato ingegno presagisseA questa prode casa alte fortune.In Mastino ed Alberto io veramenteD'anime grandi e voci e modi scerno.—Signor, non volge lungo tempo, il guardoAccarezzante e astuto del VisconteApparìavi innocenza di colomba.—Taci!—Que' nomi di Mastino e CaneChe di Verona usano i prenci, un segnoMi par di minacciosa indol cagnescaPiù che di santa carità e di pace.Proseguiro il viaggio e finalmenteVidero la laguna e di san MarcoLe mura incomparabil. Il superboDoge e il Senato e innumerevol follaD'uomini e donne illustri a Dea simileTenner la bella di Milan signora,E d'onoranze pie la inebbrïaro.Fulgeano i giorni dell'Ascensa e il riccoSfoggio di tutte merci e tutti giochiE in Vinegia fervea gente di centoItale spiagge e greche e saracine;E il portentoso Bucentor dai milleRemi indorati recò il doge in tronoSulle sparse di fiori onde spumantiEd allor dalle dita il doge trasseL'anel, gettollo, e si sposò col mare.Più d'Isabella forse inebbriatoDa sì vaghi spettacoli era il coreImmaginoso di Roccello.—Oh primoPopolo di quest'orbe! Oh manifesteTestimonianze d'opulenza e regnoChe crebbe e cresce e crescerà. Oh ridentiE colte labbra anco del volgo! Oh dolceD'amor linguaggio e d'intima blandizieCostringente a fiducia! Oh maga stirpeChe da pantani eleva case e templi,Ed eserciti crea, manda, alimenta,E miete palme, e serto a serto aggiunge!Qui respirar vogl'io; qui mi vo scerreGentil compagna, e padre esser di proleCui toccar possa virtù chiara e gloria.Brontolava Gilner, ma—Taci! taci!Gridò con più vigor l'acceso sire;Veneto voglio farmi, allo stendardo.Sacrar della repubblica il mio brandoMescer di prode Saluzzese il nomeAd immortali Adriaci nomi. In guerraSta Vinegia co' Dàlmati: sottratteAl cenno suo di Zara son le torri,Per impulso degli Ungheri; ma il forteLeon non perde sue conquiste mai.Ciò meditava il cavaliere, e intantoFama gli arriva di severe, atrociOpre de' reggitori. E Zara ed altreCittà soggette fremono di leggiE di capricci d'avidi mercantiFattisi quasi prenci. Entro la stessaCelebrata laguna, appo quel vampoDi libertà e di rìso e di saggezza,S'odon sommessamente acerbe storieDi tribunal secreto e di profondeFosse per vivi seppelliti, a piediDella reggia de' dogi; e su tal reggiaMentovavansi bolge arse dal soleSotto infocati piombi, e là espïatiVenìan da illustri vittime delittiChe il volgo mal sapea, che il volgo in dubbioOsava por. Malediche, oltrespinteEran tai voci del terrore, e niunoForse dalla repubblica iva toltoDal dolce liber'aer, se d'esecrandiFatti non reo. Ma all'alma di RoccelloQue' vivi seppelliti e quelle bolgeChe son corona a tal palagio, un sognoAngoscioso divennero. ImprudentiQuesiti usò su quelle storie, ed eccoFarglisi incontro, un dì, cortese fanteDe' vigili patrizi imperadori,Il qual l'avverte pronta esser la nave,E l'affretta a salirvi, e gli pronuncia,Sotto pena di scure, eterno bando.Non è a ridirsi il sogghignare amaroDel fremente Gilner. Giunti alla riva,E risaliti sull'arcion, guardossiIntorno intorno lo scudier, poi voltoVer la città dell'acque, alzò la destra.E a mezza voce' fulminò paroleDi maledizïon. Non l'interruppeCon dirgli «Taci» in sulle prime il sire,Ma diessi poscia ad acquetarlo.—Eh via!Non t'infiammar con tal corruccio il sangue.Tedio noi già prendea di quelle mesteGondole e de' canali impegolati,E i piedi nostri e de' corsier le zampeNascean per batter sul terren, le impronte.—M'era dolce, o signor, che di quel lezzoCi traessimo alfin, ma volontarii,Non come coppia di birboni espulsi!Ed espulsi da chi? Da insolentitaDi possenti usurai turba corsara!—Oibò, Gilner! qualche rigor molestoPonno i Veneti oprar, nè però cessaDelle lor leggi il venerevol lustro:Fu colpa mia; chè di maggiore ossequioEra a tai leggi debitor. CredutoM'hanno inimico, e pur, tu vedi, in ceppiNon siam ne' pozzi o nell'aeree buche.—Meglio infatti così! sclamò Gilnero;Ma dove andiam?—Mel chiedi? Al cor mio notaCittà non è che in leggiadria e costumiCavallereschi agguaglisi a Verona:Da lei scostarmi io non doveva; e l'ormeSacre di Dante ivi mi legan.—ParmiChe qua e là, come le nostre, errantiVagasser l'orme di quel vate, ognoraFiori di senno e carità cercando,Ed abbrancando non que' fior, ma spineE morte frasche e laidi insetti e rospi.Ma l'esul Fiorentin dritto al compiantoAvea d'ogni gentil, chiuse dall'armeVeggendosi le valli, ove ne' campiDegli avi suoi vissuto fora, amandoSe non tutti i mortali, almen talunoDe' servi e cani delle sue pareti.Noi, sir, compianto non mertiam, fuggendoSenza esilio que' lochi ove la polveDe' padri nostri giace, ove ogni zollaRammenta di que' padri angosce o gioieAd essi sacre, e non men sacre ai figli.—Taci! disse Roccello. Ed ambidueS'asciugaron le ciglia.Entro il regnettoDella prosapia da Carrara i passiMisero i vïaggianti, ed ivi i dottiPortici Padovani appena tocchiVenner dal cavaliero, a questo un fanteCortese come il Veneto affacciossi.—Illustre sir, picciolo prence è il nostro,E l'ira di san Marco evitar debbe:A voi di là bandito i PadovaniDar non possono ospizio: uscir vi piaccia.Sulle cavalcature i SaluzzesiRisaliron mirandosi, e GilneroVermiglia come brage avea la faccia.—Spero, disse a Roccel, che da ogni lidoSarem cacciati come ladri, e graziaPoca non fia se n'è sparmiato il laccio.Ma novamente in breve eccoli a rivaStanzïati dell'Adige, il frementeGilnero sbadigliando, e il lieto sireGioie di cavalieri assaporandoOra a torneamenti, or a pomposeSere di corte, ove su nobili arpeLa scaligera gloria i trovadoriSu tutte glorie esaltano, e obblïatoNon è l'ospizio e l'amistà che v'ebbeIl ramingo signor de' patrii canti.Ma dopo il giro di due lune, oppressiCittadini conobbe il Saluzzese,Che si dolean secretamente: il tempoEsser dicean per sempre estinto, in cuiDavver fiorìa Verona, uomini insigniRecando in seggio. Or tralignato il semeStimavan de' lor prenci. Or su VeronaPrimeggiante vedean di giorno in giornoVieppiù Milano: or non fulgea più raggioDi grandezza ai nepoti; ora infamatoIva il nome scaligero da paciEd alleanze instabili e bugiarde,E pazze guerre e di giustizia spregio.S'attristava Roccel considerandoCome per ogni umana gente, accantoA superbe allegrezze e a larghi incensiTributati al natìo suolo beato,Ferva di sconsolate alme il dolore,Ch'ivi non veggion fuorchè fango ed onta.—Dunque, ei dicea (non a Gilner, ma chiusoEntro se stesso), a che vogl'io contradeTrovar migliori di Saluzzo? InfermaL'umana razza non è tutta al pari?Vana apparenza ognor non sono il lustroE l'albagìa de' più cospicui lidi?Vana apparenza non è tutto, i rettiPensieri tranne e le magnanim'opre?Meditava ei così, ma fantasiePiù splendide e men vere indi volgea,Che bello il secol gli pingeano, e belloil vincolarsi all'inclito destinoDe' prenci più operosi e più possenti:Alte dal secol suo cose aspettava,E da Verona or presagìane il cenno.Del bando a lui da' Veneti scagliatoVoce traspira intanto, e da maligniO sospettosi inventansi novelleSulla cagion del fatto. Ei di LuchinoViene estimato esploratore astuto,E cessano per lui gli accoglimentiNelle sale de' sommi ed il sorrisoDelle dame scaligere. Egli espulsoPer comando non vien, ma dai serratiCuori si scosta disdegnoso e parte.Invan Gilnero, il curïoso aduncoNaso arricciando, investigar tentavaDal taciturno signor suo le causeDel pronto dipartir.—M'era avvezzato,Sire, a quelle bell'onde, a que' bei colli,Aquel sublime anfiteatro, a quellaCavalleresca, franca indol soaveDella incorrotta Veronese stirpe.E da lei ci togliam? Sire, io non pensoChe pur qui v' abbian detto: «Ite in mal'ora».—Temerario!—Ma dunque…—Ognor vaghezzaDi Fiorenza ebbi, e visitarla or voglio,E so ch'ella Verona in pregio vince.—Bel pregio, parmi, esser madrigna atroceA quel re de' poeti, onde cotantoItalia e tutta umanità s'onora!—Dell'Alighieri a' tempi incrudelivaParte malvagia entro Fiorenza; or pioVi campeggia stendardo, e all'AlighieriCulto, siccome a patrio angiol, si rende.Mossi i duo Saluzzesi ecco alla voltaDelle tosche amenissime colline,E toccan pria le fertili campagneDell'Abdüano, e non si ferman, tantaIra colà nutrono i petti al nomeDi Filippin di Mantova tiranno;E varcan per Ferrara, egregia sedeD'Obizzo Estense, ma laddove il ferroSempre sovrasta del vicin GonzagaE del Visconte, e queta alba non sorge;E varcan per Bologna, ove l'acciaroStendon robusti i Pepoli, ma doveDa' nemici de' Pepoli ogni notteS'alza tumulto, e pallidi il mattinoI passegger pacifici bagnateVeggion di sangue cittadin le vie,Od appesi alle forche i ribellanti.—Salve, Fiorenza! un dì sclamò RoccelloCon ardente esultanza, allor che alfineVide sulla pendice i generosiTetti della repubblica più arditaChe in cor d' Italia splenda. A te serbataDi tutta Etruria è signorìa secura,Dacchè il ciel maledetta ha l'esecrandaTorre di Pisa, ove perìan di fameI figli d'Ugolin: Pisa, già donnaDi tanti mari e terre, oggi da guelfiE ghibellini lacera e da nuoviOspiti protettori ogni dì spoglia.Salve, o patria di vati e di guerrieri,Che non han pari altrove! Oh, finalmenteAvrà qui posa il mio agitato spirto,Avido d'alti fatti e di veraceGara per dritti e libertà ed onore!—Ma parmi, o sir, che, non ha molto, un gridoUniversal vilissima chiamasseQuesta prosapia di toscani eroi,Curva a lambir d'un cavalier franceseL'orme sanguigne.—Oibò, Gilnero! Il tristoGualtier duca d'Atene avea la stoltaSua gallica arroganza ivi recato,Soggiogarli sperando; e più rifulseDi Fiorenza il valor! più la concordiaContro a straniere tirannie! Di laudePiù che mai degna è questa illustre terra.Così in Fiorenza entrarono, e tre giorniRoccel d'amor s'inebbriò e d'ossequioPer quelle mura, per quel ciel, per quelleArgute faccie, per quel dolce vezzoD'un idïoma che le grazie vincePur de' veneti suoni, e per palagiE chiese e monumenti, ove di grandiAnime tante la memoria vive:E d'amore e d'ossequio inebbrïossiPer le repubblicane alto-sonantiPaterne leggi, onde con bello orgoglioFavellava ne' trivii anco l'artiero.Volgea la terza notte, i SaluzzesiDesta ad un tratto un rombo, ed era a guisaDi nembo e terremoto. Ed ecco ruggeDi strida l'aura, e splendono attraversoLa fenestra giganti orrende fiammeDivoratrici di civili alberghi.S'alza Roccel, s'alza Gilnero: ascoltoPorgono all'empie voci, e gridar morteOdono a' guelfi e morte a' ghibellini,E viva i buoni popolani, e vivaLe patrizie famiglie! Intanto ferveCarnificina sino all'alba; e posciaEcco feste e clamori di vittoria,Ed a suono di trombe un proclamarsiFelicità, cui mischiasi condannaDi scure o strozzamento a' reggitoriChe regnavano ier, se alcun di loroFia che al notturno scempio anco sorvivanEd insiem si proclama uno stupendoMagistrato di plebe imperadrice,Tutto saggezza e libertà e confische,E carità di patria e manigoldi.In tal trionfo di giustizia e sennoRoccello e lo scudier venner percossiE ingiurïati e rapinati, e a stentoSalvo recàr lunge dall'Arno il capo.Frenar Giluero or chi potea?—VillanaDi beccai libertà! sozza di schiaviSollevati repubblica! Ed è questaDell'itale divine arti la terra?La degna patria d'Alighier? la genteChe se vivo il dannò, morto l'adora?Oh! nella schietta saluzzese lingua,Razza di!…—Taci; andiamo. Oggi qui palmaPur troppo han colto i rei. Se piace a Dio,Roma ci appagherà.—Roma? NeppureIl Padre Santo più v'alberga!—I tempiTrapiantavan la sede in Avignone,Ma al Tebro, il sai, riede Clemente alfine.—Quando vedrollo, il crederò: promessoDa molt'anni è il ritorno; ad impedirloTroppi s'adopran fra romani istessi.Lasciamo, o sire, i vani sogni. Il mondoS'approssima al suo fin, tutto è rapina,Fraude, eresia, bestemmia; e più si muta,Più si peggiora. Un angolo men tristoIn quest'ampia penisola rimaneAll'alme generose, ed è Saluzzo:Colà si nasce ancor come nasceste,Come nacqui io: garrula gente, ardita,Prona ad afferrar brandi e a menar busse,Ma larga di compianti e di perdoni.Rivolto a Roma, non badò RoccelloAl consiglier che lo seguìa cruccioso;E più cruccioso, imperocchè per viaCose orrende s'udìan dell'empia stirpeOnde in Ravenna uscita era Francesca,La trucidata in Rimini infelice.Regnava Ostasio, e morto questo, il sertoE i mutui dì s'insidïaro i figliCon nere trame, ed un de' tre sgabelloFece a sua gloria i duo fratelli in ferri.Odono i vïatori anco tragedieDe' Malatesti a Rimini imperanti,E de' tiranni di Forlì Ordelaffi,E de' Trinci in Foligno, e delle ventiSchiatte di masnadieri insignoritiDi Romagna e di Marca e dell'anticoPatrimonio di Pier. Mille fïatePiù di pria sanguinose eran le gentiDi quel latino suol, dacchè lontanaLa tïara gemea quasi captiva.Sconfortato Roccel da tante vociDi sciagure e di colpe, arrivò un giornoAlle sette colline, e messe appenaNella sacra città l'umili piante,Andò ne' templi a lagrimar. Chi puoteNon lagrimar mirando Roma e taliDi sua crollata possa orme famose,Ed orme di miracoli e martirii,E pur troppo fra i santi anco frammisteAlme d' Iscarïoti e di perenniDel Figliuolo di Dio crocefissori!E assai giorni Roccello e il suo scudiero,Le romane basiliche ammirandoE le mille rüine e le vetusteEffigie e le colonne e gli obelischi,Alternàr gioia e lutto ed ira e schernoE penitenza e preci, ogni pensieroDella terra obblïando oltre a' pensieriChe in lor destava la città rëina,Afflitta sì, ma ognor rëina al mondoPer memorie e speranze e immortal ara.A far vieppiù maravigliosa e grandeLa città de' portenti, ecco a tai giorniSorger Cola di Rienzo, uom che insanitoPareva e saggio, e invaso da potenzaNon si sapea se inferna o celestiale.Abbietto di prosapia, alto d'ardire,Vissuto in gravi studii, amico a' sommiDi dottrina e di cor, predicò, volleChe da Avignon la Pontificia SedeSul Tevere tornasse, e poichè uditaNon fu sua voce, sguainò la spada,Quasi guerrier profeta, e intitolossiTribuno e sire e correttor dell'orbe.Tal fu l'audace senno o gl'incantesmiDel plebeo fatto eroe, che al suo comandoPatrizi e popol si curvaro, e plausiEbbe da re lontani, e il suo stendardoParve a Petrarca stesso il destinatoPer ristaurar giustizia e fede e pace.Ratto elevossi e ratto cadde, e rattoS'elevò ancor l'incomprensibil forte,Adorato e imprecato. Oh quante in essoL'alma fidente di Roccel sognavaForze divine! Or nella vera patriaEi sì credea de' generosi, e patriaA se medesmo Roma indi eleggea!Sublimi, eterne gli parean le leggiDi quel re popolano: alme d'eroiPareangli tutti, e sommi ed imi, in Roma.E che a Roccello non parea?… GilneroZufolava fremendo e intercalando:—Cola di Rienzo il tavernar! costuiAver senno da Cesari! AlbagìaD'uom che impazzì su que' vetusti libriDi cui la gente il dice dotto, e breveReca stupor! ne ghignerem dimane.E la dimane da Gilner predettaSpuntò non tarda. Il dotto imbaldanzitoSol ne' volumi conoscea la grandeArte del regno, e in suoi pensier foggiavaUomini antichi, ed ignorava il coreDe' respiranti, e gioco alto imprendeaDa giocator frenetico. TrasparveTra' suoi lampi d'ingegno al mobil volgoLa stoltezza di Cola, e fin que' lampiGli si negaro, e l'appellar buffone,E riser di sue leggi e dalle spalleStrappargli voller di tribuno il manto,Ed ei chiamò i suoi fidi alla battaglia,E quei che fidi ei riputava, il ferroVolser sull'idol loro e il laceraro!In quella orrenda civil pugna, il folleParteggiar di Roccel per l'assalitoL'espose a risse ed a coltelli. A stentoSi strascinò ferito alle ospitaliSoglie d'un chiostro, e le pietose cureDi Gilnero e de' frati il serbàr vivo.Il magnanimo infermo cavalieroPiù dì e più notti delirò, imprecandoI nemici di Cola e Cola istesso,E le promesse e le speranze e l'ireDel suo secol maligno, e ciaschedunaDelle da lui percorse itale spiagge.Gilner l'interrompea:—Saluzzo in veroNon è paese come questi, e valeTutte le Rome della terra: ad ogniPaio di birbi abbiam cinquanta onesti!Ad ogni donna vil, cento zitelleE cento mogli che son perle! AndateDove volete, una Saluzzo è sola!L'infermo cavalier ne' suoi deliriiTai di Gilnero udendo amate voci,Non discernea chi il parlator si fosse,E a lui diceva:—Oh! chi se' tu, corteseVenerando filosofo, che alfineSveli al mio indagatore, avido spirtoLa contrada cui tende ogni mia brama,La contrada de' buoni?—Io son Gilnero,E a Dio piacesse ch'io vi fossi ognoraSembrato un venerando! Io vi consiglioDi risanar dalle ferite e in unoDalle vostre follìe. Cercando eroiSi trovan coltellate, e si consumaInutilmente sanità e danaro.—Dunque?—A Saluzzo torneram.—No: vistaNon ho Napoli ancor, la fortunataMonarchia di Giovanna: ah troppo dureSon le maschie superbe anime, e soloDove bella Reina un popol regge,Imperar ponno amore e pace e gloria.Ito a Napoli fora il cavaliero,Ma mentre ei stava risanando, crebbeContro Giovanna in tutta Italia il grido,Aver dessa aguzzato i brandi infamiChe la francàr dall'abborrito sposo,Ed esser già del novo sposo stanca,Ed avvilirsi in empi amori, e tuttoEsser rivolte ed omicidii il regnoEd alterne vendette e sacrilegio.—Dunque? ridisse al buon Gilner.—Saluzzo!Ripigliò questi.E uscirono del chiostro,Mercè rendendo alla ospital famigliaDe' fraticelli. E uscirono di Roma,E verso le dilette Alpi lontaneVenner ricavalcando. Ardui perigliIncontran mille, ma le sponde un giornoRitoccan del Piemonte, e omai vicinaLa maestà riveggion del Monviso,E le pendici amene, innamorantiDel marchesato. Oh grande, oh incomparataGioia a chi mosse ramingando in cercaD'egregi umani e di felici terre,Ed incontrò per ogni dove umaniDa colpa travagliati e da sventura,E ritornando alle natìe convalliGli amici primi si ricorda, e i fattiGlorïosi degli avi e l'indol caraDella fraterna stirpe! Invaso il senoDa quella nova gioia avea Roccello,Nè il suo Gilner con palpiti men dolciSalutava l'Eridano ed i poggiDi Taurino eleganti e la pianuraD'arbori e prati e campi e ruscei vaga,E i monti di Saluzzo, e finalmenteSaluzzo istessa.—Ah vi siam giunti! esclamaQuegli e questi a vicenda; e il cavaliero,Fervido sempre, altissime, abbondantiMette dal cor voci di laude al loco,Al principe, alle leggi, a' consanguinei,Al volgo, agli usi, alla favella, a tutto.—Temprate il foco del contento, o sire,Dice il savio Gilner: senza magagneNon evvi terra, ed ha le sue pur questa.Ma poichè pieno è di magagne il mondo,Indulgete de' vostri avi alla terraPiù che ad ogni altra, e pïamente a leiSacrate il senno ed i tesori e il brando.


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