Udìa Eleardo il prolungato gridoDel supplice canuto, ed il veloceCorso intanto seguìa. Ma benchè sordoParesse e irreverente, a lui que' dettiEran quai dardi all'anima commossa,E vïolenza a sè medesmo ei feaNon fermando il suo corso, e non volgendoIl piè per rigittarsi alle ginocchiaDel caro supplicante. Il pro' EleardoS'ostinava per varii ignoti impulsiA ritornar fra i collegati duci,Cercando creder ch'ei virtù seguisse,Ed Ugo fosse un tentatore, un ciecoD'errori amico. Intende il cavalieroAd ogni vil tentazïon lo spirtoIncolume serbare: idolo intendeVirtù, virtù, non larva farsi alcuna!Virtù vuol ravvisar, virtù securaNelle giurate splendide fortune,Che il re Angioìno ai Saluzzesi e a tuttaLa penisola appresta. Ei quel monarcaEd i suoi capitani, e più ManfredoVuol reputar veraci eroi. Ma pure….Ad onta del proposto, il sen gli rodeNascente dubbio irresistibil. CelaQuesto dubbio, ma il porta, e così giungeTurbato, afflitto ai Manfredeschi brandi.A molti il cela, sì, non a sè stesso;E ondeggia alquanto, indi neppur celarloPuò al genitor della donzella amata,Guerrier, cui lo stringea più che ad ogn'altroPia reverenza. E sì gli parla:—Oh Arrigo!Appartiamci, m'ascolta: allevïarmiD'occulta angoscia non poss'io, se tecoNon ne ragiono come a padre.Il feroBarone attento il mira, e con presagaSeverità:—Vacilleresti?—LieviEstimar bramerei del venerandoUgo le voci, e non so dirti qualeIn siffatte or benigne or fulminantiParole di tant'uom, che onoro ed amo,Splender raggio tremendo oggi mi paia!Aggrotta il ciglio Arrigo, e l'interrompe:—Bada, Eleardo, che al rischioso passoDopo lungo pensar ci risolvemmo;Or paventar nel cominciato calleObbrobrio fora.Ma sebbene ArrigoAl giovin cavalier biasmo gettasse,Non men del giovin si sentìa coluiPerturbato nel cor, per l'ardimentoDel fatidico abate, e nel futuroNubi scorger pareagli atre e sinistre.Dissimulava non pertanto, e saldoStava come mortal che da gran tempoIl proprio senno e i proprii fatti adora.Tal era il truce Arrigo: ei mille volteMorto sarìa, pria che mostrarsi in graviOpre dapprima certo, indi esitante.Il ferreo vecchio avea ne' precedentiAnni, coll'inquïeta ed iracondaSua desïanza di giustizia e gloria,E col non mai pieghevole intelletto,Molti alla corte di Tommaso offesi.L'esacerbaron quelli, ed egli volseL'animo suo secretamente a' guelfiEd a Manfredo, ivi lor duce occulto.Parve a Manfredo egregio essere acquistoL'amistà di tal forte, incanutitoIn severi costumi; e scaltramenteIl seppe avvincolar con dimostranzeDi sommo ossequio, affinchè il guelfo volgo,Affidato d'Arrigo alla canizie,Argomentasse tutti esser maturi,Tutti esser giusti gli audacissimi attiCui Manfredo appigliavasi. Ahi! d'ArrigoLa canizie coprìa pochi pensieri,Benchè gagliardi, e quell'ardito prenceConsigli non chiedea, ma obbedïenza.Arrigo sè medesmo in alto pregioReputa nella mente di Manfredo:A lui si crede necessario, e spessoImmagina que' dì, quando in SaluzzoDominerà quel novo sire, ed iviMigliorate n'andran tutte le leggi.Giubila e fra sè dice:—A tanto beneDella mia patria io dato avrò l'impulso!Io sono il genio di Manfredo! Io luiIlluminato avrò! Tener lontanaSaprò da lui l'adulatrice turba,E gli ottimi innalzar! BeneficateL'adoreran le Saluzzesi terre,Ma unito al nome suo splenderà il mio!Sì grande speme ad Eleardo egli apre,Voglioso d'infiammarlo. Il giovin ode,Ma sta sospeso e mesto, indi ripiglia:—Rimaner con Manfredo obbligo è nostro,S'egli, mantenitor delle più sacreFra le promesse, non vendetta anela,Ma podestà di padre, e di supremoDifenditor de' nostri antichi dritti.Chè s'egli, come d'Ugo oggi è temenza,Sol esca avesse ambizione ed ira,E gettasse la larva, e m'apparisseMalefico signor, oh! apertamenteGli disdirei servigio, e a cielo e terraConfesserei ch'io per error lo amava!Del magnanimo detto d'EleardoStupisce Arrigo, e corrucciato esclama:—Supposto indegno è il tuo! Pensa che soloA impermutabil, vero animo guelfoSposa n'andrà dell'inconcusso ArrigoL'obbedïente figlia!Il disdegnosoVecchio si scosta, e resta ivi solingoCol suo dolore, e colla sua turbataMa non corrotta coscïenza il prodeAmante cavalier.—Volli del giustoSeguir la insegna, e voglio: in me desìoAltro capir non potrà mai! SospettiSol mi ponno assalir che non qui sorga,Non qui del giusto la bramata insegna.E se ingannato mi foss'io? Se falsiScorgessi i dritti di Manfredo? LigioAd armi inique ratterriami forsePerfido orgoglio? O ad armi inique ligioMi ratterrìa questa laudevol fiammaChe in petto chiudo per Maria, per tale,Che tutte illustri damigelle avanzaIn bellezza e virtù? Mi farei vilePer ottener la mano sua? Non mai!Amarti debbo degnamente, o donnaDi tutti i miei pensier; debbo onorartiOgni virtù seguendo e suscitando,S'anco per onorarti, ah! il più crudeleMi colpisse infortunio, e te perdessi!Del maggior tempio di Saluzzo all'altoVertice non lontano erge le ciglia,E curvando ei lo spirto anzi alla croceChe colassù sfavilla, al Signor chiedeLume a scernere il vero e a praticarlo.Il divin lume balenogli e crebbeAl guardo suo ne' dì seguenti, alcunaNon vedendo in Manfredo esser pietosa,Verace cura nel funesto assedioDi tutelar gli oppressi e vendicarli,Mentre la invaditrice oste pe' campiS'andava ad ogni infamia iscatenando.A tutelare o vendicar gli oppressiBensì Eleardo qua e là accorreva,Ma non di lui bastanti eran gli sforzi,Nè bastanti gli sforzi erano d'altriD'animo pari al suo cavalleresco,Che insiem con esso or s'avvedean fremendoQuanta in Manfredo, e ne' fratelli suoiEd in Bertrando e nelle rie caterveIndol, non già d'amici eroi si fosse,Ma d'impudenti ladri e di nemici.Insin dal primo giorno i brandi iniquiDella straniera turba entro innocentiTugurii sparser miserando affanno.Qui sgozzarono vergini inseguìte,Là genitori che alle amate figlieDifensori si fean. Volge ma indarnoLa sua voce imperterrita EleardoOr a questo or a quel de' condottieri.Il siniscalco move il capo e ride,E Manfredo le accuse ode in silenzio,Guarda le torri di Saluzzo, e sembraDir:—Che mi cal d'iniquità e di pianto,Purchè in breve là entro io signoreggi?Vengono a tutta la contrada imposteInaudite gravezze, e ad ogni adultoLegge s'intima, sì ch'ei giuri ossequioAl marchese novel. L'abbominatoGiuro negavan molti; indi tremendeCarnificine a spegnerli, ed i tettiDiroccati e consunti dalle fiamme,E borghi interi in cenere ed in sangue!Fama nel campo giunge aver Lunello,Antico sir di Cervignasco, il giuroNegato agl'intimanti, e colà sortaEsser numerosissima una plebeA difender quel sir.—Temono i duciChe di Lunel la resistenza esempioAd altri arditi feudatari avvenga,Ed invìan fero stuolo a Cervignasco,Che tutto abbatta, e in ogni dove inseguaIl valoroso sire, e in brani il faccia.Consanguineo Lunello è d'Eleardo,Ed il giovin l'amava. Ahimè! non puoteQuesti il cenno arrestar, ma prontamenteScagliasi dietro all'orme de' ladroni,E moderarli spera, o spera almenoSottrarre agli omicidi i cari giorniDel congiunto barone e de' suoi figli,O almen d'alcun di loro. Ah! dalle spadeDistruggitrici invaso, saccheggiato,Pieno di strage è il borgo! Il prò LunelloFerito fugge, e a stento si ricovraAll'ombre sacre d'una chiesa, e secoTragge l'antica moglie e le sue nuoreE i lattanti nepoti. Ecco nel tempioI sacrileghi brandi! Ecco all'altareAbbracciate le vittime! EleardoEntra, s'inoltra, grida: i truci colpiEran vibrati! A' pie' di lui nel sangueStramazzando Lunel, queste supremeVoci mettea:—Se tu Eleardo sei,Non prestar fede al rio Manfredo; imìtaL'esempio mio: pria che avvilirti, muori!Dato alla chiesa il guasto, escon gli armatiIn cerca d'altre prede, e fra que' morti,Appo quell'ara, in disperata angosciaResta Eleardo, e piange ed urla, e i criniDalla fronte si strappa. Oh! chi l'afferraGagliardamente per un braccio e parla?Il presul di Staffarda. Il qual venivaDi Lunel suo cugino ai dolci alberghi,Ed impensata vi trovò battagliaEd orribile eccidio, e dalla famaVenne sospinto ai sanguinosi altari.Il braccio afferra del nipote, e diceCon autorevol grido:—O sciagurato,Non di lagrime è d'uopo in queste colpe,Ma di nobil rimorso! A me la curaLascia di queste miserande spoglie:Di giusti da feroci arme sgozzati,E volgi ad opre valorose. EspìaIl breve tuo delirio: appella, aduna,Suscita i forti delle valli. InsiemeV'avvincolate con possenti giuri:Pio ghibellino ridivieni e pugna.Abbracciò il giovin cavalier le pianteDel magnanimo zio. Questi con forzaLo rïalzò, gli ripetè il comando,Gli mostrò i consanguinei trucidatiE il rosso altare e le spezzate croci;Raccapricciò Eleardo, il cor gl'invaseLampo di speme, si riscosse e sparve.Che avvien di lui, mentre lo zio infeliceRiman nel tempio e fra dolenti vociD'alcuni inconsolati villanelliE di pietose donne, a tanti uccisiD'ultima carità rende gli ufizi?
Strazïato Eleardo dal conflittoDe' sinistri pensieri, asceso in sella,Simile a forsennato errò per vie,Per prati e per arene di torrenti,Chiedendo a sè medesmo e al ciel chiedendoChe fare omai dovesse. Un forte impulsoL'agitava, e diceagli ad ogni istanteD'obbedir senza indugio ai sacri dettiDel morente Lunello e ai detti d'Ugo,Ridivenendo ghibellin. Ma in coreL'astuto angiol del mal gli rinnovavaQuel lusinglliero dubbio:—E se agli scempiInevitati di que' giorni atroci,Che forse gettan falsa ombra malignaSul benefico intento di Manfredo,Succedesser davvero inclite proveD'alto senno in Manfredo e di giustizia,Sì che alla patria giovamento e lustroPer lunga età tornasse? Impresa egregiaSenza olocausti non compìasi mai,Nè per questi dar loco a terror debbeL'alma del forte, a giusta gloria inteso.Così fra le incertezze e le speranzeE i rimbrotti del cor riede EleardoDelle masnade assedïanti al campo.
Miseramente ricca è d'infiniteFallaci industrie coscïenza, i cariProponimenti ad abbellir, pur quandoLuce severa di ragion li danna.Ma chi d'iniquità volonterosoPer l'infame sentier non move il piede,Sente per quel sentier, sebben cosparsoDa inferne mani di stupendi fiori,Un ribrezzo frequente, un indistintoFetor che si frammesce a que' profumi,Ed il ferma e il sospinge ad arretrarsi;Simile a que' timori innominatiChe invadon ne' deserti il buon destriero,S'ivi non lungi s'accovaccia il tigre;E simile a que' taciti spaventiChe fanno impallidir la verginella,Quando in sembiante d'uom che di bellezzaAdorno splende, ella ravvisa ignotoLineamento, o non so qual favillaNel sorridente sguardo, o non so qualeMoto di labbro che le dice:«Trema!»In que' presaghi palpiti d'un coreCh'è vicino al periglio, e per potenzaMisterïosa se n'accorge e guata,V'è la voce di qualche angiolo amanteChe tutti sforzi a pro dell'uomo adopra:V'è la possa d'Iddio che lume sempreBastevol dona a illuminar suoi figli.Vane di coscïenza in EleardoSon le fallaci industrie: ei sulla frontePorta il corruccio di talun che viveFra scoperti ribaldi, e più li mira,Più inorridisce; e nondimen vorrebbeInsensato scusarli e amarli ancora.Oh come trista di quel dì esecrandoGiunse la sera, e qual più trista notteAgitò ognun che, pari ad Eleardo,Alti e pietosi sensi ivi serbasse!Ma la dimane di quel dì pur troppoSorse peggior! Repente una perfidiaEntro le mura di Saluzzo avvenne,Che affrettò la caduta. In vari alberghiScoppiano incendi orribili, ed il volgoDe' cittadini si sgomenta, accoglieDi calunnia le voci. Un grido s'alzaEsser Tommaso degl'incendi autore,Affinchè al buon Manfredo omai vincenteNulla Saluzzo fuorchè cener resti.
Da poche mani congiurate i fochiErano stati per le soglie accesi,E poche fur le labbra che dapprimaSpargere osaro il grido abbominoso.Ma frenesìa nel popolo s'appiglia,E ratto si moltiplica il pensiero,Esser Tommaso un barbaro oppressoreAbborrito dal ciel. Lui benedettoAsseriscon invan con generosaGara i ministri delle chiese e i semprePacificanti Francescani e il coltoStuol di color, che stretti avea la leggeDi Domenico santo all'esercizioDe' forti studi e della pia parola.Benefiche potenze eran que' fratiSullo spirto de' popoli, e sovente,In tai secoli d'impeti e di sangue,Ma di gagliarda fè, coi gonfaloniDi Francesco e Domenico a ferociAnimi imponean calma e pentimento.Ma spuntano ai viventi ore talvoltaDi contagiosa irrefrenabil rabbia,E sotto ore sì infauste debaccavaDel Saluzzese popolo assai parte.Dal di fuori frattanto a que' momentiEcco irromper l'assalto! ecco le muraScalate, superate! ecco TommasoAstretto a ceder le abitate vie,A salir frettoloso all'alta roccaA lui ricovro ed a' suoi cari estremo!Non eccelsa metropoli prostrataDa infinite falangi era Saluzzo,Nè i suoi dolori fur soggetto a carmiDi stupefatte illustri nazïoni,Ma fur sommi dolori! E li diviseQuel Iacopo da Fia, che vergò in fortiCarte la istoria del tremendo eccidio.Ah, inorridisco in leggerle, e m'ispiroIo tardo trovadore al mesto canto!La fella di Manfredo anima irosaCrucciavan nuovi aneliti a vendetta,Perocchè a' piedi suoi sotto le muraFracassati da travi e da macigniDianzi veduto alcuni cari avea,E fra loro un fratello, il più dilettoDe' prodi e truci due degni fratelli.In ogni vinto armato cittadino,Ed anco negl'inermi e ne' vegliardi,E nelle donne stesse il furibondoImmaginava la nemica destraCh'orbo l'avea di quel fratello, e tuttiEi sterminati indi li avrìa. FrenavaIl proprio acciar, ma non frenava quelliDella brïaca moltitudin variaIvi con esso a imperversar prorotta.Rifugge l'estro mio dalla pitturaDegl'inauditi singolari straziChe segnalàr quel giorno. Oh vane e stolteSperanze dei domati! oh retrospintePreghiere fervidissime, innalzateDa' miseri che proni eran nel sangneDe' figli loro o nel fraterno sangue!Oh giustamente non curati applausiDella stolida feccia scellerataChe menar volea festa ai vincitori,Liberator' chiamandoli, e mandatiA raddrizzar tutti i plebei diritti!Oh inutil congregarsi trepidandoDi lagrimose vergini e di madriE di fanciulli anzi ai predoni infami,Ricordando a costoro i dolci nomiDi pietà, di giustizia e d'innocenza!Oh ingiurie non dicibili! Oh colpitiDalle scuri sacrileghe gl'ingressiDi più case di Dio, dove sgozzatiCadono antichi sacerdoti, e giocoReliquie vanno e sacri vasi ai ladri!Tutto è dileggio e rubamento e morteIntero un giorno e la seguente notte,E già parte dell'armi e de' congegniRatta si volge ad investir la rocca.Magnifico sorgea d'aprile un sole,E delle pompe di sì splendid'astroRaccapricciaron di Saluzzo i vinti,Lor macerie e cadaveri mirando,Quand'a lor s'apprestàr novelle ambasce.Clangor repente innalzasi di tromba,E nel nome abborrito di ManfredoGridan gli araldi questo atroce bando:«Esser giusto castigo al contumacePopol de' ribellanti soggiogati,Ch'ivi su pietra più non resti pietra,E irremovibilmente or quel castigoCompiersi pria che il sol giunga all'occaso;Ma perdonata andare ancor la vitaAi puniti felloni, e per clemenzaChe maggiormente moderi il flagello,Concedersi ad ognuno il portar secoQual ch'egli serbi di tesori avanzo».Tal legge uscita, il raddoppiato pianto
Chi dirìa degli oppressi? A que' lamentiInesorata del tiranno è l'alma,Inesorata al supplicar di moltiInfra suoi cavalieri e d'Eleardo:Forz'è ch'ogni abitante i cari tettiSgombri innanzi la sera, e chi sa doveRamingo vada. Non v'è tempo a indugi,E vedi con sollecito, confusoMoto d'alme avvilite e disperate,Fra i singhiozzi e fra gli urli incominciarsiL'infelice spettacolo. Agl'infermiEd agli avi decrepiti sostegnoFansi gli adulti d'ambo i sessi, e cinteD'adolescenti e pargoli e lattantiCollacrimar vedi le donne. OgnunoChe già d'averi non sia privo, or secoGli ultimi tragge vestimenti e arredi.Di sì misera vista i vincitoriGioìron crudelmente insin che tuttaFosse la turba delle case uscita.Frodolento il decreto era a sol fineDi scovrir se ricchezza aveavi ancoraChe al saccheggio primier fosse sfuggita.Or poichè tutti di lor robe carchiFurono i cittadini, il rio ManfredoMisericorde spirito ostentando,Disse che rasi non andrian gli ostelli,Ma diè barbaro cenno alle coortiChe assalisser la turba, e d'ogni spogliaLa derubasser. Così il vil tirannoSuoi debiti solveva ai masnadieri,Che a quel regno di sangue aveanlo alzato.L'inverecondo estremo predamentoDesta a furor gli sventurati. AlloraPiù non resiste agl'impeti possentiDel suo sdegno Eleardo:—Io m'ingannai,Alto grida fra il popolo; io sognavaEsser Manfredo della patria padre;Usurpator mi s'appalesa infame!Con lui rompo ogni vincolo, al cospettoDi voi, di lui medesmo!Intorno al prodeCento gagliardi giovani un celatoFerro traggon dal seno, od ai nemiciTolgon con forza l'arme, e questo prontoSaluzzese drappello osa brev'oraSperar prodìgi. Orribile, ostinatoCombattimento per le piazze ferve,E più fïate incontrasi EleardoColl'iniquo Manfredo, e mescolatiSono i lor brandi valorosi indarno.S'incontrano Eleardo e Arrigo pure,E quei più volte può svenare il vecchioMa con affetto filïal lo sparmia,Benchè Arrigo lo imprechi. Alfin dal troppoNumero sopraffatta è l'animosaSchiera de' cento, e arretra, e quasi interaEsce fuor delle mura, ed inseguìtaViene per la campagna infin che l'ombreDelle selve la involano ai crudeli.Intanto agli occhi di Saluzzo un nuovoSi compiva infortunio. In man degli empiCade la rocca stessa, e prigionieroIndi co' dolci figli esce Tommaso,E tratti van gli sciagurati illustriIn carceri diverse. Alta venturaAncor si fu che in piena sua balìaNon li avesse Manfredo: ei li avrìa spenti.Il fero siniscalco uman s'è fatto,Sì perchè non abbietto era il suo core,Sì perchè astutamente al rio ManfredoVolea serbar temuto un avversario,E sì perch'egli al generoso sennoEd alle scaltre previdenze unìaNon leve sete d'oro: immenso chiedePel vinto sir riscatto ai ghibellini.Ma che diss'io, nel provenzal baroneImmaginando non abbietto il core?Qual fu pietà la sua, mentre di scherniOsò abbevrar fuor di Saluzzo, a' piediDe' trionfati muri, innanzi a tutteLe invereconde vincitrici squadre,L'illustre prigionier, lui dichiarandoSpoglio di signorìa? lui dividendoDa' lagrimosi tenerelli infanti,Che al sir d'Acaia fur commessi e trattiDi Pinerol nella superba rocca?L'infelice Tommaso a sorso a sorsoD'amara prigionìa sorbì la tazza,Prima in Cardato brevi dì, poi chiusoDi Savigliano entro il castel, poi toltoMaggiormente alla vista de' mortali,E seppellito in solitaria torre,Di Pocapaglia sovra l'erta cima,Indi levato da quel forse troppoMal securo deserto, e fra le muraDi Cuneo inespugnabili nascoso.Non sì tosto compita, ahi! di TommasoFu la caduta dall' avito seggio,Volò del tristo avvenimento il gridoPe' saluzzesi piani e per le balze,E l'intese Eleardo entro a' suoi boschi.Disconfortati allora esso e i compagni,Depongon le arditissime speranzeAccarezzate nella prima ebbrezza,O se tutti non vonno appien deporle,In avvenir remoto, indefinitoLe vagheggiano omai. Son ripetutiD'amicizia fra loro e di costanteCor ghibellino i dolci giuramenti,E con dolor s'abbracciano bagnandoDi lagrime fraterne i forti petti,E chi per questa sponda e chi per quella,A diverso destin ciascun si trae.
Oh fra i più strazïanti umani affanniQuello di non perversa alma che reaAd un tratto si tiene, ove sciagurePiovon non tanto sulla sua cervice,Quanto sulle cervici de' suoi cariE dell'intera patria sua, ch'ei vedeAgonizzar, nè può recarle aïta!E più quando quell'alma, in suoi terroriDisamata s'estima, e disamataDa tal cuor ch'era suo! da tal dilettoCuor, che per sempre ei scorge ora perduto!Così da lunge qua e là mirandoE pensando a Maria, come coluiChe vedovato delle sue pupillePensa a quel sol ch'ei non vedrà più mai,—Giunge di nottetempo alla badìaD'Ugo il nepote, e chiede ivi l'ingresso.—Dov'è lo zio?—Signor, finiti dianziErano i salmi, ed ei restò nel tempio.—Colà n'andrò.—Perturberesti forseLe più calde sue preci. Odi, ti ferma.A tai voci non bada il cavaliero,Ed il portico varca, e l'infrappostoVarca esteso cortile, e al tempio move.Apre la porta, inoltrasi tremando;E della sacra lampada al palloreScorge prostrato il solitario anticoAppo l'altar. Questi repente s'alzaAl rimbombo de' passi.—Olà chi sei?Assaliti siam noi dalle masnadeDe' traditori? Oh che ravviso? Oh iniquo!Tu nella casa del Signor? T'arretra:Tinto di sangue cittadin tu vieni.Sino all'ingresso s'arretrò Eleardo,Confuso, esterrefatto, e dalle fauciMettea supplici grida. Alfine a' piediDello zio inginocchiossi, e in abbondantiLagrime ruppe; indi a' singulti amariImpose freno, alzò la fronte e disse:—Uomo di Dio, non maledirmi ancora,Porgi a mia strazïata anima ascolto!—Che di Saluzzo avvenne?—Ell'è caduta!Saccheggiata! arsa!—Che del sire avvenne?—Strascinato è prigion.—Quali i pensieri,Quai sono i fatti di Manfredo?—Orrendi!—E il proteggente provenzal vessillo?—Esulta negli oltraggi e ne' delitti!—E l'empio figlio di mia suora il brandoRotò per lor!—L'infame brando io ruppi,E qui vengo ad ascondere a' viventiLa mia vergogna. E per quell'ara santaGiuro che illuso fui! Giuro che guerraCredei seguir magnanima, e saluteAlla patria recar! Mi si è svelataL'ipocrit'alma di Manfredo alfine:Al par di te sue perfid'opre abborro,E disdico mie stolte ire nutriteContro alla signorìa ch'oggi è crollata,E per Tommaso prego Iddio! e lo pregoChe gli susciti vindici possenti,Sì che il traggan di carcere, e le insegneEspulsino straniere, ed ei risalgaAl seggio avito, e il patrio suol conforti!—Oh Eleardo! mio figlio! àlzati; al cieloChi delle colpe si ricrede, è caro.Piangi fra le mie braccia il breve fallo,E nobile fidanza indi ripiglia.—Unica posso una fidanza accorreDopo tanto error mio; posso divinaMisericordia chiedere e sperarla,Ma lontano dagli uomini, ma scevroD'ogni gloria del mondo. Io tutto perdoCiò che più sorrideami, e affronto l'odioDel padre stesso dell'amata donna!L'odio di lei medesma! Alle terreneCose son morto; seppellir qui voglioTra penitenti angosce il nome mio!—Monaco tu? Vera sarebbe questaVocazïon del Re del Cielo?… Ascolta.—Ugo, non contrastar; non mover dubbioSulla chiamata che a me volge Iddio.Onor, dover m'astringono a deporreL'armi impugnate pel tiranno, e questaRitratta mia decreto è che per sempreA me toglie la vergin ch'io adorava!Dopo tal sacrifìcio, il mondo spregio;Più non resta per me che o disperataMorte, o d'un chiostro il confortato pianto.—Figlio, se così scritto è dall'Eterno,Così sarà. Ma intanto a me l'EternoPon nell'alma un consiglio: odi e obbedisci.—Fede ti presto; obbedirò.—DisdiciCon voci ed opre apertamente il rioVincol che ti stringeva agl'invasori.Gloria rendi al diritto; offri il tuo sanguePel patrio suolo. Ingegno e braccia al sireChe oppresso giace e salvatori chiede,Generoso consacra. Eccita i forti,I deboli rincora, e lor rammenta.Che speranza e virtù prodigii ponno.Arrossiva Eleardo, impallidivaA questi detti, ed arrossìa di novo,E balbettava:—Obbedirò, ma…—Tronca,Gli disse il vecchio, ogni esitanza, e parti.Servi al tuo prence ed a Saluzzo.—Come?—Volgiti a Dio; t'ispirerà. T'adopraSì che, per gara de' baroni, l'oroDi Tommaso al riscatto or si fornisca:Scuoti la possa de' Visconti, scuotiI nostri prodi. Combattete: egregioAcquista un loco tra' vincenti, o muori!—Ch'io snudi il ferro, e di Maria nel padreForse mi scontri, e di svenarlo io rischi?Troppo, troppo dimandi. A me bastanteSforzo è perder Maria, qui seppellendoI giorni miei fra lagrime e rimorsi.—Più degna del Signor, dopo alti fatti,Riporterai qui la tua fronte, io spero,E non che il padre di Maria tu sveni,Di salvare i suoi dì forse avrai campo!Profetici parean gli atti, gli sguardi,E la voce del vecchio. E ciò dicendo,Forte afferrò la destra d'Eleardo,E dalla porta appo l'altar lo trasse.Ivi dalla parete una pesanteAntica spada sciolse, e a lui:—La spadaQuest'è che strinsi in gioventù, e di sangueSaracin l'abbevrai; prendila e pugnaCom'io pugnava per fratelli oppressi.Eleardo s'infiamma; il sacro ferroPrende, snuda, lo bacia, il pon sull'ara;Attesta Iddio che il roterà sugli empi;Le preci implora del canuto, e parte.E quand'ei fu partito, Ugo prostrossiNovamente nel tempio, e pel nipoteOrò gran tempo, insin che all'altro ufficioMosser ver l'alba in coro i cenobiti.Allora il santo abate al pio drappelloDisse:—Pregate per Saluzzo!E pianse;E diè contezza dell'orrenda guerra;Ed i monaci in cor si rammentaroParenti e amici, e lagrimaro anch'essi.Pregaron per Tommaso e pe' suoi fidi,E pregare altresì per gli oppressori,Solo Iddio supplicando a spodestarliDella vittoria che li fea superbi.
In popol da' civili ire divisoSperanza poca è di salute, alloraChe sol gagliarde fervono le incauteAnime giovanili, intente a còrreBella, sognata, non possibil palma,Mentre della canizie intorpiditoVacilla il senno, sì che norma e frenoAgli audaci inesperti alcuna sacraFronte non sorge di guerriero antico.Mancanza tal di celebrato prodeChe vero prode alla sua patria splenda,Nel colmo avvien de' tralignati tempi,E lunga indi stagion regna di pazzo,Sanguinoso dominio e d'anarchìa,Molteplice opra di fanciulli eroi,Fintanto che spossati e fatti viliPiegano il collo a tranquillante giogo.Non a tal segno eran corrotti i giorniDi Saluzzo ch'io canto, abbenchè tristi.Gioventù inferocìa, ma valorosiVecchi brillavan sui crescenti ingegniPer nobil fama di bontà e prodezza.Fra tai canuti un prence grandeggiava,E Giovanni era, l'invincibil sireDell'alte torri di Dogliani. Ei natoAll'avo di Tommaso era fratello,E niun de' feudatarii dominantiS'agguagliava a Giovanni in virtù schietteD'amico e padre e leal servo a quelliChe abbisognavan di consiglio o scampo.In dì lontani ei superava i milleCavalieri compagni in patrie pugne,Ed in pugne oltremar, sotto il vessilloDe' campioni di Cristo: or men robustoÈ il braccio suo, ma pronta sempre e forteLa intelligenza e immacolato il core.Grande è la fè del venerato prodePel suo nipote or prigionier, ch'egli amaSiccome dolce padre ama il suo figlio,E ad un tempo siccome un pio guerrieroAma il signor cui vassallaggio debbe.Giovanni con baroni altri devotiA ghibellina parte ed a TommasoS'adopravan solleciti, sì ch'oroAdunar si potesse e adunar gemme,Al fine urgente di comporre il chiestoSpaventoso tesoro, onde al marcheseE a sua progenie libertà riedesse.
Un dì alle sale di Dogliani avevaA non lieto convito egli parecchiFervidi amici accolto, a consultarsiCoi lor fidi intelletti e a stimolarli,Prodigando con bello accorgimentoLodi e parole di speranza e preghi.Dopo la mensa i congregati forti,Nel bollor de' pensieri e de' colloqui,Facean di voci rintronar le auguste,Adornate di ferri, alle pareti,Allor ch'entrò il valletto d'armi, e nunzioFu dell'arrivo d'Eleardo.Al nomeD'Eleardo s'aggrottano le cigliaDe' ghibellini.—Ingresso entro tue muraDarai, Giovanni, all'arrogante guelfo?—Venga il fellon. Certo, Manfredo il manda:Udirlo giova.Non sapeano alcuniInfra quei generosi fremebondiCh'Eleardo si fosse un di coloro,I quai, vedute l'ultime rapine,Disperata battaglia avean con gloria,Benchè indarno, arrischiato entro Saluzzo.Ei nella sala addotto vien. SeveroSalutevole cenno appena a luiMovon gl'irati ghibellini.—DondeTu, guelfo, a me?—Sir di Dogliani, al cieloPiacque arricchir le avite mie castellaDi non lieve tesor. Vedi tal borsaE orïentali perle ed adamanti,Che saranno alcun che, perchè s'affrettiDell'infelice signor mio il riscatto.—-Che veggo? Agli occhi miei creder poss'io?Tu che a Manfredo!…—A lui sacrato ho l'armiCredendol pio liberator: lo vidiMenzognero e tiranno, e gli ho disdettoIl non dovuto mio servigio.Ai torviCavalieri asserenansi le fronti:Esultan, cingon l'arrivato prode,Gli stringono la destra, e per quegli oriDa lui recati, soverchiare omaiVeggion quanto al riscatto era mestieri,E benedicon Dio.Quel dì medesmoAndò il sir di Dogliani al regio campo;La libertà ricomperò del prenceE de' figli di lui; volaron messiA Cuneo, a Pinerolo: e nel seguenteGiorno redenti uscirono il felicePadre dai torrïon che il Gesso bagna,E dall'altra fortezza i giovinetti,E si rïabbracciar con dolce pianto;E dal suolo, natìo trasser raminghiCon Riccarda all'Insùbre ospitai reggia.Gli esuli amati accompagnò GiovanniCon altri pochi; e fra costor v'aveaUn cavalier cui nascondea il sembianteFerrea visiera. Di Dogliani il sireNarra per via a Tommaso, onde l'estremaVoluta somma gli venisse. Il prenceChiede ove sia il benefico Eleardo;E il pro' Giovanni sottovoce:—VediQuel cavalier che le sembianze cela,E accostarsi non osa: egli è Eleardo.Sino a' confini ei t'accompagna, e posciaRieder vuole a sue torri, e mantenerviL'insegna tua ed apparecchiarti aiutiPel dì che il ciel te chiamerà a vittoria.Serbar silenzio non potè il commossoEsul marchese, e, volto il palafreno,Ad Eleardo s'accostò, e per nomeChiamandol con affetto,—A te perenniSien grazie, disse; or mi si svela quantoDebitor ti son io.Balzar di sellaVolle e prostrarsi il giovin, ricordandoLa frenesìa che inimicollo al sire.Ma smontò questi insieme, e lo rattenneCon vivo amplesso, e intorno al cavalieroVenner anco Riccarda e i dolci figli,Mercè rendendo, chè senz'esso lungaDurar potea la prigionìa tuttora.Più da temersi non parea TommasoA' nemici frattanto, e sovra luiLiete canzoni alzavano beffarde.Ma tacquer le canzoni indi a non moltoAl grido inaspettato, esser Tommaso,Non nella reggia de' Visconti, in vanaMestizia ed in abbietti ozi sepolto;Bensì già di colà rapidamenteTornato a' gioghi saluzzesi, in mezzoA falange d'armati, inalberandoIl vessillo di guerra.Allor ManfredoSovra il suo seggio impallidisce, e copreIl timor collo sdegno, alto sclamando:—La prima volta i dì sparmiammo al tristo;In nostre mani or riede, e, qual lo merta,Guiderdon di sua audacia avrà la scure.Solleciti provveggono ManfredoE il sir del Balzo al moversi di lanceChe di Tommaso sperdano i fautori,E s'odon rinnovar le inverecondeDel patrio ben promesse. Odonsi vociD'increscimento onde si dice afflittoDegli scempii Manfredo. Odonsi vociDi futura clemenza irrevocata,E di leggi paterne, e di novelloTribunale integerrimo, e d'onoriA chi giovi col senno e colla spadaAl marchese, allo stato, ai sacri altari.Uso antico, perenne è di potenzeSu rapina fondate, allor che spuntaIl giorno del periglio, il serrar l'ugneSovra l'oppresso volgo e accarezzarlo,E sfoggiar mire eccelse a sgombrar tuttiAlfin gli avanzi de' passati danni.Di nuovo suona piucchè mai d'astutiStranieri l'eloquenza: essi la menteSan di Roberto; un re sì pio, sì grandeNe' benefici intenti, unqua non visse.Ei vuol felice Italia, ei vuol feliciI prodi Saluzzesi. AttribüirsiNon denno a lui nè a' capitani suoiNè all'ottimo Manfredo i brevi straziRecati dalla guerra al marchesato.Si saneran le cicatrici, e in locoDella prisca Saluzzo, è già decretaSulle rovine sue più vasta e bellaE forte una città che degna appaiaDi cotanto dominio, e faccia invidiaAlla rival Taurino. Al guelfo regeCosa non è che sì altamente prema,Come il dispor che a' piè dell'Alpi siaIl regio feudo Saluzzese un nidoGlorïoso di prodi, atto a far fronteAi vicini avversari. Indi i confiniDi questo feudo estendere or si vonno,Sì che divenga ampia duchea gagliarda,A' Visconti terrore ed a' Sabaudi.Tal dipintura offerta è dagli scaltriAlle volgari fantasìe. Nè il lustroDella reggia di Napoli si tace,Che l'egual non fu visto, e il portentosoIncivilir de' popoli ove impulsoA piena civiltà dona sì forteIl gran Roberto; il gran Roberto, amicoDi dottrine e bell'arti; il gran RobertoChe pone il core in luminosi ingegni,E più in Petrarca, uomo divino, a cuiSulle chiome Roberto in CampidoglioMetteva fregio d'immortal corona.E si dice che tosto il re a SaluzzoCon Petrarca verranne e coll'argutoNarrator di Certaldo, il cui volumeFra le più vaghe istorie annoveratiHa d'una sposa Saluzzese i vanti,Onde per tutti d'Occidente i regniL'alme gentili, in onorar Griselda,Onoran di Saluzzo il caro nome.Ed in qual secol e in qual mai contradaMancaron voci splendide e robusteAd adular la moltitudin cieca,Schernendo quasi barbara e compiutaLa vicenda de' scorsi anni infelici,E asseverando ch'ora alfin cominciaL'età de' veggentissimi intelletti?Ma tempi v'ha più di prestigio ricchiPer quest'amabil fola; e simil tempoEra quel di Roberto e delle tanteSuscitate degl'Itali speranze,Ch'indi la morte di quel re disperse.Tai brillanti menzogne avriano forseIlluso ancor le Saluzzesi valli,Se a governar l'esercito severaD'un retto capitan sì fosse stesaLa destra allor, frenando de' guerrieriL'esecranda licenza. Al siniscalcoTanta giustizia non premea; invocataVenìa talor, ma indarno da Manfredo.Ambo imperar voleano, e il ProvenzaleNon consentìa che un suo guerrier giammai,Per quante iniquità sui vinti oprasse,Colpevol fosse detto e avesse pena.Del supremo stranier la tracotanza,E quindi le ribalde opre di milleArmati suoi sovra l'inulta plebeQui riprodusser quel furor, che vistoS'era in Sicilia poco innanzi, quandoPer l'isola scoppiar vespri di sangue.Se non che men secreti i SaluzzesiScorger lasciaro improvvidi le trame,E più avveduti e unanimi vegliaroGl'investiti oppressori alla difesa.
Tace il mio carme i varii assalti e i variiDestini delle insegne ora fuggiascheOr vincitrìci. Sempre a' ghibelliniAnima principale era il Dogliani,Come già tempo il Procida a sue terre,E fra i ministri al suo comando egregiSplendea per senno e per virtù Eleardo.
Amor di patria in vani sogni il coreNo, non agita allor, ma di divinaPotenza il nutre e lo sublima, quandoSvolgesi in terra da stranieri oppressa:Allor non dubbia è sua purezza; alloraTutte s'intendon l'alme generoseChe fremono del giogo; allor divisiIn discordanti aneliti e dottrineNon son nobili e volgo: unica han metaL'espulsïon delle insultanti spade,E della prisca dignità il ritorno.Quanto in que' dì contrario al patrio beneFosse pe' Saluzzesi il guelfo spirto,Meglio comprese ognuno all'improvvisaMorte del vecchio provenzal monarca.Orbo questi del figlio, al debil pugnoDella nepote abbandonò lo scettro;E della incauta il leve cor s'avvolseIn infelici amori, e la sua famaFu dalla morte del trafitto sposoPiù orrendamente deturpata, e i noviMariti la tradìan, sin che il feroceVendicator carnefice a lei fessi.Sceso Roberto nella tomba, crebbePer tutta Italia il ghibellin coraggio,E si volser de' più le speranzoseCiglia novellamente alle promesseDella potente signorìa Lombarda.Moltiplicati vidersi gli esempliDi fraterna concordia e di valoreNe' nostri lidi Saluzzesi. Al belloDe' popoli fervor corrispondeaLa virtù di Tommaso: egli emulavaDe' suoi più forti la prodezza. Il nomeDi Tommaso era sola indi una cosaCol nome della patria al cor de' giusti;E da lunga, sfortuna raffinato,Il suo spirto gentil s'affratellavaSinceramente co' minori, e segniDava di gratitudin commoventiA cavalieri e ad infimi mortaliChe ponean fede in esso, ed olocaustoCon lui fean degli averi e della vita.Godea l'animo a tutti i generosiIn vederlo onorar gli alti consigliDel canuto Giovanni. Eran TommasoE di Dogliani il sir qual figlio e padre,E il portentoso vecchio corregnandoSöavemente sulle suddit'almePiù e più le affidava. Alcune volteLievi nascean principii di discordiaNelle diverse ghibelline schiere,Perocchè a' Saluzzesi andavan mistiSotto il vessillo di Tommaso e InsùbriE assoldati Germani. Alla parolaDell'antico Giovanni i dissidentiAnimi s'acquetavano, e sebbeneCagion di lagno non restasse agli altri,Pur gioìa il Saluzzese, ognor veggendoChe anteposto a lui mai nell'intellettoDe' sommi duci lo stranier non era.L'opposto caso tuttodì avvenìaNella parte de' guelfi. Il rio ManfredoDell'odio de' nativi esacerbossiPiù feramente ciascun giorno; e volleCol terror contenerli: indi supremaGrazia spargea sugli esteri comprati,E verso ogni nativo anco più fidoScorger lasciava diffidenza ed ira.Giunse a tal, ne' suoi dì più disperati,La tirannide sua, che i prigionieri,Se patria avean la saluzzese terra,Considerava ribellanti degniDell'ultimo supplizio, e senza indugioStrage ne fea. Tal rabida inclemenzaCostrinse i ghibellini a rappresaglia,Sì che perdòn più non brillò sui vinti.A quel tempo si vide in ambo i campiAccorrer di Staffarda il santo abate,Misericordia supplicando invanoPe' guerrieri captivi. A lui ManfredoCon vilipendio rispondea, sgozzandoInnanzi a lui le vittime, e nell'altroCampo l'udìano con ossequio i prodi,Ma rispondean che giusto uso di guerraStabilìa le vendette, unico modoA frenar gli avversari in tal barbarie.Per tutti gl'immolati Ugo gemea,E notte e giorno l'atterrìa il timoreChe prigion di Manfredo in qualche pugnaEleardo restasse. Ah! insiem con essoUn altro cuor da quel pensier tremendoEra a que' tempi strazïato: il cuoreDella figlia d'Arrigo. Avea credutoL'infelice Maria poter nemicaVivere ad Eleardo, allor che inteseCh'ei dipartito dalle guelfe insegneAlla destra di lei più non ambiva.L'avea davvero alcuni dì abborritoCom'uom che lei tradìa, com' uom che l'armiTradìa de' generosi. Ah! nel sinceroAnimo della vergin quello sdegnoFu breve fiamma, e sfavillò al suo ciglioDe' ghibellini la giustizia, e pianseRiconoscendo in qual funesto erroreIl padre s'avvolgesse. Ella in EnvìeNel paterno castel traea la vitaColle dilette ancelle, trepidandoPel genitore e per l'amante. AscesaI passegger vedeanla da lontanoSu questo ovver su quel dei sette grigiTorrïoni d'Envìe. La sventurataScorgea nella pianura o sovra i colliGl'incontri delle avverse aste feroci,E talor le parea per que' remotiLochi discerner dal fulgor degli elmiArrigo od Eleardo, od ambidueCozzanti insiem. Prostravasi la piaLagrimando e pregando il Re del CieloE la Donna degli Angioli; e soventeRestava lunghi giorni il dilicatoCorpo affliggendo con digiuni, e intereVigilava le notti in calde preci,I proprii patimenti a Dio offerendoPer la salvezza de' suoi cari. E secoViveano in lutto e assidua penitenzaLe fide ancelle e antichi servi. L'almeAngosciate si schiudono a paureDi superstizïone. Or dalla torreNelle nubi scorgean croci di sangue,E sembianze di scheletri, e l'immensaFalce e dell'Angiol della morte il pugno;Or di sciagure sovrastanti indizioLo strido era dell'ùpupa ed il mestoUrlo notturno dell'errante cagna;Or dagli armati servi a mezzanotteL'estinta madre di Maria s'udivaSinghiozzar nel sepolcro, o lentamenteScoperchiarlo ed uscirne, e per le bruneScale salire, ed appellar con fiocaVoce il marito o la diletta figlia.
A calmar quelle ambasce e que' terroriE a consolarsi fra i soavi amplessiDell'innocente vergine, il crucciosoPadre venìa talor. Con duri modiL'aspreggiava e garriala del suo pianto,Poi commoveasi e l'abbracciava, e preciLa supplicava d'innalzar pe' guelfi.E nelle rughe della smorta fronteElla più e più leggea del genitoreI sinistri presagi. InsinüanteSonava un non so che nella pietosaVoce di lei che costringea il canutoA poco a poco a palesarle occultiSempre novi dolori.Un dì le disse:—Più non pregar pe' guelfi! abbandonatiSiamo da Dio! Deluse ha mie speranzeIl superbo Manfredo: i miei consigli,I preghi miei non cura. AdulatriciParole ei vuol; darle non so. Un drappelloD'infami lusinghieri applaude a tutteSue tirannie, le suscita, il fa ciecoStromento a loro insazïabil seteDi tesori e vendette. Apportar sennoVolevamo e giustizia; abbiam delittiE stoltezza apportato. Ad uno ad unoDa noi si dipartìano i prodi amici:Pochi omai siamo ed esecrati, e all'orloDell'estrema ignominia!—Oh sciagurateVoci! oh misero padre! I vaticiniiEcco d'Ugo avverati! Il reo vessilloLascia tu dunque di Manfredo: accettaDi Tommaso la grazia!—È tardi, o figlia!Errò Manfredo, ma infelice il veggo:Mai da prence infelice non si scostaFuorchè il vigliacco!—Oh padre amato, pensa…—Che vigliacco non son, che con ManfredoDebbo cader.—Mai di vigliacco tacciaAd Eleardo non darassi.—Ei corseQuando da noi si svincolò, a bandieraD'un prence espulso: audace era il partito,Ma generoso. Non così oggi fora,Correndo a sir cui la fortuna arride.Cessa il tuo supplicar, cessa il tuo pianto:Dimane si combatte, e se non opraPer noi prodìgi Iddio… dimane, o figlia,Più non hai padre!—Oh feri detti!—Io vengoL'ultima volta a benedirti forse:Con vigor di te degno, odimi: stirpeDi codardi non siam. Tergi le ciglia,Frena i singhiozzi; te l'intìmo. Ascolta:Un patto pongo al benedirti.—Quale?—Bada che guelfo io moro, e maledettaSarà tua man se a ghibellin la porgi!—T'affida, o padre: intendo. Amo Eleardo,Ma te guelfo perdendo, a ghibellinoMoglie mai non sarei!—Tutti il SignoreDunque sul capo tuo spanda i suoi doni!Me sol, me sol de' falli miei punendo,Sparmii l'anima tua!Disse. Ad un servoL'accomandò; da lor si svelse e sparve.
Infelici ambidue!—Ma più infeliceForse d'ogni innocente addoloratoÈ quel mortal che temerario corseA illusïoni infauste, onde tormentoIneluttabil ridondò a' suoi cari!Oh come allor, nella pietà ch'ei senteDi questa o quella vittima diletta,Tardi vede primier debito d'uomoEsser religïon, carità, pace,Provvedimento a dolce sicurezzaDi domestiche gioie, e non desìoImprudente di gloria e di perigli.Tal verità gli splende, or che non puotePiù sollievo ritrarne il vecchio Arrigo;E forte è assai per sè medesmo in tutteAvversità, ma non è forte, al duoloDella figlia pensando, e sebben mostriIn mezzo a' suoi guerrieri animo invitto,Spesso ei nel manto si rinchiude e piange.Tre dì Maria si stette in disperatiNon cessanti delirii:—Empio Eleardo!Perchè movevi alle felici insegneDestinate al trionfo, e il padre mioPer dolci preghi e dolce vïolenzaTeco a salvezza non traevi? Oh fossiTu restato co' guelfi! il valorosoTuo braccio avriali sostenuti. Un prodeFatal perdemmo in te: spesso decisoA pro de' ghibellini hai la vittoria.Possente impulso hai dato alla fortunaDel profugo Tommaso: alta, primieraCagion tu sei delle sconfitte nostre.Ah, non m'amavi, ingrato! E insino ad oraIo figlia iniqua, immemor de' perigliDel caro padre mio, secretamenteAlzato sempre voti ho pe' tuoi giorni!Que' voti abborro! quell'amor disdico!Il padre mio si serbi! il padre vinca!Il padre atterri i suoi nemici, i miei!Guelfa, guelfa son io! Mendace è il gridoChe di virtù civile ai ghibelliniOr dona palma. I nostri petti infiammaVero di patria amor: calunnïatoÈ Manfredo da voi; calunnïatoÈ il padre mio, di giuste opre seguace;Ma vinti siamo, e il mondo vil ne impreca!Così l'immenso affanno isconsolataIva Maria sfogando; e avvicendavaAccenti d'ira e di pietà, e d'umìleFervida prece. E promettea al Signore,Se dagli eccidii salvo andasse il padre,Essa tutrice farsi ad orfanelli,A vedove, ad infermi, a pellegrini,E tutti gli anni un dono offrire elettoSì di Riffredo al monister famoso,Sì ad altri santi d'innocenza asìli.Ella avrebbe voluto alle promesseChe le dettava il core, aggiunger quellaDi cingere in Riffredo il santo velo,Ma la meschina non potea, pensandoAl solitario padre orbo di figli!Ed, ahi, forse non conscia ella a sè stessa,Anco pensava mal suo grado ognoraA colui, che ne' scorsi anni feliciErale stato così caro!Oh comeLa infelice Maria sta dalla torreInvestigando ogni lontano motoD'armi o di passeggieri, ed in lei cresceIndicibil timor ch'ella securoPresentimento d'alto lutto estima!Chi son que' duo che sull'arcion velociMovon per la pianura? Ad essi lungheSoverchiamente son le usate strade,E là passano un rio, là per gli sterpiD'una macchia s'inoltrano, agognandoIl più diretto corso. Alla borgataPareano volti di Revello, e pureQuivi non si soffermano, e alla terraCerto d'Envìe sospingono i cavalli.Oh di Maria nell'anima dubbianteAnsïetà novella? Or si protendeA guardare in silenzio, or si dispera,E grida e trema di saper chi siènoQue' frettolosi. Omai discerne alfineChe non guerriera è la lor veste; e posciaSospetta, avvisa che l'un d'essi il giustoPresule sia col fido laico. Un dubbioNo, più non è; son dessi!A quella vistaLe ginocchia le mancano, ma i sensiNon perde ancor. La reggono le ancelle,E la misera esclama:—Ugo! tu vieniA me del padre ad annunciar la morte!Ma quando intese appo il castel d'EnvìeScalpitare i corsieri, allor sì grandeFu la tema e il dolor, che appieno svenne.Ahimè! spenta la credon qualche tempoLe ancelle e i servi. Alfine in sè ritorna,Ed entrar vede pallido, turbato,Lagrimoso il canuto.—Il padre mio…Parla… dov'è sua spoglia?—Ei vive ancora;Ma prigionier, ma dalla cruda leggeChe a morte danna i prigionieri, oppresso!—Oh sventurato! oh più felici quelliChe in battaglia cadeano! E tu a suppliziLasci lui trarre? Intercessor non debbeUom di Dio farsi a disarmar le atrociIre de'vincitori?—Ah! da te sono,O vergine, ignorati i vani sforziChe tentai da Tommaso! I suoi nemici,Or volgon pochi dì, sacrificaroBarbaramente dieci illustri testeDi ghibellin captivi. UniversaleNell'oste ghibellina è quindi il grido,Che gl'immolati abbian vendetta. ArrigoMorrà domane con nov'altri: il cennoTommaso niega rivocar; respintoVenni da lui. Prova sol una or resta:Seguimi al campo: sforzerem l'ingressoDella tenda del sir; forse il tuo piantoAmmollirà il suo nobil cor, dai truciFatti d'alterna rabbia incrudelito.—Il ciel t'ispira: andiam.RapidamenteLa vergin s'allestì; rapidamenteElla e pochi fedeli in sui corsieriVolser con Ugo al saluzzese campo.Ad un tronco giaceva incatenatoTra i furenti nemici Arrigo, a breveDi Saluzzo distanza. Ei siccom'uomoChe avea la gloria di Saluzzo amataVagheggiando per essa e per ManfredoFortune alte, impossibili, or miravaCon istupor, qual visïon non vera,Quell'ultima sconfitta, e quell'orrendoSvanir d'ogni speranza, e quel ritornoDe' ghibellini e di Tommaso, e quellaGuerra in veloci tratti or consumataCon nessun frutto, fuorchè stragi e scherniE povertà ed obbrobrio e sacrilegii!E tutto ciò per vicendevol, grande,Creduto zelo di virtù e di patria!E innanzi a lui mirando egli quel locoDove a prosperi dì sorgea Saluzzo,E dove diroccato oggi è il recinto,E dentro quel, fra orribili macerie,Non v'ha che rari antichi alberghi e templiCon negri campanili, e qualche novoIncominciato cittadino ostello,Sente Arrigo la dura alma infiacchirsiDa pietà inusitata. Ei nella fogaDelle gioie guerresche avea con occhiDi ferocia le fiamme un dì vedutoEd il saccheggio devastar Saluzzo.Or cessata l'ebbrezza, il cavalieroDelle avvenute iniquità s'affligge,E dice mal suo grado:—Ecco onde il CieIoManfredo e i guelfi e me con lor condanna!Poi caccia quel pensiero, e, benchè rieda,Celarlo vuole, e alta la fronte ei tiene,Con dispregio guardando i vincitori.Cacciar vorrebbe altro pensier più dolce,Ma in un più divorante. Ei nelle mesteSale d'Envìe scorge la figlia, ed odeIl miserando suo lamento, e sola,Orfana, senza prossimi congiunti,Senza soccorsi d'amistà la mira;E le canute palpebre di piantoAmarissimo grondano e i singhiozziFrenar non puote, e colle scarne maniSi copre il volto per vergogna e rugge.Un de' custodi come un tempo i falsiDi Giobbe amici, lo compiange e incuora.—Non avvilirti, o prode; in cielo è scrittoIl destin de' mortali; adorar sempreDobbiam di Dio gl'imperscrutati cenni:Non accettarli è codardia e bestemmia.—Taci, impudente ghibellin; m'è notoChe giusto è Iddio, che i falli miei punisce,Che l'are sue mal onorai, che vissiD'ira e d'orgoglio più d'ogn'uom, che mertoCader per mani inesorate e inique.Non mi ribello contro a lui; non biasmoIl suo rigor, non tremiti codardiMe presso a morte invadono: un'angosciaNon ignobil mi preme. Ho una figliuolaCh'orfana resta, e sua sventura io piango!—Padre ai pupilli derelitti è Iddio.—Vero favelli, ma la terra è pienaDi pupilli derisi, insidïati,Spogli di tutto; ed ahi! su lor puniteForse da Dio son le paterne colpe!Indi io pavento, io peccator, sul fatoChe all'innocente figlia mia sovrasta.—Ben paventate, o sciagurati guelfi,Che tanti alberghi incendïaste, e tantiOlocausti sacrileghi immolaste:Men empio è il ghibellino.—Empi siam tutti,Amor vantando di giustizia a gara,E ognor con nostre stolte ambizïoniOpprimendo la patria e calpestandoNatura e dritti ed innocenza e onore!Così dal labbro del feroce vecchioUsciva un misto d'indomata audaciaE di sincero pentimento. Il capoPiegava sotto ai fulmini divini,Ma i consigli degli uomini esecrava,E negli sguardi suoi sì presso a morteIndistinti fulgean Cielo ed Inferno.
Bella fra tutte umane imprese è quellaDell'uom che avvampa di desìo di paceE di perdon, non per suo proprio bene,Ma per altrui! ma per servire a Dio,Ed alla dolce patria e ad infeliciCuori ch'egli ama e consolare anela!Tal nell'ire civili è il vostro uficio,O vegliardi autorevoli che all'araDel Dio di pace consecraste i giorni!Ecco arrivare al campo Ugo e Maria:E mentre del marchese al padiglioneVan rivolgendo accelerati i passi,Veggono appunto da catena strettoA fisso legno fra custodi Arrigo.Con qual pianto e quali impeti di gridaProrompe la fanciulla infra le careBraccia paterne! e qual celeste han suonoSue filïali tenere paroleA genitor così infelice? Ei serraAl sen quella innocente; e sclama:—Oh gioia!Ma insana gioia! Oh nuovi affanni orrendi!Deh, perchè a me non li sparmiava Iddio?Non misero abbastanza era il mio fato,Ugo crudel? Tu qui la figlia traggiA vedermi morir!—Padre, ei mi traggeA salvare i tuoi dì.—Che? supplicandoCodardamente il vincitor malignoDi largirmi il perdon? Non sarà mai!La stirpe mia non annovrò guerrieriChe morir non sapessero da forti.D'espor ti vieto il virginal sembianteAl barbaro sorriso de' felici!Io so morir, io morir voglio primaChe la mia figlia a'piedi altrui si prostri!—Padre, lasciami: il so, ti disdirebbeDi coraggio scarsezza ai più tremendiGiorni della sconfitta, e se il nemicoTe immolar vuol, da prode cavalieroE da cristiano perirai pregandoNon gli uomini, ma Dio. Lasciami: un altroDovere è quel di figlia. A me ignominiaFora il non chieder la tua vita al sire.—Vilipesa sarai.—Pur vilipesa,Degna sarò d'ossequio e di compianto:Avrò adempiuto quanto amor di figlia,Quanto la voce del Signor m'impone.Contendeano in tal foggia, e l'ostinatoArrigo persistea nel suo divieto;Ma di Staffarda l'infulato duceStrappò Maria dalle paterne braccia,Ed attraverso a numerose tendeCorrono di Tommaso al padiglione.Udivan essi da lontano gli urliDel corrucciato Arrigo:—A tutte dunqueSerbato io son le più esecrabili onte!Di me la figlia indegnamente stesaAd implorar la vita mia, la vitaChe mi si fa spregevol, che non posso,Che non voglio accettar! Riedi, ten prego,Tel comando! paventa il furor mio,Il maledir d'un genitor morente!Ghibellino fu sempre Ugo, e nol movePietà di noi. L'ipocrita vegliardoDel nostro duolo infamemente esulta,E per farlo maggior vuol che d'ArrigoL'ultima figlia esempio doni abbietto.Del minacciar, paterno e delle ingiusteVoci contr'Ugo questa inorridiva;Ma il venerando abate alla fanciullaReggeva il cor, dicendole:—SalvarloDobbiam malgrado l'ira sua superba.Ma qual d'entrambi è l'animo allorquandoDalle guardie interdetto al padiglioneVien lor l'ingresso! Non bastàr nè preghi,Nè lagrime, nè strida. Un assolutoCenno del sir faceva inesoratiTutti i guerrieri che cingean la tenda.Stavano dentro a quella in assembleaCol supremo signor parecchi duci;E questi duci tutti eran da lunghiDanni e da amare perdite innaspriti,Sì che spinto da lor venìa il marcheseA costante fierezza, insin che, espulsiPienamente i nemici, astro securoDi comun gioia sfavillar potesse.Entro la rocca di Saluzzo chiusoErasi il rio Manfredo, e colà ancoraEi da stranieri iva sperando aïta,Benchè spersi fuggissero, inseguitiDall'antico Giovanni e da Eleardo.Di questi duo suoi fidi cavalieriOr più Tommaso non avea contezzaGià da due dì. Certo parea il trionfo;Ma se fallito avesse? e se impensateNovelle squadre di possenti guelfiNel paese irrompessero? Que' dubbiiNutron lo sdegno di Tommaso. ImponeChe congedati sien Ugo e Maria,E quai si fosser supplicanti.AlloraPria di ritrarsi il presul generosoResistendo alle guardie, alzò la voce:—Nobil marchese di Saluzzo, ascoltaI moti del cor tuo: non meritatoDa' tuoi nemici è di tua grazia il raggio,Ma so ch'aneli d'emanarlo, e IddioL'adempimento di tua brama aspettaPer benedirti più e più…Troncato,Fu duramente da' guerrieri il pioGrido del vecchio, e fu troncato il gridoDell'angosciata vergine, e repenteLunge dal padiglion venner sospinti.Videli Arrigo a sè tornare, e disseCon amaro sogghigno:—Il pianto vostroNon terse dunque il vincitor? Lucraste,E ben vi sta, gli ultimi oltraggi: io puroSon di codesto obbrobrio vostro almeno!A Dio mi curvo; a nessun uomo in terra!Ma dopo quel sogghigno e quell'acerbaFavella, intenerissi alle dirotteLagrime di Maria. Con lui rimaseLa sconsolata, e ritornò alla tendaIl santo amico lor, novellamenteTentar volendo di Tommaso il core;Ed intanto la vergine abbracciandoDel padre le ginocchia, or lo pregavaDi placar Dio con miti sensi, ed oraA Dio medesmo rivolgea sue preci.Ugo, ahimè, ricompar! nulla otteneva,Nulla ottener più spera! Alta mestiziaAl degno sacerdote in volto siede,Ma mestizia di forte alma che vieneUn moribondo a regger nel tremendoAgonizzar dell'ore sue supreme.Maria l'intende, e misera prorompeIn impeti di duolo inenarrati;Smarrisce i sensi, e inconsapevol trattaViene appartatamente infra pietoseDonne che a lei soccorrono. ProstrossiArrigo allor del sacerdote a' piedi,E confessò sue colpe. E dacchè scioltoGli fu in nome di Dio di queste il laccio,Si rïalzò con pacatezza altera,Ma non di quella indomita alterigiaChe in lui dianzi apparia, qual di nocivaFosca meteora formidabil luce.Or quell'ardito e dignitoso sguardoPorta di pace e d'umiltà un'improntaChe vien dal Ciel, dal Cielo, autor sublimeDi stupende armonie!—Dov'è mia figlia?Ugo, traggila a me: l'estrema volta,Benedirla degg'io. Meco brev'oraStar si potrà.Fu ricondotta al padreLa sventurata, ed ancorchè d'affannoLe sanguinasse il cor, pur di lui videCon maraviglia la quiete, e grazieAlla Donna degli Angioli ne rese,Ed impose a se stessa umiltà, pace,Eroica forza. Ella piangea, ma frenoPonea a' lamenti, e con devote cigliaMirava il padre, e sue parole tutteAccoglieva nell'anima, siccomeParole d'uom che santamente muoia.Festivo era quel giorno, e perciò l'altroPei supplizi aspettavasi. Omai tardaEra la sera, ed Ugo apparecchiatiA pio morire aveva altri prigioni.Ritorna ei quindi presso Arrigo, e i propriiPalpitamenti di pietà vorrìaCelare in parte:—O cavaliere! o donna!…Tutto puossi con Dio!…—Dal padre amatoDeh, ch'io non venga separata ancora!Lontana è l'alba.—Più crudel sarìaVicino all'alba separarvi.ArrigoStringeva al sen la figlia, e lei disporreDesïava a partir. Ma la infeliceAlla prova tremenda obblïò i mitiSentimenti di pace, e la ragioneLe si turbò miseramente.—Oh guerreScellerate di popoli! oh stendardiDi virtù menzognere! oh glorie infamiD'emuli cavalieri, onde son fruttoCrudeltà e morte! Ah! perchè Dio fecondiAlla feroce umana stirpe ognoraFa gl'imenei, se la catena interaDe' secoli spruzzata è d'uman sangue?E qual di sì esecrande ire perenniColpa abbiam noi, dell'uom compagne e figlie,Nate ad amar, nate a compianger, nateA viver senza offesa, assorte in Dio!Di qual delitto intrisa son perch'oggiA me tolgano il padre i masnadieri,Nè generoso pur vi sia terrestreO celeste poter, che degli oppressiAlla difesa accorra? Ed EleardoIn ch'io tanto fidava, anco EleardoCh'io tanto amava, abbandonommi!Il campoSuona improvviso di festanti grida.Balza il core a Maria; porge ella ascolto:Che sarà mai? Reduci sono il prodeAntico Doglianese ed Eleardo,Apportatori di vittoria piena.Brillan del presul le ispirate luciPer novella speranza, e i passi affrettaVer l'amato nepote; il giunge, il ferma,E d'Arrigo gli parla.Intanto uscivaDel padiglion Tommaso, e lieto amplessoPorgeva a' trionfanti; e ratto a luiVolgea tai detti di Dogliani il sire,Indicando Eleardo;—Alla prodezzaDi questo forte molto devi, o prence;Le più valenti squadre egli ha sconfitte.Stende il marchese al giovin glorïosoL'amica destra. Ei gliela bacia, e prono.—Signor, grida, signor, me qui tu miriAstretto a chieder dalla tua clemenzaA' pochi miei servigi alta mercede.—Quai pur sieno tue brame, o campion mio,Le manifesta, e saran paghe.—I giorniChieggo salvi d'Arrigo. Il so, fu reo:Non corrucciarti del mio ardito prego.Arrigo a me qual padre ebbi molt'anni,E padre è di colei che sul mio coreSin dall'infanzia regna.Ondeggia alquantoIl magnanimo prence, indi prevaleBenignità sugli altri affetti, e sclama:—Ho perdonato! ogni prigion si sciolga,Ed a' suoi tetti rieda, apparecchiandoA più nobile oprar suoi dì futuri.A quella augusta consolante voceMill'altre voci eccheggiano, e fra loroQuella del vecchio di Dogliani, e quellaDel presul di Staffarda, e più robustaQuella del giovin che all'amata donnaRendere può del genitor la vita.A tanti applausi si nasconde il prenceRïentrando commosso entro sua tenda:Ed ecco volan Ugo ed EleardoA scior d'Arrigo i lacci.Il prigionieroUso ad ira e superbia, esitò prima,Poi fu da conoscente animo vintoE da dolcezza, ed Eleardo al senoColla figlia serrando, inginocchiossi,E disse a Dio:—Sovra Tommaso schiudiTuo più giocondo riso, e prosperatoSia nel dominio e nella prole, e cessiA lui d'intorno ogni fraterna guerra!Modestia e gratitudine e contentoE maraviglia e amor davano agli occhiDella vergin bellissima un novelloIndicibile incanto, onde il fedeleSuo cavalier gioìva inebbrïato.Scorge i lor voti il padre, e prende e unisceLe destre loro. Un grido alza di gioiaIl felice Eleardo, e la tremanteFanciulla irrompe in lagrime soavi,Benedicendo la celeste aïtaChe i lunghi affanni in tanto gaudio volse.Di Saluzzo la rocca indi a tre giorniSpalancar si dovette. Uscì ManfredoCon pochi suoi compagni ed esularo;E in sua paterna sede il buon Tommaso,Se non durevol pace, almen godetteSignorìa da virtudi alte illustrata,E alle rovine di Saluzzo orrendeNuovi successer tetti e nuovi prodi.